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Effetto Flynn: stiamo diventando sempre più intelligenti?

Oltre 30 anni fa, il professore neozelandese James R. Flynn ha rilevato che nel corso del secolo scorso, il livello di QI, stabilito in base ai punteggi riportati nei test di intelligenza come il Wechsler (WISC) o il Raven, è aumentato di generazione in generazione. Questo aumento dei punteggi di QI è stato denominato appunto Effetto Flynn.

Prove dirette dell’esistenza di questo fenomeno vengono da numerosi studi svolti in diversi paesi (inizialmente 14, ma ora le ricerche sono arrivate a coprire oltre 20 paesi,), dove uno stesso test è stato usato sulla popolazione ma in tempi differenti, generalmente dopo molti anni l’uno dall’altro, ed è stato visto che le ultime generazioni riportavano punteggi migliori nei test rispetto alle generazioni precedenti.

Dai risultati dei test è emerso che l’aumento medio del QI è stato di 3-4 punti ogni 10 anni fino ad arrivare ad 8 punti nei paesi nordici.

 Malgrado esistano molte prove a favore di Flynn, ancora non risulta chiaro quali possano essere le cause, ovvero se il merito dell’aumento del QI sia da attribuire soprattutto ad un cambiamento del sistema educativo e sociale (ambiente sociale più stimolante anche grazie alle innovazioni tecnologiche e maggior livello di scolarizzazione), oppure da fattori biologici in particolare il miglioramento dell’alimentazione e di uno stile di vita in generale più sano.

Quindi secondo le teorie di Flynn noi siamo più intelligenti dei nostri nonni ed i nostri figli saranno più intelligenti di noi…ma sarà vero?

Un gruppo di ricercatori di Copenaghen, in uno studio del 2008, hanno osservato che dalla fine degli anni ’90, l’aumento si è interrotto ed in questi ultimi i punteggi nei test che valutano il livello di QI hanno iniziato addirittura a diminuire. Il loro studio era focalizzato sulla popolazione danese, ma i risultati concordano con quelli ottenuti in uno studio precedente (2004) svolto in Norvegia, Paese con il quale la Danimarca condivide molte caratteristiche storiche, linguistiche, culturali e sociali.

L’interpretazione data a questi risultati è che l’effetto Flynn potrebbe essere giunto alla fine nei paesi altamente sviluppati (come Danimarca e Norvegia) ma può essere ancora riscontrabile nei paesi ancora in via di sviluppo.

Tuttavia, gli autori di questo studio sostengono che in futuro le differenze generazionali nei punteggi dei test sono destinate a diminuire.

 

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Gli ingredienti del tradimento – Tracce del tradimento Nr. 05 –

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO 05

Il dolore del tradimento inflitto al partner, la colpa, lo strazio per il distacco di chi si ama da noi. Spesso ci appaiono vite “come se”, come se ci fossero sentimenti e rapporti, ma senza le implicazioni emotive e dolenti che ogni atto esistenziale implica. Insomma una vita di benefici sognati e di costi evitati.

Quali sono gli ingredienti di queste storie di tradimento?

Innanzitutto la tendenza a inferire da tracce labili un tradimento certo, e l’atto inferenziale appare come una certezza marmorea e indiscutibile. Poi la nascita dell’odio improvvisa dopo la mitizzazione del sentimento amoroso, l’odio verso l’altro accusato di rompere un progetto esistenziale. E da quell’odio si deduce l’omicidio: se non stai con me allora con nessun altro. Una sorta di tragedia grandiosa appare agli occhi di persone dalla vita spesso affatto epica. E l’atto violento è l’unico atto grandioso di una vita intera, una sorta di tragico riscatto.

Un secondo ingrediente è la caduta delle spinte ideologiche e spirituali alla  monogamia. Cresce il desiderio di tutto potere e avere in una società che spinge al soddisfacimento del massimo dei desideri possibili e al disprezzo per le regole morali autoimposte. È la società del mercato e dell’ immagine che ci dice “no limits” dove il limite invece che il risultato di una scelta pacata appare come una banalità, un noioso accomodarsi alla normalità, una riduzione di senso. Questo è interessante perché è come se nella modernità avanzata si recuperassero aspetti di comportamento promiscuo sepolti nelle radici genetiche del nostro essere mammiferi predatori.

La spinta al consumo si sposta dagli oggetti (le borse, le scarpe) alle relazioni. È  difficile non farsi coinvolgere da questa corsa generale e veloce al massimo del soddisfacimento in tutti i campi.  Anche la spinta al consumo sessuale si è fatta grande, ovunque occhieggiano da manifesti, giornali, televisioni e internet, donne e uomini giovani, disponibili e molto belli che ci guardano e ci chiedono “e perché no?”

Questa ideologia della libertà costituisce al contempo l’intelligenza dell’occidente, la sua incredibile spinta al cambiamento -come scrive Landes (2000)- ma anche la sua nemesi dolorosa.  La motivazione che abbiamo avuto verso la scoperta, l’esplorazione del nuovo, la curiosità per la sperimentazione di soluzioni scientifiche e tecniche sempre nuove, hanno implicato molte vittorie ma portato alcuni mutamenti non facili da affrontare per la larga parte della popolazione. L’interesse per tutto ciò che è nuovo è anche al centro di una crisi dei rapporti e della necessità di una riflessione  che chiede nuove soluzioni.

Nei rapporti, che è l’area che stiamo mettendo a fuoco, il tradimento e il gioco sembrano poter sostituire la consapevolezza del dolore e del limite che è in ogni atto umano. Spesso i nostri pazienti quando arrivano da noi sembrano raccontare storie di assoluta impreparazione ad affrontare le normali conseguenze degli atti della vita.

Il dolore del tradimento inflitto al partner, la colpa, lo strazio per il distacco di chi si ama da noi. Spesso ci appaiono vite “come se”, come se ci fossero sentimenti e rapporti, ma senza le implicazioni emotive e dolenti che ogni atto esistenziale implica. Insomma una vita di benefici sognati e di costi evitati.

Anche il cinema ci mostra in modo interessante questa esclusione della sofferenza implicata nella maggiore libertà che abbiamo. Pensiamo ad Almodovar, il grande regista racconta un suo mondo ideale di donne e uomini forti e allegri in cui la promiscuità assoluta, i gusti sessuali e le tragedie della vita possono essere affrontate tutte insieme, con una leggerezza e un vitalismo che esclude il racconto della sofferenza. O il nostro Ozpetec quando dopo le peggiori tragedie, dopo lutti, cambiamenti di gusto sessuale e identitario riunisce alla fine i personaggi a volersi bene intorno a un tavolo.

Non tutti nella vita riescono ad essere Penelope Cruz e Carmen Maura o la nostra Greta Scacchi, e il fatto che anche questa allegria sia possibile non vuol dire che sia un paradigma esportabile o auspicable per tutti e in tutte le situazioni.  Proprio questo limite costituisce secondo noi la genialità di Almodovar, un visionario che come tutti i grandi anticipa e coglie  il sentimento profondo del proprio tempo.  Ma quando poi l’illusione finisce è difficile cominciare ad imparare l’alfabeto emotivo e sentimentale necessario a vivere la vita. La leggerezza della società occidentale ci salva e ci danna e forse sarebbe anche ora di affrontare con serietà la costruzione di un’etica laica del sentimento e della responsabilità che ci permetta di affrontare in modo maturo e “all’occidentale” la vita.

L’accettazione del limite della sofferenza, o la fuga da queste appaiono come una delle forbici e dei dilemmi esistenziali maggiormente presenti nei nostri pazienti.

 

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Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: Dioniso e Cristo

TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.4

Mentre Girard sembra aspirare a una purificazione completa dell’umanità dalla violenza, Fornari sembra invece additare un aspetto luminoso in questi conflitti rivalitari.

Nel mito di Dioniso tutti questi elementi convergono con chiarezza. Questo lo racconta bene soprattutto Fornari nel suo libro “Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà occidentale”, libro splendido la cui lettura raccomando.

Dioniso è, infatti, all’origine anche lui un semplice uomo capitato in una situazione di emarginazione e sospetto, uno straniero linciato, sacrificato e poi divinizzato. La cosa potrà sembrare strana a chi di Dioniso ha l’immagine di un dio simpatico e ubriacone. Ma c’è molto di più. Nella sua prima incarnazione, Dionisio Zagreo è ucciso e mangiato da un gruppo di persecutori che poi diventano adoratori, per la precisione un gruppo di marinai. In versioni successive e meno cruente del mito, Dioniso si salva, soccorso dai delfini. Ma non basta.

In tutte le varianti del mito di Dioniso il tema del sangue e del linciaggio è presente. Dioniso rischia la morte fin dall’inizio, quando sua madre Semele, indotta da Era gelosa a spiare il suo amante Zeus mentre lancia i fulmini, muore tra le fiamme come accade a qualunque mortale che osi guardare il padre degli dei mentre è intento a scatenare la tempesta. Il bimbo viene salvato da Zeus in persona che lo sottrae alle fiamme che divorano la madre e se lo inserisce nella coscia, in una sorta di gravidanza succedanea e divina che è anche una morte e resurrezione. Ma non è la sola volta che Dioniso rischia la vita da bambino.

In un altro mito Dioniso bambino è attirato dai Titani, la razza rivale degli dei olimpici, che lo vogliono linciare. Ed è attirato come si attirano i bambini, ovvero con dei giocattoli. E qui si gela il sangue, perché secondo Fornari una delle forme più antiche e terribili di sacrificio umano era il sacrificio di un bambino, attirato con dei giocattoli al centro del cerchio sacro dei linciatori. Ancora più terribile pensare che questo sacrificio era fatto per evitare il linciaggio di un re, di un adulto con un ruolo di potere. Su un bambino era stornata la violenza che rischiava di colpire un adulto. 

A questo punto diventa chiaro che anche le religioni ebraica e cristiana sono a loro volta forme di gestione di questa violenza di gruppo. Anche in questo caso Girard e Fornari vedono un passo avanti, addirittura una svolta decisiva. Secondo Girard il sacrificio nelle religioni pagane era stato sempre un passo avanti insufficiente perché il meccanismo linciatorio era rimasto nascosto dietro la divinizzazione dell’eroe sacrificato. Ad esempio, la memoria del linciaggio di Romolo rimane nascosta dietro la sua promozione a dio sotto il nome di Quirino. La sua morte cruenta è trattata in versioni apocrife del suo mito, tramandata in tradizioni minori.

Nella passione cristiana, invece, la morte cruenta come mezzo di riconciliazione è evidente, almeno secondo Girard. In tal modo il meccanismo espiatorio diventa consapevole ed è possibile superarlo, o almeno compiere un passo avanti nel suo superamento. Vero è che il superamento rimane parziale, e la violenza non è certo bandita da quel momento dalla storia umana, come purtroppo ben sappiamo. Inoltre nella passione cristiana si crea involontariamente un nuovo capro il cui linciaggio non è rappresentato e riconosciuto. Si tratta dello stesso popolo ebraico, che prende su di sé tutta la colpa della morte del Cristo, impedendo così che si completi il meccanismo del riconoscimento universale di tutti nella folla linciante, bollata invece come solo ebraica e non come universalmente umana.

Tuttavia, per Girard in quel momento comunque si insemina nell’umanità il senso dell’impossibilità di risolvere sempre la violenza facendola convergere su un unico colpevole che vien poi divinizzato. Una sorta di sacra rappresentazione in cui tutti possano riconoscere il proprio desiderio violento da scaricare su un innocente.

Girard, lungi dallo scaricare sugli ebrei questa tendenza, sostiene al contrario che il giudaismo aveva preceduto il cristianesimo in questa capacità di rappresentare senza infingimenti e veli la propensione umana alla violenza, fin dai racconti di Caino e Abele.
Tuttavia, la svolta cristiana ha il suo prezzo, la crescente espulsione dell’ aggressività dalla vita sociale, man mano che si realizza nei secoli, crea nuove difficoltà. La violenza espulsa tenta di rientrare attraverso esplosioni improvvise che di nuovo si travestono in qualcosa d’altro.

In Nietzsche si radunano i prodromi del ritorno della violenza repressa, l’evocazione del ritorno dell’orgia dionisiaca troppo repressa nelle controllate maniere borghesi. È proprio il superamento borghese della violenza che va in crisi, scrive Girard, un superamento che assume le forme dello sviluppo economico e dell’impegno di sé nel lavoro e nell’ affermazione di sé. In questa maniera, secondo Girard non vi è vero superamento dell’agonismo rivalitario, ma solo un suo travestimento in un agonismo ritualizzato nella competizione per il benessere materiale, l’affermazione di sé nel successo economico e sociale. Alla lunga il ritorno della violenza appare inevitabile, e dopo l’evocazione intellettuale di Nietzsche segue l’esplosione totalitaria della prima metà del novecento, condotta da Hitler e Stalin.

Su questo punto la posizione di Fornari diverge da quella di Girard. Mentre Girard sembra aspirare a una purificazione completa dell’umanità dalla violenza, Fornari sembra invece additare un aspetto luminoso in questi conflitti rivalitari. Non è solo agonismo, competizione e odio, scrive Fornari (2006). Si tratta anche di emulazione e ammirazione, non necessariamente degradata a invidia. In questo modo l’uomo sublima e supera davvero le sue tendenze conflittuali, senza negarle alla radice come sembra desiderare Girard.

La storia arriva fino ai giorni nostri, con una sua impasse tragica. La crisi militarista e totalitaria della prima metà del novecento è superata. Il cristianesimo, sfociato nella laicità liberale e illuministica, sembra in grado di lasciare il suo dono anti-violento. Al tempo stesso, però, il rischio di perdere la vitalità connessa con la radice rivalitaria e agonistica sembra a tratti ancora presente. L’interpretazione moderna di Nietzsche lo ha depurato delle sue passioni più feroci, della sua ossessione per la potenza e il dominio, il rango dei dominatori e la sopraffazione dei deboli, anzi dei “malriusciti”, come rudemente amava definirli Nietzsche. Nietzsche è interpretato oggi come un hippie abbastanza innocuo, che predica una liberazione anodina e inoffensiva. L’orgia dionisiaca è diventata un concerto rock in cui nessuno viene linciato, e la musica sostituisce il sangue, fortunatamente. Speriamo che il compromesso funzioni e duri, almeno per qualche tempo ancora.

 

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Woody Allen, Io e Annie (1977) & il percorso psicoanalitico

 

Allen proietta il suo inconscio, crea protagonisti che hanno le caratteristiche delle sue fobie, delle sue nevrosi, delle sue paure. Ci chiarifica il quadro psicologico del personaggio, ci descrive perfettamente le sue debolezze e facendo così sembra già che in qualche modo se ne sia disfatto se non per il solo fatto di averlo mostrato.

Woody Allen, il nuovo “Charlot”, della seconda metà del ventesimo secolo, che carica, descrive e deride la sua contemporaneità con una chiave tutta nuova. Omino goffo, balbuziente, nevrotico, depresso, angosciato dirige e scrive film con l’idea di non arrendersi al semplice intrattenimento. Film intelligenti, che fanno riflettere, con dialoghi pieni di verve, opere d’arte, insomma, ma che arrivano a tutti. 

In analisi dal 1959, i suoi film hanno la peculiare caratteristica di toccare diverse delle tematiche Freudiane (sesso, indipendanza affettiva, madre) ma quando nel 1977 esce “Io e Annie” (Annie Hall) che si aggiudica 4 Premi Oscar nel 1978: miglior film, miglior regista, migliore sceneggiatura originale e migliore attrice protagonista, Allen realizza un vero e proprio percorso psicoanalitico.

Allen proietta il suo inconscio, crea protagonisti che hanno le carattersitiche delle sue fobie, delle sue nevrosi, delle sue paure. Ci chiarifica il quadro psicologico del personaggio, ci descrive perfettamente le sue debolezze e facendo così sembra già che in qualche modo se ne sia disfatto se non per il solo fatto di averlo mostrato. Guarda se stesso, guarda il mondo, cerca di analizzare l’origine dei mali, l’evoluzione della società, nevrosi proprie solo di questo secolo e solo di una parte, quella più industrializzata, quella evoluta, del mondo. Rompendo la quarta parete ci fa sentire parte del suo punto di vista, ci coinvolge, sembra quasi voler condividere e chi più chi meno pensa “ Ehy si, è proprio cosi,” sono io, siamo noi, e Allen partendo da se stesso e passando attraverso la sua “macchietta” ci colpisce in pieno, con toni sarcastici dice ciò che pensa e seppur facendoci sorridere ci lascia l’amaro dello schiacciante peso della realtà insensata, analizza il mondo e si autoanalizza, fuori dalla sfera della coscienza indaga il suo inconscio, ci prova costantemente partendo da “io e Annie” fino ai giorni d’oggi.

Alvy (Allen) con sguardo alla macchina inizia un monologo:

[blockquote style=”1″]“C’è una vecchia storiella: due vecchiette sono ricoverate nel solito pensionato per anziani e una di loro dice: “Ragazza mia, il mangiare qui dentro fa veramente pena” e l’altra “Sì, è uno schifo; ma poi che porzioni piccole!”. Beh, essenzialmente è così che io guardo alla vita: piena di solitudine, di miseria, di sofferenza, di infelicità e disgraziatamente dura troppo poco. E c’è un’altra battuta che è importante per me: è quella che di solito viene attribuita a Groucho Marx, ma credo dovuta in origine al genio di Freud e che è in relazione con l’inconscio; ecco, dice così, parafrasando: “Io non vorrei mai appartenere a nessun club che contasse tra i suoi membri uno come me”. E’ la battuta chiave della mia vita di adulto in relazione alle mie relazioni con le donne. Sapete… ultimamente i pensieri più strani attraversano la mia mente, perché sono sui 40 e penso di attraversare una crisi o che so, chi lo sa. Io… io… non mi preoccupa invecchiare, non sono di quei tipi, sapete… Lo so: quassù mi si apre una piazzetta, ma peggio di questo, per ora, non mi è successo. Io, anzi, credo che migliorerò invecchiando. Ecco, sapete, credo che sarò il tipo virilmente calvo, sapete, come dire: l’esatto contrario dell’argentato distinto, per esempio, ecco. E se no nessuno dei due. Divento uno di quelli che si perdono i filini di bava dalla bocca, vagano per i mercatini con la borsa della spesa sbraitando contro il socialismo. Annie e io abbiamo rotto e io ancora non riesco a farmene una ragione. Io… io continuo a studiare i cocci del nostro rapporto nella mia mente e a esaminare la mia vita cercando di capire da dove è partita la crepa. Ecco… un anno fa eravamo innamorati, sapete, io so… E’ strano, non sono il tipo tetro, non sono il tipo deprimente. Io… io… io… sono stato un bimbo ragionevolmente felice, credo. Sono cresciuto a Brooklyn, durante la seconda guerra mondiale.” si presenta cosi.[/blockquote]

MONOLOGO INIZIALE:

Il protagonista del film che lasciatosi con Annie (Keaton) da un anno, racconta l’evoluzione del loro rapporto, la felicità, il deterioramento e la fine. Analizza quali delle sue problematiche psicologiche, nate nell’infanzia (nevrosi, depressione…) possa aver influito di più su questa bella storia e con un impeccabile capacità dell’utilizzo del mezzo, tra split-screen, piani sequenza e flashback parte come in un percorso psicanalitico l’analisi del suo personaggio, ricorda la scuola e cerca di giustificare con il suo “io” adulto il suo precoce pensiero alle donne chiarendo di non aver evidentemente avuto un periodo di “latenza” come anche il vecchio Freud suggerisce nella descrizione delle fasi dello sviluppo psicosessuale. Ha una depressione legata “a qualcosa che ha letto” come chiarifica la madre allo psicanalista che vede il bambino immotivato per via del fatto che “l’universo si sta dilatando” suggerendogli che essendo una cosa che accadrà fra milioni di anni, ora “bisogna godersela” ma il personaggio va dritto verso un percorso che man mano porta alla totale perdita di capacità di piacere, come il titolo pensato in un primo momento, “anedonia” avrebbe definito.

Con l’incontro con Annie la storia prende un tono classico narrativo, quando i due si lasciano si interrompe la linearità narrativa e si torna sull’autoriflessivo, il tutto condito da una linguistica che descrive perfettamente la società contemporanea, che nasce a metà secolo e appartiene al luogo comune oggi. Il classico viene abbandonato, la visione dell’ uomo e della donna non sono più legati a stereotipi.

L’errore di Alvy è stato quello di iniziarla alla cultura, più l’emancipazione di Annie aumentava più il loro amore diminuiva. Per Allen più si è provvisti di una solida personalità e cultura più le relazioni amorose sono a rischio, si è più soggetti a nevrosi e insoddisfazione continua.
La costante ricerca di successo e autorealizzazione a discapito di una relazione felice? Per chi si trova in questa morsa, quando ad un certo punto si hanno bisogno di nuovi stimoli e l’euforia iniziale scema drasticamente, una relazione monotona e standardizzata è realmente ciò di cui si ha bisogno? E’ davvero questo che non ci rende felici? Bisognerebbe solo aggiustare un po’ il tiro ma è sempre più facile a dirsi che a farsi. In una scena in cui s’interroga sull’amore, non si capacita di come questo possa essere finito, una signora gli suggerisce bruscamente che “l’amore svanisce” comincia così a fare domande in questione sull’argomento, poi vede una coppia apparentemente felice:

[blockquote style=”1″]Alvy: Ecco, voi voi, sembrate una coppia molto felice, e lo siete?

Coppia di passaggio: Si! Alvy: E questo a cosa lo attribuite?

Ragazza della coppia: Oh io sono superficiale e vuota e non ho mai un’idea e… non ho niente di interessante da dire.

Ragazzo della coppia: Io lo stesso.

Alvy: Ah, ho capito avete unito le vostre intelligenze così da due almeno uno…[/blockquote]

L’AMORE SVANISCE:

Solo così si può essere felici? Ed è realmente vera questa felicità? Nella scena finale si vede Alvy osservare due attori recitare in commedia la sua storia con Annie ma gli attribuisce un finale alternativo dove Annie rimane con lui. Chiarifica il suo pensiero guardando in camera e dicendo

[blockquote style=”1″]”che volete era la mia prima commedia e sapete come si cerchi di arrivare alla perfezione almeno nell’arte perché è talmente difficile nella vita” [/blockquote]

chiudendo con un ottimo risultato la sua prima vera seduta.

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Violenza sessuale: i familiari di autori di reati sessuali sono anch’essi più inclini a commettere reati simili

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I parenti stretti di uomini autori di violenze sessuali sarebbero a loro volta maggiormente inclini a commettere reati simili, rispetto alla popolazione generale.

E’ quanto dimostra una ricerca effettuata da studiosi dello Sweden’s Karolinska Institutet, in collaborazione con l’Oxford University.

[blockquote style=”1″]”Ci sembra importante sottolineare che questo non implica che figli o fratelli di coloro che commettono crimini sessuali seguano inevitabilmente la stessa strada”[/blockquote] afferma Niklas Langstrom, autore principale dello studio nonché docente di Epidemiologia Psichiatrica presso il Karolinska Institutet.

Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Epidemiology, include tutti i 21.566 uomini che hanno commesso reati sessuali in Svezia nel periodo compreso tra 1973 e il 2009. I dati sono stati raccolti in forma anonima dai registri legali di tutta la Svezia. I ricercatori hanno analizzato il numero di crimini sessuali perpetrati da padri e fratelli di uomini che in passato avevano commesso questi stessi reati, confrontandoli con quelli provenienti da una popolazione generale avente simili età e relazioni familiari.

I risultati mostrano che all’incirca il 2,5 percento dei figli o fratelli di autori di crimini sessuali tende a perpetrarne a propria volta, contro lo 0,5 percento delle figure maschili provenienti dalla popolazione generale. In questo studio è stata anche analizzata statisticamente l’influenza di fattori genetici e ambientali coinvolti nel rischio di commettere reati sessuali.

[blockquote style=”1″]“Abbiamo trovato che in questo processo sono coinvolti fattori genetici (42 percento) e fattori ambientali (58 percento). Tali fattori includono instabilità emotiva, aggressività, attitudine al crimine, preferenze sessuali devianti e ossessioni in merito al sesso”[/blockquote] afferma Langstrom.
Ad incrementare il rischio familiare sono dunque fattori generici ed ambientali. In quest’ottica, trattamenti preventivi per le famiglie a rischio potrebbero forse ridurre il numero delle vittime future.

Le denunce di violenza sessuale raccolte in Svezia sono molto simili a quelle riportate in altri paesi dell’Europa, in Canada e negli USA. Confronti con denunce effettuate in altri paesi dovrebbero essere fatti con cautela, a causa delle differenze nelle definizioni legali, nei metodi di registrazione, nelle diversità culturali riguardanti la sicurezza personale.

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Uno psichiatra punk rock: Intervista a Benedetto Valdesalici

Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

Qualche tempo fa ho letto il bel libro di Michele Rossi “Quel che deve accadere, accade. Storia di Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni” (2014), che racconta le vicende di questi due grandi artisti emiliani, fondatori del gruppo punk-rock CCCP (poi divenuto CSI), che ebbe notevole successo tra gli anni Ottanta e Novanta. Nel libro si accenna più volte a uno psichiatra reggiano, il dottor Benedetto Valdesalici, attualmente in pensione dopo aver diretto il SERT per tanti anni, che in certi periodi è stato collaboratore, testimone e ispiratore del gruppo.

Il cantante Giovanni Lindo Ferretti, prima di dedicarsi completamente alla musica ha lavorato come educatore psichiatrico e questa esperienza emerge in modo prepotente in diversi testi della band, come Curami (“Curami, curami, curami…Prendimi in cura da te, prendimi in cura da te”) o Valium Tavor Serenase (“il Valium mi rilassa, il Serenase mi stende, il Tavor mi riprende”). Abbiamo rintracciato il dottor Valdesalici per farci raccontare di quell’esperienza e del suo rapporto con altre realtà musicali della zona (come gli Ustmamò).

Gaspere Palmieri (GP): Nelle biografie dei CCCP, si parla anche di te e dei tuoi rapporti con il gruppo, soprattutto all’inizio della loro carriera. Ci racconti qualcosa di quel periodo e di quel rapporto?

Benedetto Valdesalici (BV): Allora ero un giovane medico dedicato a quella psichiatria umanistica di cui avevo intravisto rari lampi nel mio cammino di studente, paziente, specializzando. Che i CCCP abbisognassero di una funzione enzimatico-maieutica nella forma poetico sciamanico psichiatrica lo possiamo arguire con la distanza degli anni: allora ero solo una necessità risolta in corso, nient’altro.

Ricordo le irritazioni e le cupaggini conseguenti agli scontri caratteriali tra Giovanni Ferretti, Massimo Zamboni e Umberto Negri. Dopo una lite feroce scoppiata in non so più quale concerto vennero a casa mia a chiedermi confronto, conforto e consulto. Preparai tre sacchettini, che a loro insaputa contenevano una zampetta di coniglio e prescrissi li portassero al collo il più a lungo possibile. Risolvere la lite in atto psicomagico per dirla con Jodorowsky. Di fatto portarono il sacchettino giorno dopo giorno accorgendosi che cresceva una gran puzza sotto il loro naso. Quando divenne insopportabile se ne liberarono. La mia fu, sostanzialmente, una funzione ostetrica, un sostegno alla nascita, come fu più tardi per gli Ustmamò. Oggi posso affermare che i CCCP necessitavano, sullo sfondo, di una funzione di contatto-controllo ed io sentivo allora una forte necessità di testimonianza, di fare memoria, di filmare.

GP: In diversi brani dei CCCP c’è più di un accenno al disagio individuale e sociale e in tanti testi emerge il vissuto di ex operatore psichiatrico del cantante Giovanni Lindo Ferretti. Possiamo dire che i CCCP fosse una band un po’ “psichiatrica”?

BV: Nel 2014 ho contribuito con alcuni reperti alla mostra che Annarella Giudici (“la benemerita soubrette” n.d.r.) ha allestito sui CCCP.  Il primo reperto che ho trovato è un video di 45 minuti con libretto, cartolina e invito ad uno spettacolo al teatro Orologio a Reggio Emilia il 21 aprile 1987: Chi fruga frega, adagio schizofrenico. Un’operina teatrale dedicata alle mie vicende psichiatriche in prosa polifonica alla Amy Lowell. La prima parte del video consiste di una lettura pedissequa ed emozionata arredata da suoni e voci fuori campo. La seconda è la distruzione del testo da parte di Ferretti e della sua corte dei miracoli. Una specie di rituale sciamanico psicomagico. Così torna alla mente la Sezione Lombroso, un ramo sostanzialmente sconosciuto dei CCCP delle origini che pur produsse comunicati, volantini, pezzi di fanzine, cartoline, gadget (che comprendevano immagini di David Cooper, Ronald Laing, Bruno Bettelheim) e firmò la video perizia per RAI2 di Ortodossia, un vinile rosso slavo con libretto di proclami, prodotto dalla Attack Punk Record di Giorgetti, oggi Helena Velena. Ma come sezione Lombroso dovevo anche occuparmi della manutenzione del tasso di salute mentale in corso, che con l’arrivo nel gruppo di Danilo Fatur e di Antonella Giudici subì una brusca flessione. Uno spogliarellista blasfemo e una mannequin ultraspeed: la danza dello zolfo e del sale dentro l’athanor del palcoscenico. Eppure tutto resse. Fino a Tienanmen e al crollo del muro di Berlino, ma questa è un’altra storia.

GP: Ci racconti delle altre tue esperienze di collaborazione con artisti della tua zona come gli Ustmamò o Mara Radighieri?

BV: Gli Ust sono nati in camera mia, dopo il mio ritorno a casa da Bologna. Conoscevo Ezio e Luca fin da bambini e l’arrivo prima di Silvia, poi di Mara come cantante lo ricordo bene. C’erano all’origine conflitti di leadership che si sono amalgamati al resto e credo siano stati mortali (come per i CCCP). Mara è una cara amica, un famiglio, una compagna di cammino. Che dire collaboro? No con lei vivo e se da cosa nasce cosa, e se son rose fioriranno, diventano ritornelli che rallegrano la giornata. Mi fa anche incazzare, ma se non vi fanno incazzare coloro che amate cosa ci stanno a fare? Ma questa è altra storia.

GP: La zona dell’appennino reggiano è molto feconda dal punto di vista musicale. C’ é qualche motivo culturale particolare alla base di ciò?

BV: C’è l’amore per la musica e il canto dei montanari, non solo reggiani. Penso ai Maggi, alle befanate, ai canti di lavoro e di emigrazione; penso ai Cori e al piacere dell’ascolto; penso ai Liguri montani primigeni che dal loro piacere per il canto presero nome (ligues in greco “dal bel canto”).

GP: Ti sei mai interessato di musicoterapia?

BV: Ho collaborato con l’Indaco per molti anni e l’opportunità espressiva della musica è insuperabile come impagabile è la lezione di ascolto che la musica offre. Credo sia un ottimo nootropo, un buon eupeptico, un serio miorilassante anche se può ferire.

GP: Pensi che la musica possa dare qualche contributo alla psichiatria?

BV: Senza la musica Mozart sarebbe stato in manicomio e molti altri dopo di lui, senza la musica Marsia avrebbe ancora la pelle, senza la musica non esisterebbe neanche la poesia che è l’ultima ragione che ci resta. La musica dà già molto alla vita perché la Psichiatria vuole dei contributi?

GP: Esiste secondo te un rapporto tra musica rock e psicopatologia?

BV: No, sebbene molti idoli rock siano stati severamente disturbati, spesso sotto abuso di alcool e sostanze pur cantando in liriche insuperate i drammi interi di una generazione. Il passaggio acustico/elettrico, la Fender forse qualcuno l’ha vissuta come il diavolo, i dischi ascoltati alla rovescia dei satanisti, ma dare una chitarra in mano a uno psicopatico potrebbe esprimerlo, sfogarlo, forse potrebbe perfino curarlo meglio di un neurolettico di VI generazione. Nessuna musica può essere accostata eziologicamente alla psicopatologia. La musica deve stare fuori dal DSM anche se il violino è lo strumento del diavolo “il trillo mi fu dettato letteralmente dal demonio” racconta Tartini. Ma voi credete al diavolo?

CCP e Benedetto Valdesalici

 

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Effetto Placebo: un viaggio tra mente e corpo. Intervista a Fabrizio Benedetti

Gli psicoterapeuti devono prendere coscienza che, così come avviene in farmacoterapia, anche in psicoterapia c’è un effetto placebo. Quindi, non tutte le psicoterapie sono realmente efficaci. Alcune agiscono solo mediante un effetto placebo.

Chi lavora in ambito psichiatrico e psicoterapico non può non tenere in considerazione come le aspettative del paziente rispetto ai trattamenti abbiano un ruolo importante, che spesso condiziona l’esito della cura. Questo fenomeno è alla base del cosiddetto effetto placebo, che ha recentemente attirato l’interesse dei ricercatori in quanto esempio di affascinate e complessa interazione tra mente e corpo, in cui gli eventi mentali sono in grado di influenzare aspetti biologici e organici.

Recentemente mi è capitato di leggere il bel libro di Fabrizio Benedetti, “L’effetto placebo, breve viaggio tra mente e corpo” (Carocci, 2012), che tratta questo argomento in modo scientificamente rigoroso, seppure con un taglio divulgativo. L’autore, professore ordinario di neurofisiologia e fisiologia umana all’Università di Torino ed esperto di effetto placebo a livello internazionale, ha accettato di rispondere ad alcune domande per State of Mind. 

Gaspare Palmieri (GP): Nei trial clinici degli antidepressivi emerge come la risposta al placebo possa arrivare fino al 40%. In che modo uno psichiatra dovrebbe tenere in considerazione questo dato nella propria pratica clinica?

Fabrizio Benedetti (FB): In una classica meta-analisi del 1998 di Kirsch e Sapirstein, la risposta placebo è stata stimata del 75%. In effetti, di questo 75%, il 25% è remissione spontanea, mentre il 50% è un effetto psicologico (la risposta placebo vera!). Quindi, sembra che solo il 25% sia un effetto farmacodinamico. Le implicazioni sono che verosimilmente la psicoterapia è più efficace rispetto alla farmacoterapia.

GP: Sembra che nella risposta a certi farmaci le aspettative di guarigione giochino un ruolo fondamentale. C’è un modo per indagarle anche in modo strutturato con interviste e test affidabili? Avrebbe senso usarle rutinariamente anche per calibrare meglio le prescrizioni?

FB: Le aspettative vengono oggi valutate sempre più nei trial clinici moderni, ma nella pratica medica sembra un po’ più complicato.

GP: Nel libro dedica un capitolo all’effetto placebo in psicoterapia. Che ripercussioni può avere questo fattore nella pratica psicoterapeutica?

FB: Le ripercussioni sono che gli psicoterapeuti devono prendere coscienza che, così come avviene in farmacoterapia, anche in psicoterapia c’è un effetto placebo. Quindi, non tutte le psicoterapie sono realmente efficaci. Alcune agiscono solo mediante un effetto placebo.

GP: Può tracciare, alla luce dei suoi studi, una sorta di profilo di paziente su cui l’effetto placebo dovrebbe funzionare maggiormente? Esistono test psicometrici utili in questo senso?

FB: Ci sono almeno due meccanismi. Primo, l’apprendimento gioca un ruolo fondamentale: chi ha ricevuto in passato trattamenti efficaci, in genere diventa un buon placebo responder. Secondo, alcuni genotipi rispondono meglio di altri, e ciò tutto sommato non sorprende, visto che molti neurotrasmettitori sono coinvolti nella risposta placebo. Quindi, una variante genetica di un neurotrasmettitore è ovvio che influisca anche sulla risposta placebo.

GP: Per via delle ovvie complicazioni etiche, pare che siamo ancora molto lontani dall’uso del placebo come terapia, tranne forse in certi casi anedottici. D’altra parte l’informare il paziente che si tratta di un placebo farebbe perdere buona parte dell’effetto sulle aspettative. Sembra un dilemma di non facile risoluzione…

FB: L’uso del placebo nelle corsie ospedaliere e negli ambulatori medici è molto comune in tutto il mondo e nella maggior parte dei casi non viene detto al paziente che si tratta di un placebo. Recentemente, alcuni studi hanno dimostrato che anche nel caso in cui si dica al paziente che si tratta di un placebo, un piccolo effetto rimane. E’ la componente inconscia della risposta placebo.

GP: Nel suo libro analizza anche il fenomeno placebo nella vita di tutti i giorni, dove la realtà viene vissuta a seconda del significato che noi le attribuiamo. Ricorda un approccio molto in linea con le teorie psicologiche del costruttivismo, cosa ne pensa?

FB: Certamente sì. Siamo noi ad interpretare il mondo che ci circonda, e la realtà vera spesso non è come quella che noi percepiamo.

 

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Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: il superamento del sacrificio umano (Pt. 3)

TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.3

Col tempo la violenza si stempera. Dapprima si cercano dei sostituti. I sacrifici umani rituali di prigionieri di guerra sono dei sostituti del linciaggio rituale del re, che a sua volta aveva sostituito il linciaggio spontaneo. Si dirà che come passo avanti non sia granché, sempre sangue è. Vero, ma tuttavia è un passo avanti.

Naturalmente si capisce subito che con il sacrificio umano siamo passati nel campo della religione. La religione quindi è uno strumento di controllo della violenza. Comprendo che, anche in questo caso, si dirà che un sacrificio umano basato su una credenza religiosa non è un granché come passo avanti. Eppure lo è, rispetto allo scoppio di violenza incontrollata che metteva in crisi la vita dell’intera tribù. Ricordiamo che questi scoppi erano violentissimi, e si possono paragonare agli scontri moderni tra gang delinquenziali e bande mafiose: sangue che richiama sangue senza alcun contenimento.

Relativamente a questo scenario, il sacrificio umano fu un terribile e paradossale passo avanti. Si comprende anche il ruolo delle religioni che poi, col tempo trasformarono a loro volta il sacrificio umano in cerimonie simboliche sempre meno cruente. Così si passa dai sacrifici umani a quelli animali, e poi alle offerte agricole e infine ai riti puramente cerimoniali, che preludono a una visione sempre più laica e razionalista della violenza.

Le notizie che abbiamo sulla modalità della fine dei sacrifici umani nelle varie civiltà sono varie. Il caso di Teseo e del Minotauro a Creta è probabilmente il racconto mitologico di un tributo di sangue che Atene pagava ogni anno ai cretesi e di come un capo politico eroicizzato, forse davvero di nome Teseo o forse no, pose fine a tutto questo. I racconti di Perseo e di Edipo che accidentalmente e non volontariamente uccidono i loro progenitori sul trono per poi essere banditi sono altri racconti in cui l’uccisione volontaria del capo tribù viene diluita in un racconto meno cruento.

La fine di Romolo è probabilmente l’ultimo caso di re romano ucciso ritualmente. In epoca storica Tito Livio riporta un ultimo sacrificio umano avvenuto a Roma in occasione di non so quale grave sconfitta militare, forse dopo Canne. In questi casi i Romani, quando erano in una situazione militare difficile, sacrificavano due individui di stirpe greca e due di stirpe celtica, insomma due coppie di stranieri. In generale i romani non avevano la ricchezza mitologica dei greci ma preferivano racconti di epoca storica in cui la violenza era limitata alla guerra a stati stranieri. La violenza interna era molto minore, almeno all’inizio. Poi anche Roma degenerò in guerre civili, fino alla morte di Cesare, vero e proprio riemergere del linciaggio rituale di un re sacerdote.

È interessante notare che queste crisi aggressive sono anche figlie della libertà politica. I romani scelgono Augusto e l’Impero perché stanchi di due secoli di guerre civili culminate nel linciaggio di Cesare. L’insostenibile peso della libertà che diventa peso della rivalità continua. E quindi i romani rinunciano alla libertà, con l’Impero.

Nel modello di Girard, l’eroe, una volta linciato, viene divinizzato. È come se l’oggetto dell’odio di gruppo, dopo che è stato letteralmente fatto a pezzi e mangiato (e spesso secondo Girard avveniva proprio questo. Si veda la morte del principe tebano alla fine delle Baccanti di Euripide fatto a pezzi e mangiato nell’orgia dionisiaca) generi un massiccio senso di colpa collettivo che porta alla divinizzazione dell’eroe odiatissimo fino a un momento prima.

Non a caso è proprio quel che accade sia con Romolo che con Cesare, odiati fino al linciaggio (documentato per Cesare, possibile per Romolo) e poi divinizzati subito dopo (certo per entrambi).

Il modello antropologico di gestione della violenza mediante linciaggio è appunto il modello del capro espiatorio. Il capro vero e proprio come sacrificio animale è già un momento successivo, in cui la violenza si concentra su un animale, tra l’altro nemmeno ucciso, ma mandato nel deserto. Si tratta di un rito orientale, riportato anche tra gli ebrei. Nelle versioni precedenti al posto del capro c’era un uomo, o anche una donna, esiliata fuori della città e, ancor prima, uccisa. Per esempio la figlia di Jefte nella Bibbia, sacrificata in maniera simile al figlio di Idomeneo nel rito greco.

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RUBRICA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI

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Che cos’è la terapia cognitivo-comportamentale?

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 La psicoterapia cognitiva e comportamentale spiega il disagio emotivo attraverso una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti. Gli eventi influenzano le nostre emozioni ma pensieri e comportamenti determinano la loro intensità e la loro durata.

Ognuno di noi ha modalità tipiche di pensare e agire (chiamati SCHEMI in psicoterapia cognitiva) che possono produrre malessere e questi sono il bersaglio della psicoterapia cognitiva. Spesso non siamo consapevoli dei nostri schemi e delle nostre abitudini dannose, la psicoterapia cognitivo-comportamentale ha lo scopo di individuarli e modificarli.

Nella psicoterapia cognitiva, la sofferenza sorge quando le persone provano emozioni negative come ansia, depressione, rabbia, colpa o vergogna. Normalmente simili emozioni appartengono alla vita quotidiana ma in alcuni casi possono essere troppo intense o durare troppo a lungo. Per esempio, se commettere degli errori sul lavoro per quanto piccoli ci fa stare male per diversi giorni, se ci sentiamo delle nullità di fronte a ogni fallimento, se la paura di essere giudicati negativamente dagli altri o di sentirsi responsabili del dolore altrui diventa intollerabile, allora probabilmente siamo di fronte a un problema emotivo.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale descrive come le emozioni dolorose spingano le persone a comportamenti che possono dare un sollievo apparente e immediato ma che si rivelano controproducenti e dannosi (es: abuso di alcool e sostanze, restrizione alimentare, ritiro dalla vita sociale, ripetizione compulsiva di atti). In altre occasioni questa sofferenza emotiva e il tentativo di ridurla incide profondamente sui rapporti con gli altri creando relazioni di dipendenza o di continuo contrasto e insoddisfazione che non aiutano a vivere bene.

La psicoterapia cognitiva e comportamentale agisce quindi su emozioni, pensieri (o schemi cognitivi) e comportamenti in modo attivo. Gli obiettivi sono: (1) migliorare il giudizio su di sé, (2) vivere meglio, (3) raggiungere i propri scopi di vita.

 

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Psicologia per Tutti – Seminari divulgativi a Monza, Maggio 2015

Poco meno di un mese all’evento “Psicologia per tutti” promosso dal Centro Acacia di Monza.

Per l’intero mese di maggio 2015, il Centro Acacia di Monza ospita seminari gratuiti rivolti alla cittadinanza. Tutte le sere diversi professionisti della salute (psicologi, psicoterapeuti, psichiatri e nutrizionisti) si avvicenderanno per presentare brevi conferenze a carattere divulgativo su una specifica tematica.

L’iniziativa, segnalata dal MIP (Maggio di Informazione Psicologica), ha come obiettivo quello di coinvolgere la popolazione su argomenti attuali e di interesse comune al fine di informare e contribuire a diffondere la cultura psicologica.

In quest’occasione sarà anche possibile prenotare un colloquio gratuito con un professionista del Centro.

Gli incontri si svolgeranno dal 4 al 29 maggio 2015 a partire dalle 20.45 all’interno dei locali del Centro Acacia, in via Galileo Galilei 42 a Monza.

La partecipazione è aperta a tutti, previa iscrizione ai seguenti contatti:

3314122812

[email protected]

 

Di seguito il programma dettagliato:

PRogramma - Psicologia per tutti

 

Come cambia la nostra attenzione all’interno dei contesti sociali

FLASH NEWS

I risultati ottenuti confutano le ricerche precedenti che suggerivano che le persone tendono a guardare soprattutto i volti e a spostare automaticamente la propria attenzione nella direzione verso la quale sono orientate le altre persone.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare alcuni stimoli ambientali, ignorandone altri. Da un punto di vista evolutivo, si tratta di un meccanismo estremamente utile ai fini della sopravvivenza dell’uomo in quanto consente di organizzare le informazioni provenienti dall’ambiente esterno, in continuo mutamento, e di regolare di conseguenza i processi mentali.

Numerosi studi hanno messo in evidenza che quando vengono mostrate alle persone fotografie o scene raffiguranti altri individui, l’attenzione visiva, misurata tramite l’orientamento dello sguardo, viene rapidamente diretta verso le persone presenti sulla scena, in particolar modo verso i loro volti e occhi piuttosto che sui loro corpi o su oggetti non sociali.

Questo fenomeno viene comunemente definito attenzione sociale, termine spesso utilizzato anche per descrivere un altro tipo di risposta attentiva ovvero la tendenza a seguire la direzione dello sguardo altrui.

Una recente ricerca condotta presso la Bournemouth University, in collaborazione con l’Università di Portsmouth, ha tuttavia cambiato il modo convenzionale di pensare a tale fenomeno. Lo studio prevedeva tre condizioni sperimentali nelle quali ai soggetti veniva mostrato un filmato di due donne che aspettavano in una sala d’attesa.

Ai primi due gruppi veniva detto che stavano guardando le immagini live di una webcam e che avrebbero o meno incontrato le donne successivamente, mentre al terzo gruppo veniva mostrato lo stesso filmato facendo loro credere che fosse pre-registrato. Nonostante i dati provenienti dalla letteratura suggerissero che, nell’eventualità di incontrare i soggetti presenti nel video, i partecipanti avrebbero orientato la loro attenzione verso il volto di questi individui e seguito la direzione dei loro sguardi, i risultati ottenuti sono stati ben diversi.

Sia che i partecipanti credessero di incontrare o meno le persone presenti nel filmato, quando ritenevano di guardare le immagini live di una webcam, tendevano ad evitare di guardare in faccia le persone e difficilmente seguivano il loro sguardo, anche quando pensavano di non poter essere visti. Quando, invece, i partecipanti credevano che la scena fosse pre-registrata guardavano in misura maggiore i volti dei soggetti e ne seguivano la direzione dei loro sguardi.

Questi risultati sembrano suggerire che i fattori coinvolti nel processo di attenzione sociale sono molto più numerosi e complessi di quanto si sarebbe potuto pensare, molti dei quali spesso non vengono tenuti in considerazione nel corso di studi sperimentali condotti in questo campo. Non sempre ciò che emerge dalle proprie ricerche può quindi essere immediatamente generalizzato alla vita reale.

In questo senso, la ricerca condotta da Nicola Gregory ha cercato di rimanere il più vicino possibile al contesto di vita reale al fine di ridurre possibili differenze indotte dalle misurazioni effettuate in un contesto puramente sperimentale.

I risultati ottenuti confutano le ricerche precedenti che suggerivano che le persone tendono a guardare soprattutto i volti e a spostare automaticamente la propria attenzione nella direzione verso la quale sono orientate le altre persone.

 

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La Bulimia Nervosa – Introduzione alla Psicologia Nr. 11

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La bulimia nervosa, letteralmente significa “fame da bue”, è uno dei disturbi inerenti alla sfera dell’alimentazione ed è caratterizzata dalla tendenza a esercitare, in maniera disregolata, un eccessivo controllo sul proprio peso.

 

La Bulimia Nervosa è un disturbo psichico che compare durante la prima adolescenza ed è caratterizzato da eccessiva preoccupazione per il peso e le forme, cui segue una dieta ferrea, abbuffate e vomito autoindotto.

Ciò che caratterizza il disturbo è l’essere costantemente preoccupati per il peso e la forma del corpo. Questa preoccupazione alimenta in maniera perpetua il tentativo di aumentare di peso che induce, a sua volta, a mettere in atto comportamenti che portano inevitabilmente alla prossima abbuffata.

Il pensiero di voler dimagrire velocemente induce a seguire una dieta rigidissima, fortemente ipocalorica, non sostenibile a lungo, che diventa l’incipit delle abbuffate successive. I pensieri disfunzionali che regolano e mantengono le abbuffate sono:

  1. Perfezionismo e pensieri dicotomico del tipo ‘tutto o nulla’ e – cercare di mantenere il proprio corpo a un regime calorico molto basso, ideale perfezionistico, porta inevitabilmente alla messa in atto di piccole trasgressioni che quando si verificano, sono percepite dalla persona come una perdita di controllo a cui è impossibile rimediare (modalità tutto o nulla) Di conseguenza una volta innescata la catena la persona continua a mangiare senza nessun freno. L’unica soluzione possibile, a questo punto, è liberarsi da quello che si è mangiato eliminandolo attraverso il vomito.
  2. Alterazione del meccanismo che regola il rapporto fame – sazietà. La dieta ferrea porta a un aumento della fame e dell’appetito, con conseguente modificazione di alcuni neurotrasmettitori, tra cui la serotonina e gli elettroliti, con inevitabili ripercussioni di tipo fisiologico.
  3. Emozioni negative – Le abbuffate creano uno stato di piacevolezza. Questa sensazione piacevole iniziale serve soprattutto a bloccare e soffocare, le emozioni negative provate. Tale comportamento dà vita a un circolo vizioso:
  • A. sopprimere le emozioni attraverso il cibo porta a non risolvere mai i problemi favorendo l’abbuffata successiva;
  • B. Le abbuffate stesse portano alla comparsa di emozioni negative (senso di colpa, disgusto, paura d’ingrassare), che a loro volta innescano le nuove abbuffate.

Chiaramente, dopo l’abbuffata si palesa la terribile paura di aumentare di peso, che a sua volta porta alla messa in atto di comportamenti compensatori (vomito autoindotto, uso improprio di lassativi, digiuno, esercizio fisico eccessivo). I mezzi di compenso, come il vomito e il digiuno (dieta ferrea), portano ad avere altre abbuffate e il circolo vizioso, vomito – abbuffata – vomito – abbuffata, si autoalimenta e si mantiene fino a cronicizzarsi.

Come dimostrato in molti studi con il vomito è possibile eliminare solo una parte delle calorie ingerite; con i lassativi e i diuretici l’eliminazione è quasi nulla. Le abbuffate e le condotte eliminatorie sono spesso eseguite in gran segreto, lontano dagli occhi indiscreti di tutti, perché attivano emozioni di vergogna non controllabile.

La qualità di vita delle persone affette da bulimia nervosa è fortemente compromessa: spesso percepiscono diminuzione del tono dell’umore, si sentono prive di mordenti e con scarse, se non nulle, relazioni sociali.

Le persone affette da bulimia, anche quelle normo peso, possono produrre gravi disagi al proprio organismo grazie all’ingestione di ripetuti lassativi o clisteri e all’innesco del vomito. Infatti frequenti, in queste persone, sono gli scompensi elettrolitici o la disidratazione, che solitamente sfociano in problemi fisiologici piuttosto importanti. Per esempio il continuo vomito può provocare lesioni allo stomaco e l’uso di lassativi può procurare disfunzioni cardiache con perdita di minerali vitali come il potassio.

La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un trattamento efficacie per tale patologia. Spesso deve essere associata ad una consulenza nutrizionistica e all’assunzione di una terapia con antidepressivi come la fluoxetina.

 

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Il capro espiatorio in Girard e in Fornari (Pt.2): Il sacrificio del re-sacerdote

Insomma, ogni capo politico, ogni eroe è anche il punto di convergenza di speranze, aspettative, delusioni e infine rancori. Ovvero di odio. Questa parabola è inevitabile. Ed effettivamente se ci pensiamo bene ancor oggi è così.

La teoria del capro espiatorio è un modello antropologico che spiega alcune fasi del passaggio dalla violenza generalizzata delle società antiche a quella più limitata delle società post-classiche. Secondo Girard e Fornari il problema principale dell’agonismo rivalitario è che non c’è mai tregua. Il vincitore vive nell’ansia dello spodestamento e della detronizzazione. Finché si tratta di conflitti non sanguinari, poco male, o quasi. La competizione emulativa, come si sa, è anche alla base delle società moderne basate sullo sviluppo professionale e sulla concorrenza (ma anche sul supporto sociale fornito dallo stato e sulla solidarietà umana, beninteso).

Nelle società antiche, e in particolare nell’antichissima vita tribale che precede i primi imperi orientali e le prime città-stato greche e italiche, il conflitto era altamente sanguinario. Il vincitore si elevava al rango di capo tribù, di re-sacerdote, di eroe e perfino di semidio, ma era continuamente a rischio di essere spodestato e ucciso.

Nei miti classici gli eroi fanno spessissimo una morte violenta, con rarissime eccezioni: in questo momento mi viene in mente solo Odisseo, unico eroe antico morto nel suo letto sazio di giorni e beato. O almeno così gli profetizza Tiresia nell’Ade. In realtà anche Odisseo muore ucciso da suo figlio, non Telemaco, ma Telegono, figlio dei suoi amori con Circe. Telegono era venuto a Itaca per conoscere il padre. Lo incontra, non lo riconosce, ha un diverbio e lo uccide. A pensarci bene, allo stesso modo Edipo fa fuori suo padre Laio. Da notare che molti di questi eroi sono capi politici e vengono uccisi. Edipo sovrano di Tebe, Agamennone re di Micene, Odisseo re di Itaca. Romolo primo re di Roma. Romolo fu assunto in cielo durante una tempesta, ma altre tradizioni mitologiche più oneste dicono che fu fatto a pezzi, ossia linciato, dai senatori.

Per Girard non si tratta di un caso. Il linciaggio periodico e rituale era proprio il modo in cui le società antiche digerivano conflitti diventati ormai insostenibili. Insomma, ogni capo politico, ogni eroe è anche il punto di convergenza di speranze, aspettative, delusioni e infine rancori. Ovvero di odio. Questa parabola è inevitabile. Ed effettivamente se ci pensiamo bene ancor oggi è così. Pensiamo ad Obama: dopo le speranze eccessiva, la disillusione eccesiva. Che, per Girard prelude al linciaggio. Per fortuna solo simbolico ai giorni nostri.

Nel linciaggio, dice Girard, il legame sociale e la solidarietà di gruppo, che si era deteriorata in diffidenza di tutti contro tutti nel momento della crisi e della disillusione, si ricompone. Naturalmente il vero e proprio linciaggio del capo oggi non avviene più (o quasi. Ricordiamo Gheddafi?) mentre un tempo era, per Girard, lo sbocco inevitabile della parabola del potere. Anzi, il linciaggio del re-sacerdote era istituzionalizzato. In molte società tribali era previsto che il re regni per un periodo predeterminato, dopo il quale venga ritualmente ucciso. Non metaforicamente. Un linciaggio rituale e previsto invece dello scoppio imprevisto e terribile e probabilmente, sanguinoso per tutti, avvenendo in condizioni di guerra civile e scontri tra bande rivali. Come forse accadde per Romolo e poi sicuramente per Cesare.

 

 

Noi e la dipendenza da Internet

Un articolo di Giovanni Maria Ruggiero e Michela Muggeo, pubblicato su Linkiesta di Domenica 12 Aprile 2015

 

L’uso eccessivo di internet è legato a problemi emotivi sottostanti, come l’ansia, la depressione, lo stress o la rabbia. Il web è utilizzato come modalità per “sentire meno” il disagio o per cercare di uscirne. Chi sviluppa dipendenza da internet ha spesso anche una personalità ben determinata e propensa alla dipendenza, all’impulsività, alla ricerca di esperienze e sensazioni nuove e alcuni tratti di aggressività.

Internet e noi: che ha da dirci la psicologia? L’impatto è negativo, oppure non c’è mai nulla di veramente nuovo sotto il sole? Ci rende drogati, o siamo da sempre scimmie bisognose di una droga? Hanno ragione i conservatori o gli ottimisti che sperano nel progresso? Sbagliano i disincantati, anche se non lo ammetteranno mai e ci prendono in giro scrivendoci: “Errai, candido Gino?” Oppure i fiduciosi, e anche loro non lo ammetteranno mai?

Non vorremo dare l’impressione di considerare internet solo una fonte di sofferenze emotive. Purtroppo siamo due psicoterapeuti, e quindi va a finire che parliamo di un disagio psicologico: la dipendenza da internet (internet addiction). Semplicemente, siamo esperti di dolori psicologici e parliamo di quello che meglio sappiamo. Prendersela con internet può essere troppo facile. E scrivere “dipendenza da internet” è un po’ generico. In realtà si diventa drogati non di internet, ma di alcune attività che avvengono su questa piattaforma. Ad esempio il sesso e il gioco, il cybersex e l’online gambling.

Naturalmente, internet ci mette del suo. Nulla di nuovo sotto il sole, sesso e gioco d’azzardo sono antichissimi desideri umani. L’esperienza virtuale però modifica la dipendenza. Il cybersex è un tipo di dipendenza sessuale con i “vantaggi del web”: anonimità e facilità di accesso. È facile rimanere nella privacy della propria casa, ingaggiati in fantasie impossibili nella vita reale. Discorso simile per il gioco, il gambling: possibilità di accesso in ogni momento del giorno e della notte e da ogni dove, da un qualsiasi dispositivo connesso.

Ormai internet è disponibile con facilità in quasi tutti i posti di lavoro, sugli smartphone e nei luoghi pubblici. E l’uso compulsivo di Internet può interferire notevolmente con la vita lavorativa e sociale di chi ne abusa, determinando un vero e proprio disturbo.

Quel che rende l’uso di Internet una droga, una dipendenza è l’eccessivo uso della rete a discapito del lavoro e delle relazioni sociali e la difficoltà a disconnettersi nonostante le conseguenze negative sulla vita offline (LEGGI ARTICOLO).

 

I segnali d’allarme che fanno temere una possibile dipendenza da Internet sono:

• Perdere il senso del tempo online: ti trovi spesso a rimanere connesso più a lungo di quanto avessi previsto? Qualche minuto si trasforma in qualche ora? Ti irriti se vieni interrotto?

• Avere problemi nel portare a termine i compiti, a casa o al lavoro: ti ritrovi a fare tardi al lavoro per avere utilizzato internet per motivi diversi? A casa trascuri la spesa da fare, la lavatrice o altre commissioni per passare più tempo connesso?

• Isolamento dalla famiglia e dagli amici: pensi che nessuno ti capisca nella tua vita reale come invece fanno i tuoi amici online? Ti ritrovi a passare meno tempo con amici o famiglia e più tempo connesso alla rete?

• Sentimenti di colpa legati all’uso di internet: ti irriti quando gli altri continuano a dire di spegnere il computer o di mettere giù lo smartphone? Non dici sempre la verità sul tempo effettivo speso online?

• Sentire un senso di euforia quando si è connessi: ti ritrovi a usare internet come valvola di sfogo quando sei triste, stressato o cerchi eccitamento sessuale? Hai provato a ridurre l’uso di internet e non ce l’hai fatta?

Internet facilita, sicuramente. La sua immediatezza, il suo essere a portata di dito contano. Però non è tutta colpa della modernità e della tecnologia. L’uso eccessivo di internet è legato a problemi emotivi sottostanti, come l’ansia, la depressione, lo stress o la rabbia. Il web è utilizzato come modalità per “sentire meno” il disagio o per cercare di uscirne. Chi sviluppa dipendenza da internet ha spesso anche una personalità ben determinata e propensa alla dipendenza, all’impulsività, alla ricerca di esperienze e sensazioni nuove e alcuni tratti di aggressività (Ko et al., 2010; Park et al., 2012; Ma, 2012).

Insomma, si oscilla tra eterne debolezze umane e nuove debolezze tecnologiche. Hanno ragione un po’ tutti: i laudatores temporis acti e quelli che dicono che da sempre l’umanità è un legno storto. Quello che non si capisce bene è l’impatto che l’utilizzo del web ha su persone con una dipendenza da internet rispetto a chi non ha questo problema.

La letteratura scientifica ci informa che l’utilizzo di internet si mantiene grazie a rinforzi in fondo molto innocenti, come ad esempio il divertimento, il passare del tempo o il cercare informazioni. Quindi non sembra che sia il caso di prendersela con internet. Però, se questo è vero per la maggioranza degli utenti, sembra che altri meccanismi, più legati all’impulsività, siano in azione nel mantenimento dei peggiori comportamenti legati all’uso di internet. Insomma internet è innocente, ma in alcuni di noi tira fuori il peggio.

Per capirci di più in questo dilemma, una ricercatrice italiana, Michela Romano, è andata a indagare come il tempo passato su internet influisce su persone che sono o non sono già consumatori abituali di internet. I risultati parlano chiaro: l’utilizzo di internet ha un pesante impatto negativo sull’umore soprattutto nel gruppo di chi è già drogato di internet.

Insomma, internet è innocente, ma in chi già ha esagerato e già si è drogato di internet, internet stesso moltiplica il disagio ulteriormente, rafforzando la spirale di dipendenza. Insomma, siamo tutti un po’ schiavi di antichissime passioni, ma in chi ha già ceduto internet rafforza le catene.

 

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Nuove dipendenze comportamentali: la Cyberdipendenza

 

BIBLIOGRAFIA:

Confessioni di una sociopatica: viaggio nella mente di una manipolatrice – Recensione

Michela Dellantonio

Il libro è la testimonianza di M. E. Thomas, una donna con diagnosi di disturbo antisociale di personalità. È un’affermata avvocatessa, docente di diritto, ha un ottimo lavoro, una bella famiglia, è pubblicista per le maggiori riviste scientifiche, dona il dieci per cento del suo reddito in beneficenza, alla domenica fa volontariato come insegnante in una scuola.

Fin qui niente di strano se non per il fatto che le manca soltanto una cosa: la morale, e non ne sente la mancanza. E’ una sociopatica, che vuole mantenere l’anonimato e che racconta la storia della sua vita:

“una storia vera raccontata attraverso un filtro. È il filtro attraverso cui io vedo il mondo, fatto di megalomania, idee fisse e di una totale mancanza di comprensione nei confronti degli altri”.

“Sono una persona libera dalle emozioni più irrazionali e incontrollabili. Sono furba e calcolatrice. Sono intelligente, sicura di me e molto affascinante; ma faccio anche del mio meglio per reagire in maniera appropriata ai confusi segnali emotivi che mi vengono lanciati dalle altre persone.

Nel libro l’autrice fa trasparire la sua fame di successo e ammirazione, la sua continua e ossessiva ricerca del potere e delle vincite al gioco. Descrive  candidamente una vita di furbizia e falsità in cui “ogni persona, ogni cosa può essere misurata con precisione matematica per ricavarne qualche vantaggio”.

E. Thomas è anche una donna senza scrupoli e manipolatrice, ma lei definisce la manipolazione una caratteristica positiva che le permette di

[blockquote style=”1″]“mettere a frutto i doni che mi ha dato il buon Dio!”[/blockquote]

È una donna che va fiera di aver portato alla rovina delle persone per raggiungere il suo scopo; ne è un esempio il suo agire meschino quando da adolescente riuscì a far licenziare un professore che la valutava, secondo lei, in modo non adeguato, montando un caso di molestie sessuali in piena regola.

L’autrice ritiene le relazioni intime alla stregua di transazioni finanziarie; all’interno delle quali è la seduzione che le provoca piacere, non la relazione in se stessa, nella quale incanta e manipola i suoi partner come fossero dei “beni”.

Secondo M. E. Thomas non esiste una cura specifica, se non quella di trarre beneficio dall’essere mormone, cosa che permette a ciascun individuo di quella confessione religiosa di migliorare se stesso attraverso l’impegno sociale.

Nella storia che racconta emergono anche alcune cose di lei “piacevoli”:

  • non è un maniaco omicida, ma un “alto funzionante sociopatico”;  non fa male fisicamente alle persone (nonostante abbia impulsi per farlo), in genere segue le regole e i regolamenti sociali;
  • fa cose belle per la gente (ha comprato una casa a suo fratello), fa volontariato e dona in beneficenza, ai suoi studenti dà amore,  apprezza la sua famiglia.

L’autrice è consapevole di sé, ha cercato aiuto per gestire il suo disordine, ne ha parlato apertamente nel libro, ha creato un blog (www.sociopathworld.com) in cui discute con altri psicopatici e non, anche se ammette di aver agito in tal modo per trarne profitto.

Ha avuto il coraggio di confessare il suo disturbo ai parenti più stretti e a un paio di amici, dopo di allora lo ha rivelato ad una o due persone all’anno, solamente quando ha avuto necessità di consigli in un campo in cui erano esperti (scrittura, ottimizzazione del sito,..) o

[blockquote style=”1″]“semplicemente perché morivo dalla voglia di far sapere a qualcuno di qualche fantastica canagliata che ero riuscita a combinare: un prepotente fatto fuori, o un tizio sedotto solo per il gusto di rovinarlo”.[/blockquote]

Ora attraverso il libro vuole in qualche modo togliersi quella maschera di anonimato per mostrare al mondo chi è realmente, per

[blockquote style=”1″]“vivere alla luce del sole e fare in modo che quelli come me sappiano che non sono soli”.[/blockquote]

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Cercare informazioni su internet ci fa sentire più intelligenti

FLASH NEWS

L’essere impegnati in una ricerca su internet porta i soggetti a credere di possedere effettivamente un maggior numero di informazioni frutto di una conoscenza personale dell’argomento, piuttosto che ritenere che la propria capacità di rispondere alle domande del compito sia dovuta alla possibilità di aver avuto accesso ad internet.

Cercare informazioni su internet permette alle persone di sentirsi più intelligenti. È quanto emerso da una recente ricerca condotta presso la Yale University e pubblicata su American Psychological Association. Grazie a internet è possibile avere accesso in qualsiasi momento ed in qualsiasi luogo ad ogni tipo di informazione, di trovare una risposta a qualunque domanda. Matthew Fisher, principale autore dello studio, afferma che è proprio questo il motivo che porterebbe alcuni individui a confondere le informazioni provenienti da fonti esterne con quelle invece già presenti “nella propria mente”, sovrastimando così la reale conoscenza che si ha di un certo argomento.

In una serie di 9 esperimenti, nel corso dei quali è stato reclutato un campione costituito da 152 a 302 partecipanti a seconda di ciascuna fase, è stato chiesto a ciascun soggetto di rispondere a quattro semplici domande (e.g. “Come funziona una cerniera lampo?”) e di indicare quale sito internet riportava la migliore risposta in merito. Lo stesso testo utilizzato dalla maggior parte dei partecipanti per rispondere a tali domande veniva fornito anche ai soggetti del gruppo di controllo, ai quali non era stato permesso di compiere alcuna ricerca su internet. Entrambi i gruppi venivano in seguito valutati sulla base della loro capacità di rispondere a delle domande che non avevano nulla a che fare con gli argomenti oggetto della precedente ricerca (e.g. “Perché le notti nuvolose sono più calde?”).

È così emerso che coloro che avevano potuto impegnarsi in una ricerca online ritenevano di essere più esperti e di avere a disposizione un maggior numero di informazioni rispetto ai soggetti del gruppo di controllo, anche quando l’argomento della ricerca non riguardava le successive domande a cui era chiesto loro di rispondere.

Un risultato che ha molto sorpreso i ricercatori è stato, inoltre, che questi soggetti avevano un’esagerata sovrastima delle proprie conoscenze anche quando nel corso della loro ricerca sul web non erano riusciti a recuperare le informazioni richieste perché si trattava di domande molto difficili oppure perché erano stati applicati dei filtri particolari alla ricerca su Google che avevano impedito di trovare la risposta desiderata. Tali soggetti affermavano, inoltre, di avere una maggiore attivazione a livello cerebrale rispetto a coloro che facevano parte del gruppo di controllo, scegliendo immagini di risonanza magnetica funzionale che mostravano un maggiore livello di attivazione come corrispondenti alle immagini del proprio cervello.

È quindi possibile concludere che l’essere impegnati in una ricerca su internet porti i soggetti a credere di possedere effettivamente un maggior numero di informazioni frutto di una conoscenza personale dell’argomento, piuttosto che ritenere che la propria capacità di rispondere alle domande del compito sia dovuta alla possibilità di aver avuto accesso ad internet.

Non si tratta della sola possibilità in sé di aver accesso a internet ad alimentare questa sovrastima delle proprie conoscenze personali in quanto, quando ai partecipanti veniva dato direttamente un indirizzo web al quale reperire le informazioni richieste, non riportavano livelli più alti di conoscenza personale rispetto al gruppo di controllo, ma della possibilità di essere impegnati in un’attività di ricerca attiva.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Fisher, M., Goddu, M.K., & Keil, F.C. (2015). Searching for Explanations: How the Internet Inflates Estimates of Internal Knowledge. Journal of Experimental Psychology: General. Advance online publication. http://dx.doi.org/10.1037/xge0000070. DOWNLOAD

Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: la violenza nelle società antiche – (Monografia)

LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.1

Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

La teoria del capro espiatorio è un modello antropologico sviluppato dallo studioso franco-statunitense René Girard (1982) e poi ulteriormente elaborato e modificato dal suo allievo e successore Giuseppe Fornari (2006). In breve, si tratta di una teoria sul funzionamento sociale e culturale umano, di come gli uomini e le donne usano le credenze religiose e filosofiche per far funzionare le relazioni sociali, sia spontanee che istituzionalizzate.

La teoria non affronta il livello razionalistico della struttura sociale ovvero il patto economico e il contratto di interesse che sono alla base delle associazioni umane. Piuttosto essa tratta il livello emotivo e antropologico, di come gli uomini riescano a gestire i conflitti emotivi incanalandoli in cerimonie e riti religiosi e culturali e trasformandoli in racconti e narrazioni dotate di senso. A questo livello emotivo e cognitivo, il modello è d’interesse anche per lo psicologo clinico, che può trarre insegnamento su come nella sofferenza e nella patologia, soprattutto dei disturbi di personalità, questa gestione fallisca e i rapporti tra le persone esplodano in scontri e conflitti rabbiosi. Naturalmente questo importa soprattutto nella comprensione del caso del disturbo di personalità borderline, disturbo intriso di stati aggressivi e collerici.

Nel modello di Girard i rapporti umani sono concepiti come tendenzialmente conflittuali e rivalitari. Gli individui sono in agonismo perenne e competono per posizioni di rango in cui si sentano riconosciuti, ammirati, abbiano accesso alle risorse materiali e, soprattutto, destino ammirazione, seguito e imitazione. Il problema dell’imitazione per Girard è centrale. I conflitti umani, oltre ad avere una radice economica (l’accesso alle risorse) e gerarchica (l’acceso ai ranghi superiori), ha anche una radice puramente cognitiva, in cui chi vince la competizione diventa un modello per gli altri: in quanto vincitore i suoi comportamenti, i suoi pensieri e perfino le sue emozioni diventano oggetto di imitazione ed emulazione e ovviamente anche invidia.

La nostra società umana è quindi affetta da continue situazioni di rabbia rivalitaria, la cui gestione non è semplice. Ce la caviamo alternando continuamente scontri ritualizzati e riconciliazioni, provocazioni verbali e riconoscimenti reciproci, sfottò o anche offese a scuse. Questo accade nel mondo moderno, che è riuscito a espungere la violenza fisica nelle relazioni tra cittadini dello stato di diritto. Inoltre le organizzazioni sopra-statali (come le Nazioni Unite o l’Unione Europea) tentano, con minore successo, di risolvere anche i conflitti tra stati eliminando la guerra, ovvero il ricorso alla violenza fisica per risolvere i conflitti.
Man mano che si va indietro nel tempo il livello di violenza aumenta. All’inizio dell’era moderna già lo stato assoluto monarchico in realtà era riuscito bene a limitare la violenza, a fondare il governo della legge e, inoltre, attraverso la diplomazia tentava, con successo scarso ma non del tutto nullo, di prevenire le guerre tra stati.

Nell’età classica i rapporti tra stati sfociavano costantemente nella guerra, tanto è vero che ogni cittadino greco o romano sapeva bene che una porzione fissa dell’anno, a cavallo tra primavera ed estate, dopo la semina e prima del raccolto, era dedicata alla guerra. Le guerre diminuirono più per merito delle grandi unificazioni imperiali, macedone e romana, che per merito delle città stato greche e italiche e delle tribù barbariche, incapaci di risolvere pacificamente i conflitti. Anzi, questi organismi cittadini e tribali non si ponevano nemmeno il problema di liberarsi della guerra; la guerra era concepita come una condizione periodica inevitabile come le stagioni.

Le società antiche erano culture di contadini-cittadini-soldati per i quali la guerra faceva parte del ciclo agricolo annuale. Non a caso era così diffuso lo schiavismo, essendo i cittadini occupatissimi con la politica e la guerra, oltre che con i lavori agricoli. L’odierna complessità dei mestieri e delle specializzazioni era ignota alla cultura classica, che demandava tutto il lavoro agli schiavi. Per i filosofi greci, lavorare era un’attività ignobile e inadatta all’uomo libero.

Con tutta la sua violenza, già il successivo medioevo, con la sua economia complessa e differenziata, i suoi artigiani, i suoi artisti, i suoi banchieri, i suoi architetti, i suoi monaci studiosi e intellettuali, era meno adatto alla guerra. Insomma, con il medioevo comincia a esserci troppa gente che aveva un lavoro vero e non poteva perdere tempo a fare politica nell’agorà e partire per una campagna militare ogni primavera. Per non parlare poi della necessità continua di esercizio fisico per tenersi pronti alla guerra; necessità incompatibile con il lavoro. Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI

 

Talassemia: riscontriamo depressione nei portatori sani?

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Talassemia: riscontriamo depressione nei portatori sani?

 Autrice: Derna Busacchio (LUMSA Roma)

 

Abstract

La continua relazione tra mente e corpo ha spinto ad indagare sulla possibile relazione tra malattia ematologica non grave (beta-talassemia) e disturbo depressivo maggiore. Attraverso la sommistrazione di un questionario mirato a misurare la depressione, BDI-IIBec Depression Inventory, a soggetti portatori sani di talassemia i quali hanno riportato un punteggio totale pari a 14,75 che indica la presenza di una depressione lieve. I risultati ottenuti offrono spunti per un ulteriore indagine su questo versante e risultano utili ai fini di una osservazione clinica.

 

English Abstract

The continuous relationship between mind and body has led us to investigate the possible relationship between haematological disease is not serious (beta-thalassemia) and major depressive disorder. Through the administration of a  targeted questionnaire to measure the depression, BDI-IIBec Depression Inventory, in subjects with healthy of thalassemia which have reported a total score equal to 14,75 which indicates the presence of a mild depression. The results offer insights for further investigation on this side and are useful for the purposes of a clinical observation.

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