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Il sistema cerebrale della ricerca e le dipendenze comportamentali

Iacopo Camozzo Caneve

Il sistema della ricerca attiva l’organismo e lo pone in uno stato di euforica bramosia nel suo volgersi verso tutto questo; non richiede una ricompensa, non c’è bisogno di alterazione chimica come può accadere tramite la sostanza; è il semplice volgersi verso, lo stato mentale desiderante a rappresentare il motore per la ripetizione del comportamento.

Dalla seconda metà del secolo scorso un circuito cerebrale ha ricevuto un’attenzione particolare, e più di altri ha dato luogo a interpretazioni differenti che si sono succedute nel tempo; si tratta del fascicolo prosencefalico mediale (MFB) che, attraverso l’ipotalamo laterale (LH), connette regioni del tronco encefalico inferiore con regioni superiori fino alla corteccia mediale frontale.

La storia di questo circuito ebbe inizio con la scoperta nel 1954 da parte di Olds e Milner (Olds, J., MIlner, P., 1954) del fatto che in laboratorio gli animali agivano (attraverso elettrodi opportunamente sistemati) per procurarsi continuativamente stimolazioni elettriche in specifiche zone del cervello: il circuito interessato fu subito denominato “sistema del piacere”, o, più avanti, sistema della ricompensa cerebrale e sistema del rinforzo, credendo quindi di aver identificato il sistema cerebrale utilizzato dal cervello per scatenare le sensazioni di piacere implicate nei comportamenti “consumatori” (che si trattasse di mangiare del cibo, avere un rapporto sessuale o altri).

Negli anni, dopo una serie di interpretazioni del significato di questo circuito che continuavano sostanzialmente ad andare nella stessa direzione, intendendolo quindi come una fonte di “gratificazione a scopo raggiunto”,  Jaak Panksepp e il suo gruppo hanno avanzato, dati alla mano, una proposta alternativa che vede questo stesso circuito implicato non nel piacere derivante dalla consumazione (o, per noi umani, dal raggiungimento dello scopo) quanto nella “anticipazione bramosa delle ricompense”; si è vista infatti essere  l’area del setto quella implicata nella piacevole consumazione, mentre il sistema MFB-LH, da adesso denominato sistema della RICERCA, è piuttosto interessato in una aspecifica “energizzazione” dell’organismo che si impegna in comportamenti di ricerca (ricerca che può essere rivolta al cibo, a una tana per i cuccioli, un compagno/a sessuale…).

In questo modo, compare anche una lettura nuova della dinamica organismo-ambiente (soprattutto per quell’organismo particolare che è l’essere umano) che sostituisce a una concezione dell’organismo come passivo elaboratore di informazioni provenienti da un mondo che “arriva”, l’idea di un organismo attivo che, appunto, in ogni momento cerca, indipendentemente da un bisogno omeostatico impellente, e che dal cercare trae uno stato di euforica bramosia di gran lunga più gratificante di quanto uno scopo, una volta raggiunto, non sia in grado di produrre.

La bramosia anticipatoria della ricerca ha un tale potere euforizzante da essere ricercata in quanto tale (per questo, la confusione durata anni con il sistema del piacere) e si può ben vedere nella frenetica  auto-stimolazione, in situazioni sperimentali appositamente progettate, di tali aree cerebrali da parte degli animali; una pulsione alla ricerca, quindi, totalmente differente dal piacevole senso di liberazione associato alla consumazione che si può osservare quando invece gli animali sono messi nelle condizioni di stimolare l’area del setto.

Negli esseri umani, il sistema della RICERCA ha la caratteristica di essere interessato non solo nei bisogni di base (cercare cibo, una tana, fuggire da un predatore…) ma è al servizio di più complessi bisogni sociali e “intellettuali”, oltre che potersi orientare verso i più disparati e allettanti stimoli del mondo circostante, dalle scintillanti luci di una sala da gioco, alle luccicanti vetrine dei parchi-per-gli-acquisti appositamente costruiti, sino alle “promesse sociali” dei social network. RICERCA è un sistema senza morale, un imperativo che dice all’organismo “alzati e vai”, ce la puoi fare.

Il sistema della RICERCA attiva l’organismo e lo pone in uno stato di euforica bramosia nel suo volgersi verso tutto questo; non richiede una ricompensa, non c’è bisogno di alterazione chimica come può accadere tramite la sostanza; è il semplice volgersi verso, lo stato mentale desiderante (terminologia non usata da Panksepp) a rappresentare il motore per la ripetizione del comportamento, grazie alla sua capacità di evocare uno stato del corpo e della mente che sono di per sé gratificanti. Negli esseri umani (negli animali si può desumere unicamente da indizi comportamentali) tale bramosia anticipatoria si accompagna all’accresciuto senso di  sé di chi ha la percezione, anche svincolata da qualsiasi indizio razionale, di essere in grado di trovare quello che sta cercando e di poter fare accadere le cose nel mondo così come vuole (immediato il parallelo con l’irrazionalità di certi comportamenti dei giocatori d’azzardo).

E così, a dispetto della propria razionalità, nonostante una parte della mente possa cogliere l’assurdità del comportamento, l’attesa mentre la pallina salta sulla roulette che gira vorticosamente, il tempo per accedere sullo smartphone alla propria e-mail, l’occhio che corre lungo la vetrina alla ricerca del prezzo più basso…tutto questo può essere ricercato di per sé, per la sua qualità soggettiva non solo piacevole, ma di vera e propria grandiosità, a un senso di saper fare e poter fare, tanto quando si tratta di saper trovare la soluzione a un problema quanto se si tratta di poter farcela al tavolo da gioco.

Programmato in un mondo oggettivamente più pericoloso ma nonostante tutto meno ingannevole e stimolante, il sistema della RICERCA si trova oggi in una  realtà circostante troppo piena di “esche”: e-mail, sale gioco, centri per lo shopping…gli esempi si moltiplicano, e le dipendenze comportamentali possono trarre proprio da questi circuiti l’energia per andare avanti.

La stessa energia, d’altronde, che ci ha permesso di esplorare il nostro pianeta (e oltre), conoscere, scoprire, capire… E’ infatti lo stesso sistema della RICERCA quello che si attiva nella curiosa esplorazione del nostro ambiente, quello che ci fa cercare la soluzione a un problema relazionale o lavorativo o ci spinge a gironzolare per una libreria alla ricerca della prossima lettura o, più prosaicamente, quello che  ci ha spinti ad arrivare sin qui nella lettura di questo articolo.

Nelle parole di Panksepp:

“una macchina complessa che genera conoscenze e credenze” (Panksepp, 2014)

 

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Le correlazioni indicano che i soggetti con una maggiore propensione al pensiero intuitivo (rispetto a quello analitico) si affidano maggiormente ai loro Smartphone, in quanto estensioni della mente, per scopi e funzioni psicologiche nella quotidianità, quali ad esempio l’orientamento spaziale o il recupero di informazioni già apprese.

Gli smartphone ci risolvono un sacco di problemi nella quotidianità sostituendosi non solo a oggetti, ad esempio sveglie, pile, mappe, agende, calcolatrici, guide etc, ma anche alle funzioni cognitive ad essi sottese quali la memoria, l’orientamento e la navigazione spaziale, abilità matematiche di base e i processi di apprendimento.

In tal senso i dispositivi digitali del nostro secolo vengono definiti “estensioni della mente” umana.

Tuttavia un nuovo studio dell´Università di Waterloo e pubblicato sulla rivista Computers in Human Behavior dimostra che la controindicazione maggiore nell’ uso degli Smartphone in queste diverse funzioni colpirebbe proprio le persone definite come intuitive (rispetto agli analitici) e cioè tendenti a basarsi sulle proprie emozioni e sensazioni nel prendere decisioni e nella risoluzione di problemi.

Coinvolgendo circa 600 partecipanti i ricercatori hanno valutato diverse variabili tra cui lo stile cognitivo (intuitivo vs. analitico nella risoluzione di problemi), abilità numeriche e verbali; e d’altro canto hanno analizzato le abitudini di utilizzo degli Smartphone.

Le correlazioni indicano che i soggetti con una maggiore propensione al pensiero intuitivo (rispetto a quello analitico) si affidano maggiormente ai loro Smartphones, in quanto estensioni della mente, per scopi e funzioni psicologiche nella quotidianità, quali ad esempio l’orientamento spaziale o il recupero di informazioni già apprese. Non è stata però rilevata nessuna correlazione tra pensiero analitico o intuitivo e l’utilizzo degli Smartphones per scopi sociali o di puro intrattenimento.

La tendenza ad affidarsi ai dispositivi digitali e a considerarli pragmaticamente delle estensioni della nostra mente probabilmente continuerà ad aumentare, e dunque a modificare le nostre menti e i relativi processi di funzionamento. Studi simili ci consentono di comprendere come la nostra mente si differenzi rispetto ad alcune variabili individuali nell’uso dei dispositivi digitali e come questi ultimi influenzino la nostra evoluzione cognitiva.

 

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La droga non passa mai di moda

È un disturbo del comportamento motivato che, soprattutto in soggetti predisposti, s’instaura progressivamente, anche se non obbligatoriamente, attraverso stadi subentranti, che sfumano l’uno nell’altro e che sono caratterizzati da cambiamenti neuropatologici e comportamenti culminanti, nella fase finale, in una ricerca e consumo compulsivo di sostanza psicoattiva.

Con il termine “droga”, dal punto di vista farmacologico, si fa riferimento a qualsiasi sostanza, sintetica o naturale, chimicamente pura o meno, la cui assunzione provoca una modificazione della coscienza, della percezione, dell’umore (Galimberti, 2007). Di fronte a un fenomeno così poco comprensibile e controllabile il contesto sociale ha sempre cercato di racchiuderlo in significati attribuiti attraverso rituali o norme da cui derivarne il senso, la legitimizzazione o la delegittimazione (Loi e Tarantini, 2006).

L’uso di sostanze per alterare lo stato di coscienza è rintracciabile in diverse culture già dal 4000 a.c.: i Sumeri indicavano il papavero da oppio come pianta della gioia, dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscevano bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta. Nell’800, con lo sviluppo della cultura scientifica, tutti i significati legati ai contesti religiosi e sciamanici sono stati trasformati e deprivati della magia: la droga, che mediava l’incontro mistico con il sacro, si trasforma nella ricerca individuale dell’illusione (Testoni e Frigerio, 2002).

Negli anni ’70 esplodono le lotte politiche, in nome della libertà d’espressione, sia mentale che fisica. “Sesso, droga e Rock’n’Roll”, mai definizione fu più adatta per riassumere gli anni ’70: sono gli anni della trasgressione, della rivoluzione femminile, della supremazia delle ideologie politiche. E’ il decennio dei cosiddetti figli dei fiori, quelli che vestivano con pantaloni a zampa di elefante, maglie coloratissime e con i capelli imprescindibilmente lunghi. Il movimento pacifista degli Hippie fa strage di consensi tra i giovani e diviene il marchio di fabbrica di un’intera generazione, sempre pronta a dire ‘no’ a qualsiasi imposizione o sopruso.  Ma il fenomeno come quello hippy, diffusosi dall’America all’Europa, comunque si connotava più con la trasgressione che non della protesta pacifista e come tale si è disperso a favore dell’uso di droghe come fenomeno individuale (Loi e Tarantini, 2006)

In questi ultimi anni si è sempre più consolidata l’idea della tossicodipendenza come malattia, attraverso la possibilità di definire in maniera adeguata un quadro clinico e un quadro patogenetico: ne conosciamo il meccanismo biologico e gli aspetti comportamentali e psicologici, come la relazione tra la persona e l’oggetto che viene impiegato per trarre piacere, o le modalità con cui in generale il soggetto gestisce le gratificazioni della sua vita. Tutto ciò ci consente di dire che uno degli aspetti propri della tossicodipendenza è quello di essere anche una patologia, nonostante il problema abbia altre valenze di ordine politico, economico, esistenziale, che vanno al di là della pura malattia.

L’addiction, nella sua accezione moderna, è definita come un disturbo mentale ad andamento cronico recidivante, che si sviluppa in seguito a complesse variabili biologiche e ambientali. Caratteristica dell’addiction è una modalità compulsiva e discontrollata di assunzione di sostanze nonostante le conseguenze sfavorevoli. Tale termine comprende i concetti di tolleranza e di dipendenza, ma anche altri aspetti che la caratterizzano: la preoccupazione per l’acquisizione della droga e l’uso compulsivo, l’intenso desiderio della sostanza (craving), la perdita di controllo, il forte rischio di ricadute e il diniego della propria condizione di dipendenza. Il comportamento recidivante, invece, è una conseguenza dell’addiction e intende la possibilità di ricaduta nell’uso della sostanza dopo un periodo più o meno lungo di disintossicazione. Le sostanze, per essere in grado di generare abuso e dipendenza, devono avere tre caratteristiche di base: liking, cioè piacevoli, funzionali ai bisogni fisici della persona, capaci di dare tolleranza, astinenza e craving (Clerici, Carta e Cazzullo, CI, 1986).

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Da un punto di vista neurobiologico, le modificazioni psicopatologiche e comportamentali che si osservano nell’addiction sono spiegate sulla base del modello della brain reward, dal momento che le sostanze di abuso produco effetti di rewarding (ritenuti euforizzanti e positivi dal consumatore) e di reinforcing (i comportamenti associati all’uso di sostanze vengono reiterati nel tempo). Per assumere un ruolo di sostanza di abuso, una molecola deve essere dotata di capacità dopaminergiche, cioè deve saper interferire, in modo più o meno diretto, sul tono dopaminergico del sistema di gratificazione, tramite un’azione diretta (recettoriale) o indiretta (attraverso meccanismi di reuptake pre e/o post sinaptici) (Kandel, Kessler e Margulies, 1978) : le diverse sostanze di abuso presentano differenti meccanismi d’azione, ma tutte producono effetti sui circuiti della gratificazione dove determinano una attivazione della trasmissione dopaminergica, dando così luogo a comuni effetti funzionali dopo somministrazione acuta o cronica.

È un disturbo del comportamento motivato che, soprattutto in soggetti predisposti, s’instaura progressivamente, anche se non obbligatoriamente, attraverso stadi subentranti, che sfumano l’uno nell’altro e che sono caratterizzati da cambiamenti neuropatologici e comportamenti culminanti, nella fase finale, in una ricerca e consumo compulsivo di sostanza psicoattiva. Le prime assunzioni determinano una sensazione di piacere legata alla stimolazione dei recettori mu degli oppioidi e la stimolazione di dopamina con interessamento nel nucleo accumbens, amigdala, corteccia prefrontale (CPF) e striatodorsale (gangli della base). In tal modo si realizza un apprendimento incentivo (per rinforzo), patologico perché non finalizzato a rinforzare comportamenti adattativi di base, quali ad esempio la ricerca del cibo, di attività sessuali, di interazioni sociali, etc.

Inizia un processo di plasticità neuronale che porterà a una modificazione del fenotipo neuronale che si verifica in seguito alle assunzioni ripetute di sostanze d’abuso (Scott e Koob, 2010; White, 2002). Proseguendo l’uso, l’attivazione dei sistemi contro-opponenti diviene fondamentale nel generare il passaggio dal “io voglio” al “io devo”: se in una prima fase si ha la percezione di scegliere una sostanza per il puro piacere che provoca, in sua seconda fase la sua assunzione diviene quasi una necessità. Lo spostamento verso il polo disforico negativo dell’affettività condiziona il rischio di ricadute (sollievo temporaneo indotto da droghe) e l’evoluzione verso l’addiction (Nestler, 2002; 2004.).

Con il progredire della dipendenza il comportamento di ricerca e assunzione di sostanza inizialmente sostenuta da un rinforzo positivo, sono memorizzati come comportamenti svincolati dall’obiettivo, pertanto difficili da controllare. Il paziente vede le sue funzioni di decision making pesantemente compromesse (Lucchini, 2014). Tuttavia, per comprendere la complessità dell’addiction è fondamentale analizzare il contesto attuale e riflettere sulla possibilità di nuove prospettive di cura che tengano conto, oltre agli aspetti neurobiologici, di come la tossicodipendenza sia un fenomeno in continua evoluzione.

In Italia, mentre inizialmente era l’eroina a suscitare il massimo interesse sul problema droga, con gli anni ‘90, unitamente all’incremento dell’uso di cocaina, fu l’avvento delle droghe sintetiche a modificare profondamente il panorama della dipendenza da sostanze. Anche l’interesse del mondo scientifico iniziò ad allargarsi nei confronti di tutte le droghe: a presentarsi agli operatori dei servizi per le dipendenze erano sempre più giovani e giovanissimi che poco avevano a che fare con i soggetti tossicodipendenti con cui fino allora si era abituati a trattare. Erano i consumatori delle cosiddette nuove droghe, le droghe sintetiche, per loro a nulla sarebbero serviti i farmaci utilizzati nel recupero degli eroinomani. Non solo. Le condizioni economiche, sociali e lavorative di questi soggetti non erano sovrapponibili alla media degli utenti tradizionali: erano giovani, spesso studenti, provenienti da famiglie tra loro diversissime.

GUARDA NUDGET (2014) VIDEO SUL FENOMENO DELLA DIPENDENZA:

 

Oltre alla novità chimica delle sostanze sintetiche, si potrebbe espandere l’aggettivo nuove droghe e far riferimento alle differenze rispetto agli stili precedenti di consumo, oltre che al tipo di sostanza. L’aggettivo “nuovo” pone l’accento sulle trasformazioni in atto nel rapporto che gli adolescenti e i giovani hanno con le droghe (Picone Stella, 2002; Di Blasi, 2004; Leoni e Ponticelli, 2003): un innalzamento nei livelli di consumo che va interpretato non solo come un effettivo aumento, ma anche come un atteggiamento di maggiore accettazione ed una maggiore disponibilità ad ammettere l’esistenza del fenomeno (Leoni e Ponticelli, 2003; Buzzi, Cavalli e De Lillo, 2002).

L’indagine IARD del 2002 (cit. in Buzzi, Cavalli e De Lillo, 2002) spiega come la contiguità agli stupefacenti da parte dei giovani intervistati si configura sempre più come un fenomeno di consumo e non come una espressione di devianza. L’utilizzo di sostanze stupefacenti sembra rispondere più ad un desiderio di presenza nel mondo: in un sistema che corre a velocità vertiginose, in cui si perdono i riferimenti, non si è in grado di progettare il proprio futuro, in cui la cultura dell’aiuto a superare il proprio limite è particolarmente diffusa, le droghe rispondono ad un bisogno di identità che non viene soddisfatto altrove. I giovani con i livelli di contiguità più eleva paiono dunque essere i più fragili dal punto di vista psicologico e progettuale, ragazzi che non hanno niente da perdere, ma che non trovano nemmeno nulla da cercare né nulla attorno a cui organizzare la propria identità e il proprio senso.

Questo nuovo atteggiamento verso l’uso di sostanze potrebbe riflettere anche un importante cambiamento che caratterizza la nostra epoca: molti dei fenomeni osservati nei tossicodipendenti, quali la profonda insicurezza, le difficoltà di identificazione, la mancanza di autonomia, lo scarso sviluppo del sentimento di stima di sé, trovano la loro origine e il loro senso proprio nella specificità della struttura familiare (Cancrini, 1982; Cancrini e Barboni, 1985). Alcuni punti critici che bilanciano il rapporto tra disfunzionalità familiare ed esito problematico nella tossicodipendenza  sono: una relazione fusionale, ossia un atteggiamento protettivo che tende generalmente a bloccare i processi di esplorazione verso l’esterno del figlio; le separazioni impossibili, che difendono i figli dall’angoscia di separazione e di differenziazione (Toscani, 1988); quelli che Bowlby (1988) definiva i “legami transgenerazionali”, che fanno pensare che il processo di crescita nei genitori non sia stato sufficientemente sviluppato e facilitato all’interno della propria famiglia di origine, per cui allevare un figlio nella dipendenza risulta l’unica via percorribile perché l’unica conosciuta.

Altro fenomeno esistente è quello del poliabuso. Questa condotta è caratterizzata da un uso concomitante in un individuo di due o più sostanze che non necessariamente implicano lo sviluppo di dipendenza: generalmente nel poliabuso il soggetto assume varie classi di sostanze senza che ne divenga dipendente contemporaneamente a tutte o, in alternativa, sviluppa una dipendenza per una sola sostanza. Tuttavia, il poliabuso porta a conseguenze importanti: aumenta il rischio di problemi sanitari (infezioni, disturbi di organo e apparato); produce una risposta peggiore al trattamento (maggiori tassi di drop out e minore ritenzione in trattamento); causa una maggiore gravità e minori tassi di risposta clinica ai trattamenti nella psicopatologia in comorbidità; aumenta il rischio di insorgenza di disturbi psicopatologici associati. In Italia il 60% dei consumatori ha caratteristiche di poli-assuntore; il 93% dei consumatori di eroina utilizza contemporaneamente alcol; il 96% dei consumatori di cocaina utilizza anche alcol; il 92% dei consumatori di THC utilizza anche alcol (Indagine ESPAD e IPSAD, 2007-2008, cfr. Hibell et al., 2012).

Infine, la comorbilità psichiatrica associata al comportamento tossicomanico è sempre più complessa (Regier et al. 1990; Serio, 2004; Clerici et al.,1991; Kessler et al.,1996; Serio, 2004; Regier et al., 1998; Weaver et al., 2000; Cantor-Graae et al., 2001; Hasin et al., 2007; Merikangas et al., 1998; Schneider et al., 2001; Marsden et al., 2000): richiede un trattamento individualizzato e la creazione di servizi integrati.

 

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Il fuoco amico sui CIM: commento all’articolo de La Repubblica “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”

Commento all’ articolo di Pietro Cipriano de La Repubblica del 10 aprile “I manicomi ora si chiamano psicofarmaci”.

 

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’ intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

 

E’ sempre positivo quando si parla di Psichiatria e soprattutto di servizio pubblico. Figuriamoci quando a farlo è, nelle pagine della cultura, un quotidiano così prestigioso come La Repubblica del quale condivido, come si diceva da giovani, la weltanschauung.
Sono reduce di tutta la mia carriera professionale trascorsa per trent’anni, fino alla pensione, nel Dipartimento di Salute Mentale di Viterbo. Come in un “piatto ricco” non resisto alla tentazione e mi “ci ficco”, anche attratto dalle frasette estrapolate ed evidenziate dai sottotitoli nel testo.

“Finalmente”, mi dico. Sono certo in una difesa appassionata del servizio pubblico contro l’avanzare, anche in questo campo, del privato. Poi, andando avanti nella lettura e, pur condividendo molte suggestioni aneddotiche, mi appare lo spettro di Comunardo Niccolai (che i più anziani ricorderanno come terzino del Cagliari campione d’Italia degli anni ’70) la squadra di Gigggirrrriva, per intenderci, passato alla storia per i suoi travolgenti e imprevedibili autogol.

Preso nel suo insieme, anche se non credo sia nell’intenzione dell’autore, l’articolo mi sembra un danno per il servizio pubblico, strumentalizzabile dai suoi numerosi nemici ed offensivo per le migliaia di splendidi operatori che fianco a fianco con i malati ed i loro familiari portano, talvolta eroicamente il carico della sofferenza mentale cercando, se non di guarire, perlomeno di migliorare la qualità della vita di centinaia di migliaia di persone con cui stabiliscono legami che durano un’intera esistenza in uno scambio reciprocamente arricchente. 

Dopo questa generica affermazione cerco di entrare più nel merito delle singole questioni. In primo luogo non ho motivo per dubitare delle affermazioni del dottor Cipriano e spero che con l’arrivo al SPDC del San Giovanni abbia più fortuna di quella avuta fin ora essendo incappato in situazioni indubbiamente deplorevoli.

Un primo discorso riguarda gli psicofarmaci. Indubbiamente ci possono essere abusi. Il ‘900 è stato il secolo della farmacologia e gli abusi sono stati inevitabili, si pensi anche alle polemiche di questi giorni sull’abuso degli antibiotici.

Il che non vuol dire che si stava meglio quando non c’erano gli antibiotici.

La chiusura dei manicomi è stata certamente dovuta alla rivoluzione culturale e alla stagione riformista di quegli anni che poi, come il Concilio Vaticano secondo, ha attenuato la sua spinta restando parzialmente incompiuta, ma certamente anche all’avvento degli psicofarmaci.

Non sono la panacea e neppure il demonio: dipende, come sempre, dall’obiettivo per cui vengono utilizzati, nonché dalla competenza dell’utilizzatore.
Semmai occorre allarmarsi per un uso improprio sempre più a pioggia degli psicofarmaci, anche da parte di non specialisti, non per curare malattie ma per fronteggiare emozioni come la tristezza e l’ansia che sono parte integrante dell’esistenza ed hanno valore adattivo. Qui si aprirebbe un discorso più profondo sulla negazione che la nostra cultura fa della sofferenza e della stessa morte che più sono espulse più ci spaventano.

 

Il percorso classico  degli psicofarmaci

Degli psicofarmaci sappiamo inoltre che sostengono enormi interessi economici e che appena prodotti vengono spacciati per assolutamente efficaci e certamente innocui
(niente dipendenza, nè tolleranza) fino alla scadenza del copyright che garantisce i guadagni più cospicui. A quel punto vengono tirati fuori gli studi attardatisi nei cassetti dei ricercatori sulla pericolosità di quel farmaco. Contemporaneamente ne compare uno nuovo che si caratterizza in genere per tre aspetti:

  1. viene accreditato di efficacia pari e superiore al precedente,
  2. è assolutamente esente da effetti collaterali immediati e a lungo termine e
  3. costa circa 10 volte il precedente.

E’ stato così per l’eroina (inizialmente prodotto da banco) poi per i barbiturici che ci hanno portato via Marylin, poi per le benzodiazepine presenti in tutte le case ed ora per gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) che non si negano a nessuno.

Un’altra critica che mi sento di fare e di pensarsi noi come i buoni che hanno capito tutto e gli altri, in passato stupidi, cattivi e persino in malafede. Questa è una visione narcisistica e priva di una prospettiva storica. I medici che si sono occupati dei malati mentali hanno sempre cercato di farlo a fin di bene il che certamente non preserva dagli errori.

La nascita dei manicomi non è stata un esercizio di crudeltà mentale ma il tentativo di riconoscere il malato mentale come soggetto bisognevole di cure distinguendolo da altri esclusi ed emarginati. Alla fine del ‘600, le strutture lasciate libere dai lebbrosi rivelano finalmente la loro utilità nell’accogliere una vasta umanità di individui respinti dalla città, diventando ospedali ed al contempo carceri per persone di ogni tipo ed estrazione sociale.

Emblema delle nuove strutture dedicate all’isolamento è l’Hopital General di Parigi, fondato nel 1656, che viene definito da Foucault “il terzo stato della repressione”. Si tratta appunto di uno dei primi ospedali destinati ad accogliere e “correggere” i folli e gli alienati, ma è in realtà l’emanazione di un’autorità assoluta che il re crea ai limiti della legge tra la polizia e la giustizia. Fin dall’inizio è evidente che non si tratta di un’istituzione medica, ma di una sorta di entità amministrativa dotata di poteri autonomi, che ha diritto di giudicare senza appello e di applicare le sue leggi all’interno dei propri confini. I malati sono trattati senza rispetto per le condizioni in cui versano e tutta l’organizzazione ricorda molto da vicino quella di un carcere. La nascita dei manicomi vuole superare “il grande internamento” e riconoscere lo status di malati.

Ancora, Cipriano afferma che gli psicofarmaci non bastano e che al paziente servono soprattutto legami, un lavoro, un’ abitazione e, soprattutto, una dignità ed un progetto di vita. Ci mancherebbe altro, è la fiera dell’ovvio. Se non fanno questo, e possono farlo solo loro, un terreno dove il privato non potrà mai raggiungerci, cosa fanno i Dipartimenti di Salute Mentale?
Il problema, piuttosto, è la mentalità e dunque la formazione degli operatori.

Anche il Dipartimento di Salute Mentale può trasformarsi in un “terricomio” se assume la dimensione dell’istituzione totale. A mio avviso lo diventa quando tenta di soddisfare al suo interno tutti i bisogni dei pazienti che invece devono cercarne la realizzazione nella società. Il manicomio era orribile non solo per i muri ma perché tutta la vita avveniva al suo interno. Non c’era bisogno di altro.
Volterra era una vera e propria città nella città con scuole, ufficio postale, officine, campi da coltivare, ospedali per quando ci si ammalava e persino un piccolo cimitero. Il rischio non è che i nostri dipartimenti diano solo farmaci ma che diano case da matti, lavoro per matti, soggiorni o vacanze per matti, pensioni per matti e così via.

In proposito fate caso a come delle attività normalmente piacevoli, quando praticate dai matti acquisiscano il postfisso “therapy” e diventino estremamente più costose e motivo di esclusione invece che di integrazione. Si veda la pet therapy, l’art therapy, l’ippoterapia, la musicoterapia, la terapia attraverso il cinema o il teatro o lo sport. L’essenza del manicomio è l’esclusione, il fatto di essere “un mondo a parte” e questa insidia è ben più subdola degli psicofarmaci perché si annida nella nostra mente di operatori e forse ancora di più in quelli compassionevoli e oblativi. Persino nel delinquere, fino ad oggi, il matto aveva un suo percorso a parte.

La costruzione di una società migliore è un percorso lungo pieno di inciampi e di strade sbagliate. Lo stesso vale per l’edificazione della salute mentale, le tappe precedenti alla nostra vanno guardate come propedeutici passaggi essenziali senza i quali non ci sarebbe stata la sensibilità che il dottor Cipriano esprime ed anche noi e lui saremo visti così tra cento anni, un po’ miopi e gretti ma, spero, umili portatori di un progetto comune.
Mi auguro che il futuro non abbia bisogno dei Dipartimenti di Salute Mentale perché la società sarà completamente inclusiva e di per sé terapeutica e la gestione del disagio mentale riguarderà tutti come l’educazione. Nel frattempo però restiamo uniti a difesa di quanto di buono è stato fatto in Italia e stiamo attenti agli autogol che danno argomenti ai detrattori del servizio pubblico. Per resistere ci serve gente che parli in termini di “noi”. Gigggirrrriva e non Comunardo Niccolai.

 

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I Peanuts: alleati nella vita e nella Psicoterapia – Rubrica –

In questa rubrica verranno presentate le strisce più caratteristiche dei Peanuts, nella speranza che siano utili non solo a scopo didattico o terapeutico, ma anche per condurre i lettori a sorridere delle proprie fragilità, perché imparare a non prenderci troppo sul serio è forse l’insegnamento più grande che ci ha lasciato Schulz.

 

A ciascuno di noi è capitato, almeno una volta nella vita, di imbattersi in qualche personaggio dei Peanuts. Le strisce di  Charles Monroe Schulz (Minneapolis, 26 novembre 1922-Santa Rosa, 12 febbraio 2000) sono state pubblicate dal 1950 al 2000 e sono diventate le vignette più famose e influenti della storia del fumetto.

La genialità dell’autore è stata di riuscire con poche battute a condensare raffinati concetti psicologici, dinamiche interpersonali e caratteristiche di personalità, attraverso una straordinaria capacità di osservazione del comportamento umano.

L’ha capito bene Abraham J. Twerski (1930), famoso psichiatra esperto di dipendenze e fondatore del Gateway Rehabilitation Center della Pennsylvania, che ha fatto dei Peanuts  suoi compagni alleati nelle sedute di psicoterapia con i pazienti.

Nel libro “Su con la vita, Charlie Brown!”, Twerski racconta la sua prima applicazione dell’opera di Schulz con un paziente alcolista che tendeva a minimizzare la sua dipendenza.

Ai tentativi del terapeuta di renderlo consapevole delle sue strategie fallimentari nel gestire l’abuso di alcol, egli rispondeva negando o giustificandosi.

Un giorno il terapeuta decise di raccontargli la storia di Charlie Brown e dei suoi vani tentativi  di calciare il pallone all’inizio dell’annuale stagione agonistica. Ogni volta che sbagliava il tiro, Charlie Brown cercava una spiegazione razionale o si deprimeva, ma non imparava  in modo costruttivo dai suoi errori.

Peanuts 01 - Charlie-Brown Football

Dopo avergli presentato una serie di strisce, il paziente, ridendo, disse: “Sono proprio io”.

Con questo episodio Twerski sottolinea quanto i Peanuts siano in grado di elicitare processi automatici di identificazione verso dinamiche o schemi rigidi di comportamento, astenendosi dal giudizio e  stimolando empatia e  senso dell’umorismo.

In questa rubrica verranno presentate le strisce più caratteristiche dei Peanuts, nella speranza che siano utili non solo a scopo didattico o terapeutico, ma anche per condurre i lettori a sorridere delle proprie fragilità, perché imparare a non prenderci troppo sul serio è forse l’insegnamento più grande che ci ha lasciato Schulz.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Twerski, A.J. (2000). Su con la vita, Charlie Brown! Come affrontare i problemi di ogni giorno con l’aiuto dei Peanuts. Ed. Mondadori, Milano.

Il Trono di Spade (A Game of Thrones): arriva la quinta stagione

C’è tanta carne al fuoco di tutti i tipi e tutta assieme come quando si mangia etnico brasiliano. Un vero banchetto di carne e sangue. Però, non c’è nulla da fare: dopo le nozze rosse qualcosa si è spento in me.

È iniziata domenica la quinta stagione di “Il Trono di Spade” e una parte di me continua a pensare che tutto sia finito con le nozze rosse. Non ho visto la serie TV, ho solo letto (tutti) i romanzi finora usciti, e ricordo una curva narrativa entusiasmante e crescente fino alla bomba del massacro delle nozze rosse. E poi una gran confusione, un ammassarsi di fatti e un accumulo di avventure (di cui non vi anticiperò nulla, tranquilli) che ora mi prende e ora mi annoia.

Intendiamoci: l’idea di Martin di farci affezionare a certi personaggi, facendoci credere che abbiano il ruolo di protagonisti che certamente arriveranno fino alla fine o quasi per poi farli fuori precocemente è geniale. Dà un senso tragico al racconto, lo rende simile alla vita in cui non ci sono personaggi che arrivano fino alla fine e danno un senso compiuto alla loro vita, ma tante esistenze limitate e provvisorie, che giocano un ruolo finché ci sono e poi spariscono nel nulla da cui sono emersi. Così sono morti Eddard e Robb Stark. Senza un perché.

E sotto la lama spietata di Martin non spariscono mica solo i personaggi; svaniscono interi temi narrativi. Geniale impostare tutto il primo blocco del suo racconto sulla contrapposizione tra integrità morale degli Stark e corruzione politica nei regni meridionali e far intendere al lettore che questa sarà l’architrave narrativa di tutta la storia, per poi far fare una fine miserabile ai due portatori dell’integrità, Eddard e Robb, e far seguire alla loro fine una tale pletora di nuovi fatti che fa svanire il loro ricordo in un passato lontano e soprattutto fa svanire tutta la tensione narrativa tra superiorità morale e corruzione, intaccata dal dubbio che in fondo Eddard e Robb fossero una coppia di montanari un po’ imbecilli finiti in un gioco molto più grande di loro. Robb almeno aveva il genio militare, Eddard nemmeno quello. Insomma, entrambi politicamente dei minus habens. E poi, diciamolo, la virtù non si vanta, mentre questi Stark ogni mattina si contemplavano commossi nello specchio della loro dirittura morale. Morti loro, tutta la contrapposizione integrità/corruzione muore con loro e semmai riemerge la nascosta grandezza di altri personaggi dalla moralità meno esibita, ma –a mio modesto parere- più efficace nel prendersi cura delle sorti del Regno e quindi della società. Come Ditocorto e Varys l’eunuco.

E poi ci sono altri punti di forza. Le abbondanti allusioni storiche e mitologiche, per esempio. La catena che chiude il porto e intrappola le navi nella battaglia delle Acque Nere allude alla catena che chiudeva il porto di Costantinopoli e salvò l’impero bizantino dall’assalto degli arabi e dei turchi per mille anni. Le velocissime manovre avvolgenti di Robb sembrano ricalcate sulla mobilità di Napoleone nella campagna che portò alla grande vittoria di Austerlitz. Gli arcieri che massacrano i cavalieri alla carica in non ricordo più quale scontro (sempre però nelle campagne di Robb) sono un’allusione agli arcieri inglesi contro i cavalieri francesi ad Azincourt.

L’intero episodio delle nozze rosse allude al banchetto di sangue nel finale del poema dei Nibelunghi. Gli intrighi ad Approdo del Re hanno un sapore rinascimentale da cronaca di Machiavelli, che si alterna con i colori medievali delle battaglie. I racconti orientali di draghi e cavalieri della steppa alludono sia all’epoca turco-mongola del poema “Manas” sia alla favolistica orientale, araba o cinese. Le città-stato marinare e mercantili hanno un colore veneziano e mediterraneo, e così via.

Però il prezzo di questo tentativo di unire abbondanza epica, definitività tragica e mistero favolistico è l’obbligo di mantenere sempre un alto livello di inventiva senza però sommergere il lettore di fatti e personaggi alla lunga difficili da gestire nei limiti della nostra povera testa, appassionata di storie ma anche bisognosa di archi narrativi conclusivi.

Il problema principale è, secondo me, che epica, tragedia e favola fanno a pugni, mentre Martin le vuole mettere insieme. L’epica può reggere una pletora di fatti infiniti, a patto però di avere personaggi che tengano tutto assieme. La tragedia può reggere la morte precoce di protagonisti “buoni” travolti da un fato spietato a patto però di una grande semplicità della trama. La favola funziona, e forse è quello che tiene tutto assieme. Martin mette insieme queste tre cose e produce un piattone pieno di cibo che mi affascina, ma ha anche i suoi difetti. Che a mio parere sono due.

Il primo problema è che le nozze rosse sono un evento gigantesco e difficile da digerire. Dopo le nozze rosse puoi andare avanti quanto vuoi, e Martin lo fa, ma quell’evento sta lì come un macigno inamovibile nella sua enormità. Alle nozze si è compiuta una tragedia così grande e definitiva che finisce per rimpicciolire tutto quel che accade dopo. La favola continua, ma a metà del suo corso è successa una tragedia che ha istupidito tutti.

Il secondo problema è che accanto a epica, tragedia e favola Martin ci mette un quarto elemento: il bildungsroman, il romanzo moderno di formazione. Bene. Peccato che il romanzo moderno come portata aggiunta alla tragedia e all’epica diventa un contorno irrimediabilmente sciapo.

Sto pensando soprattutto a Jon Snow e anche – un po’ meno – a Tyrion Lannister. Jon e Tyrion sono proprio due personaggi da romanzo moderno di formazione, ovvero due giovani uomini inizialmente un po’ stupidi e goffi che crescono e diventano adulti nelle avversità. Il problema è che questi personaggi non tragici finiscono per rimpicciolirsi all’ombra di un avvenimento così immane come le nozze rosse. Siamo sempre lì: continuo a pensare che dopo le nozze la storia è finita. Insomma, quelli che dovevano essere i personaggi più complessi, quelli più capaci di svilupparsi e di “crescere”, ovvero Jon Snow e Tyrion Lannister, mi sembrano sempre di più due intrusi man mano che il racconto va avanti. Davide Copperfield (che è il modello di Jon Snow) piazzato di fianco ad Achille, Sigfrido e Orlando diventa immediatamente un turista perso tra Troia, la Foresta Nera e Roncisvalle.

Un po’ meglio Tyrion: la sua deformità lo rende un po’ più tragico di Jon Snow. Però in fondo non è né epico né tragico, è solo eccessivo e romantico come il protagonista di un romanzone francese di Victor Hugo con tutte le sue esagerazioni, tipo il gobbo di Notre-Dame. All’inizio mi piaceva Tyrion. Le sue sentenze ciniche da burbero benefico mi hanno stancato e non ci stanno nell’epica e nella tragedia. Martin, cosa aspetti ad ammazzare questi due personaggi falliti? Come vuoi che crescano in un mondo terribile come quello? Non c’è speranza nei Sette Regni, mentre la speranza è il cuore del romanzo dell’ottocento. Oppure è un altro dei tuoi giochetti da sceneggiatore: ammannirci Jon e Tyrion fino alla fine? Io non li reggo più.

Questo non vuol dire che non sto aspettando avidamente i prossimi volumi delle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” e che vi sto invitando a evitare le prossime puntate della serie TV. Il raccontone di Martin continua a piacermi (anche se mai come prima delle nozze rosse, dove la tragedia si è compiuta). I personaggioni più tragici continuano a reggere, a cominciare dalla figura cristica di Theon Greyjoy (ma quante ne ha passate?) e dalla vicenda ormai cristiana di Jaime Lannister. Jaime! Lui è capace di evolvere e di vivere un romanzo di formazione, altro che Jon Snow! Questo perché nessuno se lo aspettava da parte di quel fatuo bellimbusto, mentre Jon e Tyrion fin dall’inizio si sono presentati al lettore dicendo: seguimi e vedrai come evolvo, vedrai come sono complesso.

Poi ci sono i machiavellici Ditocorto e Varys che davvero hanno a cuore le sorti del Regno e non solo di fare bella figura con la propria buona coscienza (prendi e porta a casa Eddard, anche se la tua morte mi ha commosso). Bene o quasi anche Cersei: è una regina rinascimentale con un’intrigante mistura d’idiozia, bellezza e velleitaria furbizia. In realtà -come scriveva Richard Strauss nel suo epistolario con Hugo von Hoffmansthal (lo so, sono un goffo esibizionista della mia cultura)- ai personaggi rinascimentali manca sempre qualcosa per essere veramente presi sul serio come protagonisti di tragedie, non sono né moderni né antichi (bella fregatura!) Però va bene così: Cersei si salva col suo sex appeal da urlo e poi vederla tutta nuda è un piacere! Solo descritta, però; mannaggia a me che non vedo la serie TV. Le lettrici si consoleranno con le nudità di suo fratello Jaime, altrettanto maiale. E con questo chiudiamo l’inevitabile parentesi sesso acchiappa lettori.

Continuerò a leggere tutto, lo ripeto, e un giorno mi vedrò anche la serie TV, che mi dicono essere ancora meglio del romanzone. I supercattivoni funzionano a meraviglia. Roose Bolton con la sua voce sussurrante è un vero psicopatico e suo figlio Ramsay Snow sembra un Dexter trapiantato da Miami a Forte Terrore. Le nevrosi dei Tully e degli Arryn funzionicchiano decentemente, anche se di nuovo c’è l’effetto da romanzo moderno che fa a pugni con epica, favola e tragedia. Invece tutta la parte orientale mi annoia un po’ e lì, mi spiace Martin, il sesso esibito e spinto della Daenerys Targaryen con il suo stallone mongolo (come si chiama? Ah si, Drogo!) ci sta malissimo in una favola orientale: non puoi far apparire Rocco Siffredi (Drogo Siffredi? Perdonate la battutaccia) a fianco di Sherazade nelle Mille e una Notte! A meno che non vuoi produrre un porno trash, naturalmente.

Delle avventure di Arya Stark non ci ho capito più niente da tempo (spiacente, ma Arya soffre dell’effetto Davide Copperfield), per non parlare di Bran Stark, ormai perso in un trip senza speranza tra le nevi. Simpaticissimi invece i ciccioni del clan Manderly di Porto Bianco, il loro intermezzo comico mi piace. E mi piacciono anche i meridionalissimi Martell e il fighettismo dei Tyrrell, con connesso rischio di omofobia consapevolmente affrontato: il cavaliere dei Fiori è una deliziosa provocazione. Quelli delle Isole di Ferro mi piaciucchiano, anche se a volte mi sembrano messi lì a fare solo numero: l’ennesimo filone narrativo. Infine la durezza morale di Stannis Baratheon mi affascina, ha delle spigolosità che si lascia dietro di molte leghe il perbenismo degli Stark.

Poi c’è Catelyn e tutta la vacua polemica del supposto maschilismo di Martin. Scrittore accusato di avere un suo perverso gusto a raccontare i disastri di nobildonne un po’ idiote con velleità politiche. Che dire? A parte che le donne idiote di Martin sono solo due, Catelyn e Cersei, e a parte che nel Trono di Spade c’è anche una gran folla d’idioti maschi e dotati di pisello! Vogliamo parlare di Robert Baratheon? E poi io penso che questa idea della nobildonna bella e idiota sia geniale e ci fa uscire fuori dal cliché (maschilista?) della donna idealizzata. Voto a favore di personaggi donna un po’ cretini e anche tanto coglioni (vero Catelyn?) L’umanità è stupida e questa è la vera parità tra sessi: quote rosa nel cretinismo universale dell’umanità!

Insomma, c’è tanta carne al fuoco di tutti i tipi e tutta assieme come quando si mangia etnico brasiliano. Un vero banchetto di carne e sangue. Però, non c’è nulla da fare: dopo le nozze rosse qualcosa si è spento in me.

 

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Il trattamento DBT in pazienti a rischio suicidio: quanto è efficace?

FLASH NEWS

La DBT standard che vede combinata la componente di psicoterapia individuale e il trattamento di gruppo di skills training, non ha fatto riscontrare esiti significativamente migliori rispetto alle condizioni di solo intervento di gruppo o di solo psicoterapia individuale.

Le evidenze dell’efficacia della Dialectical Begaviour Therapy (DBT) approdano sull’autorevole JAMA Psychiatry. Di nuovo un trial randomizzato, a firma Marsha Linhean e Kathy Korslund, dimostra che una serie di interventi DBT sono in grado di ridurre i tentativi suicidari e i comportamenti autolesivi in un campione di donne con disturbo borderline della personalità e altamente suicidarie.

La DBT, ben conosciuta in letteratura e nella pratica clinica come trattamento coterapico per pazienti con marcata impulsività e disregolazione emotiva, include per uno stesso paziente sia la terapia individuale che la terapia di gruppo (skills training) nonchè una serie di interventi di coaching telefonico e specifiche modalità di gestione del team dei terapisti.

In particolare, nello studio appena pubblicato su JAMA Psychiatry, Marsha Linehan e il suo team si sono preoccupati di indagare l’effetto specifico della  terapia di gruppo di skills training rispetto alle altre componenti della terapia DBT (ad esempio, rispetto alla terapia individuale).

In particolare sono stati confrontati tre gruppi di pazienti sottoposti alla combinazione di diverse componenti della Dialectical Behaviour Therapy: il primo gruppo ha ricevuto il trattamento di terapia di gruppo di skills training associato con interventi di case management (DBT-S); il secondo gruppo è stato sottoposto a terapia DBT individuale in associazione ad attività di gruppo (non skills training, ma focalizzandosi sulle abilità già possedute dai pazienti) (DBT-I); e infine il terzo gruppo ha ricevuto un trattamento DBT standard che include cioè sia la terapia di gruppo che la terapia individuale.

Il campione è stato costituito da 99 donne (età media 30 anni) con diagnosi di disturbo borderline, con almeno due tentativi di suicidio e/o comportamenti autolesivi negli ultimi cinque anni. Dai dati è emerso che tutte e tre le combinazioni di trattamento (quella principalmente focalizzata sul gruppo di skills training DBT, quella principalmente focalizzata sulla terapia individuale DBT, nonchè la coterapia standard DBT individuale e di gruppo) riducono in modo simile i tentativi di suicidio, l’ideazione suicidaria e la gravità degli atti autolesivi e ugualmente promuovono la motivazione a rimanere in vita.

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In altre parole, la DBT standard che vede combinata la componente di psicoterapia individuale e il trattamento di gruppo di skills training, non ha fatto riscontrare esiti significativamente migliori rispetto alle condizioni di solo intervento di gruppo o di solo psicoterapia individuale.

I tre gruppi sono risultati significativamente simili nei loro effetti in termini di riduzione della suicidarietà a livello di ideazione e fattuale. Ulteriori ricerche e replicazioni dei trial sono necessari comunque per trarre conclusioni sulle modalità di combinazioni di trattamento per  questa tipologia di pazienti suicidari e autolesivi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Devianza e Violenza di Lothar Bönisch – Recensione

L’impianto è cognitivo: il comportamento violento e deviante è concepito soggettivamente come una reazione congrua alle situazioni dalla persona che li mette in atto.

Lothar Bönisch ha scritto un libro completo e dettagliato sugli aspetti psicologici e sociali della violenza e della devianza. Il titolo rispecchia fedelmente l’argomento ed è semplicemente “Devianza e Violenza”, pubblicato dall’editrice bu,press di Bolzano nel 2014.

Bönisch inizia la sua trattazione dal concetto di coping, ampliandolo in modo da includere anche i comportamenti devianti e violenti definiti come forme, naturalmente perverse, di coping.  L’impianto è quindi cognitivo: il comportamento violento e deviante è concepito soggettivamente come una reazione congrua alle situazioni dalla persone che li mette in atto.

Accanto a questo principio Bönisch ne pone un altro di tipo sociale, ed è il concetto di anomia elaborato da Durkheim, ovvero il crollo di regole di condotta universali e dotate di valore instrinseco. Oggi invece ci sono regole soggette a perpetua contrattazione il cui valore è sempre solo strumentale: vanno rispettate perché servono a qualcosa, non come leggi morali in sé. Principio laico più che giusto, ma che oggettivamente rende meno facile il controllo dei propri impulsi in persone propense.

Infine Bönisch enuncia il terzo principio, quell’etichettamento, il “labeling” come altro potente fattore che trasforma in devianti soggetti non riconducibili al modello dominante. Questi tre principi sono in realtà anche tre modelli in competizione ma non necessariamente incompatibili, che spiegano differenti percorsi per arrivare alla devianza e alla violenza. In alcuni casi prevale l’etichettamento, in altri l’anomia, in altri il coping ma senza che un principio sia esclusivo.

Bönisch prosegue la trattazione esplorando lo sviluppo di tendenze antisociali in famiglia durante l’infanzia, sia per imitazione di comportamenti violenti negli adulti oppure per reazione ad ambienti in cui regna la trascuratezza emotiva. Ancora una volta i due principi non si escludono a vicenda ma possono interagire ed essere presenti entrambi, sia pure in diversa misura nei vari casi.

Bönisch  tratta poi alcuni casi particolari. Prima di tutto, l’adolescenza, che Bönisch definisce come una fase d’inevitabile devianza potenziale. Le circostanze della crescita, la necessità di definirsi e di uscire dal nucleo protetto dell’infanzia agiscono da fattori che facilitano episodi di oppositività potenzialmente deviante, fattori che vanno conosciuti e canalizzati in uno sviluppo sociale normale.

C’è poi il rapporto tra mass media e violenza. Sia come intrattenimento che come notizia la violenza è un potente attrattore di interesse e di ascolto. Altro caso particolare è il rapporto tra mascolinità e violenza. Bönisch analizza a fondo il rapporto particolare tra sesso maschile e comportamento violento, sia dal punto di vista biologico che sociale. Anche in questo caso siamo di fronte a una situazione di devianza potenziale che può essere controllata.

Il libro si conclude con una trattazione degli interventi di sostegno pedagogico e sociale più efficaci per contrastare devianza e violenza.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Tracce del Tradimento Nr. 04 – Relazioni familiari & relazioni d’amore

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – 04

Sosterremo una tesi forte, quella che il cercatore ha problemi personali e dolori antichi e in qualche misura indipendenti dalla storia amorosa, mentre chi lascia ha spesso da dire delle cose all’interno del rapporto, a chi sta cercando ossessivamente le tracce. 

Possiamo cercare nel nostro passato la radice delle sofferenze d’amore del presente? E forse dei tradimenti che perpetriamo e che subiamo? Se nell’infanzia il proprio padre ha spesso avuto la tendenza a umiliare a urlare a rimproverare, e se non si trovano le risorse per cambiare strada, è facile trovare qualcosa di non diverso da un marito distante o maltrattante o alcolista, che rimprovera e che tratta male in modo continuativo. Se si è cresciuti con una madre insoddisfatta, critica, perfezionista  e lontana si può diventare insoddisfatti, critici verso il proprio partner, freddi, distanzianti.

È altrettanto vero che la via che si sceglie non è prevedibile in modo matematico, influiscono risorse inaspettate (una maestra elementare affettuosa e vicina, un apparato genetico benevolo e favorente) oppure effetti negativi altrettanto inaspettati (un’irritabilità genetica, una scarsa tendenza al dialogo, una compagna di banco severa intransigente e invadente).

I figli apprendono le modalità emotive e affettive dai propri genitori e questo apprendimento viene modulato dall’apparato genetico del figlio e dalla sua struttura mentale ed emotiva.

Un genitore che umilia un figlio geneticamente irritabile e un figlio pauroso otterrà diverse reazioni e modalità affettive che possono andare da modalità impulsive autodistruttive e maltrattanti del figlio irritabile a modalità evitanti e controllanti del figlio pauroso.

Non vi è una matematica dell’intreccio gene/ambiente familiare/ambiente sociale, ma in terapia molte storie hanno una loro coerenza narrativa. E molte spiegazioni razionali si possono dare.

Noi sappiamo bene che una parte di queste sofferenze attiene al nostro essere della razza umana, capaci di ricordi, desideri, memoria e tormento. In terapia incontriamo spesso una qualità del dolore esagerata, ossessiva, ripetitiva e autodistruttiva.

La tendenza di alcune persone ad amare in modo ripetitivo e procurandosi sofferenze estreme, persone indegne d’amore, o ambigue o assenti o addirittura maltrattanti è da ormai qualche decennio studiata e ben approfondita dai ricercatori delle relazioni. Dove si dice che è in un’infanzia con relazioni difficili, o con genitori complessi o umilianti o maltrattanti che s’impara a conoscere l’asprezza e l’eccesso della passione e dell’amore verso persone, che come i genitori, non rispondono con altrettanto affetto, o non desiderano condividere un progetto solidale. Ma ovviamente mai nessuno è puramente vittima, perché queste vittime di amanti ambigui spesso sono insistenti, ossessionanti o maltrattanti, e nessuno (a parte rari casi di resa in schiavitù) è del tutto un persecutore.

Noi non vorremmo occuparci però di questi aspetti già ampiamente raccontati in letteratura , ma del tradimento in un suo aspetto -a nostro giudizio intrigante e pieno di suggestioni- che è quello di chi cerca o lascia tracce del proprio tradimento.

Sosterremo una tesi forte, quella che il cercatore ha problemi personali e dolori antichi e in qualche misura indipendenti dalla storia amorosa, mentre chi lascia ha spesso da dire delle cose all’interno del rapporto, a chi sta cercando ossessivamente le tracce. 

Carlo era cresciuto in una famiglia disgregata e poco disponibile, spesso veniva lasciato in collegio e abbandonato a se stesso. Una delle ragazze che facevano le pulizie aveva dimostrato un certo affetto e una tenerezza verso di lui. Aveva pena per quel ragazzone sempre solo che giocava al computer a videogiochi di guerra. Lui si era innamorato e la storia era cominciata, lei aveva 20 anni e lui 17. All’inizio si erano consolati e fatti compagnia, lei veniva da una situazione familiare dolorosa, sua madre era morta e suo padre era violento e litigioso umiliandola spesso e sminuendo l’aiuto che cercava di dare in casa.

Dopo un poco di tempo lui aveva cominciato a fare sogni di vita insieme e si era legato a lei in una relazione piena di pretese, spesso mostrandosi prepotente e invadente.

Voleva sposarla subito, e quando uscì dal collegio per fare il muratore le propose di andare a vivere insieme. Sembrava poco consapevole dei desideri di lei e alle sue resistenze si faceva fosco e preoccupato e accusante. Lei alla fine cominciò a distanziarlo. La relazione si andava facendo dura e troppo piena di rimproveri reciproci, lei aveva voglia di leggerezza e stava cominciando a frequentare persone nuove e a sognare di lasciare la casa del padre per cambiare città.

Un giorno lui andò a trovarla a casa e vide la bicicletta di un suo amico appoggiata al portone. Lui fu immediatamente certo del tradimento, entrò a cercarla e non trovandola a casa cominciò a vagare per il paese in preda alla furia.

Vide due suoi conoscenti che chiacchieravano dandogli le spalle e interpretò questo comportamento come un segno di un complotto ai suoi danni per lasciarlo da solo, umiliarlo e riportarlo alla vita orrenda alla quale non voleva tornare. Entrò nel bar e trovò che la ragazza stava bevendo con un amico incontrato per caso. Le saltò al collo tentando di ucciderla e soltanto la velocità e la forza di un ragazzo presente la salvarono, lei già a terra e in preda a difficoltà respiratorie. Lui si fece bloccare a fatica ma cominciò a urlare dicendo che per colpa di lei la sua vita era rovinata e che voleva suicidarsi. Afferrò un coltello e se lo puntò al collo. Soltanto la guardia psichiatrica e la presenza d’animo dei presenti che non si lasciarono intimorire e lo bloccarono gli salvò la vita. E soltanto un lungo ricovero gli permise di capire la sua situazione e tentare nel tempo di costruirsi una nuova vita.

Questo caso è particolarmente grave ed è finito bene per una serie di circostanze casuali: la ragazza non era sola, nel bar vi erano altre persone vivaci e presenti, e forse una titubanza nell’usare il coltello contro di sé permise al ragazzo di sopravvivere. Spesso però non è così.

Queste tragedie della vita finite per colpa di una cieca gelosia e di una radicale impossibilità a immaginare la propria vita senza l’altro sono abbastanza frequenti, spesso con il coinvolgimento di figli che vengono uccisi “per fare dispetto all’altro”.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base. Routledge, Londra. Una base sicura. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Il club degli incorreggibili ottimisti (2010) di J. M. Guenassia – Recensione

Quello che conta nella Terra promessa non è la terra, è la promessa: il cuore del romanzo è ambientato nel retro di un bistro parigino, il Balto, vera base sicura per personaggi tra di loro così lontani e diversi ma accomunati dallo stesso destino: essere sfuggiti alle dittature del proprio paese.

Ci troviamo la Parigi di fine anni 50, quella della Francia imperialista che invia i propri figli a combattere in Africa. Ma se vogliamo essere più precisi il cuore del romanzo è ambientato nel retro di un bistro parigino, il Balto, vera base sicura per personaggi tra di loro così lontani e diversi ma accomunati dallo stesso destino: essere sfuggiti alle dittature del proprio paese che si ritrovano in quel luogo, tra una partita a scacchi ed una bella bevuta, a parlare della propria vita.

Hanno dovuto abbandonare tutto trovando un lavoro nella notte, chi tassista e chi portantino, perché nel loro paese non potevano permettersi di dormire, le bombe erano pronte ad esplodere e l’ansia compagna inseparabile.

Sono persone tradite dalla storia ma che ancora credono nei propri ideali difendendoli tra le mura del Balto tra mille discussioni e litigi. 

Se non ne parlo, se non dico ciò che abbiamo vissuto, chi mai lo saprà?

Tanti sono i personaggi che abitano il Balto e che rimarranno nel cuore del lettore. Come Timbor, famosissimo attore di Budapest, scappato durante l’eccidio ma che nessuno a Parigi vuol fare recitare per quel suo particolare accento ungherese. Sasa che se ne sta in disparte ma che si rivela un consigliere prezioso per i primi problemi sentimentali di Michel scrivendogli delle poesie da novello Cyrano. Orecchioni, evitato da tutti perché agente di sicurezza mandato per spiare potenziali segnali di rivolta dei frequentatori del bistro ma che continuamente finge di non sentire perché li fanno compagnia. Leonid, aviatore dell’Armata Rossa abbattuto innumerevoli volte, che nessuno vuole assumere come pilota ed infine Igor, medico russo con un cuore grandissimo, che si ritrova a fare il tassista notturno col suo carattere ruvido e polemico.

Ecco come un giorno Michel, un adolescente e vero protagonista del romanzo, si arma di coraggio e valica quel retro del bar scoprendo un club di scacchi abitato da persone di varia nazionalità che non sono più nessuno, senza più un’identità con valigie piene di storie toccanti ma che hanno nel proprio dna quella voglia infinita di prendersi in giro tra una bevuta ed una partita.

Finché si può bere approfittiamone mentre siamo vivi

Il motivo per cui Michel si rifugia in quel di Balto non è molto differente da quello delle persone che impara a conoscere; allontanarsi da un luogo per lui non più fonte di sicurezza, nel suo caso una famiglia immersa in mille conflitti culturali ed affettivi, per poter iniziare ad esplorare il mondo. E’ in questo contesto che Michel impara a conoscere come può nascere l’amicizia pur tra la complessità degli ideali.

Come un luogo possa diventare una coperta che scalda un po’ tutti, dove rifugiarsi quando si ha un problema, sicuri di avere una voce amica capace di aiutarti grazie ad un’idea geniale ed inverosimile. Tutto intorno a questo la scoperta del rock a volume altissimo e dell’amore di Michel per la sorella di un suo caro amico partito al fronte e che non farà più ritorno nella Parigi degli anni sessanta, tra le strade del quartiere latino respirando un’atmosfera da eterna speranza.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Il fondamentalista riluttante (2007): la nostalgia e l’identità – Psicologia & Letteratura

 

BIBLIOGRAFIA:

Carriera e famiglia: una conciliazione difficile

Lavorare senza sosta comporta un’inevitabile assenza dalle mura domestiche, con la triste conseguenza di non riuscire a godersi il mestiere di genitore come si vorrebbe. Senza dimenticare che gli stessi figli crescerebbero beneficiando un po’ poco delle attenzioni materne e paterne.  Eppure tutte queste osservazioni non devono scoraggiare i giovani d’oggi, i quali sognano e sperano di poter raggiungere il giusto equilibrio nel prossimo futuro.

Osservando la società odierna e confrontandola con quella di circa una cinquantina di anni fa si giunge spontaneamente a fare delle evidenti considerazioni: se un tempo l’età media delle madri italiane alla nascita del primo figlio era circa intorno ai 25 anni, dagli anni ’60 in poi è stato possibile assistere ad un progressivo aumento di tale età. Al giorno d’oggi le donne diventano mamme sempre più frequentemente dopo i 30 anni, al punto tale che le persone restano sempre più stupite trovandosi di fronte ad una coppia di genitori che hanno passato da poco la ventina. Eppure è un dato di fatto che dopo i 20 anni si è perfettamente degli adulti e presumibilmente si posseggono anche le competenze e le responsabilità tali per costruire una famiglia.

A ciò si va ad aggiungere, sempre facendo un confronto con le precedenti generazioni, anche un aumento dei laureati italiani, di giovani che desiderano affermarsi nell’ambito lavorativo, che si oppongono all’idea di adattarsi ad un lavoro che non gli piace solo al fine di allontanarsi dalla casa materna e rendersi autonomi economicamente. Considerando anche il fatto che gli innumerevoli periodi di crisi economica a cui siamo abituati ad assistere hanno contribuito a ridurre i posti di lavoro, con un conseguente aumento della precarietà. 

In merito a ciò salta all’occhio un’altra cosa rilevante: una riduzione di incarichi nel settore pubblico. Basti pensare alla sfera ospedaliera. I concorsi nelle asl sono diminuiti notevolmente negli ultimi anni, o meglio si è potuto constatare una diminuzione dei contratti a tempo indeterminato in favore di contratti a progetto o borse di studio. Questo non fa altro che incrementare l’ottica di una continua precarietà, che non consente il programmarsi di un lineare progetto di vita (Engelmann e all, 2015).

Di conseguenza si evince una pinta nei giovani nell’impegnarsi un po’ di più negli studi (università o corsi di formazione) al fine di sentirsi maggiormente sicuri in vista di un’occupazione futura.

Le due cose (innalzamento di età genitoriale e instabilità lavorativa) sono tra loro collegate? Certo che sì!

Se diviene una priorità realizzarsi nell’ambito professionale, ciò comporta anche un grande coinvolgimento delle proprie forze e spese di tempo per raggiungere i risultati migliori e naturalmente, se si è stati abili ad arrivare all’apice del successo lavorativo, le conseguenti energie verranno utilizzate nel mantenersi stretto a sé ciò che si è conquistato con tanta fatica.

Tutto ciò è a discapito della famiglia. Iniziando a lavorare ad un’età sempre più avanzata anche i figli arrivano più tardi; conseguentemente si assiste con una frequenza sempre maggiore a famiglie poco numerose. Diviene infatti sempre più difficoltoso portare avanti una famiglia con più di due figli.
Un’ulteriore conseguenza a cui è possibile assistere negli ultimi anni è la riduzione delle famiglie unite da rito nuziale in favore delle convivenze e dei modelli alternativi di coppia informale (Bernardi 1999).

A risentire maggiormente di questa situazione sono le donne, per le quali negli ultimi anni si sono aperte innumerevoli strade considerate un tempo esclusivamente maschili, e nelle quali molte di loro hanno saputo efficacemente affermarsi, talvolta anche rimpiazzando i loro colleghi uomini. Ciò in qualche modo sfata quel luogo comune che vede la donna come casalinga e moglie perfetta in grado di occuparsi della famiglia a tempo pieno quasi come fosse questo il suo vero lavoro (Passerini, 2001).

Il crescente investimento delle donne nell’istruzione e la maggiore partecipazione al mercato del lavoro fa sì che le aspirazioni femminili in merito ai ruoli e alle posizioni professionali siano sempre più elevate, con un aumento delle responsabilità, incarichi e opportunità di carriera. Se da una parte questi cambiamenti sono fortemente positivi, dall’altra impongono alle madri di oggi il moltiplicarsi su più fronti, cercando di gestire il doppio lavoro, quello extradomestico e quello a casa (Fiori, Pinnelli, 2007).

Lavorare senza sosta comporta un’inevitabile assenza dalle mura domestiche, con la triste conseguenza di non riuscire a godersi il mestiere di genitore come si vorrebbe. Senza dimenticare che gli stessi figli crescerebbero beneficiando un po’ poco delle attenzioni materne e paterne.  Eppure tutte queste osservazioni non devono scoraggiare i giovani d’oggi, i quali sognano e sperano di poter raggiungere il giusto equilibrio nel prossimo futuro.

Essere dei professionisti affermati e allo stesso tempo dei buoni genitori non è impossibile e conciliare carriera e impegni familiari non è affatto un’utopia, sottolineando che delle recenti statistiche mettono in luce che molti soggetti, di cui molte donne, sono riusciti a farlo.

Ovviamente la perfezione non esiste e bisogna operare le giuste scelte.  Bisogna imparare ad abituarsi all’imperfezione. Un ottima soluzione, fino a pochi anni fa era rappresentata dai famosi nonni, i quali si occupavano con piacere dei loro nipoti, andandoli a prendere a scuola, preparando loro da mangiare e talvolta svolgendo anche delle piccole incombenze domestiche.

Ma purtroppo nell’ultimo periodo le riforme pensionistiche hanno costretto i nonni a lasciare il lavoro ad un’età sempre più avanzata, limitando così la possibilità di badare ai propri nipoti in modo esaustivo ed efficiente, senza tra l’altro dimenticare che non tutti hanno i nonni.

Se i servizi sociali sono carenti e distanti dalle problematiche reali, non ci si può permettere una baby sitter a tempo pieno e mancano i nonni su cui fare affidamento, conciliare posto di lavoro e figli diventa davvero complicato. Il lavoro part-time in parte facilità un po’ le cose, così come una grande risorsa è rappresentata da quei padri che riescono ad occuparsi delle faccende domestiche laddove le loro mogli non arrivano.

È ovvio che una carriera, per quanto modesta, è necessaria per portare avanti una famiglia e far crescere i bambini. Ma bisogna ricordasi che qualche piccola rinuncia è inevitabile se si vuole arrivare ad una buona conciliazione.

Saper accettare senza alcuno stress sia tempi frenetici sia i sacrifici che l’unione tra carriera e famiglia impone rappresenta sicuramente un grande successo e una grande gratificazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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FLASH NEWS

Se è vero che esistono diverse età ideali in cui gli atleti raggiungono il top delle performance fisiche (ad esempio i calciatori intorno ai 27 anni, i maratoneti intorno ai 40 anni), secondo una nuova ricerca vi sarebbero specifiche età per raggiungere il picco ottimale anche riguardo le abilità cognitive e mentali, quali la memoria a breve termine, il vocabolario e l’elaborazione di informazioni emotive.

I ricercatori hanno utilizzato due famosi siti web (www.gameswithwords.org e www.testmybrain.org) per raccogliere informazioni riguardo le abilità cognitive di un vasto campione di persone (circa 10.000 soggetti!). Tra i test presenti sui siti vi erano test per la misurazione della memoria di lavoro visiva, test di accoppiamento simboli-numeri fino a task di riconoscimento dell’espressione emotive a partire dal volto.

Semplicemente analizzando le performances in funzione dell’età dei soggetti, è emerso per esempio che la capacità di riconoscimento emotivo a partire dalle espressioni facciali presenta le migliori prestazioni tra i 40 e i 60 anni (un plateau esteso e duraturo); l’ abilità di vocabolario avrebbe il suo picco ottimale tra i 60 e i 70 anni. Invece a favore delle giovani leve, il picco prestazionale ottimale per la memoria di lavoro visiva sarebbe in un’ età molto precisa: a 25 anni. Mentre sono i trentenni ad avere le migliori abilità di memoria di lavoro numerica.

Lo studio ha rivelato una significativa coerenza con i dati raccolti nel corso di 20 anni di ricerca, su campioni più ristretti e principalmente attraverso test carta-matita (per lo più raccolti per lo sviluppo dei famosi test di intelligenza Wechsler Scale), ad eccezione del picco rilevato per l’ abilità di vocabolario, secondo la nuova ricerca che ha raccolto i dati on-line circa 15 anni dopo rispetto ai dati degli studi Wechsler.

Analizzando più da vicino i precedenti dati raccolti da numerose ricerche, gli studiosi hanno notato che con il passare degli anni vi sarebbe un graduale spostamento del picco prestazionale delle abilità di vocabolario, probabilmente collegato all’effetto Flynn e a una maggiore esposizione culturale anche in età avanzata.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Hartshorne, J., Germine, L. (2015). When Does Cognitive Functioning Peak? The Asynchronous Rise and Fall of Different Cognitive Abilities Across the Life Span. Psychological Science DOI: 10.1177/0956797614567339.  DOWNLOAD

Oltre il dolore cronico. Vivere in modo pieno e vitale, di Joanne Dahl e Tobias Lundgren (2014) – Recensione

“Il problema non è il dolore in sè, ma come rispondiamo alla presenza del dolore nella nostra vita”. Imparare a convivere con il dolore, anzichè combatterlo per tentare di liberarsene  può fare la differenza.

Se si può affermare che il dolore di per sè sia un fatto positivo in quanto segnala una disfunzione corporea che va osservata e curata, il dolore cronico diventa difficile da gestire in quanto presenta un segnale costante che condiziona a pensare che occorra fare qualcosa per limitarlo e ridurlo. Ma quante delle terapie effettuate risultano efficaci nel lungo termine? Quante di queste finiscono per condizionare l’esistenza? Che costo ha cercare di liberarsi dal dolore? Quando l’esperienza del dolore è accompagnata da frustrazione, senso di inutilità e fallimento si trasforma in sofferenza.

Certamente ci sono aspetti del dolore che possono essere alleviati e gestiti e su questi occorre intervenire con i trattamenti specifici prescritti (farmacologici e non). Ma cosa fare per l’aspetto cronico del dolore? Perseverare nel cercare un rimedio a qualcosa che non si può risolvere, non può far altro che amplificare la frustrazione. Pertanto secondo gli autori è molto importante considerare e tenere a mente la differenza tra il “dolore pulito” che è il dolore fisico e il “dolore sporco” che è la sofferenza reattiva e conseguente al dolore organico, “i tentativi di alleviare il dolore quando ciò non è possibile” (Hayes, Strosahl e Wilson 1999).

Quasi sempre le persone affette da dolore cronico sono talmente impegnate a controllare il “dolore pulito” che tralasciano il “dolore sporco”. Se il “dolore pulito” si manifesta con i sintomi fisici, come si manifesta il “dolore sporco”? Questo agisce in tre modi portando allo sviluppo di un circolo vizioso (la “catena del dolore”) che nel lungo termine conduce ad una severa compromissione della qualità della vita:

– pensieri (rimuginio e ruminazione sull’esperienza dolorosa);

– comportamenti (condotte di evitamento guidati dalla convinzione di limitare il dolore);

– restrizione dei valori (allontanamento dalla vita desiderata rinunciando agli obiettivi personali considerati non più raggiungibili).

Partendo da questo presupposto, l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy) si configura come un approccio pragmatico centrato sull’accettazione e sull’impegno che si propone come obiettivo non tanto la riduzione del dolore, quanto piuttosto l’eliminazione della sofferenza ad esso associata. Tre sono i principi della terapia ACT: accettare, scegliere e agire.

– Accettare il dolore non significa rassegnarsi passivamente ad esso, quanto piuttosto smettere di lottare contro di esso, “scegliere attivamente di ciò che non può essere cambiato”.

– Scegliere in modo consapevole il modo in cui si vuole vivere;

– Agire mettendo in pratica i passi necessari per arrivare alla destinazione desiderata.

Il libro, essendo pensato come un selfhelp workbook, è corredato di diversi esercizi utili nelle diverse fasi della terapia e invita costantemente a provare a sperimentare seguendo il monito a non arrendersi condensato perfettamente nel “credo della serenità” dell’ACT:

[blockquote style=”1″]Concedimi di cambiare le cose che posso cambiare, la serenità di accettare le cose che non posso cambiare e la saggezza per distinguere le une dalle altre[/blockquote]

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L’articolo infondato di Rolling Stone: Negligenze ed Euristiche

L’euristica che ha ingannato i giornalisti è probabilmente l’euristica dell’ancoraggio. L’ancoraggio è lo strumento euristico in base al quale i soggetti di fronte alla risoluzione di un problema si ancorano a un informazione già nota e già utilizzata in precedenza.

In questi giorni si parla e si scrive molto di “A rape on campus” l’articolo infondato pubblicato da Rolling Stone nel 2014 su un presunto stupro avvenuto nell’ambiente delle confraternite universitarie americane. La denuncia era del tutto infondata, priva di riscontri concreti sotto ogni punto di vista. Così infondata che Rolling Stone, oltre a ritirare l’articolo, ha pubblicato un’inchiesta (LEGGI L’ARTICOLO) in cui, oltre a scusarsi, riporta tutti i mancati controlli e le negligenze alla base dell’infondatezza di “A Rape on Campus”. Il Post riporta che gli esperti della scuola di giornalismo della Columbia University hanno definito l’articolo “la storia di un fallimento giornalistico che era evitabile… Il giornale ha messo da parte o ritenuto superflue le pratiche essenziali dell’indagine giornalistica” (LEGGI ARTICOLO).

Come è potuto accadere? Il giornalismo anglo-sassone è additato come l’eccellenza del pensiero critico e del controllo delle fonti. In questo caso il controllo è stato del tutto assente. Ci si è semplicemente fidati delle parole dell’anonima “Jackie” e del suo racconto. Il problema è che anche i giornalisti americani sono umani e, da umani usano scorciatoie cognitive. Le cosiddette euristiche.

Le euristiche sono strategie di pensiero semplificate, scorciatoie logiche – o illogiche – che ci permettono di giungere a valutazioni e decisioni rapide in situazioni comuni e quotidiane, dove più spesso capita di avere a disposizione poche e inaccurate informazioni (Tversky, Kahneman, 1974, 1983). Le euristiche – come tutte le scorciatoie – sono utili, ma anche che pericolose.

L’euristica che ha ingannato i giornalisti è probabilmente l’euristica dell’ancoraggio. L’ancoraggio è lo strumento euristico in base al quale i soggetti di fronte alla risoluzione di un problema si ancorano a un informazione già nota e già utilizzata in precedenza.

Insomma, le persone tendono ad ancorarsi a una conoscenza nota e ad accomodarla sulla base di informazioni pertinenti per emettere giudizi e intraprendere decisioni. Inutile notare come anche questa euristica appaia come il contrario dello spirito critico e dell’intelligenza.

Nel caso del Rolling Stone, l’ancoraggio è stato sull’informazione che combina insieme la denuncia di uno stupro e la presenza di una vittima. Tutto questo ha generato un ancoraggio automatico che è stato sufficiente a garantire la verità del racconto.

Shefrin (2000) racconta un caso di ancoraggio nel comportamento degli analisti finanziari. Questi ultimi, quando apprendono nuove informazioni su un’azienda che contraddicono dati precedenti, tendono comunque a leggerle inizialmente come se fossero una conferma dei vecchi dati. Quindi, se le informazioni positive riguardano un’azienda che in passato ha avuto prestazione non buona, l’analista  comunque sottostima la possibilità che l’azienda possa in futuro generare utili significativi, rimanendo ancorato alla vecchia immagine negativa dell’azienda.

Lo stesso è accaduto con “Jackie”. Di fronte all’ancoraggio vittima-stupro-verità, i giornalisti non hanno ritenuto necessario fare gli opportuni controlli delle fonti. L’automatismo euristico era garanzia di verità. Purtroppo i controlli fattuali hanno disconfermato il racconto. Il tentativo di crescere la sensibilità su un problema reale, gli stupri, ha finito per danneggiare la causa.

Meglio controllare, sempre. Niente scorciatoie.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Come funziona la Psicoterapia Cognitiva?

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (12)

 

 

Attraverso tre tappe fondamentali la psicoterapia cognitiva guida la persona verso un cambiamento che permette di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un percorso di trattamento dei disturbi psicologici che vuole: ridurre la sofferenza emotiva; aiutare a vivere meglio; aiutare a raggiungere i propri scopi di vita.

Questi obiettivi possono essere raggiunti attraverso la modifica di schemi mentali e comportamenti controproducenti. La psicoterapia cognitivo-comportamentale prevede incontri settimanali di 45-60 minuti per una durata media di tre-sei mesi che si può estendere fino a dodici mesi in casi di grave sofferenza emotiva.

Il termine del percorso viene eventualmente seguito da alcune sedute di controllo. Gli obiettivi generali della psicoterapia cognitivo-comportamentale sono:

  • identificare schemi, stili di pensiero, emozioni e comportamenti che generano e mantengono il malessere emotivo.
  • imparare a riconoscerli nel momento in cui si attivano.
  • costruire nuove prospettive e nuove reazioni fatte di pensieri e comportamenti più utili.

Attraverso queste tre tappe la psicoterapia guida la persona verso un cambiamento che permetta di raggiungere obiettivi personali, migliorare la qualità delle relazioni con gli altri e ridurre la propria sofferenza emotiva. La psicoterapia cognitivo-comportamentale si avvale di tecniche basate sul colloquio clinico di tipo socratico, esercizi comportamentali (e.g. esposizioni graduali a situazioni temute, tecniche di rilassamento) e tecniche immaginative (guida verso la consapevolezza, esplorazione delle emozioni).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale sostiene che non può essere il singolo intervento settimanale del terapeuta a produrre cambiamento. Se ascoltiamo, dimentichiamo; se ci mettiamo all’opera in prima persona, impariamo.

La Psicoterapia Cognitiva-Comportamentale è:

  • Pratica e concreta: si focalizza sui problemi e sui sintomi e non sull’interpretazione dell’inconscio;
  • Centrata sul presente: l’analisi dell’infanzia può essere utile per comprendere come si sono sviluppati i problemi ma non per risolverli, la terapia cognitivo-comportamentale si occupa di come i sintomi vengono mantenuti nel presente;
  • Breve: predilige interventi brevi, la maggior parte dei quali si esaurisce in 3-6 mesi di intervento;
  • Attiva: il terapeuta fornisce strumenti pratici per superare le difficoltà e sperimentare nuove prospettive;
  • Collaborativa: il terapeuta è l’esperto della mente, il paziente è l’esperto di sé stesso, insieme possono trovare la soluzione più adatta per raggiungere benessere e realizzare i propri scopi;
  • Scientifica: la terapia cognitivo-comportamentale ha efficacia dimostrata scientificamente per molti disturbi (soprattutto ansia e depressione) e si basa sulla ricerca scientifica.

 

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Il dolore nei bambini e le strategie psicopedagogiche d’intervento

Relativamente al dolore dei bambini, spesso, gli adulti hanno dei preconcetti, primo fra tutti il pensare che esso sia difficilmente misurabile. In realtà, esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificarlo. Per lenire il dolore, sia acuto che cronico, dei piccoli, oltre alle terapie farmacologiche, esistono delle strategie psicopedagogiche che possono essere utilizzate da genitori, educatori e insegnanti.

Keywords: bambini, dolore, genitori, insegnanti, educatori, psicologia dell’educazione

 

La percezione del dolore nel bambino

La percezione del dolore nel bambino avviene precocemente. Ciò è confermato da numerose ricerche (Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci, 2013, pag. 206), che hanno dimostrato come tale consapevolezza comincia già nella vita fetale. Infatti, fra i tre e i sei mesi, il feto sviluppa la morfologia anatomica e la funzionalità neurochimica che gli consente di avvertire il dolore. Dalla nascita in poi si crea la cosiddetta memoria del dolore. Laddove questa esperienza è frequente, nel piccolo si hanno delle ripercussioni nell’ambito psicologico e relazionale.

 

I preconcetti degli adulti sul dolore infantile

Frequentemente gli adulti hanno delle idee preconcette relative al dolore infantile. A questo riguardo si possono citare le più comuni.
Molti ritengono che il piccolo esageri nel manifestare il suo dolore e che la sua capacità di percezione sia fluttuante (op. cit., pag. 206).
Sovente alcune manifestazioni, che accompagnano le sindromi algiche del bambino, sono considerate capricci dell’età (op. cit., pag. 206).
Diversi genitori disconoscono la portata negativa che il dolore esercita sulla qualità della vita del minore (op. cit., pag. 206).
Alcuni pensano che non sia possibile quantificare il dolore infantile.
Relativamente a quest’ultimo preconcetto, esso è vero in parte, in quanto esistono dei parametri e delle scale di valutazione che consentono di quantificare l’algia infantile. Anche se, non si può negarlo, esistono delle limitazioni derivanti, in primo luogo, dall’ età stessa del piccolo e, in seconda istanza, dalle componenti affettive ed emozionali che ipotecano la sintomatologia dolorosa.

I parametri per la valutazione del dolore infantile

La valutazione del dolore può basarsi sulla considerazione di alcuni parametri, che possono essere distinti in fisiologici, comportamentali, autovalutativi ed eterovalutativi.
Fra le variabili fisiologiche sono da considerare:
la frequenza cardiaca (il dolore incrementa il numero dei battiti cardiaci);
la frequenza respiratoria, che si implementa;
la pressione arteriosa, che tende ad aumentare;
la sudorazione palmare, che appare più copiosa (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili comportamentali sono da annoverare:
la postura: il dolore altera lo schema posturale fisiologico;
la mimica facciale: è nota la ripercussione che il dolore ha sul viso, accentuando le normali pieghe cutanee;
la motricità: il bambino che soffre mostra una certa goffaggine nei movimenti, che sembrano perdere quella fluidità che caratterizza la motricità infantile;
il pianto: il piccolo tende a piangere più frequentemente e per un nonnulla (op. cit., pag. 208).

Fra le variabili autovalutative sono da menzionare le narrazioni che i bambini fanno del proprio dolore, utilizzando il linguaggio verbale. Questa procedura può essere utilizzata con minori con sviluppo tipico, che hanno un’età superiore ai quattro anni (op. cit., pag. 208).
Fra i parametri eterovalutativi sono da citare le osservazioni – descrizioni prodotte dagli adulti di riferimento. Spesso tale modalità si utilizza con bambini con sviluppo atipico, che presentano disabilità cognitive o neuromotorie (op. cit., pag. 208).

 

Le scale di valutazione del dolore infantile

Per quanto riguarda la quantificazione del dolore si utilizzano tre scale di valutazione, a seconda dell’età del minore.
Per i bambini al di sotto dei tre anni, che non possiedono ancora una competenza linguistica completamente strutturata, si usa la scala FLACC, che è basata sull’osservazione degli adulti. In pratica, sono analizzati cinque parametri:
l’espressione del viso;
la posizione delle gambe;
l’attività che l’infante compie;
la presenza o assenza del pianto;
la consolabilità (op. cit., pag. 209).

Ad ognuna di queste variabili è attribuito un punteggio da zero a due, a seconda della presenza o assenza di determinate caratteristiche, in modo tale che il punteggio totale va da zero a dieci. Per esempio relativamente all’ espressione del viso, ad un viso sorridente è assegnato il punteggio zero, ad una mimica facciale corrucciata si attribuisce il punteggio uno e ad una espressione terrorizzata, caratterizzata dalle sopracciglia aggrottate, dalla rima labiale serrata e dal tremore del mento, si dà il punteggio due (op. cit., pag. 209).

Per i piccoli che hanno un’età compresa fra quattro e sette anni, ovvero che possiedono la competenza comunicazionale, si utilizza la scala di Wong – Baker FACES. Essa è composta da una serie di faccine, che vanno da nessun male, con un punteggio pari a zero, rappresentato da una faccina sorridente, al peggior male possibile, che corrisponde a dieci punti, ed è rappresentato da una faccina, che, con un’espressione corrucciata, piange.

Si invita il bambino ad indicare quale faccina esprime il male o il dolore che sente. A questo proposito, si utilizza la parola male per i bambini fino a cinque anni e il termine dolore per i più grandi (op. cit., pag. 209).
Per i minori dagli otto anni in su si usa la scala numerica, ovvero una scala di numeri che va da zero, che esprime l’assenza di dolore, a dieci, equivalente al peggior dolore possibile. Si chiede al bambino di indicare a quale numero può essere paragonato il suo dolore (op. cit., pag. 210).

 

Le strategie per il controllo del dolore infantile

Come affermato da Benini, Barbi, Gangemi, Manfredini, Messeri e Papacci (op. cit., pag. 210), il dolore dei bambini è costituito da una miscela di più fattori, che sono fisiologici, clinici, ambientali, psicologici, sociali e culturali. Questo dà origine a due strategie d’intervento, fra loro complementari, quella farmacologica e quella psicopedagogica.

 

La strategia farmacologica nel controllo del dolore infantile

Nella strategia farmacologica, di stretta competenza medica, a cui si accennerà brevemente, si utilizzano farmaci appartenenti a quattro classi:
gli analgesici, come ad esempio il paracetamolo, l’ibuprofene e il ketoprofene, che si usano prevalentemente nel dolore lieve – medio (op. cit., pag. 211);
i farmaci oppiacei, come la codeina, il tramadolo e la morfina, che sono necessari per il dolore più severo (op. cit., pag. 212);
i farmaci adiuvanti, come l’amitriptillina (un antidepressivo triciclico), il lorazepam (un ansiolitico benziodiazepinico), il desametasone (un cortisonico), che sono impiegati per alcuni tipi particolari di dolore infantile o per diminuire gli effetti collaterali degli altri farmaci adoperati (op. cit., pag. 213);
gli anestetici locali, che, sotto forma di creme, costituiscono il rimedio per piccoli dolori regionali (op. cit., pag. 214).

 

Le strategie psicopedagogiche nel controllo del dolore infantile

Ci sono alcune metodologie che possono essere utilizzate dagli adulti (genitori, educatori e insegnanti) che, a vario titolo, si occupano dei bambini. Tali strategie sono diversificate a seconda dell’età del bambino e possono essere adoperate in abbinamento alle terapie farmacologiche. Esse sono impiegate sia per lenire il dolore acuto che quello cronico.Con gli infanti di età inferiore o uguale ad un anno possono essere usate delle metodiche che hanno la finalità di distrarre il piccolo dal suo dolore. Fra esse si possono citare: i giochi con oggetti colorati; l’attività ludica con giocattoli che si muovono; i giochi con pupazzi di peluche; il gioco delle bolle di sapone (op. cit., pag. 216).

Con i bambini da uno a tre anni si possono adoperare: la narrazione di favole; lo sfogliare libri illustrati; il gioco delle bolle di sapone; i giochi con pupazzi di peluche; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

Con i bambini di età compresa fra tre e sei anni si possono impiegare: il gioco con i videogame; le tecniche d’immaginazione finalizzate al controllo del dolore; la narrazione di favole; la visione di cartoni animati; lo spiegare al bambino le cause del suo dolore; l’inventare delle storie che, sotto forma di metafore terapeutiche, possono aiutare il piccolo a controllare il dolore; l’utilizzo di esercizi respiratori che servono a regolare il respiro del bambino con la finalità di rendere più lenta la sua frequenza respiratoria (op. cit., pag. 216).

Con i bambini fino ad otto anni si possono utilizzare: gli esercizi di rilassamento; la visione di cartoni animati; il gioco con i videogame; alcune tecniche di ipnosi clinica, adatte ai bambini, come, ad esempio, l’immaginare, ad occhi chiusi, di palleggiare una palla con il palmo della mano (Gorisse, 1988, pag. 64 – 65).
Con i bambini più grandi si possono usare tutte le tecniche psicologiche che si adoperano con gli adulti per controllare il dolore (op. cit., pag. 216).

 

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Quando ricordare significa dimenticare – Psicologia

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Il semplice atto del ricordare può essere una delle ragioni che ci porta a dimenticare. Ma che significa? In altre parole il ricordo di qualcosa ci porta a dimenticare altre esperienze che sono interferenti con il processo del recupero mnestico di uno specifico elemento.

Secondo una ricerca pubblicata recentemente su Nature Neuroscience, in tal senso il dimenticare sarebbe un meccanismo adattivo della nostra mente. In particolare le immagini del funzionamento cerebrale evidenziano che tale meccanismo adattivo è legato alla soppressione del pattern di attivazioni corticali di alcune memorie interferenti: quindi ricordare non significa soltanto e semplicemente richiamare e recuperare qualcosa dalla nostra mente ma inevitabilmente comporta l’alterazione dinamica del complesso delle nostre memorie.

Secondo lo studio di neuroimaging, dunque, le memorie e i ricordi individuali attiverebbero specifici circuiti cerebrali legati a una determinata categoria di esperienze; nel prosieguo del processo di recupero mnestico accadrebbe che, mentre rimangono attivi alcuni pattern, conseguentemente se ne sopprimono (in termine tecnico si de-attivano) altri interferenti.

Durante l’esperimento di neuroimaging ai partecipanti veniva richiesto di richiamare alla memoria più volte (almeno 4) specifici ricordi rispetto ad altre memorie simili; con questa semplice procedura, in aggiunta alla tecnica di neuroimaging, è stato identificato dunque il meccanismo neurocognitivo della soppressione di memorie interferenti  e non solo della attivazione di specifici pattern corticali in corrispondenza del processo di recupero mnestico frequente e ripetitivo.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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