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Violenza sessuale: i familiari di autori di reati sessuali sono anch’essi più inclini a commettere reati simili

FLASH NEWS

I parenti stretti di uomini autori di violenze sessuali sarebbero a loro volta maggiormente inclini a commettere reati simili, rispetto alla popolazione generale.

E’ quanto dimostra una ricerca effettuata da studiosi dello Sweden’s Karolinska Institutet, in collaborazione con l’Oxford University.

[blockquote style=”1″]”Ci sembra importante sottolineare che questo non implica che figli o fratelli di coloro che commettono crimini sessuali seguano inevitabilmente la stessa strada”[/blockquote] afferma Niklas Langstrom, autore principale dello studio nonché docente di Epidemiologia Psichiatrica presso il Karolinska Institutet.

Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, include tutti i 21.566 uomini che hanno commesso reati sessuali in Svezia nel periodo compreso tra 1973 e il 2009. I dati sono stati raccolti in forma anonima dai registri legali di tutta la Svezia. I ricercatori hanno analizzato il numero di crimini sessuali perpetrati da padri e fratelli di uomini che in passato avevano commesso questi stessi reati, confrontandoli con quelli provenienti da una popolazione generale avente simili età e relazioni familiari.

I risultati mostrano che all’incirca il 2,5 percento dei figli o fratelli di autori di crimini sessuali tende a perpetrarne a propria volta, contro lo 0,5 percento delle figure maschili provenienti dalla popolazione generale. In questo studio è stata anche analizzata statisticamente l’influenza di fattori genetici e ambientali coinvolti nel rischio di commettere reati sessuali.

[blockquote style=”1″]“Abbiamo trovato che in questo processo sono coinvolti fattori genetici (42 percento) e fattori ambientali (58 percento). Tali fattori includono instabilità emotiva, aggressività, attitudine al crimine, preferenze sessuali devianti e ossessioni in merito al sesso”[/blockquote] afferma Langstrom.
Ad incrementare il rischio familiare sono dunque fattori generici ed ambientali. In quest’ottica, trattamenti preventivi per le famiglie a rischio potrebbero forse ridurre il numero delle vittime future.

Le denunce di violenza sessuale raccolte in Svezia sono molto simili a quelle riportate in altri paesi dell’Europa, in Canada e negli USA. Confronti con denunce effettuate in altri paesi dovrebbero essere fatti con cautela, a causa delle differenze nelle definizioni legali, nei metodi di registrazione, nelle diversità culturali riguardanti la sicurezza personale.

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Uno psichiatra punk rock: Intervista a Benedetto Valdesalici

Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

Qualche tempo fa ho letto il bel libro di Michele Rossi “Quel che deve accadere, accade. Storia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni” (2014), che racconta le vicende di questi due grandi artisti emiliani, fondatori del gruppo punk-rock CCCP (poi divenuto CSI), che ebbe notevole successo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel libro si accenna più volte a uno psichiatra reggiano, il dottor Benedetto Valdesalici, attualmente in pensione dopo aver diretto il SERT per tanti anni, che in certi periodi è stato collaboratore, testimone e ispiratore del gruppo.

Il cantante Giovanni Lindo Ferretti, prima di dedicarsi completamente alla musica ha lavorato come educatore psichiatrico e questa esperienza emerge in modo prepotente in diversi testi della band, come Curami (“Curami, curami, curami…Prendimi in cura da te, prendimi in cura da te”) o Valium Tavor Serenase (“il Valium mi rilassa, il Serenase mi stende, il Tavor mi riprende”). Abbiamo rintracciato il dottor Valdesalici per farci raccontare di quell’esperienza e del suo rapporto con altre realtà musicali della zona (come gli Ustmamò).

Gaspere Palmieri (GP): Nelle biografie dei CCCP, si parla anche di te e dei tuoi rapporti con il gruppo, soprattutto all’inizio della loro carriera. Ci racconti qualcosa di quel periodo e di quel rapporto?

Benedetto Valdesalici (BV): Allora ero un giovane medico dedicato a quella psichiatria umanistica di cui avevo intravisto rari lampi nel mio cammino di studente, paziente, specializzando. Che i CCCP abbisognassero di una funzione enzimatico-maieutica nella forma poetico sciamanico psichiatrica lo possiamo arguire con la distanza degli anni: allora ero solo una necessità risolta in corso, nient’altro.

Ricordo le irritazioni e le cupaggini conseguenti agli scontri caratteriali tra Giovanni Ferretti, Massimo Zamboni e Umberto Negri. Dopo una lite feroce scoppiata in non so più quale concerto vennero a casa mia a chiedermi confronto, conforto e consulto. Preparai tre sacchettini, che a loro insaputa contenevano una zampetta di coniglio e prescrissi li portassero al collo il più a lungo possibile. Risolvere la lite in atto psicomagico per dirla con Jodorowsky. Di fatto portarono il sacchettino giorno dopo giorno accorgendosi che cresceva una gran puzza sotto il loro naso. Quando divenne insopportabile se ne liberarono. La mia fu, sostanzialmente, una funzione ostetrica, un sostegno alla nascita, come fu più tardi per gli Ustmamò. Oggi posso affermare che i CCCP necessitavano, sullo sfondo, di una funzione di contatto-controllo ed io sentivo allora una forte necessità di testimonianza, di fare memoria, di filmare.

GP: In diversi brani dei CCCP c’è più di un accenno al disagio individuale e sociale e in tanti testi emerge il vissuto di ex operatore psichiatrico del cantante Giovanni Lindo Ferretti. Possiamo dire che i CCCP fosse una band un po’ “psichiatrica”?

BV: Nel 2014 ho contribuito con alcuni reperti alla mostra che Annarella Giudici (“la benemerita soubrette” n.d.r.) ha allestito sui CCCP.  Il primo reperto che ho trovato è un video di 45 minuti con libretto, cartolina e invito ad uno spettacolo al teatro Orologio a Reggio Emilia il 21 aprile 1987: Chi fruga frega, adagio schizofrenico. Un’operina teatrale dedicata alle mie vicende psichiatriche in prosa polifonica alla Amy Lowell. La prima parte del video consiste di una lettura pedissequa ed emozionata arredata da suoni e voci fuori campo. La seconda è la distruzione del testo da parte di Ferretti e della sua corte dei miracoli. Una specie di rituale sciamanico psicomagico. Così torna alla mente la Sezione Lombroso, un ramo sostanzialmente sconosciuto dei CCCP delle origini che pur produsse comunicati, volantini, pezzi di fanzine, cartoline, gadget (che comprendevano immagini di David Cooper, Ronald Laing, Bruno Bettelheim) e firmò la video perizia per RAI2 di Ortodossia, un vinile rosso slavo con libretto di proclami, prodotto dalla Attack Punk Record di Giorgetti, oggi Helena Velena. Ma come sezione Lombroso dovevo anche occuparmi della manutenzione del tasso di salute mentale in corso, che con l’arrivo nel gruppo di Danilo Fatur e di Antonella Giudici subì una brusca flessione. Uno spogliarellista blasfemo e una mannequin ultraspeed: la danza dello zolfo e del sale dentro l’athanor del palcoscenico. Eppure tutto resse. Fino a Tienanmen e al crollo del muro di Berlino, ma questa è un’altra storia.

GP: Ci racconti delle altre tue esperienze di collaborazione con artisti della tua zona come gli Ustmamò o Mara Radighieri?

BV: Gli Ust sono nati in camera mia, dopo il mio ritorno a casa da Bologna. Conoscevo Ezio e Luca fin da bambini e l’arrivo prima di Silvia, poi di Mara come cantante lo ricordo bene. C’erano all’origine conflitti di leadership che si sono amalgamati al resto e credo siano stati mortali (come per i CCCP). Mara è una cara amica, un famiglio, una compagna di cammino. Che dire collaboro? No con lei vivo e se da cosa nasce cosa, e se son rose fioriranno, diventano ritornelli che rallegrano la giornata. Mi fa anche incazzare, ma se non vi fanno incazzare coloro che amate cosa ci stanno a fare? Ma questa è altra storia.

GP: La zona dell’appennino reggiano è molto feconda dal punto di vista musicale. C’ é qualche motivo culturale particolare alla base di ciò?

BV: C’è l’amore per la musica e il canto dei montanari, non solo reggiani. Penso ai Maggi, alle befanate, ai canti di lavoro e di emigrazione; penso ai Cori e al piacere dell’ascolto; penso ai Liguri montani primigeni che dal loro piacere per il canto presero nome (ligues in greco “dal bel canto”).

GP: Ti sei mai interessato di musicoterapia?

BV: Ho collaborato con l’Indaco per molti anni e l’opportunità espressiva della musica è insuperabile come impagabile è la lezione di ascolto che la musica offre. Credo sia un ottimo nootropo, un buon eupeptico, un serio miorilassante anche se può ferire.

GP: Pensi che la musica possa dare qualche contributo alla psichiatria?

BV: Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

GP: Esiste secondo te un rapporto tra musica rock e psicopatologia?

BV: No, sebbene molti idoli rock siano stati severamente disturbati, spesso sotto abuso di alcool e sostanze pur cantando in liriche insuperate i drammi interi di una generazione. Il passaggio acustico/elettrico, la Fender forse qualcuno l’ha vissuta come il diavolo, i dischi ascoltati alla rovescia dei satanisti, ma dare una chitarra in mano a uno psicopatico potrebbe esprimerlo, sfogarlo, forse potrebbe perfino curarlo meglio di un neurolettico di VI generazione. Nessuna musica può essere accostata eziologicamente alla psicopatologia. La musica deve stare fuori dal DSM anche se il violino è lo strumento del diavolo “il trillo mi fu dettato letteralmente dal demonio” racconta Tartini. Ma voi credete al diavolo?

CCP e Benedetto Valdesalici

 

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Effetto Placebo: un viaggio tra mente e corpo. Intervista a Fabrizio Benedetti

Gli psicoterapeuti devono prendere coscienza che, così come avviene in farmacoterapia, anche in psicoterapia c’è un effetto placebo. Quindi, non tutte le psicoterapie sono realmente efficaci. Alcune agiscono solo mediante un effetto placebo.

Chi lavora in ambito psichiatrico e psicoterapico non può non tenere in considerazione come le aspettative del paziente rispetto ai trattamenti abbiano un ruolo importante, che spesso condiziona l’esito della cura. Questo fenomeno è alla base del cosiddetto effetto placebo, che ha recentemente attirato l’interesse dei ricercatori in quanto esempio di affascinate e complessa interazione tra mente e corpo, in cui gli eventi mentali sono in grado di influenzare aspetti biologici e organici.

Recentemente mi è capitato di leggere il bel libro di Fabrizio Benedetti, “L’effetto placebo, breve viaggio tra mente e corpo” (Carocci, 2012), che tratta questo argomento in modo scientificamente rigoroso, seppure con un taglio divulgativo. L’autore, professore ordinario di neurofisiologia e fisiologia umana all’Università di Torino ed esperto di effetto placebo a livello internazionale, ha accettato di rispondere ad alcune domande per State of Mind. 

Gaspare Palmieri (GP): Nei trial clinici degli antidepressivi emerge come la risposta al placebo possa arrivare fino al 40%. In che modo uno psichiatra dovrebbe tenere in considerazione questo dato nella propria pratica clinica?

Fabrizio Benedetti (FB): In una classica meta-analisi del 1998 di Kirsch e Sapirstein, la risposta placebo è stata stimata del 75%. In effetti, di questo 75%, il 25% è remissione spontanea, mentre il 50% è un effetto psicologico (la risposta placebo vera!). Quindi, sembra che solo il 25% sia un effetto farmacodinamico. Le implicazioni sono che verosimilmente la psicoterapia è più efficace rispetto alla farmacoterapia.

GP: Sembra che nella risposta a certi farmaci le aspettative di guarigione giochino un ruolo fondamentale. C’è un modo per indagarle anche in modo strutturato con interviste e test affidabili? Avrebbe senso usarle rutinariamente anche per calibrare meglio le prescrizioni?

FB: Le aspettative vengono oggi valutate sempre più nei trial clinici moderni, ma nella pratica medica sembra un po’ più complicato.

GP: Nel libro dedica un capitolo all’effetto placebo in psicoterapia. Che ripercussioni può avere questo fattore nella pratica psicoterapeutica?

FB: Le ripercussioni sono che gli psicoterapeuti devono prendere coscienza che, così come avviene in farmacoterapia, anche in psicoterapia c’è un effetto placebo. Quindi, non tutte le psicoterapie sono realmente efficaci. Alcune agiscono solo mediante un effetto placebo.

GP: Può tracciare, alla luce dei suoi studi, una sorta di profilo di paziente su cui l’effetto placebo dovrebbe funzionare maggiormente? Esistono test psicometrici utili in questo senso?

FB: Ci sono almeno due meccanismi. Primo, l’apprendimento gioca un ruolo fondamentale: chi ha ricevuto in passato trattamenti efficaci, in genere diventa un buon placebo responder. Secondo, alcuni genotipi rispondono meglio di altri, e ciò tutto sommato non sorprende, visto che molti neurotrasmettitori sono coinvolti nella risposta placebo. Quindi, una variante genetica di un neurotrasmettitore è ovvio che influisca anche sulla risposta placebo.

GP: Per via delle ovvie complicazioni etiche, pare che siamo ancora molto lontani dall’uso del placebo come terapia, tranne forse in certi casi anedottici. D’altra parte l’informare il paziente che si tratta di un placebo farebbe perdere buona parte dell’effetto sulle aspettative. Sembra un dilemma di non facile risoluzione…

FB: L’uso del placebo nelle corsie ospedaliere e negli ambulatori medici è molto comune in tutto il mondo e nella maggior parte dei casi non viene detto al paziente che si tratta di un placebo. Recentemente, alcuni studi hanno dimostrato che anche nel caso in cui si dica al paziente che si tratta di un placebo, un piccolo effetto rimane. E’ la componente inconscia della risposta placebo.

GP: Nel suo libro analizza anche il fenomeno placebo nella vita di tutti i giorni, dove la realtà viene vissuta a seconda del significato che noi le attribuiamo. Ricorda un approccio molto in linea con le teorie psicologiche del costruttivismo, cosa ne pensa?

FB: Certamente sì. Siamo noi ad interpretare il mondo che ci circonda, e la realtà vera spesso non è come quella che noi percepiamo.

 

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Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: il superamento del sacrificio umano (Pt. 3)

TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.3

Col tempo la violenza si stempera. Dapprima si cercano dei sostituti. I sacrifici umani rituali di prigionieri di guerra sono dei sostituti del linciaggio rituale del re, che a sua volta aveva sostituito il linciaggio spontaneo. Si dirà che come passo avanti non sia granché, sempre sangue è. Vero, ma tuttavia è un passo avanti.

Naturalmente si capisce subito che con il sacrificio umano siamo passati nel campo della religione. La religione quindi è uno strumento di controllo della violenza. Comprendo che, anche in questo caso, si dirà che un sacrificio umano basato su una credenza religiosa non è un granché come passo avanti. Eppure lo è, rispetto allo scoppio di violenza incontrollata che metteva in crisi la vita dell’intera tribù. Ricordiamo che questi scoppi erano violentissimi, e si possono paragonare agli scontri moderni tra gang delinquenziali e bande mafiose: sangue che richiama sangue senza alcun contenimento.

Relativamente a questo scenario, il sacrificio umano fu un terribile e paradossale passo avanti. Si comprende anche il ruolo delle religioni che poi, col tempo trasformarono a loro volta il sacrificio umano in cerimonie simboliche sempre meno cruente. Così si passa dai sacrifici umani a quelli animali, e poi alle offerte agricole e infine ai riti puramente cerimoniali, che preludono a una visione sempre più laica e razionalista della violenza.

Le notizie che abbiamo sulla modalità della fine dei sacrifici umani nelle varie civiltà sono varie. Il caso di Teseo e del Minotauro a Creta è probabilmente il racconto mitologico di un tributo di sangue che Atene pagava ogni anno ai cretesi e di come un capo politico eroicizzato, forse davvero di nome Teseo o forse no, pose fine a tutto questo. I racconti di Perseo e di Edipo che accidentalmente e non volontariamente uccidono i loro progenitori sul trono per poi essere banditi sono altri racconti in cui l’uccisione volontaria del capo tribù viene diluita in un racconto meno cruento.

La fine di Romolo è probabilmente l’ultimo caso di re romano ucciso ritualmente. In epoca storica Tito Livio riporta un ultimo sacrificio umano avvenuto a Roma in occasione di non so quale grave sconfitta militare, forse dopo Canne. In questi casi i Romani, quando erano in una situazione militare difficile, sacrificavano due individui di stirpe greca e due di stirpe celtica, insomma due coppie di stranieri. In generale i romani non avevano la ricchezza mitologica dei greci ma preferivano racconti di epoca storica in cui la violenza era limitata alla guerra a stati stranieri. La violenza interna era molto minore, almeno all’inizio. Poi anche Roma degenerò in guerre civili, fino alla morte di Cesare, vero e proprio riemergere del linciaggio rituale di un re sacerdote.

È interessante notare che queste crisi aggressive sono anche figlie della libertà politica. I romani scelgono Augusto e l’Impero perché stanchi di due secoli di guerre civili culminate nel linciaggio di Cesare. L’insostenibile peso della libertà che diventa peso della rivalità continua. E quindi i romani rinunciano alla libertà, con l’Impero.

Nel modello di Girard, l’eroe, una volta linciato, viene divinizzato. È come se l’oggetto dell’odio di gruppo, dopo che è stato letteralmente fatto a pezzi e mangiato (e spesso secondo Girard avveniva proprio questo. Si veda la morte del principe tebano alla fine delle Baccanti di Euripide fatto a pezzi e mangiato nell’orgia dionisiaca) generi un massiccio senso di colpa collettivo che porta alla divinizzazione dell’eroe odiatissimo fino a un momento prima.

Non a caso è proprio quel che accade sia con Romolo che con Cesare, odiati fino al linciaggio (documentato per Cesare, possibile per Romolo) e poi divinizzati subito dopo (certo per entrambi).

Il modello antropologico di gestione della violenza mediante linciaggio è appunto il modello del capro espiatorio. Il capro vero e proprio come sacrificio animale è già un momento successivo, in cui la violenza si concentra su un animale, tra l’altro nemmeno ucciso, ma mandato nel deserto. Si tratta di un rito orientale, riportato anche tra gli ebrei. Nelle versioni precedenti al posto del capro c’era un uomo, o anche una donna, esiliata fuori della città e, ancor prima, uccisa. Per esempio la figlia di Jefte nella Bibbia, sacrificata in maniera simile al figlio di Idomeneo nel rito greco.

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RUBRICA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI

BIBLIOGRAFIA:

Che cos’è la terapia cognitivo-comportamentale?

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (11)

 

 La psicoterapia cognitiva e comportamentale spiega il disagio emotivo attraverso una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti. Gli eventi influenzano le nostre emozioni ma pensieri e comportamenti determinano la loro intensità e la loro durata.

Ognuno di noi ha modalità tipiche di pensare e agire (chiamati SCHEMI in psicoterapia cognitiva) che possono produrre malessere e questi sono il bersaglio della psicoterapia cognitiva. Spesso non siamo consapevoli dei nostri schemi e delle nostre abitudini dannose, la psicoterapia cognitivo-comportamentale ha lo scopo di individuarli e modificarli.

Nella psicoterapia cognitiva, la sofferenza sorge quando le persone provano emozioni negative come ansia, depressione, rabbia, colpa o vergogna. Normalmente simili emozioni appartengono alla vita quotidiana ma in alcuni casi possono essere troppo intense o durare troppo a lungo. Per esempio, se commettere degli errori sul lavoro per quanto piccoli ci fa stare male per diversi giorni, se ci sentiamo delle nullità di fronte a ogni fallimento, se la paura di essere giudicati negativamente dagli altri o di sentirsi responsabili del dolore altrui diventa intollerabile, allora probabilmente siamo di fronte a un problema emotivo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale descrive come le emozioni dolorose spingano le persone a comportamenti che possono dare un sollievo apparente e immediato ma che si rivelano controproducenti e dannosi (es: abuso di alcool e sostanze, restrizione alimentare, ritiro dalla vita sociale, ripetizione compulsiva di atti). In altre occasioni questa sofferenza emotiva e il tentativo di ridurla incide profondamente sui rapporti con gli altri creando relazioni di dipendenza o di continuo contrasto e insoddisfazione che non aiutano a vivere bene.

La psicoterapia cognitiva e comportamentale agisce quindi su emozioni, pensieri (o schemi cognitivi) e comportamenti in modo attivo. Gli obiettivi sono: (1) migliorare il giudizio su di sé, (2) vivere meglio, (3) raggiungere i propri scopi di vita.

 

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Psicologia per Tutti – Seminari divulgativi a Monza, Maggio 2015

Poco meno di un mese all’evento “Psicologia per tutti” promosso dal Centro Acacia di Monza.

Per l’intero mese di maggio 2015, il Centro Acacia di Monza ospita seminari gratuiti rivolti alla cittadinanza. Tutte le sere diversi professionisti della salute (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e nutrizionisti) si avvicenderanno per presentare brevi conferenze a carattere divulgativo su una specifica tematica.

L’iniziativa, segnalata dal MIP (Maggio di Informazione Psicologica), ha come obiettivo quello di coinvolgere la popolazione su argomenti attuali e di interesse comune al fine di informare e contribuire a diffondere la cultura psicologica.

In quest’occasione sarà anche possibile prenotare un colloquio gratuito con un professionista del Centro.

Gli incontri si svolgeranno dal 4 al 29 maggio 2015 a partire dalle 20.45 all’interno dei locali del Centro Acacia, in via Galileo Galilei 42 a Monza.

La partecipazione è aperta a tutti, previa iscrizione ai seguenti contatti:

3314122812

[email protected]

 

Di seguito il programma dettagliato:

PRogramma - Psicologia per tutti

 

Come cambia la nostra attenzione all’interno dei contesti sociali

FLASH NEWS

I risultati ottenuti confutano le ricerche precedenti che suggerivano che le persone tendono a guardare soprattutto i volti e a spostare automaticamente la propria attenzione nella direzione verso la quale sono orientate le altre persone.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare alcuni stimoli ambientali, ignorandone altri. Da un punto di vista evolutivo, si tratta di un meccanismo estremamente utile ai fini della sopravvivenza dell’uomo in quanto consente di organizzare le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, in continuo mutamento, e di regolare di conseguenza i processi mentali.

Numerosi studi hanno messo in evidenza che quando vengono mostrate alle persone fotografie o scene raffiguranti altri individui, l’attenzione visiva, misurata tramite l’orientamento dello sguardo, viene rapidamente diretta verso le persone presenti sulla scena, in particolar modo verso i loro volti e occhi piuttosto che sui loro corpi o su oggetti non sociali.

Questo fenomeno viene comunemente definito attenzione sociale, termine spesso utilizzato anche per descrivere un altro tipo di risposta attentiva ovvero la tendenza a seguire la direzione dello sguardo altrui.

Una recente ricerca condotta presso la Bournemouth University, in collaborazione con l’Università di Portsmouth, ha tuttavia cambiato il modo convenzionale di pensare a tale fenomeno. Lo studio prevedeva tre condizioni sperimentali nelle quali ai soggetti veniva mostrato un filmato di due donne che aspettavano in una sala d’attesa.

Ai primi due gruppi veniva detto che stavano guardando le immagini live di una webcam e che avrebbero o meno incontrato le donne successivamente, mentre al terzo gruppo veniva mostrato lo stesso filmato facendo loro credere che fosse pre-registrato. Nonostante i dati provenienti dalla letteratura suggerissero che, nell’eventualità di incontrare i soggetti presenti nel video, i partecipanti avrebbero orientato la loro attenzione verso il volto di questi individui e seguito la direzione dei loro sguardi, i risultati ottenuti sono stati ben diversi.

Sia che i partecipanti credessero di incontrare o meno le persone presenti nel filmato, quando ritenevano di guardare le immagini live di una webcam, tendevano ad evitare di guardare in faccia le persone e difficilmente seguivano il loro sguardo, anche quando pensavano di non poter essere visti. Quando, invece, i partecipanti credevano che la scena fosse pre-registrata guardavano in misura maggiore i volti dei soggetti e ne seguivano la direzione dei loro sguardi.

Questi risultati sembrano suggerire che i fattori coinvolti nel processo di attenzione sociale sono molto più numerosi e complessi di quanto si sarebbe potuto pensare, molti dei quali spesso non vengono tenuti in considerazione nel corso di studi sperimentali condotti in questo campo. Non sempre ciò che emerge dalle proprie ricerche può quindi essere immediatamente generalizzato alla vita reale.

In questo senso, la ricerca condotta da Nicola Gregory ha cercato di rimanere il più vicino possibile al contesto di vita reale al fine di ridurre possibili differenze indotte dalle misurazioni effettuate in un contesto puramente sperimentale.

I risultati ottenuti confutano le ricerche precedenti che suggerivano che le persone tendono a guardare soprattutto i volti e a spostare automaticamente la propria attenzione nella direzione verso la quale sono orientate le altre persone.

 

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La Bulimia Nervosa – Introduzione alla Psicologia Nr. 11

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La bulimia nervosa, letteralmente significa “fame da bue”, è uno dei disturbi inerenti alla sfera dell’alimentazione ed è caratterizzata dalla tendenza a esercitare, in maniera disregolata, un eccessivo controllo sul proprio peso.

 

La Bulimia Nervosa è un disturbo psichico che compare durante la prima adolescenza ed è caratterizzato da eccessiva preoccupazione per il peso e le forme, cui segue una dieta ferrea, abbuffate e vomito autoindotto.

Ciò che caratterizza il disturbo è l’essere costantemente preoccupati per il peso e la forma del corpo. Questa preoccupazione alimenta in maniera perpetua il tentativo di aumentare di peso che induce, a sua volta, a mettere in atto comportamenti che portano inevitabilmente alla prossima abbuffata.

Il pensiero di voler dimagrire velocemente induce a seguire una dieta rigidissima, fortemente ipocalorica, non sostenibile a lungo, che diventa l’incipit delle abbuffate successive. I pensieri disfunzionali che regolano e mantengono le abbuffate sono:

  1. Perfezionismo e pensieri dicotomico del tipo ‘tutto o nulla’ e – cercare di mantenere il proprio corpo a un regime calorico molto basso, ideale perfezionistico, porta inevitabilmente alla messa in atto di piccole trasgressioni che quando si verificano, sono percepite dalla persona come una perdita di controllo a cui è impossibile rimediare (modalità tutto o nulla) Di conseguenza una volta innescata la catena la persona continua a mangiare senza nessun freno. L’unica soluzione possibile, a questo punto, è liberarsi da quello che si è mangiato eliminandolo attraverso il vomito.
  2. Alterazione del meccanismo che regola il rapporto fame – sazietà. La dieta ferrea porta a un aumento della fame e dell’appetito, con conseguente modificazione di alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina e gli elettroliti, con inevitabili ripercussioni di tipo fisiologico.
  3. Emozioni negative – Le abbuffate creano uno stato di piacevolezza. Questa sensazione piacevole iniziale serve soprattutto a bloccare e soffocare, le emozioni negative provate. Tale comportamento dà vita a un circolo vizioso:
  • A. sopprimere le emozioni attraverso il cibo porta a non risolvere mai i problemi favorendo l’abbuffata successiva;
  • B. Le abbuffate stesse portano alla comparsa di emozioni negative (senso di colpa, disgusto, paura d’ingrassare), che a loro volta innescano le nuove abbuffate.

Chiaramente, dopo l’abbuffata si palesa la terribile paura di aumentare di peso, che a sua volta porta alla messa in atto di comportamenti compensatori (vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, digiuno, esercizio fisico eccessivo). I mezzi di compenso, come il vomito e il digiuno (dieta ferrea), portano ad avere altre abbuffate e il circolo vizioso, vomito – abbuffata – vomito – abbuffata, si autoalimenta e si mantiene fino a cronicizzarsi.

Come dimostrato in molti studi con il vomito è possibile eliminare solo una parte delle calorie ingerite; con i lassativi e i diuretici l’eliminazione è quasi nulla. Le abbuffate e le condotte eliminatorie sono spesso eseguite in gran segreto, lontano dagli occhi indiscreti di tutti, perché attivano emozioni di vergogna non controllabile.

La qualità di vita delle persone affette da bulimia nervosa è fortemente compromessa: spesso percepiscono diminuzione del tono dell’umore, si sentono prive di mordenti e con scarse, se non nulle, relazioni sociali.

Le persone affette da bulimia, anche quelle normo peso, possono produrre gravi disagi al proprio organismo grazie all’ingestione di ripetuti lassativi o clisteri e all’innesco del vomito. Infatti frequenti, in queste persone, sono gli scompensi elettrolitici o la disidratazione, che solitamente sfociano in problemi fisiologici piuttosto importanti. Per esempio il continuo vomito può provocare lesioni allo stomaco e l’uso di lassativi può procurare disfunzioni cardiache con perdita di minerali vitali come il potassio.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un trattamento efficacie per tale patologia. Spesso deve essere associata ad una consulenza nutrizionistica e all’assunzione di una terapia con antidepressivi come la fluoxetina.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Il capro espiatorio in Girard e in Fornari (Pt.2): Il sacrificio del re-sacerdote

Insomma, ogni capo politico, ogni eroe è anche il punto di convergenza di speranze, aspettative, delusioni e infine rancori. Ovvero di odio. Questa parabola è inevitabile. Ed effettivamente se ci pensiamo bene ancor oggi è così.

La teoria del capro espiatorio è un modello antropologico che spiega alcune fasi del passaggio dalla violenza generalizzata delle società antiche a quella più limitata delle società post-classiche. Secondo Girard e Fornari il problema principale dell’agonismo rivalitario è che non c’è mai tregua. Il vincitore vive nell’ansia dello spodestamento e della detronizzazione. Finché si tratta di conflitti non sanguinari, poco male, o quasi. La competizione emulativa, come si sa, è anche alla base delle società moderne basate sullo sviluppo professionale e sulla concorrenza (ma anche sul supporto sociale fornito dallo stato e sulla solidarietà umana, beninteso).

Nelle società antiche, e in particolare nell’antichissima vita tribale che precede i primi imperi orientali e le prime città-stato greche e italiche, il conflitto era altamente sanguinario. Il vincitore si elevava al rango di capo tribù, di re-sacerdote, di eroe e perfino di semidio, ma era continuamente a rischio di essere spodestato e ucciso.

Nei miti classici gli eroi fanno spessissimo una morte violenta, con rarissime eccezioni: in questo momento mi viene in mente solo Odisseo, unico eroe antico morto nel suo letto sazio di giorni e beato. O almeno così gli profetizza Tiresia nell’Ade. In realtà anche Odisseo muore ucciso da suo figlio, non Telemaco, ma Telegono, figlio dei suoi amori con Circe. Telegono era venuto a Itaca per conoscere il padre. Lo incontra, non lo riconosce, ha un diverbio e lo uccide. A pensarci bene, allo stesso modo Edipo fa fuori suo padre Laio. Da notare che molti di questi eroi sono capi politici e vengono uccisi. Edipo sovrano di Tebe, Agamennone re di Micene, Odisseo re di Itaca. Romolo primo re di Roma. Romolo fu assunto in cielo durante una tempesta, ma altre tradizioni mitologiche più oneste dicono che fu fatto a pezzi, ossia linciato, dai senatori.

Per Girard non si tratta di un caso. Il linciaggio periodico e rituale era proprio il modo in cui le società antiche digerivano conflitti diventati ormai insostenibili. Insomma, ogni capo politico, ogni eroe è anche il punto di convergenza di speranze, aspettative, delusioni e infine rancori. Ovvero di odio. Questa parabola è inevitabile. Ed effettivamente se ci pensiamo bene ancor oggi è così. Pensiamo ad Obama: dopo le speranze eccessiva, la disillusione eccesiva. Che, per Girard prelude al linciaggio. Per fortuna solo simbolico ai giorni nostri.

Nel linciaggio, dice Girard, il legame sociale e la solidarietà di gruppo, che si era deteriorata in diffidenza di tutti contro tutti nel momento della crisi e della disillusione, si ricompone. Naturalmente il vero e proprio linciaggio del capo oggi non avviene più (o quasi. Ricordiamo Gheddafi?) mentre un tempo era, per Girard, lo sbocco inevitabile della parabola del potere. Anzi, il linciaggio del re-sacerdote era istituzionalizzato. In molte società tribali era previsto che il re regni per un periodo predeterminato, dopo il quale venga ritualmente ucciso. Non metaforicamente. Un linciaggio rituale e previsto invece dello scoppio imprevisto e terribile e probabilmente, sanguinoso per tutti, avvenendo in condizioni di guerra civile e scontri tra bande rivali. Come forse accadde per Romolo e poi sicuramente per Cesare.

 

 

Noi e la dipendenza da Internet

Un articolo di Giovanni Maria Ruggiero e Michela Muggeo, pubblicato su Linkiesta di Domenica 12 Aprile 2015

 

L’uso eccessivo di internet è legato a problemi emotivi sottostanti, come l’ansia, la depressione, lo stress o la rabbia. Il web è utilizzato come modalità per “sentire meno” il disagio o per cercare di uscirne. Chi sviluppa dipendenza da internet ha spesso anche una personalità ben determinata e propensa alla dipendenza, all’impulsività, alla ricerca di esperienze e sensazioni nuove e alcuni tratti di aggressività.

Internet e noi: che ha da dirci la psicologia? L’impatto è negativo, oppure non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole? Ci rende drogati, o siamo da sempre scimmie bisognose di una droga? Hanno ragione i conservatori o gli ottimisti che sperano nel progresso? Sbagliano i disincantati, anche se non lo ammetteranno mai e ci prendono in giro scrivendoci: “Errai, candido Gino?” Oppure i fiduciosi, e anche loro non lo ammetteranno mai?

Non vorremo dare l’impressione di considerare internet solo una fonte di sofferenze emotive. Purtroppo siamo due psicoterapeuti, e quindi va a finire che parliamo di un disagio psicologico: la dipendenza da internet (internet addiction). Semplicemente, siamo esperti di dolori psicologici e parliamo di quello che meglio sappiamo. Prendersela con internet può essere troppo facile. E scrivere “dipendenza da internet” è un po’ generico. In realtà si diventa drogati non di internet, ma di alcune attività che avvengono su questa piattaforma. Ad esempio il sesso e il gioco, il cybersex e l’online gambling.

Naturalmente, internet ci mette del suo. Nulla di nuovo sotto il sole, sesso e gioco d’azzardo sono antichissimi desideri umani. L’esperienza virtuale però modifica la dipendenza. Il cybersex è un tipo di dipendenza sessuale con i “vantaggi del web”: anonimità e facilità di accesso. È facile rimanere nella privacy della propria casa, ingaggiati in fantasie impossibili nella vita reale. Discorso simile per il gioco, il gambling: possibilità di accesso in ogni momento del giorno e della notte e da ogni dove, da un qualsiasi dispositivo connesso.

Ormai internet è disponibile con facilità in quasi tutti i posti di lavoro, sugli smartphone e nei luoghi pubblici. E l’uso compulsivo di Internet può interferire notevolmente con la vita lavorativa e sociale di chi ne abusa, determinando un vero e proprio disturbo.

Quel che rende l’uso di Internet una droga, una dipendenza è l’eccessivo uso della rete a discapito del lavoro e delle relazioni sociali e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline (LEGGI ARTICOLO).

 

I segnali d’allarme che fanno temere una possibile dipendenza da Internet sono:

• Perdere il senso del tempo online: ti trovi spesso a rimanere connesso più a lungo di quanto avessi previsto? Qualche minuto si trasforma in qualche ora? Ti irriti se vieni interrotto?

• Avere problemi nel portare a termine i compiti, a casa o al lavoro: ti ritrovi a fare tardi al lavoro per avere utilizzato internet per motivi diversi? A casa trascuri la spesa da fare, la lavatrice o altre commissioni per passare più tempo connesso?

• Isolamento dalla famiglia e dagli amici: pensi che nessuno ti capisca nella tua vita reale come invece fanno i tuoi amici online? Ti ritrovi a passare meno tempo con amici o famiglia e più tempo connesso alla rete?

• Sentimenti di colpa legati all’uso di internet: ti irriti quando gli altri continuano a dire di spegnere il computer o di mettere giù lo smartphone? Non dici sempre la verità sul tempo effettivo speso online?

• Sentire un senso di euforia quando si è connessi: ti ritrovi a usare internet come valvola di sfogo quando sei triste, stressato o cerchi eccitamento sessuale? Hai provato a ridurre l’uso di internet e non ce l’hai fatta?

Internet facilita, sicuramente. La sua immediatezza, il suo essere a portata di dito contano. Però non è tutta colpa della modernità e della tecnologia. L’uso eccessivo di internet è legato a problemi emotivi sottostanti, come l’ansia, la depressione, lo stress o la rabbia. Il web è utilizzato come modalità per “sentire meno” il disagio o per cercare di uscirne. Chi sviluppa dipendenza da internet ha spesso anche una personalità ben determinata e propensa alla dipendenza, all’impulsività, alla ricerca di esperienze e sensazioni nuove e alcuni tratti di aggressività (Ko et al., 2010; Park et al., 2012; Ma, 2012).

Insomma, si oscilla tra eterne debolezze umane e nuove debolezze tecnologiche. Hanno ragione un po’ tutti: i laudatores temporis acti e quelli che dicono che da sempre l’umanità è un legno storto. Quello che non si capisce bene è l’impatto che l’utilizzo del web ha su persone con una dipendenza da internet rispetto a chi non ha questo problema.

La letteratura scientifica ci informa che l’utilizzo di internet si mantiene grazie a rinforzi in fondo molto innocenti, come ad esempio il divertimento, il passare del tempo o il cercare informazioni. Quindi non sembra che sia il caso di prendersela con internet. Però, se questo è vero per la maggioranza degli utenti, sembra che altri meccanismi, più legati all’impulsività, siano in azione nel mantenimento dei peggiori comportamenti legati all’uso di internet. Insomma internet è innocente, ma in alcuni di noi tira fuori il peggio.

Per capirci di più in questo dilemma, una ricercatrice italiana, Michela Romano, è andata a indagare come il tempo passato su internet influisce su persone che sono o non sono già consumatori abituali di internet. I risultati parlano chiaro: l’utilizzo di internet ha un pesante impatto negativo sull’umore soprattutto nel gruppo di chi è già drogato di internet.

Insomma, internet è innocente, ma in chi già ha esagerato e già si è drogato di internet, internet stesso moltiplica il disagio ulteriormente, rafforzando la spirale di dipendenza. Insomma, siamo tutti un po’ schiavi di antichissime passioni, ma in chi ha già ceduto internet rafforza le catene.

 

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Confessioni di una sociopatica: viaggio nella mente di una manipolatrice – Recensione

Michela Dellantonio

Il libro è la testimonianza di M. E. Thomas, una donna con diagnosi di disturbo antisociale di personalità. È un’affermata avvocatessa, docente di diritto, ha un ottimo lavoro, una bella famiglia, è pubblicista per le maggiori riviste scientifiche, dona il dieci per cento del suo reddito in beneficenza, alla domenica fa volontariato come insegnante in una scuola.

Fin qui niente di strano se non per il fatto che le manca soltanto una cosa: la morale, e non ne sente la mancanza. E’ una sociopatica, che vuole mantenere l’anonimato e che racconta la storia della sua vita:

“una storia vera raccontata attraverso un filtro. È il filtro attraverso cui io vedo il mondo, fatto di megalomania, idee fisse e di una totale mancanza di comprensione nei confronti degli altri”.

“Sono una persona libera dalle emozioni più irrazionali e incontrollabili. Sono furba e calcolatrice. Sono intelligente, sicura di me e molto affascinante; ma faccio anche del mio meglio per reagire in maniera appropriata ai confusi segnali emotivi che mi vengono lanciati dalle altre persone.

Nel libro l’autrice fa trasparire la sua fame di successo e ammirazione, la sua continua e ossessiva ricerca del potere e delle vincite al gioco. Descrive  candidamente una vita di furbizia e falsità in cui “ogni persona, ogni cosa può essere misurata con precisione matematica per ricavarne qualche vantaggio”.

E. Thomas è anche una donna senza scrupoli e manipolatrice, ma lei definisce la manipolazione una caratteristica positiva che le permette di

[blockquote style=”1″]“mettere a frutto i doni che mi ha dato il buon Dio!”[/blockquote]

È una donna che va fiera di aver portato alla rovina delle persone per raggiungere il suo scopo; ne è un esempio il suo agire meschino quando da adolescente riuscì a far licenziare un professore che la valutava, secondo lei, in modo non adeguato, montando un caso di molestie sessuali in piena regola.

L’autrice ritiene le relazioni intime alla stregua di transazioni finanziarie; all’interno delle quali è la seduzione che le provoca piacere, non la relazione in se stessa, nella quale incanta e manipola i suoi partner come fossero dei “beni”.

Secondo M. E. Thomas non esiste una cura specifica, se non quella di trarre beneficio dall’essere mormone, cosa che permette a ciascun individuo di quella confessione religiosa di migliorare se stesso attraverso l’impegno sociale.

Nella storia che racconta emergono anche alcune cose di lei “piacevoli”:

  • non è un maniaco omicida, ma un “alto funzionante sociopatico”;  non fa male fisicamente alle persone (nonostante abbia impulsi per farlo), in genere segue le regole e i regolamenti sociali;
  • fa cose belle per la gente (ha comprato una casa a suo fratello), fa volontariato e dona in beneficenza, ai suoi studenti dà amore,  apprezza la sua famiglia.

L’autrice è consapevole di sé, ha cercato aiuto per gestire il suo disordine, ne ha parlato apertamente nel libro, ha creato un blog (www.sociopathworld.com) in cui discute con altri psicopatici e non, anche se ammette di aver agito in tal modo per trarne profitto.

Ha avuto il coraggio di confessare il suo disturbo ai parenti più stretti e a un paio di amici, dopo di allora lo ha rivelato ad una o due persone all’anno, solamente quando ha avuto necessità di consigli in un campo in cui erano esperti (scrittura, ottimizzazione del sito,..) o

[blockquote style=”1″]“semplicemente perché morivo dalla voglia di far sapere a qualcuno di qualche fantastica canagliata che ero riuscita a combinare: un prepotente fatto fuori, o un tizio sedotto solo per il gusto di rovinarlo”.[/blockquote]

Ora attraverso il libro vuole in qualche modo togliersi quella maschera di anonimato per mostrare al mondo chi è realmente, per

[blockquote style=”1″]“vivere alla luce del sole e fare in modo che quelli come me sappiano che non sono soli”.[/blockquote]

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Cercare informazioni su internet ci fa sentire più intelligenti

FLASH NEWS

L’essere impegnati in una ricerca su internet porta i soggetti a credere di possedere effettivamente un maggior numero di informazioni frutto di una conoscenza personale dell’argomento, piuttosto che ritenere che la propria capacità di rispondere alle domande del compito sia dovuta alla possibilità di aver avuto accesso ad internet.

Cercare informazioni su internet permette alle persone di sentirsi più intelligenti. È quanto emerso da una recente ricerca condotta presso la Yale University e pubblicata su American Psychological Association. Grazie a internet è possibile avere accesso in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo ad ogni tipo di informazione, di trovare una risposta a qualunque domanda. Matthew Fisher, principale autore dello studio, afferma che è proprio questo il motivo che porterebbe alcuni individui a confondere le informazioni provenienti da fonti esterne con quelle invece già presenti “nella propria mente”, sovrastimando così la reale conoscenza che si ha di un certo argomento.

In una serie di 9 esperimenti, nel corso dei quali è stato reclutato un campione costituito da 152 a 302 partecipanti a seconda di ciascuna fase, è stato chiesto a ciascun soggetto di rispondere a quattro semplici domande (e.g. “Come funziona una cerniera lampo?”) e di indicare quale sito internet riportava la migliore risposta in merito. Lo stesso testo utilizzato dalla maggior parte dei partecipanti per rispondere a tali domande veniva fornito anche ai soggetti del gruppo di controllo, ai quali non era stato permesso di compiere alcuna ricerca su internet. Entrambi i gruppi venivano in seguito valutati sulla base della loro capacità di rispondere a delle domande che non avevano nulla a che fare con gli argomenti oggetto della precedente ricerca (e.g. “Perché le notti nuvolose sono più calde?”).

È così emerso che coloro che avevano potuto impegnarsi in una ricerca online ritenevano di essere più esperti e di avere a disposizione un maggior numero di informazioni rispetto ai soggetti del gruppo di controllo, anche quando l’argomento della ricerca non riguardava le successive domande a cui era chiesto loro di rispondere.

Un risultato che ha molto sorpreso i ricercatori è stato, inoltre, che questi soggetti avevano un’esagerata sovrastima delle proprie conoscenze anche quando nel corso della loro ricerca sul web non erano riusciti a recuperare le informazioni richieste perché si trattava di domande molto difficili oppure perché erano stati applicati dei filtri particolari alla ricerca su Google che avevano impedito di trovare la risposta desiderata. Tali soggetti affermavano, inoltre, di avere una maggiore attivazione a livello cerebrale rispetto a coloro che facevano parte del gruppo di controllo, scegliendo immagini di risonanza magnetica funzionale che mostravano un maggiore livello di attivazione come corrispondenti alle immagini del proprio cervello.

È quindi possibile concludere che l’essere impegnati in una ricerca su internet porti i soggetti a credere di possedere effettivamente un maggior numero di informazioni frutto di una conoscenza personale dell’argomento, piuttosto che ritenere che la propria capacità di rispondere alle domande del compito sia dovuta alla possibilità di aver avuto accesso ad internet.

Non si tratta della sola possibilità in sé di aver accesso a internet ad alimentare questa sovrastima delle proprie conoscenze personali in quanto, quando ai partecipanti veniva dato direttamente un indirizzo web al quale reperire le informazioni richieste, non riportavano livelli più alti di conoscenza personale rispetto al gruppo di controllo, ma della possibilità di essere impegnati in un’attività di ricerca attiva.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Fisher, M., Goddu, M.K., & Keil, F.C. (2015). Searching for Explanations: How the Internet Inflates Estimates of Internal Knowledge. Journal of Experimental Psychology: General. Advance online publication. http://dx.doi.org/10.1037/xge0000070. DOWNLOAD

Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: la violenza nelle società antiche – (Monografia)

LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.1

Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

La teoria del capro espiatorio è un modello antropologico sviluppato dallo studioso franco-statunitense René Girard (1982) e poi ulteriormente elaborato e modificato dal suo allievo e successore Giuseppe Fornari (2006). In breve, si tratta di una teoria sul funzionamento sociale e culturale umano, di come gli uomini e le donne usano le credenze religiose e filosofiche per far funzionare le relazioni sociali, sia spontanee che istituzionalizzate.

La teoria non affronta il livello razionalistico della struttura sociale ovvero il patto economico e il contratto di interesse che sono alla base delle associazioni umane. Piuttosto essa tratta il livello emotivo e antropologico, di come gli uomini riescano a gestire i conflitti emotivi incanalandoli in cerimonie e riti religiosi e culturali e trasformandoli in racconti e narrazioni dotate di senso. A questo livello emotivo e cognitivo, il modello è d’interesse anche per lo psicologo clinico, che può trarre insegnamento su come nella sofferenza e nella patologia, soprattutto dei disturbi di personalità, questa gestione fallisca e i rapporti tra le persone esplodano in scontri e conflitti rabbiosi. Naturalmente questo importa soprattutto nella comprensione del caso del disturbo di personalità borderline, disturbo intriso di stati aggressivi e collerici.

Nel modello di Girard i rapporti umani sono concepiti come tendenzialmente conflittuali e rivalitari. Gli individui sono in agonismo perenne e competono per posizioni di rango in cui si sentano riconosciuti, ammirati, abbiano accesso alle risorse materiali e, soprattutto, destino ammirazione, seguito e imitazione. Il problema dell’imitazione per Girard è centrale. I conflitti umani, oltre ad avere una radice economica (l’accesso alle risorse) e gerarchica (l’acceso ai ranghi superiori), ha anche una radice puramente cognitiva, in cui chi vince la competizione diventa un modello per gli altri: in quanto vincitore i suoi comportamenti, i suoi pensieri e perfino le sue emozioni diventano oggetto di imitazione ed emulazione e ovviamente anche invidia.

La nostra società umana è quindi affetta da continue situazioni di rabbia rivalitaria, la cui gestione non è semplice. Ce la caviamo alternando continuamente scontri ritualizzati e riconciliazioni, provocazioni verbali e riconoscimenti reciproci, sfottò o anche offese a scuse. Questo accade nel mondo moderno, che è riuscito a espungere la violenza fisica nelle relazioni tra cittadini dello stato di diritto. Inoltre le organizzazioni sopra-statali (come le Nazioni Unite o l’Unione Europea) tentano, con minore successo, di risolvere anche i conflitti tra stati eliminando la guerra, ovvero il ricorso alla violenza fisica per risolvere i conflitti.
Man mano che si va indietro nel tempo il livello di violenza aumenta. All’inizio dell’era moderna già lo stato assoluto monarchico in realtà era riuscito bene a limitare la violenza, a fondare il governo della legge e, inoltre, attraverso la diplomazia tentava, con successo scarso ma non del tutto nullo, di prevenire le guerre tra stati.

Nell’età classica i rapporti tra stati sfociavano costantemente nella guerra, tanto è vero che ogni cittadino greco o romano sapeva bene che una porzione fissa dell’anno, a cavallo tra primavera ed estate, dopo la semina e prima del raccolto, era dedicata alla guerra. Le guerre diminuirono più per merito delle grandi unificazioni imperiali, macedone e romana, che per merito delle città stato greche e italiche e delle tribù barbariche, incapaci di risolvere pacificamente i conflitti. Anzi, questi organismi cittadini e tribali non si ponevano nemmeno il problema di liberarsi della guerra; la guerra era concepita come una condizione periodica inevitabile come le stagioni.

Le società antiche erano culture di contadini-cittadini-soldati per i quali la guerra faceva parte del ciclo agricolo annuale. Non a caso era così diffuso lo schiavismo, essendo i cittadini occupatissimi con la politica e la guerra, oltre che con i lavori agricoli. L’odierna complessità dei mestieri e delle specializzazioni era ignota alla cultura classica, che demandava tutto il lavoro agli schiavi. Per i filosofi greci, lavorare era un’attività ignobile e inadatta all’uomo libero.

Con tutta la sua violenza, già il successivo medioevo, con la sua economia complessa e differenziata, i suoi artigiani, i suoi artisti, i suoi banchieri, i suoi architetti, i suoi monaci studiosi e intellettuali, era meno adatto alla guerra. Insomma, con il medioevo comincia a esserci troppa gente che aveva un lavoro vero e non poteva perdere tempo a fare politica nell’agorà e partire per una campagna militare ogni primavera. Per non parlare poi della necessità continua di esercizio fisico per tenersi pronti alla guerra; necessità incompatibile con il lavoro. Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI

 

Talassemia: riscontriamo depressione nei portatori sani?

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Talassemia: riscontriamo depressione nei portatori sani?

 Autrice: Derna Busacchio (LUMSA Roma)

 

Abstract

La continua relazione tra mente e corpo ha spinto ad indagare sulla possibile relazione tra malattia ematologica non grave (beta-talassemia) e disturbo depressivo maggiore. Attraverso la sommistrazione di un questionario mirato a misurare la depressione, BDI-IIBec Depression Inventory, a soggetti portatori sani di talassemia i quali hanno riportato un punteggio totale pari a 14,75 che indica la presenza di una depressione lieve. I risultati ottenuti offrono spunti per un ulteriore indagine su questo versante e risultano utili ai fini di una osservazione clinica.

 

English Abstract

The continuous relationship between mind and body has led us to investigate the possible relationship between haematological disease is not serious (beta-thalassemia) and major depressive disorder. Through the administration of a  targeted questionnaire to measure the depression, BDI-IIBec Depression Inventory, in subjects with healthy of thalassemia which have reported a total score equal to 14,75 which indicates the presence of a mild depression. The results offer insights for further investigation on this side and are useful for the purposes of a clinical observation.

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Il sistema cerebrale della ricerca e le dipendenze comportamentali

Iacopo Camozzo Caneve

Il sistema della ricerca attiva l’organismo e lo pone in uno stato di euforica bramosia nel suo volgersi verso tutto questo; non richiede una ricompensa, non c’è bisogno di alterazione chimica come può accadere tramite la sostanza; è il semplice volgersi verso, lo stato mentale desiderante a rappresentare il motore per la ripetizione del comportamento.

Dalla seconda metà del secolo scorso un circuito cerebrale ha ricevuto un’attenzione particolare, e più di altri ha dato luogo a interpretazioni differenti che si sono succedute nel tempo; si tratta del fascicolo prosencefalico mediale (MFB) che, attraverso l’ipotalamo laterale (LH), connette regioni del tronco encefalico inferiore con regioni superiori fino alla corteccia mediale frontale.

La storia di questo circuito ebbe inizio con la scoperta nel 1954 da parte di Olds e Milner (Olds, J., MIlner, P., 1954) del fatto che in laboratorio gli animali agivano (attraverso elettrodi opportunamente sistemati) per procurarsi continuativamente stimolazioni elettriche in specifiche zone del cervello: il circuito interessato fu subito denominato “sistema del piacere”, o, più avanti, sistema della ricompensa cerebrale e sistema del rinforzo, credendo quindi di aver identificato il sistema cerebrale utilizzato dal cervello per scatenare le sensazioni di piacere implicate nei comportamenti “consumatori” (che si trattasse di mangiare del cibo, avere un rapporto sessuale o altri).

Negli anni, dopo una serie di interpretazioni del significato di questo circuito che continuavano sostanzialmente ad andare nella stessa direzione, intendendolo quindi come una fonte di “gratificazione a scopo raggiunto”,  Jaak Panksepp e il suo gruppo hanno avanzato, dati alla mano, una proposta alternativa che vede questo stesso circuito implicato non nel piacere derivante dalla consumazione (o, per noi umani, dal raggiungimento dello scopo) quanto nella “anticipazione bramosa delle ricompense”; si è vista infatti essere  l’area del setto quella implicata nella piacevole consumazione, mentre il sistema MFB-LH, da adesso denominato sistema della RICERCA, è piuttosto interessato in una aspecifica “energizzazione” dell’organismo che si impegna in comportamenti di ricerca (ricerca che può essere rivolta al cibo, a una tana per i cuccioli, un compagno/a sessuale…).

In questo modo, compare anche una lettura nuova della dinamica organismo-ambiente (soprattutto per quell’organismo particolare che è l’essere umano) che sostituisce a una concezione dell’organismo come passivo elaboratore di informazioni provenienti da un mondo che “arriva”, l’idea di un organismo attivo che, appunto, in ogni momento cerca, indipendentemente da un bisogno omeostatico impellente, e che dal cercare trae uno stato di euforica bramosia di gran lunga più gratificante di quanto uno scopo, una volta raggiunto, non sia in grado di produrre.

La bramosia anticipatoria della ricerca ha un tale potere euforizzante da essere ricercata in quanto tale (per questo, la confusione durata anni con il sistema del piacere) e si può ben vedere nella frenetica  auto-stimolazione, in situazioni sperimentali appositamente progettate, di tali aree cerebrali da parte degli animali; una pulsione alla ricerca, quindi, totalmente differente dal piacevole senso di liberazione associato alla consumazione che si può osservare quando invece gli animali sono messi nelle condizioni di stimolare l’area del setto.

Negli esseri umani, il sistema della RICERCA ha la caratteristica di essere interessato non solo nei bisogni di base (cercare cibo, una tana, fuggire da un predatore…) ma è al servizio di più complessi bisogni sociali e “intellettuali”, oltre che potersi orientare verso i più disparati e allettanti stimoli del mondo circostante, dalle scintillanti luci di una sala da gioco, alle luccicanti vetrine dei parchi-per-gli-acquisti appositamente costruiti, sino alle “promesse sociali” dei social network. RICERCA è un sistema senza morale, un imperativo che dice all’organismo “alzati e vai”, ce la puoi fare.

Il sistema della RICERCA attiva l’organismo e lo pone in uno stato di euforica bramosia nel suo volgersi verso tutto questo; non richiede una ricompensa, non c’è bisogno di alterazione chimica come può accadere tramite la sostanza; è il semplice volgersi verso, lo stato mentale desiderante (terminologia non usata da Panksepp) a rappresentare il motore per la ripetizione del comportamento, grazie alla sua capacità di evocare uno stato del corpo e della mente che sono di per sé gratificanti. Negli esseri umani (negli animali si può desumere unicamente da indizi comportamentali) tale bramosia anticipatoria si accompagna all’accresciuto senso di  sé di chi ha la percezione, anche svincolata da qualsiasi indizio razionale, di essere in grado di trovare quello che sta cercando e di poter fare accadere le cose nel mondo così come vuole (immediato il parallelo con l’irrazionalità di certi comportamenti dei giocatori d’azzardo).

E così, a dispetto della propria razionalità, nonostante una parte della mente possa cogliere l’assurdità del comportamento, l’attesa mentre la pallina salta sulla roulette che gira vorticosamente, il tempo per accedere sullo smartphone alla propria e-mail, l’occhio che corre lungo la vetrina alla ricerca del prezzo più basso…tutto questo può essere ricercato di per sé, per la sua qualità soggettiva non solo piacevole, ma di vera e propria grandiosità, a un senso di saper fare e poter fare, tanto quando si tratta di saper trovare la soluzione a un problema quanto se si tratta di poter farcela al tavolo da gioco.

Programmato in un mondo oggettivamente più pericoloso ma nonostante tutto meno ingannevole e stimolante, il sistema della RICERCA si trova oggi in una  realtà circostante troppo piena di “esche”: e-mail, sale gioco, centri per lo shopping…gli esempi si moltiplicano, e le dipendenze comportamentali possono trarre proprio da questi circuiti l’energia per andare avanti.

La stessa energia, d’altronde, che ci ha permesso di esplorare il nostro pianeta (e oltre), conoscere, scoprire, capire… E’ infatti lo stesso sistema della RICERCA quello che si attiva nella curiosa esplorazione del nostro ambiente, quello che ci fa cercare la soluzione a un problema relazionale o lavorativo o ci spinge a gironzolare per una libreria alla ricerca della prossima lettura o, più prosaicamente, quello che  ci ha spinti ad arrivare sin qui nella lettura di questo articolo.

Nelle parole di Panksepp:

“una macchina complessa che genera conoscenze e credenze” (Panksepp, 2014)

 

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Pensiero intuitivo & utilizzo degli smartphone

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Le correlazioni indicano che i soggetti con una maggiore propensione al pensiero intuitivo (rispetto a quello analitico) si affidano maggiormente ai loro Smartphone, in quanto estensioni della mente, per scopi e funzioni psicologiche nella quotidianità, quali ad esempio l’orientamento spaziale o il recupero di informazioni già apprese.

Gli smartphone ci risolvono un sacco di problemi nella quotidianità sostituendosi non solo a oggetti, ad esempio sveglie, pile, mappe, agende, calcolatrici, guide etc, ma anche alle funzioni cognitive ad essi sottese quali la memoria, l’orientamento e la navigazione spaziale, abilità matematiche di base e i processi di apprendimento.

In tal senso i dispositivi digitali del nostro secolo vengono definiti “estensioni della mente” umana.

Tuttavia un nuovo studio dell´Università di Waterloo e pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior dimostra che la controindicazione maggiore nell’ uso degli Smartphone in queste diverse funzioni colpirebbe proprio le persone definite come intuitive (rispetto agli analitici) e cioè tendenti a basarsi sulle proprie emozioni e sensazioni nel prendere decisioni e nella risoluzione di problemi.

Coinvolgendo circa 600 partecipanti i ricercatori hanno valutato diverse variabili tra cui lo stile cognitivo (intuitivo vs. analitico nella risoluzione di problemi), abilità numeriche e verbali; e d’altro canto hanno analizzato le abitudini di utilizzo degli Smartphone.

Le correlazioni indicano che i soggetti con una maggiore propensione al pensiero intuitivo (rispetto a quello analitico) si affidano maggiormente ai loro Smartphones, in quanto estensioni della mente, per scopi e funzioni psicologiche nella quotidianità, quali ad esempio l’orientamento spaziale o il recupero di informazioni già apprese. Non è stata però rilevata nessuna correlazione tra pensiero analitico o intuitivo e l’utilizzo degli Smartphones per scopi sociali o di puro intrattenimento.

La tendenza ad affidarsi ai dispositivi digitali e a considerarli pragmaticamente delle estensioni della nostra mente probabilmente continuerà ad aumentare, e dunque a modificare le nostre menti e i relativi processi di funzionamento. Studi simili ci consentono di comprendere come la nostra mente si differenzi rispetto ad alcune variabili individuali nell’uso dei dispositivi digitali e come questi ultimi influenzino la nostra evoluzione cognitiva.

 

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La droga non passa mai di moda

È un disturbo del comportamento motivato che, soprattutto in soggetti predisposti, s’instaura progressivamente, anche se non obbligatoriamente, attraverso stadi subentranti, che sfumano l’uno nell’altro e che sono caratterizzati da cambiamenti neuropatologici e comportamenti culminanti, nella fase finale, in una ricerca e consumo compulsivo di sostanza psicoattiva.

Con il termine “droga”, dal punto di vista farmacologico, si fa riferimento a qualsiasi sostanza, sintetica o naturale, chimicamente pura o meno, la cui assunzione provoca una modificazione della coscienza, della percezione, dell’umore (Galimberti, 2007). Di fronte a un fenomeno così poco comprensibile e controllabile il contesto sociale ha sempre cercato di racchiuderlo in significati attribuiti attraverso rituali o norme da cui derivarne il senso, la legitimizzazione o la delegittimazione (Loi e Tarantini, 2006).

L’uso di sostanze per alterare lo stato di coscienza è rintracciabile in diverse culture già dal 4000 a.c.: i Sumeri indicavano il papavero da oppio come pianta della gioia, dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscevano bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta. Nell’800, con lo sviluppo della cultura scientifica, tutti i significati legati ai contesti religiosi e sciamanici sono stati trasformati e deprivati della magia: la droga, che mediava l’incontro mistico con il sacro, si trasforma nella ricerca individuale dell’illusione (Testoni e Frigerio, 2002).

Negli anni ’70 esplodono le lotte politiche, in nome della libertà d’espressione, sia mentale che fisica. “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, mai definizione fu più adatta per riassumere gli anni ’70: sono gli anni della trasgressione, della rivoluzione femminile, della supremazia delle ideologie politiche. E’ il decennio dei cosiddetti figli dei fiori, quelli che vestivano con pantaloni a zampa di elefante, maglie coloratissime e con i capelli imprescindibilmente lunghi. Il movimento pacifista degli Hippie fa strage di consensi tra i giovani e diviene il marchio di fabbrica di un’intera generazione, sempre pronta a dire ‘no’ a qualsiasi imposizione o sopruso.  Ma il fenomeno come quello hippy, diffusosi dall’America all’Europa, comunque si connotava più con la trasgressione che non della protesta pacifista e come tale si è disperso a favore dell’uso di droghe come fenomeno individuale (Loi e Tarantini, 2006)

In questi ultimi anni si è sempre più consolidata l’idea della tossicodipendenza come malattia, attraverso la possibilità di definire in maniera adeguata un quadro clinico e un quadro patogenetico: ne conosciamo il meccanismo biologico e gli aspetti comportamentali e psicologici, come la relazione tra la persona e l’oggetto che viene impiegato per trarre piacere, o le modalità con cui in generale il soggetto gestisce le gratificazioni della sua vita. Tutto ciò ci consente di dire che uno degli aspetti propri della tossicodipendenza è quello di essere anche una patologia, nonostante il problema abbia altre valenze di ordine politico, economico, esistenziale, che vanno al di là della pura malattia.

L’addiction, nella sua accezione moderna, è definita come un disturbo mentale ad andamento cronico recidivante, che si sviluppa in seguito a complesse variabili biologiche e ambientali. Caratteristica dell’addiction è una modalità compulsiva e discontrollata di assunzione di sostanze nonostante le conseguenze sfavorevoli. Tale termine comprende i concetti di tolleranza e di dipendenza, ma anche altri aspetti che la caratterizzano: la preoccupazione per l’acquisizione della droga e l’uso compulsivo, l’intenso desiderio della sostanza (craving), la perdita di controllo, il forte rischio di ricadute e il diniego della propria condizione di dipendenza. Il comportamento recidivante, invece, è una conseguenza dell’addiction e intende la possibilità di ricaduta nell’uso della sostanza dopo un periodo più o meno lungo di disintossicazione. Le sostanze, per essere in grado di generare abuso e dipendenza, devono avere tre caratteristiche di base: liking, cioè piacevoli, funzionali ai bisogni fisici della persona, capaci di dare tolleranza, astinenza e craving (Clerici, Carta e Cazzullo, CI, 1986).

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Da un punto di vista neurobiologico, le modificazioni psicopatologiche e comportamentali che si osservano nell’addiction sono spiegate sulla base del modello della brain reward, dal momento che le sostanze di abuso produco effetti di rewarding (ritenuti euforizzanti e positivi dal consumatore) e di reinforcing (i comportamenti associati all’uso di sostanze vengono reiterati nel tempo). Per assumere un ruolo di sostanza di abuso, una molecola deve essere dotata di capacità dopaminergiche, cioè deve saper interferire, in modo più o meno diretto, sul tono dopaminergico del sistema di gratificazione, tramite un’azione diretta (recettoriale) o indiretta (attraverso meccanismi di reuptake pre e/o post sinaptici) (Kandel, Kessler e Margulies, 1978) : le diverse sostanze di abuso presentano differenti meccanismi d’azione, ma tutte producono effetti sui circuiti della gratificazione dove determinano una attivazione della trasmissione dopaminergica, dando così luogo a comuni effetti funzionali dopo somministrazione acuta o cronica.

È un disturbo del comportamento motivato che, soprattutto in soggetti predisposti, s’instaura progressivamente, anche se non obbligatoriamente, attraverso stadi subentranti, che sfumano l’uno nell’altro e che sono caratterizzati da cambiamenti neuropatologici e comportamenti culminanti, nella fase finale, in una ricerca e consumo compulsivo di sostanza psicoattiva. Le prime assunzioni determinano una sensazione di piacere legata alla stimolazione dei recettori mu degli oppioidi e la stimolazione di dopamina con interessamento nel nucleo accumbens, amigdala, corteccia prefrontale (CPF) e striatodorsale (gangli della base). In tal modo si realizza un apprendimento incentivo (per rinforzo), patologico perché non finalizzato a rinforzare comportamenti adattativi di base, quali ad esempio la ricerca del cibo, di attività sessuali, di interazioni sociali, etc.

Inizia un processo di plasticità neuronale che porterà a una modificazione del fenotipo neuronale che si verifica in seguito alle assunzioni ripetute di sostanze d’abuso (Scott e Koob, 2010; White, 2002). Proseguendo l’uso, l’attivazione dei sistemi contro-opponenti diviene fondamentale nel generare il passaggio dal “io voglio” al “io devo”: se in una prima fase si ha la percezione di scegliere una sostanza per il puro piacere che provoca, in sua seconda fase la sua assunzione diviene quasi una necessità. Lo spostamento verso il polo disforico negativo dell’affettività condiziona il rischio di ricadute (sollievo temporaneo indotto da droghe) e l’evoluzione verso l’addiction (Nestler, 2002; 2004.).

Con il progredire della dipendenza il comportamento di ricerca e assunzione di sostanza inizialmente sostenuta da un rinforzo positivo, sono memorizzati come comportamenti svincolati dall’obiettivo, pertanto difficili da controllare. Il paziente vede le sue funzioni di decision making pesantemente compromesse (Lucchini, 2014). Tuttavia, per comprendere la complessità dell’addiction è fondamentale analizzare il contesto attuale e riflettere sulla possibilità di nuove prospettive di cura che tengano conto, oltre agli aspetti neurobiologici, di come la tossicodipendenza sia un fenomeno in continua evoluzione.

In Italia, mentre inizialmente era l’eroina a suscitare il massimo interesse sul problema droga, con gli anni ‘90, unitamente all’incremento dell’uso di cocaina, fu l’avvento delle droghe sintetiche a modificare profondamente il panorama della dipendenza da sostanze. Anche l’interesse del mondo scientifico iniziò ad allargarsi nei confronti di tutte le droghe: a presentarsi agli operatori dei servizi per le dipendenze erano sempre più giovani e giovanissimi che poco avevano a che fare con i soggetti tossicodipendenti con cui fino allora si era abituati a trattare. Erano i consumatori delle cosiddette nuove droghe, le droghe sintetiche, per loro a nulla sarebbero serviti i farmaci utilizzati nel recupero degli eroinomani. Non solo. Le condizioni economiche, sociali e lavorative di questi soggetti non erano sovrapponibili alla media degli utenti tradizionali: erano giovani, spesso studenti, provenienti da famiglie tra loro diversissime.

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Oltre alla novità chimica delle sostanze sintetiche, si potrebbe espandere l’aggettivo nuove droghe e far riferimento alle differenze rispetto agli stili precedenti di consumo, oltre che al tipo di sostanza. L’aggettivo “nuovo” pone l’accento sulle trasformazioni in atto nel rapporto che gli adolescenti e i giovani hanno con le droghe (Picone Stella, 2002; Di Blasi, 2004; Leoni e Ponticelli, 2003): un innalzamento nei livelli di consumo che va interpretato non solo come un effettivo aumento, ma anche come un atteggiamento di maggiore accettazione ed una maggiore disponibilità ad ammettere l’esistenza del fenomeno (Leoni e Ponticelli, 2003; Buzzi, Cavalli e De Lillo, 2002).

L’indagine IARD del 2002 (cit. in Buzzi, Cavalli e De Lillo, 2002) spiega come la contiguità agli stupefacenti da parte dei giovani intervistati si configura sempre più come un fenomeno di consumo e non come una espressione di devianza. L’utilizzo di sostanze stupefacenti sembra rispondere più ad un desiderio di presenza nel mondo: in un sistema che corre a velocità vertiginose, in cui si perdono i riferimenti, non si è in grado di progettare il proprio futuro, in cui la cultura dell’aiuto a superare il proprio limite è particolarmente diffusa, le droghe rispondono ad un bisogno di identità che non viene soddisfatto altrove. I giovani con i livelli di contiguità più eleva paiono dunque essere i più fragili dal punto di vista psicologico e progettuale, ragazzi che non hanno niente da perdere, ma che non trovano nemmeno nulla da cercare né nulla attorno a cui organizzare la propria identità e il proprio senso.

Questo nuovo atteggiamento verso l’uso di sostanze potrebbe riflettere anche un importante cambiamento che caratterizza la nostra epoca: molti dei fenomeni osservati nei tossicodipendenti, quali la profonda insicurezza, le difficoltà di identificazione, la mancanza di autonomia, lo scarso sviluppo del sentimento di stima di sé, trovano la loro origine e il loro senso proprio nella specificità della struttura familiare (Cancrini, 1982; Cancrini e Barboni, 1985). Alcuni punti critici che bilanciano il rapporto tra disfunzionalità familiare ed esito problematico nella tossicodipendenza  sono: una relazione fusionale, ossia un atteggiamento protettivo che tende generalmente a bloccare i processi di esplorazione verso l’esterno del figlio; le separazioni impossibili, che difendono i figli dall’angoscia di separazione e di differenziazione (Toscani, 1988); quelli che Bowlby (1988) definiva i “legami transgenerazionali”, che fanno pensare che il processo di crescita nei genitori non sia stato sufficientemente sviluppato e facilitato all’interno della propria famiglia di origine, per cui allevare un figlio nella dipendenza risulta l’unica via percorribile perché l’unica conosciuta.

Altro fenomeno esistente è quello del poliabuso. Questa condotta è caratterizzata da un uso concomitante in un individuo di due o più sostanze che non necessariamente implicano lo sviluppo di dipendenza: generalmente nel poliabuso il soggetto assume varie classi di sostanze senza che ne divenga dipendente contemporaneamente a tutte o, in alternativa, sviluppa una dipendenza per una sola sostanza. Tuttavia, il poliabuso porta a conseguenze importanti: aumenta il rischio di problemi sanitari (infezioni, disturbi di organo e apparato); produce una risposta peggiore al trattamento (maggiori tassi di drop out e minore ritenzione in trattamento); causa una maggiore gravità e minori tassi di risposta clinica ai trattamenti nella psicopatologia in comorbidità; aumenta il rischio di insorgenza di disturbi psicopatologici associati. In Italia il 60% dei consumatori ha caratteristiche di poli-assuntore; il 93% dei consumatori di eroina utilizza contemporaneamente alcol; il 96% dei consumatori di cocaina utilizza anche alcol; il 92% dei consumatori di THC utilizza anche alcol (Indagine ESPAD e IPSAD, 2007-2008, cfr. Hibell et al., 2012).

Infine, la comorbilità psichiatrica associata al comportamento tossicomanico è sempre più complessa (Regier et al. 1990; Serio, 2004; Clerici et al.,1991; Kessler et al.,1996; Serio, 2004; Regier et al., 1998; Weaver et al., 2000; Cantor-Graae et al., 2001; Hasin et al., 2007; Merikangas et al., 1998; Schneider et al., 2001; Marsden et al., 2000): richiede un trattamento individualizzato e la creazione di servizi integrati.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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