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Malattie croniche e distress psicologico: il ruolo della resilienza

Di Taslima Grossi

Pubblicato il 22 Dic. 2022

Uno studio del 2020 di Debnar e colleghi ha evidenziato il rapporto tra malattie croniche e maggior predisposizione a vulnerabilità psicologiche, confrontando individui aventi malattie croniche con individui sani in un arco temporale di 6 anni.

 

Le malattie croniche

 Quando si parla di malattie croniche ci si riferisce a problemi di salute, come per esempio patologie cardiache e polmonari, cancro e diabete, che richiedono un trattamento continuo, durante un periodo di tempo che va da anni a decadi (OMS, 2019). Ciò comporta un impiego di risorse umane, economiche e mediche sotto diversi punti di vista e comporta, per le persone che ne soffrono, una ridotta qualità della vita.

Oltre all’ingente impiego di risorse, le malattie croniche implicano, a livello psicologico, un costante stato di adattamento a questa nuova condizione di vita. Con adattamento psicologico si intende la messa in atto di un meccanismo cognitivo e comportamentale atto a favorire l’equilibrio mentale e fisico di un individuo nel proprio ambiente di riferimento, in risposta alle avversità che si trova a fronteggiare (Barkow et al., 1992; Lehti, 2016). Sebbene le prime teorie riguardanti l’adattamento psicologico risalgano a decadi fa, recentemente è emerso come le differenze individuali contribuiscano a modificare le traiettorie di adattamento nella popolazione generale. Infatti, la letteratura ha messo in luce come gli individui con alti livelli di resilienza siano caratterizzati da un grado di compromissione minimo rispetto a individui più vulnerabili, i quali sono caratterizzati da alti livelli di compromissione psicologica che può persistere anche per anni (Galatzer-Levy et al., 2018). Con resilienza si intende la capacità dell’essere umano di adattarsi positivamente a un evento avverso e, in particolare, in psicologia si fa riferimento alla capacità di ristabilire il proprio benessere psicologico a seguito di eventi traumatici o stressanti (Herrman et al., 2011).

È però importante sottolineare come, in passato, ci si sia sempre soffermati sulla resilienza come fattore protettivo, mentre a oggi la letteratura sostiene fermamente che sono diversi i fattori che concorrono ad aggravare o migliorare i gradi di compromissione dovuti a una patologia e quindi la qualità della vita in generale (Scharn et al., 2019).

I fattori protettivi nelle malattie croniche

 Uno studio del 2020 di Debnar e colleghi ha evidenziato il rapporto tra malattie croniche e maggior predisposizione a vulnerabilità psicologiche. In questo studio sono stati messi a confronto individui aventi malattie croniche con individui sani, confrontando diverse traiettorie evolutive e fattori di distress psicologico, in un arco temporale di 6 anni.

I livelli più elevati di distress psicologico sono stati riscontrati nei soggetti con minor resilienza e i fattori protettivi più comuni sono risultati: la stabilità emotiva, la soddisfazione a livello relazionale e l’appartenenza al genere maschile (Debnar et al., 2020). È importante sottolineare però che il numero di partecipanti allo studio appartenenti al genere maschile differiva da quello femminile, per cui questo dato risulta difficilmente generalizzabile alla popolazione generale, come dimostrato da numerosi studi precedenti (Moergeli et al., 2012; Zhu et al., 2014). In ogni caso, si può dedurre l’importanza di diversi fattori biopsicosociali nel predisporre o meno un individuo allo sviluppo di vulnerabilità psicologiche dovute alla presenza di una condizione medica cronica. Questi fattori appartengono a diverse categorie, quali: la salute fisica, il benessere psicologico, la sfera sociale (ovvero il grado di supporto sociale) e, in ultimo, l’appartenenza a una determinata categoria sociodemografica. Ovviamente il livello di distress è anche influenzato da fattori come, appunto, il grado di resilienza di un individuo, la severità della condizione cronica sviluppata, e quindi conseguentemente il livello della qualità della vita, e le possibilità di recovery parziale, dovuto alla presenza o meno di cure di mantenimento.

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