expand_lessAPRI WIDGET

Il fuoco amico sui CIM: commento all’articolo de La Repubblica “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”

Commento all’ articolo di Pietro Cipriano de La Repubblica del 10 aprile “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”.

 

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’ intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

 

E’ sempre positivo quando si parla di Psichiatria e soprattutto di servizio pubblico. Figuriamoci quando a farlo è, nelle pagine della cultura, un quotidiano così prestigioso come La Repubblica del quale condivido, come si diceva da giovani, la weltanschauung.
Sono reduce di tutta la mia carriera professionale trascorsa per trent’anni, fino alla pensione, nel Dipartimento di Salute Mentale di Viterbo. Come in un “piatto ricco” non resisto alla tentazione e mi “ci ficco”, anche attratto dalle frasette estrapolate ed evidenziate dai sottotitoli nel testo.

“Finalmente”, mi dico. Sono certo in una difesa appassionata del servizio pubblico contro l’avanzare, anche in questo campo, del privato. Poi, andando avanti nella lettura e, pur condividendo molte suggestioni aneddotiche, mi appare lo spettro di Comunardo Niccolai (che i più anziani ricorderanno come terzino del Cagliari campione d’Italia degli anni ’70) la squadra di Gigggirrrriva, per intenderci, passato alla storia per i suoi travolgenti e imprevedibili autogol.

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano, talvolta eroicamente il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

Dopo questa generica affermazione cerco di entrare più nel merito delle singole questioni. In primo luogo non ho motivo per dubitare delle affermazioni del dottor Cipriano e spero che con l’arrivo al SPDC del San Giovanni abbia più fortuna di quella avuta fin ora essendo incappato in situazioni indubbiamente deplorevoli.

Un primo discorso riguarda gli psicofarmaci. Indubbiamente ci possono essere abusi. Il ‘900 è stato il secolo della farmacologia e gli abusi sono stati inevitabili, si pensi anche alle polemiche di questi giorni sull’abuso degli antibiotici.

Il che non vuol dire che si stava meglio quando non c’erano gli antibiotici.

La chiusura dei manicomi è stata certamente dovuta alla rivoluzione culturale e alla stagione riformista di quegli anni che poi, come il Concilio Vaticano secondo, ha attenuato la sua spinta restando parzialmente incompiuta, ma certamente anche all’avvento degli psicofarmaci.

Non sono la panacea e neppure il demonio: dipende, come sempre, dall’obiettivo per cui vengono utilizzati, nonché dalla competenza dell’utilizzatore.
Semmai occorre allarmarsi per un uso improprio sempre più a pioggia degli psicofarmaci, anche da parte di non specialisti, non per curare malattie ma per fronteggiare emozioni come la tristezza e l’ansia che sono parte integrante dell’esistenza ed hanno valore adattivo. Qui si aprirebbe un discorso più profondo sulla negazione che la nostra cultura fa della sofferenza e della stessa morte che più sono espulse più ci spaventano.

 

Il percorso classico  degli psicofarmaci

Degli psicofarmaci sappiamo inoltre che sostengono enormi interessi economici e che appena prodotti vengono spacciati per assolutamente efficaci e certamente innocui
(niente dipendenza, nè tolleranza) fino alla scadenza del copyright che garantisce i guadagni più cospicui. A quel punto vengono tirati fuori gli studi attardatisi nei cassetti dei ricercatori sulla pericolosità di quel farmaco. Contemporaneamente ne compare uno nuovo che si caratterizza in genere per tre aspetti:

  1. viene accreditato di efficacia pari e superiore al precedente,
  2. è assolutamente esente da effetti collaterali immediati e a lungo termine e
  3. costa circa 10 volte il precedente.

E’ stato così per l’eroina (inizialmente prodotto da banco) poi per i barbiturici che ci hanno portato via Marylin, poi per le benzodiazepine presenti in tutte le case ed ora per gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) che non si negano a nessuno.

Un’altra critica che mi sento di fare e di pensarsi noi come i buoni che hanno capito tutto e gli altri, in passato stupidi, cattivi e persino in malafede. Questa è una visione narcisistica e priva di una prospettiva storica. I medici che si sono occupati dei malati mentali hanno sempre cercato di farlo a fin di bene il che certamente non preserva dagli errori.

La nascita dei manicomi non è stata un esercizio di crudeltà mentale ma il tentativo di riconoscere il malato mentale come soggetto bisognevole di cure distinguendolo da altri esclusi ed emarginati. Alla fine del ‘600, le strutture lasciate libere dai lebbrosi rivelano finalmente la loro utilità nell’accogliere una vasta umanità di individui respinti dalla città, diventando ospedali ed al contempo carceri per persone di ogni tipo ed estrazione sociale.

Emblema delle nuove strutture dedicate all’isolamento è l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656, che viene definito da Foucault “il terzo stato della repressione”. Si tratta appunto di uno dei primi ospedali destinati ad accogliere e “correggere” i folli e gli alienati, ma è in realtà l’emanazione di un’autorità assoluta che il re crea ai limiti della legge tra la polizia e la giustizia. Fin dall’inizio è evidente che non si tratta di un’istituzione medica, ma di una sorta di entità amministrativa dotata di poteri autonomi, che ha diritto di giudicare senza appello e di applicare le sue leggi all’interno dei propri confini. I malati sono trattati senza rispetto per le condizioni in cui versano e tutta l’organizzazione ricorda molto da vicino quella di un carcere. La nascita dei manicomi vuole superare “il grande internamento” e riconoscere lo status di malati.

Ancora, Cipriano afferma che gli psicofarmaci non bastano e che al paziente servono soprattutto legami, un lavoro, un’ abitazione e, soprattutto, una dignità ed un progetto di vita. Ci mancherebbe altro, è la fiera dell’ovvio. Se non fanno questo, e possono farlo solo loro, un terreno dove il privato non potrà mai raggiungerci, cosa fanno i Dipartimenti di Salute Mentale?
Il problema, piuttosto, è la mentalità e dunque la formazione degli operatori.

Anche il Dipartimento di Salute Mentale può trasformarsi in un “terricomio” se assume la dimensione dell’istituzione totale. A mio avviso lo diventa quando tenta di soddisfare al suo interno tutti i bisogni dei pazienti che invece devono cercarne la realizzazione nella società. Il manicomio era orribile non solo per i muri ma perché tutta la vita avveniva al suo interno. Non c’era bisogno di altro.
Volterra era una vera e propria città nella città con scuole, ufficio postale, officine, campi da coltivare, ospedali per quando ci si ammalava e persino un piccolo cimitero. Il rischio non è che i nostri dipartimenti diano solo farmaci ma che diano case da matti, lavoro per matti, soggiorni o vacanze per matti, pensioni per matti e così via.

In proposito fate caso a come delle attività normalmente piacevoli, quando praticate dai matti acquisiscano il postfisso “therapy” e diventino estremamente più costose e motivo di esclusione invece che di integrazione. Si veda la pet therapy, l’art therapy, l’ippoterapia, la musicoterapia, la terapia attraverso il cinema o il teatro o lo sport. L’essenza del manicomio è l’esclusione, il fatto di essere “un mondo a parte” e questa insidia è ben più subdola degli psicofarmaci perché si annida nella nostra mente di operatori e forse ancora di più in quelli compassionevoli e oblativi. Persino nel delinquere, fino ad oggi, il matto aveva un suo percorso a parte.

La costruzione di una società migliore è un percorso lungo pieno di inciampi e di strade sbagliate. Lo stesso vale per l’edificazione della salute mentale, le tappe precedenti alla nostra vanno guardate come propedeutici passaggi essenziali senza i quali non ci sarebbe stata la sensibilità che il dottor Cipriano esprime ed anche noi e lui saremo visti così tra cento anni, un po’ miopi e gretti ma, spero, umili portatori di un progetto comune.
Mi auguro che il futuro non abbia bisogno dei Dipartimenti di Salute Mentale perché la società sarà completamente inclusiva e di per sé terapeutica e la gestione del disagio mentale riguarderà tutti come l’educazione. Nel frattempo però restiamo uniti a difesa di quanto di buono è stato fatto in Italia e stiamo attenti agli autogol che danno argomenti ai detrattori del servizio pubblico. Per resistere ci serve gente che parli in termini di “noi”. Gigggirrrriva e non Comunardo Niccolai.

 

Consigliato:

CENTRO DI IGIENE MENTALE – CIM – RUBRICA DI PSICOTERAPIA

I Peanuts: alleati nella vita e nella Psicoterapia – Rubrica –

In questa rubrica verranno presentate le strisce più caratteristiche dei Peanuts, nella speranza che siano utili non solo a scopo didattico o terapeutico, ma anche per condurre i lettori a sorridere delle proprie fragilità, perché imparare a non prenderci troppo sul serio è forse l’insegnamento più grande che ci ha lasciato Schulz.

 

A ciascuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di imbattersi in qualche personaggio dei Peanuts. Le strisce di  Charles Monroe Schulz (Minneapolis, 26 novembre 1922-Santa Rosa, 12 febbraio 2000) sono state pubblicate dal 1950 al 2000 e sono diventate le vignette più famose e influenti della storia del fumetto.

La genialità dell’autore è stata di riuscire con poche battute a condensare raffinati concetti psicologici, dinamiche interpersonali e caratteristiche di personalità, attraverso una straordinaria capacità di osservazione del comportamento umano.

L’ha capito bene Abraham J. Twerski (1930), famoso psichiatra esperto di dipendenze e fondatore del Gateway Rehabilitation Center della Pennsylvania, che ha fatto dei Peanuts  suoi compagni alleati nelle sedute di psicoterapia con i pazienti.

Nel libro “Su con la vita, Charlie Brown!”, Twerski racconta la sua prima applicazione dell’opera di Schulz con un paziente alcolista che tendeva a minimizzare la sua dipendenza.

Ai tentativi del terapeuta di renderlo consapevole delle sue strategie fallimentari nel gestire l’abuso di alcol, egli rispondeva negando o giustificandosi.

Un giorno il terapeuta decise di raccontargli la storia di Charlie Brown e dei suoi vani tentativi  di calciare il pallone all’inizio dell’annuale stagione agonistica. Ogni volta che sbagliava il tiro, Charlie Brown cercava una spiegazione razionale o si deprimeva, ma non imparava  in modo costruttivo dai suoi errori.

Peanuts 01 - Charlie-Brown Football

Dopo avergli presentato una serie di strisce, il paziente, ridendo, disse: “Sono proprio io”.

Con questo episodio Twerski sottolinea quanto i Peanuts siano in grado di elicitare processi automatici di identificazione verso dinamiche o schemi rigidi di comportamento, astenendosi dal giudizio e  stimolando empatia e  senso dell’umorismo.

In questa rubrica verranno presentate le strisce più caratteristiche dei Peanuts, nella speranza che siano utili non solo a scopo didattico o terapeutico, ma anche per condurre i lettori a sorridere delle proprie fragilità, perché imparare a non prenderci troppo sul serio è forse l’insegnamento più grande che ci ha lasciato Schulz.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il cervello a fumetti: il progetto Neurocomic di Matteo Farinella & Hana RoŠ

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Twerski, A.J. (2000). Su con la vita, Charlie Brown! Come affrontare i problemi di ogni giorno con l’aiuto dei Peanuts. Ed. Mondadori, Milano.

Il Trono di Spade (A Game of Thrones): arriva la quinta stagione

C’è tanta carne al fuoco di tutti i tipi e tutta assieme come quando si mangia etnico brasiliano. Un vero banchetto di carne e sangue. Però, non c’è nulla da fare: dopo le nozze rosse qualcosa si è spento in me.

È iniziata domenica la quinta stagione di “Il Trono di Spade” e una parte di me continua a pensare che tutto sia finito con le nozze rosse. Non ho visto la serie TV, ho solo letto (tutti) i romanzi finora usciti, e ricordo una curva narrativa entusiasmante e crescente fino alla bomba del massacro delle nozze rosse. E poi una gran confusione, un ammassarsi di fatti e un accumulo di avventure (di cui non vi anticiperò nulla, tranquilli) che ora mi prende e ora mi annoia.

Intendiamoci: l’idea di Martin di farci affezionare a certi personaggi, facendoci credere che abbiano il ruolo di protagonisti che certamente arriveranno fino alla fine o quasi per poi farli fuori precocemente è geniale. Dà un senso tragico al racconto, lo rende simile alla vita in cui non ci sono personaggi che arrivano fino alla fine e danno un senso compiuto alla loro vita, ma tante esistenze limitate e provvisorie, che giocano un ruolo finché ci sono e poi spariscono nel nulla da cui sono emersi. Così sono morti Eddard e Robb Stark. Senza un perché.

E sotto la lama spietata di Martin non spariscono mica solo i personaggi; svaniscono interi temi narrativi. Geniale impostare tutto il primo blocco del suo racconto sulla contrapposizione tra integrità morale degli Stark e corruzione politica nei regni meridionali e far intendere al lettore che questa sarà l’architrave narrativa di tutta la storia, per poi far fare una fine miserabile ai due portatori dell’integrità, Eddard e Robb, e far seguire alla loro fine una tale pletora di nuovi fatti che fa svanire il loro ricordo in un passato lontano e soprattutto fa svanire tutta la tensione narrativa tra superiorità morale e corruzione, intaccata dal dubbio che in fondo Eddard e Robb fossero una coppia di montanari un po’ imbecilli finiti in un gioco molto più grande di loro. Robb almeno aveva il genio militare, Eddard nemmeno quello. Insomma, entrambi politicamente dei minus habens. E poi, diciamolo, la virtù non si vanta, mentre questi Stark ogni mattina si contemplavano commossi nello specchio della loro dirittura morale. Morti loro, tutta la contrapposizione integrità/corruzione muore con loro e semmai riemerge la nascosta grandezza di altri personaggi dalla moralità meno esibita, ma –a mio modesto parere- più efficace nel prendersi cura delle sorti del Regno e quindi della società. Come Ditocorto e Varys l’eunuco.

E poi ci sono altri punti di forza. Le abbondanti allusioni storiche e mitologiche, per esempio. La catena che chiude il porto e intrappola le navi nella battaglia delle Acque Nere allude alla catena che chiudeva il porto di Costantinopoli e salvò l’impero bizantino dall’assalto degli arabi e dei turchi per mille anni. Le velocissime manovre avvolgenti di Robb sembrano ricalcate sulla mobilità di Napoleone nella campagna che portò alla grande vittoria di Austerlitz. Gli arcieri che massacrano i cavalieri alla carica in non ricordo più quale scontro (sempre però nelle campagne di Robb) sono un’allusione agli arcieri inglesi contro i cavalieri francesi ad Azincourt.

L’intero episodio delle nozze rosse allude al banchetto di sangue nel finale del poema dei Nibelunghi. Gli intrighi ad Approdo del Re hanno un sapore rinascimentale da cronaca di Machiavelli, che si alterna con i colori medievali delle battaglie. I racconti orientali di draghi e cavalieri della steppa alludono sia all’epoca turco-mongola del poema “Manas” sia alla favolistica orientale, araba o cinese. Le città-stato marinare e mercantili hanno un colore veneziano e mediterraneo, e così via.

Però il prezzo di questo tentativo di unire abbondanza epica, definitività tragica e mistero favolistico è l’obbligo di mantenere sempre un alto livello di inventiva senza però sommergere il lettore di fatti e personaggi alla lunga difficili da gestire nei limiti della nostra povera testa, appassionata di storie ma anche bisognosa di archi narrativi conclusivi.

Il problema principale è, secondo me, che epica, tragedia e favola fanno a pugni, mentre Martin le vuole mettere insieme. L’epica può reggere una pletora di fatti infiniti, a patto però di avere personaggi che tengano tutto assieme. La tragedia può reggere la morte precoce di protagonisti “buoni” travolti da un fato spietato a patto però di una grande semplicità della trama. La favola funziona, e forse è quello che tiene tutto assieme. Martin mette insieme queste tre cose e produce un piattone pieno di cibo che mi affascina, ma ha anche i suoi difetti. Che a mio parere sono due.

Il primo problema è che le nozze rosse sono un evento gigantesco e difficile da digerire. Dopo le nozze rosse puoi andare avanti quanto vuoi, e Martin lo fa, ma quell’evento sta lì come un macigno inamovibile nella sua enormità. Alle nozze si è compiuta una tragedia così grande e definitiva che finisce per rimpicciolire tutto quel che accade dopo. La favola continua, ma a metà del suo corso è successa una tragedia che ha istupidito tutti.

Il secondo problema è che accanto a epica, tragedia e favola Martin ci mette un quarto elemento: il bildungsroman, il romanzo moderno di formazione. Bene. Peccato che il romanzo moderno come portata aggiunta alla tragedia e all’epica diventa un contorno irrimediabilmente sciapo.

Sto pensando soprattutto a Jon Snow e anche – un po’ meno – a Tyrion Lannister. Jon e Tyrion sono proprio due personaggi da romanzo moderno di formazione, ovvero due giovani uomini inizialmente un po’ stupidi e goffi che crescono e diventano adulti nelle avversità. Il problema è che questi personaggi non tragici finiscono per rimpicciolirsi all’ombra di un avvenimento così immane come le nozze rosse. Siamo sempre lì: continuo a pensare che dopo le nozze la storia è finita. Insomma, quelli che dovevano essere i personaggi più complessi, quelli più capaci di svilupparsi e di “crescere”, ovvero Jon Snow e Tyrion Lannister, mi sembrano sempre di più due intrusi man mano che il racconto va avanti. Davide Copperfield (che è il modello di Jon Snow) piazzato di fianco ad Achille, Sigfrido e Orlando diventa immediatamente un turista perso tra Troia, la Foresta Nera e Roncisvalle.

Un po’ meglio Tyrion: la sua deformità lo rende un po’ più tragico di Jon Snow. Però in fondo non è né epico né tragico, è solo eccessivo e romantico come il protagonista di un romanzone francese di Victor Hugo con tutte le sue esagerazioni, tipo il gobbo di Notre-Dame. All’inizio mi piaceva Tyrion. Le sue sentenze ciniche da burbero benefico mi hanno stancato e non ci stanno nell’epica e nella tragedia. Martin, cosa aspetti ad ammazzare questi due personaggi falliti? Come vuoi che crescano in un mondo terribile come quello? Non c’è speranza nei Sette Regni, mentre la speranza è il cuore del romanzo dell’ottocento. Oppure è un altro dei tuoi giochetti da sceneggiatore: ammannirci Jon e Tyrion fino alla fine? Io non li reggo più.

Questo non vuol dire che non sto aspettando avidamente i prossimi volumi delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” e che vi sto invitando a evitare le prossime puntate della serie TV. Il raccontone di Martin continua a piacermi (anche se mai come prima delle nozze rosse, dove la tragedia si è compiuta). I personaggioni più tragici continuano a reggere, a cominciare dalla figura cristica di Theon Greyjoy (ma quante ne ha passate?) e dalla vicenda ormai cristiana di Jaime Lannister. Jaime! Lui è capace di evolvere e di vivere un romanzo di formazione, altro che Jon Snow! Questo perché nessuno se lo aspettava da parte di quel fatuo bellimbusto, mentre Jon e Tyrion fin dall’inizio si sono presentati al lettore dicendo: seguimi e vedrai come evolvo, vedrai come sono complesso.

Poi ci sono i machiavellici Ditocorto e Varys che davvero hanno a cuore le sorti del Regno e non solo di fare bella figura con la propria buona coscienza (prendi e porta a casa Eddard, anche se la tua morte mi ha commosso). Bene o quasi anche Cersei: è una regina rinascimentale con un’intrigante mistura d’idiozia, bellezza e velleitaria furbizia. In realtà -come scriveva Richard Strauss nel suo epistolario con Hugo von Hoffmansthal (lo so, sono un goffo esibizionista della mia cultura)- ai personaggi rinascimentali manca sempre qualcosa per essere veramente presi sul serio come protagonisti di tragedie, non sono né moderni né antichi (bella fregatura!) Però va bene così: Cersei si salva col suo sex appeal da urlo e poi vederla tutta nuda è un piacere! Solo descritta, però; mannaggia a me che non vedo la serie TV. Le lettrici si consoleranno con le nudità di suo fratello Jaime, altrettanto maiale. E con questo chiudiamo l’inevitabile parentesi sesso acchiappa lettori.

Continuerò a leggere tutto, lo ripeto, e un giorno mi vedrò anche la serie TV, che mi dicono essere ancora meglio del romanzone. I supercattivoni funzionano a meraviglia. Roose Bolton con la sua voce sussurrante è un vero psicopatico e suo figlio Ramsay Snow sembra un Dexter trapiantato da Miami a Forte Terrore. Le nevrosi dei Tully e degli Arryn funzionicchiano decentemente, anche se di nuovo c’è l’effetto da romanzo moderno che fa a pugni con epica, favola e tragedia. Invece tutta la parte orientale mi annoia un po’ e lì, mi spiace Martin, il sesso esibito e spinto della Daenerys Targaryen con il suo stallone mongolo (come si chiama? Ah si, Drogo!) ci sta malissimo in una favola orientale: non puoi far apparire Rocco Siffredi (Drogo Siffredi? Perdonate la battutaccia) a fianco di Sherazade nelle Mille e una Notte! A meno che non vuoi produrre un porno trash, naturalmente.

Delle avventure di Arya Stark non ci ho capito più niente da tempo (spiacente, ma Arya soffre dell’effetto Davide Copperfield), per non parlare di Bran Stark, ormai perso in un trip senza speranza tra le nevi. Simpaticissimi invece i ciccioni del clan Manderly di Porto Bianco, il loro intermezzo comico mi piace. E mi piacciono anche i meridionalissimi Martell e il fighettismo dei Tyrrell, con connesso rischio di omofobia consapevolmente affrontato: il cavaliere dei Fiori è una deliziosa provocazione. Quelli delle Isole di Ferro mi piaciucchiano, anche se a volte mi sembrano messi lì a fare solo numero: l’ennesimo filone narrativo. Infine la durezza morale di Stannis Baratheon mi affascina, ha delle spigolosità che si lascia dietro di molte leghe il perbenismo degli Stark.

Poi c’è Catelyn e tutta la vacua polemica del supposto maschilismo di Martin. Scrittore accusato di avere un suo perverso gusto a raccontare i disastri di nobildonne un po’ idiote con velleità politiche. Che dire? A parte che le donne idiote di Martin sono solo due, Catelyn e Cersei, e a parte che nel Trono di Spade c’è anche una gran folla d’idioti maschi e dotati di pisello! Vogliamo parlare di Robert Baratheon? E poi io penso che questa idea della nobildonna bella e idiota sia geniale e ci fa uscire fuori dal cliché (maschilista?) della donna idealizzata. Voto a favore di personaggi donna un po’ cretini e anche tanto coglioni (vero Catelyn?) L’umanità è stupida e questa è la vera parità tra sessi: quote rosa nel cretinismo universale dell’umanità!

Insomma, c’è tanta carne al fuoco di tutti i tipi e tutta assieme come quando si mangia etnico brasiliano. Un vero banchetto di carne e sangue. Però, non c’è nulla da fare: dopo le nozze rosse qualcosa si è spento in me.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Recensione – Il Trono di Spade – A game of thrones – Sul narcisimo del principe Joffrey

Il trattamento DBT in pazienti a rischio suicidio: quanto è efficace?

FLASH NEWS

La DBT standard che vede combinata la componente di psicoterapia individuale e il trattamento di gruppo di skills training, non ha fatto riscontrare esiti significativamente migliori rispetto alle condizioni di solo intervento di gruppo o di solo psicoterapia individuale.

Le evidenze dell’efficacia della Dialectical Begaviour Therapy (DBT) approdano sull’autorevole JAMA Psychiatry. Di nuovo un trial randomizzato, a firma Marsha Linhean e Kathy Korslund, dimostra che una serie di interventi DBT sono in grado di ridurre i tentativi suicidari e i comportamenti autolesivi in un campione di donne con disturbo borderline della personalità e altamente suicidarie.

La DBT, ben conosciuta in letteratura e nella pratica clinica come trattamento coterapico per pazienti con marcata impulsività e disregolazione emotiva, include per uno stesso paziente sia la terapia individuale che la terapia di gruppo (skills training) nonchè una serie di interventi di coaching telefonico e specifiche modalità di gestione del team dei terapisti.

In particolare, nello studio appena pubblicato su JAMA Psychiatry, Marsha Linehan e il suo team si sono preoccupati di indagare l’effetto specifico della  terapia di gruppo di skills training rispetto alle altre componenti della terapia DBT (ad esempio, rispetto alla terapia individuale).

In particolare sono stati confrontati tre gruppi di pazienti sottoposti alla combinazione di diverse componenti della Dialectical Behaviour Therapy: il primo gruppo ha ricevuto il trattamento di terapia di gruppo di skills training associato con interventi di case management (DBT-S); il secondo gruppo è stato sottoposto a terapia DBT individuale in associazione ad attività di gruppo (non skills training, ma focalizzandosi sulle abilità già possedute dai pazienti) (DBT-I); e infine il terzo gruppo ha ricevuto un trattamento DBT standard che include cioè sia la terapia di gruppo che la terapia individuale.

Il campione è stato costituito da 99 donne (età media 30 anni) con diagnosi di disturbo borderline, con almeno due tentativi di suicidio e/o comportamenti autolesivi negli ultimi cinque anni. Dai dati è emerso che tutte e tre le combinazioni di trattamento (quella principalmente focalizzata sul gruppo di skills training DBT, quella principalmente focalizzata sulla terapia individuale DBT, nonchè la coterapia standard DBT individuale e di gruppo) riducono in modo simile i tentativi di suicidio, l’ideazione suicidaria e la gravità degli atti autolesivi e ugualmente promuovono la motivazione a rimanere in vita.

LEGGI ANCHE: Dialectical Behaviour Therapy

In altre parole, la DBT standard che vede combinata la componente di psicoterapia individuale e il trattamento di gruppo di skills training, non ha fatto riscontrare esiti significativamente migliori rispetto alle condizioni di solo intervento di gruppo o di solo psicoterapia individuale.

I tre gruppi sono risultati significativamente simili nei loro effetti in termini di riduzione della suicidarietà a livello di ideazione e fattuale. Ulteriori ricerche e replicazioni dei trial sono necessari comunque per trarre conclusioni sulle modalità di combinazioni di trattamento per  questa tipologia di pazienti suicidari e autolesivi.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Disturbo borderline di personalità: la Dialectical Behaviour Therapy – Report dal workshop di Reggio Calabria

 

BIBLIOGRAFIA:

Devianza e Violenza di Lothar Bönisch – Recensione

L’impianto è cognitivo: il comportamento violento e deviante è concepito soggettivamente come una reazione congrua alle situazioni dalla persona che li mette in atto.

Lothar Bönisch ha scritto un libro completo e dettagliato sugli aspetti psicologici e sociali della violenza e della devianza. Il titolo rispecchia fedelmente l’argomento ed è semplicemente “Devianza e Violenza”, pubblicato dall’editrice bu,press di Bolzano nel 2014.

Bönisch inizia la sua trattazione dal concetto di coping, ampliandolo in modo da includere anche i comportamenti devianti e violenti definiti come forme, naturalmente perverse, di coping.  L’impianto è quindi cognitivo: il comportamento violento e deviante è concepito soggettivamente come una reazione congrua alle situazioni dalla persone che li mette in atto.

Accanto a questo principio Bönisch ne pone un altro di tipo sociale, ed è il concetto di anomia elaborato da Durkheim, ovvero il crollo di regole di condotta universali e dotate di valore instrinseco. Oggi invece ci sono regole soggette a perpetua contrattazione il cui valore è sempre solo strumentale: vanno rispettate perché servono a qualcosa, non come leggi morali in sé. Principio laico più che giusto, ma che oggettivamente rende meno facile il controllo dei propri impulsi in persone propense.

Infine Bönisch enuncia il terzo principio, quell’etichettamento, il “labeling” come altro potente fattore che trasforma in devianti soggetti non riconducibili al modello dominante. Questi tre principi sono in realtà anche tre modelli in competizione ma non necessariamente incompatibili, che spiegano differenti percorsi per arrivare alla devianza e alla violenza. In alcuni casi prevale l’etichettamento, in altri l’anomia, in altri il coping ma senza che un principio sia esclusivo.

Bönisch prosegue la trattazione esplorando lo sviluppo di tendenze antisociali in famiglia durante l’infanzia, sia per imitazione di comportamenti violenti negli adulti oppure per reazione ad ambienti in cui regna la trascuratezza emotiva. Ancora una volta i due principi non si escludono a vicenda ma possono interagire ed essere presenti entrambi, sia pure in diversa misura nei vari casi.

Bönisch  tratta poi alcuni casi particolari. Prima di tutto, l’adolescenza, che Bönisch definisce come una fase d’inevitabile devianza potenziale. Le circostanze della crescita, la necessità di definirsi e di uscire dal nucleo protetto dell’infanzia agiscono da fattori che facilitano episodi di oppositività potenzialmente deviante, fattori che vanno conosciuti e canalizzati in uno sviluppo sociale normale.

C’è poi il rapporto tra mass media e violenza. Sia come intrattenimento che come notizia la violenza è un potente attrattore di interesse e di ascolto. Altro caso particolare è il rapporto tra mascolinità e violenza. Bönisch analizza a fondo il rapporto particolare tra sesso maschile e comportamento violento, sia dal punto di vista biologico che sociale. Anche in questo caso siamo di fronte a una situazione di devianza potenziale che può essere controllata.

Il libro si conclude con una trattazione degli interventi di sostegno pedagogico e sociale più efficaci per contrastare devianza e violenza.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La trasmissione intergenerazionale della violenza: un’ipotesi sistemica sui contesti di apprendimento

 

BIBLIOGRAFIA:

Tracce del Tradimento Nr. 04 – Relazioni familiari & relazioni d’amore

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – 04

Sosterremo una tesi forte, quella che il cercatore ha problemi personali e dolori antichi e in qualche misura indipendenti dalla storia amorosa, mentre chi lascia ha spesso da dire delle cose all’interno del rapporto, a chi sta cercando ossessivamente le tracce. 

Possiamo cercare nel nostro passato la radice delle sofferenze d’amore del presente? E forse dei tradimenti che perpetriamo e che subiamo? Se nell’infanzia il proprio padre ha spesso avuto la tendenza a umiliare a urlare a rimproverare, e se non si trovano le risorse per cambiare strada, è facile trovare qualcosa di non diverso da un marito distante o maltrattante o alcolista, che rimprovera e che tratta male in modo continuativo. Se si è cresciuti con una madre insoddisfatta, critica, perfezionista  e lontana si può diventare insoddisfatti, critici verso il proprio partner, freddi, distanzianti.

È altrettanto vero che la via che si sceglie non è prevedibile in modo matematico, influiscono risorse inaspettate (una maestra elementare affettuosa e vicina, un apparato genetico benevolo e favorente) oppure effetti negativi altrettanto inaspettati (un’irritabilità genetica, una scarsa tendenza al dialogo, una compagna di banco severa intransigente e invadente).

I figli apprendono le modalità emotive e affettive dai propri genitori e questo apprendimento viene modulato dall’apparato genetico del figlio e dalla sua struttura mentale ed emotiva.

Un genitore che umilia un figlio geneticamente irritabile e un figlio pauroso otterrà diverse reazioni e modalità affettive che possono andare da modalità impulsive autodistruttive e maltrattanti del figlio irritabile a modalità evitanti e controllanti del figlio pauroso.

Non vi è una matematica dell’intreccio gene/ambiente familiare/ambiente sociale, ma in terapia molte storie hanno una loro coerenza narrativa. E molte spiegazioni razionali si possono dare.

Noi sappiamo bene che una parte di queste sofferenze attiene al nostro essere della razza umana, capaci di ricordi, desideri, memoria e tormento. In terapia incontriamo spesso una qualità del dolore esagerata, ossessiva, ripetitiva e autodistruttiva.

La tendenza di alcune persone ad amare in modo ripetitivo e procurandosi sofferenze estreme, persone indegne d’amore, o ambigue o assenti o addirittura maltrattanti è da ormai qualche decennio studiata e ben approfondita dai ricercatori delle relazioni. Dove si dice che è in un’infanzia con relazioni difficili, o con genitori complessi o umilianti o maltrattanti che s’impara a conoscere l’asprezza e l’eccesso della passione e dell’amore verso persone, che come i genitori, non rispondono con altrettanto affetto, o non desiderano condividere un progetto solidale. Ma ovviamente mai nessuno è puramente vittima, perché queste vittime di amanti ambigui spesso sono insistenti, ossessionanti o maltrattanti, e nessuno (a parte rari casi di resa in schiavitù) è del tutto un persecutore.

Noi non vorremmo occuparci però di questi aspetti già ampiamente raccontati in letteratura , ma del tradimento in un suo aspetto -a nostro giudizio intrigante e pieno di suggestioni- che è quello di chi cerca o lascia tracce del proprio tradimento.

Sosterremo una tesi forte, quella che il cercatore ha problemi personali e dolori antichi e in qualche misura indipendenti dalla storia amorosa, mentre chi lascia ha spesso da dire delle cose all’interno del rapporto, a chi sta cercando ossessivamente le tracce. 

Carlo era cresciuto in una famiglia disgregata e poco disponibile, spesso veniva lasciato in collegio e abbandonato a se stesso. Una delle ragazze che facevano le pulizie aveva dimostrato un certo affetto e una tenerezza verso di lui. Aveva pena per quel ragazzone sempre solo che giocava al computer a videogiochi di guerra. Lui si era innamorato e la storia era cominciata, lei aveva 20 anni e lui 17. All’inizio si erano consolati e fatti compagnia, lei veniva da una situazione familiare dolorosa, sua madre era morta e suo padre era violento e litigioso umiliandola spesso e sminuendo l’aiuto che cercava di dare in casa.

Dopo un poco di tempo lui aveva cominciato a fare sogni di vita insieme e si era legato a lei in una relazione piena di pretese, spesso mostrandosi prepotente e invadente.

Voleva sposarla subito, e quando uscì dal collegio per fare il muratore le propose di andare a vivere insieme. Sembrava poco consapevole dei desideri di lei e alle sue resistenze si faceva fosco e preoccupato e accusante. Lei alla fine cominciò a distanziarlo. La relazione si andava facendo dura e troppo piena di rimproveri reciproci, lei aveva voglia di leggerezza e stava cominciando a frequentare persone nuove e a sognare di lasciare la casa del padre per cambiare città.

Un giorno lui andò a trovarla a casa e vide la bicicletta di un suo amico appoggiata al portone. Lui fu immediatamente certo del tradimento, entrò a cercarla e non trovandola a casa cominciò a vagare per il paese in preda alla furia.

Vide due suoi conoscenti che chiacchieravano dandogli le spalle e interpretò questo comportamento come un segno di un complotto ai suoi danni per lasciarlo da solo, umiliarlo e riportarlo alla vita orrenda alla quale non voleva tornare. Entrò nel bar e trovò che la ragazza stava bevendo con un amico incontrato per caso. Le saltò al collo tentando di ucciderla e soltanto la velocità e la forza di un ragazzo presente la salvarono, lei già a terra e in preda a difficoltà respiratorie. Lui si fece bloccare a fatica ma cominciò a urlare dicendo che per colpa di lei la sua vita era rovinata e che voleva suicidarsi. Afferrò un coltello e se lo puntò al collo. Soltanto la guardia psichiatrica e la presenza d’animo dei presenti che non si lasciarono intimorire e lo bloccarono gli salvò la vita. E soltanto un lungo ricovero gli permise di capire la sua situazione e tentare nel tempo di costruirsi una nuova vita.

Questo caso è particolarmente grave ed è finito bene per una serie di circostanze casuali: la ragazza non era sola, nel bar vi erano altre persone vivaci e presenti, e forse una titubanza nell’usare il coltello contro di sé permise al ragazzo di sopravvivere. Spesso però non è così.

Queste tragedie della vita finite per colpa di una cieca gelosia e di una radicale impossibilità a immaginare la propria vita senza l’altro sono abbastanza frequenti, spesso con il coinvolgimento di figli che vengono uccisi “per fare dispetto all’altro”.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base. Routledge, Londra. Una base sicura. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Il club degli incorreggibili ottimisti (2010) di J. M. Guenassia – Recensione

Quello che conta nella Terra promessa non è la terra, è la promessa: il cuore del romanzo è ambientato nel retro di un bistro parigino, il Balto, vera base sicura per personaggi tra di loro così lontani e diversi ma accomunati dallo stesso destino: essere sfuggiti alle dittature del proprio paese.

Ci troviamo la Parigi di fine anni 50, quella della Francia imperialista che invia i propri figli a combattere in Africa. Ma se vogliamo essere più precisi il cuore del romanzo è ambientato nel retro di un bistro parigino, il Balto, vera base sicura per personaggi tra di loro così lontani e diversi ma accomunati dallo stesso destino: essere sfuggiti alle dittature del proprio paese che si ritrovano in quel luogo, tra una partita a scacchi ed una bella bevuta, a parlare della propria vita.

Hanno dovuto abbandonare tutto trovando un lavoro nella notte, chi tassista e chi portantino, perché nel loro paese non potevano permettersi di dormire, le bombe erano pronte ad esplodere e l’ansia compagna inseparabile.

Sono persone tradite dalla storia ma che ancora credono nei propri ideali difendendoli tra le mura del Balto tra mille discussioni e litigi. 

Se non ne parlo, se non dico ciò che abbiamo vissuto, chi mai lo saprà?

Tanti sono i personaggi che abitano il Balto e che rimarranno nel cuore del lettore. Come Timbor, famosissimo attore di Budapest, scappato durante l’eccidio ma che nessuno a Parigi vuol fare recitare per quel suo particolare accento ungherese. Sasa che se ne sta in disparte ma che si rivela un consigliere prezioso per i primi problemi sentimentali di Michel scrivendogli delle poesie da novello Cyrano. Orecchioni, evitato da tutti perché agente di sicurezza mandato per spiare potenziali segnali di rivolta dei frequentatori del bistro ma che continuamente finge di non sentire perché li fanno compagnia. Leonid, aviatore dell’Armata Rossa abbattuto innumerevoli volte, che nessuno vuole assumere come pilota ed infine Igor, medico russo con un cuore grandissimo, che si ritrova a fare il tassista notturno col suo carattere ruvido e polemico.

Ecco come un giorno Michel, un adolescente e vero protagonista del romanzo, si arma di coraggio e valica quel retro del bar scoprendo un club di scacchi abitato da persone di varia nazionalità che non sono più nessuno, senza più un’identità con valigie piene di storie toccanti ma che hanno nel proprio dna quella voglia infinita di prendersi in giro tra una bevuta ed una partita.

Finché si può bere approfittiamone mentre siamo vivi

Il motivo per cui Michel si rifugia in quel di Balto non è molto differente da quello delle persone che impara a conoscere; allontanarsi da un luogo per lui non più fonte di sicurezza, nel suo caso una famiglia immersa in mille conflitti culturali ed affettivi, per poter iniziare ad esplorare il mondo. E’ in questo contesto che Michel impara a conoscere come può nascere l’amicizia pur tra la complessità degli ideali.

Come un luogo possa diventare una coperta che scalda un po’ tutti, dove rifugiarsi quando si ha un problema, sicuri di avere una voce amica capace di aiutarti grazie ad un’idea geniale ed inverosimile. Tutto intorno a questo la scoperta del rock a volume altissimo e dell’amore di Michel per la sorella di un suo caro amico partito al fronte e che non farà più ritorno nella Parigi degli anni sessanta, tra le strade del quartiere latino respirando un’atmosfera da eterna speranza.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il fondamentalista riluttante (2007): la nostalgia e l’identità – Psicologia & Letteratura

 

BIBLIOGRAFIA:

Carriera e famiglia: una conciliazione difficile

Lavorare senza sosta comporta un’inevitabile assenza dalle mura domestiche, con la triste conseguenza di non riuscire a godersi il mestiere di genitore come si vorrebbe. Senza dimenticare che gli stessi figli crescerebbero beneficiando un po’ poco delle attenzioni materne e paterne.  Eppure tutte queste osservazioni non devono scoraggiare i giovani d’oggi, i quali sognano e sperano di poter raggiungere il giusto equilibrio nel prossimo futuro.

Osservando la società odierna e confrontandola con quella di circa una cinquantina di anni fa si giunge spontaneamente a fare delle evidenti considerazioni: se un tempo l’età media delle madri italiane alla nascita del primo figlio era circa intorno ai 25 anni, dagli anni ’60 in poi è stato possibile assistere ad un progressivo aumento di tale età. Al giorno d’oggi le donne diventano mamme sempre più frequentemente dopo i 30 anni, al punto tale che le persone restano sempre più stupite trovandosi di fronte ad una coppia di genitori che hanno passato da poco la ventina. Eppure è un dato di fatto che dopo i 20 anni si è perfettamente degli adulti e presumibilmente si posseggono anche le competenze e le responsabilità tali per costruire una famiglia.

A ciò si va ad aggiungere, sempre facendo un confronto con le precedenti generazioni, anche un aumento dei laureati italiani, di giovani che desiderano affermarsi nell’ambito lavorativo, che si oppongono all’idea di adattarsi ad un lavoro che non gli piace solo al fine di allontanarsi dalla casa materna e rendersi autonomi economicamente. Considerando anche il fatto che gli innumerevoli periodi di crisi economica a cui siamo abituati ad assistere hanno contribuito a ridurre i posti di lavoro, con un conseguente aumento della precarietà. 

In merito a ciò salta all’occhio un’altra cosa rilevante: una riduzione di incarichi nel settore pubblico. Basti pensare alla sfera ospedaliera. I concorsi nelle asl sono diminuiti notevolmente negli ultimi anni, o meglio si è potuto constatare una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato in favore di contratti a progetto o borse di studio. Questo non fa altro che incrementare l’ottica di una continua precarietà, che non consente il programmarsi di un lineare progetto di vita (Engelmann e all, 2015).

Di conseguenza si evince una pinta nei giovani nell’impegnarsi un po’ di più negli studi (università o corsi di formazione) al fine di sentirsi maggiormente sicuri in vista di un’occupazione futura.

Le due cose (innalzamento di età genitoriale e instabilità lavorativa) sono tra loro collegate? Certo che sì!

Se diviene una priorità realizzarsi nell’ambito professionale, ciò comporta anche un grande coinvolgimento delle proprie forze e spese di tempo per raggiungere i risultati migliori e naturalmente, se si è stati abili ad arrivare all’apice del successo lavorativo, le conseguenti energie verranno utilizzate nel mantenersi stretto a sé ciò che si è conquistato con tanta fatica.

Tutto ciò è a discapito della famiglia. Iniziando a lavorare ad un’età sempre più avanzata anche i figli arrivano più tardi; conseguentemente si assiste con una frequenza sempre maggiore a famiglie poco numerose. Diviene infatti sempre più difficoltoso portare avanti una famiglia con più di due figli.
Un’ulteriore conseguenza a cui è possibile assistere negli ultimi anni è la riduzione delle famiglie unite da rito nuziale in favore delle convivenze e dei modelli alternativi di coppia informale (Bernardi 1999).

A risentire maggiormente di questa situazione sono le donne, per le quali negli ultimi anni si sono aperte innumerevoli strade considerate un tempo esclusivamente maschili, e nelle quali molte di loro hanno saputo efficacemente affermarsi, talvolta anche rimpiazzando i loro colleghi uomini. Ciò in qualche modo sfata quel luogo comune che vede la donna come casalinga e moglie perfetta in grado di occuparsi della famiglia a tempo pieno quasi come fosse questo il suo vero lavoro (Passerini, 2001).

Il crescente investimento delle donne nell’istruzione e la maggiore partecipazione al mercato del lavoro fa sì che le aspirazioni femminili in merito ai ruoli e alle posizioni professionali siano sempre più elevate, con un aumento delle responsabilità, incarichi e opportunità di carriera. Se da una parte questi cambiamenti sono fortemente positivi, dall’altra impongono alle madri di oggi il moltiplicarsi su più fronti, cercando di gestire il doppio lavoro, quello extradomestico e quello a casa (Fiori, Pinnelli, 2007).

Lavorare senza sosta comporta un’inevitabile assenza dalle mura domestiche, con la triste conseguenza di non riuscire a godersi il mestiere di genitore come si vorrebbe. Senza dimenticare che gli stessi figli crescerebbero beneficiando un po’ poco delle attenzioni materne e paterne.  Eppure tutte queste osservazioni non devono scoraggiare i giovani d’oggi, i quali sognano e sperano di poter raggiungere il giusto equilibrio nel prossimo futuro.

Essere dei professionisti affermati e allo stesso tempo dei buoni genitori non è impossibile e conciliare carriera e impegni familiari non è affatto un’utopia, sottolineando che delle recenti statistiche mettono in luce che molti soggetti, di cui molte donne, sono riusciti a farlo.

Ovviamente la perfezione non esiste e bisogna operare le giuste scelte.  Bisogna imparare ad abituarsi all’imperfezione. Un ottima soluzione, fino a pochi anni fa era rappresentata dai famosi nonni, i quali si occupavano con piacere dei loro nipoti, andandoli a prendere a scuola, preparando loro da mangiare e talvolta svolgendo anche delle piccole incombenze domestiche.

Ma purtroppo nell’ultimo periodo le riforme pensionistiche hanno costretto i nonni a lasciare il lavoro ad un’età sempre più avanzata, limitando così la possibilità di badare ai propri nipoti in modo esaustivo ed efficiente, senza tra l’altro dimenticare che non tutti hanno i nonni.

Se i servizi sociali sono carenti e distanti dalle problematiche reali, non ci si può permettere una baby sitter a tempo pieno e mancano i nonni su cui fare affidamento, conciliare posto di lavoro e figli diventa davvero complicato. Il lavoro part-time in parte facilità un po’ le cose, così come una grande risorsa è rappresentata da quei padri che riescono ad occuparsi delle faccende domestiche laddove le loro mogli non arrivano.

È ovvio che una carriera, per quanto modesta, è necessaria per portare avanti una famiglia e far crescere i bambini. Ma bisogna ricordasi che qualche piccola rinuncia è inevitabile se si vuole arrivare ad una buona conciliazione.

Saper accettare senza alcuno stress sia tempi frenetici sia i sacrifici che l’unione tra carriera e famiglia impone rappresenta sicuramente un grande successo e una grande gratificazione.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO: 

Childfree, senza figli: scelta o necessità?

 

BIBLIOGRAFIA:

Quando si raggiunge il massimo delle nostre capacità cognitive e sociali

FLASH NEWS

Se è vero che esistono diverse età ideali in cui gli atleti raggiungono il top delle performance fisiche (ad esempio i calciatori intorno ai 27 anni, i maratoneti intorno ai 40 anni), secondo una nuova ricerca vi sarebbero specifiche età per raggiungere il picco ottimale anche riguardo le abilità cognitive e mentali, quali la memoria a breve termine, il vocabolario e l’elaborazione di informazioni emotive.

I ricercatori hanno utilizzato due famosi siti web (www.gameswithwords.org e www.testmybrain.org) per raccogliere informazioni riguardo le abilità cognitive di un vasto campione di persone (circa 10.000 soggetti!). Tra i test presenti sui siti vi erano test per la misurazione della memoria di lavoro visiva, test di accoppiamento simboli-numeri fino a task di riconoscimento dell’espressione emotive a partire dal volto.

Semplicemente analizzando le performances in funzione dell’età dei soggetti, è emerso per esempio che la capacità di riconoscimento emotivo a partire dalle espressioni facciali presenta le migliori prestazioni tra i 40 e i 60 anni (un plateau esteso e duraturo); l’ abilità di vocabolario avrebbe il suo picco ottimale tra i 60 e i 70 anni. Invece a favore delle giovani leve, il picco prestazionale ottimale per la memoria di lavoro visiva sarebbe in un’ età molto precisa: a 25 anni. Mentre sono i trentenni ad avere le migliori abilità di memoria di lavoro numerica.

Lo studio ha rivelato una significativa coerenza con i dati raccolti nel corso di 20 anni di ricerca, su campioni più ristretti e principalmente attraverso test carta-matita (per lo più raccolti per lo sviluppo dei famosi test di intelligenza Wechsler Scale), ad eccezione del picco rilevato per l’ abilità di vocabolario, secondo la nuova ricerca che ha raccolto i dati on-line circa 15 anni dopo rispetto ai dati degli studi Wechsler.

Analizzando più da vicino i precedenti dati raccolti da numerose ricerche, gli studiosi hanno notato che con il passare degli anni vi sarebbe un graduale spostamento del picco prestazionale delle abilità di vocabolario, probabilmente collegato all’effetto Flynn e a una maggiore esposizione culturale anche in età avanzata.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Musica e linguaggio nei bambini: chi suona uno strumento presenta migliori abilità linguistiche

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Hartshorne, J., Germine, L. (2015). When Does Cognitive Functioning Peak? The Asynchronous Rise and Fall of Different Cognitive Abilities Across the Life Span. Psychological Science DOI: 10.1177/0956797614567339.  DOWNLOAD

Oltre il dolore cronico. Vivere in modo pieno e vitale, di Joanne Dahl e Tobias Lundgren (2014) – Recensione

“Il problema non è il dolore in sè, ma come rispondiamo alla presenza del dolore nella nostra vita”. Imparare a convivere con il dolore, anzichè combatterlo per tentare di liberarsene  può fare la differenza.

Se si può affermare che il dolore di per sè sia un fatto positivo in quanto segnala una disfunzione corporea che va osservata e curata, il dolore cronico diventa difficile da gestire in quanto presenta un segnale costante che condiziona a pensare che occorra fare qualcosa per limitarlo e ridurlo. Ma quante delle terapie effettuate risultano efficaci nel lungo termine? Quante di queste finiscono per condizionare l’esistenza? Che costo ha cercare di liberarsi dal dolore? Quando l’esperienza del dolore è accompagnata da frustrazione, senso di inutilità e fallimento si trasforma in sofferenza.

Certamente ci sono aspetti del dolore che possono essere alleviati e gestiti e su questi occorre intervenire con i trattamenti specifici prescritti (farmacologici e non). Ma cosa fare per l’aspetto cronico del dolore? Perseverare nel cercare un rimedio a qualcosa che non si può risolvere, non può far altro che amplificare la frustrazione. Pertanto secondo gli autori è molto importante considerare e tenere a mente la differenza tra il “dolore pulito” che è il dolore fisico e il “dolore sporco” che è la sofferenza reattiva e conseguente al dolore organico, “i tentativi di alleviare il dolore quando ciò non è possibile” (Hayes, Strosahl e Wilson 1999).

Quasi sempre le persone affette da dolore cronico sono talmente impegnate a controllare il “dolore pulito” che tralasciano il “dolore sporco”. Se il “dolore pulito” si manifesta con i sintomi fisici, come si manifesta il “dolore sporco”? Questo agisce in tre modi portando allo sviluppo di un circolo vizioso (la “catena del dolore”) che nel lungo termine conduce ad una severa compromissione della qualità della vita:

– pensieri (rimuginio e ruminazione sull’esperienza dolorosa);

– comportamenti (condotte di evitamento guidati dalla convinzione di limitare il dolore);

– restrizione dei valori (allontanamento dalla vita desiderata rinunciando agli obiettivi personali considerati non più raggiungibili).

Partendo da questo presupposto, l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) si configura come un approccio pragmatico centrato sull’accettazione e sull’impegno che si propone come obiettivo non tanto la riduzione del dolore, quanto piuttosto l’eliminazione della sofferenza ad esso associata. Tre sono i principi della terapia ACT: accettare, scegliere e agire.

– Accettare il dolore non significa rassegnarsi passivamente ad esso, quanto piuttosto smettere di lottare contro di esso, “scegliere attivamente di ciò che non può essere cambiato”.

– Scegliere in modo consapevole il modo in cui si vuole vivere;

– Agire mettendo in pratica i passi necessari per arrivare alla destinazione desiderata.

Il libro, essendo pensato come un selfhelp workbook, è corredato di diversi esercizi utili nelle diverse fasi della terapia e invita costantemente a provare a sperimentare seguendo il monito a non arrendersi condensato perfettamente nel “credo della serenità” dell’ACT:

[blockquote style=”1″]Concedimi di cambiare le cose che posso cambiare, la serenità di accettare le cose che non posso cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre[/blockquote]

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Dolore cronico: come lo possiamo affrontare e gestire?

BIBLIOGRAFIA:

L’articolo infondato di Rolling Stone: Negligenze ed Euristiche

L’euristica che ha ingannato i giornalisti è probabilmente l’euristica dell’ancoraggio. L’ancoraggio è lo strumento euristico in base al quale i soggetti di fronte alla risoluzione di un problema si ancorano a un informazione già nota e già utilizzata in precedenza.

In questi giorni si parla e si scrive molto di “A rape on campus” l’articolo infondato pubblicato da Rolling Stone nel 2014 su un presunto stupro avvenuto nell’ambiente delle confraternite universitarie americane. La denuncia era del tutto infondata, priva di riscontri concreti sotto ogni punto di vista. Così infondata che Rolling Stone, oltre a ritirare l’articolo, ha pubblicato un’inchiesta (LEGGI L’ARTICOLO) in cui, oltre a scusarsi, riporta tutti i mancati controlli e le negligenze alla base dell’infondatezza di “A Rape on Campus”. Il Post riporta che gli esperti della scuola di giornalismo della Columbia University hanno definito l’articolo “la storia di un fallimento giornalistico che era evitabile… Il giornale ha messo da parte o ritenuto superflue le pratiche essenziali dell’indagine giornalistica” (LEGGI ARTICOLO).

Come è potuto accadere? Il giornalismo anglo-sassone è additato come l’eccellenza del pensiero critico e del controllo delle fonti. In questo caso il controllo è stato del tutto assente. Ci si è semplicemente fidati delle parole dell’anonima “Jackie” e del suo racconto. Il problema è che anche i giornalisti americani sono umani e, da umani usano scorciatoie cognitive. Le cosiddette euristiche.

Le euristiche sono strategie di pensiero semplificate, scorciatoie logiche – o illogiche – che ci permettono di giungere a valutazioni e decisioni rapide in situazioni comuni e quotidiane, dove più spesso capita di avere a disposizione poche e inaccurate informazioni (Tversky, Kahneman, 1974, 1983). Le euristiche – come tutte le scorciatoie – sono utili, ma anche che pericolose.

L’euristica che ha ingannato i giornalisti è probabilmente l’euristica dell’ancoraggio. L’ancoraggio è lo strumento euristico in base al quale i soggetti di fronte alla risoluzione di un problema si ancorano a un informazione già nota e già utilizzata in precedenza.

Insomma, le persone tendono ad ancorarsi a una conoscenza nota e ad accomodarla sulla base di informazioni pertinenti per emettere giudizi e intraprendere decisioni. Inutile notare come anche questa euristica appaia come il contrario dello spirito critico e dell’intelligenza.

Nel caso del Rolling Stone, l’ancoraggio è stato sull’informazione che combina insieme la denuncia di uno stupro e la presenza di una vittima. Tutto questo ha generato un ancoraggio automatico che è stato sufficiente a garantire la verità del racconto.

Shefrin (2000) racconta un caso di ancoraggio nel comportamento degli analisti finanziari. Questi ultimi, quando apprendono nuove informazioni su un’azienda che contraddicono dati precedenti, tendono comunque a leggerle inizialmente come se fossero una conferma dei vecchi dati. Quindi, se le informazioni positive riguardano un’azienda che in passato ha avuto prestazione non buona, l’analista  comunque sottostima la possibilità che l’azienda possa in futuro generare utili significativi, rimanendo ancorato alla vecchia immagine negativa dell’azienda.

Lo stesso è accaduto con “Jackie”. Di fronte all’ancoraggio vittima-stupro-verità, i giornalisti non hanno ritenuto necessario fare gli opportuni controlli delle fonti. L’automatismo euristico era garanzia di verità. Purtroppo i controlli fattuali hanno disconfermato il racconto. Il tentativo di crescere la sensibilità su un problema reale, gli stupri, ha finito per danneggiare la causa.

Meglio controllare, sempre. Niente scorciatoie.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Scienze Cognitive: l’illusione di sapere. Bias & Euristiche

 

BIBLIOGRAFIA:

Come funziona la Psicoterapia Cognitiva?

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (12)

 

 

Attraverso tre tappe fondamentali la psicoterapia cognitiva guida la persona verso un cambiamento che permette di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un percorso di trattamento dei disturbi psicologici che vuole: ridurre la sofferenza emotiva; aiutare a vivere meglio; aiutare a raggiungere i propri scopi di vita.

Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso la modifica di schemi mentali e comportamenti controproducenti. La psicoterapia cognitivo-comportamentale prevede incontri settimanali di 45-60 minuti per una durata media di tre-sei mesi che si può estendere fino a dodici mesi in casi di grave sofferenza emotiva.

Il termine del percorso viene eventualmente seguito da alcune sedute di controllo. Gli obiettivi generali della psicoterapia cognitivo-comportamentale sono:

  • identificare schemi, stili di pensiero, emozioni e comportamenti che generano e mantengono il malessere emotivo.
  • imparare a riconoscerli nel momento in cui si attivano.
  • costruire nuove prospettive e nuove reazioni fatte di pensieri e comportamenti più utili.

Attraverso queste tre tappe la psicoterapia guida la persona verso un cambiamento che permetta di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva. La psicoterapia cognitivo-comportamentale si avvale di tecniche basate sul colloquio clinico di tipo socratico, esercizi comportamentali (e.g. esposizioni graduali a situazioni temute, tecniche di rilassamento) e tecniche immaginative (guida verso la consapevolezza, esplorazione delle emozioni).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale sostiene che non può essere il singolo intervento settimanale del terapeuta a produrre cambiamento. Se ascoltiamo, dimentichiamo; se ci mettiamo all’opera in prima persona, impariamo.

La Psicoterapia Cognitiva-Comportamentale è:

  • Pratica e concreta: si focalizza sui problemi e sui sintomi e non sull’interpretazione dell’inconscio;
  • Centrata sul presente: l’analisi dell’infanzia può essere utile per comprendere come si sono sviluppati i problemi ma non per risolverli, la terapia cognitivo-comportamentale si occupa di come i sintomi vengono mantenuti nel presente;
  • Breve: predilige interventi brevi, la maggior parte dei quali si esaurisce in 3-6 mesi di intervento;
  • Attiva: il terapeuta fornisce strumenti pratici per superare le difficoltà e sperimentare nuove prospettive;
  • Collaborativa: il terapeuta è l’esperto della mente, il paziente è l’esperto di sé stesso, insieme possono trovare la soluzione più adatta per raggiungere benessere e realizzare i propri scopi;
  • Scientifica: la terapia cognitivo-comportamentale ha efficacia dimostrata scientificamente per molti disturbi (soprattutto ansia e depressione) e si basa sulla ricerca scientifica.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Ansia generalizzata & Rimuginio – Introduzione alla Psicoterapia

Il dolore nei bambini e le strategie psicopedagogiche d’intervento

Relativamente al dolore dei bambini, spesso, gli adulti hanno dei preconcetti, primo fra tutti il pensare che esso sia difficilmente misurabile. In realtà, esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificarlo. Per lenire il dolore, sia acuto che cronico, dei piccoli, oltre alle terapie farmacologiche, esistono delle strategie psicopedagogiche che possono essere utilizzate da genitori, educatori e insegnanti.

Keywords: bambini, dolore, genitori, insegnanti, educatori, psicologia dell’educazione

 

La percezione del dolore nel bambino

La percezione del dolore nel bambino avviene precocemente. Ciò è confermato da numerose ricerche (Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci, 2013, pag. 206), che hanno dimostrato come tale consapevolezza comincia già nella vita fetale. Infatti, fra i tre e i sei mesi, il feto sviluppa la morfologia anatomica e la funzionalità neurochimica che gli consente di avvertire il dolore. Dalla nascita in poi si crea la cosiddetta memoria del dolore. Laddove questa esperienza è frequente, nel piccolo si hanno delle ripercussioni nell’ambito psicologico e relazionale.

 

I preconcetti degli adulti sul dolore infantile

Frequentemente gli adulti hanno delle idee preconcette relative al dolore infantile. A questo riguardo si possono citare le più comuni.
Molti ritengono che il piccolo esageri nel manifestare il suo dolore e che la sua capacità di percezione sia fluttuante (op. cit., pag. 206).
Sovente alcune manifestazioni, che accompagnano le sindromi algiche del bambino, sono considerate capricci dell’età (op. cit., pag. 206).
Diversi genitori disconoscono la portata negativa che il dolore esercita sulla qualità della vita del minore (op. cit., pag. 206).
Alcuni pensano che non sia possibile quantificare il dolore infantile.
Relativamente a quest’ultimo preconcetto, esso è vero in parte, in quanto esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificare l’algia infantile. Anche se, non si può negarlo, esistono delle limitazioni derivanti, in primo luogo, dall’ età stessa del piccolo e, in seconda istanza, dalle componenti affettive ed emozionali che ipotecano la sintomatologia dolorosa.

I parametri per la valutazione del dolore infantile

La valutazione del dolore può basarsi sulla considerazione di alcuni parametri, che possono essere distinti in fisiologici, comportamentali, autovalutativi ed eterovalutativi.
Fra le variabili fisiologiche sono da considerare:
la frequenza cardiaca (il dolore incrementa il numero dei battiti cardiaci);
la frequenza respiratoria, che si implementa;
la pressione arteriosa, che tende ad aumentare;
la sudorazione palmare, che appare più copiosa (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili comportamentali sono da annoverare:
la postura: il dolore altera lo schema posturale fisiologico;
la mimica facciale: è nota la ripercussione che il dolore ha sul viso, accentuando le normali pieghe cutanee;
la motricità: il bambino che soffre mostra una certa goffaggine nei movimenti, che sembrano perdere quella fluidità che caratterizza la motricità infantile;
il pianto: il piccolo tende a piangere più frequentemente e per un nonnulla (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili autovalutative sono da menzionare le narrazioni che i bambini fanno del proprio dolore, utilizzando il linguaggio verbale. Questa procedura può essere utilizzata con minori con sviluppo tipico, che hanno un’età superiore ai quattro anni (op. cit., pag. 208).
Fra i parametri eterovalutativi sono da citare le osservazioni – descrizioni prodotte dagli adulti di riferimento. Spesso tale modalità si utilizza con bambini con sviluppo atipico, che presentano disabilità cognitive o neuromotorie (op. cit., pag. 208).

 

Le scale di valutazione del dolore infantile

Per quanto riguarda la quantificazione del dolore si utilizzano tre scale di valutazione, a seconda dell’età del minore.
Per i bambini al di sotto dei tre anni, che non possiedono ancora una competenza linguistica completamente strutturata, si usa la scala FLACC, che è basata sull’osservazione degli adulti. In pratica, sono analizzati cinque parametri:
l’espressione del viso;
la posizione delle gambe;
l’attività che l’infante compie;
la presenza o assenza del pianto;
la consolabilità (op. cit., pag. 209).

Ad ognuna di queste variabili è attribuito un punteggio da zero a due, a seconda della presenza o assenza di determinate caratteristiche, in modo tale che il punteggio totale va da zero a dieci. Per esempio relativamente all’ espressione del viso, ad un viso sorridente è assegnato il punteggio zero, ad una mimica facciale corrucciata si attribuisce il punteggio uno e ad una espressione terrorizzata, caratterizzata dalle sopracciglia aggrottate, dalla rima labiale serrata e dal tremore del mento, si dà il punteggio due (op. cit., pag. 209).

Per i piccoli che hanno un’età compresa fra quattro e sette anni, ovvero che possiedono la competenza comunicazionale, si utilizza la scala di Wong – Baker FACES. Essa è composta da una serie di faccine, che vanno da nessun male, con un punteggio pari a zero, rappresentato da una faccina sorridente, al peggior male possibile, che corrisponde a dieci punti, ed è rappresentato da una faccina, che, con un’espressione corrucciata, piange.

Si invita il bambino ad indicare quale faccina esprime il male o il dolore che sente. A questo proposito, si utilizza la parola male per i bambini fino a cinque anni e il termine dolore per i più grandi (op. cit., pag. 209).
Per i minori dagli otto anni in su si usa la scala numerica, ovvero una scala di numeri che va da zero, che esprime l’assenza di dolore, a dieci, equivalente al peggior dolore possibile. Si chiede al bambino di indicare a quale numero può essere paragonato il suo dolore (op. cit., pag. 210).

 

Le strategie per il controllo del dolore infantile

Come affermato da Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci (op. cit., pag. 210), il dolore dei bambini è costituito da una miscela di più fattori, che sono fisiologici, clinici, ambientali, psicologici, sociali e culturali. Questo dà origine a due strategie d’intervento, fra loro complementari, quella farmacologica e quella psicopedagogica.

 

La strategia farmacologica nel controllo del dolore infantile

Nella strategia farmacologica, di stretta competenza medica, a cui si accennerà brevemente, si utilizzano farmaci appartenenti a quattro classi:
gli analgesici, come ad esempio il paracetamolo, l’ibuprofene e il ketoprofene, che si usano prevalentemente nel dolore lieve – medio (op. cit., pag. 211);
i farmaci oppiacei, come la codeina, il tramadolo e la morfina, che sono necessari per il dolore più severo (op. cit., pag. 212);
i farmaci adiuvanti, come l’amitriptillina (un antidepressivo triciclico), il lorazepam (un ansiolitico benziodiazepinico), il desametasone (un cortisonico), che sono impiegati per alcuni tipi particolari di dolore infantile o per diminuire gli effetti collaterali degli altri farmaci adoperati (op. cit., pag. 213);
gli anestetici locali, che, sotto forma di creme, costituiscono il rimedio per piccoli dolori regionali (op. cit., pag. 214).

 

Le strategie psicopedagogiche nel controllo del dolore infantile

Ci sono alcune metodologie che possono essere utilizzate dagli adulti (genitori, educatori e insegnanti) che, a vario titolo, si occupano dei bambini. Tali strategie sono diversificate a seconda dell’età del bambino e possono essere adoperate in abbinamento alle terapie farmacologiche. Esse sono impiegate sia per lenire il dolore acuto che quello cronico.Con gli infanti di età inferiore o uguale ad un anno possono essere usate delle metodiche che hanno la finalità di distrarre il piccolo dal suo dolore. Fra esse si possono citare: i giochi con oggetti colorati; l’attività ludica con giocattoli che si muovono; i giochi con pupazzi di peluche; il gioco delle bolle di sapone (op. cit., pag. 216).

Con i bambini da uno a tre anni si possono adoperare: la narrazione di favole; lo sfogliare libri illustrati; il gioco delle bolle di sapone; i giochi con pupazzi di peluche; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

Con i bambini di età compresa fra tre e sei anni si possono impiegare: il gioco con i videogame; le tecniche d’immaginazione finalizzate al controllo del dolore; la narrazione di favole; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore; l’utilizzo di esercizi respiratori che servono a regolare il respiro del bambino con la finalità di rendere più lenta la sua frequenza respiratoria (op. cit., pag. 216).

Con i bambini fino ad otto anni si possono utilizzare: gli esercizi di rilassamento; la visione di cartoni animati; il gioco con i videogame; alcune tecniche di ipnosi clinica, adatte ai bambini, come, ad esempio, l’immaginare, ad occhi chiusi, di palleggiare una palla con il palmo della mano (Gorisse, 1988, pag. 64 – 65).
Con i bambini più grandi si possono usare tutte le tecniche psicologiche che si adoperano con gli adulti per controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Neuroscienze: esiste un legame neurobiologico tra il dolore fisico ed emotivo

 

BIBLIOGRAFIA:

Quando ricordare significa dimenticare – Psicologia

FLASH NEWS

Il semplice atto del ricordare può essere una delle ragioni che ci porta a dimenticare. Ma che significa? In altre parole il ricordo di qualcosa ci porta a dimenticare altre esperienze che sono interferenti con il processo del recupero mnestico di uno specifico elemento.

Secondo una ricerca pubblicata recentemente su Nature Neuroscience, in tal senso il dimenticare sarebbe un meccanismo adattivo della nostra mente. In particolare le immagini del funzionamento cerebrale evidenziano che tale meccanismo adattivo è legato alla soppressione del pattern di attivazioni corticali di alcune memorie interferenti: quindi ricordare non significa soltanto e semplicemente richiamare e recuperare qualcosa dalla nostra mente ma inevitabilmente comporta l’alterazione dinamica del complesso delle nostre memorie.

Secondo lo studio di neuroimaging, dunque, le memorie e i ricordi individuali attiverebbero specifici circuiti cerebrali legati a una determinata categoria di esperienze; nel prosieguo del processo di recupero mnestico accadrebbe che, mentre rimangono attivi alcuni pattern, conseguentemente se ne sopprimono (in termine tecnico si de-attivano) altri interferenti.

Durante l’esperimento di neuroimaging ai partecipanti veniva richiesto di richiamare alla memoria più volte (almeno 4) specifici ricordi rispetto ad altre memorie simili; con questa semplice procedura, in aggiunta alla tecnica di neuroimaging, è stato identificato dunque il meccanismo neurocognitivo della soppressione di memorie interferenti  e non solo della attivazione di specifici pattern corticali in corrispondenza del processo di recupero mnestico frequente e ripetitivo.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Salvare i documenti ci permette di migliorare la nostra memoria!

 

BIBLIOGRAFIA:

Disfattismo all’italiana: quell’indignazione al sapore di ruminazione rabbiosa

Segnaliamo l’articolo di Annamaria Testa perchè è importante, sia dal punto di vista psicologico che sociale.

Psicologicamente, l’uso indiscriminato dell’indignazione ha forti analogie con uno stato mentale, il rimuginio rabbioso, che è alla base di molte sofferenze emotive.

Queste sofferenze non riguardano solo il singolo, ma anche le sue relazioni con gli altri, che ne vengono danneggiate, finchè il danno diventa sociale.

Si dirà: davanti a ciò che non va è bene indignarsi. In un certo senso si, ma va fatto in maniera fattiva e non compiaciuta. Le cose che non funzionano vanno risolte o modificate.

E modificare le cose presuppone un atteggiamento di consapevolezza distaccata. Il coinvolgimento emotivo dell’indignazione può essere molto gratificante, ma è dubbio che ci suggerisca soluzioni concrete.

 

Prima di presentarvi il mio elenchino di funzioni e vantaggi, però, devo chiarire una cosa: salvo un’eccezione, che vedremo, di norma quella che Magris chiama “autodenigrazione” non viene applicata a se stessi in quanto individui. A essere denigrati, in realtà, sono sempre gli altri. E questo succede perfino quando il denigratore, travestendosi da anima bella che è vittima, suo malgrado di un inestirpabile male collettivo, usa l’artificio retorico di mettere anche se stesso nel mazzo dei denigrati ed esordisce con un ecumenico “noi italiani”.
Quel “noi italiani”, implicitamente, sta però a significare “tutti gli altri italiani tranne me, la mia mamma, i miei amici, le altre anime belle che mi seguono e sono indignate quanto me”. E che parleranno al bar di quello che dico. Metteranno un “mi piace” su Facebook. Twitteranno e diffonderanno il ritornello autodenigratorio, gustandosene le parti più saporite come se fossero caramelle, possibilmente senza azzardarsi a distinguere, ad approfondire, a verificare le fonti, insomma: a evitare la fallacia della generalizzazione…

 

Disfattismo all’italiana: funzioni, vantaggi, rischi e rimediConsigliato dalla Redazione

BANDO SELEZIONE PSICOLOGI
Autodenigrazione e disfattismo: perché in Italia sono così diffusi? Denunciare storture è giusto, ma il lamento è deleterio. Eppure offre dei vantaggi… (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


Articoli sulla Ruminazione Rabbiosa
Narcisismo e ruminazione rabbiosa: quale relazione
Ruminazione rabbiosa e narcisismo: quale relazione?
Lo studio di Fjermestad-Noll et al. (2020) ha esaminato la correlazione tra perfezionismo, vergogna e aggressività in pazienti con disturbo narcisistico
Ruminazione rabbiosa e tratti narcisistici - PARTECIPA ALLA RICERCA
Rabbia e ruminazione rabbiosa in soggetti con tratti narcisistici di personalità – Partecipa alla ricerca
Gli studi mostrano che in base ai tratti di personalità ci sono specifici stili di pensiero: per quelli narcisistici uno sarebbe la ruminazione rabbiosa
Traumi infantili e regolazione emotiva: tra autostima, rabbia e ruminazione
Strategie di regolazione emotiva e traumi infantili: il ruolo dell’autostima nella gestione di rabbia e ruminazione
La letteratura ha evidenziato la presenza di una forte componente rabbiosa e ridotta autostima in adulti con traumi infantili nella storia di vita
Ruminazione rabbiosa caratteristiche e trattamento- Podcast State of Mind
Mi arrabbio, ci penso e ci ripenso…e mi arrabbio sempre di più! Che cos’è la ruminazione rabbiosa – Podcast
State of Mind Podcast - È online l'episodio dedicato alla ruminazione rabbiosa e ad indicazioni per un suo trattamento efficace
NAZIONALE - 201202 - Caffe Cognitivo 8di8 - Banner8
Non saper smettere di odiare – L’ottavo episodio di Caffè Cognitivo
Nell'ottavo episodio della webserie “Caffé Cognitivo” una conversazione tra S. Sassaroli e G. Caselli dal titolo "Non saper smettere di odiare" - VIDEO
Ruminazione rabbiosa: caratteristiche e indicazioni di trattamento - VIDEO
Che cos’è la ruminazione rabbiosa? – VIDEO
Video dell'incontro formativo sui disturbi di personalità organizzato da CIP Modena dal titolo 'Che cos'è la ruminazione rabbiosa?'
Rimuginio e ruminazione: possibile implicazione del Default Mode Network
Rimuginio e ruminazione: una possibile base neuroscientifica nel Default Mode Network
Sembra che una delle possibili reti neurali implicate nei processi di rimuginio e ruminazione sia il Default Mode Network (DMN).
Ruminazione rabbiosa: uno studio sulle metacredenze - SITCC 2018
La ruminazione rabbiosa è perseverante solo se la ritengo incontrollabile: il ruolo della metacredenza in uno studio prospettico – Congresso SITCC 2018
La ruminazione rabbiosa tende a perseverare a causa di specifiche metacredenze. Secondo un recente studio la metacredenza relativa all’incontrollabilità dei pensieri è l’unico predittore stabile di ruminazione rabbiosa, al contrario del numero di episodi di rabbia e ruminazione stessa.
Metacredenze e processi di mantenimento di rimuginio e ruminazione
Quel che penso dei miei pensieri, cosa mi fa pensare? – Credenze metacognitive e psicopatologia
Le persone tendono a rimanere incastrate all’interno di disturbi psicologici a causa delle metacredenze o credenze metacognitive, le quali rafforzano i meccanismi del rimuginio e della ruminazione.
Rimuginio e ruminazione: i pensieri inconcludenti - Introduzione alla Psicologia
Rimuginio e ruminazione – Introduzione alla Psicologia
Il rimuginio e la ruminazione si associano spesso a sintomi di ansia e depressione e consistono in processi di pensiero ripetitivi, negativi e inconcludenti
La metacognizione come predittore di ruminazione rabbiosa e esperienza di rabbia: uno studio prospettico
La metacognizione come predittore di ruminazione rabbiosa e esperienza di rabbia: uno studio prospettico – Forum di Assisi 2015
Lo studio ha condotto a nuove conoscenze dei processi metacognitivi della ruminazione rabbiosa, offrendo utili spunti di riflessione sulla psicoterapia.
La ruminazione rabbiosa e il comportamento aggressivo nel disturbo borderline di personalità - Immagine: 48372063
La ruminazione rabbiosa e il comportamento aggressivo nel disturbo borderline di personalità 
La ruminazione rabbiosa sarebbe centrale nella spiegazione della tendenza a compiere azione aggressive in pazienti con disturbo borderline di personalità.
La Terapia Cognitivo-Comportamentale nella Sindrome Fibromialgica: quale focus per un intervento? - Immagine: 58365714
Terapia Cognitivo-Comportamentale nella Fibromialgia: quale focus per un intervento?
La PsicoTerapia Cognitivo-Comportamentale contribuisce a migliorare gli aspetti connessi alla Sindrome Fibromialgica.
BANDO SELEZIONE PSICOLOGI
Disfattismo all’italiana: quell’indignazione al sapore di ruminazione rabbiosa
L'uso indiscriminato dell'indignazione ha forti analogie con uno stato mentale, il rimuginio rabbioso, che è alla base di molte sofferenze emotive...
SITCC 2014 TEASER
La ruminazione rabbiosa nel disturbo borderline di personalita’ – SITCC 2014
Congresso SITCC 2014 - Report dal simposio: Gestione delle emozioni in soggetti clinici e di controllo - Psicoterapia - Rimuginio, Disturbo Borderline
i disturbi di rabbia - Digiuseppe -Report
Ruminazione rabbiosa e Impulsività – Report dal seminario con Raymond Digiuseppe Ph.D
Raymond DiGiuseppe, Albert Ellis Institute: implicazioni cliniche nel trattamento nei disturbi di rabbia e rapporto tra ruminazione rabbiosa e impulsività
Ruminazione rabbiosa Premio State of Mind 2013. - Immagine: © olly - Fotolia.com
Temperamento, carattere e stili parentali come predittori della tendenza alla ruminazione rabbiosa
L’anger rumination è una modalità di pensiero negativo, ciclico e ricorrente, che si focalizza su episodi passati che hanno provocato rabbia nel soggetto.
La ruminazione rabbiosa nel disturbo borderline - Assisi 2013
La ruminazione rabbiosa nel disturbo borderline – Assisi 2013
Il passaggio dalla disregolazione emotiva al comportamento disregolato è causato dalla “Cascata Emotiva”, caratterizzata dalla ruminazione.
Ruminare con Rabbia: Quanto ci costa?. - Immagine: © olly - Fotolia.com
Ruminazione Rabbiosa: Quanto Ci Costa?
Recenti ricerche mostrano come la ruminazione rabbiosa renda meno tolleranti allo stress, meno capaci di controllo e più rischio di agire d’impulso.
La ruminazione rabbiosa e i suoi correlati- Il modello dei sistemi multipli. - Immagine: © olly - Fotolia.com
La Ruminazione Rabbiosa e i suoi correlati: Il Modello dei Sistemi Multipli
Ruminazione rabbiosa: mantenimento di emozioni negative, riduzione di auto-controllo e comportamenti aggressivi e vendicativi.

Autolesionismo negli adolescenti – Introduzione alla Psicologia Nr. 10

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (10)

 

 

Qualunque condotta autolesionistica consente di spostare la propria attenzione sul dolore fisico, non occupandosi di quello emotivo, da cui alla fine genera tutto.

Cutting, Burning, Branding, ovvero autolesionismo. È un fenomeno sempre più diffuso tra gli adolescenti grazie alla divulgazione di una serie di video sui social network come Facebook o su canali come youtube, in cui sono impresse immagini di ragazzi che mettono in atto pratiche di autolesionismo. Vediamo in cosa consiste.

Si tratta di gesti volti contro la propria persona in cui si prova a farsi del male, come tagliarsi la pelle con lamette o qualsiasi altro oggetto affilato, ad esempio chiodi, forbici, coltelli, fermagli, pezzi di vetro, bruciarsi con le sigarette o marchiarsi a fuoco con un laser o un ferro rovente.

Tutto questo non ha niente a che fare con il suicidio, anzi si è ben lontani da esso, ma è una pratica volta a provare dolore.

Qualunque condotta autolesionistica consente di spostare la propria attenzione sul dolore fisico, non occupandosi di quello emotivo, da cui alla fine genera tutto. Di conseguenza, grazie al corpo lesionato si è in grado di comunicare quello che non è possibile fare attraverso le parole.

Queste pratiche sono molto diffuse tra gli adolescenti e le ragazze sono decisamente più avvezze alla messa in pratica di questi comportamenti (rapporto di 9 a 1). Non esistono statistiche certe sulla diffusione di queste pratiche, ma il SIBRIC (Self Harm & Self Injury, il portale dedicato allo studio e all’informazione sull’autolesionismo) riporta dati che parlano di comportamenti autolesionistici nel 42% degli adolescenti tra i 13 ed i 22 anni.

Le condotte autolesive possono verificarsi per:

  • Un senso di profondo vuoto interiore, soprattutto nei gravi disturbi di personalità e negli stati dissociativi dovuti a gravi traumi o abusi. La pratica di ferirsi diventa un’esperienza che riconnette con la vita: la vista del sangue e la sensazione dolorifica del corpo riconduce alla realtà dopo che la mente, ferita e traumatizzata, si stacca dall’esperienza attuale.
  • Il sentirsi soli, non avere un luogo dove rifugiarsi nei momenti difficili, di tristezza, di rabbia o di solitudine, il ferirsi diventa la miglior strategia usata per scaricare la tensione insopportabile provocata da questi stati d’animo, o per illudersi di poterle controllare anziché esserne travolti. Subito dopo essersi feriti, la sensazione provata è di sollievo, di pace, di liberazione. Ma, queste emozioni positive, subito dopo cedono il passo a quelle negative tra cui emergono il rimorso e la vergogna.

Sentirsi sollevati dal dolore emotivo o dal vuoto, anche solo per pochi momenti, induce la persona a ferirsi nuovamente.

Si installa, in questo modo, un circolo vizioso simile a quello della dipendenza, dove l’emozione positiva provata, funge da incipit per il comportamento autolesivo successivo.

Quindi, pensare di smettere di tagliarsi richiede un enorme atto di volontà, derivante indubbiamente da un aiuto proveniente da un esperto, che possa portare a trattare la sofferenza con altre modalità.

Una tra tutte è gestire e tollerare la rabbia provata, la frustrazione e la solitudine, senza agire contro se stessi.

Esistono dei segni inequivocabili, che fungono da campanello d’allarme, e sono:

  • portare maniche lunghe anche fuori stagione o vestiti eccessivamente coprenti anche se non necessari;
  • macchie di sangue sui vestiti;
  • Isolamento, passare molto tempo in camera chiusi o in bagno;
  • avere accesso a molti oggetti acuminati o lamette, pezzetti di vetro o di ceramica, coltellini;
  • eccessiva irritabilità, rabbia frequente, agiti e scarso controllo di forti emozioni.

Aiutare una persona che mette in atto gesti autolesivi è un percorso lungo e doloroso. È fondamentale in questo iter non criticare mai, non colpevolizzare o mortificare. La cosa fondamentale è far capire alla persona che può essere sostenuto e supportato, capito e riconosciuto.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Sigmund Freud University - Milano - LOGO

Panico ed Agorafobia: non tutto il male vien per nuocere

Se c’era una cosa secondo me chiara nella modellistica cognitiva dei disturbi d’ansia era il rapporto tra panico ed agorafobia. Con queste poche certezze vedevo pazienti cui spiegavo questi meccanismi, scrivevo libri sui disturbi d’ansia e vivevo dunque in grazia di Dio. Poi per la prima volta nella tarda primavera di tre anni fa un’esperienza di grande timore a ritrovarmi in spazi aperti con conseguente evitamento degli stessi.

Se c’era una cosa secondo me chiara nella modellistica cognitiva dei disturbi d’ansia era il rapporto tra panico ed agorafobia. In sintesi riassumibile così: il panico può essere innescato da qualsiasi paura per una minaccia esterna ma immediatamente dopo la minaccia diviene interna. Il soggetto non riconosce come tali i segni dell’attivazione adrenergica della paura ma li interpreta come una gravissima minaccia interna alla propria salute fisica o mentale (teme di morire o di impazzire) ed entra in quel loop di autorinforzo chiamato circolo di Clark noto anche come la paura della paura. L’esperienza dell’attacco di panico è così brutta che il soggetto inizia ad evitare i luoghi in cui l’ha sperimentata o prevede possa verificarsi e questa è l’agorafobia che si presenta dunque come una sorta di cura fai da te del terribile panico.

Con queste poche certezze vedevo pazienti cui spiegavo questi meccanismi e prescrivevo ottime pilloline preventive (SSRI) ed altre ancora più miracolose da tenere in borsa (BZD), scrivevo libri sui disturbi d’ansia e vivevo dunque in grazia di Dio. Poi per la prima volta nella tarda primavera di tre anni fa un’esperienza di grande timore a ritrovarmi in spazi aperti con conseguente evitamento degli stessi. Non mi dilungo sui possibili motivi (ambientali e psicologici) dello scompenso né sui secondari facilmente immaginabili per uno che da trenta anni deve mettere insieme il pranzo con la cena in gran parte proprio grazie a Notre dame de la peur protettrice dei cognitivisti.

Quello che è interessante e può aprire ad una maggiore comprensione del disturbo è piuttosto la sintomatologia, il mio vissuto.

 Non avevo alcun timore di morire e tanto meno di impazzire e nessun parametro fisiologico era alterato. L’unica cosa che sperimentavo era l’assoluta impossibilità di muovermi, avviarmi verso spazi aperti. I muscoli (anche quelli che ancora sanno farlo) non rispondevano alla mia volontà. Ero costretto a costeggiare dei confini anche senza appoggiarmici. Non avevo timore di cadere sapendo che non sarebbe successo nulla di grave né tanto meno di fare brutta figura.

Allora cercai in tutti i modi di risolvere la situazione, soprattutto forzando gli evitamenti, senza impegnarmi in speculazioni filosofiche (Primum vivere deinde philosophare, come diceva Seneca). La vita riprese normalmente seppure una volta persa la verginità e sperimentata quella brutta sensazione il pensiero ci torna ed ho ad esempio rinunciato al progetto che avevo di traversata dell’antartico in solitaria.

Poi qualche mese fa ho letto un libro, l’unico che cito in bibliografia di questo articoletto (Archeologia della mente di J. Pankseep) che si occupa di neuroscienze affettive ed in particolare dei sette sistemi affettivi di base delle regioni sottocorticali degli uccelli e dei mammiferi. Più avanti lo spiegherò meglio. Mi ha messo la pulce nell’orecchio e quando qualche settimana fa a Milano nel museo del novecento ho riavuto un vissuto iniziale analogo a quello di tre anni fa ho colto l’occasione per cercare di capire meglio cosa mi stava accadendo con i nuovi costrutti fornitimi da Pankseep e, per così dire, me la sono andata a cercare traversando Piazza del Duomo.

In effetti ho riprovato tutto quello che avevo messo da parte tre anni fa. Stesso malessere e stessa ricerca di un confine, stessa incapacità a muoversi. Si può discutere su che nome dare a quell’esperienza. Attacco di panico? Panico paucisintomatico? Crisi agorafobica? Angoscia abbandonica? Crisi dissociativa? Depersonalizzazione e/o de realizzazione? In attesa di decidere la chiamerò B.B. (Brutto Blocco). Quello che è certo è che se appartiene alla grande famiglia della paura somiglia più al freezing che alla fuga/attacco.

Soggettivamente non mi sarei descritto come spaventato ma piuttosto come sperso, sperduto.

Per fare solo un piccolo passo nella teoria e tirarmi fuori da Piazza del Duomo mi viene da dire che se nell’attacco di panico vero e proprio il soggetto teme di perdere se stesso e la sua identità con la morte o la follia, nel B.B. il timore è di perdere l’altro: in ballo c’è l’angoscia di separazione (peraltro a me da sempre molto più familiare). Il secondo passo teorico di allontanamento da Piazza del Duomo è quello di ipotizzare i rapporti tra queste due diverse sindromi: Panico e B.B. Dunque la seconda non è la terapia fai da te della prima. Sono entrambi disturbi di ansia in cui si fugge da qualcosa, la perdita di sé e/o la perdita dell’altro, ed ognuno si può complicare, come è frequente nei disturbi d’ansia con l’evitamento delle situazioni temute che procura un sollievo immediato ed un danno grave a medio termine.

La seconda domanda è quale possa essere il legame tra le due che evidentemente spesso si presentano in comorbidità:

  • Ipotesi 1: L’esperienza dell’attacco di panico per la sua minacciosità estrema attiva il comportamento di attaccamento e dunque si diventa più sensibili ai segnali abbandonici: per cui la partenza è panicosa e poi si complica con il vissuto agorafobico.
  • Ipotesi 2: l’esperienza del B.B. inconsueta e inaspettata può essere a sua volta attivante la volgare ansia che non riconosciuta dal candidato al panico innesca il circolo di Clark. In questo caso il percorso è inverso dal B.B. al panico.

 Infine un’ulteriore annotazione su cui riflettere. Situazioni per me attivanti sono i musei con ampie sale ed in particolare il momento in cui resto improvvisamente fermo in piedi e il mio accompagnatore si allontana improvvisamente. Dimenticavo prima che il senso di B.B. si sperimenta soprattutto quando il movimento deve partire e molto meno quando si è già in movimento (in questo c’è qualche affinità col Parkinson?) per cui una soluzione, ad esempio è non fermarsi mai.

I motivi che possono spiegare il mio trigger museale possono essere due:

  • Un museo è uno dei pochi posti in cui si resta in piedi fermi anche per un tempo prolungato e non ti puoi appoggiare alle pareti che scattano gli allarmi.
  • Gli architetti si sbizzarriscono con gli spazi museali che sono spesso irregolari (anche i pavimenti non sono sempre piani) dunque estranei e inconsueti tanto più per il mio danneggiato emisfero cerebrale destro che dovrebbe occuparsi di informarmi dello spazio e della posizione del mio corpo in esso. Chissà che Stendhal a Santa Croce a Firenze non abbia avuto proprio un B.B.

Torno brevemente alle concettualizzazioni dell’illuminante Pankseep di cui consiglio vivamente la lettura. Pankseep con un occhio sempre attento alle ripercussioni cliniche delle sue osservazioni di neuroscienziato dei sistemi affettivi sottocorticali identifica 7 sistemi affettivi di base tutti interessantissimi per la nosografia psichiatrica e la clinica che tralascio per soffermarmi ad accennare a quelli più implicati nel tema dell’articolo quello della paura e quello della cura.

I sette sistemi sono:

  • Ricerca
  • Paura
  • Collera
  • Desiderio sessuale
  • Cura
  • Panico sofferenza
  • Gioco

Il sistema della paura garantisce la sopravvivenza attivandoci percettivamente e comportamentalmente di fronte alle minacce alla nostra integrità.

La paura inizialmente nei processi affettivi primari nasce senza oggetto, poi con l’apprendimento si connette nei processi secondari a singoli oggetti. L’evoluzione ha creato la possibilità di aver paura, di cosa va poi appreso.

Gli umani sono gli esseri più paurosi (forse a questo dobbiamo in parte il nostro successo evolutivo come specie è meglio aver paura che buscarle e professionale come cognitivisti) e possiamo esserlo di tutto nonché della paura stessa.

Il dolore attiva la paura ma non il contrario anzi può diminuirlo o farlo ignorare per scappare dai predatori. La paura è diversa dal panico/sofferenza. L’attacco di panico è riferibile piuttosto all’ansia di separazione del sistema della cura.

Il sistema della cura è decisivo per la sopravvivenza e connesso con l’attaccamento. La separazione genera panico.

Nel panico si è come un bambino che si è perso e che ha un pianto inconfondibile. Non fugge e non si congela, non c’è un pericolo da cui fuggire o difendersi ma richiama l’attenzione del care giver. Il panico è un dolore psicologico sviluppato sui circuiti del dolore fisico.

Pankeep a pagina 369 e seguenti argomenta perché gli attacchi di panico sono attacchi di separazione e dunque perché gli AD siano più efficaci delle BZD.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Agorafobia: la paura dell’Attacco di Panico nella grande città

BIBLIOGRAFIA

Consigliata:

  • Panksepp, J, Biven, L.. (2014) Archeologia della mente. Ed. Cortina

Sconsigliata:

  • Lorenzini, R., Sassaroli, S. (1987) La paura della paura: riconoscere e curare le proprie fobie. La nuova Italia Scientifica, Roma
  • Lorenzini, R., Sassaroli, S. (1991) Quando la paura diventa malattia: come riconoscere e curare le proprie fobie. Ed. Paoline, Milano
  • Lorenzini, R., Sassaroli, S. (1992) Cuando el miedo se vuelve enfermedad. Ed. Paulinas, Caracas Venezuela
  • Lorenzini, R., Sassaroli, S. (1993) L’uomo nero : ansie, paure e fobie. La Nuova Italia Scientifica, Roma
  • Lorenzini, R., Sassaroli, S. (1998) Paure e Fobie. Il Saggiatore, Milano

Agorafobia: la paura dell’attacco di panico nella grande città

Un articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del giorno 4/04/2015

 

È che forse la grande città moderna riproduce la giungla arcaica in cui ci si poteva improvvisamente perdere, non conoscere più i punti di riferimento, i sentieri per tornare al proprio villaggio, allo stesso modo in cui nelle metropoli prendendo la volta sbagliata possiamo all’improvviso non sapere dove siamo e quali pericoli stiamo correndo.

Esistono fobie e follie urbane? Tra tutte, l’agorafobia potrebbe essere la più adatta a descrivere la moderna angoscia di vivere in spazi metropolitani, il sentirsi dispersi in uno spazio impersonale ed estraneo, senza nessun punto di riferimento sicuro.

L’agorafobia è proprio il desiderio di fuggire via dalla pazza folla? È anche questo, ma forse è qualcosa di più.

Etimologicamente, il termine proviene dal greco “αγορά” (piazza) e “φοβία” (paura): “paura della piazza”. Ovvero degli spazi aperti e/o affollati. E fin qui ci siamo: piazza, agorà. Ci sono i soliti greci, antichi, ma già cittadini e quindi modernamente angosciati quasi come noi. E questo basti per la parola. La storia del concetto psicologico che sta dietro questa parola ha il suo fascino, e vedremo che esso ci parla non solo di angosce moderne, ma anche di paure arcaiche.

Nella cultura popolare il termine sembra essere usato per indicare una generica paura di uscire fuori casa. Ad esempio, nella letteratura gialla il detective Nero Wolfe risolve i casi senza uscire dalla sua villa.

La definizione tecnica usata dagli psichiatri è però differente: è il timore di trovarsi in luoghi dove – secondo il giudizio della stessa persona agorafobica – potrebbe avvenire un attacco di panico.

È una definizione meno intuitiva e immediata di quella popolare. In parole più semplici, si ha paura degli spazi aperti perché si teme che sia probabile avere degli attacchi di panico. E perché negli spazi aperti o affollati sarebbe più probabile avere attacchi di panico? È un errore di valutazione della persona che soffre o c’è qualcosa di vero? E il panico? È solo una grande paura, o qualcosa di diverso? E cosa c’entra il panico col timore degli spazi aperti e delle folle? E, infine, questi spazi aperti e queste folle temute dall’agorafobico sono gli spazi e le folle della metropoli moderna?

Il panico è una condizione emotiva di paura e terrore, in cui però prevalgono gli aspetti corporei e fisiologici della paura: il cuore palpita, il corpo trema e suda, si percepisce un malessere al petto o all’addome. Inoltre ci si può sentire bizzarramente estraniati dalla realtà e perfino da se stessi. Si ha paura, ma non si capisce bene di cosa. Forse del proprio star male, in una condizione che è terrificante, in cui si tocca con mano la sensazione di impazzire.

LEGGI ANCHE: ATTACCO DI PANICO COS’E’ E COME FUNZIONA

Queste sensazioni corporee corrispondono a un preciso assetto fisiologico che è uno dei tre sistemi biologici innati (gli altri due sono la fuga e l’attacco) che abbiamo a disposizione per reagire a un pericolo o a una minaccia: il “freezing”, ovvero il raggelarsi a imitare la freddezza della morte.

Questa reazione è qualitativamente diversa dalla paura che porta alla fuga ed è innescata da un pericolo terrificante in cui non vi sono vie di fuga. In questi casi tanto vale paralizzarsi in una condizione di estremo rallentamento delle funzioni vitali, che è l’assetto fisico migliore (o meno peggiore, a essere realistici) per affrontare situazioni estreme, che siano disgrazie naturali o anche attacchi di predatori, che magari potrebbero risparmiarci proprio perché ci scambiano per cadaveri. A volte si scampa in questa maniera alle fucilazioni di massa: svenendo e –naturalmente- avendo la fortuna di non essere colpiti dalle sventagliate di proiettili e di non essere seppelliti subito vivi ma lasciati li, morti apparenti in compagnia dei veri cadaveri.

Quello che è interessante è che la maggior parte degli animali posti in un ambiente non familiare mostrano immediatamente un incremento di indicatori di freezing, a dimostrazione che lo spazio aperto e gli ambienti non familiari racchiudono in sé un’informazione emozionalmente significativa. Che significa? Come si spiega l’attivazione di un sistema emotivo così arcaico e primitivo in questa condizione modernissima, come il sentirsi dispersi in una grande città?

È che forse la grande città moderna riproduce la giungla arcaica in cui ci si poteva improvvisamente perdere, non conoscere più i punti di riferimento, i sentieri per tornare al proprio villaggio, allo stesso modo in cui nelle metropoli prendendo la volta sbagliata possiamo all’improvviso non sapere dove siamo e quali pericoli stiamo correndo.

Un momento però: stiamo parlando di panico. Non di agorafobia. Quindi cosa c’entra la grande città e le sue follie con il panico? Il panico è questa reazione arcaica a un pericolo estremo. Qual è la connessione con una paura moderna come l’agorafobia? E qui torna utile la storia accidentata del termine agorafobia. Vi è a discrepanza tra il significato popolare della parola e il significato tecnico.

La psichiatria lega panico e agorafobia: l’agorafobia non è solo paura degli spazi aperti, ma timore di poter aver il panico in quegli spazi aperti.

Unendo insieme tutto quello che abbiamo detto sul panico come senso di disorientamento in situazioni di pericolo, la relazione tra panico e agorafobia e quella tra perdita di direzione sia in situazioni antichissime che modernissime, ecco che tutto assume un senso.  E spiega gli aspetti cittadini e urbani delle varie forme di agorafobia; la nevrosi da strada (street neurosis) o la fobia del supermarket.

Questo significa che lo sgomento che proviamo quando siamo perduti (in tutti i sensi) nella foresta urbana o quando lo eravamo nelle foreste inurbane è un’esperienza emotiva fortissima, che è elaborata da circuiti neuronali pre-consci (ma mai del tutto inconsci). È l’ipotesi di Jaak Panksepp (LEGGI: Archeologia della Mente di Jaak Panksepp e Lucy Biven – Recensione), che ha immaginato la mente come un fenomeno evolutivo con multipli livelli di emergenza, da quello semplice e immediato della sensazione/azione pura, ovvero la paura/fuga, la rabbia/attacco e il panico/freezing, per passare alla capacità di rappresentarsi queste esperienze motorie e percettive in termini di immagini, fino ad approdare alla forma più evoluta di coscienza che coincide con la capacità di rappresentazione simbolica-linguistica dell’esperienza.

Questa evoluzione però non elimina le forme emotive precedenti. Viviamo nelle grandi città, ma la nostra prima reazione è ancora quella della foresta. Quindi non ci limitiamo a essere un po’ preoccupati di perderci in città, o essere un po’ a disagio in un ambiente impersonale in cui non si conoscono i passanti e non si hanno rapporti con i condomini.

Percepiamo tutto questo come una minaccia terrificante, simile a quella che coglieva il nostro antenato quando si allontanava dal villaggio. Con il paradosso però che questa angoscia noi la viviamo il villaggio e non al di fuori, ovvero nella città, diventata ignota come un tempo lo erano gli spazi aperti oltre la palizzata del villaggio.

A questo punto potremmo avere nostalgia del villaggio, del vecchio “tutti conoscono tutti” e così via. Nostalgia in parte fondata, naturalmente. Non dimentichiamo però che anche dietro quel “tutti conoscono tutti” c’erano altri problemi: l’assenza di privacy, il forte controllo sociale, i limiti che le società tradizionali ponevano alla libertà del singolo. Sono questi limiti cui abbiamo rinunciato volentieri che, improvvisamente, ci rendono con la loro mancanza vulnerabili all’angoscia urbana.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Panico ed Agorafobia: non tutto il male vien per nuocere

BIBLIOGRAFIA:

cancel