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Sulla fine e sull’inizio. Di Isca Salzberger-Wittemberg (2014) – Recensione

Se ci rifiutiamo di cambiare, nella pretesa di rimanere fedeli al “vecchio sé”, resteremo sempre lontani dal “vero sé”, perché la vita, nel suo continuo divenire, ci porta sempre un passo più in là rispetto a dove eravamo; non cambiare significa ostacolare il flusso vitale, condannarsi alla stagnazione, alla ripetizione di abitudini che non ci rappresentano più, come un bambino che, per paura di nascere, vuole rimanere per sempre nel grembo materno, anche quando ormai  esso non è più adatto a contenerlo.

La fine e l’inizio sono esperienze universali che appartengono alla vita di ciascuno di noi, alla mia, che sto scrivendo questa recensione, alla vostra, che state leggendo,  a quella dell’autrice.

Isca Salzberger-Wittemberg è una psicoterapeuta di origine tedesca che vive a Londra. Attingendo alla sua pluriventennale esperienza presso la Tavistock Clinic ci racconta di come dobbiamo continuamente confrontarci con le fini e con gli inizi, che sembrano due poli antitetici, ma che, a ben guardare, sono le due facce della stessa medaglia: la fine di qualcosa non è che l’inizio di qualcos’altro. Di conseguenza, parlare di come le cose iniziano e finiscono è un modo per parlare di come tutto cambi e si trasformi continuamente, di come noi cambiamo e ci trasformiamo nel corso della nostra vita.

Cos’è il percorso terapeutico stesso altro se non un viaggio di cambiamento, caratterizzato da un inizio e una fine, un viaggio dal quale sia il terapeuta che il paziente vengono trasformati? Solo che cambiare può fare molta paura, perché significa accettare la perdita di qualcosa, di una parte di noi, della nostra “vecchia” vita, per far sì che qualcosa di nuovo cominci.

Scrive il poeta portoghese Fernando Pessoa: “C’è un tempo in cui devi lasciare i vestiti, quelli che hanno già la forma abituale del tuo corpo, e dimenticare il solito cammino, che sempre ci porta negli stessi luoghi. È l’ora del passaggio: e se poi non osiamo farlo, resteremo sempre lontano da noi stessi”. Pessoa esprime il paradosso del cambiamento: se ci rifiutiamo di cambiare, nella pretesa di rimanere fedeli al “vecchio sé”, resteremo sempre lontani dal “vero sé”, perché la vita, nel suo continuo divenire, ci porta sempre un passo più in là rispetto a dove eravamo.

Non cambiare significa ostacolare il flusso vitale, condannarsi alla stagnazione, alla ripetizione di abitudini che non ci rappresentano più, come un bambino che, per paura di nascere, vuole rimanere per sempre nel grembo materno, anche quando ormai  esso non è più adatto a contenerlo.

E proprio partendo con l’esperienza della nascita l’autrice passa in rassegna, facendo riferimento alle proprie personali esperienze e a numerose storie di vita incontrate nel corso della pratica professionale, le caratteristiche dei momenti di transizione che le persone possono trovarsi ad attraversare; vengono presi in esame i mesi successivi alla nascita, la fase di svezzamento, i primi compleanni, l’ingresso all’asilo, le esperienze di inizio e fine e scuola nell’arco dell’infanzia e l’adolescenza, l’inizio degli studi universitari, l’ingresso nel mondo del lavoro, il matrimonio, la nascita dei figli, l’invecchiamento, il confrontarsi con i lutti, il pensionamento, il prepararsi alla morte.

Le varie storie sono accomunate dalla necessità di affrontare un cambiamento, di andare incontro all’ignoto, terminare un qualcosa per iniziare qualcos’altro, cosa che comporta l’elaborazione di emozioni forti, complesse e contrastanti. La gioia per qualcosa di nuovo che sta iniziando si associa al dispiacere per qualcosa che si conclude. Poco importa se stiamo parlando del neonato che lascia la sicurezza del grembo materno, del bambino che inizia l’asilo, uscendo per la prima volta dai confini del nucleo familiare per incontrare il mondo “fuori di casa”, del primo giorno di scuola elementare, di scuola superiore, di università o del primo giorno di lavoro, dello sposarsi, del mettere al mondo un figlio o dell’andare in pensione: la persona si ritrova ogni volta a ricominciare, ridisegnando il confini del proprio sé per dare inizio ad una nuova esperienza del mondo.

La capacità di vivere positivamente il cambiamento si basa sulla fiducia di potercela fare, di essere in grado di affrontare la nuova avventura, vivendo con pienezza l’entusiasmo di un nuovo inizio; non meno importante è il sapere prendere congedo con la realtà precedente, vivendo il dispiacere che nasce dal distacco.

Come scrive l’autrice “Possiamo cercare di sfuggire al dolore della perdita, ma se non riusciamo ad elaborare il lutto per ciò che abbiamo perduto o stiamo per perdere, non saremo in grado di interiorizzare/preservare dentro di noi ciò che ha avuto valore nel passato”. Ciò implica lo svalutare ciò che siamo stati, privando di valore la nostra esperienza precedente.

Se, invece, rimaniamo tenacemente attaccati al passato, rifuggendo dai cambiamenti e dall’incertezza da cui essi sono caratterizzati, rischiamo di rinchiudere noi stessi in una prigione di certezze, che ci mettono al riparo dai rischi a patto di soffocare il nostro naturale percorso di evoluzione personale, bloccando le nostre potenzialità e soffocando la nostra identità in limiti troppo angusti.

 

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Narcisismo: da dove origina? Attenti ai genitori!

FLASH NEWS

La sovrastima dei propri figli predice le tendenze narcisistiche, mentre la vicinanza emotiva tra genitori e figli predice maggiori livelli di autostima.

Ecco come i genitori contribuiscono far crescere i loro piccoli narcisisti. Così uno studio recentemente pubblicato su PNAS si è occupato delle origini del narcisismo a partire dall’infanzia. Si è riscontrato che i figli di genitori che – all’inizio dell’indagine- tendevano a sovrastimarli, al termine dello studio longitudinale presentavano punteggi più elevati nella valutazione del narcisismo.

Cosa si intende per sovrastimare? Ad esempio, i genitori descrivevano i propri figli come “più speciali di altri” oppure come “bambini che meritano qualcosa di straordinario dalla vita”.

Gli studiosi hanno valutato i genitori e i loro figli (circa 500 bambini, di età compresa tra I 7 e gli 11 anni) per quattro volte, ogni sei mesi nel corso di un anno e mezzo; in particolare la tendenza dei genitori a sovrastimare i figli è stata misurata attraverso un questionario self-report costruito ad hoc e altri strumenti self-report per la misurazione del narcisismo e dell’autostima nei bambini.

Chiaramente è frequente che siano i genitori con le migliori intenzioni coloro che sovrastimano i loro figli, credendo di facilitare il difficile percorso di costruirsi una solida autostima; ma inavvertitamente le pratiche di sovra-valutazione possono avere l’effetto collaterale di far aumentare i livelli di narcisismo.

DISTURBO NARCISISTICO DI PERSONALITA’

Lo studio è interessante perchè coinvolgendo un campione non clinico getta luce in ottica prospettica sullo sviluppo nel tempo di tendenze narcisistiche anche se non necessariamente ancora patologiche. Quindi dai dati è emerso che la sovrastima genitoriale correla con maggiori punteggi di narcisismo (“Io sono migliore degli altri”) e non con maggiori livelli di autostima (“Mi piaccio come persona”, “Sono bravo e valgo tanto quanto altri”). Invece sarebbe proprio la presenza di vicinanza emotiva dei genitori nei confronti dei figli, e non la loro sovrastima, a correlare con maggiori livelli di autostima nel corso del tempo.

Quindi la sovrastima dei propri figli ne predice le tendenze narcisistiche, mentre la vicinanza emotiva tra genitori e figli predice maggiori livelli di autostima.

La sovrastima genitoriale sarebbe predittiva del narcisismo successivo dei figli anche tenendo conto dei livelli di narcisismo dei genitori in quanto variabile interveniente: quindi la sovrastima dei figli non è solo un problema dei genitori narcisisti.

I risultati vanno letti comunque in un’ottica integrata e secondo una prospettiva più complessa: non possiamo ridurre le radici del narcisismo ad un solo fattore – la sovrastima genitoriale. Così come altri tratti di personalità, sono le  complesse dinamiche di interdipendenza tra fattori genetici, temperamentali e ambientali-esperienziali che possono tentare di spiegare le radici del narcisismo nelle sue svariate sfaccettature e manifestazioni.

 

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  • Brummelman, E., Thomaes, S., Nelemans, S.A., Orobio de Castro, B., Overbeek, G., Bushman, B.J. (2015). Origins of narcissism in children. Proceedings of the National Academy of Sciences, 201420870 DOI: 10.1073/pnas.1420870112

Personalità manipolatrice e bugiardi patologici secondo George K. Simon – Recensione

George K. Simon, psicologo clinico, ha studiato e lavorato con i manipolatori e le loro vittime per molti anni. Ha prodotto più di 250 contributi tra lavori e seminari, così come contributi in radio e televisione, riguardanti il tema su come comportarsi con le persone manipolative e altre personalità difficili. 

Alcuni sostengono che mentire fa parte dell’essere umano, tutti noi almeno una volta siamo stati non totalmente sinceri con gli altri, e a volte non c’è veramente nessun intento “malato” dietro le nostre intenzioni.

Secondo Simon è possibile identificare due obiettivi principali dietro l’utilizzo della bugia:
– prevenire qualcosa che desideriamo non accada;
– aiutarci ad ottenere qualcosa di desiderato ma che non sarebbe ottenibile in maniera onesta (un esempio è quando si mente ad un test).

Ma al di fuori di questi casi, alcuni individui sembrano essere bugiardi ostinati, calcolando continuamente come abbindolare e manipolare in ogni momento gli altri, e quasi sempre con intenti malevoli. Una parte di loro è stata definita “bugiardi patologici”, ma non solo perché sembra che mentano ripetutamente, ma soprattutto perché mentono su questioni che appaiono irrilevanti e in situazioni in cui la verità sembra essere la miglior via possibile (quando insomma non è per nulla necessario mentire).
Ma è possibile che queste persone, definite come “bugiardi patologici”, siano realmente così irrazionali come si possa pensare? Simon sostiene di no: [blockquote style=”1″]Mentre qualche volta sembra che non ci sia nessuna ragione per loro di mentire, c’è in realtà un metodo nella loro apparente pazzia.[/blockquote]

Così quello che sembra a volte un mentire senza senso, irrazionale o patologico è in realtà, per loro, funzionale, e la motivazione è quasi sempre la stessa: quella di mantenere una posizione di vantaggio.

Simon racconta inoltre di avere sentito centinaia di individui riportare esempi di questi comportamenti soprattutto nelle relazioni amorose in cui uno, o addirittura entrambi i partners, conducevano “doppie vite”.

Alla fine di una relazione le vittime di questi comportamenti ambigui arrivano a chiedersi come hanno fatto a farsi ingannare per così tanto tempo. Le tipiche domande possono essere: il mio partner era realmente differente all’inizio ma è cambiato per qualche ragione sconosciuta? Ero così affascinata/o dal mio/a partner da non vedere la verità? Ma la cosa che tengono in considerazione è che alcune persone di natura non permettono a loro stessi quella vulnerabilità che potrebbe derivare da una relazione di pari livello.

Sfortunatamente queste vittime, quando realizzano di essere state raggirate, si imbattono in vissuti di vergogna, colpa e mettono in discussione di continuo la loro abilità nel giudicare correttamente le persone per quello che realmente sono. Superato questo momento queste persone arrivano poi a capire la natura del disturbo e accettano il fatto che semplicemente alcuni individui mancano della capacità, o della voglia, di relazionarsi sullo stesso piano di eguaglianza con gli altri; sebbene situazioni più rispettose possano portare queste “vittime” a riguadagnare un senso di integrità personale e di rispetto per se stesse.

 

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Hungry Hearts (2014): due cuori e una condanna – Cinema & Psicologia

“Siamo soli al mondo, io e te, ma ti prometto che io mi prenderò sempre cura di te, che ci sarò sempre, per te, e che veglierò su di te affinché non ti possa mai accadere niente di male.”

Hungry Hearts è uno spunto di riflessione su quanto sia difficilmente comprensibile la mente umana. Anche chi fa un lavoro come il nostro e quotidianamente abita un punto di vista “privilegiato” dal quale osservare il misterioso mondo della mente umana, non può non rimanere stupito di quanto ancora e ancora si possa sempre scoprire da ogni nuova persona, da ogni nuova storia e nuovo paziente che si siede sulla poltrona del nostro studio.

E allora chi lavora in questo ambito non può smettere di farsi domande una volta che esce da quello studio, non può smettere di cercare di comprendere, non può non appassionarsi a film o libri che sviscerano problematiche psicologiche, non può finire di fare ipotesi e di cercare delle risposte. Ed ecco che anche una serata al cinema diventa una nuova occasione per ricordarti quanto difficile, cioè appassionante, è il tuo lavoro.

I due protagonisti sono un concentrato di problematiche psicologiche, alcune sottili e difficili da cogliere, altre talmente tanto evidenti da spaventare. Mina, con un’accennata storia di vita caratterizzata da neglect, lutti e forse anche traumi, sprigiona fragilità da ogni parola che pronuncia e sicuramente anche dal suo aspetto fisico. Si sente “piccola” ed indifesa in un mondo minaccioso e pericoloso ed è alla ricerca di protezione e sicurezza. Sembra trovare quello che cerca in Jude, un ragazzo dolce e premuroso, con una madre che deve essere tenuta a distanza per non subirne l’invadenza, pronto e forse anche bisognoso di donarle non solo amore ma anche l’attaccamento che le è mancato. Questi reciproci bisogni inizialmente sembrano combaciare perfettamente, addirittura troppo perfettamente.

E’ come se osservando l’evoluzione della storia di Mina e Jude si avvertisse la costruzione di un loro nido nel quale nessun altro può entrare, comprendere e agire se non loro due.  La notizia della gravidanza praticamente li costringe ad uscire dal loro nido per relazionarsi con il resto del mondo ma Mina non è pronta, non desidera, non accetta questa uscita vissuta da lei come una violenza e non appena le è possibile si rintana nuovamente nel loro nido a questo punto con suo figlio.

La sua fragilità e la sua paura del mondo esplodono sotto al peso della responsabilità di una creatura con ossessioni e deliri che minacciano la sua vita e quella di tutta la sua famiglia. Jude, inizialmente accudente, successivamente incredulo e infine spaventato, sembra non avere le risorse per sbloccare la situazione, non sa a chi rivolgersi (di certo non a sua madre che non capirebbe e si intrometterebbe con aggressività) e forse ha troppa paura di fare del male a Mina nel tentativo di aiutarla. Ma lasciamo la parola ai due protagonisti così, cercando di immedesimarsi in loro, proviamo a capire meglio i loro pensieri e le loro emozioni.

[blockquote style=”1″]

 

Il mio unico obiettivo nella vita è proteggerti, figlio mio, per me non conta altro, non sono importanti le amicizie, il lavoro, i parenti, mio marito… io desidero solo stare con te, accarezzarti, parlarti, lavarti e prendermi cura di te tenendoti lontano dai vari pericoli a cui il mondo può esporti: il freddo, lo smog, il cibo infettato, i medicinali velenosi, le persone spietate e cattive! Ricordo ancora quando seppi di essere incinta… Non riuscivo a credere che una piccola creaturina sarebbe potuta crescere dentro di me e che poi sarebbe stata un prolungamento di me.

La tua salute, la tua tranquillità e la tua felicità, da quel momento, sarebbero dipese da me. Era necessario che il mio corpo si purificasse da tutto ciò che di sporco, malato, inquinato vi risiedeva, per poterti trasmettere solo purezza. Sono andata contro tutto e contro tutti per portare avanti questo obiettivo – non è stato facile, perché quando sei nato eravamo entrambi molto deboli, ma ne è valsa la pena!

Non appena ti ho visto, ho capito quanto era stato importante perseverare, quanto eri unico, speciale… quanto eri incredibilmente frutto del mio amore… e allora ho trovato la forza di lottare ancora e con più forza per tutelarti! Nessuno, durante la mia vita, mi ha protetta, mi ha fatta sentire accudita e speciale. Non voglio che questo accada anche a te.

Il primo pensiero la mattina, appena mi sveglio, sei tu, ti salvo dallo sporco che tuo padre vorrebbe trascinare in casa ogni volta che rientra in casa, facendogli lavare le mani, non ti porto fuori perché potresti prendere freddo; se hai un po’ di febbre, ti curo da sola senza condurti da quei medici che vogliono solo avvelenarci; ti proteggo dalle altre persone tenendoti al sicuro in casa, ma soprattutto (questa che sto per dirti è la cosa di cui vado più fiera) ho creato un orto sul nostro terrazzo dove coltivo personalmente tutti gli alimenti di cui hai bisogno: solo così posso avere il totale controllo di quello che entra nel tuo organismo.

Non mi fido di nessuno, mi posso fidare solo di me stessa, non mi fido nemmeno di tuo padre… solo io ho tutte le attenzioni e le premure che meriti! Tuo padre non capisce. Penso che non ci ami abbastanza. Non ci protegge come dovrebbe fare. Ho paura che appena mi distraggo un attimo ti dia da mangiare delle cose che potrebbero farti male, che ti contamini con lo sporco del mondo là fuori, che ti faccia ammalare portandoti al freddo. Siamo soli al mondo, io e te, ma ti prometto che io mi prenderò sempre cura di te, che ci sarò sempre, per te, e che veglierò su di te affinché non ti possa mai accadere niente di male.

Ma che sta succedendo a tua madre? Non capisco, mi sembra un incubo. La notizia più bella che una coppia possa ricevere è diventata un’autentica ossessione per lei. Durante la gravidanza non ha mangiato praticamente niente e tu, povero amore mio, non hai avuto le energie necessarie per crescere. È come se l’intero mondo intorno a lei fosse sparito, non avesse più alcuna importanza per lei… Conta solo la sua paura che tu possa ammalarti, contaminarti, infettarti! I giorni passano e la situazione peggiora sempre più: tu non cresci, hai spesso la febbre, io esco soltanto per lavorare perché poi voglio correre a casa per vedere come state, non incontriamo più nessuno, non usciamo mai, mangiamo solo cibi dell’orto di mamma. Non so davvero come fare ad aiutarla, a farle capire che sta male, che ha un problema e che dev’essere aiutata. Devo riuscire a farla ragionare, devo convincerla ad andare da un medico.

Ho paura che si senta incompresa, non amata da me, tradita, ma allo stesso tempo sento che devo fare qualcosa, non possiamo più andare avanti così. Ha solo noi due al mondo, non può e non deve perderci, siamo la sua vita. La mia paura più grande è che tu possa ammalarti o addirittura morire… È incredibile, se ci penso: il suo desiderio è quello di proteggerti, mentre quello che sta ottenendo col suo comportamento è esattamente il contrario: ti sta uccidendo.

 

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Valutazione psicologica di pazienti con sindrome di Takotsubo in fase di quiescenza clinica: ricerca pilota

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

VALUTAZIONE PSICOLOGICA DI PAZIENTI CON SINDROME DI TAKOTSUBO IN FASE DI QUIESCENZA CLINICA: RICERCA PILOTA

Autori: Andreello, S., Garofalo, G., Pelosi, A., Ciracì, C.

 

INTRODUZIONE

 La scoperta della sindrome di Takotsubo risale a quando, dal primo articolo del 1990, gli autori giapponesi Dote, Sato, Tateishi, Uchida e Ishihara, incuriositi dalla forma insolita del ventricolo sinistro, che somigliava al “tako-tsubo”, ossia il cestello utilizzato dai pescatori giapponesi per catturare i polipi (Kawai et al. 2000; Kurisu et al., 2002; Tsuchihashi et al., 2001), per primi la descrissero chiamandola appunto “sindrome di Takotsubo” (Dote, Sato, Tateishi, Uchida e Ishihara, 1991). Nel 2001 fu pubblicata la prima serie giapponese e la sindrome apparve come una nuova entità nosologica (Tsuchihashi et al., 2001). Da quel momento, l’interesse scientifico per questa condizione è aumentato costantemente e drammaticamente negli ultimi anni: dalle due pubblicazioni registrate nel 2000, si è passati a quasi 300 nel 2010 (Sharkey, Lesser, Maron, M. S. e Maron, B. J., 2011). Questa sindrome è stata descritta con più di 75 nomi diversi in letteratura, tra i quali Cardiomiopatia da Stress (Stress Cardiomyopathy, SC) o Sindrome di Takotsubo (ST), che enfatizzano le caratteristiche della malattia che sono state più impressionanti per i singoli ricercatori (ibidem).
La presentazione clinica di questa particolare sindrome può spesso simulare un Infarto Miocardico Acuto (IMA). I sintomi tipici e più comuni sono, infatti, dolore toracico acuto e/o dispnea, associato ad alterazioni elettrocardiografiche (Pilgrim, e Wyss, 2008; Prasad, Lerman, Rihal, 2008; Wittstein et al., 2005), quali un sopraslivellamento del segmento ST nelle derivazioni precordiali per il 90% dei soggetti associato a modesti innalzamenti dei markers di necrosi miocardica (Cocco e Chu, 2007). In letteratura sono segnalati anche sintomi non specifici, tra cui sincope, debolezza e nausea (Hurst, Prasad, Askew, Sengupta, Tajik, 2010) e casi asintomatici (2-20%: Castillo Rivera, Ruiz-Bailén e Rucabado Aguilar, 2011).
L’ecocardiografia e la ventricolografia sinistra permettono di evidenziare le anomalie caratteristiche della sindrome Takotsubo, cioè una disfunzione sistolica reversibile del ventricolo sinistro (Pilgrim, e Wyss, 2008; Prasad et al., 2008; Wittstein et al., 2005): la ballonizzazione apicale.
Questo particolare disturbo si distingue dalla Sindrome Coronarica Acuta (ACS) in quanto le anomalie transitorie accennate si estendono prevalentemente al di là di un unico territorio vascolare (Dote et al., 1991; Sato, Tateishi e Uchida, 1990), in assenza di compromissione rilevante dell’albero coronarico.
Una maggiore consapevolezza di questa sindrome ha portato, nel 2006, alla sua incorporazione nella classificazione americana della Heart Association tra le forme di cardiomiopatie primarie di tipo acquisito (Kapoor e Bybee, 2009; Maron et al., 2006). La Sindrome di Takotsubo è quindi oggi sempre più riconosciuta come una nuova forma di cardiomiopatia ischemica acuta (Hafiz, Jan, Paterick, Allaqaband e Tajik, 2012).
Oltre alla forma “tipica” che coinvolge l’apice ventricolare sinistro e rappresenta quella più comune in tutte le casistiche, esistono alcune forme “atipiche”: attualmente, un terzo dei pazienti presentano una forma variante della malattia (Haghi et al., 2007). Nello specifico in letteratura vengono classificate diverse forme di ST in base alla sede di disfunzione contrattile ventricolare (Castillo Rivera et al., 2011):
Tipo I: Cardiomiopatia Takotsubo con ballooning apicale
Tipo II: Balloning Medio-ventricolare
Tipo III: Cardiomiopatia con ipercontrattilità apicale (forma invertita)
Tipo IV: Mongolfiera basale
Tipo V: Coinvolgimento di altri segmenti.

 

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La felicità è di destra o di sinistra? – Psicologia e Politica

Veronica Iazzi

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Cosa vuol dire essere felici? Ed esiste una differenza tra quanto si dice di essere felici e quanto si mostra di essere felici? Secondo dati raccolti in ricerche passate, le persone con tendenze conservative dichiarano di essere maggiormente felici. 

Tuttavia, gli psicologi dell’UCI Irvine hanno scoperto che le persone con tendenze politiche di sinistra si esprimono in modo più positivo ed hanno espressioni facciali maggiormente felici.

Il cosiddetto happiness gap tra conservatori e liberali è in effetti più complicato di quello che sembra. Ricerche precedenti avevano avvalorato l’ipotesi per cui i primi sarebbero più felici, basandosi sulla somministrazione di questionari self-reports. Tuttavia, dichiarazioni in merito alla propria felicità –così come alla propria intelligenza o moralità – sono spesso influenzate dal desiderio di voler vedere se stessi in una luce positiva.  Dice Peter Ditto, docente di psicologia e comportamento sociale all’UCI e coautore della ricerca:

Se si vuole scoprire quanto una persona sia felice, il primo modo per farlo è chiederglielo, e questa è stata una tecnica ampiamente utilizzata negli studi finora effettuati ma un altro possibile modo di affrontare la questione è quello di studiare in che modo la felicità agisce direttamente sulle persone.

Per studiare le differenze esistenti tra liberali e conservatori riguardo al tema della felicità, Wojcik e i suoi colleghi si sono serviti delle informazioni fornite da alcune banche dati, come ad esempio Linkedln o Twitter. Specificatamente, i ricercatori hanno analizzato milioni di parole provenienti dalla trascrizione di interventi all’interno del Congresso e le fotografie di ciascun membro del Congresso; gli studiosi hanno inoltre analizzato 47.000 tweets e 500 foto provenienti da Linkedln. Wojcik afferma:

Siamo stati sorpresi di scoprire quando sia consistente la relazione tra il livello di felicità direttamente espresso e la preferenza politica dei soggetti

Tali risultati contraddicono quelli precedentemente utilizzati tramite l’utilizzo della metodologia self-report, e Wojcik propone una spiegazione: le persone tendono a riportare ogni genere di capacità o tratto personale nel modo più positivo possibile. Se chiedete loro di valutare un qualsiasi tratto positivo – intelligenza, abilità sociali, persino la capacità di guidare – essi tenderanno ad attribuirsi i punteggi più alti.

Questo effetto sembra essere più forte e più diffuso tra i conservatori, rispetto ai liberali. Ciò non è necessariamente da interpretare come un fatto negativo: secondo alcune ricerche, questa forma di percezione auto-migliorata di se stessi aumenterebbe di fatto le proprie relazioni sociali, il lavoro produttivo e creativo, e porterebbe con sé altri benefici ancora, in una sorta di profezia su se stessi che si auto-avvera.

 

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Sintomi depressivi: poco riconosciuti in pazienti afro-americani affetti da cancro

FLASH NEWS

Pazienti Afro-Americani affetti da cancro potrebbero trarre beneficio da misure della depressione maggiormente sensibili alla loro specificità culturale,  che considerino l’irritabilità, l’isolamento sociale e la sensazione di “sentirsi giù” come modalità differenti di esprimere il concetto di depressione.

Amy Zhang, docente associato presso la Case Western Reserve’s Frances Payne Bolton School of Nursing, ha approfondito a lungo la questione della qualità della vita di pazienti affetti da cancro, chiedendosi infine se sia possibile che i sintomi depressivi in soggetti Afro-americani siano sempre stati scarsamente riconosciuti.

In linea generale, effettuare una diagnosi precisa di depressione in pazienti affetti da cancro è una questione particolarmente complicata, dal momento che i sintomi fisici di depressione e cancro sono molto simili (scarse energie, tendenza all’insonnia ed all’inappetenza). Inoltre, identificare e trattare i sintomi depressivi in questi pazienti è particolarmente critico anche alla luce del fatto che coloro che reagiscono alla malattia con un atteggiamento ed una mentalità più positivi tendono a vivere più a lungo.

In particolare, afferma Zhang: “I soggetti Afro-Americani affetti da cancro sono spesso più gravi e mostrano sintomi più severi. Per questo ho pensato di approfondire tale questione e comprendere se e cosa ci stesse sfuggendo nella cura di queste persone”.

Zhang e le sue colleghe hanno studiato 74 pazienti affetti da cancro, di cui 34 Afro-Americani con diagnosi di depressione, 23 Afro-Americani che non presentavano sintomi depressivi e 17 Caucasici con sintomatologia depressiva. Ai partecipanti era stato diagnosticato un cancro al seno o un tumore alla prostata al massimo entro i tre anni precedenti allo studio, ed erano passati almeno 6 mesi dall’ultimo trattamento ricevuto. Per identificare i sintomi depressivi sono state utilizzate domande aperte.

I pazienti Afro-Americani con diagnosi di depressione riportavano di essere di umore irritabile e di sentire la necessità di stare soli molto più dei pazienti Afro-Americani non depressi; sintomi non facilmente identificabili tramite l’utilizzo di una batteria standard per la depressione. Riportavano inoltre più frequentemente insonnia, fatica e crisi di pianto. Dai dati emerge inoltre che i pazienti Afro-Americani depressi dichiarano meno spesso di sentirsi tristi rispetto ai pazienti Caucasici. La prima tipologia di soggetti, infatti, non usava la parola “depresso” per descrivere come si sentiva, ma più spesso espressioni quali “sentirsi giù” o “a terra”, “essere pessimisti” o “malinconici”. “Dal momento che non usiamo tali parole nei test standard per la depressione, è possibile che non abbiamo correttamente identificato i sintomi depressivi tra le persone Afro-Americane”, dice Zhang.

Tali dati hanno portato la ricercatrice ed il suo team a concludere che i test psico-diagnostici standard siano perlopiù tarati su soggetti bianchi. Di conseguenza, pazienti Afro-Americani affetti da cancro potrebbero trarre beneficio da misure della depressione maggiormente sensibili alla loro specificità culturale, che considerino l’irritabilità, l’isolamento sociale e la sensazione di “sentirsi giù” come modalità differenti di esprimere il concetto di depressione.

Dare definizioni differenti di quest’ultima tramite domande che identifichino specificatamente tali sintomi potrebbe aiutare i clinici ad effettuare una diagnosi più accurata e a trattare il disturbo in modo più appropriato. Infine, Zhang si augura che testare un largo numero di partecipanti al fine di verificare se usare domande più sensibili alle differenze culturali conduca alla messa in atto di strategie più funzionali a sostegno dei pazienti Afro-Americani affetti da cancro.

 

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Genitori “Bestia” – La separazione vista con gli occhi di un bambino

Il video mostra il punto di vista di un bambino che si trova nella condizione di prendersi cura dei propri genitori, in particolare della madre, dopo una separazione.

Il fenomeno della trasformazione che subiscono i genitori viene definito dal bambino con il termine “bestializzazione”. Oltre a essere premuroso, eccessivamente responsabile e accudente, il bambino diventa parte attiva del processo di “umanizzazione” della madre, stimolandola a uscire, a riprendere i contatti con vecchie amicizie e a prendersi cura di sé.

Dal punto di vista psicologico, viene esposto in modo chiaro e diretto il fenomeno dell’accudimento invertito, nel quale il sistema di attaccamento subisce una distorsione patologica: i ruoli della madre e del figlio si invertono ed è la madre che riceve cure e protezione dal figlio.

Il video tratta l’argomento della separazione (o del divorzio), ma la dinamica può essere generalizzata anche ad altre situazioni nelle quali uno o entrambi i genitori vivono condizioni di sofferenza psicologica tale da ridurre la capacità di prendersi cura dei figli, come può accadere nel disturbo depressivo, nel disturbo bipolare o nella dipendenza da sostanze.

Il tipo di animazione e il ruolo del bambino come voce narrante fanno sì che il video si presti molto bene anche per un utilizzo psico-educativo per i professionisti che operano nell’ambito dello sviluppo.

 

VIDEO:

 

Sigmund Freud University MIlano - Corso di Laurea in Psicologia 

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Sebbene accudimento e attaccamento siano sistemi comportamentali separati, si influenzano reciprocamente nel modellare il comportamento delle persone.

Cambiamenti neuropsicologici nei pazienti depressi dopo la terapia cognitivo-comportamentale e la terapia metacognitiva

Uno studio recente (Groves et al., 2015) ha mostrato come la Terapia Metacognitiva riesce a ridurre l’umore depresso e favorisce il cambiamento positivo di funzioni neuropsicologiche come la memoria di lavoro e le funzioni esecutive. Questo risultato positivo è superiore a quello ottenuto in un gruppo di controllo sottoposto a terapia cognitivo-comportamentale.

La Terapia Metacognitiva (MCT; Wells, 2008) è una nuova forma di psicoterapia che ha lo scopo di sviluppare nuovi modi di reagire a pensieri ed emozioni negativi. È particolarmente efficace nel trattamento dei Disturbi d’Ansia e della Depressione e, nonostante le ricerche di efficacia siano ancora limitati, i primi risultati sono molto incoraggianti. Una recente meta-analisi ha mostrato come l’efficacia sia superiore a quella della terapia cognitivo comportamentale (Norman, van Emmerik & Morina, 2014).

In particolare, MCT mira ad aumentare la capacità di governare volontariamente la propria attenzione ostacolando la tendenza a focalizzarsi su segnali negativi come pensieri (es. non ce la faccio più) o sensazioni (es. senso di stanchezza) e la propensione a ruminare sulle proprie difficoltà e il proprio malessere.

Difficoltà a staccare la mente da stati mentali negativi è una delle caratteristiche principali della depressione. La depressione conduce nel tempo a maggiori difficoltà in attività cognitive come le funzioni esecutive e la flessibilità cognitiva, inclusa soprattutto la capacità di concentrarsi su qualcosa di diverso dal proprio malessere. L’esito è la tendenza a finire bloccati in un circuito depressivo.

Uno studio recente (Groves et al., 2015) ha mostrato come la Terapia Metacognitiva riesce a ridurre l’umore depresso e favorisce il cambiamento positivo di funzioni neuropsicologiche come la memoria di lavoro e le funzioni esecutive. Questo risultato positivo è superiore a quello ottenuto in un gruppo di controllo sottoposto a terapia cognitivo-comportamentale.

Questa ricerca preliminare suggerisce che MCT potrebbe avere un vantaggio su terapia cognitivo-comportamentale nel miglioramento delle funzioni esecutive, probabilmente legato al fatto di focalizzare l’intervento sull’incremento della flessibilità mentale.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Recensione di Terapia Metacognitiva dei disturbi d’ansia e della depressione (A. Wells)

 

BIBLIOGRAFIA:

Tracce del Tradimento III: Ossessioni d’amore e perdita dell’amore

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – 03

Ossessioni d’amore e perdita dell’amore

Il dolore che arriva nei nostri studi dovuto al tradimento cercato e fatto è sicuramente ciò che ci ha portato a scrivere. La quantità e la durata della sofferenza che troviamo nelle relazioni d’amore ci colpisce sempre e -quasi- ci spezza il cuore.

Le sofferenze del sentimento rappresentano una parte importante del racconto terapeutico. Se la gelosia patologica rientra nella nosografia psichiatrica solo marginalmente (delirio di gelosia), la sofferenza d’amore, la sofferenza dovuta alla impossibilità di essere in pace in una relazione reciproca è al centro dell’intervento dei terapeuti. Anche se non è diagnosticata.

L’ossessione per la minaccia di perdita del partner è un punto importante della passione d’amore e del nostro lavoro quotidiano. La passione è sinonimo di ossessione, e dipende dalla minaccia della perdita di controllo sul partner. Solo se non c’è sicurezza, se c’è minaccia di perdita può esservi ossessione d’amore. Tuttavia non tutti di fronte alla minaccia di abbandono d’amore reagiscono allo stesso modo. Alcuni soffrono di più, sono colti da uno stupore straziante e temono di morire di questo dolore, non lo ritengono neanche affrontabile e si prestano a qualsiasi umiliazione pur di procrastinare o annullare l’abbandono del partner.

Non crediamo che la differenza sia tanto nella quantità della sofferenza e nemmeno che sia dovuta alla grandezza o alla potenza del sentimento in gioco.

Crediamo semmai che essa stia tutta nella rappresentazione che di fronte alla separazione le persone fanno di se stesse. Se essi si raccontano l’abbandono come la fine dell’esistenza o come un fallimento irrimediabile, sarà molto più difficile affrontarlo.

 

 

Da dove derivano queste diverse posizioni di fronte al vedersi abbandonato o tradito?

Gli studi sulla relazioni familiari suggeriscono che una relazione con i propri genitori, calda, emotivamente appagante e rispettosa (in termini tecnici: un attaccamento sicuro; Bowlby, 1988), sia un protettivo generico dalla costruzione di se come incapace o poco amabile o fallito di fronte al tradimento. Aver avuto dei genitori non critici, non esageratamente invadenti o trascuranti o maltrattanti non garantisce né il benessere psicologico né la felicità, ma facilita in genere la costruzione di una rappresentazione di se come persone decenti e capaci e degne di essere amate e una rappresentazione dell’altro come qualcuno con cui si possa entrare in rapporto in modo reciproco e non spaventosamente minaccioso. Un buon attaccamento non garantisce dalle sofferenze dell’amore, dalle ossessioni amorose, ma le rende curabili e superabili.

 

L’ossessione amorosa

In realtà l’esperienza dell’ossessione amorosa è pur sempre un’esperienza squisitamente umana, formativa e molto ricca. Aver mancato nella vita questa esperienza non è proprio vantaggioso. Ma sappiamo anche che questa sofferenza può essere estremamente distruttiva quando al dolore d’amore si aggiunge una idea di sé come incapace a sopravvivere, una percezione della propria fine, di incapacità ad affrontare il dopo, a ricostruirsi un’esistenza, così come può essere tragico se di fronte all’abbandono d’amore si reagisca con rabbia e ostilità e incolpando il partner dell’abbandono interpretato come un atto malevolo.

Può improvvisamente nascere un sentimento d’impossibilità alla guarigione e alla ricostruzione del futuro. Questo accade per una propria incapacità emotiva e psicologica (e nei casi estremi si può arrivare al suicidio) o per una ostilità mortale verso l’altro che abbandonandoci, non amandoci ci distrugge (e nei casi estremi si può arrivare a ucciderlo).

Di solito le cose non sono però così tragiche e quello che vediamo in terapia è una tendenza alla ripetizione di scelte sentimentali e comportamenti che procurano dolore a se stessi o al partner in modo ripetitivo ma non mortale. Chi ha imparato da qualche parte questa attitudine tende a ripeterla.

Il problema non è quindi la quantità di sofferenza per l’ossessione amorosa ma la sua ossessività correlata insieme a una costruzione di sé come privi di senso e di futuro, al di là dell’ossessione che si sta vivendo.

 

Serena era cresciuta in una famiglia di diplomatici russi che vivevano a Parigi. Un padre esplosivo e anaffettivo aveva da sempre avuto verso di lei un comportamento squalificante e umiliante, la ignorava e se lei si avvicinava per chiedere affetto si allontanava da lei con un viso pieno di disgusto. Egli non aveva però lo stesso comportamento verso sua sorella che invece amava con dolcezza e che riempiva di lodi. Serena era una persona razionale e molto contenuta, così aveva presto imparato a non contare sulla famiglia arrivando a chiedere, al momento delle iscrizioni alle scuole medie, di essere mandata in collegio. La vita di collegio l’aveva rassicurata, anche se sempre più si vedeva capace di affidarsi a se stessa più che ad altri. Aveva vissuto in collegio da sola fino alla laurea. E durante questo periodo i genitori non erano mai andati a trovarla. Si era laureata ed era andata a vivere a Roma dove aveva incontrato un uomo di cui si era infatuata, dopo un breve periodo di seduzione. Egli aveva molto spinto perché lei lasciasse le sue difese e si fidasse di lui lasciandosi andare al rapporto. Lei con grande fatica, illudendosi di aver trovato un grande amore e finalmente un appoggio nella sua vita solitaria, si era lentamente lasciata andare. Improvvisamente, però, quest’uomo, senza alcun motivo comprensibile, era divenuto fisicamente violento e aveva cominciato a tradirla con le poche amiche che lei si era fatta. Lasciando tracce dei tradimenti esplicite e indiscutibili. Tracce di rossetto sulla camicia, messaggi al cellulare. Serena aveva letto questo comportamento come una conferma del suo destino di solitudine e dell’impossibilità di “non essere soli” e aveva fatto, una sera di novembre, un tentativo di suicidio. Soltanto l’ostinazione di un lontano conoscente che non si era spiegato il suo mancato arrivo a una cena di lavoro -lei così scrupolosa e attenta a tenere con tutti rapporti formalmente ineccepibili- le aveva salvato la vita.

 

  • BOWLBY, J. (1988), A Secure Base. Routledge, Londra. Una base sicura. Tr. it. Raffaello Cortina Editore, Milano, 1989.

 

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Sindrome di Prader Willi (PWS) – Definizione Psicopedia

Con una presa in carico precoce e mirata, i soggetti con Sindrome di Prader Willi riescono a raggiungere discreti livelli di benessere e una buona qualità di vita. Nei casi di discontrollo elevato della condotta alimentare, esistono comunità residenziali specifiche per il trattamento cognitivo e comportamentale.

Malattia genetica rara caratterizzata da sintomi eterogenei sia dal punto di vista clinico che comportamentale. Venne individuata per la prima volta nel 1856 da A. Prader e H. Willi dell’Università di Zurigo, dai quali prende il nome.
La causa accertata viene annoverata ad una delezione sul braccio lungo del cromosoma 15 di derivazione paterna, ovvero a un difetto di copiatura di una parte di DNA.

GENETICA & PSICHEDISTURBI DEL COMPORTAMENTO ALIMENTARE

L’anomalia genetica è responsabile delle disfunzioni ipotalamiche-pituitarie e dell’alterazione delle funzioni cognitive, da cui derivano diversi sintomi: iperfagia e mancanza del senso di sazietà, squilibrio ormonale con importante impoverimento dell’ormone della crescita (GH), discontrollo degli impulsi e vulnerabilità emotiva, disturbi dell’apprendimento e ritardo mentale generalmente lieve-moderato.

La caratteristica fisica principale della sindrome è l’ipotonia, già presente alla nascita, che provoca difficoltà di suzione e successivamente ritardo nello sviluppo motorio. Tende a diminuire intorno ai 3-4 anni di età.

Incidenza: è stimata 1 persona affetta su circa 10.000-15.000 nati vivi. Per ogni individuo con Sindrome di Prader Willi ce ne sono circa 15-20 con sindrome di Down, 1 con sindrome di William e meno di 1 con sindrome di Angelman.

Segni fenotipici: fronte stretta e prominente, occhi a mandorla con palpebre tendenti verso l’alto, statura bassa, ponte nasale stretto, mani e piedi piccoli.

Caratteristiche cognitive: i soggetti con Sindrome di Prader Willi tendono ad avere performance migliori nell’integrazione di stimoli visivi rispetto a quelli uditivi, la memoria a lungo termine è maggiore rispetto a quella a breve termine e mostrano particolari abilità nella composizione di puzzle.

Aspetti emotivi e comportamentali: possono essere frequenti episodi di discontrollo emotivo, difficoltà a gestire la rabbia e a tollerare frustrazioni anche lievi. Spesso mettono in atto comportamenti oppositivi.

Trattamento: data la variabilità dei sintomi, il trattamento è basato sull’integrazione di vari livelli di intervento:

– Trattamento fisioterapico per sviluppare il tono muscolare, migliorare la motricità grossolana e l’articolazione bucco-facciale.

– Trattamento farmacologico con l’ormone della crescita (GH), al fine di potenziare lo sviluppo psico-motorio e migliorare la qualità di vita dei soggetti.

– Intervento motivazionale di promozione della salute, rivolto sia all’individuo che ai familiari, finalizzato a promuovere uno stile di vita sano, a seguire una dieta equilibrata e a monitorare il comportamento iperfagico.

– Intervento logopedico se è presente un disturbo del linguaggio.

– Intervento psico-educativo precoce mirato all’acquisizione dei pre-requisiti dell’apprendimento, alla gestione dell’impulsività e al controllo della rabbia.

– Visite neuropsichiatriche periodiche in età pediatrica e psichiatriche in età adulta in caso di comorbilità con altri quadri psichiatrici. I più comuni sono: disturbo d’ansia generalizzato, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo.

Con una presa in carico precoce e mirata, i soggetti con Sindrome di Prader Willi riescono a raggiungere discreti livelli di benessere e una buona qualità di vita. Nei casi di discontrollo elevato della condotta alimentare, esistono comunità residenziali specifiche per il trattamento cognitivo e comportamentale.

 

BIBLIOGRAFIA:

Depressione Post-Partum: la tecnologia al servizio della diagnosi

FLASH NEWS

Abbiamo già parlato di come, negli ultimi anni, si sia cominciato a pensare ad una nuova forma di trattamento della malattia mentale, che possa avvalersi dei più moderni strumenti forniti dalla tecnologia odierna. Secondo i sostenitori di questo tipo di approccio, tali forme di trattamento, definite anche di mobile healt (mHealt), costituirebbero un valido supporto alle modalità di intervento standard.

Tra i principali vantaggi, la possibilità di una più facile e veloce raccolta di informazioni cliniche. Questo il motivo che ha spinto alcuni ricercatori della University of Illinois a credere che l’utilizzo di TabletPC possa promuovere un approccio globale alla valutazione di disturbi quali la depressione post partum, anche all’interno del sistema di sanità pubblica.

CYBERPSICOLOGIA

La ricerca, nata dalla collaborazione con i responsabili del progetto Champaign-Urbana Public Health District, ha coinvolto circa 3.100 donne e prevedeva la valutazione dei sintomi di depressione post partum tramite l’utilizzo di TabletPC, ciascuno dei quali dotato di una versione dell’Edinburgh Postnatal Depression Scale, un questionario costituito da 10 item comunemente usato nella clinica.

La possibilità di utilizzare una versione elettronica del questionario, solitamente somministrato in forma cartacea, ha permesso, secondo Karen M. Tabb Dina, principale autore dello studio, di mettere in luce come l’utilizzo delle nuove tecnologie possa permettere di superare le barriere linguistiche che in una società sempre più globalizzata continuano tuttavia a persistere nel quotidiano. In questo modo, le donne che hanno preso parte allo studio sono state in grado di compilare il questionario nella lingua nella quale si sentivano più a loro agio, senza dover chiedere aiuto al proprio partner.

Ciò garantisce una migliore raccolta delle informazioni cliniche, che potrebbero altrimenti risultare parziali in quanto alcune donne potrebbero essere riluttanti nel dover chiedere aiuto ad altri per descrivere i propri sintomi.

Sulla base di recenti studi che suggeriscono un’incidenza due volte maggiore di questo disturbo nella fascia di popolazione che vive in una situazione economica più svantaggiata e con un basso livello di istruzione, l’opportunità di poter disporre di un supporto audio per la somministrazione del questionario costituirebbe un vantaggio anche nel rapporto con pazienti dalle limitate capacità di lettura, consentendo loro di rispondere al questionario in maniera autonoma.

Inoltre, la somministrazione in forma elettronica consentirebbe una più rapida elaborazione delle informazioni raccolte, permettendo così un trattamento efficace in tempi più brevi, aspetto cruciale in un contesto di assistenza sanitaria pubblica, in cui spesso il ricambio di pazienti è necessariamente molto veloce.

DEPRESSIONE POST-PARTUM

Superata l’incertezza legata al timore che le informazioni raccolte in questa maniera possano essere più facilmente diffuse ed assicurando quindi una loro memorizzazione all’interno di una banca dati digitale protetta, l’utilizzo di TabletPC potrebbe costituire un utile strumento di supporto alla diagnosi così come al trattamento di diverse forme di disturbo mentale. Senza contare il forte impatto ambientale che deriverebbe dall’implementazione di tale pratica, grazie alla riduzione nel numero di materiale cartaceo utilizzato.

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BIBLIOGRAFIA:

Come monitoriamo (male) la distanza dai nostri obiettivi!

Sembra che ci sia una generale tendenza a sovrastimare l’importanza di ogni passo “verso” il nostro scopo e a sottostimare l’importanza degli ostacoli; abbiamo la sensazione che ogni comportamento che facilita l’avvicinamento a un obiettivo abbia un maggiore impatto sull’ obiettivo stesso rispetto allo stesso passo che ci allontana dall’ obiettivo.

Siamo sempre più abituati a ragionare per obiettivi. Da una parte la situazione lavorativa e contrattuale attuale ci spinge a ragionare per step e a valutare il nostro operato sulla base del risultato che ci siamo “portati a casa” giorno per giorno.

Del resto, anche per quanto riguarda la vita privata, la società ci suggerisce caldamente delle tappe da raggiungere sulla base dell’età, del periodo di vita, della zona del mondo che abitiamo…è così che a 25 anni bisogna essere laureati, a 30 sposarsi e mettere su famiglia, a 40 avere una situazione di vita stabile, eccetera. Anche scendendo nello specifico, siamo abituati a risparmiare tot per accantonare la cifra che ci serve per le vacanze, a mangiare tot calorie per perdere quei chili che ci sentiamo di troppo, a allenarci almeno un certo periodo di tempo per mantenerci in forma. Abbiamo ben presente gli obiettivi che ci poniamo, sappiamo suddividerli nel medio e breve termine per poter definire dei sotto-obiettivi più specifici.

Ma come facciamo a valutare come siamo posizionati sulla strada verso gli obiettivi? Quali sono i parametri che utilizziamo? Anche se il monitoraggio dell’obiettivo viene considerato una componente importante per il raggiungimento dei nostri scopi, in realtà la ricerca si è interessata solo marginalmente a questo processo.

Recentemente, Margaret Campbell dell’Università del Colorado e Caleb Warren dell’Università del Texas hanno esplorato questo aspetto in 7 studi mostrando che le persone tendono a distorcere le informazioni che forniscono loro feedback rispetto al perseguimento dei propri obiettivi.

In particolare, sembra che ci sia una generale tendenza a sovrastimare l’importanza di ogni passo “verso” il nostro scopo e a sottostimare l’importanza degli ostacoli; abbiamo la sensazione che ogni comportamento che facilita l’avvicinamento a un obiettivo (risparmiare 50€) abbia un maggiore impatto sull’obiettivo stesso (arrivare a accumulare 200€) rispetto allo stesso passo che ci allontana dall’obiettivo (spendere 50€).

Inoltre, questa distorsione è mediata dalle aspettative che abbiamo rispetto alla possibilità di raggiungere il nostro scopo: più percepiamo l’obiettivo come raggiungibile, più questa distorsione sarà forte; al contrario, se facciamo riferimento a un obiettivo percepito come molto lontano e arduo da ottenere, la distorsione sarà affievolita. L’ipotesi è che questa distorsione sia maggiore se lo scopo viene percepito come più raggiungibile perché si tende a dare più peso alle informazioni (in questo caso positive) che confermano l’ipotesi implicita di riuscita certa.

Gli autori hanno raccolto questi dati in 7 studi, considerando diversi comportamenti finalizzati a un obiettivo, tra cui il risparmio economico, l’alimentazione sana, la perdita di peso e la vincita al gioco d’azzardo. Questo andamento inoltre si è confermato considerando sia obiettivi reali di perseguimento di uno scopo concreto che scopi presentati in brevi storie, sia valutando il proprio progresso che quello altrui verso l’obiettivo e sia quando si trattava di un piccolo miglioramento che quando si trattava di un grande miglioramento verso l’obiettivo.

Gli studi hanno anche indicato che, se in un primo momento questa distorsione può aumentare gli sforzi per il raggiungimento dello scopo (ho la sensazione che mangiando solo cose sane starò molto meglio), nel lungo termine può facilitare l’abbandono a causa di una calibrazione non utile degli sforzi impiegati e di una delusione delle aspettative (credevo che mangiare solo cose sane mi avrebbe fatto stare meglio di così, tanto vale smettere).

Più nello specifico, il fatto che questa distorsione sia di aiuto o sia dannosa rispetto al raggiungimento dell’obiettivo dipende da quanto questo raggiungimento sia funzione della capacità di modificare i propri sforzi in base ai feedback ricevuti piuttosto che della perseveranza a prescindere dai feedback.

Quando la motivazione è forte ma i passi per raggiungere l’obiettivo non sono chiari (come può succedere nel tentativo di perdere peso) allora la distorsione sembra danneggiare l’esito degli sforzi. Al contrario, quando i passi sono chiari ma la motivazione non è forte (come può succedere nel tentativo di raccogliere un certo numero di donazioni per una causa umanitaria), la distorsione può aiutare il perseguimento dell’obiettivo perché può farci percepire più vicini al nostro scopo finale.

 

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Quando i nostri obiettivi in realtà ci allontanano dalla felicità

 

BIBLIOGRAFIA:

Autismo e Religione: ecco cosa ne pensa la dr.ssa Luisa di Biagio

Solo attraverso un percorso educativo sostenuto da una profonda conoscenza del funzionamento autistico è possibile guidare un autistico alla conoscenza della religione e concedergli la possibilità di accoglierla o rifiutarla criticamente e in piena libertà.

L’autismo non è una cultura nel senso antropologico stretto della parola ma funziona come una cultura in quanto incide sui modi in cui tutti gli individui autistici si comportano, comprendono e comunicano con il mondo. Da diversi anni si parla infatti di “cultura autistica” per indicare l’insieme di parametri percettivi e comunicativi che accomunano le persone autistiche di tutto il mondo. Il primo a fare uso di questi termini è stato Theo Peeters, uno dei massimi esperti di autismo al mondo e sicuramente tra i più dediti alla profonda comprensione del funzionamento della mente autistica.

È bene a tal proposito ricordare che l’autismo è uno dei tanti modi di essere persona umana, un modello di organizzazione neurologica che accoglie al suo interno manifestazioni patologiche e non. Ciò che differenzia maggiormente questo modo di essere dalla più comune organizzazione tipica è un sistema sensoriale molto più raffinato che influenza tutti i processi percettivi, compresi quelli che interessano le competenze sociali e comunicative.

Se fino a due secoli fa i criteri comunicativi permettevano alla maggior parte della popolazione autistica di inserirsi senza difficoltà nel tessuto lavorativo, affettivo, politico e sociale, negli ultimi anni i criteri comunicativi si sono ristretti, guidati da una cultura tipica che da prevalente è diventata totalizzante. Bambini che un tempo sarebbero stati ritenuti semplicemente bizzarri ora sono considerati disabili e le proposte terapeutiche a loro indirizzate ambiscono spesso a una normalizzazione di aspetti cognitivi che in realtà dovrebbero essere riconosciuti come punti di partenza per favorire il benessere dell’individuo.

Tra le differenze più marcate tra la cultura tipica e quella autistica vi è una diversa rilevanza attribuita all’implicito e al canale non verbale. Questo canale comunicativo è prioritario per i neurotipici mentre inaccessibile per la maggior parte degli autistici. 

È facile immaginare quindi come la trasmissione di contenuti religiosi, affidata in gran parte alla comunicazione implicita, precluda agli autistici l’intera mole di informazioni culturali religiose.

Altre volte potrebbe invece raggiungerli sotto forma di indottrinamento non libero con il rischio di un’interpretazione letterale di messaggi spesso metaforici, con evidenti conseguenze negative in termini di benessere e salute mentale. Pensate per esempio all’effetto che può avere un messaggio verbale come “il nonno è morto ma ti guarda da lassù” rivolto a un bambino autistico che si attiene al significato letterale della frase. Potrebbe addirittura indurre in lui comportamenti che i clinici meno esperti ricondurrebbero ad un quadro psicotico con conseguenze nefaste per il bambino e la famiglia.

Due sole le conseguenze di tale scenario: rinuncia alla possibilità di godere degli arricchimenti della religione o aderenza letterale, ai limiti del fanatismo, ai precetti religiosi codificati alla lettera senza possibilità di flessibilità o evoluzione.

La persona ne esce comunque privata della libertà di scelta e della possibilità di usufruire liberamente della ricchezza di una vita spiritualmente solida, ove ritenuto liberamente un valore.

Solo attraverso un percorso educativo sostenuto da una profonda conoscenza del funzionamento autistico è possibile guidare un autistico alla conoscenza della religione e concedergli la possibilità di accoglierla o rifiutarla criticamente e in piena libertà. Attualmente chi si occupa di veicolare i valori religiosi, a scuola così come nelle sedi religiose, lo fa secondo parametri neurotipici, ignorando completamente gli aspetti di vulnerabilità degli autistici rispetto a questi temi, tra cui il potenziale fanatismo, la tendenza al rigore normativo e l’inclinazione alla repressione fino all’autolesionismo.

Anche in questo caso la soluzione è una: l’utilizzo di criteri divulgativi fruibili anche dalla popolazione autistica, espressione di una concreta inclusione nella società delle persone con organizzazione neurologica diversa.

 

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L’Autismo fisiologico. L’intervista alla dr.ssa Di Biagio

 

BIBLIOGRAFIA:

Che cos’è la psicoterapia?

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (10)

 

 

La psicoterapia è un percorso di trattamento dei disturbi psicologici che si realizza in una serie di incontri con un professionista psicoterapeuta. Lo scopo della psicoterapia è promuovere un cambiamento tale da alleviare in modo stabile alcune forme di sofferenza emotiva. La psicoterapia aiuta la persona a vivere meglio.

Nel panorama nazionale e internazionale esistono molte forme di psicoterapia. Tuttavia solo alcune psicoterapie sono state sottoposte alla sperimentazione scientifica e sono considerate psicoterapie efficaci.

La ricerca in psicoterapia ha lo scopo di comprendere i disturbi psicologici, definire ipotesi di trattamento e verificarne l’efficacia attraverso metodologie rigorose. Attraverso la ricerca in psicoterapia è possibile selezionare i trattamenti che garantiscono maggiore efficacia e sostenere la qualità dei servizi offerti ai pazienti.

Il modello di psicoterapia cognitivo-comportamentale è stato riconosciuto come trattamento efficace per numerosi disturbi psicologici, tanto da essere inserito in molte linee guida nazionali e internazionali (es: USA, Gran Bretagna, Australia; NCCMH, 2011).

La psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta la psicoterapia di prima scelta nella cura dei disturbi d’ansia, panico, fobia sociale, disturbo ossessivo-compulsivo e della depressione dove mostra efficacia equivalente alla terapia farmacologica con un ridotto tasso di ricaduta nel tempo.

 

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Modelli di psicoterapia di Lorenzo Cionini (2013) – Recensione

2 Aprile: giornata mondiale dell’autismo

2 Aprile: giornata mondiale dell’autismo

Il 2 aprile si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale dell’Autismo per informare e sensibilizzare il pubblico su un disturbo che, un tempo considerato raro, occorre in 1-2 casi su 100.

L’autismo è caratterizzato da severi deficit della comunicazione sociale e comportamenti ripetitivi e stereotipati che possono avere un impatto devastante sul funzionamento psicosociale della persona. I costi diretti e indiretti per il supporto delle persone con autismo sono elevatissimi: per l’Italia non sono disponibili stime, ma ad esempio nel Regno Unito i costi diretti (quali interventi sanitari, educativi o sociali), uniti ai costi per la produttività persa, sono stimati attorno ai 28 miliardi £ (Barrett et. al. 2012).

Sappiamo dalla ricerca che interventi educativi e comportamentali precoci e percorsi di consulenza psicoeducativa per genitori e insegnanti sono metodi di trattamento efficaci che possono migliorare gli esiti a lungo termine delle persone con autismo (Magiati, Tay & Howlin 2012; Oono 2013).

Tuttavia, l’accesso al trattamento in Europa è molto limitato. Molte famiglie, particolarmente se di livello socioeconomico basso, non ricevono alcun trattamento (Salomone et. al. 2015a). Altre utilizzano trattamenti di medicina complementare ed alternativa, nella maggior parte non testati, inefficaci o pericolosi (Salomone et. al. 2015b).

In occasione della giornata mondiale dell’autismo il prestigioso Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry ha pubblicato un documento per promuovere un approccio al trattamento e all’educazione inclusivo, basato sui diritti delle persone e sulle evidenze scientifiche.

Il documento, intitolato “Disturbo dello Spettro Autistico: dieci regole di base per aiutarmi” si rivolge alle persone con autismo e alle loro famiglie, agli operatori sanitari, agli educatori e agli insegnanti, ai politici e alle istituzioni di tutto il mondo ed è disponibile in open access in 39 lingue  (Fuentes 2014, qui, traduzione italiana a cura di Salomone e Muratori, qui).

C’è ancora molto da fare per garantire l’accesso a trattamenti efficaci e fondati sull’evidenza, in Italia e nel mondo. Liste di attesa, distanza geografica dai pochi centri specializzati e mancanza di integrazione tra le agenzie coinvolte sono alcune delle difficoltà che le famiglie di bambini con autismo devono quotidianamente affrontare.

Per superare queste complessità, si stanno sperimentando in tutto il mondo modalità di erogazione del trattamento in teleassistenza, cioè tramite supporto di piattaforme online (videochiamate e accesso a materiali online).

In Piemonte, il progetto PLAY Psychology Lab for Autism in Young People ha raccolto la sfida. A breve il lancio del progetto, a cura della psicologa ricercatrice Erica Salomone e in collaborazione con le Aziende Sanitarie Locali CN1 e TO3.

Keep posted!

 

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BIBLIOGRAFIA:

5 Borse di Studio 2015/2016 per l’iscrizione alla laurea Magistrale in Psicologia Clinica

Sigmund Freud University MIlano - Corso di Laurea in Psicologia

Bando di concorso per l’assegnazione di una borsa di studio per l’esonero totale e quattro borse di studio per l’esonero parziale a studenti meritevoli ammessi al primo anno del Corso Biennale di Psicologia Clinica nell’ A. A. 2015/2016.

La Sigmund Freud University, allo scopo di favorire l’accesso degli studenti meritevoli ai corsi di studio in Psicologia presso la sede di Milano, assegna, a titolo di liberalità, 1 borsa di studio per l’esonero totale e 4 borse di studio per l’esonero parziale dal pagamento della retta annua base per l’iscrizione al primo anno del Corso di Laurea Biennale in Psicologia Clinica nell’a.a. 2015/2016.

Le borse sono assegnate ai primi 5 studenti di una graduatoria basata sul voto di laurea di un Corso Triennale di Psicologia.

La borsa sarà confermata nel secondo anno di corso agli studenti in regola con gli esami del primo anno, che abbiano ottenuto una media non inferiore a 27/30.

La retta annua base è pubblicata sul sito di Sigmund Freud University, sede di Milano, vedi: Calcolo della retta annua e modalità di pagamento.

Requisiti per la partecipazione

Saranno considerati idonei al presente concorso i candidati in possesso dei seguenti requisiti:

  • laurea in Psicologia conseguita negli anni 2014 e 2015 a seguito della frequenza di un Corso Triennale Classe L – 24 con punteggio di laurea non inferiore a 99/110.
  • attestato di reddito annuo famigliare inferiore a 70.000 Euro (l’attestato di riferimento è il certificato ISEE – Indicatore della Situazione Economica Equivalente- rilasciato da INPS. Altri documenti o modalità di attestazione del reddito saranno sottoposti alla valutazione insindacabile della Direzione)
  • esito positivo del colloquio di ammissione al primo anno del Corso di Laurea Biennale in Psicologia Clinica nell’a.a. 2015/2016

Graduatoria

La graduatoria è formata in base al voto di laurea espresso in centesimi. La laurea con lode vale 101/100. In caso di parità la precedenza in graduatoria sarà data al reddito inferiore.

Assegnazione delle Borse di Studio

La graduatoria è composta dagli studenti che sosterranno il colloquio di ammissione entro il 10 Settembre 2015.

La graduatoria sarà pubblicata il 15 Settembre sul sito online di Sigmund Freud University Milano e le borse saranno così assegnate:

  • lo studente classificato al primo posto in graduatoria avrà diritto all’esonero totale dalla retta annua base.
  • gli studenti classificati al secondo e al terzo posto avranno diritto all’esonero dal 50% della retta annua base.
  • gli studenti classificati al quarto e al quinto posto avranno diritto all’esonero dal 30% della retta annua base.

Le borse saranno confermate ai vincitori al momento dell’iscrizione che deve avvenire entro il 30 settembre 2015.

La graduatoria sarà nuovamente pubblicata il 1° Ottobre con l’esclusione dei nomi degli aventi diritto che a quella data non avranno completato l’iscrizione. La nuova graduatoria indicherà l’assegnazione definitiva delle borse a quanti, tra gli aventi diritto, avranno completato l’iscrizione.

Se, per effetto delle mancate iscrizioni degli aventi diritto, lo studente classificato entro i primi cinque nella prima graduatoria si troverà nella nuova in una posizione che comporta un esonero più consistente rispetto a quello della prima, avrà diritto all’esonero corrispondente a quest’ultima. L’eventuale differenza rispetto alla rata di iscrizione sarà rimborsata.

Agli studenti esclusi dall’esonero nella prima graduatoria e che, per effetto della mancata iscrizione di alcuni degli aventi diritto, rientreranno nei primi 5 posti della nuova graduatoria, saranno assegnati gli esoneri corrispondenti alla nuova posizione raggiunta e potranno usufruirne completando l’iscrizione entro il 15 Ottobre.

Rinnovo delle Borse per il secondo anno

La borsa ottenuta per l’a.a. 2015/2016 potrà essere confermata per il secondo anno di corso a condizione che lo studente al termine della sessione autunnale degli esami di profitto del primo anno sia in regola con gli esami previsti dal piano di studi e abbia conseguito una votazione media ponderata non inferiore a 27/30.

Per saperne di più visualizza il sito internet della Sigmund Freud University.

 

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5 Borse di Studio 2015/2016 per l’iscrizione alla laurea Triennale in Psicologia

Sigmund Freud University MIlano - Corso di Laurea in Psicologia

Bando di concorso per l’assegnazione di una borsa di studio per l’esonero totale e quattro borse di studio per l’esonero parziale a studenti meritevoli ammessi al primo anno del Corso Triennale di Psicologia nell’ A. A. 2015/2016.

La Sigmund Freud University, allo scopo di favorire l’accesso degli studenti meritevoli ai corsi di studio in Psicologia presso la sede di Milano, assegna, a titolo di liberalità, 1 borsa di studio per l’esonero totale e 4 borse di studio per l’esonero parziale dal pagamento della retta annua base per l’iscrizione al primo anno del Corso di Laurea Triennale in Psicologia nell’a.a. 2015/2016.

Le borse sono assegnate ai primi 5 studenti di una graduatoria basata sul voto del diploma di istruzione secondaria superiore.

La borsa sarà confermata per i successivi due anni di corso agli studenti in regola con gli esami, che abbiano ottenuto una media non inferiore a 27/30.

La retta annua base è pubblicata sul sito di Sigmund Freud University, sede di Milano, vedi: Calcolo della retta annua e modalità di pagamento.

Requisiti per la partecipazione

Saranno considerati idonei al presente concorso i candidati in possesso dei seguenti requisiti:

  • diploma di istruzione secondaria superiore quinquennale (o quadriennale con un anno integrativo) conseguito nell’anno scolastico 2014/2015.
  • attestato di reddito annuo famigliare inferiore a 70.000 Euro (l’attestato di riferimento è il certificato ISEE – Indicatore della Situazione Economica Equivalente- rilasciato da INPS. Altri documenti o modalità di attestazione del reddito saranno sottoposti alla valutazione insindacabile della Direzione)
  • esito positivo del colloquio di ammissione al primo anno del Corso di Laurea Triennale in Psicologia nell’a.a. 2015/2016

Graduatoria

La graduatoria è formata in base al voto del diploma di scuola superiore, espresso in centesimi. In caso di parità la precedenza in graduatoria sarà data al reddito inferiore.

Assegnazione delle Borse di Studio

Entreranno nella graduatoria gli studenti che ne faranno richiesta in occasione del colloquio di ammissione entro il 10 Settembre 2015.

La graduatoria sarà pubblicata il 15 Settembre sul sito online di Sigmund Freud University Milano e le borse saranno così assegnate:

  • lo studente classificato al primo posto in graduatoria avrà diritto all’esonero totale dalla retta annua base.
  • gli studenti classificati al secondo e al terzo posto avranno diritto all’esonero dal 50% della retta annua base.
  • gli studenti classificati al quarto e al quinto posto avranno diritto all’esonero dal 30% della retta annua base.

Le borse saranno confermate ai vincitori al momento dell’iscrizione che deve avvenire entro il 30 settembre 2015.

La graduatoria sarà nuovamente pubblicata il 1° Ottobre con l’esclusione dei nomi degli aventi diritto che a quella data non avranno completato l’iscrizione. La nuova graduatoria indicherà l’assegnazione definitiva delle borse a quanti, tra gli aventi diritto, avranno completato l’iscrizione.

Se, per effetto delle mancate iscrizioni degli aventi diritto, lo studente classificato entro i primi cinque nella prima graduatoria si troverà nella nuova in una posizione che comporta un esonero più consistente rispetto a quello della prima, avrà diritto all’esonero corrispondente a quest’ultima. L’eventuale differenza rispetto alla rata di iscrizione sarà rimborsata.

Agli studenti esclusi dall’ esonero nella prima graduatoria e che, per effetto della mancata iscrizione di alcuni degli aventi diritto, rientreranno nei primi 5 posti della nuova graduatoria, saranno assegnati gli esoneri corrispondenti alla nuova posizione raggiunta e potranno usufruirne completando l’iscrizione entro il 15 Ottobre.

Rinnovo delle Borse negli anni successivi

La borsa ottenuta per l’a.a. 2015/2016 potrà essere confermata per i successivi due anni di corso a condizione che lo studente sia in regola con gli esami previsti dal piano di studi entro la sessione autunnale corrispondente al suo anno di corso e abbia conseguito una votazione media ponderata non inferiore a 27/30.

Per saperne di più visualizza il sito internet della Sigmund Freud University.

 

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