Terapia carceraria: l’uso delle lettere d’addio in psicoterapia nelle donne con condotte di autolesionismo

Uno studio ha indagato l'impatto delle lettere d'addio alla fine di una psicoterapia interpersonale psicodinamica sugli episodi di autolesionismo in carcere

ID Articolo: 170317 - Pubblicato il: 28 novembre 2019
Terapia carceraria: l’uso delle lettere d’addio in psicoterapia nelle donne con condotte di autolesionismo
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Il presente studio qualitativo è stato il primo ad analizzare l’impatto delle lettere di addio su donne detenute che presentano condotte di autolesionismo. Nelle carceri femminili del Regno Unito vi sarebbero percentuali allarmanti di autolesionismo.

 

Messaggio pubblicitario Gli interventi e i trattamenti di prevenzione per l’autolesionismo nelle popolazioni comunitarie non hanno portato a riduzioni clinicamente significative di tale comportamento; per quanto riguarda le popolazioni carcerarie, gli studi sono ancora più scarsi e, soprattutto, non esistono interventi che mirano a proteggere le detenute.

Anche le terapie psicologiche disponibili in carcere sono limitate; ciò nonostante il presente studio riporta i resoconti soggettivi di donne che hanno ricevuto lettere d’addio alla fine di una breve terapia psicodinamica interpersonale (PIT), ed evidenzia come queste lettere abbiano avuto un impatto positivo sugli episodi di autolesionismo.

La psicoterapia interpersonale psicodinamica (PIT) è una terapia a tempo limitato, sviluppata da Hobson (1985), che utilizza la relazione paziente-terapeuta come strumento per risolvere i problemi interpersonali. Il modello sottolinea l’importanza di una buona alleanza di lavoro e le caratteristiche principali sono:

  • Assumere che i problemi dei clienti derivino principalmente da disturbi nella sfera relazionale con le persone significative presenti nella loro vita;
  • Mettere in atto un approccio incoraggiante e di supporto da parte del terapeuta, il quale cerca di sviluppare una comprensione più profonda con il paziente attraverso la negoziazione, l’esplorazione dei sentimenti e la metafora;
  • Collegare il disagio dei pazienti a specifici problemi interpersonali;
  • Usare la relazione terapeutica per affrontare i problemi e testare soluzioni nel qui ed ora.

Le lettere di addio consistono in una formulazione scritta sulle motivazioni e sui problemi che sono stati al centro della terapia e sui cambiamenti raggiunti alla fine di tale esperienza. Nello specifico, il terapeuta incoraggia il paziente a scrivere le proprie riflessioni sull’esperienza, promuove una conversazione sui sentimenti e fornisce uno spazio aggiuntivo per riflettere sul significato di essa. Inoltre, la lettera d’addio descrive in dettaglio come si è sviluppata la relazione tra il paziente e il terapeuta e come questo rapporto, e altri aspetti, potrebbero aver contribuito al cambiamento. Infine, è un aiuto per favorire l’integrazione e migliorare la consapevolezza.

Un’ulteriore considerazione è l’impatto che potrebbe avere la condivisione della lettera o la sua consegna a qualcuno.

Nell’attuale studio il terapeuta ha scritto le lettere d’addio e queste sono state lette, discusse e consegnate alle donne nell’ultima sessione di PIT. Si ipotizza che le lettere aiutino le pazienti ad affrontare meglio la fine della terapia e forniscano un resoconto del processo terapeutico a cui possano riferirsi una volta conclusa la terapia.

Messaggio pubblicitario La ricerca si proponeva di sviluppare una comprensione più profonda degli effetti delle lettere d’addio sulle donne detenute, in particolare in relazione al loro comportamento autolesionista. Questo è stato importante per diversi motivi: in primo luogo, è stato dimostrato che le prospettive dei pazienti su eventi importanti in terapia differiscono da quelle dei terapeuti (Yalom, 2001); in secondo luogo, l’indagine sulle opinioni del paziente in merito alle lettere può mettere in discussione le ipotesi che i terapeuti hanno su come le lettere contribuiscano alla terapia (Ahern e Madill, 2002); infine, possono consentire di ottenere una comprensione più profonda di questo modello di terapia, nonché di altri modelli terapeutici.

Sono state reclutate un totale di 13 donne; 8 di loro avevano già effettuato tre mesi di terapia, mentre 5 di loro ne avevano già effettuati sei.

Il metodo utilizzato consisteva in un’intervista semi-strutturata riguardo diversi aspetti della loro esperienza, che includeva dettagli sui gesti autolesionistici, opinione sulla PIT e sull’uso e l’impatto della lettera d’addio.

Dall’analisi sono emersi tre temi principali:

  • Connessione con il terapeuta: ricezione della lettera;
  • Connessione a sé stessi: comprensione e consapevolezza;
  • Connessione ad altri: condivisione della lettera d’addio.

La lettera sembra aiutare le donne a diventare più consapevoli dei loro pensieri, sentimenti e risposte, invece di continuare a trascurarli o evitarli. Inoltre sembra esserci conferma del fatto che le lettere siano una potente esperienza per le persone che hanno spesso sperimentato rifiuto e abbandono.

È stato emozionante. È stato davvero emozionante perché era come…è diverso quando ne parli e poi quando lo vedi in bianco e nero è come wow! È come…Non lo so, è difficile da spiegare, perché a volte quando non ne parli non lo vedi o non ci pensi. (Ali)

Le lettere d’addio sembravano essere fondamentali per aumentare la capacità delle donne di tollerare sentimenti forti; in passato questa intensità avrebbe probabilmente portato ad assumere una condotta autolesionistica. In alcune occasioni la rilettura della lettera sembrava proprio costituire un’alternativa all’autolesionismo: la lettera potrebbe fungere da motivatore, da spinta per una comprensione maggiore dei propri sentimenti, evitando così di sentirsi sopraffatti da essi.

A volte, quando mi sento un po’ autolesionista, torno indietro e la leggo. (Liz)

Ai partecipanti è stato chiesto se avevano condiviso il contenuto delle loro lettere con altri o avrebbero voluto farlo. Tutti i partecipanti hanno affermato che la loro lettera era privata ed esponeva le proprie difficoltà interpersonali che avevano avuto nella loro vita. Alcuni hanno affermato che consentire ad altri di leggerla era piuttosto rischioso e avrebbe richiesto un’attenta riflessione, poiché ritenevano che il materiale personale potesse potenzialmente danneggiare e aumentare i loro problemi interpersonali.

Diverse partecipanti avevano differenti ragioni per condividere le loro lettere; alcune pensavano che le lettere fossero un modo utile per includere e facilitare la comprensione di altre persone e il loro comportamento autolesionista.

Ho inviato una lettera a mia mamma…non lo so, è solo…ci ho pensato non appena l’ho ricevuta perché…perché non ho mai avuto un rapporto con mia madre e lei non mi capisce davvero. Quindi volevo che capisse ovviamente perché sono come sono, sai cosa intendo e cosa ho passato. (Ali)

In conclusione, lo studio ha confermato l’ipotesi che queste lettere abbiano avuto un impatto positivo sugli episodi di autolesionismo nelle donne in carcere. Per una percentuale minima di donne (n=2), le lettere d’addio non erano un elemento positivo. Questa minoranza ha riferito che la riflessione sul passato e ciò che era stato esplorato in terapia le ricollegava con esperienze e sentimenti difficili che avevano cercato di dimenticare. Per questo piccolo numero di donne, il rifiuto di avere le lettere o il non leggerle veniva usato come meccanismo di protezione e difesa.

Infine, è importante notare che questa interpretazione è solo una delle molte possibili interpretazioni e i risultati di questo studio non possono essere generalizzati, ma è bene poterli utilizzare come punto di partenza per nuove ricerche future.

 

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Bibliografia

  • Ahern, J. & Madill, A. (2002). How do transitional objects work? The clients view. Psychotherapy Research. 12, 369-388.
  • Hobson, R.F. (1985) Forms of Feeling. London: Tavistock.
  • Yalom, I. (2001). The gift of therapy. Reflections on being a therapist. London: Paiktis.
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