Social Behavior, Separation Anxiety and Adult psychopathology – SOPSI 2014

18° Congresso SOPSI 2014: Simposio dedicato al rapporto tra primarie esperienze relazionali, ansia da separazione e psicopatologia nell’adulto.

ID Articolo: 40031 - Pubblicato il: 20 febbraio 2014
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SOPSI 2014

Report dalla sessione plenaria:

Social Behavior, Separation Anxiety and Adult psychopathology

Heinrichs M., Abelli M., Banti S., Troisi A.

SOPSI 2014 - Simposio Social BehaviorAll’interno del Cogresso SOPSI, dove ampio risalto è dato alle età della vita, si inserisce il contributo di questo simposio dedicato al rapporto tra primarie esperienze relazionali, ansia da separazione e psicopatologia nell’adulto.

Heinrichs, prendendo le mosse dalle interazioni sociali positive come fattori protettivi per il benessere dell’individuo, si focalizza sui mediatori definiti “social neuropeptides”, in particolare sul ruolo dell’ossitocina. Quest’ultima, come diversi studi dimostrano, influenza fortemente il comportamento dell’uomo e risulta essere un mediatore del comportamento sociale di attaccamento.

E’ stato osservato che, mentre nelle specie in cui la cura della prole risulta scarsamente importante per la sopravvivenza troviamo bassi livelli di ossitocina, viceversa, in specie dove la sopravvivenza è assicurata dalla presenza di un caregiver troviamo livelli significativamente più alti di ossitocina. Un ruolo importante rivestito da questo peptide (ossitocina) è quello di azione nella risposta autonomica della paura in cui l’amigdala ha un ruolo centrale. Le ricerche in questo ambito evidenziano che l’attivazione dell’amigdala diminuisce per effetto dell’aumento dei livelli di ossitocina. Questo dato ha suggerito vari filoni di ricerca. Una delle ricerche più interessanti, in tal senso, ha confrontato due gruppi di soggetti con diagnosi di Fobia Sociale, ad un gruppo veniva somministrata una dose di ossitocina attraverso uno spray nasale, al gruppo di controllo veniva somministrato un placebo.

Come noto, i soggetti con fobia sociale hanno un’elevata attivazione dell’amigdala come risposta alla paura di esporsi a situazioni temute. Entrambi i gruppi venivano esposti ad una situazione attivante. Dai risultati emerge che i soggetti trattati mostravano livelli di attivazione dell’amigdala significativamente più bassi, all’incirca della metà, dei soggetti ai quali era stato somministrato un placebo. Gli studi in questo campo sono tutt’ora in evoluzione e uno degli sviluppi futuri sarà quello di indagare le differenze di genere nelle risposte dell’ossitocina.

Spostando l’attenzione sull’ambito più prettamente diagnostico, la Dott.ssa Abelli si focalizza sul Disturbo d’Ansia da Separazione nell’Adulto (ASAD) che entra nel DSM V (2013) a pieno titolo nel grande gruppo diagnostico dei Disturbi d’Ansia. Questo disturbo che nella nosografia veniva inscritto solo nei disturbi infantili diventa una diagnosi a tutti gli effetti anche nella popolazione adulta. Nello specifico i criteri diagnostici prevedono:

A. Ansia inappropriata rispetto al livello di sviluppo ed eccessiva che riguarda la separazione da coloro cui il soggetto è attaccato, come evidenziato da almeno tre dei seguenti elementi:

1. malessere eccessivo ricorrente quando avviene la separazione da casa o dai principali personaggi di attaccamento o quando essa è anticipata col pensiero

2. persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo alla perdita dei principali personaggi di attaccamento, o alla possibilità che accada loro qualche cosa di dannoso (come una malattia, un danno, una calamità o la morte)

3. persistente ed eccessiva preoccupazione riguardo al fatto che un evento spiacevole comporti separazione dai principali personaggi di attaccamento (per es. essere smarrito, essere rapito, avere un incidente, ammalarsi)

4. persistente riluttanza o rifiuto di uscire, per andare lontano da casa, di andare a scuola, al lavoro o altrove per la paura della separazione

5. persistente ed eccessiva paura o riluttanza a stare solo o senza i principali personaggi di attaccamento a casa, oppure di qualsiasi altro posto (situazioni)

6. persistente riluttanza o rifiuto di dormire fuori casa e di andare a dormire senza avere vicino uno dei personaggi principali di attaccamento.

7. ripetuti incubi sul tema della separazione

8. ripetute lamentele di sintomi fisici (es. mal di testa) quando avviene o è anticipata col pensiero la separazione dai principali personaggi di attaccamento

Rispetto al criterio B, relativo alla durata, si può fare diagnosi di Disturbo d’Ansia da Separazione nell’adulto se i suddetti sintomi sono presenti da almeno 6 mesi dall’esordio della sintomatologia.

Messaggio pubblicitario L’epidemiologia di questo quadro clinico oscilla nella popolazione generale tra 0.9 e 1.9% negli adulti e si attesta intorno al 4% nei bambini (APA, 2013). Secondo uno studio australiano (Silove, 2010) il Disturbo d’Ansia da Separazione nell’adulto ha una prevalenza del 23% nella popolazione normale di riferimento. Nel Disturbo d’Ansia da Separazione nell’adulto troviamo un elevato pattern di comorbilità con gli altri Disturbi d’Ansia (Silove et al., 2010):

– Agorafobia e Disturbo di Panico (20.6%)

PTSD (23.7%)

Disturbo Bipolare (19.4%)

Depressione (40.8%)

L’esordio da ASAD precede quello del disturbo in comorbilità nel 75% dei casi. In merito alla diagnosi differenziale, mentre i soggetti con Disturbo Dipendente di Personalità (a causa della pervasiva tendenza a dipendere dagli altri) sviluppano ansia per paura di non essere in grado di far fronte ad un abbandono, i pazienti con ASAD fanno riferimento ad una serie limitata di preoccupazioni, relative alla sicurezza delle figure di riferimento ed al mantenimento di prossimità con esse.

La diagnosi differenziale con il Disturbo Borderline di Personalità evidenzia che, pur presentando paura dell’abbandono, in questa popolazione di pazienti troviamo una pervasiva instabilità dell’umore, delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé, nei comportamenti, marcata impulsività, sentimenti di rabbia e di vuoto che non si riscontrano nei soggetti con ASAD.

Ad oggi non sono disponibili in letteratura studi relativi al trattamento dell’ASAD, in quanto non abbiamo protocolli di intervento per questo disturbo. Grazie all’introduzione nel DSM V sarà possibile definire specifici interventi terapeutici per questo disturbo. Possiamo, infine, chiederci se esiste una relazione tra Disturbo d’Ansia da Separazione nell’adulto e stili di attaccamento ed, in merito a questo,  Silove e Mamane (2010) affermano che mentre ASAD è una categoria diagnostica, ovvero un costrutto nomotetico basato sulla coesistenza di sintomi operazionali, l’attaccamento ansioso è un costrutto idiografico il cui significato deriva dalla sua funzione esplicativa all’interno della teoria dell’attaccamento

Sull’attaccamento si sono sviluppati vari filoni di indagine come quello promosso dal Prof. Troisi su “Social Attachment and OPRM1 polymorphism: a translation approach”. Nello studio delle variabili che influenzano le risposte individuali agli oppiacei sono emerse evidenze che suggeriscono una interazione tra alcuni geni e diversi stili di attaccamento.

Dall’indagine sulla variabilità di risposta agli oppiacei si è giunti ad identificare degli specifici circuiti legati al piacere/rinforzo e al dolore. Entrambi questi circuiti vedono coinvolti gli oppiacei e si attivano rispettivamente a seguito di piacere o dolore fisico. Ma gli studiosi hanno riscontrato che questi sistemi vengono attivati anche da esperienze relazionali. Nello specifico il circuito del piacere si attiva anche quando avviene un atto di cooperazione sociale e quello del dolore in seguito ad un lutto o ad un rifiuto sociale. Lo studio di questo polimorfismo ha portato ad individuare particolari geni (A118G) che sembrano essere correlati con la predisposizione all’anedonia sociale. I risultati evidenziano che sia le precoci esperienze relazionali che le variabili genetiche giocano un ruolo fondamentale nella sensibilità al rifiuto sociale.

In questo senso Troisi et al. stanno portando avanti ricerche atte a indagare come le precoci cure del caregiver interagiscano sulle variabili genetiche nello sviluppo di tratti di personalità strettamente correlati alla sensibilità al rifiuto.

In conclusione, Troisi sottolinea come l’interazione tra variabili genetiche e ambiente dovrebbe essere intesa più come suscettibilità che come vulnerabilità. La suscettibilità, infatti, prende in considerazione sia la variabilità genetica che le precoci esperienze nella relazione di attaccamento.

A sintesi dei diversi interventi del simposio chiudiamo con la citazione di Thomas R. Insel (Director NIMH, USA): “We are, by nature, a highly affiliative species craving social contact. When social experience becomes a source of anxiety rather than a source of confort, we have lost something fundamental – whatever we call it”.

 

TUTTI I REPORTAGES DAL CONVEGNO SOPSI 2014

ARGOMENTI CORRELATI:

ANSIAATTACCAMENTO

 

BIBLIOGRAFIA:

 

 

AUTORE: 

Maria Sansone. Psicologa Psicoterapeuta – Scuola Cognitiva di Firenze


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