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Il lato non razionale dei mercati finanziari: i principali bias degli investitori

Processi decisionali e finanza: analizzando i mercati spesso si osservano delle anomalie che non è possibile spiegare in maniera razionale. Come mai?

ID Articolo: 179924 - Pubblicato il: 30 novembre 2020
Il lato non razionale dei mercati finanziari: i principali bias degli investitori
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Si tende a pensare che nel campo dei mercati finanziari gli individui tendano ad essere estremamente razionali, ma la maggior parte degli studi ha fornito una prova dell’esistenza di bias che influenzano gli investitori durante i processi decisionali.

 

Messaggio pubblicitario Lo studio dei mercati finanziari, nel corso del tempo, ha dato origine a molteplici visioni che, nella maggior parte dei casi, hanno sempre avuto una connotazione comune: sostenevano il principio della “completa razionalità dell’individuo”. Difatti, secondo le teorie economiche standard, l’uomo, sulla base del suo facile accesso ad una perfetta informazione e, possedendo un sistema completo di preferenze, riesce a scegliere autonomamente gli strumenti più adeguati a perseguire i suoi interessi. Ma, all’interno dei mercati finanziari, spesso si osservano delle anomalie che non è possibile spiegare in maniera razionale. È proprio sulla base di tale presupposto che, in tempi non troppo recenti, si è sviluppata la disciplina dell’economia comportamentale, quella

branca dell’economia che descrive i fenomeni finanziari applicandovi gli elementi psicologici, ovvero quei tratti umani che influenzano sistematicamente le decisioni individuali e gli esiti del mercato. (Thaler, 2020)

Attraverso una revisione sistematica della letteratura inerente alla suddetta disciplina, alcuni ricercatori si sono proposti di indagare e descrivere i principali pregiudizi, o bias, in cui incorrono gli investitori durante il loro processo decisionale.

Per assolvere a tale obiettivo, nel corso di un anno, gli autori hanno raccolto differenti studi inerenti al tema, pubblicati a partire dal 1974 fino al 2019.

Prospect theory: decision making under risk è da considerarsi la pietra miliare nello sviluppo dell’economia comportamentale, in quanto illustra il processo decisionale degli investitori dinanzi a situazioni di rischio. In questo documento, Kahneman e Tversky (1979) hanno introdotto il concetto di “teoria del prospetto”, secondo cui gli investitori, dinanzi a differenti alternative che comportano un rischio, propendano verso le opzioni che garantiscano loro un esito certo.

Fu nell’anno successivo che Thaler illustrò come, durante il processo decisionale, gli investitori siano influenzati da alcuni pregiudizi che spesso conducono a scelte non ottimali. Difatti, in tempi più recenti, sono stati gli stessi studi nell’ambito della neurofinanza a confermare che le emozioni influenzano la cognizione e, di conseguenza, le decisioni prese dagli agenti economici sono tutto fuorché razionali, così come sostenuto dalle teorie della finanza tradizionale (Shukla, Rushdi & Katiyar, 2020).

Essere a conoscenza dei profili dei CEO e, conseguentemente, dei bias a cui son soggetti più frequentemente, potrebbe aiutare a prevedere eventi aziendali, siano essi fusioni o acquisizioni, frazionamenti o offerte di titoli (Subrahmanyam, 2008).

Shukla, Rushdi e Katiyar (2020) hanno dunque proposto i sette bias principali che interferiscono con il processo decisionale degli investitori.

L’overconfidence è stata definita come una sovrastima, da parte dei trader, delle proprie capacità di prevedere gli eventi del mercato che, inevitabilmente, si riflette sul comportamento e sulle scelte dei singoli. Difatti, si è visto come gli investitori troppo sicuri di sé tendono a sottovalutare i rischi delle loro operazioni (Odean, 1998) o ad aumentare i processi di negoziazione (Denves et al., 2008).

In posizione diametralmente opposta rispetto all’eccesso di fiducia, vi è l’effetto gregge, ovvero la tendenza degli individui a seguire le decisioni e i comportamenti altrui. È stato dimostrato come, in ambito finanziario, ciò si verifichi sia nei trend a rialzo che a ribasso (Choi, 2016).

Talvolta, soprattutto in periodi di crisi, quando l’investitore ha un maggior bisogno di liquidità, tende a vendere i titoli in crescita, ovvero quegli investimenti che hanno guadagnato valore, e a trattenere le perdite, ovvero quelle attività che hanno perso valore (Weber et al., 1998). Generalmente si tende a mantenere una perdita nella speranza di recuperare con una futura ripresa del titolo (Il Sole 24 Ore, 9 Aprile 2014). Questa tendenza è stata definita effetto disposizione.

L’euristica o effetto ancoraggio fu una delle prime distorsioni ad essere descritta da Kahnemann e Tversky (1974). Quando agli individui vien chiesto di effettuare delle valutazioni quantitative, le loro stime vengono generalmente influenzate da determinati valori iniziali disponibili (Shiller, 1999). Dodonova (2009) ha osservato che le persone generalmente utilizzano l’ancoraggio per giudicare ciò che vogliono acquistare.

Messaggio pubblicitario A differenza di quanto ipotizzato dalla letteratura, inoltre, gli investitori sono fortemente avversi alle perdite (Hwang et al., 2010). È stato osservato come, quando sperimentano un ribasso, essi soffrono di più di quanto non gioiscano quando realizzano un guadagno equivalente. Il bias di avversione alla perdita è stato riscontrato prevalentemente in gruppi di investitori con un’età tra i 41 e i 55 anni e tra le donne (Arora et al., 2015).

Il mental accounting è stato definito come

l’insieme delle operazioni mentali utilizzate da individui e famiglie per organizzare, valutare e monitorare delle transazioni finanziarie. (Thaler, 1999, p. 183)

Dunque, i singoli tendono a classificare e ad utilizzare in maniera differente gli utili, sulla base della loro tipologia. Barberis et al. (2003) hanno spiegato che la contabilità mentale consente agli investitori di organizzare il proprio portafoglio in vari conti separati. Gli investitori che sono influenzati da pregiudizi di contabilità mentale generalmente trattano ogni elemento del loro portafoglio separatamente invece di analizzarne la totalità (Agnew, 2006).

Infine, tra i principali bias degli investitori vi è la rappresentatività, ovvero quella scorciatoia mentale definibile come un’eccessiva fiducia negli stereotipi (Shefrin, 2008). Secondo Thaler e Sunstein (2008),

nello stimare la probabilità che A aderisca alla categoria B, gli individui si domandano quanto A sia simile al prototipo che hanno di B. (Thaler & Sunstein, 2008, p. 34)

Durante il processo di elaborazione di nuove informazioni, dunque, alcuni investitori elaborano risultati che si riverberano sui propri schemi preesistenti (Pompian, 2017).

Concludendo, la maggior parte degli studi presi in esame ha fornito una prova dell’esistenza dei pregiudizi che influenzano gli investitori durante i processi decisionali. Sulla base di questa revisione, è stato messo in luce come la finanza comportamentale offra un modello basato sugli assunti psicologici per spiegare le anomalie che si verificano all’interno dei mercati finanziari. Questo campo liberalizza i presupposti di razionalità presenti nelle teorie economiche standard e illustra come gli investitori non siano agenti razionali, ma “subiscano” – inevitabilmente – l’influenza dei propri bias.

 

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