Le idee disfunzionali di Albert Ellis

Le idee disfunzionali sono tali perché impongono all’individuo una visione estremizzata della realtà, determinando schemi comportamentali poco efficaci

ID Articolo: 196612 - Pubblicato il: 12 dicembre 2022
Le idee disfunzionali di Albert Ellis
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Ellis individuò varie organizzazioni cognitive, tacite filosofie, ideologie o convinzioni disfunzionali di pensiero che ricorrono nella maggior parte dei problemi psicologici che chiamò idee irrazionali.

 

La Rational Emotive Behavioral Therapy (REBT)

Albert Ellis è considerato uno dei padri della Terapia Cognitivo Comportamentale grazie allo sviluppo della REBT che rappresenta probabilmente il primo modello formale di intervento psicoterapeutico CBT. Ispirandosi dichiaratamente alla terapia dei costrutti personali di Kelly (personal construct therapy, PCT) che ritiene come gli essere umani si siano evoluti grazie alla loro capacità di fare ordine nel mondo caotico sviluppando schemi previsionali che consentano di affrontarlo efficacemente e di sopravvivere alle sue insidie, Ellis e Beck sostenevano che le credenze – tra cui quelle da loro definite inizialmente irrazionali -, i pensieri automatici e gli atteggiamenti disfunzionali, dipendessero dagli schemi che ci formiamo per comprendere gli eventi significativi della nostra vita.

Più di ogni altra forma di psicoterapia, la REBT presenta solide basi filosofiche che orientano attivamente l’intervento del terapeuta che si ispira all’idea dei filosofi stoici secondo cui sono le persone a scegliere se venire turbate dagli eventi o per dirla come Epitteto: “non sono i fatti in sé che turbano gli uomini, ma i giudizi che gli uomini formulano sui fatti”.

Le cose in realtà si sono dimostrate ben più complesse, in quanto nella determinazione degli schemi cognitivi utilizzati dall’individuo, un ruolo importante viene svolto sia dagli “strumenti” concettuali a disposizione per elaborare i dati sensoriali, i bias mentali, sia dalle metacognizioni, dalle regole cioè prevalentemente inconsapevoli che definiscono “sincreticamente” una vasta gamma di significati. Tuttavia, uno dei primi e più importanti principi della REBT, che afferma che i pensieri sono tra i più importanti fattori che determinano le reazioni emotive, resta di grande attualità scientifica. In altri termini noi “sentiamo” ciò che pensiamo.

L’accettazione di questo paradigma opera una grande rivoluzione interpretativa rispetto al sentire comune, in quanto non sono le situazioni o gli eventi che ci accadono a provocare in noi le reazioni emotive, quanto piuttosto le nostre percezioni degli eventi e le conseguenti attribuzioni e valutazioni, prevalentemente soggettive, che operiamo su di essi.

Ammettendo quindi che molto spesso sono i processi di pensiero che determinano e definiscono le emozioni e che la maggior parte dei pensieri viene rappresentato tramite l’uso di parole o frasi, se ne può dedurre che la maggior parte delle emozioni si producono e si mantengono in strettissima relazione con i processi del dialogo interno o con le asserzioni ripetitive che si svolgono più o meno consapevolmente nel sistema cognitivo dell’individuo.

Le idee disfunzionali o idee irrazionali

La gamma di concetti, idee e pensieri di natura irrazionale, illogica, superstiziosa o magica, utilizzata dagli esseri umani, risulta estremamente vasta ed in questa estrema varietà Ellis individuò varie organizzazioni cognitive, tacite filosofie, ideologie o convinzioni disfunzionali di pensiero che ricorrono nella maggior parte dei problemi psicologici.

Chiamò questi schemi cognitivi “idee irrazionali”, riscontrando la ricorrenza di quattro categorie generali nelle quali ricondurle:

  • affermazioni di dovere, implicanti esigenze e pretese irrealistiche ed assolutistiche sugli eventi, le situazioni e gli individui. I doveri vengono vissuti come obblighi imprescindibili, non modulabili, imposti dogmaticamente agli altri ed a noi stessi, obblighi sui quali si è perduta la capacità di analisi e valutazione non solo riguardo alla loro convenienza ma talvolta sulla loro stessa realizzabilità;
  • affermazioni di “terribilizzazione”, che esagerano e colorano emotivamente le conseguenze negative di una data situazione, anticipando inconsapevolmente i peggiori esiti immaginabili che ne impediscono una valutazione oggettiva e proporzionata;
  • affermazioni di “bisogno”, caratterizzate da esigenze arbitrarie credute necessarie o addirittura indispensabili all’individuo per sopravvivere o per poter vivere una vita adeguata;
  • affermazioni di “valore” che implicano la valutazione globale della personalità propria o altrui subordinando il valore individuale alla presenza o meno di alcune condizioni. L’errore fondamentale, così determinato, consiste nel trasferire alla natura intrinseca di un essere umano (ciò che sono), valutazioni o giudizi che invece riguardano esclusivamente le prestazioni intrinseche (ciò che faccio).

Nell’analisi della struttura concettuale delle idee irrazionali, il primo livello che incontriamo è quello inferenziale, la tendenza cioè ad attribuire arbitrariamente un significato non riconducibile al fatto in premessa; inferire deriva dal latino e significa esattamente portare dentro, e rappresenta un processo psicologico che ci induce ad assumere automaticamente alcune implicazioni che non sono necessariamente ricomprese nel significato oggettivo.

Il secondo sono gli obblighi o le pretese che rappresentano pensieri tassativi su come dovrebbe essere la realtà, una sorta di visione rigida e assoluta che tende ad asservire la realtà alle nostre convinzioni personali; tali assunzioni sono rigide, dogmatiche ed assumono la caratteristica del pensiero unico e ritengono che esista una sola visione della realtà, della verità, del bene ecc.

Il terzo e più importante processo attuato sono le valutazioni, o per dirla meglio le assunzioni di valore che vengono applicate a tutte le situazioni, secondo una scala personale e soggettiva che determina l’importanza percepita del singolo accadimento. Il processo di valutazione coinvolge indifferentemente le implicazioni relative alla qualità della propria vita, alle altre persone ed anche a noi stessi e, come abbiamo visto, la tendenza è quella di applicarlo al proprio valore personale, determinando il modo in cui la persona considera se stessa, ponendosi di fatto come fondamento del concetto di autostima.

In questi termini la sequenza presentata si discosta da quella indicata inizialmente da Ellis perché ritiene che l’elemento nucleare determinante sia proprio il processo valutativo associato alla mancata soddisfazione della pretesa deontica. In realtà il dibattito riguardo alla priorità delle preposizioni deontiche (che postulano doveri), rispetto a quelle assiomatiche (che postulano valori) aveva già interessato sia Ellis sia De Silvestri e, sebbene al riguardo siano state assunte posizioni diverse, quello che appare chiaro è che tanto le preposizioni deontiche quanto quelle assiomatiche sono capaci di determinare disturbi e sofferenza se, e solo se, assolutizzano valori e doveri.

In effetti il nucleo patogeno sembra basarsi proprio sull’assolutizzazione del principio rappresentato; tutti noi crediamo e ci avvaliamo di regole che ci guidano nei nostri orientamenti e nelle nostre scelte, essere onesti, leali ecc. sono principi ai quali cerchiamo di adeguarci. I problemi insorgono quando una di queste convinzioni diviene imperativa ed imprescindibile e comporta quindi un adeguamento impellente e incondizionato; prendiamo l’esempio del rubare: siamo concordi nel ritenere che sia un’azione riprovevole, ma se io rubassi del cibo per salvare la vita ad una persona questo comportamento sarebbe ugualmente biasimevole? O al contrario apparirebbe come una azione nobile?

Cercare di essere competenti nel proprio lavoro è certamente positivo, ma assumere di doverlo essere sempre, in ogni situazione indipendentemente dalle specifiche circostanze, condanna la persona ad un’ansia costante perché, data l’ambizione irrealistica del proposito, gli obiettivi fissati, che sono assoluti, non potranno essere realizzati, determinando conseguentemente un perdurante e radicato senso di inadeguatezza e di disvalore personale.

Le idee disfunzionali sono tali perché impongono all’individuo una visione estremizzata della realtà, in genere refrattaria ad ogni considerazione alternativa, determinando schemi comportamentali poco efficaci, spesso non riconducibili agli obiettivi desiderati o ritenuti utili dall’individuo, e definendo valutazioni cognitive dannose. Infatti l’attivazione emotiva deriva fondamentalmente dalle valutazioni primarie che definiscono quanto sia rilevante l’esperienza al fine del raggiungimento dei propri obiettivi determinando quale emozione proveremo e se questa risulterà funzionale o meno.

Va chiarito che, sebbene Ellis abbia precisato che la sua definizione di razionale era riferita alla tendenza di pensare, sentire e comportarsi in modo essenzialmente funzionale rispetto agli obiettivi della nostra vita, tendenza che deve aiutarci a scegliere valori e scopi utili al mantenimento della nostra sopravvivenza ed al raggiungimento del nostro benessere, si è poi ritenuto opportuno (De Silvestri) adottare il termine meno equivoco di “funzionale”, che esemplifica più chiaramente l’adozione di una visione più relativa ed utilitaristica, che adotta schemi basati sulla loro aderenza a tre principi: la corrispondenza alla realtà percepibile e dimostrabile; l’efficacia nell’affrontare e risolvere le difficoltà riscontrate nel vivere quotidiano; la determinazione di correlazioni emotive adeguate.

L’origine delle idee disfunzionali

Ma come si generano le Idee Irrazionali? Ebbene esse nascono quali strumenti utili per definire il proprio mondo, come regole generali che ci aiutano ad anticipare gli eventi avendo a disposizione un modello concettuale che ci dica come è utile comportarci; si pensi ad esempio all’utilità di essere accolti e considerati dal proprio gruppo di appartenenza, oggi sembra essere soltanto una questione di accettazione sociale, ma quando ci muovevamo in piccoli clan di 50/60 individui l’accoglienza da parte del gruppo era veramente fondamentale per la sopravvivenza dell’individuo.

Ogni essere umano si forma delle idee di come va o di come dovrebbe andare il mondo, il problema è che queste aspettative o desideri si possono trasformare in pretese e in assunti deontici riflettendo aspettative irrealistiche su eventi o persone spesso riconducibili alle locuzioni devo – devi— è indispensabile.

La formazione di questi schemi si sviluppa sin dai primi anni, prosegue per tutta la vita e si concretizza nell’utilizzo di modelli interpretativi e valutativi finalizzati a spiegare e gestire gli eventi significativi. Poiché essi vengono sviluppati in un’età nella quale non si dispone di sufficienti elementi discriminativi, questi vengono assunti come implicitamente veri e quindi interiorizzati non come ipotesi concettuali ma come una esatta definizione della realtà.

Questo determina due ulteriori significative conseguenze, la prima è che per concettualizzare queste regole utilizziamo strumenti cognitivi molto grossolani, fortemente condizionati dai vari bias e dai vari processi distorsivi, come gli assunti illogici, le deduzioni falsate, le nozioni dogmatiche o assolutistiche, il pensiero dicotomico, le generalizzazioni ecc.; la  seconda è che, rappresentando apparentemente la realtà, questi schemi saranno considerati veri a prescindere e quindi saranno automatizzati a tal punto nel loro uso operativo da renderli di fatto inconsapevoli.

Ne consegue l’adozione di forme di pensiero estremamente rigide, che portano le persone ad utilizzare una serie limitata di strategie, spesso obsolete perché incapaci di cambiare e di adeguarsi al mutamento delle situazioni.

La rigidità cognitiva di una persona si manifesta nell’incapacità di costruire nuove e più appropriate rappresentazioni del mondo ma anche di se stesso e degli altri, mantenendo una pervicace aderenza alle vecchie idee saldamente fissate nella mente.

Quando si crea una discrepanza fra le nostre aspettative e la realtà percepita si genera uno stato di attivazione emotiva che può essere risolta, secondo Piaget, mediante assimilazione o accomodamento. La creazione di un nuovo schema interpretativo è una forma di accomodamento, si cercano nuovi modelli, nuove informazioni, ipotesi alternative, sviluppando il pensiero divergente e creativo; di contro l’assimilazione consiste invece nel mantenere immodificato lo schema interpretativo, tralasciando i dati discordanti e adeguando ad esso la propria percezione della realtà, ignorando semplicemente la falsificazione dell’aspettativa.

In genere noi tutti propendiamo per questa seconda modalità dato che l’accettazione di questi schemi fissi, delle regole assolute, degli stereotipi, dei cliché, risponde ad una precisa esigenza di risparmio psichico, ci consente cioè di disporre di rapide risposte automatiche senza che sia necessario impegnare la sfera cosciente in continue ed estenuanti analisi; sebbene quindi, apparentemente, essa sembri risultare una modalità rapida ed efficace per affrontare la realtà nel medio e lungo periodo rappresenta in realtà una grave difficoltà nel processo di autosviluppo individuale perché impedisce il formarsi di una visione personale indipendente, centrata sui reali bisogni e necessità della persona, che, sarà così portata inconsapevolmente ad utilizzare sempre più frequentemente i modelli già pronti, senza assumersi l’onere di sviluppare regole più articolate e complesse per adeguarsi di volta in volta alle situazioni di vita.

Un esempio classico lo troviamo nel pensiero magico che, secondo la psicologia dello sviluppo di Jean Piaget, sarebbe una forma arcaica di pensiero, tipico della fase magico-animistica attraversata dal bambino nella fascia di età dai due ai cinque anni, detta dell’«egocentrismo». In seguito si attraverserebbero altre tappe, l’ultima delle quali consiste nell’acquisizione delle capacità cognitive proprie della logica ipotetico – deduttiva.

Il pensiero magico dunque per Piaget scomparirebbe del tutto nella persona adulta, venendo sostituito da un approccio più razionale e concreto alla realtà. Questa concezione ha portato a identificare la logica come la forma di pensiero più elevata, come se la razionalità ipotetico – deduttiva propria dello scienziato fosse quella più idonea a definire la natura del pensiero umano.

Più recentemente, però, gli studi effettuati sui bias mentali hanno evidenziato come anche gli adulti, ordinariamente, ricorrono al pensiero magico, dimostrando come questa forma di pensiero continui a persistere nella psiche continuando ad assolvere a tre principali funzioni, ovvero quella difensiva, propiziatoria e conoscitiva.

Messaggio pubblicitario Di conseguenza il pensiero magico e il pensiero razionale si configurano come due strutture mentali compresenti nell’adulto, due forme di pensiero sostanzialmente diverse ma in costante interazione nella definizione della realtà e, diversamente da quanto prospettato dal grande psicologo svizzero, non esiste una vera e propria maturazione lineare da un pensiero infantile a un pensiero pre-logico e logico formale nell’adulto.

Nell’adulto, ritroviamo infatti le stesse strategie cognitive e le scorciatoie intuitive che registriamo nel bambino, cosa che del resto non dovrebbe stupirci visto che molti processi distorsivi rappresentano gli strumenti iniziali con i quali costruiamo gradualmente le nostre rappresentazioni mentali più complesse.

Le Idee Disfunzionali sono quindi dei modelli rigidi e stereotipati che, interpretando automaticamente la realtà, cercano costantemente di assimilarla alle convinzioni sostenute, sottraendosi al principio di verifica e di adattamento; invertendo l’ordine dei fattori, anziché essere l’individuo ad adattarsi alla realtà, si cerca di piegare questa alle proprie aspettative, determinando risposte emotive sempre dannose, proprio in ragione di questa continua inaccettabilità delle situazioni percepite.

L’intervento sulle idee disfunzionali

Se dunque i disturbi psichici sono considerati in gran parte (sebbene non completamente) in funzione delle percezioni, delle rappresentazioni e delle valutazioni che ci formiamo in merito agli avvenimenti che ci accadono, ne consegue che gli stati emotivi patologici o disfunzionali sono, in larga parte, il risultato di processi disfunzionali del pensiero. Quindi uno dei modi in cui si potrebbe migliorare il senso di benessere personale sarebbe quello di controllare le emozioni spiacevoli o dannose potenziando le nostre capacità di descrivere e rappresentare la realtà percepita, modificando gli schemi di pensiero e le idee che li determinano e li sostengono.

In tal senso l’adozione del metodo scientifico viene proposto come un modello interpretativo alternativo e più adatto a sviluppare il benessere psicologico. L’individuo si adatta meglio alla realtà quando è in grado di sottoporre a verifica le proprie premesse, esamina la validità e utilità delle proprie convinzioni ed è disposto a prendere in considerazione idee alternative.

In quanto esseri umani non possiamo evitare di generare ipotesi influenzate dai nostri desideri e dalle nostre aspettative e di tendere spontaneamente verso i dati che si accordano con esse; è questo che rende impossibile l’adozione di un ragionamento obiettivo e razionale che sia del tutto estraneo alla soggettività del senziente.

Possiamo però cercare di avvicinarci a considerazioni più oggettivabili assumendo diverse linee guida: se accetto che quello che penso non è necessariamente vero, mi sarà più facile adottare pratiche regole di verifica; se sviluppo il metodo costruttivista, tenderò ad approfondire la visione del mondo attraverso l’analisi della sua complessità rifuggendo da semplicistiche scorciatoie.

La visione relativistica proposta ci porta quindi a formulare una posizione apparentemente molto forte e cioè che molte delle nostre convinzioni, schemi, percezioni e verità in cui crediamo potrebbero essere erronee o inadeguate. L’idea di mettere in discussione il nostro sistema di convinzioni più radicato ci risulta particolarmente ostica in quanto confligge con una delle distorsioni più significative, quella definita epistemologia narcisistica ovvero: dato che lo penso è vero.

È intuibile che l’analisi critica dell’insieme di concetti, principi, idee e pensieri che risultano collegati tra loro in modo tale da influenzarsi e rinforzarsi reciprocamente, non necessariamente in modo coerente o logico, ma sicuramente in modo assertivo, richiede un onere rilevante che trova la sua giustificazione nell’obiettivo fissato dalla psicoterapia che, come ha detto Kelly:

…deve concentrarsi sulla creazione di nuove ipotesi e previsioni che costituiscano un livello più elevato verso l’invenzione di un nuovo sistema di significati, piuttosto che cercare di riparare o rattoppare i guasti del sistema corrente.

I problemi psicologici non sono necessariamente il prodotto di forze misteriose o impenetrabili, ma spesso derivano da procedimenti più ovvi, come un apprendimento sbagliato, deduzioni ed informazioni errate, confusione tra immaginazione e realtà, accettazione acritica di processi distorsivi; ne consegue che possono essere padroneggiati affinando le capacità discriminatorie, correggendo i concetti errati e imparando modalità di pensiero più adattative.

Questo richiede un grande impegno, così come a ben guardare lo richiede la normale vita quotidiana che ci impone un adattamento ad una realtà che è divenuta così complessa, così interconnessa con migliaia di fattori assolutamente imprevedibili da apparire il più delle volte assolutamente ingestibile.

L’uomo moderno è continuamente costretto a prendere decisioni più o meni rilevanti rispetto alla propria vita, come guidare un’automobile, fare degli investimenti finanziari, cambiare lavoro o luogo di residenza, trovandosi a dover distinguere tra situazioni che sono realmente pericolose e quelle che semplicemente sembrano pericolose, dovendo analizzare e confrontare migliaia e migliaia di dati disponendo di strumenti cognitivi che non sono adeguati a tale compito.

Questo contrasta con l’idea di molti psicologi che sognano di descrivere la mente e i suoi processi in modo tanto economico da rendere la psicologia semplice e precisa; ma questo non tiene conto del fatto che il funzionamento della nostra mente non dipende da poche e semplici regole perché, durante il lungo periodo dell’evoluzione, il nostro cervello ha accumulato molti meccanismi, che hanno dovuto rispondere a esigenze diverse e talvolta antitetiche nel continuo confronto con la mutevolezza della realtà vissuta.

Per questo l’alternativa proposta dalle scienze cognitive va nella direzione opposta alla semplificazione imperante e promuove la complessità suggerendo che l’unica risposta possibile per un buon adattamento è l’adozione di teorie interpretative adeguatamente complesse, tali da poter affrontare con successo la complessità della realtà che siamo chiamati a vivere.

Ma il cammino non sembra semplice perché, come sosteneva Diderot, il maggior filosofo dell’illuminismo francese:

L’intelletto ha i suoi pregiudizi, il senso le sue incertezze, la memoria i suoi limiti, l’immaginazione le sue oscurità, gli strumenti la loro imperfezione. I fenomeni sono infiniti, le cause nascoste, le forme, forse, transitorie. Contro tanti ostacoli che troviamo in noi stessi e che la natura ci pone dal di fuori, disponiamo solo di un’esperienza lenta e di una ragione limitata.

Affermando come la sua concezione di ragione non assomigliava affatto a quella caricatura della “ragione illuministica” di cui possiamo leggere purtroppo ancora troppo spesso anche in alcuni manuali di psicologia.

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Bibliografia

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  • Paivio, A. (1986). Mental Representations. A dual coding Approach. New York: Oxford University  Press.

 

 

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