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Il misterioso legame dei gemelli secondo la psicoanalisi: tra “identità identica” e differenziazione

Nei gemelli si delinea un’ambivalenza che vede il contesto gemellare fluttuare tra una reciproca risonanza e una pulsione differenziante

Di Marta Rebecca Farsi

Pubblicato il 23 Gen. 2024

Il legame tra gemelli

La fraternità gemellare si fonda su un legame perpetuante, destinato a non spezzarsi malgrado il delinearsi delle singole individualità: il processo differenziante che prende il via subito dopo il parto, pur garantendo la formazione biologica di due soggetti distinti, non comporta infatti una differenziazione psichica altrettanto definitiva, ma dà origine ad uno spazio vitale per tanti aspetti condiviso. In un certo senso è come se i gemelli facessero per sempre parte l’uno dell’altro, in una soggettività compenetrante che prende il via già dal contesto uterino, in quell’inevitabile contatto fatto di sensazioni, percezioni viscerali, esperienze somatiche che andranno a consolidarsi nella memoria sensoriale –quello che Freud (1917) chiama inconscio non rimosso– come frammenti generativi di un’esperienza inviolabile ed esclusiva, accessibile a loro soltanto. La matrice vitale dei gemelli è necessariamente unica: per questo, anche dopo l’acquisizione di un’esistenza biologica autonoma, l’esistenza dell’uno riecheggerà per sempre in quella dell’altro. Retaggio di un ricordo che precede la memoria stessa, e che dal corpo si insedia nella psiche come traccia indelebile.

Uguaglianza vs diversità nei gemelli

La “risonanza gemellare” non è determinata soltanto dalla condivisione del patrimonio genetico. Studi scientifici di brain imaging, dopo l’analisi del connettoma cerebrale –una sorta di impronta digitale che differenzia ogni cervello dall’altro– hanno precisato che nei gemelli, ancorché omozigoti, l’uguaglianza del connettoma raggiunge appena il 12%. Il resto delle impronte digitali cerebrali viene forgiato dall’esposizione esperienziale, ad un ritmo di cambiamento che si aggira intorno al 13% ogni cento giorni, grazie al processo di apprendimento e costruzione sinaptica consentita dalla neuroplasticità (Zoli, 2017). Sembrerebbe dunque che, a dispetto di una radice vitale comune, il fenomeno della gemellarità non vada esente dall’incontro con fattori esperienziali contingenti, in grado di diversificare un’esistenza condivisa verso direzioni individualistiche. 

Si delinea così un’ambivalenza che vede il contesto gemellare fluttuare continuamente tra una tensione di reciproca risonanza e un’altrettanto marcata pulsione differenziante, intesa come raggiungimento dell’alterità, il cui effetto crea un binomio paradossale: l’esistenza di due realtà liberamente inseparabili; di due individui diversamente identici.

Il mistero dell’IO e dell’IO-NOI nei gemelli

Il legame dei gemelli non è suggellato dalla generatività, come avviene nel contesto materno. Nessuno dei due cerca nell’altro la gratificazione di una pulsione protettiva, di nurture e di accudimento (Mahler et al., 1928). Nel loro rapporto la tensione simbiotica deriva piuttosto dalla necessità di attingere energia dai rispettivi spazi vitali, creando una zona somatopsichica condivisa che nell’altro si perfeziona e si completa. Una pulsione di specularità e autopercezione reciproca, da cui si origina un legame risonante che spinge ad una doppia unicità. Una identità speculare cui fa da contraltare una singolarità duale.  

Nella dimensione esistenziale dei gemelli si fa strada la contemporanea presenza di un IO soggettivo e indipendente, e di un Io-Noi, inerente una costante presenza del Sé nell’altro e dell’altro nel Sé, in una reciprocità significante che non può fare a meno di se stessa.  

Non si tratta di un processo evolutivo transitorio, ma di un connotato che colonizza i rispettivi spazi psichici più arcaici, il cui destino sarà destinato all’evoluzione autoperpetuante ed autoreferenziale, per quanto parzialmente modificabile dalle contingenze esterne. 

Più che sfuggirsi, i gemelli finiscono col ricercarsi e supportarsi, nell’attraversamento dei compiti che caratterizzano ogni fase della vita, consapevoli che le difficoltà evolutive cui andranno incontro, pur nella diversità delle circostanze, verranno condivise da entrambi, nella percezione di un vissuto emotivo che esige di riprodursi anche nell’altro (Coles, 2004). 

L’ineluttabilità di questa risonanza, per quanto intensa e autoconfermante, rivela una difficoltà di gestione soprattutto in quelle fasi di vita in cui trovare un proprio spazio di intimità, al riparo dalle incursioni di oggetti incistanti e intrusivi, si mostra indispensabile. Ad esempio l’adolescenza, quando il doversi confrontare con un Sé identico disorienta il processo propriopercettivo, rallenta il consolidarsi di una differenzazione consapevole e satura ogni conato di fantasia autonomica (Bloss, 1969; Sommantico, 2011). 

Confusi e persino intimiditi da questa “identità identica”, i gemelli provano a giocarci un po’, anche al fine di stornare un’angoscia egoica che, di fronte a questo strapotere dell’Io-Noi paralizza e depaupera l’Io-Sé. Il modo in cui tendono a scambiarsi, talvolta, le rispettive identità, o a concedersi inaspettate incursioni nella vita dell’altro, magari anche in ambito scolastico, sociale e relazionale- diventa così la difesa controfobica contro un’angoscia fusionale, il timore di una sparizione totale nell’altro me, da cui si origina uno stato indifferenziato preclusivo dell’autonomia. 

L’inevitabile ambivalenza e il vissuto perturbante dei gemelli

La gemellarità conferisce un senso di narcisismo onnipotente che nutre il Sé grazie alla presenza di un altro –doppio e uguale– nel quale riconoscersi e fortificarsi contro gli attacchi esterni. Ma al contempo l’Io-Noi costituisce un fattore di dissidio rispetto al bisogno altrettanto narcisistico di essere unici per se stessi e per il mondo, creando un’identità da non condividere con nessun altro (Khout, 1976). 

Latita, nel legame gemellare, il rischio di vedere invaso il proprio spazio vitale dalla presenza di un altro identico e tuttavia diverso, in grado di depauperare il Sé di connotati soggettivi salienti. 

Quasi tutti i gemelli dichiarano di provare per l’altro grande amore, ma altre volte la reciproca risonanza sembra metterli in grande difficoltà, creando pulsioni aggressive gestite attraverso strumenti difensivi di rimozione o di repressione consapevole (Freud, 1936). 

Appartenenza e invasione, dissidio e coesione, esigenza e angoscia fusionale sono dimensioni generate da un sintomo in cui la presenza dell’altro viene evitata e al contempo cercata, per impedire la perdita di quella parte del Sé che in esso si struttura e si riconosce (Coles, 2004). Per questo, pur essendo alla ricerca dei propri spazi esclusivi, i gemelli temono la presenza di oggetti relazionali esterni –ad esempio legami sentimentali o amicali– identificandoli come minacciosi elementi separativi. Fattori in grado di recidere quel legame arcaico che richiama l’appartenenza reciproca, più forte e inviolabile rispetto a quella determinata del classico rapporto fraterno (Trapanese e Sommatico, 2008).  

I componenti di una fratria canonica sono di fatto più propensi a percepire nella reciproca presenza un fattore di estraneità, da cui scaturisce una pulsione competitiva che li vede concorrere al raggiungimento quanto più possibile vantaggioso dei medesimi beni. 

Quel complesso di Caino che tra fratelli appare piuttosto marcato, all’interno del rapporto gemellare si mescola inevitabilmente con una pulsione fusionale non meno imperante di quella competitiva. Così, se il fratello maggiore deve letteralmente fare spazio ad un “nuovo arrivato” la cui esistenza è asincrona rispetto alla propria, in ragione di una nascita sin dall’inizio differenziata, i gemelli non riusciranno mai a percepire nei rispettivi Sé quell’elemento di estraneità che divide i fratelli, favorendone la conflittualità reciproca. 

Il pertubante acceso dalle rispettive ipseità non è dato da un’angoscia di competizione, quanto da un vissuto ambivalente che, mentre evita la minaccia dell’allontanamento e della separazione, sfugge una realtà fusionale potenzialmente distruttiva del Sé individuale. 

Se si avvicinano troppo, i gemelli rischiano di confondere i rispettivi spazi vitali, ma se frappongono tra i rispettivi Sé una distanza eccessiva ecco farsi strada un vissuto di disagio, quasi un senso di colpa, per aver abbandonato una dimensione condivisa dalla quale è impossibile prescindere. 

Lontano dal fratello il gemello si sente privato di una parte del Sé. Vicino a lui si avverte la presenza di angosce incistanti. Il dilemma, non certo di poco conto, sembra risolvibile attraverso la capacità di avvicinarsi e allontanarsi dall’altro con flessibilità adattiva, senza abbandonare la consapevolezza della propria indipendenza, pur nel rispetto di una radice vitale condivisa che precluderà per sempre il totale distacco. 

Costruire un’identità personale senza disconoscere l’identità condivisa, altrettanto presente e reale nel contesto di gemellarità, diventa allora il presupposto per dar vita ad un’autonomia mai del tutto autonoma. Un compromesso inevitabile, senza il quale la stessa identità personale perderebbe coesione e stabilità. 

Il compito dei gemelli è prima di tutto quello di differenziarsi da una matrice indistinta, di svincolarsi da un Io pelle che li tiene legati all’interno di un medesimo guscio, prima uterino e poi ambientale, simbolico, materno… (Sommantico, 2011, p. 257).

La soggettività duale del rapporto gemellare rappresenta una realtà incontestabile, la cui negazione risulterebbe, se non impossibile, quantomeno rischiosa. E in ogni caso snaturante. Il gemello non cesserà mai di avvertire l’altro come un interlocutore interiorizzato, e non potrà fare a meno di percepirlo come una parte del Sé in ogni circostanza evolutiva. Anche dopo la differenziazione, la simbiosi identitaria della vita arcaica si aggiungerà a quella individuale, andandola ad arricchire di elementi simbiotici che renderanno il legame gemellare lo specchio di una unità duale e di una dualità inscindibile, il riflesso di una risonanza reciproca eternamente congiunta. 

Il contesto diadico nel rapporto gemellare

L’esito di alcune ricerche sistematiche ha rilevato, nel contesto gemellare, un’esclusività meno intensa rispetto a quella ordinaria. La consapevolezza della presenza del fratello, presente ancorché implicita, contribuisce a far percepire la madre come un oggetto affettivo da condividere, e se questo favorisce il consolidarsi di una precoce frustrazione abbandonica, agevola al contempo i processi di differenziazione, di svezzamento e di triangolazione, stemperando i consueti effetti di criticità ed angoscia separativa. 

Lo stesso spazio diadico, in genere strettamente riservato alla presenza del figlio e dell’oggetto materno, viene abitato dalla presenza di un altro che ne costituisce una componente fondamentale ed integrante, quasi un elemento gestaltico, la cui assenza determinerebbe una dimensione irrimediabilmente incompleta. Si potrebbe parlare di una “diade triadica” in cui la pluralità di uno degli elementi (i figli) viene neutralizzata da una percezione relazionale simbiotica assolutamente dominante. 

Il difetto di esclusività, nel contesto gemellare, è determinato anche da ragioni di carattere logistico: una pluralità di figli rende indispensabile l’intromissione di figure aventi una funzione supportiva della madre, ed egualmente rende necessaria una precoce suddivisione della risorse materne, in termini materiali e affettivi. 

E non mancano motivazioni di natura emotiva. Il percetto persecutorio nel post partum gemellare assume connotati piuttosto intensi: pur felice delle nuove vite che ha generato, la madre se ne sente perseguitata, per certi aspetti aggredita, e le difficoltà gestionali di un parto plurimo tendono ad amplificare gli aspetti angoscianti della neo-condizione materna. I vissuti proiettivi possono assumere connotati potenzialmente ingestibili, in cui il figlio diventa il riflesso di un pensiero non pensabile, un contenuto senza contenitore dal quale è impossibile non lasciarsi destabilizzare. 

Spesso la madre si sente subissata dal carico richiestivo di una filialità plurima. Soprattutto le è difficile concedersi a ciascuno dei figli senza trascurarne le rispettive individualità. 

Instaurare un legame privilegiato diadico viene indubbiamente ostacolato dalla presenza di un altro bambino: non le è possibile dedicarsi soltanto ad uno dei figli, come avviene nella diade ordinaria. Le difficoltà maggiori risiedono nella somministrazione quotidiana di attenzioni e cure: ad esempio, nel momento in cui un figlio viene allattato e l’altro resta nella culla, o quando uno soltanto dei bambini viene preso in braccio, è complicato riuscire a mantenere un contatto visivo continuato e sintonizzante con entrambi (Cresti e Nissem, 2007). 

L’unica soluzione è anticipare il processo di diversificazione, sia della madre con i bambini che dei bambini tra di loro, cercando di creare una dimensione vitale i cui confini sfuggano ad una fusionalità disorientante e potenzialmente distruttiva. 

Dunque, se in una diade canonica la necessità è quella di mantenere l’esclusività, e in un certo senso di preservare l’intimità del legame materno, nel contesto gemellare è la stessa madre ad avvertire l’esigenza di una pulsione differenziante: in primo luogo per agevolare l’individualità nel rapporto con i figli, e secondariamente per diluire il percetto di persecutorietà di fronte alla presenza di due bambini inspiegabilmente identici. 

Suddividere emotivamente i gemelli conferisce un senso di maggior controllo sulla pluralità degli aspetti legati al ruolo materno, e aiuta a gestire in maniera più adattiva le esigenze dei piccoli, favorendo il consolidarsi di una gratificazione sintonizzante con ciascuno di loro (Sandbank, 2000). 

Creare una spazio differenziato si mostra così un’operazione psichica da attuare con beneficio: la futura mamma dovrebbe costruire sin dalla gestazione la fantasia immaginativa di un utero psichico condiviso, pensando ai due bambini come a singoli individui, ed organizzandone interiormente i rispettivi spazi esistenziali (Cresti, Nissem 2007). 

Con ciò non si intenda un disconoscimento del legame gemellare, ma soltanto la preparazione consapevole di uno spazio che dovrà essere necessariamente “partecipato, nella fantasia come nella realtà, prospettando l’unicità di un pluralismo inevitabile, e inevitabilmente unico. 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Bloss, P. (1962), Adolescence; a psyhcoanalytic interpretation, The Free Press, New York; 
  • Coles, P. (2004) Le relazioni fraterne nella psicoanalisi, Astrolabio Ubaldini, Roma; 
  • Cresti, L., Nissim, S. (2007) Percorsi di crescita: dagli occhi alla mente, Borla, Roma; 
  • Erikson, E., Erikson, J. (1984), I cicli della vita: continuità e mutamenti, Armando Roma;
  • Freud, S. (1917). Introduzione alla psicoanalisi, Bollati Boringhieri, Torino, 2012; 
  • Freud, A. (1936) L’Io e i meccanismi di difesa, Giunti, Firenze; 
  • Khout, H. (1976) Narcisismo e analisi del Sé, Bollati Boringhieri Torino; 
  • Mahler, M., Pine, F., Bergman, A. (1968), La nascita psicologica del bambino, Bollati Boringhieri, Torino; 
  • Sandbank, A. (2000), Manuale ad uso dei genitori di gemelli. Dalla nascita, all’adolescenza e oltre, Raffaello Cortina, Milano; 
  • Sommantico, M. (2011), Il fraterno. Teoria, clinica ed esplorazioni culturali, Borla, Roma; 
  • Trapanese, G., Sommantico, M. (2008) La dimensione fraterna in psicoanalisi, Borla, Roma
  • Zoli, V. (2017) Il cervello è unico, come le impronte digitali | Fondazione Umberto Veronesi (fondazioneveronesi.it), consultato in data 23 ottobre ‘23.
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