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EABCT 2013 – Paul Salkovskis, workshop sul Disturbo Ossessivo-Compulsivo

EABCT 2013 MARRAKESH

Paul Salkovskis: workshop sul disturbo ossessivo compulsivo al congresso EABCT

EABCT 2013 Partecipare a un workshop di Paul Salkovskis sul trattamento dell’OCD qui a Marrakech, durante il congresso europeo della European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT), consente di capire meglio come avviene la terapia. E consente di farsi qualche domanda.

Per esempio, nel workshop emerge con chiarezza che l’intervento cognitivo tipico di Salkovskis è una lenta e accurata scoperta guidata del circolo vizioso dell’ossessivo, il quale è ossessivo perché guarda ai suoi pensieri  con già in mente la sua stessa responsabilità.

Questo lo sapevamo in astratto. E in concreto? In concreto Salkovskis fa una sorta di ABC (ma senza mai dire la parola “ABC” attenzione; in area Beck non si dice mai “ABC”) partendo da situazioni ossessive e poi, in maniera paziente (e ossessiva) disegnando molti schemi con il paziente su fogli e/o lavagne luminose, o utilizzando cartoncini e freccette (ci ha mostrato i video) e così lo induce lentamente (e un po’ anche per sfinimento) dapprima a volgere la sua attenzione dallo stimolo ossessivo di tipo contaminativo (“mi chiedo se i rubinetti siano puliti”) ai pensieri che sorreggono la valutazione di contaminazione (“potrebbero esserci germi e questi potrebbero uccidermi”), poi a spostarsi sulla compulsione (“devo pulire perfettamente”), poi a passare dalla compulsione al pensiero che la sorregge (“faccio questo per controllare/espiare/rimediare”) quindi dal pensiero che la sorregge alla valutazione di sé (“devo sempre controllare/espiare/rimediare perché sono responsabile”) e infine da questo pensiero auto-valutativo tornare alla situazione iniziale (“quindi appena vedo un rubinetto mi sento responsabile della sua pulizia”).

Sembra facile. In realtà il meccanismo va memorizzato in ogni sua parte e occorre addestrarsi a somministrarlo senza farsi distrarre dalle digressioni personali del paziente o di noi stessi. Capirlo leggendo un articolo o ascoltando una plenaria di un’ora è del tutto insufficiente.

Da questa insufficienza del capire sono nati sia il sempre maggiore irrigidimento addestrativo delle scuole di terza ondata, tutte molto focalizzate su corsi strutturati per livelli successivi a cui si accede preparando sedute registrate di cui si valuta l’aderenza al modello, sia il parallelo irrigidimento delle vecchie scuole di Ellis e Beck, anch’esse molto più severe di una volta e volte all’aderenza concreta, misurata su sedute registrate e non su lezioni teoriche frontali.

Mi chiedo: e la generazione di mezzo? I Salkovskis, i Fairburn, i Clark? Ho l’impressione che siano rimasti in una condizione intermedia. La loro natura di ricercatori universitari puri (a differenza di Beck, per non parlare di Ellis) rende loro difficile fondare delle scuole pratiche e addestrative secondo il modello di Ellis/Beck o, oggi, di Young o Wells.

L’Università, anche all’estero, rimane un centro di ricerca, non una scuola pratica e non sa e non può addestrare terapeuti. Non ci credete? Me lo conferma Maurice Topper, olandese. Mi ha detto oggi: dall’anno prossimo devo decidere se continuare a fare ricerca o diventare un vero terapeuta. Se faccio ricerca non posso, letteralmente, vedere pazienti. Voi in Italia come diamine fate? Mi chiede. Gli spiego che Studi Cognitivi non è un’università e mi sono beccato una lagna sul fatto che in Olanda le scuole di psicoterapia vere non  fanno ricerca, ecc. (gli studenti si lagnano sempre e sognano sempre paradisi all’estero, a quanto pare).

Ma torniamo a Salkovskis, Fairburn e Clark. I loro protocolli non sono diventati corsi addestrativi dettagliati alla Beck (o alla Young). La generazione di mezzo rischierà di rimanere schiacciata tra i grandi terapeuti del passato (Beck ed Ellis) e una nuova generazione che intende superare certi limiti scolastici della ricerca universitaria? Non per rinnegare la ricerca, ma per farne una più collegata a quello che davvero accade in seduta? Può darsi.

Intanto nel Workshop di Salkovskis c’erano varie cose non misurate nei suoi articoli. Non parlo solo dell’aderenza feroce e robotica (questa la ha misurata). Parlo anche del continuo pazientare, incoraggiare, motivare, stimolare. Qualcosa che va dalla “good practice” alla costruzione della relazione. Non è terapia? Può darsi. Intanto in un altro workshop mi dicono che Gilbert insiste su queste qualità del terapeuta cognitivo: attivo e paziente, tenace e incoraggiante, accogliente e motivante, in una parola: compassionevole. Qualità che per lui sarebbero il vero fattore terapeutico (ognuno si focalizza su un pezzo e dice che è l’unico che conta; vabbè).

Ma non c’è solo accoglienza. Alla domanda su cosa fare con il paziente ossessivo che capisce e non migliora, Salkovskis risponde: una forte analisi dei pro e dei contro dell’essere ossessivo e del non esserlo. Una feroce disanima dei danni economici, sociali e affettivi dell’essere ossessivo. Feroce sul serio. Un’aggressiva e vivida rappresentazione di quel che deve passare un figlio o un coniuge di un ossessivo, dei danni sul lavoro e degli amici persi per le proprie ossessioni. Fino a fare piangere il paziente. Per poi raccoglierlo, piangendo con lui (parole sue).

Ora, tutto questo è un’intervento di attivazione emozionale e di rottura/riaccoglimento interpersonale non da poco. Non è solo CBT. Che dice Salkovoskis di farci un po’ di ricerca sopra? Perché non basta lo schemino? Perché occorre, come dice lo stesso Salkovskis, andare “from head to heart”? Cos’è questa testa e questo cuore in termini scientifici? Delle due l’una. O si fa ricerca su tutto (e a maggior ragione su cose che si insegnano e si fanno in prima persona, e che quindi si pensa che partecipino all’efficacia dell’intervento). Oppure si costruisce un modello parzialmente vero, ma incompleto, e si sostiene che quel pezzo funziona, confermandolo con una ricerca inevitabilmente un po’ troppo confermativa.

Infine ci sarebbero altre considerazioni su come in Salkovskis il lavoro sul circolo vizioso prevalga sul lavoro alla Beck sulla distorsione della valutazione della realtà, e su come questa attenzione al circolo vizioso porti a un intervento neutro rispetto al contenuto dell’ossessione, e –infine- su come tutto questo vada in direzione di una terapia (e una teoria) del processo  e non del contenuto. Insomma dalle parti di Wells. Ma non del tutto. Salkovskis non ammetterà mai di essere un precursore di Wells, da lui cordialmente odiato. Anche l’aplomb inglese fallisce di fronte alla forza delle passioni. Questo mi dicono un paio di  millenni di saggezza mediterranea.

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DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO

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Le molte anime della Metacognizione: report dal Congresso Nazionale di Rimini

 

DETTAGLI EVENTO: Metacognizione e Intervento Clinico – Congresso Nazionale – Rimini 2013

Caselli - Congresso Nazionale Metacognizione Rimini 2013
Gabriele Caselli Ph.D al Congresso di Rimini 2013

Si é concluso da pochi giorni il primo congresso nazionale a Rimini su metacognizione e intervento clinico. Primo nel suo genere, ha soddisfatto un bisogno scientifico che negli ultimi anni é divenuto impellente: avere un punto di incontro e confronto tra tutte le anime della metacognizione. Innanzitutto quindi un plauso agli organizzatori: il Prof. Ezio Sanavio e il Prof Cesare Cornoldi per l’intuizione e il coraggio di aver creato una simile occasione.

Da qualche anno e da piú fronti, il concetto di metacognizione è stato eletto a nodo centrale della futura frontiera psicoterapeutica (Dobson, 2011), almeno di quella che si fonda sulla ricerca scientifica. Tuttavia, di quale metacognizione stiamo parlando? É apparso chiaro da subito che la risposta non è semplice nè scontata.

L’accordo sulla nomenclatura é lungi dall’essere raggiunto.. Da un lato abbiamo una definizione classica: metacognizione come insieme dei processi che regolano attivazione, monitoraggio e interruzione dei processi cognitivi come pensiero, memoria e attenzione (es: Wells & Matthews, 1994).

Dall’altro alcuni autori la considerano alla stregua di una capacitá di mentalizzazione (Dimaggio & Lysaker, 2011), intesa come l’abilitá di riconoscere i propri stati mentali, distinguerli, etichettarli in modo corretto, integrarli in una narrazione di sé, padroneggiarli.

Due visioni distinte

La prima sorge dalla definizione storica e classica. In terapia, lavorare a livello metacognitivo significa modificare regole e credenze che sostengono cattivi stili di pensiero. Gli obiettivi che derivano sono la riduzione di rimuginio,  monitoraggio degli stimoli negativi, evitamento ecc (Wells, 2011). Si tratta di prestare meno attenzione, dare meno importanza ai pensieri e agli stati interni negativi. Questo perché metterli in primo piano li rafforza, li ingigantisce, in qualche modo li fa crescere. Da questa prospettiva anche un’attività di mentalizzazione rischia di essere controproducente poichè tiene l’attenzione su aspetti negativi dell’esperienza.

VEDI: TERAPIA METACOGNITIVA (Wells)

La seconda direzione mette l’accento non tanto su un funzionamento distorto, ma su un funzionamento mancante. La psicopatologia è mantenuta dal malfunzionamento di talune capacità (come appunto quella di monitorare ed etichettare in modo corretto i propri stati interni) e la terapia si dirige conseguentemente verso il miglioramento di tale capacità.

VEDI: TERAPIA METACOGNITIVA-INTERPERSONALE (Di Maggio, Semerari)

Ed è cosí che lo stesso concetto guida a due direzioni terapeutiche pressoché opposte tra loro. Il dibattito acceso durante il congresso ha iniziato a chiarire questa differenza, a segnare linee di demarcazione ma anche di chiarimento. Ma siamo solo all’inizio, le prossime risposte saranno nelle mani della scienza. Soprattutto per quanto riguarda quale direzione conviene assumere con quale tipologia di disturbo psicologico.

La scienza ci è utile laddove gli esseri umani, per loro natura, possono tendere a essere troppo innamorati delle proprie idee.

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METACOGNIZIONE

TERAPIA METACOGNITIVA (Wells)

TERAPIA METACOGNITIVA-INTERPERSONALE (Di Maggio, Semerari)

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Dimaggio, G., Lysaker, P.H. (2011). Metacognizione e Psicopatologia. Valutazione e Trattamento. Raffaello Cortina Editore
  • Dobson, K. (2011). The science of CBT: toward a Metacognitive Model of Change?. Behaviour Therapy, 44(2), 24-227
  • Wells A. (2011) Terapia Metacognitiva dei disturbi d’Ansia e della Depressione. Ed. it. a cura di: Gabriele Melli. 2012 Eclipsi Editore
  • Wells A. Matthews G. (1994). Attention and Emotion: A Clinical Perspective. Psychology Press

Alterazioni della scrittura: indice precoce del morbo di Parkinson

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Attualmente lo strumento primario per diagnosticare la malattia di Parkinson è la capacità di osservazione del medico, che può rilevare i sintomi clinici solo quando la malattia è in una fase avanzata.

Non esistono oggi surrogati biologici ricavabili con metodi tradizionali ad esempio analisi del sangue e delle urine per evidenziare ai primi stadi le patologie neurodegenerative non legate a modificazioni genetiche conosciute.

Quindi la malattia viene identificata solamente quando si manifestano segni clinici che ne facciano sospettare la presenza. Attualmente lo strumento primario per diagnosticare la malattia di Parkinson è la capacità di osservazione del medico, che può rilevare i sintomi clinici solo quando la malattia è in una fase avanzata.

I ricercatori dell’Università di Haifa e Rambam Hospital, hanno proposto un nuovo metodo non invasivo di diagnosi di Parkinson nelle fasi precoci della malattia.

Nello studio, hanno partecipato circa 40 adulti con almeno 12 anni di scolarità, la metà sana e metà con diagnosi della malattia di Parkinson alle prime fasi.

I ricercatori hanno chiesto ai soggetti di scrivere il proprio nome e hanno dato loro anche degli indirizzi da copiare, due attività quotidiane che richiedono capacità cognitive. La scrittura è stata fatta su un pezzo di carta normale che è stato posto su una tavoletta elettronica ed è stata utilizzata una penna speciale con sensori che rilevavano la pressione operata sulla carta dal paziente.

Successivamente sono stati confrontati una serie di parametri: il tempo richiesto per la prova, la pressione esercitata sulla superficie mentre si scrive.

I risultati di questo studio hanno evidenziato differenze significative tra i pazienti e il gruppo sano, infatti i pazienti con malattia di Parkinson hanno scritto lettere più piccole ed hanno esercitato meno pressione sulla superficie di scrittura, inoltre hanno impiegato più tempo per completare l’operazione.

Secondo gli studiosi una differenza particolarmente evidente era il tempo in cui la penna rimaneva sospesa durante la scrittura di ogni parola e lettera, infatti mentre il paziente tiene la penna sospesa, la sua mente sta pianificando la sua prossima azione nel processo di scrittura quindi la necessità di più tempo rispecchia la ridotta capacità cognitiva del soggetto.

Questo cambiamento nella scrittura a mano, può essere un segnale precoce della malattia.

Gli studiosi propongono la convalida di questi risultati in uno studio più ampio, poiché l’uso di questo metodo permetterebbe una diagnosi preliminare della malattia in modo sicuro e non invasivo.

LEGGI:

MORBO DI PARKINSON 

CALO DEL TESTOSTERONE: PROVOCA SINTOMI DEL MORBO DI PARKINSON?

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Disturbo Ossessivo-Compulsivo: sovrastima delle dimensioni

Disturbo Ossessivo Compulsivo: sovrastima delle dimensioni. - Immagine:© Felix Pergande - Fotolia.comPiù mi fa paura, più mi sembra grande: non solo “Sovrastima Del Pericolo” i soggetti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo sovrastimano anche le dimensioni

La sovrastima del pericolo, una distorsione cognitiva che si caratterizza per la tendenza a valutare in modo sproporzianto la pericolosità  dei rischi e dei pericoli ambientali, è una credenza chiave in tutti i disturbi d’ansia. La sovrastima della minaccia, così come la sottostima delle proprie capacità di fronteggiarlo riflettono l’attivazione dei cosiddetti “schemi di pericolo” (Beck, 1985), che mettono in moto i circoli viziosi dei diversi disturbi d’ansia.

Nel disturbo Ossessivo-Compulsivo costrutti come questo, accanto al concetto di intolleranza all’incertezza, perfezionismo e soprattutto senso di responsabilità esagerato (Salkoski….) hanno contribuito in modo consistente alla comprensione delle dinamiche patogenetiche del disturbo, nonchè, di conseguenza hanno arricchito le tecniche psicologiche e psicoterapeutiche di intervento.

Sebbene l’”overstimation of threat” non sia specifica di pazienti con sintomi ossessivi resta comunque un aspetto importante, un costrutto ampio composto da differenti parti.

Le sotto scale dell’ Obssessive Beliefs Questionnaire Long Form (Obsessive Compulsive Cognition Workin Group, 1997, 2003) declinano questo concetto in:

1. Sovrastima del pericolo “ mi capita spesso di pensare che il mondo a me non è sicuro”;

2. Percezione di una maggiore vulnerabilità personale “ è più probabile che cose negative accadano a me che agli altri”;

3. Sovrastima delle consegenze negative di un evento “nella mia vita mi sembra che i piccoli problemi si trasformino sempre in grandi problemi

I pazienti ansiosi, e tra loro anche i pazienti ossessivi operano numerose distorsioni che, come la teoria e la terapia cognitivo-comportamentale insegnano, conducono ad un errato modo di interepretare i dati della realtà in termini di pericolo e danno.

Fin qui nulla di nuovo.

Ma se queste distorsioni non fossero solo il frutto di una modalità di pensiero, se non fossero soltanto “cognitive”, ma fossero anche visive?

È questa la domanda che si sono fatti un gruppo di ricercatori in Germania (Moritz et all., 2011) che hanno condotto uno studio per indagare se i pazienti affetti da Disturbo Ossessivo-Compulsivo avessero la tendenza a sovrastimare le dimensioni di stimoli salienti per il loro disturbo.

Per prima cosa hanno chiesto a 65 partecipanti con diagnosi di Disturbo Ossessivo Compulsivo e a 55 partecipanti del gruppo di controllo senza nessuna diagnosi, di valutare la rilevanza personale di ciascuna figura presentata. Le 40 immagini proposte erano suddivise in 4 categorie: immagini neutre (sedie, tavoli), immagini attivanti, ma non legate allo spettro ossessivo (animali feroci o pericolosi che spesso elicitano emozioni di paura) immagini legate al DOC di pulizia e controllo (come ad esempio la figura di una toilette sporca o di una casa che prende fuoco).

Successivamente sono state nuovamente presentate le miniature di tali immagini ed è stato chiesto ai soggetti di stimare la dimensione originale della foto precedentemente vista dell’oggetto stesso su una scala a 7 punti. L’ipotesi degli autori era che i pazienti con diagnosi di DOC sovrastimassero le dimensioni degli item connessi alla propria patologia. 

Dai risultati emerge la tendenza dei soggetti con disturbo ossessivo a stime non accurate, in particolare a sovrastimare le dimensioni di oggetti rispetto ai controlli che avevano la tendenza opposta.

I soggetti con Disturbo Ossessivo hanno evidenziato, specificatamente, la tendenza a sovrastimare gli stimoli personalmente rilevanti legati alla sintomatologia ossessiva e a sottostimare lievemente quelli neutrali. I soggetti del gruppo di controllo (non avendo per definizione item personalmente salienti) hanno comunque riportato un bias in senso opposto tendendo a sovrastimare gli oggetti giudicati positivamente e sottostimare quelli negativi.

È da tempo riconosciuto che la percezione della grandezza così come della distanza da un dato stimolo risentono della rilevanza personale che tale stimolo ha per il soggetto che la osserva (Balcetis & Dunnis, 2009) e sono stati condotti alcuni studi in questo senso soprattutto nel campo delle fobie specifiche (Clerkin, et all., 2009), ma questo è uno dei pochi studio che ha utilizzato un campione di soggetti con DOC ed il primo che ha utilizzato una procedura simile.

Resta tuttavia da indagare in esperimenti simili se il ruolo della memoria, così come dei processi ansiosi nella visione delle immagini attivanti, possa o meno aver giocato un ruolo nell’alterare la percezione delle dimensioni nei soggetti con diagnosi.

I risultati di questo studio potrebbero contribuire nel percorso psicologico a spiegare e rendere i pazienti maggiormente consapevoli, anche ad un livello metacognitivo, degli errori e dei bias a cui sono spesso soggetti in presenza di stimoli attivanti; a livello psicoeducazione dimostrare ai pazienti che pensieri e paure ossessive possono giocare scherzi non solo a livello di cognizione e memoria, ma anche di percezione può favorire una rivalutazione della pericolosità degli stimoli e contribuire alla messa in discussione di credenze distorte e spesso rigide.

LEGGI:

DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO – BIAS COGNITIVI – ANSIA

 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Vita carceraria e processi di “Prisonizzazione”

Monica Salvi

I processi di prisonizzazione . - Immagine:© olly - Fotolia.comLa “Prisonizzazione”: l’impatto con l’istituzione e la cultura carceraria costituisce uno dei momenti più drammatici della vita del reo.

Come scrive Clemmer “…il mondo della prigione è un mondo privo di benevolenza. C’è sporcizia, puzza e sciatteria; ci sono monotonia e stupore. La sua popolazione è frustrata, infelice, smaniosa, rassegnata, amareggiata, astiosa, vendicativa… Se si eccettuano pochi individui, regna lo smarrimento…”.

Quando un individuo viene incarcerato perde la libertà, il contatto con i propri cari, le proprie abitudini, la possibilità di scelta, e si trova costretto a convivere con un sentimento diffuso di disorientamento, precarietà e incertezza; non solo: il detenuto, presto o tardi, viene a contatto con la cultura carceraria e con essa si deve confrontare.

Clemmer utilizza il concetto di “assimilazione” per indicare quel processo di acculturazione che avviene quando, in un gruppo formato da membri differenti portati a condividere sentimenti, ricordi e tradizioni si inseriscono nuovi membri. Tale processo risulta lento, graduale, fornito di un grado di consapevolezza più o meno alto, e porta ad apprendere gli aspetti culturali tipici del gruppo e a venire  indicati come “appartenenti”.

Nell’ambiente carcerario, al processo di acculturazione viene dato da Clemmer il termine di “prisonizzazione” ed indica “l’assunzione in grado maggiore o minore del folklore, dei modi di vita, dei costumi e della cultura generale del penitenziario”.

Con la progressiva integrazione alla cultura carceraria si assiste anche a modificazioni personologiche operate dal regime carcerario, quali ad esempio la perdita di individualità; la perdita dei valori e delle capacità che il soggetto possedeva nella propria vita in libertà; l’isolamento, non solo dalle interazioni del mondo esterno ma anche con quelle del mondo carcerario; l’estraniamento, ossia la capacità di partecipare nuovamente alla realtà esterna…

La familiarità con le regole e i costumi della comunità carceraria si acquistano attraverso il contatto con gli altri detenuti: la vita quotidiana, l’ora d’aria, l’apprendimento dello slang, la scommessa, il gioco d’azzardo, i comportamenti sessuali anormali, la volontà di ottenere un ruolo e i relativi privilegi nel gruppo…

Nella sua analisi, Clemmer individua alcuni fattori che, combinandosi tra loro, sono in grado di influire sul processo di prisonizzazione, e distingue tra fattori universali e fattori individuali.
L’influenza, per un certo periodo di tempo, dei fattori universali è sufficiente affinché avvenga l’integrazione di un individuo alla cultura carceraria, a discapito del reinserimento sociale futuro.

I fattori universali individuati da Clemmer sono: l’acquisizione di dati relativi all’organizzazione della prigione; il riconoscimento che niente è dovuto all’ambiente per la soddisfazione dei bisogni; l’adozione del linguaggio locale; lo sviluppo di alcuni nuovi modi di mangiare, vestire, lavorare, dormire; l’accettazione di un ruolo inferiore; l’eventuale desiderio di un buon lavoro.

Il processo di prisonizzazione, lento e graduale, non si sviluppa in modo lineare e può avere diversi esiti su un continuum, i cui estremi rappresentano il grado più basso e quello più alto di prisonizzazione, ossia di integrazione nella cultura carceraria.

Contribuiscono alla collocazione nel grado più basso di prisonizzazione alcuni aspetti: una condanna breve, quindi un’esposizione breve ai fattori universali; una personalità abbastanza stabile, resa tale da un numero adeguato di relazioni positive durante la vita pre-carceraria; il perdurare di relazioni positive con persone all’esterno del carcere; il rifiuto o l’incapacità di integrarsi in un gruppo carcerario, pur mantenendo un equilibrio con gli altri uomini; il rifiuto di accettare ciecamente i dogmi ed i codici della popolazione carceraria, e la volontà, in certe condizioni, di aiutare le guardie, operando in questo modo per identificarsi con la comunità dei liberi; un collocamento casuale con un compagno di cella e compagni di lavoro che non hanno le qualità del leader e che non siano neppure loro completamente integrati nella cultura carceraria; l’astensione da comportamenti sessuali anormali, e una non eccessiva dedizione al gioco d’azzardo, accompagnate da una ferma volontà ad impegnarsi seriamente nel lavoro e nelle attività ricreative.

Di contro, incidono nella collocazione al grado più alto di prisonizzazione i seguenti altri aspetti: una condanna a molti anni, e quindi una lunga soggezione ai fattori universali di prisonizzazione; una personalità in qualche modo instabile a causa dell’inadeguatezza delle relazioni prima della condanna, ma capace di forti convinzioni e di un particolare genere di fedeltà; mancanza di relazioni positive con persone all’esterno del carcere; capacità di integrarsi prontamente nei gruppi carcerari; una cieca, o quasi cieca, accettazione dei dogmi e dei costumi della popolazione carceraria; una casuale collocazione con altre persone di orientamenti simili; disponibilità a partecipare al gioco d’azzardo e a pratiche sessuali anormali.

Allo stesso modo, aspetti culturali e fattori individuali, in connessione reciproca tra loro, possono bilanciare e fungere da fattori protettivi contro la prisonizzazione. Clemmer indica: il numero e il tipo di relazioni prima dell’incarcerazione; la sensibilità alla cultura; la mancata affiliazione a gruppi nel carcere; la collocazione casuale in un gruppo di lavoro, in un braccio della struttura o con un compagno di cella resistente alla prisonizzazione; la non accettazione dei dogmi e dei codici della cultura carceraria; altri fattori soggettivi non trascurabili quali l’età, la nazionalità, la razza, i condizionamenti regionali.

Clemmer, tuttavia, sottolinea, nel determinare il grado e la rapidità del processo di prisonizzazione, l’importanza di una valutazione caso per caso, non escludendo la probabilità della parzialità del fenomeno, nel senso che la maggioranza dei detenuti tende a subire gli effetti della prisonizzazione solo per alcuni aspetti e non per tutti.

 

LEGGI:

PSICOLOGIA PENITENZIARIA

L’INTERVENTO DELLO PSICOLOGO PENITENZIARIO 

 

 

BIBLIOGRAFIA: 

 

Sognare: è possibile anche “a mente vuota”

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Una recente ricerca coordinata da Isabelle Arnulf e colleghi (The Sleep Disorders Unit – Université Pierre et Marie Curie – UPMC) ha rivelato come sia possibile sognare anche in condizioni di “mente vuota”, cioè in condizioni caratterizzate da un Deficit di Auto-Attivazione (AAD).

Questa sindrome neuro-fisiologica è causata da un danno bilaterale ai gangli della base, ed è caratterizzata da una severa apatia, assenza di attivazione spontanea dei pensieri e di comportamento autodiretto.

In questo situazione, le normali attività quotidiane sono difficili da compiere e necessitano dell’aiuto di un caregiver per essere svolte.

L’assenza di consapevolezza dei propri pensieri, infatti, causa una severa riduzione delle normali funzioni quotidiane. Il nucleo di questa patologia è costituito, quindi, dalla mancanza di pensiero cosciente, per cui la sensazione esperita è di non avere alcun pensiero.

Questo studio vuole indagare la capacità di sognare di questa categoria di soggetti e confermare l’ipotesi sperimentale per cui il sogno è causato da processi bottom-up. L’ambito teorico di riferimento è caratterizzato dalla disputa tra teorie top-down e bottom-up del sogno.

La prima postula che i sogni vengano prodotti dalle strutture cerebrali deputate alla memoria, procedendo a ritroso verso gli elementi sensoriali, attraverso l’immaginazione.

La seconda afferma che siano le strutture del tronco encefalico a elicitare i movimenti oculari e l’attivazione della corteccia che avviene durante la fase REM, per mezzo degli elementi immaginativi, visivi e sensoriali del sogno.

Il campione sperimentale è costituito da 13 pazienti affetti da AAD e 13 soggetti del gruppo di controllo, appartenenti alla popolazione normale. Vennero registrati i loro sogni lungo l’intero arco della settimana. Successivamente, vennero osservate sia le registrazioni della fase del sonno sia quelle della fase onirica. In una prima fase,  i ricercatori valutarono la durata del sonno dei soggetti, la struttura e  l’architettura dei sogni. Durante la seconda fase di valutazione, invece, i ricercatori svegliarono i pazienti durante la seconda fase REM del sonno, ed ancora dopo 10 minuti dall’inizio della successiva fase REM del ciclo seguente.

Venne chiesto loro che cosa stessero sognando prima di essere svegliati. Le risposte furono valutate sulla base di indicatori quali la bizzarria, la complessità del sogno ed il livello di elaborazione. Quattro dei 13 soggetti affetti da AAD riferirono di aver sognato dopo essere stati svegliati durante la fase REM, nonostante mostrarono assenza di pensiero cosciente durante la veglia. I sogni riferiti erano privi di elementi emotivamente complessi e bizzarri, a differenza di quelli riportati dal gruppo di controllo.

Nonostante la semplicità del materiale onirico, il contenuto risultò interessante. Uno dei pazienti affetti da AAD riferì di un sogno in cui si radeva la barba, operazione, questa, mai intrapresa nella vita reale senza l’aiuto di un caregiver, a causa di una grave forma di distonia. Per quanto riguarda le misurazioni delle fasi del sonno, non vennero individuate importanti differenze tra i due gruppi, ad eccezione di un 46% di pazienti affetti da AAD che mostrarono la completa assenza di fusi del sonno, cioè di particolari treni di onde che compaiono all’inizio dello stadio 2 del sonno e perdurano per tutta la durata del sonno non-REM. L’assenza di questi fusi evidenzia il ruolo centrale del pallidum e del corpo striato durante questa fase.

Questi risultati confermano la tesi secondo cui la capacità di sognare scenari non complessi sia possibile anche in assenza di pensieri in fase di veglia e avvenga attraverso la stimolazione delle strutture del tronco encefalico, quindi attraverso un processo bottom-up, mentre la complessità dei sogni tra origine dai processi cerebrali superiori. 

 

LEGGI: 

SOGNI – NEUROSCIENZENEUROPSICOLOGIA

SONNO REM E SOGNO? LA TEORIA DI HOBSON

 

BIBLIOGRAFIA 

  • Semenescu, S. L., Uguccioni, G., Golmard, J.-L., Czernecki, V., Yelnik, J., Dubois, B., Forgeot d’Arc, B., Grabli, D., Levy, R., & Arnulf, I. (2013). Can we still dream when the mind is blank? Sleep and dream mentations in auto-activation deficit. Brain, DOI: 10.1093/brain/awt229.

 

Essere troppo “social” intasa la memoria

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Secondo i ricercatori di KTH Royal Institute of Technology di Stoccolma, essere troppo “social” può causare problemi alla memoria, specialmente alla memoria di lavoro.

Quando normalemnte riceviamo informazioni la nostra memoria  le incamera e decide se tenerle o eliminarle nel giro di pochissimi secondi. Il problema si presenta nel momento che connettendomi, ad esempio su social network come facebook, ricevo un bombardamento di informazioni quali notifiche, foto etc…che si aggiungono alle informaizoni che ho già in memoria così il buffer si riempe  e il cervello si trova a decidere cosa fare di queste informazioni.

Il rischio è quello che il cervello in sovraccarico elimini informazioni utili che sta trattenendo a discapito di informazioni più superficiali o meno rilevanti che sono arrivate dal social network.

Quello che i ricercatori suggeriscono è fare delle pause! staccarsi dal mondo virtuale che manda in tilt il nostro cervello a causa di troppe informazioni e tornare alla “quiete” del mondo reale.


Come suggerisce Erik Fransen, alla guida dello studio, gli effetti di una vita iperconnessa senza pause fisiologiche potrebbero manifestarsi anche sulle capacità mnemoniche, perché quando il cervello va in pausa in realtà è intento a processare informazioni che stanno alla base della memoria a breve e dunque va lasciato lavorare, senza sovraccaricarlo.

 

Troppi social network mandano in tilt la memoria a breve termineConsigliato dalla Redazione

La working memory ha uno spazio limitato: se sottoposta a overdose informativa vanno perse informazioni importanti (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Memoria semantica vs memoria episodica – Introduzione alla Psicologia Nr. 28
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18° Congresso SOPSI 2014 - Poster Session: PROFILO NEUROPSICOLOGICO E STILE DI RISPOSTA JUMPING TO CONCLUSIONS: UNO STUDIO CASO-CONTROLLO - Neuropsicologia
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Tribolazioni 14 – Le emozioni emotivo geniche

Attaccare con ironia: l’uso dell’umorismo nei conflitti di coppia

Di Baraldi Silvia, Borsari Giulia, Costi Sara, Lo Sterzo Elena, Sirotti Elena
OPEN SCHOOL MODENA

 

Di tutti gli elementi che contribuiscono all’equilibrio famigliare, 

nessuno è più utile e opportuno del senso dell’umorismo. 

(A. J. Cronin)

Attacca con umorismo- l'uso dell'umorismo nei conflitti di coppia. -Immagine: © olly - Fotolia.comEsiste una correlazione tra gli orientamenti di attaccamento e i diversi stili di umorismo utilizzati e la soddisfazione per la risoluzione del conflitto; emerge poi un utilizzo strategico dell’umorismo in base allo stato d’animo del partner durante il conflitto e delle differenze di genere significative nell’espressione e nella reazione all’umorismo.

L’umorismo è un “ingrediente” fondamentale di tutte le relazioni però è molto importante prestare attenzione alle “dosi” in cui viene utilizzato. Di particolare interesse lo studio di Winterheld et al. (2013) che ha preso in considerazione l’interazione tra gli orientamenti di attaccamento sviluppati durante l’infanzia dai partner e l’utilizzo dell’umorismo in situazioni conflittuali.

Gli autori individuano in particolare due tipologie di umorismo: una diretta verso di sé e una rivolta verso gli altri. In entrambi i casi è possibile individuare una componente positiva e benevola e una negativa.

Nel caso di umorismo etero diretto positivo si parla di humor affiliativo che contribuisce a mettere in buona luce sia chi lo utilizza sia il suo interlocutore migliorando così la relazione; l’umorismo etero diretto negativo viene definito dagli autori humor aggressivo e si caratterizza per la propensione ad utilizzare battute ostili per esaltare l’immagine di sé a scapito degli altri (Martin et al., 2003).

Nell’ambito dell’umorismo auto-diretto è possibile individuare un humor positivo indicativo di una visione positiva di sé ed uno definito di autodifesa utilizzato per rinforzare il legame con gli altri tramite commenti auto-denigratori, finalizzati a trovare rassicurazione e reprimere le proprie emozioni negative.

La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969) fornisce una cornice esplicativa del motivo per cui le persone utilizzano differenti tipi di umorismo. In particolare si possono considerare i  due orientamenti di attaccamento adulto problematici: ansioso ed evitante. L’attaccamento ansioso riflette una visione negativa di sé e la preoccupazione che il partner possa non essere presente nel momento del bisogno (Simpson & Rholes, 1996).

L’attaccamento evitante invece rispecchia la necessità di mantenere il controllo, bastare a se stessi e limitare l’intimità emotiva nelle relazioni (Mikulincer & Shaver, 2003).

In base a queste premesse teoriche Wintereld e colleghi cercano di rispondere ad alcuni quesiti: questi tipi di attaccamento sono collegati ad certo tipo di umorismo? Chi ha un certo tipo di attaccamento, che stile di umorismo usa? E come reagisce quando è oggetto ai diversi tipi di humor? Che tipo di humor preferiscono uomini e donne?

Lo studio è stato sviluppato attraverso l’analisi di videoregistrazioni di coppie in situazioni conflittuali, con particolare attenzione allo stato emotivo dei partner ed alla soddisfazione di ciascuno rispetto alla soluzione del conflitto.

Dall’analisi dei dati è emerso che esiste una correlazione tra gli orientamenti di attaccamento e i diversi stili di umorismo utilizzati e la soddisfazione per la risoluzione del conflitto; emerge poi un utilizzo strategico dell’umorismo in base allo stato d’animo del partner durante il conflitto e delle differenze di genere significative nell’espressione e nella reazione all’umorismo. Nello specifico:

  • le persone con attaccamento fortemente evitante tendono ad utilizzare strategie umoristiche prevalentemente aggressive, al fine di mantenere una distanza “di sicurezza” emotiva dal partner;
  • le persone con attaccamento fortemente ansioso tendono ad utilizzare prevalentemente humor di autodifesa, al fine soddisfare il proprio bisogno di rassicurazione e vicinanza al partner; dal momento che queste persone sono eccessivamente focalizzate su di sé potrebbero non avere sufficienti risorse per utilizzare l’umorismo affiliativo e valorizzare il partner;
  • gli individui sono sensibili al tipo di attaccamento del partner, prediligendo un umorismo maggiormente affiliativo, piuttosto che aggressivo, quando i compagni sono molto ansiosi o stressati;
  • lo humor aggressivo viene percepito come dannoso solo quando chi ne è oggetto è alla ricerca di cura e rassicurazione;
  • l’umorismo affiliativo è sistematicamente correlato a risposte positive del partner, soprattutto quando questi è preoccupato, riducendo la tensione di coppia e aumentando la soddisfazione di entrambi;
  • i soggetti fortemente ansiosi o evitanti reagiscono in modo negativo quando sono oggetto delle stesse modalità di umorismo che loro stessi utilizzano maggiormente;
  • le donne manifestano meno rabbia e più soddisfazione quando il partner utilizza un umorismo affiliativo mentre gli uomini risultano più soddisfatti quando la propria partner mostra uno humor di autodifesa.

Questa ricerca costituisce un punto importante per lo sviluppo della conoscenza nell’ambito, essendo il primo studio di osservazione del comportamento che documenta come gli individui con differenti orientamenti di attaccamento esprimono spontaneamente umorismo mentre cercano di risolvere un conflitto interpersonale e quali sono le loro reazioni.

Pur essendo possibile individuare solo una correlazione tra le diverse variabili prese in considerazione dagli autori, l’umorismo, se utilizzato nei modi e nelle situazioni opportune, contribuisce ad una maggiore soddisfazione del  rapporto (De Konig & Weiss, 2002), a maggiore intimità, ad un più forte senso di appartenenza e di coesione (Ziv & Gadish, 1989).

Senso dell’umorismo vuol dire senso della proporzione.

Kahlil Gibran, Sabbia e spuma, 1926

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BIBLIOGRAFIA:

Le preoccupazioni economiche interferiscono con il ragionamento

– FLASH NEWS-

Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Una nuova ricerca pubblicata sul giornale Science ha mostrato gli effetti negativi delle preoccupazioni finanziarie sulla capacità individuale di concentrazione e di pensare in modo efficiente.

Le preoccupazioni circa le proprie finanze hanno, infatti, l’effetto di catturare la nostra attenzione e consumare energie mentali che potrebbero invece essere utili in altre aree.

Il disegno sperimentale prevedeva la somministrazione di un compito di intelligenza a due gruppi di soggetti, un gruppo di negozianti del New Jersey e un gruppo di agricoltori dell’India. I ricercatori selezionarono i negozianti in un centro commerciale, estraendo un campione di soggetti di classe sociale medio-bassa, il cui guadagno annuale ammontava mediamente a 70,000$ e quello più basso era di circa 20,000$ all’anno. Prima della somministrazione del quiz di intelligenza, ai soggetti vennero poste delle domande relative a questioni finanziarie, tese ad indagare in che modo avrebbero agito i partecipanti se si fosse rotta l’automobile e avrebbero dovuto ripararla.

Sia i soggetti con estrazione sociale più bassa che quelli più benestanti ottennero punteggi simili al test quando l’ammontare di spese richiesto per il danno era basso, attorno ai 100$. Quando, invece, la cifra richiesta saliva (1,500$) i soggetti di estrazione economica inferiore ottennero punteggi peggiori nell’esecuzione del puzzle.

Secondo l’economista Sendhil Mullainathan, le domande sul denaro stimolavano una parte di cervello relativa alle proprie questioni finanziarie, interferendo con la capacità di pensare e risolvere altri compiti, quale un semplice quiz di intelligenza.

Le nostre risorse cognitive sono, infatti, assorbite da queste preoccupazioni causando una sorte di “rallentamento” nei processi di pensiero.

Questo fenomeno interferisce con il risultato ad un compito di ragionamento. Un trend  simile venne trovato con il gruppo sperimentale di agricoltori indiani. In una situazione di forte stress, come quella precedente al raccolto, la performance al compito da parte dei soggetti risultò peggiore rispetto a quella ottenuta dopo aver guadagnato sul proprio raccolto. I soggetti sperimentali non si trovavano in una situazione di povertà, bensì semplicemente in una condizione di stress dovuto a questioni finanziarie e a preoccupazioni largamente diffuse tra la popolazione americana.

In ultima analisi, la conoscenza di questi meccanismi potrebbe facilitare le persone a scegliere adeguatamente il momento in cui prendere delle decisioni importanti e a rimandarle in momenti di forti preoccupazioni al fine di non influenzare negativamente la propria capacità di problem solving. 

 

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LO STRESS COME CAUSA DEI DISTURBI DELL’UMORE

 

BIBLIOGRAFIA

 

Modello Metacognitivo di Craving e Dipendenze Patologiche

Gabriele Caselli 1,2, – Marcantonio M. Spada 1,3

Modello Metacognitivo di Craving e Dipendenze Patologiche

1 London South Bank University, London, UK 
2 Studi Cognitivi, Cognitive Psychotherapy School, Milano, Italy
3 North East London NHS Foundation Trust, London, UK

ABSTRACT:

ll craving è descritto come un’esperienza soggettiva che motiva gli individui a cercare e raggiungere un oggetto o praticare un’attività (target) allo scopo di ottenere certi effetti. Per molti autori è considerato il processo nucleare che sostiene le dipendenze patologiche. Recentemente diversi studi hanno esplorato quale processo cognitivo potrebbe alimentare o sostenere questa sensazione di desiderio incontrollabile e quali scopi o credenze metacognitive possono sostenerlo. Il pensiero desiderante è una forma di elaborazione cognitiva volontaria di informazioni riguardanti oggetti e attività piacevoli e positive che avviene a due livelli interagenti: prefigurazione immaginativa (es: immagino il sapore del fumo nella bocca, mi immagino tutto ciò che ho dentro al frigorifero) e perseverazione verbale (es: devo farlo al più presto, ho bisogno di un bicchiere, devo provare a usare quella macchinetta).

La presentazione descriverà una rassegna di recenti studi che hanno esplorato il ruolo del pensiero desiderante e delle relative metacognizioni nelle dipendenze patologiche tracciando un modello metacognitivo preliminare dell’esperienza di craving..

Le implicazioni per lo sviluppo di una terapia metacognitiva delle dipendenze patologiche e future direzioni di ricerca saranno presentate e discusse.

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Inimmaginabile: l’album musicale dei pazienti psichiatrici presentato a Modena

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Questo venerdì 27 Settembre 2013 viene presentato a Modena il nuovo album musicale Inimmaginabile (2013). Frutto del lavoro collettivo di diverse band nate nel contesto di un progetto musicale all’interno dell’ospedale psichiatrico Villa Igea, Modena.

Fondatore del progetto è lo psichiatra e cantautore Gaspare Palmieri, già noto ai lettori di State of Mind per la sua psycho-rock-band Psicantria e apprezzato autore di articoli su Musica & Psicoterapia.


Quando “la fatica di ascoltare il ritmo della vita” non concede tregua, il quotidiano si tramuta in condanna. “Quanta gente che barcolla sofferente tra la folla”. E la solitudine diventa un cappio sempre più stretto. “Noi siamo una comunità, le curve della nostra psiche ci hanno portato qua. I farmaci a volte non sono sufficienti e allora nascono amicizie tra i pazienti. Ma il mondo è fuori ed è lì che dobbiamo andare”. Poi qualcosa cambia, qualcuno canta. La voce è tornata. “Con l’ansia c’è poco da fare, questa frequenza ti può aiutare. Mentre la mente si estranea e vola in un magnifico altrove, questa frequenza ti mette voglia di iniziare un’altra storia. La libertà è partecipazione”.
Carlo Alberto, Rossana, Cesare, Elio, Franca, Natalia, Serena, Giuliano … 85 voci per 15 canzoni. 85 pazienti di Villa Igea che in tandem con i propri angeli custodi – leggi operatori sanitari – hanno dato vita ad un album sorprendente. “Inimmaginabile”. Un titolo che dice tutto. E cioè che nessuno si aspettava un simile risultato.

 

 

Villa Igea, un cd di canzoni per sentirsi vivi e capaci L-ALBUM – Cronaca – Gazzetta di ModenaConsigliato dalla Redazione

villa igea
Si intitola “Inimmaginabile” l’album musicale composto dai pazienti psichiatrici Nei testi la sofferenza quotidiana e la voglia di sentirsi parte del “mondo fuori” (…)

 

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Interazione tra Controllo e Metacognizione nei disturbi di asse 1

S. Sassaroli, G. Caselli, G. M. Ruggiero

Studi Cognitivi, Scuola di Specializzazione post-laurea / Centro di Ricerca

Milano, Modena

L’interazione tra Controllo e Metacognizione nei disturbi di asse 1

 

SLIDES PRESENTATE AL CONGRESSO NAZIONALE: METACOGNIZIONE E INTERVENTO CLINICO

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La Risposta Neurale al pianto dei neonati. Neuroscienze & Gender Studies

Differenze di genere: genitori e figli . - ©-Vojtech-Vlk-Fotolia.com_.jpg Gli studi neuroscientifici forniscono delle interessanti conferme rispetto ai diversi comportamenti e attitudini che caratterizzano le differenze di genere maschile e femminile e che spesso ci capita di osservare direttamente o indirettamente nella nostra esperienza quotidiana.

Una delle aree che storicamente ha da sempre evidenziato maggiori differenze tra i sessi è quella riguardante la genitorialità e la relazione con i figli, in particolare con i bambini piccoli.

Nella maggior parte delle culture le madri provvedono alla cura dei bambini in maniera più diretta rispetto ai padri, dedicandovi più tempo, energie ed attenzione.

Secondo alcuni studi (Boukydis et al., 1982; Zeifman, 2003), inoltre, le donne avrebbero, rispetto agli uomini, una predisposizione maggiormente accogliente verso il pianto dei bambini, che evocherebbe in loro risposte emotive di accudimento e comprensione.

Sappiamo da tempo che il pianto dei neonati e dei bambini piccoli rappresenta più di una modalità comunicativa, è un meccanismo prezioso che permette loro di guidare l’attenzione dell’adulto che se ne prende cura verso la soddisfazione dei propri bisogni primari, che rischierebbero, altrimenti, di restare insoddisfatti, mettendo in pericolo la sopravvivenza dei bambini stessi. Oltre a ciò, come ormai è noto, la risposta e la disponibilità emotiva elicitate dal pianto sono fondamentali per la creazione e lo sviluppo di un buon legame di attaccamento con l’adulto di riferimento.

Vi sono in letteratura numerosi studi condotti con tecniche di neuroimaging, riguardanti l’effetto del pianto dei bambini sulla risposta neurale degli individui adulti, ma la maggior parte di questi ha preso in considerazione esclusivamente le madri e soli pochi hanno coinvolto anche soggetti di sesso maschile.

Una delle eccezioni è rappresentata dallo studio di un gruppo di ricerca dell’Università di Trento, guidata dal dott. Nicola De Pisapia, che ha analizzato, avvalendosi dell’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, la risposta cerebrale di individui adulti (maschi e femmine) in stato di mind wandering (quel particolare stato di “riposo mentale” in cui non siamo cognitivamente impegnati in nessuna specifica attività e il nostro pensiero è libero di vagare) in reazione a stimoli uditivi corrispondenti al pianto di bambini affamati.

I ricercatori hanno scelto di studiare la risposta neurale in stato di mind wandering poiché rappresenta la modalità di pensiero più comune, che caratterizza quasi la metà della nostra attività mentale quotidiana in stato di veglia. La condizione di non essere focalizzati su alcun particolare stimolo esterno e di ritrovarci “immersi nei nostri pensieri”, è perciò dotata di una elevata validità ecologica.

I risultati dello studio hanno evidenziato che, indipendentemente dal fatto di essere già genitori o meno, il cervello degli uomini e quello delle donne reagisce in maniera differente al pianto dei bambini piccoli.

In particolare, durante l’esposizione al pianto dei bambini, due delle principali aree neurali che formano il default mode network, il circuito responsabile del mind wandering, ovvero corteccia prefrontale mediale e cingolata posteriore, regioni tipicamente associate all’auto-riflessione e al pensiero centrato sul sé, restavano attive negli uomini, mentre subivano una deattivazione nelle donne.

Ciò dimostrerebbe una peculiare modulazione genere-dipendente nella risposta dei circuiti cerebrali alla richiesta del bambino di essere nutrito, che si manifesta in una rapida interruzione dello stato di mind-wandering nelle donne (madri e non).

Questi risultati confermerebbero, a livello evolutivo, una tendenza naturale da parte del genere femminile a una modalità di “cura alloparentale” nei confronti dei figli. Tale predisposizione, infatti, risulta comune a diverse specie di mammiferi, dove le femmine adulte cooperano e si aiutano reciprocamente nella cura della prole.

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EFM, esperienze alla frontiera della morte – Recensione

Recensione del Libro:

EFM, esperienze alla frontiera della morte.

Analisi ricerche e testimonianze per un approccio quantistico della coscienza.

LEGGI TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND 

 

Efm Esperienze-alla-frontiera-della-morte - LocandinaVivere significa morire. Prima o poi tutti ci chiediamo cosa potrebbe esserci dopo la vita o aldilà della vita; le risposte in nostro possesso sono poche, scarse, evasive. 

Si resta affascinati dai racconti di pre-morte narrati dalle persone che hanno attraversato questa esperienza, l’incredulità mista allo stupore rende queste narrazioni piene d’incanto.  Jung (1998) diceva: “Un uomo dovrebbe poter dire di aver fatto del suo meglio per formarsi un concetto della vita oltre la morte, o per creare una qualche immagine di essa, anche se dovesse confessare di non esservi riuscito. Non averlo fatto significa, aver perso qualcosa di vitale importanza”. Quindi, dovrebbe essere importate sapere cosa aspettarsi, creare un archetipo, detto in termini junghiani, dopo aver lasciato la materialità di questa vita. Delle risposte sono state inserite nel libro di Claudia Petricelli, EFM, esperienze alla frontiera della morte edito da Edizione Progetto Cultura per la collana LiberaMente.

In quattro capitoli si illustrano teoria, esperimenti ed esperienze di coloro che per qualche motivo hanno avuto il “privilegio” di vivere questa particolare avventura. Dopo aver parlato di coscienza e dei suoi stati alterati son presentate le teorie di alcuni grandi studiosi che in qualche modo, da sempre, hanno cercato risposte a una delle grandi domande: “Qual è il nostro destino dopo la morte?”.

La soluzione dovrebbe essere contenuta nella così detta esperienza di pre-morte, caratterizzate da diverse fasi, che scandiscono il progredire di questo cammino. La fasi sono inferite dalle molte testimonianze raccontate da coloro che sono tornati in vita, e, quindi, non hanno superato il fatidico confine o punto di non ritorno. Si tratta di dieci fasi, riscontrate a livello transculturale e attendibili, controlli incrociati lo attestano, che ineluttabilmente inducono a un cambiamento di alcuni valori, regole, della persona che ha vissuto questo particolare momento. Ma esattamente di cosa si tratta, di semplice attività cerebrale simile alle fase di sogno o di altro?

Secondo i neuroscienziati si tratterebbe della prima soluzione: durante queste fasi alcune aree del cervello sono sovraeccitate e trasmettono più sinapsi. Al contrario, per i credenti, o per coloro che hanno fede, si tratterebbe di un’esperienza in cui si entra in contatto con l’aldilà, anzi sarebbe la prova evidente dell’esistenza del paradiso, ci sarebbe l’incontro con persone che in qualche modo sono in grado di farci riflettere, danno consigli e fanno sentire ammirati.

Anche alcune droghe o anestetici possono riproporre una esperienza simile, ad esempio l’LSD ha degli effetti fortissimi sulla coscienza, infatti sarebbe in grado di far provare delle esperienze molto simili a quella di pre- morte, come osservare se stessi dal di fuori.

In ogni caso, una simile esperienza provoca un cambiamento dello stile di vita precedente. L’attraversare la luce, che tutti vedono durante l’esperienza di pre-morte, fa sentire accolti, amati, protetti, fino al punto, una volta in vita, di provare meno ansia nell’affrontare la morte e di essere meno legato alla materialità.  Alcuni sopravvissuti sviluppano una maggiore fede, si sentono prescelti e vivono la loro nuova vita apprezzando maggiormente quanto gli si presenta, accettando con più determinazione le avversità poiché si ha la consapevolezza che lo spirito continuerà a vivere aldilà della luce e nella luce.

Non commetterò il tipico errore di considerare ciò che non sono in grado di spiegare come una frode” (Jung, 1998).

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BIBLIOGRAFIA:  

Neuroscienze & Ferormoni: percepire l’odore della Paura

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Come gli animali anche gli esseri umani sono in grado di recepire l’odore della paura o della repulsione, una capacità che può essere utile in situazioni di imminente pericolo.

L’essere umano in fin dei conti è un animale e ha mantenuto nel tempo alcune caratteristiche archetipiche che lo spingono a comportarsi in determinati modi a seconda della situazione.

Una di queste è la comunicazione per mezzo dell’odore di alcune emozioni come ad esempio la paura.

Un recente studio condotto da alcuni ricercatori tedeschi ha raccolto dei campioni di sudore di un gruppo di studenti che aspettava di sostenere un esame in un breve lasso di tempo, confrontandolo con un altro gruppo di studenti che svolgeva esercizi di ciclismo.

Successivamente gli studiosi hanno scansionato il cervello di 28 studenti mentre le due fonti di odori sono state fatte annusare con un’adeguata maschera di ossigeno. Inizialmente gli studenti non riuscivano a discriminare l’odore emesso, ma si è riscontrata una differente risposta del cervello dei partecipanti ai due odori.

Il risultato ottenuto ha indicato che nessuno dei volontari ha individuato a livello cosciente una differenza tra il sudore di chi doveva sostenere l’esame e di chi aveva fatto semplicemente sport.

L’odore di sudore tratto da studenti in trepidante attesa di un esame orale ha portato però ad una maggiore attivazione del cervello di una fascia di aree cerebrali note per essere coinvolte in empatia, emozione, rappresentazione degli stati mentali altrui. Tra queste, l’insula, giro del cingolo, il fusiforme della corteccia e la corteccia prefrontale dorsomediale.

Questa scoperta dimostra che l’odore della paura possa innescare una risposta del cervello emotivo in assenza di consapevolezza cosciente, dunque potrebbe contribuire a spiegare perché siamo a volte mossi da paure apparentemente senza senso, senza registrare alcuna esperienza sensoriale di accompagnamento.

Responsabile della percezione olfattiva inconscia nel senso di timore sono i ferormoni, sostanze rilasciate per mezzo della sudorazione che segnalano a chi ci sta accanto, quali emozioni stiamo provando.

Infatti il senso dell’olfatto umano è molto più sensibile di quando finora si pensasse, e può contribuire a spiegare perché le sensazioni di panico si diffondono rapidamente in gruppo, dove alcuni individui sono particolarmente impauriti.

Si è concluso che il cervello umano orienta automaticamente le regolazioni fisiologiche ai segnali di ansia chemosensoriali, senza dipendere da mediazione cosciente. 

 

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BIBLIOGRAFIA

 

 

Il Disturbo Bipolare: Infanzia e Adolescenza. Report dal Congresso di Pavia

 

Report dal Convegno:

IL DISTURBO BIPOLARE NELL’INFANZIA E ADOLESCENZA

FOCUS SULLA CLINICA E LA TERAPIA

Pavia, Venerdì 20 Settembre 2013 Collegio Nuovo

DISTURBO BIPOLARE NELL’INFANZIA E NELL’ADOLESCENZA: FOCUS SULLA CLINICA E LA TERAPIA - ReportageIl disturbo bipolare in età evolutiva sembra rappresentare un’area poco studiata da parte di neuropsichiatri e psicologi infantili. Nei paesi anglosassoni, invece, è diventato negli ultimi decenni oggetto di grande interesse sia clinico (come dimostra il proliferare di ricerche cliniche: prima del 1980 erano 26, nel 2013 superavano le 700 unità), sia mediatico (come dimostrano alcuni articoli, tra cui la copertina del Time che titolava “Young e Bipolar”: giovane e bipolare).

Seguendo dunque questa riflessione clinica, il convegno tenutosi al Collegio Nuovo di Pavia, non solo ha ripercorso la storia e la diatriba psichiatrica di questa patologia, ma ha anche rappresentato un bello spunto di riflessione circa la terapia (sia farmacologica che psicoterapica) e l’attuale nosografia, coinvolgendo tecnici dell’area psichiatrica così come rappresentanti dell’area psicologica.

 

Il disturbo bipolare fu introdotto nella nosografia psichiatrica alla metà dell’800 con il termine di “follia a doppia forma”, o, secondo altri autori, “follia circolare. Successivamente Kraepelin definì il disturbo “psicosi maniaco depressiva, distinguendolo così dalla schizofrenia.

Si alternarono dibattiti e approcci che attribuivano le cause del disturbo a problematiche endogene (quasi genetiche), oppure – viceversa – a cause ambientali, passando per gli approcci che tendevano a considerarlo frutto di un “impasto” di concause (genetiche ed esperienziali).

Fu il DMS III, negli Anni ’80 a proporre per primo una nosografia separata per i Disturbi Depressivi e i Disturbi Bipolari, che vennero così suddivisi in Bipolare I, Bipolare II e Ciclotimia, abbassando la soglia di inclusione e dando origine ad una vasta area di disturbi indefiniti o sottosoglia.

BIPOLAR DISORDER - TIME - COVER - 2002 Inizierà anche ad affacciarsi l’idea di uno “Spettro Bipolare” (che va dagli sbalzi di umore al disturbo conclamato) e si assisterà a un aumento di incidenza del disturbo, che passerà dal 0.8% al 5% in quegli anni.

E’ lecito interrogarsi su come diagnosi, clinica e disturbi mentali si intreccino ai mutamenti sociali ma anche all’introduzione di psicofarmaci di “largo consumo”. Una riflessione tuttora valida, soprattutto a ridosso della pubblicazione del DSM V che comporta un cambiamento nelle categorie nosografiche, soprattutto per quanto riguarda i pazienti in età evolutiva.

 

E’ interessante notare come il Disturbo Bipolare è stato oggetto di interesse a fasi alterne: negli Anni ’60, infatti, non era considerato appartenere alle fasi evolutive. Si stimava, infatti, che bambini e adolescenti attraversassero costituzionalmente fasi di rabbia, mania e di eventuale disagio e sconforto. Gli stessi terapeuti consideravano la depressione come trasversale ai disturbi psicologici e più che una malattia vera e propria era considerata quasi una posizione della mente.

Oggigiorno si assiste ad un cambiamento di paradigma e si ritiene che l’elevata conflittualità presente nei nuclei familiari, così come nel contesto sociale, possa slatentizzare diversi disturbi e in particolare quello Bipolare, soprattutto in età evolutiva. Ci si interroga così su quali possa essere l’eziologia della patologia e quali interventi possano essere messi in atto per attutirne l’impatto sulla vita del paziente.

 

Le ricerche empiriche dimostrano che vi è una familiarità per tale disturbo (la probabilità di svilupparlo, infatti, aumenta se un parente di primo grado soffre di una patologia psichiatrica). Nonostante l’alta ereditarietà del disturbo (che si attesta intorno al 50% circa) anche i fattori ambientali (livello socio economico, condizioni familiari etc.) concorrono in maniera rilevante alla manifestazione della problematica.

Il disturbo bipolare in adolescenza merita una considerazione ulteriore rispetto alla patologia adulta, perché sembra intersecare le tematiche chiave di questa fase evolutiva, andando cioè a “toccare” 4 aree particolarmente rilevanti:

  • Stima di Sè (che viene messa alla prova dai compiti evolutivi richiesti all’adolescente, pensiamo semplicemente alla scuola, o alle relazioni con i famigliari e i pari);
  • Idee di grandezza (necessarie per certi versi a supportare il Sè in un momento di critica e di interrogazione circa la propria identità e il proprio futuro);
  • Sensi di colpa (piuttosto presente in adolescenza);
  • Affettività depressiva.

Jeammet, uno dei principali autori contemporanei in merito a problematiche adolescenziali, rintraccia tre cause che concorrono al manifestarsi del disturbo bipolare in adolescenza e che possono impattare in modo incisivo il precario equilibrio adolescenziale:

  1. Rifiuto o disistima genitoriale (in particolar modo quella materna);
  2. Disarmonia all’interno della coppia genitoriale (come detto, le ricerche dimostrano che la presenza di conflittualità in famiglia è tra le cause per lo sviluppo di un disturbo psicologico in adolescenza);
  3. Stress emotivo (in particolar modo una delusione sentimentale, divorzio dei genitori, lutti o malattie). La delusione sentimentale rappresenterebbe, per Jeammet, un fallimento profondo per l’adolescente che proverebbe sconforto e angoscia nel non riuscire a stare dentro ad una relazione a due. Questo porterebbe così l’adolescente a viversi come non degno d’amore: incapace di amare e di essere amato.

 

Inoltre, uno dei problemi comuni a chi lavora con soggetti in fase evolutiva, riguarda la diagnosi differenziale, cruciale per impostare un lavoro di cura coerente e soprattutto efficace, a maggior ragione quando – come nel caso del disturbo bipolare – vengono chiamati in causa medicinali che hanno un impatto non certo irrisorio sulla persona.

In genere il Disturbo Bipolare in età evolutiva ha un’alta comorbilità con ADHD, disturbi di ansia, abuso di sostanze, e si distingue da quello adulto per:

  • Episodi di mania con aggressività e rabbia in assenza della grandiosità tipica del disturbo negli adulti;
  • Mancanza di una ciclicità netta;
  • Irritabilità continua e non episodica.

 

Al giorno d’oggi la ricerca e l’attenzione dei ricercatori punta ad individuare le fasi prodromiche dei disturbi mentali (nel 30% dei casi di Disturbo Bipolare l’insorgenza avviene prima dei 17 anni e in concomitanza con ansia, depressione) e ad impostare così interventi mirati di prevenzione primaria che in genere si svolgono al di fuori dei luoghi della grande psichiatria per evitare il rischio di stigmatizzazione.

Un progetto interessante, ancora in fase sperimentale, è rappresentato dal programma “BASIS” (Costola del Progetto OASIS, coordinato dal dott. Paolo Fusar Poli) per la diagnosi precoce che nei quartieri a Sud di Londra cerca di intercettare adolescenti e giovani adulti (15-25 anni) a rischio di Disturbo Bipolare. Il progetto prevede un monitoraggio costante dell’umore dei soggetti inseriti nel programma tramite ipad e app create appositamente, interventi psico-educativi, incontri di psicoterapia e danzaterapia, interventi farmacologici mirati.

Proprio perchè il Disturbo Bipolare comporta una grave compromissione funzionale è importante diagnosticarlo tempestivamente e distinguerlo da altre patologie dell’età evolutiva, come ad esempio ADHD, il Disturbo Oppositivo, il Disturbo della Condotta, il Disturbo Borderline di personalità, e il così detto Severe Mood Disregulation (la nuova categoria diagnostica introdotta dal DSM V).

Tutte queste patologie si differenziano per familiarità e decorso, pur mantenendo per certi versi una linea di continuità.

Ad esempio, il Severe Mood Disregulation ha un esordio più precoce rispetto al Disturbo Bipolare (prima dei 10 anni), presenta crisi di rabbia almeno 2-3 volte la settimana ed è considerato mutualmente esclusivo con il Disturbo Bipolare. Presenta anch’esso comorbilità con ADHD e i pazienti che ne soffrono sviluppano più facilmente disturbi di ansia e depressivi. I tassi di ricaduta risultano piuttosto elevati e il buon accudimento materno si dimostra il miglior fattore prognostico positivo.

Come per il Disturbo Bipolare gli aspetti predittivi negativi sono l’esordio precoce, il livello socioeconomico basso, la comorbilità con ADHD e la familiarità.

 

Uno dei principali problemi per una corretta diagnosi differenziale sembra essere proprio le scale di valutazione utilizzate. A seconda, infatti, delle scale diagnostiche utilizzate risulterebbero diagnosi differenti per una stessa manifestazione. Questo porta un interrogativo mai sopito sulle categorie diagnostiche e, vista l’elevata comorbilità tra ADHD e DB, nel mondo clinico inizia ad affacciarsi l’ipotesi che l’ADHD possa essere, forse, un sottotipo del Disturbo Bipolare.

 

Per concludere, dunque, il Disturbo Bipolare in età evolutiva rappresenta una sfida tuttora aperta per ricercatori e clinici, impegnati sia sul fronte della prevenzione (con l’ideazione e attuazione di interventi di diagnosi precoce che prendano in carico non solo il soggetto ma anche il nucleo famigliare senza stigmatizzarlo), sia sul fronte degli interventi (cercando di affinare le capacità diagnostiche e soprattutto la ricerca sui farmaci da utilizzare).

Tale disturbo, però, rappresenta anche un punto di partenza per una riflessione a tutto tondo sul valore delle categorie diagnostiche e sulle etichette che sembrano ad oggi proliferare.

 

ARGOMENTI CORRELATI: 

DISTURBO BIPOLARE

INFANZIA & ADOLESCENZA 

REPORTAGE DA CONGRESSI & CONVEGNI

 

BIBLIOGRAFIA:

  • AA.VV., “Young and Bipolar”, Time magazine cover, 19 August 2002
  • Jeammet P., 1992, “Psicopatologia dell’adolescenza”, Borla Editore. ACQUISTA ONLINE

PROGETTO OASIS – South London and Maudsley NHS Foundation Trust

VEDI I DETTAGLI DEL CONGRESSO DI PAVIA

La formazione dei tutor a scuola secondo il post-razionalismo

Patrizia Mattioli.

La formazione dei tutor a scuola . - Immagine: © Rido Fotolia.com_.jpgL’approccio del post razionalismo sviluppato da Vittorio Guidano a partire dagli anni 80 rappresenta un cambiamento epistemologico nello studio dei processi della conoscenza. L’attenzione non è più focalizzata su quanto siano attendibili le caratteristiche di un oggetto o un fatto percepito, ma sul punto di vista della persona che percepisce.

Non esiste un ordine esterno predefinito, ma ogni individuo fa riferimento ad un ordine interno personale, a un’Organizzazione di significato personale o Organizzazione del dominio emotiva, che si costruisce intorno ad un nucleo cognitivo/emotivo invariante e caratteristico per ogni individuo, che si differenzia all’interno delle relazioni sociali significative, durante tutto l’arco di vita. L’impegno post razionalista è volto a cogliere la coerenza interna di un Organizzazone di significato personale e non più a modificare le attitudini di un individuo.

Anche a scuola ogni individuo porta un suo Significato personale, per uno studente è un significato in corso di organizzazione. E’ in questo periodo infatti che si consolida l’organizzazione del dominio emotivo che si è andata differenziando nelle fasi evolutive precedenti.

I significati personali si esprimono e si articolano all’interno dei rapporti scolastici e diventano più o meno comprensibili e condivisi dagli altri, in base al livello di comunicazione stabilito.

Il grado di convivenza che si crea a scuola, la rende un luogo in cui si costruiscono necessariamente rapporti significativi all’interno dei quali avvengono scambi emotivi di varia intensità che possono essere elaborati attraverso un significato personale o attraverso un significato comune.

L’intrecciarsi dei significati personali a scuola, costruisce un significato comune che offre ad ognuno un’ immagine di sé che non può più prescindere dagli altri. Possiamo dire che nel tempo si strutturi un’identità scolastica che definisce per ogni partecipante il sentirsi (o non sentirsi) parte di quella comunità. Facendo riferimento a Dodet (2001), potremmo dire che nelle relazioni scolastiche, come nelle relazioni familiari, i rapporti armonici sono caratterizzati da un significato comune per il racconto di vicende comuni, nei rapporti disarmonici invece questo significato si perde e i racconti diventano separati focalizzandosi su aspetti diversi della questione, con attribuzioni diverse rispetto ai rapporti di causa-effetto. Armonia e disarmonia si riferiscono a quanto gli eventi, conflittuali o meno, vengono punteggiati allo stesso modo.

Il principale obiettivo è quello di favorire tra i protagonisti della scuola, la costruzione di significati condivisi.

Il lavoro che presento in questo articolo si riferisce a un progetto che si muove in questa direzione.

Sappiamo che l’adolescenza rappresenta un momento cruciale nel percorso di costruzione dell’identità personale, per i cambiamenti rapidi e vistosi che avvengono in tale fase e per la difficoltà a maneggiare le nuove capacità cognitive e riflessive e a gestire l’oscillazione tra spinta all’autonomia e mantenimento dell’attaccamento.

In questa oscillazione si inserisce il rapporto con i pari a sostegno del momento di transizione.

L’importanza che riveste il rapporto con i pari è uno degli elementi alla base della strategia di Peer Education utilizzata nei Progetti di Accoglienza offerti da un numero sempre maggiore di istituti.

Anche la Peer Education è il risultato di un cambiamento epistemologico negli interventi di prevenzione e promozione della salute, avvenuto negli anni novanta. Prima c’era un esperto che insegnava e un alunno che passivamente riceveva. Il nuovo paradigma interviene nel gruppo attraverso alcuni suoi componenti, tiene conto cioè di alcuni aspetti importanti della rivoluzione adolescenziale: l’elemento centrale è la trasmissione orizzontale del sapere.

Per essere in grado di governare il progressivo emergere del senso di solitudine epistemologica (Chandler 1975), l’adolescente deve continuamente porre il proprio senso di sé e della vita al centro della propria esperienza quotidiana, il nuovo paradigma considera l’adolescente proprio come soggetto attivo, in grado di costruire il proprio sviluppo e lo pone al centro degli interventi, in diritto di partecipare in modo attivo e consapevole alla propria formazione.

Il passaggio alla scuola superiore è un evento potenzialmente critico, in un periodo della vita considerato ad alto rischio rispetto all’insorgenza di svariati quadri psicopatologici.

L’adolescente si trova inserito in un nuovo gruppo artificioso, la classe, imposto dagli adulti per motivi precisi che rappresenterà buona parte della sua realtà sociale con dinamiche, problemi e potenzialità particolari, in grado di generare oscillazioni emotive intense, a volte destabilizzanti.

Questo fattore di rischio, spinge le Istituzioni alla ricerca di culture preventive mirate alla promozione della salute, salute intesa non come assenza di malattia ma come stato di benessere perpetuato attraverso lo sviluppo delle potenzialità personali e collettive, per esempio lo sviluppo di buone relazioni tra adolescenti, e conseguentemente l’abbassamento del rischio di disagio. La salute che noi possiamo definire come la costruzione continua di un significato condiviso, è qualcosa che si crea e si produce costantemente all’interno dei luoghi della quotidianità, come lo è la scuola, ed è in relazione alle azioni dei suoi protagonisti.

I Progetti Accoglienza prevedono un percorso di accompagnamento degli studenti del primo anno della scuola superiore, realizzato attraverso un gruppo di coetanei degli anni successivi, preventivamente formati a questo scopo. A partire dal primo giorno di scuola e per alcuni giorni i primini vengono accolti in classe dai compagni più grandi che li stimolano e li sostengono nella conoscenza reciproca e nella costruzione del gruppo classe attraverso una serie di attività guidate, l’illustrazione delle novità della scuola superiore, la guida nel giro conoscitivo della scuola..

L’abbassamento delle attivazioni emotive favorisce l’inizio della reciprocità e la costruzione del senso di appartenenza al nuovo gruppo. Si realizza così un modulo di prevenzione primaria che si basa sullo stare bene a scuola, e consente di uscire dalla logica dell’emergenza che genera azione solo di fronte a problematiche conclamate.

Le ricadute di queste attività sono molteplici, a partire dalla prevenzione di fenomeni di nonnismo e bullismo grazie alla relazione che si crea tra primini e tutor che prosegue al di là delle prime settimane di accoglienza..

L’effetto sociale e socializzante dell’intervento dei Peer sul gruppo classe, ha impatto sui Peer per primi, che per arrivare ad essere tali hanno seguito un corso di formazione in cui per primi si sono trovati a fare l’esperienza di entrare in un gruppo nuovo.

Il Progetto Accoglienza prevede infatti due fasi: una fase di formazione degli studenti che ricopriranno la funzione di tutor e una fase di accoglienza.

La fase di formazione comincia con la selezione degli studenti del terzo anno da formare. La selezione avviene attraverso le indicazioni degli studenti stessi e degli insegnanti, e di un breve colloquio individuale. Si tiene conto soprattutto delle capacità empatiche del ragazzo, dell’interesse e della curiosità verso il progetto, della motivazione a investire il suo tempo e la sua energia e infine ma soprattutto, della possibilità che egli stesso per primo tragga benefici dall’esperienza del gruppo e ne possa usufruire nella sua stessa classe; viene quindi privilegiata la selezione di ragazzi che sembrano avere meno strumenti relazionali e sono motivati a migliorarli. Si mira a rinforzare quello che sembra il polo più debole di un gruppo.

Il percorso di formazione è molto orientato alla crescita emotiva, alla costruzione di strumenti per il riconoscimento, la comprensione e il rispetto degli stati d’animo personali e di quelli degli altri, all’aumento della capacità di gestione delle relazioni e della frustrazione; in sintesi, per dirla in termini post razionalisti, a costruire/articolare la capacità di organizzare la conoscenza, di autorganizzarsi, compatibilmente con le possibilità della fase evolutiva.

Questo viene portato avanti tenendo conto dei principi del post razionalismo tenendo cioè presente che:

– “ …. le emozioni, e in generale l’affettività, hanno un ruolo primario nella conoscenza..” anzi: “..emozioni e affettività sono forme di conoscenza…” (Guidano 1992);

– “…ogni conoscenza è intrinsecamente interazionale e “partecipatoria”: si basa cioè sulla reciproca negoziazione di un mutuo consenso, piuttosto che sulla trasmissione in quanto tale, di informazioni da un sistema a un altro” (Guidano, 1988);

– E’ l’attivarsi dei processi emotivi che consente il cambiamento (la formazione) “…l’affiorare di nuove esperienze emotive, aggiungendo nuove tonalità del sentire nella configurazione unitaria dei temi affettivi di base, può incidere sulla sua autoregolazione e modificare la modulazione prodotta dall’esperienza immediata, facilitando così un riordinamento dei pattern di coerenza del significato personale.” (Guidano 1992);

– La consapevolezza di sé è “un processo costruttivo autoreferenziale che determina in gran parte la forma che l’esperienza personale finisce con l’assumere…” (Guidano 1992);

– un cambiamento o meglio un ri-ordinamento può avvenire per la presenza simultanea di due processi fondamentali: un effetto discrepante derivante dalla situazione in sè e dalla spiegazione offerta dal terapeuta (dal conduttore) e un livello adeguato di coinvolgimento emotivo (consentito dal gruppo) (Guidano 1992);

Durante la formazione i ragazzi devono sperimentare eventi emotivamente significativi che possano essere attribuiti a sé e favorire l’integrazione in corso, piuttosto che risultare disturbanti.

Il conduttore cerca di stimolare tali eventi.

La rete di relazioni costruite nel gruppo facilita l’assimilazione di nuove esperienze in quanto comuni e condivise.

Il gruppo è dunque un momento di esplorazione e messa alla prova personale.

E dal momento che si considera l’apprendimento come un’attività che implica costruire un significato per le esperienze, allora la formazione deve solo creare le condizioni per l’apprendimento lasciando la responsabilità di quest’ultimo ai peer educator stessi, in un certo senso la formazione dei peer è autoformazione.

Nella seconda parte dell’articolo si parlerà di come la peer education viene praticamente applicata in ambito scolastico.

FINE PRIMA PARTE.

LEGGI ANCHE: 

APPRENDIMENTO – RAPPORTI INTERPERSONALI – ADOLESCENTI

IL COUNSELING IN ADOLESCENZA

 

BIBLIOGRAFIA:

 

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