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Disturbo Borderline di Personalità: che ruolo ha la ruminazione mentale?

L’eccessiva ruminazione mentale è ormai riconosciuta come uno dei principali responsabili dei disturbi depressivi (Caselli, Giovini, Giuri & Rebecchi, in press) e uno dei principali bersagli della psicoterapia. Recentemente alcuni autori hanno suggerito che questo stile di pensiero può essere responsabile della difficoltà nel gestire le emozioni negative tipica dei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità (BDP). 

La ruminazione mentale è uno stile di pensiero caratterizzato dalla continua e ripetitiva analisi delle cause e delle conseguenze dei propri problemi e del proprio malessere (es: Perché mi capita? Perché reagisco sempre in questo modo).

L’eccessiva ruminazione mentale è ormai riconosciuta come uno dei principali responsabili dei disturbi depressivi (Caselli, Giovini, Giuri & Rebecchi, in press) e uno dei principali bersagli della psicoterapia. Recentemente alcuni autori hanno suggerito che questo stile di pensiero può essere responsabile della difficoltà nel gestire le emozioni negative tipica dei pazienti con Disturbo Borderline di Personalità (BDP). 

Gli individui con BDP provano emozioni negative particolarmente intense e durature e ciò può portarli a mettere in atto comportamenti disregolati e impulsivi, che vanno da aggressività verbale a comportamenti compulsivi (es: abbuffate) a gesti autolesivi.

Le teorie psicologiche suggeriscono che questi comportamenti abbiano lo scopo di eliminare la sofferenza emotiva (cercando di influenzare il comportamento degli altri o anestetizzandosi attraverso l’uso di sostanze). Tuttavia queste strategie nascondono conseguenze negative e non sempre sono efficaci.

Una recente ricerca (Selby et al., 2009) ha dimostrato che la ruminazione mentale può essere responsabile di questa rapidissima ‘cascata’ emotiva verso stati di intensa sofferenza.

In situazioni di comune disagio, la ruminazione mentale agisce come una pompa che intensifica le emozioni negative producendo uno stato di disagio talmente intenso che diventa difficile sostenerlo senza reagire in modo impulsivo.

Se questi risultati verranno confermati dalla futura ricerca, allora interventi sulla gestione del proprio stile di pensiero e sul controllo della ruminazione mentale potranno essere molto utili anche nel psicoterapia del Disturbo Borderline di Personalità.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Neurobiologia e aggressività reattiva e strumentale

La scienza criminologica e la psicopatologia forense pongono in questi ultimi anni sempre maggiore enfasi sullo studio del rapporto tra atto aggressivo-violento e funzionamento di determinate aree cerebrali.

In questo cotesto, Stracciari, Bianchi e Sartori (2010) notano come le funzioni psichiche riconducibili alle categorie giuridiche della capacità di intendere e di volere rispetto all’atto aggressivo-violento siano tutte in qualche modo legate alla funzionalità del lobo frontale. Più specificamente, Blair e collaboratori hanno osservato che gli psicopatici, caratterizzati da una scarsa capacità empatica, sono predisposti a forme di “aggressività strumentale” e non a quelle di tipo “reattivo” (Blair, Mitchell e Blair, 2005); una distinzione questa, da tempo accettata dalla comunità scientifica, su cui è il caso di spendere qualche parola in più.

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Nell’aggressività reattiva è un evento frustrante o minaccioso ad attivare il soggetto suscitando frequentemente rabbia. Per contro, l’aggressività strumentale è quella finalizzata a uno scopo, che in genere non riguarda la sofferenza della vittima ma, piuttosto, il dominio su quest’ultima, o l’ascesa nella gerarchia di un gruppo.

Aggressività reattiva e strumentale sembrano mediate da due differenti sistemi neurocognitivi. L’aggressività reattiva è l’esito della risposta animale a una minaccia percepita come ineludibile. Infatti, in generale, se la minaccia è modesta, l’animale risponderà col cosiddetto freezing, ossia paralizzandosi come se fosse istantaneamente congelato. Se la minaccia è più grave e pericolosa, l’animale tenterà la fuga.

A livelli estremi, quando la minaccia è imminente e la fuga impossibile, l’animale attiverà una risposta aggressiva di tipo, appunto, reattivo. Anche l’uomo può aggredire reattivamente perché percepisce uno stato di minaccia reale o perché è insufficiente la regolazione dei sistemi neuronali che mediano questa forma di aggressività.

Una terza possibilità è che la minaccia non sia reale ma sia percepita come tale, in associazione con un’iperattivazione dei sistemi neurali a base filogenetica che mediano la risposta alla minaccia percepita. Come già detto, invece, la maggior parte delle condotte antisociali (frodare, rubare, rapinare, nonché procurare lesioni o uccidere) è di carattere strumentale, e quando un soggetto le mette in atto è probabile che attivi gli stessi sistemi neurocognitivi chiamati in causa per ogni altro agire finalizzato a raggiungere uno scopo (Blair, Mitchell e Blair, 2005; Ceretti e Natali, 2009).

Per approfondire ulteriormente le differenze tra violenza reattiva/impulsiva e strumentale e i loro correlati neurobiologici occorre fare una breve digressione sulle cosiddette capacità di regolazione emotiva, limitando il campo a come questo aspetto viene analizzato nell’ambito più prettamente criminologico.

Dazzi e Madeddu (2009) riportano la fondamentale suddivisione delle capacità di regolazione emotiva in processi involontari e volontari. Nel primo caso si tratta delle risposte automatiche del soggetto agli stimoli emozionali. I processi volontari si riferiscono invece all’abilità del soggetto di utilizzare risorse percettive (come l’attenzione) e di inibire risposte comportamentali al fine di regolare comportamenti ed emozioni. È ovvio che processi involontari e volontari si integrano in una capacità regolatoria complessa: soggetti con alta reattività (quindi con bassa soglia di eccitabilità neurovegetativa) possono bilanciare questa vulnerabilità se in grado di esercitare funzioni volontarie di controllo.

Tornando ora alla distinzione tra aggressività reattiva e strumentale, è possibile affermare che il deficit delle funzioni regolatorie e di controllo emotivo rappresenti il substrato biologico dell’aggressività reattivo-impulsiva, tipico dei disturbi di personalità “esplosivi”, delle patologie da discontrollo degli impulsi episodico e di parte dei disturbi antisociali (Dazzi e Madeddu, 2009). Un deficit nell’area dell’apprendimento e della capacità di comprensione mentalistica della mente altrui sarebbe invece il substrato per l’aggressività strumentale, non reattiva, tipica della psicopatia.

I correlati neuropatologici dell’aggressività prevalentemente reattiva trovano sempre maggiore conferma nei dati di neuroimaging funzionale. Si è visto per esempio che due pazienti con danno a livello della corteccia prefrontale subìto nella prima infanzia mostravano comportamenti apertamente violenti (Anderson et al., 1999). Le regioni cerebrali compromesse in questi soggetti includevano più specificamente le aree ventrale, mediale e aspetti polari della corteccia prefrontale.

Similmente, Grafman e collaboratori (1996) hanno valutato 279 veterani della guerra del Vietnam riscontrando che il danno frontale è correlato con reazioni violente e aggressività. Anche Raine e collaboratori (2000) hanno rilevato che soggetti con personalità aggressiva impulsiva presentavano una riduzione dell’11% della sostanza grigia a livello della corteccia prefrontale. Il danno alla corteccia orbito-frontale correlerebbe quindi con l’aggressività di tipo reattivo, principalmente attraverso una disregolazione dei sistemi del tronco cerebrale, normalmente regolati dalla corteccia orbito-frontale, coinvolti nella mediazione delle risposte di base alla minaccia; questo danno quindi potenzialmente accresce il rischio di violenza reattiva alla minaccia/frustrazione. I pazienti con lesione orbito-frontale mostrano in effetti un rischio elevato di aggressività reattiva (Dazzi e Madeddu, 2009).

Così come le disfunzioni frontali hanno dimostrato la loro significatività nella disregolazione, disinibizione e inclinazione alla reattività, le disfunzioni a livello del sistema limbico, e in particolar modo dell’amigdala, hanno acquistato rilevanza come correlato neurale delle forme aggressive in cui prevale l’assenza di considerazione per l’altro o la disfunzione nella percezione della sofferenza altrui; elementi questi particolarmente chiamati in causa nell’aggressività strumentale (Dazzi e Madeddu, 2009).

A quanto pare quindi l’amigdala sarebbe chiamata in causa non solo, come è noto, nell’attivazione della paura, ma anche nel riconoscimento della paura e della sofferenza della vittima. L’ipoattivazione dell’amigdala impedirebbe quindi il controllo del comportamento basato sul riconoscimento della sofferenza dell’altro, ossia l’aggressività di tipo prevalentemente strumentale.

Non è pero forse possibile tagliare con l’accetta i correlati neurobiologici dell’atto aggressivo-violento. Sarebbe troppo semplicistico affermare che la violenza reattiva e impulsiva, una sorta di violenza “calda”, sarebbe il frutto del fattore A, e quindi del sistema neurale A1 (ipoattivazione o lesione della corteccia orbito-frontale), mentre la violenza strumentale, orientata a uno scopo, una sorta di violenza “fredda”, è il frutto del fattore B e quindi del sistema B1 (ipoattivazione o lesione dell’amigdala).

A conferma di questa necessità di avere uno sguardo più orientato al riconoscimento della complessità che al bisogno di semplificazione (anche a costo di una sincera ammissione del limite intrinseco delle ricerche), stanno alcuni studi di neuroimaging funzionale, che hanno studiato l’attivazione dei circuiti amigdalo-orbitofrontali durante l’information processing in pazienti con storia di aggressività impulsiva e reattiva, e non strumentale (Coccaro, McCloskey, Fitzgerald e Phan, 2007).

Amigdala e corteccia orbito-frontale condividono connessioni bidirezionali dirette e indirette, la cui efficienza è necessaria per la regolazione emotiva e il controllo dell’aggressività che si fonda, almeno in parte, sulla corretta decodifica del valore degli stimoli in entrata al fine di pianificare il comportamento più adeguato alla situazione.

Nei soggetti studiati l’amigdala reagiva eccessivamente in risposta alle facce rabbiose ma non ad altre espressioni emotive, mostrando che questi soggetti danno risposte aberranti in relazione a contesti minacciosi. L’iperattività amigdalica è “minaccia dipendente”, per cui l’iperarousal limbico non è generalizzato per tutti gli stimoli emotivi, a differenza di quanto avviene in altri disturbi di personalità come il borderline, nei quali si è visto che l’amigdala iper-reagisce a una varietà di espressioni facciali emozionalmente positive, negative e neutre.

Questi risultati suggeriscono che la disfunzione dell’amigdala sia da collegarsi anche all’aggressività reattiva, che si attiva in circostanze di provocazione sociale reale o percepita. Lo stesso studio ha mostrato che diverse regioni delle aree prefrontali risultavano ipo-responsive nei soggetti con aggressività reattiva. Una spiegazione possibile è che, nell’ambito del circuito orbitofronto-amigdaloideo, la corteccia orbitofrontale non veniva impegnata sufficientemente nell’interazione regolatoria con l’amigdala (sinistra), che era iperattiva nei soggetti aggressivi.

Tre tipologie di disfunzioni sono possibili: un’esagerata reattività dell’amigdala e una diminuita reattività orbitofrontale alle immagini visive che trasmettono minaccia; un’insufficiente connettività amigdalo-orbitofrontale durante un compito di riconoscimento; una correlazione diretta e positiva tra la reattività dell’amigdala ai volti rabbiosi e il grado di aggressività manifestata in passato. Nella sostanza, l’ipotesi di fondo sarebbe quindi che lo scollamento del circuito amigdala-corteccia orbitofrontale possa rappresentare il focus fisiopatologico nelle forme di aggressività e violenza di tipo reattivo (Dazzi e Madeddu, 2009).

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BIBLIOGRAFIA:

Fattori predittivi di dropout in una comunità per doppia diagnosi – Psicoterapia

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Personality structure predicts early dropout in patients with substance-related disorders and comorbid personality disorders

Autori: Emanueli Preti, Chiara Rottoli, Serena Dainese, Rossella Di Pierro, Fabio Rancati, Fabio Madeddu (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

 

Abstract

Questo studio si propone di indagare i fattori predittivi di un precoce dropout in pazienti con doppia diagnosi, prendendo in esame variabili socio-demografiche, diagnostiche e di struttura della personalità. Abbiamo ipotizzato che la struttura di personalità del paziente dimostrasse capacità predittive migliori rispetto alle variabili descrittive per ciò che concerne l’abbandono precoce del trattamento. A quarantasette pazienti ricoverati consecutivamente in una comunità residenziale per doppia diagnosi sono stati somministrati la Structured Interview of Personality Organization (STIPO), la Structured Clinical Interview for Axis II Disorders (SCID II), la Response Evaluation Measure 71 (REM71), la Symptom Check List 90–R (SCL90-R) e infine la Borderline Personality Disorder Check List (BPDCL). Differenze significative sono emerse tra il gruppo dropout (coloro che hanno abbandonato la comunità) e il non-dropout: problemi negli investimenti e nella corenza del sè (STIPO) erano più elevati nel gruppo dropout; nello stesso gruppo un numero significativamente alto di pazienti mostra un’organizzazione di personalità borderline (88.9%). I risultati sostengono l’uso di interviste che indagano la struttura della personalità nella valutazione di pazienti con doppia diagnosi.

English Abstract

This study aims at investigating the predictive factors of early dropout in dual diagnosis patients, considering socio-demographic, diagnostic and personality structure variables. We hypothesized that the personality structure of the patient will show better predictive properties on dropout compared with descriptive variables. Forty-seven patients consecutively admitted in a dual diagnosis residential treatment unit were administered the Structured Interview of Personality Organization (STIPO), the Structured Clinical Interview for Axis II Disorders (SCID II), the Response Evaluation Measure 71 (REM71), the Symptom Check List 90–R (SCL90-R) and the Borderline Personality Disorder Check List (BPDCL).  Significant differences emerged between the dropout and no-dropout group: investments and self-coherence problems (STIPO) were higher among dropouts; moreover, in the dropout group a significantly higher number of patients showed a borderline personality organization (88.9%). Results support the use of structural interviews in the assessment of dual diagnosis patients.

Keywords: disturbi di personalità; disturbi correlati alle sostanze; doppia diagnosi; assessment; struttura di personalità.

ALLEGATO 1ALLEGATO 2 ALLEGATO 3

 

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L’ADHD e i suoi sottotipi: il contributo delle più recenti tecniche di neuroimaging

Sabrina Guzzetti

FLASH NEWS

Lo studio, secondo gli autori, mettendo in luce la presenza di anomalie microstrutturali differenti nei sottotipi di ADHD, può dare ragione dell’eterogeneità di questo disturbo, che si riflette anche in una scarsa coerenza tra i risultati ottenuti con la DTI nelle ricerche condotte precedentemente.

Il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (DDAI), attention deficit/hyperactivity disorder (ADHD), è la più recente etichetta diagnostica utilizzata per descrivere bambini che presentano problemi di attenzione, impulsività e iperattività in contesti sociali anche molto diversi tra loro (a casa, a scuola, con gli amici…).

Secondo i criteri del Diagnostic and Statistical Manual Of Mental Disorders, quinta edizione (DSM V), si distinguono tre sottotipi di ADHD: disattento, iperattivo e combinato.

Il sottotipo disattento ha spesso difficoltà nel sostenere l’attenzione, nel seguire un discorso e nell’organizzare le proprie attività; spesso evita o è riluttante ad impegnarsi in compiti che richiedono uno sforzo mentale sostenuto, perde le proprie cose ed appare sbadato. Il sottotipo iperattivo-impulsivo, diagnosticato più raramente delle altre due forme cliniche, mostra difficoltà a giocare o ad impegnarsi in attività tranquille, si alza in classe o in altre situazioni dove ci si aspetta che rimanga seduto, parla eccessivamente, interrompe, risponde in modo precipitoso, è invadente e fatica a tollerare l’attesa. Il sottotipo combinato, infine, presenta entrambe le aree problematiche.

Sebbene l’ADHD sia uno dei disturbi neuropsichiatrici infantili più diffusi e studiati al mondo, la sua eziologia e patofisiologia non sono state ancora del tutto comprese, specie in riferimento ai suoi sottotipi. Una nuova frontiera nella ricerca in questo campo è rappresentata dallo studio della sostanza bianca, quel tessuto nervoso composto dai fasci di fibre che collegano tra loro le varie aree cerebrali.

Quest’area di ricerca ha ricevuto un grande impulso dopo l’avvento della Diffusion tensor imaging (DTI). Questa tecnica di neuroimmagine, sfruttando la peculiare direzionalità delle molecole d’acqua all’interno dei fasci di fibre, consente di creare immagini 3D particolarmente vivide delle connessioni cerebrali. È con questa tecnica che un gruppo di ricercatori cinesi è recentemente riuscito ad evidenziare la presenza di pattern di alterazione microstrutturale diversi nei più comuni sottotipi di ADHD, il disattento (ADHD-I) e il combinato (ADHD-C).

Nell’ADHD-I sono state riscontrate delle anomalie nei circuiti occipito-temporali, in particolare a livello del cuneo sinistro (una regione del lobo occipitale) e del giro temporale medio e superiore sinistro. Il cuneo, essendo coinvolto nella visione, potrebbe essere relato ai disturbi attentivi dei bambini esaminati. Il giro temporale medio e superiore, invece, è coinvolto nella percezione e nei processi di controllo di attenzione e azione, che infatti risultano alterati.

Nell’ADHD-C, oltre a riscontrare la presenza delle stesse anomalie evidenziate nell’ADHD-I, sono state osservate delle alterazioni a livello del precuneo, dei circuiti fronto-sottocorticali, implicati nel controllo motorio e comportamentale, nel lobo limbico e nella corteccia cingolata destra. I bambini con ADHD-C, insomma, presentano maggiori alterazioni microstrutturali, localizzate per altro in regioni cerebrali implicate nel controllo comportamentale, a livello del quale mostrano infatti più seri disturbi rispetto ai bambini con ADHD-I.

Lo studio, secondo gli autori, mettendo in luce la presenza di anomalie microstrutturali differenti nei sottotipi di ADHD, può dare ragione dell’eterogeneità di questo disturbo, che si riflette anche in una scarsa coerenza tra i risultati ottenuti con la DTI nelle ricerche condotte precedentemente.

 

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ADHD: nuove prospettive con la tecnica pomodoro & il SOBER

 

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Pornografia online: le disfunzioni sessuali correlate

 

 

 

Il sesso dei giovani nativi digitali è sempre più multimediale. Tra chat, siti porno e immagini erotiche scambiate via tablet o cellulari, il rischio è che “la frequentazione abituale di questi spazi web allontani dal rapporto reale con altre persone, e induca precocità nell’orgasmo, autoerotismo spinto e calo del desiderio”. Ad analizzare gli effetti ‘velenosi’ del sesso virtuale sui giovani italiani di 18-20 anni è Carlo Foresta della Uoc Servizio per la patologia della riproduzione umana dell’Azienda Università-Ospedale di Padova, che ha svolto uno studio su 893 studenti delle scuole superiori di Padova e provincia.

I risultati, recentemente pubblicati sull’International Journal of Adolescent Medicin Health, sono stati descritti in un incontro per illustrare un progetto di prevenzione andrologica che coinvolgerà 30 mila studenti universitari maschi per tre anni. Secondo la ricerca “il 78% dei giovani è un fruitore abituale di siti porno, anche se l’abitudine al collegamento web – precisa Foresta all’Adnkronos Salute – varia da qualche volta al mese (29%) a più volte a settimana (63%), ogni giorno o più volte al giorno (8%), con una permanenza nei siti in media di 20-30 minuti”. I giovani intervistati dichiarano che la frequentazione di questi siti diventa spesso un’abitudine, e il 10% considera questa abitudine come una dipendenza…

Sesso in un click. Giovanissimi stregati da chat e siti porno, tra solitudine e calo del desiderioConsigliato dalla Redazione

Ad analizzare gli effetti ‘velenosi’ del sesso virtuale sui giovani italiani di 18-20 anni sono i ricercatori di Padova. Il 78% frequenta abitualmente questi spazi online (…)

Tratto da: Adnkronos

 

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Morbo di Parkinson: la stimolazione cerebrale profonda

Articolo pubblicato su Linkiesta di Martedì 21 Aprile 2015

 

 

L’invio di impulsi elettrici al cervello attraverso elettrodi impiantati – una procedura conosciuta come stimolazione cerebrale profonda – permette di alleviare i sintomi del Parkinson e di altri disturbi del movimento.

Il problema, però, è che nessuno sa esattamente perché una scossa al cervello sia tanto benefica. Uno studio pubblicato recentemente su Nature Nanoscience offre una possibile spiegazione ai benefici visti nei soggetti affetti dal morbo di Parkinson: impedisce ai neuroni di entrare troppo in sincronia. Questa scoperta, se verrà confermata da studi futuri, potrebbe portare a dispositivi più sofisticati ed efficaci in grado di monitorare l’attività cerebrale e regolare automaticamente la stimolazione cerebrale.

I neuroni sani non si attivano casualmente; esiste spesso un ritmo a bassa frequenza che determina il tempismo della loro attività, come un conduttore che detta il ritmo a un’orchestra. Un crescente numero di studi suggerisce che la sincronia giochi un ruolo in diverse attività cerebrali, dalla memoria, alla percezione, al movimento.

Alcuni ricercatori dell’Università della California, a San Francisco, guidati da Philip Starr, avevano scoperto in precedenza che, rispetto ai pazienti affetti da distonia (una forma differente di disturbi del movimento) o epilessia, questa sincronizzazione è normalmente elevata nella corteccia motoria delle persone colpite da morbo di Parkinson…

Una scossa al cervello per aiutare i malati di ParkinsonConsigliato dalla Redazione

La stimolazione cerebrale profonda potrebbe portare a un dispositivo autoregolante per trattare il morbo di Parkinson in maniera più efficace (…)

Tratto da: Linkiesta.it

 

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LEGGI L’ARTICOLO IN INGLESE (MIT Technology Review)

 


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CIMEC TRENTO HEAD

 

 

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I vissuti psicologici e psicopatologici della maternità

OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MILANO

La gravidanza e la maternità costituiscono un periodo di grandi cambiamenti per la donna e per la coppia e molteplici risultano le emozioni e i vissuti psicologici associati all’evento della nascita di un bambino.

– “Sto per diventare madre, che gioia ma che fatica!

– “Sarò una buona madre?

– “Potrò riprendere il mio lavoro e la mia vita anche quando nascerà mio figlio?

La gravidanza e la maternità costituiscono un periodo di grandi cambiamenti per la donna e per la coppia e molteplici risultano le emozioni e i vissuti psicologici associati all’evento della nascita di un bambino. La Benedek ha definito la gravidanza come un evento psicosomatico che genera modificazioni sia fisiologiche che psicologiche. La Bibring, invece, utilizza l’espressione di “crisi maturativa” e concepisce la gravidanza come un processo in cui si riattivano conflitti legati al periodo infantile e si riattualizzano processi di identificazione inconsci con la figura materna. I conflitti infantili trovano una risoluzione in questo periodo di svolta, che comporta una rielaborazione delle proprie esperienze e il raggiungimento di un maggiore livello di integrazione. Secondo la Pines (1982), le neo-mamme in questa fase del ciclo vitale ridefiniscono la propria identità femminile, rivivono il processo di separazione-individuazione dalla propria madre e sperimentano una duplice identificazione con la madre e il feto: sono allo stesso tempo figlie delle loro madri e madri dei loro figli.

La gravidanza, tuttavia, non viene vissuta da tutte le donne nello stesso modo: infatti, essa può arrivare nel momento giusto, troppo presto o troppo tardi, dopo tanti tentativi, può essere desiderata o non programmata, può avvenire senza che si abbia un partner stabile o si potrebbe essere in un Paese straniero o in difficoltà economiche. Questi fattori influenzano il proprio modo di vivere la gravidanza e le emozioni conseguenti: ad es. la donna potrebbe essere in ansia o esperire un umore deflesso se la gravidanza arriva troppo presto o se non si ha un partner stabile supportivo o se si versa in difficoltà economiche, ecc. Dunque, a seconda del proprio vissuto, possono emergere soprattutto emozioni positive di gioia e speranza o emozioni negative durature e intense di ansia o tristezza. Tuttavia, anche nelle situazioni in cui la gravidanza è desiderata ed è rappresentata positivamente nella propria mente, possono alternarsi emozioni positive e negative, gioie e ansie, speranze e delusioni.

Diverse ricerche (Raphael-Leff, 2014) hanno dimostrato che le donne durante la gravidanza sviluppano uno stile materno che influenza le aspettative, fantasie e rappresentazioni della donna gravida e la relazione tra madre e bambino. Raphael-Leff ha definito 3 stili materni: la madre “facilitante” e la madre “regolatrice”, mentre nel mezzo si colloca lo stile della “reciprocità”. La madre “facilitante” vive la maternità come un’esperienza positiva che le consente di rivivere l’unione vissuta con la madre durante l’infanzia; la donna si costruisce la propria identità di madre, accetta la gravidanza e si prepara adeguatamente al parto; dopo la nascita del bambino tende a ricercare la vicinanza del piccolo e a rimandare la ripresa dell’attività lavorativa.

Talvolta però la madre “facilitante” può idealizzare eccessivamente il bambino, negando qualsiasi forma di imperfezione; la madre “facilitante” in genere non coglie nessun difetto o problematica nella gravidanza, la vive come un’esperienza meravigliosa e a volte rischia di sacrificare completamente se stessa e la sua realizzazione personale e professionale per il bambino. La madre “regolatrice”, invece, non tollera le trasformazioni corporee, considera il feto un intruso, la gravidanza le riattiva conflitti infantili e il parto è concepito come un’esperienza negativa; tende a tornare velocemente allo svolgimento delle sue attività quotidiane e a delegare la cura del bambino ad altre figure significative. In una posizione intermedia, invece, si colloca lo stile della reciprocità: la donna è felice di aspettare un bambino, ma presenta anche rimpianti rispetto ai cambiamenti inevitabili che subiranno la sua vita professionale, personale e di coppia.

Riporto una citazione del testo “La gravidanza vista dall’interno” di Raphael-Leff emblematica per comprendere lo stile della reciprocità:

Quanto alla gravidanza  quello che ho dentro è un essere benvenuto e sono felice che ci sia. Sono io che l’ho invitato, sento che ha preso il controllo in maniera creativa, non invasiva. Il bambino non mi fa richieste irragionevoli, è una sensazione benevola. Sono sempre più legata a questa creatura che si muove dentro di me, e osservo anche come risponde alle cose. Ma non voglio fantasticare troppo, a rischio di rimanere delusa: questo bambino è una persona con le sue risposte e con una personalità, che sono sinceramente curiosa di conoscere. Non voglio introdurre le mie aspettative personali, è meglio aspettare e stare a guardare e vedere come si sviluppano queste qualità nel corso del tempo.

I cambiamenti che caratterizzano questa fase delicata della vita di una donna e della coppia sono molteplici. Innanzitutto, il primo cambiamento riguarda la propria immagine corporea e per alcune donne può essere difficile accettare l’aumento di peso, il pancione e le relative difficoltà fisiche nello svolgere le attività quotidiane che possono insorgere soprattutto negli ultimi mesi.

Dopo il parto, invece, è necessario rinunciare allo stato di gravidanza e separarsi dal bambino interno, per instaurare un rapporto affettivo con un bambino reale e non più ideale. Oltre ai cambiamenti fisici, la maternità comporta anche delle conseguenze a livello sociale e psicologico in quanto la neo-mamma si assume le responsabilità insite nel ruolo genitoriale e talvolta può essere costretta a lasciare il suo lavoro, generando delle difficoltà finanziarie nella famiglia; mentre in altri casi può temere di perdere la sua libertà e la propria identità ed è necessario riorganizzare le giornate in base alle esigenze del bambino (Schaffer, 2005). Nonostante la maternità generi questi cambiamenti, l’arrivo di un figlio può comportare anche un aumento della sicurezza personale, una maggiore realizzazione di sé e un miglioramento nelle relazioni con la propria famiglia d’origine (Schaffer, 2005).

La gravidanza comporta anche una ridefinizione del rapporto di coppia, in quanto sia a livello reale che immaginario, è necessario includere il terzo e questo tende a turbare l’equilibrio familiare (Bastianoni, Taurino, 2009). Anche il partner si trova ad affrontare un processo di adattamento che dipende dalla sua storia infantile e dal processo di identificazione con il padre. È stato dimostrato che nel corso della transizione alla genitorialità, generalmente, il grado di soddisfazione e di benessere percepito dalla coppia si riduce sebbene questo declino non interessi tutte le coppie (Belsky, Rovine, 1990).

Entrambi i genitori, in genere, si chiedono quali comportamenti e modalità relazionali che hanno appreso dalla famiglia d’origine intendono riproporre al loro figlio. La nascita di un bambino genera anche una ridefinizione del rapporto con i propri genitori in quanto l’assunzione del ruolo genitoriale porta a instaurare con la famiglia d’origine una relazione paritaria e adulta (Bramanti, 1999).

La nascita di un figlio porta entrambi i genitori a chiedersi se saranno competenti e adeguati nell’adempiere ai compiti impliciti nel ruolo genitoriale. Il costrutto di “self-efficacy” si riferisce a quanto i genitori si percepiscano capaci di rapportarsi e di comportarsi in modo adeguato col piccolo svolgendo con successo i compiti connessi al ruolo genitoriale. Se il livello di efficacia nei genitori è alto ciò li rende meno vulnerabili allo stress connesso alla genitorialità e li porta ad affrontare con più serenità anche le piccole difficoltà quotidiane. Nel complesso un alto livello di “self-efficacy” sia nella madre che nel padre è associato ad una globale soddisfazione della vita familiare (Bramanti, 1999).

Ogni futuro genitore durante l’attesa del bambino fantastica sul nascituro, su come sarà, il nome, il genere, ecc. e in questo modo entrambi i genitori cominciano a fargli spazio, non solo nell’esterno, ma anche nella propria mente e ci si prepara psicologicamente a quello che avverrà dopo il parto. Si parla in questo caso di “bambino ideale” fantasticato e atteso durante la gravidanza. Il genitore proietta tutte le sue aspettative sul bambino e lo concepisce come la realizzazione di un progetto personale e di coppia. Tuttavia, crearsi delle aspettative troppo alte rispetto al piccolo potrebbe far incorrere in future delusioni nel momento in cui questo non risponde alle proprie esigenze elevate: più alte sono le aspettative, più alta potrebbe essere la delusione e questo potrebbe generare delle difficoltà relazionali col bambino che non risponde alle proprie aspettative e un senso di fallimento personale. Anche per quanto concerne la rappresentazione del genitore si distinguono quella del “genitore ideale” e del “genitore reale”: l’idea del genitore ideale viene definita in base alle proprie esperienze, alla propria personalità e alla famiglia d’origine.

La letteratura ha evidenziato che soprattutto le primipare appaiono molto vulnerabili nel post-partum e necessitano di un adeguato supporto emotivo da parte del partner, della madre, di altri parenti e di esperti per l’accudimento del piccolo, l’allattamento e il riconoscimento dei segnali di benessere e di malessere del bambino. Il rientro a casa, l’allattamento, l’adattamento ai ritmi biologici del bambino sono i principali vissuti del puerperio. La neo-mamma può temere di fallire nel suo ruolo e questo le procura ansia e talvolta uno stato depressivo (Della Vedova e al., 2008). Per questo, è possibile che insorgano disturbi psicopatologici ai quali si presta sempre maggiore attenzione nell’ambito della prevenzione e del trattamento (Bellantuono e al., 2007). La letteratura classifica questi disturbi in 3 categorie principali: Maternity Blues, depressione post-partum e psicosi puerperale.

Il Maternity Blues rappresenta il disturbo emotivo più comune e, allo stesso tempo, più lieve e transitorio, che ricorre molto spesso nella prima settimana dopo il parto. È stata rilevata una prevalenza variabile dal 50 all’85% e questa non sembra differire tra le culture. Questo disturbo è caratterizzato dal seguente quadro sintomatologico: tendenza al pianto, irritabilità, labilità dell’umore, disturbi del sonno, tristezza. Sebbene questo disturbo sia considerato una conseguenza fisiologica del parto, nel 20% dei casi evolve in un Episodio Depressivo Maggiore nel giro di un anno (Caroti e Al., 2007).

La depressione post-partum richiede una diagnosi differenziale rispetto al Maternity Blues. L’insorgenza può avvenire anche in gravidanza: nel sesto mese, la depressione colpisce approssimativamente il 10% delle donne di età compresa tra i 25 e i 44 anni (Cooper, Murray, 1998). I sintomi più frequenti sono: tristezza, sentimenti di colpa o di autosvalutazione eccessivi o inappropriati, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno e dell’appetito, astenia. In molti casi, i sintomi d’ansia possono associarsi per comorbidità a sintomi depressivi. L’esordio della depressione è previsto entro i primi 3 mesi dal parto e la durata media è di alcuni mesi. Le cause sono molteplici; i sintomi si possono ricondurre a fattori di tipo ormonale o di natura emotiva: il cambiamento fisico e della concezione di sé, la sensazione di perdita della libertà e della propria identità. Ad essi si aggiungono fattori pratici, tra cui l’alterazione del ritmo sonno-veglia a causa dell’allattamento e variabili psicosociali, quali una relazione insoddisfacente con il partner, la mancanza di supporto sociale, difficoltà economiche, ecc. Ad essi si aggiungono anche alcuni fattori neonatali del bambino tra cui il temperamento e fattori ostetrici e perinatali.

La psicosi puerperale è il disturbo psichiatrico più grave e raro. I sintomi caratteristici sono: deliri, allucinazioni, brusche oscillazioni dell’umore, disturbi del comportamento. La madre manifesta un rifiuto totale del piccolo e per la maggior parte del giorno appare triste ed apatica, tanto da non dedicarsi neanche alla cura del sé. Spesso compaiono idee paranoidi di persecuzione e si rileva un alto rischio di suicidio e di infanticidio.

Questi disturbi hanno delle conseguenze sia a breve che a lungo termine anche sul bambino e sulla relazione di attaccamento tra madre e bambino. Da questo, si comprende, quanto sia fondamentale una precoce individuazione dei sintomi per evitare che il disturbo si aggravi e per poter intervenire tempestivamente.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Benedek, T.F. (1956). Toward the biology of the depressive constellation. Journal of the American Psychoanalytic Association, 4 , 389-427.
  • Bibring, G.L. (1959). Some considerations of the psychological processes in pregnancy. The psychoanalytic study of the child, 14, 113-121.
  • Pines, D. (1982). The relevance of early psychic development in pregnancy and abortion. International Journal of Psychoanalysis, 63, 311-320.
  • Raphael-Leff, J. (2014). La gravidanza vista dall’interno. Astrolabio: Roma.
  • Schaffer, H.R. (2005). Psicologia dello sviluppo. Raffaello Cortina: Milano.
  • Bastianoni, P., Taurino, A. (2009). Famiglie e genitorialità oggi: nuovi significati e prospettive. Unicopli: Milano.
  • Belsky, J., Rovine, M. (1990). Patterns of marital change across the transition to parenthood: pregnancy to three years postpartum. Journal of Marriage and the Family, 52, 5-19.
  • Bramanti, D. (1999). Coniugalità e genitorialità: i legami familiari nella società complessa: Atti del Primo Seminario Internazionale del Redif. Milano: Vita e pensiero.
  • Della Vedova, A.M., Cabrassi, F., Ducceschi, B., Cena, L., Lojacono, A., Vitali, E., De Franceschi, L., Guana, M., Bianchi, U.A., Imbasciati, A. (2008). Parto e puerperio: i vissuti delle donne in un’ottica di ricerca multidisciplinare. Syrio online. Retrieved August, 2008
  • Bellantuono, C., Migliarese, G., Maggioni, F., Imperatore, G. (2007). L’impiego dei farmaci antidepressivi nel puerperio. Recenti progressi in medicina, 98 (1), 29-42. DOWNLOAD
  • Caroti, E., Fonzi, L., Bersani, G. (2007). Modelli neurobiologici nei disturbi dell’umore post-partum. Rivista di psichiatria, 42 (6), 366-376. DOWNLOAD
  • Cooper, P.J., Murray, L. (1998). Postnatal depression. Clinical Review, 316, 1884-1886.

Terza età: sedentarietà e Tv sempre accesa

La terza età è sicuramente concepita come un’involuzione, ma bisogna ricordare che la vecchiaia potrebbe farsi sentire più tardi del previsto se la sfera fisica e quella sociale restassero, per quanto più possibile, attive.

Il tempo passa per tutti, le situazioni evolvono e gli anni scorrono. C’è chi avverte questa situazione in modo evidente e sofferto; c’è chi si adegua allo scorrere del tempo con naturalezza e tranquillità; c’è poi chi non se ne accorge nemmeno e quindi constata l’andare avanti degli anni con indifferenza e come un qualcosa di ovvio. Ma il risultato è sempre lo stesso: si sta invecchiando.

Sicuramente lo scorrere della vita è il naturale processo della nostra esistenza, ma è inevitabile constatare che l’invecchiare, e quindi il raggiungere la cosiddetta “terza età”, porta con sé ovvie conseguenze. È un dato di fatto che le persone anziane vanno incontro ad una perdita di energia sia fisica che psicologica. In merito alle conseguenze fisiche potrebbero insorgere una diminuzione della massa muscolare, una ridotta efficienza delle funzioni respiratoria e cardiovascolare, deficit della vista e dell’udito e problemi di sovrappeso. Senza dimenticare gli assai frequenti problemi di deambulazione. Tali problematiche fisiologiche comportano delle conseguenze psicologiche, tra cui scarsa autostima, demotivazione, disinteresse, apatia e pigrizia. Volendo utilizzare un unico termine, la vecchiaia molto spesso è sinonimo di “sedentarietà” (Tammaro, 2012).

Una buona parte della popolazione anziana a seguito del pensionamento ha una vita ancora dinamica e attiva; si esce per delle passeggiate, per riunirsi nei circoli, per giocare a carte o a bocce, oppure per frequentare le consuete lezioni all'”Università dell’età libera”. Tutto questo è positivo, non solo perché fa sì che la vita sociale resti attiva anche in tarda età, ma anche al  fine di un’adeguata promozione alla salute.

Ma è purtroppo ben risaputo che la maggior parte degli anziani di oggi trascorre gran parte del loro tempo tra le quattro mura domestiche. Ciò è sicuramente rapportabile alla solitudine, brutta piaga con la quale molto spesso si trovano a fare i conti le persone anziane. Infatti non è da tralasciare che la vecchiaia, e la conseguente  scarsa efficienza e apatia, porta con sé una ristrettezza delle relazioni sociali e una noia difficile da sormontare. È proprio per questo motivo che l’anziano, per passare il suo tempo senza affaticarsi troppo, trascorre le sue giornate al telefono, leggendo libri o giornali e soprattutto guardando la tv.

Ebbene sì! È sicuramente un dato di fatto che la televisione è considerata una “compagnia”. La facilità unica di premere un pulsante per poter udire delle voci è senz’altro una rassicurazione e un potente rimedio contro la solitudine in età senile, al punto tale che diventa sempre più frequente entrare nelle case dei “meno giovani” e trovarla sempre accesa. Non bisogna assolutamente dimenticare che la televisione possiede l’utilissima funzione di tenerci aggiornati su ciò che accade fuori delle mura domestiche e naturalmente ciò è fondamentale per tutti quegli anziani che trascorrono pochissimo tempo fuori casa.

Ma è pur vero che per tenersi informati sulle notizie di cronaca, politica, economia, attualità o quant’altro basterebbe non oltre un’ora di tv accesa al giorno, mentre invece in terza età il tempo trascorso seduti con il telecomando in mano è nettamente superiore a quello necessario, al punto tale che si potrebbe parlare quasi di un “abuso” della televisione. Ad aggravare questa situazione vi è la nuova tecnologia, i canali digitali e l’ampia varietà di programmi televisivi venutisi a creare negli ultimi anni. Ciò non ha fatto altro che incrementare il tempo trascorso dagli anziani davanti la tv, rendendoli contenti di questo e riducendo conseguentemente le loro uscite e la loro voglia di fare movimento.

Non è inoltre da tralasciare il fatto che le innumerevoli ore trascorse di fronte allo schermo televisivo coinvolgono le persone molto più di quanto si possa immaginare. È per questo che non c’è da stupirsi se, anche quando la tv è spenta, i pensionati di oggi continuino tra loro a parlare di ciò che hanno visto al piccolo schermo, rendendo le loro conversazioni povere e monotone e correndo anche il rischio di credere che tutto ciò che la televisione trasmetta sia vero, e quindi non informarsi affatto su ciò che invece accade nel mondo reale.

Come si potrebbe ovviare questo problema? Molti anziani, pensionati e non, hanno la fortuna di essere nonni, e quindi trascorrono un’ampia parte del loro tempo in compagnia dei loro nipoti; una compagnia “vera” e che gli permette di sentirsi utili e accolti, che gli consente di uscire e di vivere in armonia con se stessi, cosa che invece non permette la compagnia “virtuale” della tv. È però opportuno tenere presente che non tutti hanno dei nipoti e ad ogni modo anche questi ultimi crescono; quindi il mestiere di “nonno” è comunque a tempo determinato e frequentemente tende ad evolversi in un lavoro più sedentario.

Sicuramente un ottimo rimedio contro le cattive abitudini della sedentarietà in età senile è lo svolgere un’idonea attività motoria. Nell’ultimo periodo le attività sportive e gli esercizi riabilitativi rivolti agli anziani hanno subìto una grande evoluzione. Ciò è da considerarsi un grande progresso, in quanto è stato dimostrato che l’attività fisica riduce il rischio di malattie cardiovascolari e, di conseguenza, aumenta la  longevità (Scortegagna, 1996).

E non solo! Mantenersi attivi previene lo svilupparsi di patologia degenerative, quali la demenza senile o l’Alzheimer. E con “mantenersi attivi” non bisogna intendere solo le attività che coinvolgono una motricità fisica, anche perché molti soggetti di terza età soffrono di problemi di deambulazione, e ciò li impedisce di praticare attività motoria. Ma è da tener presente che vi sono altre attività costruttive e stimolanti: un esempio celebre è rappresentato dal fare i cruciverba. Ciò comporta un impegno nel mantenere attiva la concentrazione e nell’utilizzare la memoria, è ciò ovviamente contrasta le cattive abitudine sedentarie a cui sono abituati sovente gli anziani di oggi (Paganini Hill e all. 2015).

La televisione rappresenta sicuramente una compagnia e un passatempo, ma non bisogna mai dimenticare che, come qualsiasi altra cosa, va utilizzata con moderazione. Un abuso della tv rende la vita monotona; la noia non fa altro che aumentare anziché diminuire come ci si aspettava. La terza età è sicuramente concepita come un’involuzione, ma bisogna ricordare che la vecchiaia potrebbe farsi sentire più tardi del previsto se la sfera fisica e quella sociale restassero, per quanto più possibile, attive.

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Sabrina Guzzetti

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Che cosa rende le persone con anoressia nervosa così poco sensibili alla ricompensa? Secondo Christina E. Wierenga, professore associato di psichiatria dell’Università della California, la risposta risiederebbe nella presenza di un alterato funzionamento dei circuiti cerebrali coinvolti nei processi decisionali.

L’anoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da un peso corporeo al di sotto dei limiti della normalità, dalla paura di prendere peso e da un’alterata percezione dell’immagine corporea. Molte persone hanno difficoltà a seguire una dieta e spesso riguadagnano peso dopo averlo perso; al contrario gli anoressici possono limitare drasticamente l’assunzione di calorie per anni.

Che cosa rende i secondi in grado di ignorare quegli stessi segnali di fame che, invece, spingono i primi a mangiare? Le persone con anoressia hanno generalmente un temperamento inibito e controllato e faticano a trovare gratificazioni che vadano al di là dalla perdita di peso. La propensione ad ignorare i segnali che riguardano la fame potrebbe essere quindi ascrivibile, almeno in parte, ad un’alterazione più generale dei normali “meccanismi di ricompensa”, che vengono attivati da stimoli gratificanti che inducono piacere, come cibo, denaro, sesso e così via.

Ma che cosa rende le persone con anoressia nervosa così poco sensibili alla ricompensa? Secondo Christina E. Wierenga, professore associato di psichiatria dell’Università della California, la risposta risiederebbe nella presenza di un alterato funzionamento dei circuiti cerebrali coinvolti nei processi decisionali.

In un esperimento pubblicato lo scorso anno sulla rivista Biological Psychiatry, la professoressa Wierenga e i suoi collaboratori hanno sottoposto 23 donne con anoressia nervosa in remissione e 17 donne di controllo (con anamnesi negativa per disturbi alimentari) ad un esame di risonanza magnetica funzionale (fMRI) durante l’esecuzione di un compito di delay discounting. Questo compito viene comunemente utilizzato proprio per esaminare i processi decisionali in relazione a stimoli gratificanti. Le partecipanti erano chiamate a scegliere di volta in volta tra due diverse opzioni, ciascuna delle quali comprendente una somma di denaro, più o meno alta, e il tempo necessario per poterla ottenere, più o meno lungo.

Attraverso la fMRI, i ricercatori hanno così potuto evidenziare il circuito cerebrale coinvolto nella scelta di ricompense immediate e quello implicato nella scelta di ricompense future, eventualmente più ingenti. Il primo, il “circuito della ricompensa”, comprende lo striato ventrale, il caudato dorsale e la corteccia cingolata anteriore; il secondo, il “circuito del controllo cognitivo” include la corteccia prefrontale ventrolaterale e l’insula. L’esperimento è stato inoltre svolto dalle partecipanti in due diverse condizioni metaboliche: fame (a digiuno da 16 ore) e sazietà (2 ore dopo aver consumato una colazione personalizzata).

Nel gruppo di controllo lo stato di fame ha determinato un incremento significativo dell’attivazione del “circuito della ricompensa”, mentre la sazietà ha aumentato l’attivazione delle regioni cerebrali incluse nel “circuito del controllo cognitivo”. Ciò significa che lo stato metabolico è normalmente in grado di influenzare i processi decisionali, e che la fame rende le ricompense immediate più appetibili. Le donne con anoressia in remissione, invece, non hanno mostrato alcun incremento di attivazione nel “circuito della ricompensa” quando affamate e hanno mostrato un costante elevato livello di attivazione del “circuito del controllo cognitivo”, a prescindere dal loro stato metabolico.

Questo studio, sottolinea Walter H. Kaye, senior author della ricerca, indica che la presenza di alterazioni nel funzionamento cerebrale rende le persone con anoressia nervosa meno sensibili alla ricompensa e alla spinta motivazionale della fame. Tale scoperta evidenzia l’apporto non trascurabile che un approccio di tipo neurobiologico può dare allo studio dell’anoressia nervosa.

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Dal punto di vista evolutivo è possibile cogliere una maturazione del disegno infantile che procede di pari passo con quella del bambino e che costituisce una manifestazione della tappa in cui si colloca e delle abilità che padroneggia e perfeziona.

[blockquote style=”1″]“Disegnare è una delle attività a cui il bambino ricorre con più frequenza e immediatezza. L’obiettivo è di poter esprimere e comunicare il suo mondo interiore”[/blockquote] (Castellazzi 2012, p.5).

Lo studio del grafismo infantile è stato caratterizzato da un interesse in costante mutamento che ne ha sondato dapprima le qualità artistiche, si pensi ai contributi risalenti all’Ottocento e in seguito la sua utilizzabilità per indagini socio-culturali.
Va rilevato che queste ricerche erano lontane dalla scoperta di un legame tra la produzione grafica e lo sviluppo delle capacità cognitivo-affettive avvenuta in studi successivi.

[blockquote style=”1″]“Il disegno infantile appare oggi, nella sua autenticità, come una via privilegiata per capire il percorso conoscitivo del bambino e lo sviluppo dei processi ad esso legati, quali: la percezione, la memoria, l’attenzione, la formazione di sequenze complesse e coordinate di movimenti”[/blockquote] (Castelli Fusconi 2002, p. 73). Dal punto di vista evolutivo è possibile cogliere una maturazione del disegno infantile che procede di pari passo con quella del bambino e che costituisce una manifestazione della tappa in cui si colloca e delle abilità che padroneggia e perfeziona.

Alla luce di una vasta letteratura sull’ argomento si vuole qui tentare una sintetica operazione di analisi dell’evoluzione del grafismo e della preziosa narrazione contenuta in esso.
Un interessante contributo sulla trasformazione dell’espressione grafica è offerto da Crotti e Magni (2006) che identificano tre livelli di sviluppo nel grafismo infantile.

Il primo livello prevalentemente motorio arriva fino a venti mesi circa, esso si caratterizza per la presenza di tracciati omolaterali, per esempio eseguiti con la mano destra e distribuiti sulla parte destra del foglio e centrifughi, ossia dal punto più vicino al soggetto a quello più lontano. Queste peculiarità e altre, come la presenza di linee curve in senso antiorario e orario sono prodotte della maturazione del sistema nervoso.
Dai venti ai trenta mesi, periodo definito percettivo, il bambino possiede un maggiore controllo del gesto, che consente un migliore adattamento allo spazio grafico e la capacità di seguire con gli occhi il tracciato.
L’ultimo livello secondo gli autori è quello della rappresentazione, esso si estende dai trenta ai quaranta mesi, è il momento in cui al disegno è accompagnata una descrizione, il bambino diviene capace di eseguire linee spezzate e oggetti diversi grazie all’ acquisizione della forma, della proporzione, del numero e dello spazio.

Il primo contatto del bambino con il segno grafico può essere collocato all’età di sei mesi e anche se non lascia una traccia visibile, una profonda sorpresa accompagna questa scoperta.
Successivamente l’esplorazione e lo sperimentarsi nel movimento consentono al bambino di tracciare linee angolose e oscillanti spesso in tutte le direzioni, puro e gratificante piacere di produrre. Questi tracciati ben presto si trasformano in un insieme caotico di linee dalla forma irregolare, gli scarabocchi, che il bambino produce senza staccare la matita dalla superficie.

Non è difficile comprendere che le progressioni evolutive del disegno qui descritte risentano dell’influenza del livello intellettivo, della stimolazione sociale, nonché di ritardi nello sviluppo.
Diversamente da quanto si possa pensare, gli scarabocchi non sono tutti uguali e le loro peculiarità caratterizzano fasi evolutive differenti.

A tal proposito Lowenfeld (1984) fornisce una classificazione di quattro tappe che implicano abilità diverse. Inizialmente l’assenza di controllo motorio consente al bambino di produrre solo scarabocchi disordinati. In un secondo momento, un più raffinato controllo individuabile dà vita a tracciati longitudinali e in seguito circolari. Nell’ultima tappa con il pensiero immaginativo prendono forma gli scarabocchi significanti.
Verso il secondo anno compaiono i precursori della figura umana, tracciati spiraliformi e forme chiuse come i cerchi disegnati singolarmente o in serie, che costituiscono la prima raffigurazione geometrica. Soltanto un anno dopo emerge l’intenzionalità comunicativa e vi è il primo tentativo di rappresentazione della figura umana, generalmente disegnando un cerchio a cui viene aggiunta una coda, o due code che raffigurano gli arti, il simpatico cefalopode.

Man mano che cresce il bambino disegna una figura umana sempre più riconoscibile, che adorna di particolari che la rendono più realistica, pensiamo per esempio a cinte, bottoni, cappelli, bambole, testimonianza di una maggiore padronanza nel disegno di figure geometriche, maggiore espressività e un’iniziale tendenza alla differenziazione sessuale.

Con l’inizio della frequenza scolastica i dettagli nel disegno abbondano, compare una maggiore abilità di sfruttare lo spazio e la linea di appoggio. Il diletto non è più solo esclusivo del disegno frontale, ma anche di quello di profilo o ibrido, inoltre, si ricorre a colori e matite per riempire gli spazi.

Alcune figure come la casa possono essere autentica espressione di calore familiare o di senso di abbandono. I paesaggi contengono non più solo alberi, ma anche il sole, gli uccelli, i fiori, l’erba e così via. Anche nel disegno di animali viene proiettato sul foglio bianco quello che denota qualche personale caratteristica.

Quanto detto coinvolge anche la raffigurazione del movimento, in cui si procede con espressioni meno mature per esempio rintracciabili nella posizione di gambe e braccia e loro elevazione verso l’alto, fino a dettagli più complessi come il movimento degli abiti o l’asse della figura.
[blockquote style=”1″]“Il disegno del bambino diventa in questo senso una mappa che guida ogni adulto nella scoperta del bambino che è stato, da rintracciare nel tratto, nei colori e nelle immagini depositate sul foglio ad opera del bambino che gli vive vicino” [/blockquote](Federici 2005, p.10).

Benché le capacità grafiche evolvano, sono conservati ancora schemi poco evoluti, che si manifestano insieme a forme più evolute.
Dai dieci-undici anni al periodo adolescenziale, il bambino possiede molti schemi figurali, la sua memoria ormai completa gli consente di ritrarre la figura in tutte le sue parti, anche se non presente, il suo stile risente dell’influenza di stereotipi culturali e dei conflitti adolescenziali. Pertanto il disegno della figura umana di un soggetto in adolescenza presenta il medesimo grado di completezza di quello di un adulto.

Anche se una qualità artistica inferiore presente durante l’età adulta è da attribuire a un minor esercizio e interesse per l’attività grafica stessa.
È importante ricordare che il grafismo consente al bambino di strutturare la sua motricità, la sua vita di relazione e di comunicare con il mondo esterno.

Un’altrettanto vasta rassegna di studi ha indagato attraverso il disegno lo sviluppo psicosessuale del bambino e lo ha reso un importante strumento psicodiagnostico.
[blockquote style=”1″]“Mentre disegna, il bambino, preso dal piacere di rappresentare, si controlla assai meno che nel colloquio, e proietta senza rendersene conto, sentimenti, desideri, conflitti, atteggiamenti” [/blockquote](Passi Tognazzo 1991, p.172).

Secondo Castellazzi (2012) l’affettività che il bambino comunica più o meno consapevolmente attraverso l’espressione grafica segue un’evoluzione attraverso le cinque classiche fasi freudiane: la fase orale, l’anale, la fallica, di latenza e la genitale e che inevitabilmente dipendono da fattori intrapsichici, fisici e ambientali.

In quest’ottica i primi segni di oralità s’identificano nei tracciati spiraliformi e significanti e prima le forme chiuse, poi il cefalopode, indicano un sé che si sta formando separandosi dall’altro. L’alternanza tra il piacere di sporcare il foglio e di controllarlo, segna la fase anale, in cui l’aggressività si concretizza in annerimenti e linee ostinatamente marcate fino a bucare il foglio. Quando il Super-Io si è strutturato e le problematiche edipiche sono state superate, compaiono immagini che richiamano alla differenziazione sessuale, alla potenza e al vigore, armi e oggetti a punta, tipici della fase fallica. Un’identità matura, porta alla riduzione dell’egocentrismo e al ridimensionamento della figura, alla condivisione dell’ambiente con i pari.

Nell’adolescenza tensioni e conflitti s’identificano in omissioni o accentuazioni di parti del corpo, come per esempio una bocca accentuata che richiama all’aggressività verbale e mani nascoste o esagerate, per indicare difficoltà d’interazione e attività manipolatorie.

[blockquote style=”1″]“I bambini non disegnano solo ciò che vedono, ma ciò che sentono. Nei loro disegni possiamo leggere le loro paure, i loro desideri, le loro emozioni”[/blockquote] (Carlino Bandinelli & Manes 2004, p. 9).

Una sete di curiosità deve guidare l’osservazione dell’attività grafica, nonché del suo prodotto finito, poiché sono moltissime le informazioni che possiamo acquisire e che diversamente non avremmo modo di conoscere. Un foglio di carta e una penna devono accompagnare l’osservatore che vorrà lasciare un’indicazione di ciò che ha visto e dovrà rivedere, magari su cui riflettere. Per evitare che l’attenzione sfugga da ciò che è importante sondare, le variabili da osservare vanno dal livello grafico, che si riferisce alle linee, alla pressione, al tratto e all’impugnatura della matita, a quello formale e contenutistico. Il secondo analizza il punto da cui il bambino inizia a disegnare, il modo in cui si esprime nel foglio-ambiente, la forma, le dimensioni, gli elementi omessi, esagerati o distorti, la simmetria, la direzione, la staticità e il movimento che conferisce alla figura. L’ultimo prende in esame una componente del disegno per volta.

[blockquote style=”1″]“Dunque il disegno è il racconto che il bambino fa di se stesso” [/blockquote](Crocetti 2009, p.105) è nello specifico la proiezione di una struttura dinamica, per esempio la propria immagine corporea, che si costruisce e muta nel tempo influenzata dalle proprie sensazioni, dal contatto con se stesso e gli altri, da stimolazioni ambientali e bisogni.

Per concludere, comprendere il significato comunicato dai disegni, fin dagli scarabocchi dei primissimi anni di vita, è importante per individuare il modo di essere, la sua vitalità e lo stato emotivo che il bambino sperimenta in quel momento. Esprimendosi in modo spontaneo, egli si libera da timori e comunica necessità, che è compito dell’adulto cogliere.

Quanto detto conduce a una riflessione sulle potenzialità dell’attività grafica, un gioco solitario o da condividere, una modalità espressiva, una tecnica terapeutica. Quest’ultimo aspetto richiede una precisazione [blockquote style=”1″]“Il gioco degli scarabocchi è soltanto un mezzo per entrare in contatto con il bambino, ciò che succede nel gioco e nel colloquio, dipende dall’uso che si fa dell’esperienza del bambino, incluso il materiale che ne viene fuori.[/blockquote] (Winnicot 2005, p.12).

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BIBLIOGRAFIA:

Laurea Vs Terza media: possibile l’affinità di coppia tra due persone con netta differenza d’istruzione?

Ciò che forma le basi solide di una coppia è riconducibile a ciò che uno dei due partner cerca nell’altro; o a cosa l’altro possiede di cui diviene impossibile farne a meno. E se la differenza di istruzione, con il passare del tempo, potrebbe in qualche modo sulla coppia pesare, allora diverrà opportuno riflettere su quegli elementi che sopperiscono a tale diversità.

Due persone: un uomo e una donna, legati affettivamente, sono sposati o semplicemente fidanzati. Insomma, una coppia. Due individui che condividono qualcosa, hanno un legame. Ma…uno dei due ha la laurea, l’altro no, ha solo la licenza media inferiore. Prendiamo per esempio una coppia dei giorni nostri, due coetanei, sulla trentina. Uno lavora e guadagna da quando non aveva ancora raggiunto la maggiore età, è autonomo da tempo, svolge un lavoro che non richiede una grande capacità di concentrazione, ma che comporta una fatica fisica. Non vi sono in lui grandi ambizioni lavorative, piuttosto un desiderio di autonomia, che determina una buona motivazione e un impegno in attività che gli consentano di portare avanti le proprie mansioni con tenacia.

L’altro, di contro, dopo il diploma ha seguito una strada all’insegna dei libri. Ha studiato, si è laureato e magari sta continuando a studiare per perfezionarsi. Dopo la scuola dell’obbligo ha intrapreso un percorso, prettamente teorico, dove le difficoltà non riguardavano il guadagnare per vivere, bensì collezionare traguardi mediante lo svolgimento di esami, frequentazione di congressi e partecipazione a ricerche, con la speranza di emergere tra tanti e diventare qualcuno.

Entrambi hanno affrontato e superato prove. Degli esami di vita sicuramente complessi in ambedue i casi, ma con differenze nette: uno dei due si è trovato a scontarsi con ostacoli più concreti, è entrato più velocemente in quella dura “vita di tutti i giorni”, in cui “si tira per campare”. Ma l’altro certo ha affrontato altri scogli. Seppur mantenuto dalla famiglia ha dovuto impegnarsi per raggiungere gratificanti traguardi, seminando per un buon futuro. E mentre uno legge, apprende, immagazzina concetti teorici in attesa di metterli in pratica, il tutto spendendo soldi che gli consentano questo, l’altro lavora, apprende nuovi concetti solo lavorandoci a contatto diretto, poca teoria ma tutta pratica, e al contempo si guadagna lo stipendio. Insomma, due persone che hanno avuto due vite totalmente differenti.

Due soggetti così potrebbero mai stare insieme? Per rispondere a questa domanda sono opportune specifiche riflessioni.
Se due persone stanno insieme è perché in qualche modo condividono qualcosa. Due persone, anche se molto diverse, sicuramente avranno un qualcosa in comune.

Ma questa netta disparità di scolarizzazione consentirà loro di diventare una “coppia”, magari con una stabilità nel tempo?

I frequenti divorzi che hanno interessato l’Italia nell’ultimo periodo hanno stimolato una serie di ricerche per l’identificazione delle cause a riguardo (Arosio, 2004). Sembrerebbe che sia proprio la “diversità” tra i due a far naufragare la coppia.
Tra le cause più frequenti troviamo la differenza d’età, che porta con sé la conseguenza relativa al fatto che i coniugi hanno poi esigenze diverse, e differenti energie. Anche la lontananza geografica tra i due, magari dovuta al lavoro di uno dei partner, appare un valido motivo di separazione. E sembrerebbe che anche il cosiddetto “bagaglio culturale” abbia la sua rilevanza in una relazione sentimentale. Due persone che hanno un titolo di studio del medesimo livello pare che comunichino in maniera molto più adeguata, non solo per la complessità del lessico utilizzato, ma soprattutto perché vi sarebbe un’affinità nella scelta degli argomenti di conversazione (Donati, 2011).

Letta in questi termini sembrerebbe quindi che gli opposti si respingano. Ma queste considerazioni sono un po’ riduttive se non si tiene conto anche del versante opposto a quello appena discusso, ossia: perché due persone stanno insieme? Al giorno d’oggi i fattori culturali e socio – economici non impongono più grossi limiti nella scelta del partner come invece accadeva tempi addietro (Lalli, 1999).

Sicuramente all’inizio ci si sceglie per un qualsiasi motivo di attrazione reciproca, per poi conoscersi meglio e rendere la relazione stabile nel tempo. E questa stabilità nel tempo pare sia dovuta sicuramente in parte a delle affinità tra i due che reggono in piedi la coppia, ma al contempo anche ad un soddisfacimento dei propri bisogni, che talvolta potrebbe corrispondere a qualcosa che ad uno dei due manca; e quindi il partner, con la sua diversità, in un certo modo sopperisce a questa mancanza.

“I simili si prendono” si sente spesso dire. Ciò in parte è vero, soprattutto se si attribuisce importanza alla comunicazione che viene ad instaurarsi nella coppia. Infatti due persone che hanno avuto un simile stile di vita sicuramente incontreranno pochi ostacoli e minori incomprensioni a livello comunicativo rispetto a due soggetti con disparità socio – culturale. Stesso livello di istruzione potrebbe corrispondere a “capirsi più velocemente”. Inoltre potrebbe esservi una similarità di interessi tra due persone con analogo titolo di studio (Olson, 2009).

Ma al contempo, osservando le coppie stabili di tutti i giorni, ci troviamo spesso di fronte a persone che sono tra loro molto più simili di quanto possono all’apparenza mostrare. Ad esempio due soggetti con un lavoro (e relativo titolo di studio) estremamente diverso possono somigliarsi per il medesimo carattere (il quale potrebbe essere impulsivo, tenace, paziente); oppure vi è una condivisione degli stessi valori; o ancora una similarità negli interessi, i quali esulano dal livello di istruzione.
Alla luce di queste considerazioni, e ritornando così alla domanda esposta nel titolo, ne viene fuori che la risposta è affermativa.

Ciò che forma le basi solidi di una coppia è riconducibile a ciò che uno dei due partner cerca nell’altro; o a cosa l’altro possiede di cui diviene impossibile farne a meno. E se la differenza di istruzione, con il passare del tempo, potrebbe in qualche modo sulla coppia pesare, allora diverrà opportuno riflettere su quegli elementi che sopperiscono a tale diversità; se in qualche modo vi sono dei fattori che “vincono” su di essa, e che costituiscono le vere fondamenta di una relazione.

Essere uguali non è necessario per stare insieme. Talvolta basta un piccolo legame (con una certa valenza) ad impedire alla coppia di “scoppiare”.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Arosio L. (2004). Gli opposti si respingono? Scelte di coppia e stabilità coniugale in Italia. Roma: Aracne Editrice. DOWNLOAD
  • Donati P. (2011). La Relazione di Coppia Oggi. Una Sfida per la Famiglia. Trento: Erickson.
  • Lalli N. (1999). La coppia: formazione e crisi”, Manuale di Psichiatria e Psicoterapia, vol. 2, Napoli: Liguori Editore.
  • Olson D. H. (2009). Couple Checkup: Tuning Up Relationships. Journal of Couple & Relationship Therapy, n. 8, pp 129 – 142. DOWNLOAD

Rain man -L’uomo della pioggia – (1988) e il mondo dell’autismo

Charlie da anaffettivo e completamente centrato su di sé, sposta lentamente l’attenzione sulle emozioni e sulla scoperta di parti e reazioni che non immaginava di avere, ci si chiede ad un certo punto “ E’ Raymond ad essere malato o suo fratello?”.

Kim Peek  è il nome dell’ uomo a cui si è ispirato Barry Lavinson, per la famosa pellicola del 1988 “Rain man- l’uomo della pioggia”, vincitore nel 1989 di quattro premi oscar, miglior film, regia, sceneggiatura e attore protagonista, l’impeccabile Dustin Hoffman.

Sebbene nella pellicola il personaggio Raymond Babbit, Dustin Hoffman sia affetto da autismo, nella realtà Peek era affetto da macrocefalia e assenza di corpo calloso, un per così dire paziente split- brain al naturale, che proprio per via di questo mancato collegamento primario e secondario (commessura anteriore)  tra i due emisferi cerebrali, di solito espletata appunto dal corpo calloso aveva aumentate attività mnemoniche, era in grado di leggere un libro in un ora e memorizzarne il 98% del contenuto, conosceva circa 12000 libri a memoria, così come immagazzinava una quantità innumerevole d’ informazioni delle più disparate materie e riusciva a fare a mente calcoli estremamente complessi nonostante non fosse in grado di allacciarsi le scarpe autonomamente, una persona affetta dalla “sindrome dell’idiota sapiente”, cosi almeno viene chiamata.

Il regista incontrato Peek fu molto colpito dalle sue capacità e debbolezze, dalla sua famiglia e il suo modo di vivere, il risultato fu appunto Rain-man. Nonostante possa sembrare, ad una prima occhiata, che l’elemento portante del film sia appunto Raymond, in realtà a parer mio il personaggio chiave è il fratello minore Charlie, Tom Cruise, e la sua crescita emotiva.

Charlie Babbit è un uomo d’affari a cui le cose non stanno andando troppo bene, dopo la morte del padre scopre che l’intera eredità è stata lasciata al fratello maggiore Raymond di cui però ignorava l’esistenza. Giunto alla clinica psichiatrica scopre un fratello autistico e lo rapisce per portarlo a Wallbrook nella speranza di ottenere la metà del patrimonio. Non andrà così. Man mano che il fratello minore comincia a conoscere il maggiore, le sue debolezze ma anche le sue fenomenali capacità mnemoniche e di calcolo, riaffiorano pensieri ormai persi di un personaggio che Charlie da piccolo credeva solo immaginario ed invece essere suo fratello maggiore, che gli cantava canzoni e che solo ora riscopre. Gli vuole bene e vuole ora il suo bene, affronta una crescita che forse nonostante l’età, non era ancora arrivata, lo riporta indietro e decide di esserci.

I soggetti autistici non sono nel 50% dei casi in grado di comunicare verbalmente, tendono all’isolamento, si ritirano in un loro mondo immaginario, talvolta parlando con personaggi inventati, sono indifferenti agli stimoli emotivi e hanno difficoltà ad instaurare un contatto visivo, ripetono in modo ossessivo alcune azioni, reagiscono in modo, talvolta autolesionistico talvolta aprassico e ipotonico ai cambiamenti. Vivere queste persone amplifica a parer mio ogni cosa, così come, piano piano, l’uomo intraprendente Charlie Babbit  scopre.

Attraverso loro siamo portati a fare i conti con noi stessi, a sensibilizzarci. Charlie da anaffettivo e completamente centrato su di sé, sposta lentamente l’attenzione sulle emozioni e sulla scoperta di parti e reazioni che non immaginava di avere, ci si chiede ad un certo punto “E’ Raymond ad essere malato o suo fratello?” che con stress, incapacità nell’instaurare rapporti sinceri, circondato da menzogna ed essenzialmente solo è altresì chiuso in un mondo senza speranza.

Se Rayomond non può purtroppo cambiare le cose per sè, Charlie può! Si rende conto della sua condizione, l’anaffetività, la tendenza a non parlare con gli altri. La fame di successo e di guadagno, sono considerabili a parer mio, sintomi sovrapponibili ad una patologia dello spettro autistico, da cui, coloro che pensano di essere normali possono però uscire. Non dovrebbe essere necessario però il dover confrontarsi necessariamente con alcune realtà, basterebbe forse solo ogni tanto fare i conti con noi stessi, la nostra vita e la nostra soddisfazione personale e il porsi la fondamentale domanda “Sono felice?” se però non siamo in grado di porci tale domande, ben vengano capolavori come questi, opere profonde che scalfiscono l’anima.

 

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Tradire e svelare o nascondere il tradimento? – Tracce del tradimento Nr. 06

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – 06

Tradire un contratto, un patto di fiducia. Se gli umani fossero del tutto razionali terrebbero il tradimento segreto fino al momento in cui non abbiano deciso in modo evidente e chiaro ciò che desiderano fare. Ma vi sono forze misteriose nell’animo umano che premono verso il disvelamento, sia da parte di chi tradisce sia da parte di chi è tradito.

Tradire e fare sapere o nascondere il tradimento sono due cose profondamente diverse e al tempo stesso molto legate. A noi interessano gli aspetti del tradimento svelato e della ricerca da parte del tradito delle tracce del tradimento. È spesso intenzione “esplicita“ del traditore che il tradito non sappia del tradimento avvenuto.  Scriviamo “esplicita” perché è proprio tra le pieghe dell’esplicito che si nasconde la complessità che questo libro vorrebbe mettere a fuoco.

Il tradimento dovrebbe essere segreto. Solo così si può parlare di tradimento. Se se ne parla  si è consenzienti, si  tratta allora di rottura di un rapporto, di un patto.  Se due persone parlano di un tradimento reciproco avvenuto, anche se uno dei due non era consenziente, averne parlato sposta necessariamente il rapporto su un piano diverso: Sparisce il problema della ricerca delle tracce e appare il problema di come affrontare questa nuova fase del rapporto.

Che emozioni abbiamo? Quanta sofferenza? Quanta indifferenza? Quanta rabbia verso chi ci ha tradito? Quanto dolore?  Che si fa dopo il tradimento? Che cosa scegliamo di fare? Rimanere insieme, lasciarci, cominciare una guerra?  

Tradire un contratto, un patto di fiducia. Se gli umani fossero del tutto razionali terrebbero il tradimento segreto fino al momento in cui non abbiano deciso in modo evidente e chiaro ciò che desiderano fare. Ma vi sono forze misteriose nell’animo umano che premono verso il disvelamento, sia da parte di chi tradisce sia da parte di chi è tradito.

Il problema che ci poniamo è di spiegare un comportamento bizzarro che consiste nel lasciar tracce di qualcosa che si dice di voler tener nascosto. E nel cercare tracce di qualcosa che non è detto che siamo in condizioni di voler sapere e di affrontare in modo logico e coerente.  

Il comportamento di chi cerca tracce del tradimento è più comprensibile: vuole sapere come stanno le cose in un’area per lui importante, vuole controllare per non subire inganni, vuole dare un significato più coerente a segnali spesso incoerenti. Ma non sempre questo scopo così logico ed esplicito è realmente alla base del comportamento del cercatore di tracce, e l’irrazionalità di alcune motivazioni del cercatore emerge quando, una volta avuta la conferma del tradimento avvenuto, egli o lei cade in confusione, si ritira, accusa oppure fa di tutto per ricucire e non tenere conto delle informazioni che il suo comportamento gli ha permesso di ottenere.

Ma perché e con che scopo la donna che ha un sospetto va a rovesciare le tasche del suo uomo di ritorno da un viaggio di lavoro alla ricerca di una ricevuta di carta di credito che dichiari con violenza indiscutibile una cena a due in un ristorante invece che la cena di lavoro di cui si era parlato al telefono? E cosa spinge l’uomo che dice a se stesso di voler mantenere il segreto, a lasciare nel suo telefono cellulare a volte usato da sua moglie, la traccia di un messaggio erotico inequivocabile che -se letto- lo porterebbe alla rovina del  rapporto?

Seminare e cercare le tracce del tradimento è una attività umana poco descritta ma molto diffusa. Molte energie vengono spese da persone che hanno rapporti sentimentali nel coprire le tracce del tradimento, lasciare le tracce del tradimento, cercarle e ancora cercarle. 

Molte emozioni sono coinvolte in questo processo: curiosità, paura, angoscia, dolore, rabbia furiosa. Molti sono anche gli effetti indesiderati di questi comportamenti che spesso danneggiano in modo inequivocabile e definitivo vite che potevano  rimanere decentemente in equilibrio.

Giorgio è sempre stato molto orgoglioso della bellezza di sua moglie e in fondo si è sempre considerato fortunato che una donna eterea e misteriosa come lei lo avesse scelto e sposato. Dal momento del matrimonio ha però messo in atto sistematiche violazioni della sua privacy che hanno grandemente deteriorato la qualità del loro rapporto. Apre tutti i suoi cassetti, ha imparato ad aprire le sue lettere e a rincollarle senza farsi scoprire, alza il telefono per ascoltare le telefonate di lei e la segue quando lei va a passeggio o vede le sue amiche. Il suo comportamento sarebbe rimasto una sgradevole ossessione e un disturbo per lei se una volta, aprendo una sua lettera non avesse trovato una missiva affettuosa e nostalgica del suo vecchio fidanzato. Questo sospetto lo ha fatto impazzire e ha cominciato a accusare la moglie di un tradimento dopo l’altro e a tentare in ogni modo di chiuderla in casa, anche se quando la moglie è a casa, non riesce a stare tranquillo perché lei lo potrebbe tradire con pensieri e vecchie fantasie e sogni segreti. Questo comportamento ha prodotto nella moglie all’inizio un distacco e un fastidio unito lentamente a un aumento di pena e disprezzo per lui. La fine del rapporto si è rapidamente compiuta e Giorgio viene in terapia non riuscendo a spiegarsi come sia potuto accadere che un comportamento di controllo amoroso possa avere generato in lei un distacco così feroce.  Egli è incapace di riconoscere i suoi aspetti patologici e non riesce a immaginare un comportamento diverso che avrebbe potuto adottare. Ciò che egli ha fatto è che la profezia dell’abbandono che aveva in mente è stata da lui determinata attraverso tutti i comportamenti di controllo che ha messo in atto per evitarlo

 

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RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

L’importanza dell’alleanza terapeutica nei trattamenti con pazienti psicotici

Vanessa Schmiedt

FLASH NEWS

I risultati indicano che ad alti livelli di alleanza la terapia è utile, ma che a bassi livelli di alleanza la terapia è dannosa.

Prima degli anni ‘90 le terapie psicologiche per pazienti con la schizofrenia o con episodi psicotici sembravano essere poco efficaci o addirittura dannose. Da allora una serie di meta-analisi hanno dimostrato che la terapia cognitivo-comportamentale insieme alle cure quotidiane è più efficace delle cure senza terapia.

Studi controllati di confronto tra terapie psicologiche spesso non sono riusciti a dare prova di differenze significative tra gruppi di trattamento portando a confermare  il “ verdetto di Dodo”, il quale afferma che tutte le terapie sono efficaci e nessuna è più efficace dell’altra e  hanno inoltre suggerito che la natura e la forza dell’alleanza stabilita tra terapeuta e paziente spiegano alcuni degli effetti delle psicoterapie. Tuttavia fino ad ora non è stato possibile avere la certezza che questo sia dovuto a un rapporto causale, l’alleanza terapeutica potrebbe infatti semplicemente correlare con l’efficacia terapeutica.

Lucy Goldsmith, dottoranda all’Università di Manchester e colleghi a tal proposito hanno analizzato i tipi di trattamento di psicoterapia per pazienti che hanno avuto uno o più episodi psicotici. Sono state confrontate la terapia cognitivo-comportamentale (CBT) con cure quotidiane, il counseling supportivo (SC) accompagnato dalle cure e le cure in modo isolato (RC). Pazienti che soddisfano i criteri DSM-IV per la schizofrenia o disturbo schizofreniforme durante un primo o un secondo episodio psicotico sono stati assegnati a uno dei tre gruppi di trattamento in modo casuale. Il trattamento prevedeva una seduta settimanale per sei settimane.

I risultati indicano infatti che ad alti livelli di alleanza, la terapia è utile, ma che a bassi livelli di alleanza, la terapia è dannosa.

La scoperta che la terapia può avere un effetto dannoso quando l’alleanza è povera è molto importante perché suggerisce che quando essa risulta essere scarsa la persistenza nel cercare di coinvolgere il paziente in terapia non è appropriata. Quindi, anche se la terapia cognitivo-comportamentale è stata indicata come efficace in molti studi controllati, gli attuali risultati indicano che la terapia dovrebbe procedere con cautela se l’alleanza terapeutica è scarsa.

Studi futuri sui trattamenti psicologici per psicosi dovrebbero prendere in considerazione metodi per massimizzare l’alleanza, o almeno utilizzare le procedure per la sospensione della terapia se l’alleanza è scarsa.

Un’implicazione più ampia è che i servizi psichiatrici dovrebbero garantire che tutto il personale si impegni in modo efficace con i pazienti psicotici migliorando la qualità delle relazioni e sviluppando un approccio più personalizzato in cui gli interventi vengano adattati alle esigenze dei pazienti.

 

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BIBLIOGRAFIA:

L’ esser pieni di sé non equivale all’esser pieni di me: uso dei pronomi personali e narcisismo

Per tutti quei narcisisti troppo presi ad ammirare se stessi ad uno specchio per leggere gli articoli scientifici degli ultimi trent’anni, arrivano delle novità, ops… delle conferme!

Secondo un recente studio pubblicato dall’ American Psychological Association, l’utilizzo smisurato di pronomi come io e me e, dunque, l’eccessivo ricorso alla prima persona durante i discorsi, non sarebbe indice di un interlocutore dalla personalità narcisista.

Fa parte del senso comune, infatti, pensare che chi fa un alto ricorso ai pronomi io e me nei propri discorsi sia una persona evidentemente egoista e con una tendenza al sentirsi superiore agli altri. Già dal lontano 1988, all’University of California Berkeley, si sono svolte ricerche volte a confermare tale ipotesi, ottenendo però risultati in direzione contraria.

Uno studio simile è stato condotto anche da James W. Pennebaker, i risultati hanno confermato ancora una volta la correlazione negativa tra l’uso eccessivo della prima persona e una personalità narcisista sottolineando, anzi, una correlazione positiva tra insicurezza e autoreferenzialità nei discorsi.

Più recente è l’articolo pubblicato dall’ American Psychological Association di cui sopra, condotto dalla dottoranda in Psicologia Angela Carey. I risultati? Come già anticipato si sono rivelati una conferma delle precedenti ricerche. Il merito che spetta alla Carey è l’aver studiato tale correlazione su un campione molto ampio di soggetti, prevalentemente donne e in età universitaria. 

Se dunque vi troverete a scambiar chiacchiere con qualcuno che esagera con Io…io…io, non prendetelo per un narcisista, forse il suo ego è più piccolo di quanto si pensi. 

 

Per vederci chiaro Carey e Mehl hanno collaborato con ricercatori di altre quattro università negli Stati Uniti e due in Germania, reclutando oltre 4.800 persone per il loro studio. I partecipanti sono stati invitati a impegnarsi in una serie di test rivelatori, scritti e orali. I ricercatori hanno valutato anche il narcisismo dei volontari sulla base di cinque diverse scale, confrontando poi i punteggi ottenuti con l’uso della prima persona singolare nei ‘compiti’

L’ esser pieni di sé non equivale all’esser pieni di ‘me’Consigliato dalla Redazione

L' esser pieni di sé non equivale all'esser pieni di me: uso dei pronomi personali e narcisismo - Immagine: 68405556
Contrariamente a quanto si possa credere, l’ eccessivo utilizzo nei discorsi di pronomi come ‘io’ e ‘me’, non indica necessariamente una tendenza narcisistica, anzi. E’ quanto conferma l’ennesima ricerca sul tema. (…)

Tratto da: Adnkronos

 

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Il tatuaggio: trasgressione, conformismo o semplice voglia di “lasciare il segno”?

È un qualcosa di personale, a cui si attribuisce un senso, indelebile e che viene a far parte della persona stessa. Qualcosa che resta, a cui si attribuisce un’importanza e che non si vuol dimenticare. Un ornamento sul nostro corpo che in un certo senso lo rende unico, con un significato personale in più.

Cos’è il tatuaggio? Un incisione. Un marchio. Qualcosa che non nasce con noi, ma che di proposito ci facciamo stampare sul nostro corpo. E sono davvero tante le persone che al giorno d’oggi posseggono almeno un tatuaggio. Ma è da tener presente che il tatuaggio ha origini antichissime. La parola “Tattoo” deriva dal Taitiano “Tattua” che significa “segnare”. Sono stati i polinesiani a contribuire all’evoluzione del tatuaggio nel mondo (Argenziano, Farro, 2004). Essi associavano quest’arte di decorazione del corpo alle loro credenze sociali e religiose. Ma è da tener presente che i tatuaggi hanno significati differenti a seconda delle varie culture. Ai tempi dei romani venivano utilizzati per riconoscere i fuorilegge e gli schiavi. I marinari li utilizzavano invece come testimonianza dei propri viaggi e delle proprie avventure. Insomma tempi addietro i tatuaggi avevano un significato autentico, una certa utilità.

Al giorno d’oggi invece cosa vogliono significare questi disegni, simboli, scritte incise sulle pelle da ago e inchiostro e che permangono tutta la vita? Ragioniamoci anche relativamente all’età: ricerche dell’ISTAT mettono in luce che l’incisione del primo tatuaggio avviene in media in quella fascia di età che va dai 26 ai 35 anni (52% della popolazione italiana). Ma un buon 30% riguarda soggetti di età inferiore. Tali dati saltano all’occhio per un principale motivo: molti soggetti di età poco più che adolescenziale esibiscono già almeno un tattoo. Alcuni anni fa il tatuaggio rappresentava in qualche modo una personalità deviante. E tutt’ora molte persone osservano i soggetti caratterizzati dai tattoo con occhio critico. Come se quei simboli rappresentassero un segno di trasgressione, qualcosa da cui in un certo senso occorre tenersi alla larga.

Ma perché? Negli anni 70 – 80, con la nascita del movimento Punk, il tatuaggio aveva in effetti assunto un certo significato di ribellione, ed era circoscritto appunto solo a certe categorie di persone, quali galeotti, prostitute e criminali (Castellani, 2005); e anche ai nostri giorni molti soggetti si fanno tatuare solo per possedere un elemento di identificazione e contrapposizione. Ma ciò riguarda una minoranza di persone.

Perché è opportuno riflettere su un’altra cosa, che paradossalmente introduce un concetto in un certo senso opposto a quello appena esposto. Il tatuaggio pare diventata un’autentica moda. È talmente frequente incontrare gente tatuata che ormai la cosa non salta più neanche all’occhio; non si fa nemmeno più particolare caso a quei bizzarri disegni scritti sul corpo. Come se facessero parte integrante della persona stessa, quando in realtà così non è. Si tratta di un’incisione volontaria, messa in atto per un determinato e personale motivo (Millner, Eichold, 2001).
Una moda appunto. Ce l’hanno in tanti e quindi piacerebbe averlo anche a me.

Non una trasgressione allora, non un qualcosa che devia dalla normalità, ma bensì l’esatto contrario: un omologarsi all’altro, rendersi simile, un “conformismo”. Ebbene sì, ciò non è da escludere se si tiene presente che ad incidersi un tatuaggio sono molti soggetti di giovane età, ventenni, poco più che adolescenti. A quest’età assume una rilevante importanza l’integrazione nel gruppo di coetanei, l’essere accettati, il sentirsi parte di un gruppo. Il tatuaggio è una moda tra i giovani d’oggi, e piace. Viene percepito un simbolo di bellezza, una decorazione. E tali convinzioni spingono la persona ad averlo, battendo anche i motivi che potrebbero in qualche modo frenarla dal farselo incidere, ossia che si tratta di un segno indelebile, e il non trascurabile fatto che viene creato mediante una tecnica a dir poco dolorosa. Un “autolesionismo” in un certo senso. Potrebbe sembrare assurdo, ma recenti ricerche hanno messo in luce che dietro comportamenti autolesivi, con un particolare riferimento alla creazione piercing e tatuaggi, vi sia un desiderio di approvazione da parte degli amici e dei pari (Novara e all. 2010).

Proprio questo bisogno di omologazione adolescenziale ha spinto una buona parte di medici a mettere in atto una serie di strategie preventive, in modo da poter mettere in guardia i giovani verso le pratiche di incisione dei tattoo poco sicure, e al contempo informarli sui possibili rischi che essi potrebbero comportare (Gold e all, 2015). È da sottolineare che sono in molti i soggetti pentiti del proprio tatuaggio, e molti di essi raccontano proprio di aver fatto “la sciocchezza” in giovane età, senza valutare adeguatamente le conseguenze.

Ma è pure vero che il tatuaggio è un “simbolo”, ossia un qualcosa che ha un significato. Ed infatti molte persone così lo concepiscono. È un qualcosa di personale, a cui si attribuisce un senso, indelebile e che viene a far parte della persona stessa. Qualcosa che resta, a cui si attribuisce un’importanza e che non si vuol dimenticare. Un ornamento sul nostro corpo che in un certo senso lo rende unico, con un significato personale in più.

E tornando al concetto in precedenza sopra esposto, relativo al fatto che il tatuaggio in alcuni casi rappresenta trasgressione e ribellione, è da sottolineare che ai giorni odierni ciò potrebbe essere relativo solo per gli occhi di chi osserva la persona tatuata. Mentre chi possiede l’incisione attribuisce al proprio tatto un significato in qualche modo positivo, semplicemente per il fatto che quel disegno sulla pelle è stato realizzato solo grazie alla pura volontà di chi lo indossa.

[blockquote style=”1″]Come seguendo i contorni di un ricamo, l’ago penetra nella carne lasciando dietro di sé un segno indelebile [/blockquote]

Flori, 2009

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il training autogeno e la psicoterapia autogena

 

Il training autogeno (T.A.) è una tecnica di rilassamento e autodistensione da concentrazione psichica ideata negli anni ’30 da Johannes Heinrich Schultz a partire dallo studio sistematico delle applicazioni dell’ipnosi e dell’autoipnosi in ambito clinico (Schultz, 1986).

Il training autogeno, basandosi sul concetto di autogenicità, permette di produrre da sé determinate modificazioni a livello dell’unità psiche – soma.  L’uomo in Schultz è inteso, infatti, in senso bionomico in quanto non può prescindere dalla propria completezza di corpo e psiche (Deganello, 2005 – 2006). Questa concezione bionomica della vita prende in considerazione la complessità dell’uomo che fin dalla nascita si esprime attraverso il corpo e le parole.

Il corpo, come sottolinea Galimberti (1997), è lo sfondo di tutti gli eventi psichici. Il training autogeno permette dunque di entrare in contatto con il proprio corpo diventando più consapevoli di sé. La persona riesce, grazie alla pratica di questa tecnica, ad entrare in uno stato d’attenzione passiva, a sospendere l’attività volitiva mettendo il mondo esterno tra parentesi, vivendo pienamente la propria corporeità.

Schultz afferma che (1986, pag. 18) [blockquote style=”1″]“in soggetti con sufficiente autonomia psichica, disposti all’ esperimento, è possibile ottenere in opportune posture, con lo smorzamento della percezione di stimoli ambientali, con l’aiuto di stimolazioni monotone, un restringimento del campo della coscienza; possono allora comparire predominanza della vita riflessa, automatismi, trasformazioni del vissuto interiore”.[/blockquote]

Il training autogeno di base consiste nell’apprendimento graduale di una serie di esercizi di concentrazione psichica passiva che permettono progressivamente il realizzarsi di spontanee modificazioni di funzioni involontarie (tono muscolare, funzionalità vascolare, attività cardiaca e polmonare, equilibrio neurovegetativo). Questo stato di commutazione autogena genera una deconnessione psichica permettendo appunto il passaggio da uno stato di veglia ad uno stato di metabolismo di base simile al sonno (Schultz, 1986).

Il training autogeno si divide in due gruppi di esercizi: ciclo inferiore e ciclo superiore. Gli esercizi del ciclo inferiore o somatico sono volti al raggiungimento della capacità di abbandonarsi all’ ascolto passivo del corpo e sono: pesantezza, calore, cuore, respiro, plesso solare e fronte fresca (Schultz, 1986). Gli esercizi del ciclo superiore invece sono deputati all’ ascolto passivo della psiche (Peresson, 1984).

Grazie a questa tecnica è possibile ritrovare un buon equilibrio psicofisico accedendo ad uno stato interno di benessere ed armonia. Con finalità terapeutiche il training autogeno offre la possibilità al paziente di esplorare il proprio corpo e liberare il suo linguaggio esprimendo quello che spesso non riesce a comunicare (Deganello, 2005 – 2006).

I benefici del training autogeno sono (Schultz, 1986; Peresson, 1985):
Rilassamento e autoinduzione di uno stato di calma;
Benessere psicofisico;
Autoregolazione di funzioni corporee involontarie;
Recupero energie fisiche e psichiche;
Potenziamento delle prestazioni psicofisiche;
Miglioramento capacità mnestiche;
Autodeterminazione;
Introspezione e autocontrollo.

Questi risultati dimostrano come, grazie al training autogeno, si producano delle modificazioni che permettono una regolarizzazione di funzioni vitali e uno scaricamento delle tensioni. Il training autogeno è indicato in medicina psicosomatica nel trattamento di molti disturbi come cefalea vasomotoria, gastrite, balbuzie, asma, eczema, tachicardia (Wallnöfer, 1993). È inoltre indicato per il trattamento di disturbi d’ansia, nevrosi fobiche, sindromi depressive reattive e per alcuni tipi di disturbi sessuali come vaginismo ed eiaculazione precoce (Wallnöfer, 1993; Zuliani, 2003 – 2004).

Grazie a questa tecnica è possibile rimettersi in contatto con il proprio sentire corporeo recuperando la propria soggettività, acquisendo maggior consapevolezza non solo del proprio corpo ma anche della propria profondità emotiva.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Deganello A. (2005 – 2006), “Corporeità e psicoterapia autogena”, Psiche Nuova, CISSPAT, Padova: 141 – 144.
  • Galimberti U. (1987), Il corpo, Edizioni Feltrinelli, Milano, 1987.
  • Peresson L. (1985), Psicoterapia autogena, Edizioni Faenza, Faenza.
  • Peresson L. (1984), Trattato di psicoterapia autogena, Piovan Editore, Abano Terme.
  • Schultz J. H. (1986), Il training autogeno, Volume I, Esercizi Inferiori, Edizioni Feltrinelli, Milano.
  • Wallnöfer H. (1993), Anima senza ansia, Edizioni Universitarie Romane.
  • Zuliani E. (2003 – 2004), “Il training autogeno quale terapia sessuologica: fondamenti metodologici e principi applicativi”, Psiche Nuova, CISSPAT, Padova: 181 – 185.
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