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Narcisismo ed Empatia: un connubio possibile?

Lo studio rivela che, se supportati da indicazioni comportamentali su come assumere la prospettiva dell'altro, anche i narcisisti possono provare empatia

ID Articolo: 100340 - Pubblicato il: 11 giugno 2014
Narcisismo ed Empatia: un connubio possibile?
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Un recente studio in tre fasi svolto da ricercatori della University of Surrey e della University of Southampton dimostra che, se supportati da indicazioni comportamentali su come assumere la prospettiva di un altro individuo, anche i narcisisti possono provare empatia per la sofferenza e i bisogni altrui.

È noto ed ampiamente documentato che i narcisisti abbiano qualche carenza sul piano dell’empatia. Tendenzialmente egocentrici e pieni di sé, può sembrare difficile che riescano a entrare così in contatto con l’altro da comprenderne i pensieri e condividerne lo stato d’animo.

Eppure un recente studio in tre fasi svolto da ricercatori della University of Surrey e della University of Southampton dimostra che, se supportati da indicazioni comportamentali su come assumere la prospettiva di un altro individuo, anche i narcisisti possono provare empatia per la sofferenza e i bisogni altrui.

Per i campioni sono stati scelti soggetti con narcisismo subclinico, selezionati in base ai risultati del questionario Narcissistic Personality Inventory (NPI; Raskin & Terry, 1988) che avevano volontariamente compilato online.

Messaggio pubblicitario I partecipanti sono stati poi divisi in due gruppi chiamati basso-narcisismo e alto-narcisismo, ad indicare livelli di narcisismo minori o maggiori rispetto alla media della popolazione non clinica.

Nel primo esperimento è stato chiesto di leggere il racconto della rottura di una relazione ed è stata registrata la reazione empatica attraverso un questionario autosomministrato di 12 item adattati dal Interpersonal Reactivity Index (IRI) di Davis (1983).

Confermando le attese il gruppo alto-narcisismo ha mostrato scarsa empatia per i protagonisti della storia, indipendentemente da quanto grave fosse la situazione.

L’esperimento successivo voleva indagare se questa ridotta propensione personale fosse dovuta ad una vera e propria incapacità o ci fosse margine di cambiamento.

Anche questa volta è stata presentata ai partecipanti una situazione di sofferenza, nello specifico è stato fatto vedere il video di una donna vittima di violenza, e successivamente è stato somministrato lo stesso questionario di 12 item del primo studio.

A differenza della condizione precedente però, i soggetti sono stati divisi in due sottogruppi: ad un gruppo è stato esplicitamente chiesto, prima di guardare il video, di mettersi nella prospettiva della protagonista del documentario suggerendo loro di immaginarsi come potessero sentirsi se fossero al suo posto; il gruppo di controllo invece non riceveva istruzioni di alcun tipo.

I risultati evidenziano che nel gruppo alto-narcisismo le risposte empatiche di chi aveva ricevuto le istruzioni sono state significativamente maggiori rispetto ai soggetti del gruppo di controllo.

Non c’è stata invece alcuna differenza significativa sul gruppo basso-narcisismo, a conferma del fatto che sono autonomamente in grado di assumere la prospettiva dell’altro.

Infine l’ultimo esperimento si proponeva di verificare se il cambiamento dimostrato nel secondo studio riflettesse un vero cambiamento o un cambiamento limitato alla presentazione delle abitudini. A questo scopo le risposte empatiche alla situazione di sofferenza sono state rilevate non più attraverso questionari autosomministrati, ma misurando la presenza/assenza di aumento dei battiti cardiaci.

I risultati dimostrano che le differenze tra i gruppi alto-narcisismo e basso-narcisismo non sono poi così significative, dunque la carente propensione personale sul piano affettivo può essere compensata da una strategia comportamentale per assumere la prospettiva altrui.

È un risultato importante perché stimolare l’empatia significa diminuire i comportamenti anti-sociali ma anche migliorare le relazioni a lungo termine.

 

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