inTherapy

Dai manicomi alle prigioni: quando il cambiamento non è sinonimo di miglioramento

Ad oggi in America, la polizia, e di conseguenza l’incarcerazione, hanno sostituito le cure di emergenza per la salute mentale: come si è arrivati fin qui?

ID Articolo: 187445 - Pubblicato il: 08 settembre 2021
Dai manicomi alle prigioni: quando il cambiamento non è sinonimo di miglioramento
Messaggio pubblicitario SFU 2020
Condividi

È necessario cambiare atteggiamento e smettere di vedere le persone affette da malattie mentali come intrinsecamente pericolose, affinché si possa iniziare a considerarle – e a trattarle – come esseri umani bisognosi di aiuto.

Tratto da The Truth About the Deinstitutionalization di Alisa Roth

 

Messaggio pubblicitario In America, quando una persona incorre in una crisi di natura mentale, è un agente delle forze dell’ordine a rispondere alla sua chiamata. Al giorno d’oggi, la polizia, e di conseguenza l’incarcerazione, hanno sostituito le cure di emergenza per la salute mentale, specialmente nelle comunità afroamericane e ciò ha fatto sì che, in molte prigioni, la percentuale di persone con malattie mentali salisse considerevolmente. Inoltre, secondo un database del Washington Post, quasi un quarto delle sparatorie della polizia coinvolge una persona con malattia mentale.

Come se non bastasse, a seguito dell’ingresso all’interno della prigione, la tipologia di cura che una persona generalmente riceve è estremamente inadeguata e i tassi di suicidio sono estremamente alti.

Il quesito sorge spontaneo: come si è arrivati fin qui?

Alisa Roth, in un articolo pubblicato nella testata The Atlantic, ha esposto la spiegazione più popolare che attribuisce la colpa al processo di “deistituzionalizzazione”, ovvero alla chiusura degli ospedali psichiatrici. Al fine di poter comprendere tale fenomeno è necessario fare un passo indietro.

Il primo ospedale psichiatrico è stato fondato nel 1773. Nel 1841, Dorothea Dix visitò una prigione del Massachusetts e rimase sconvolta dalle condizioni in cui vivevano le persone affette da malattie mentali. I residenti erano tenuti in gabbia, “incatenati, nudi e frustati fino all’obbedienza”. Di lì ebbe inizio la sua propaganda che ebbe come esito l’istituzione di più di 30 strutture ospedaliere in tutto il paese. Nel 1955, circa mezzo milione di persone vivevano in strutture psichiatriche statali che erano state progettate al fine di poter essere luoghi sicuri e terapeutici che, occasionalmente, hanno funzionato.

Il problema fu che, pian piano, le strutture iniziarono a superare la loro capacità e il personale faticava a stare al passo con i bisogni dei pazienti. Il problema peggiorò significativamente durante la Seconda guerra mondiale, quando molti medici furono arruolati, lasciando gli ospedali a corto di personale e le condizioni risultanti erano notevolmente simili a quelle che si vedono oggi nelle prigioni. Ciò diede inizio alla fine del sistema ospedaliero statale ed altri fattori lo accelerarono. Tra questi vi fu la diffusione dell’antipsicotico clorpromazina. La sua apparente capacità di controllare le psicosi, unita ad una considerevole campagna di marketing, contribuì a promuovere l’idea che la malattia mentale potesse essere curata con i farmaci e che gli ospedali psichiatrici non fossero più necessari.

Quasi un decennio dopo, il presidente John F. Kennedy affermò che “le istituzioni mentali di custodia” sarebbero state sostituite da centri di salute mentale comunitari, permettendo così ai pazienti di vivere e ricevere cure psichiatriche nelle loro comunità. Nel 1965, la creazione di Medicaid ha accelerato il passaggio dal ricovero alle cure ambulatoriali. La suddetta legislazione, inoltre, stabiliva che il governo federale non avrebbe pagato per le cure ospedaliere.

In realtà, però, furono costruiti pochi centri di salute mentale comunitari, creando un’estrema carenza di sostegno sanitario.

Messaggio pubblicitario Così, il sogno dell’assistenza comunitaria si è rivelato in gran parte un fallimento (Alisa Roth, 2021). Mentre la popolazione nei manicomi si riduceva costantemente, il numero di persone incarcerate cresceva. Verrebbe dunque da pensare che, se la mancanza di strutture di degenza ha spinto un gran numero di persone con malattie mentali nei penitenziari, allora presumibilmente la costruzione di più ospedali e centri di salute mentale comunitari risolverebbe il problema. Ma, in realtà, anche in questo caso la soluzione è ben più complessa. Difatti, anche nel 1950, solo un terzo delle persone con malattie mentali viveva in ospedali psichiatrici, mentre più della metà viveva con la famiglia o per conto proprio. Dunque, scrive la Roth, non sarà il mero aumento delle strutture ospedaliere a mettere fine al fenomeno dell’incarcerazione delle persone affette da malattie mentali. Inoltre, la stragrande maggioranza delle persone incarcerate con malattie mentali appartiene a un sottoinsieme della popolazione che probabilmente non sarebbe mai stato accolto negli ospedali psichiatrici statali in passato.

Allo stesso tempo, l’avvento della polizia delle “broken windows” negli anni ‘80 – l’idea che per prevenire crimini più grandi, la polizia deve reprimere i crimini di basso livello – ha colpito in modo sproporzionato le persone con malattia mentale. Basti pensare che una persona che si comporta in modo irregolare potrebbe essere accusata di condotta disordinata, o una persona senza accesso al bagno potrebbe essere accusata di minzione pubblica.

Dunque, in primo luogo, vi dovrebbe essere un cambiamento di mindset, ovvero sarebbe necessario scardinare “quell’assunzione persistente che le persone con malattie mentali sono pericolose e devono essere tenute lontane dalle strade per proteggere il resto di noi” (Alisa Roth, 2021). Anche perché, come sottolinea la Roth, le persone con malattie mentali sono molto più propense ad essere vittime che carnefici e, dato che la polizia è il primo soccorritore di default, non è una sorpresa che le persone con malattie mentali abbiano più probabilità di essere arrestate.

È dunque necessario cambiare atteggiamento e smettere di vedere le persone affette da malattie mentali come intrinsecamente pericolose, affinché si possa iniziare a considerarle – e a trattarle – come esseri umani bisognosi di aiuto. Fortunatamente, negli ultimi anni, i dipartimenti di polizia hanno istituito programmi di formazione per insegnare agli agenti come rispondere alle persone in difficoltà psichiatrica. Il modello più comune, il Crisis Intervention Team, è usato in più di 2.500 comunità in tutta la nazione. Ma basteranno poche ore di formazione a far sì che vengano superate determinate pratiche che comportano il ricorso alla violenza?

Alcune giurisdizioni hanno fatto un passo avanti, invitando gli operatori della salute mentale a rispondere alle chiamate del 911.

Inoltre, sarebbe bene separare l’assistenza psichiatrica dal sistema di giustizia penale. È facile pensare che se le persone con malattie mentali potessero essere ospitate in manicomi o istituzioni simili, non sarebbero incarcerate con tassi così alti. Ma è importante ricordare che quegli ospedali, e le condizioni che li caratterizzavano, sono assimilabili alle peggiori strutture correzionali di oggi. Invece, è necessario affrontare di petto il problema dell’incarcerazione di massa, instituendo un sistema di cura della salute mentale adeguato che effettivamente non esiste in quanto: “nessun nostalgico sguardo al passato cambierà la situazione” (Alisa Roth, 2021).

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 1, media: 5,00 su 5)

Consigliato dalla redazione

Comunicazione assertiva e ascolto attivo: il contesto penitenziario

L’importanza della comunicazione assertiva e dell’ascolto attivo tra agente di polizia penitenziaria e detenuto

Gli stili comunicativi passivo e aggressivo nel contesto penitenziario hanno effetti negativi sui detenuti, più efficace è invece la comunicazione assertiva

Bibliografia

State of Mind © 2011-2021 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario