Depressione in carcere: come e perché è importante intervenire

Un nuovo studio mostrerebbe l'efficacia della psicoterapia interpersonale per i detenuti che soffrono di disturbo depressivo maggiore

ID Articolo: 163102 - Pubblicato il: 12 marzo 2019
Depressione in carcere: come e perché è importante intervenire
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Negli Stati Uniti, in media, il 23% dei prigionieri rilasciati ogni anno dichiara di aver sofferto di depressione maggiore durante il periodo di reclusione in carcere.

 

Messaggio pubblicitario Nel panorama statunitense la salvaguardia della salute psichica all’interno delle carceri viene messa in secondo piano, infatti i finanziamenti sono delegati ad ogni stato e sono insufficienti rispetto alla domanda: cosi facendo, a volte, i carcerati, quando ritornano nella società, si ritrovano in uno stato di salute mentale peggiore rispetto a quella precedente.

Circa 15 milioni di persone, ogni anno, negli Stati Uniti, sono coinvolte nel sistema penitenziario. Essendo quella carceraria una popolazione molto ampia, dunque, l’insorgere di patologie mentali nei detenuti può esercitare un forte impatto, oltre che sui detenuti stessi, anche sull’intera società e non solo in termini economici.

Depressione in carcere: lo studio con la psicoterapia interpersonale

I ricercatori della Michigan State University hanno testato l’efficacia della psicoterapia interpersonale (IPT) su una popolazione di detenuti con disturbo depressivo maggiore (MDD), per comprendere se questa terapia fosse accessibile nelle carceri mantenendo un costo contenuto. L’IPT è un tipo di terapia che può risultare molto efficace poiché affronta eventi di vita difficili come la povertà, le aggressioni, l’abuso e molto altro, che sono molte volte caratteristici della popolazione carceraria. Il percorso terapeutico è basato sul ritornare con la mente a un determinato momento di difficoltà che ha segnato particolarmente l’individuo, cercando di richiamare le stesse emozioni provate, in modo tale da poterle esprimere, analizzarle e comprenderle sotto la guida del terapeuta, migliorando così la comunicazione e la relazione con il problema.

Un team di terapeuti specializzati e psicologi che già lavoravano in carcere, è stato addestrato per trattare 181 detenuti con la psicoterapia interpersonale. Gli esperti hanno lavorato con i detenuti due volte a settimana per 10 settimane. Ogni detenuto è stato valutato singolarmente in tre momenti: all’inizio, al termine del trattamento e a tre mesi dalla fine del trattamento, per valutare l’impatto della terapia. Tutto ciò ha permesso di contenere i costi poiché non sono stati assunti nuovi professionisti ma soltanto formati quelli già presenti.

Depressione in carcere: trattarla è un vantaggio per tutta la società

Messaggio pubblicitario Dai risultati emerge che l’IPT ridurrebbe i sintomi depressivi, la mancanza di speranza e i sintomi connessi al disturbo da stress post traumatico. Questa terapia, grazie alla formazione dei professionisti che già lavoravano nelle carceri, si è rivelata efficace con un budget ristretto. Infatti si è stimato un costo medio di 575$ per paziente che è nettamente inferiore rispetto a quello dei possibili trattamenti ai quali gli ex-detenuti vengono sottoposti al rientro nella società.

Quello appena presentato è il primo studio che riesce a suggerire una soluzione terapeutica efficace e conveniente da applicare su una popolazione carceraria molto ampia, rivelando come il metodo analizzato possa realmente migliorare il benessere e la salute mentale di molte persone, prigioniere, prima di tutto, del proprio passato.

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