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Stress: in coppia le donne sono più supportive degli uomini

Gli uomini sarebbero maggiormente sensibili allo stress, il loro e quello della partner, che faticherebbero a gestire diventando più critici, meno supportivi e confortanti.

In coppia le donne sono più supportive degli uomini: è quanto emerge da uno studio condotto a Zurigo grazie al supporto della Swiss National Science Foundation Research Grants.

In particolare gli uomini sarebbero maggiormente sensibili allo stress, il loro e quello della partner, che faticherebbero a gestire diventando più critici, meno supportivi e confortanti, sopratutto quando la partner esprime i suoi sentimenti in termini maggiormente emotivi.

Il team condotto dal dr. Bradbury ha studiato 189 coppie, eterosessuali e soddisfatte delle loro relazioni, che duravano da più di 4 anni. Le coppie sono state divise in tre gruppi sperimentali in cui o l’uomo, o la donna, o entrambi i partners venivano sottoposti a stress.

Ciascuna coppia si trovava in una stanza e veniva filmata dai ricercatori per 8 minuti. Lo stress veniva indotto con dei finti colloqui di lavoro e chiedendo ai soggetti di contare alla rovescia da 2.043 il più velocemente possibile, dicendo loro di ricominciare da capo a ogni errore. Per misurare i livelli di stress, sono stati prelevati campioni di saliva e testati i livelli di cortisolo: i risultati delle rilevazioni hanno mostrato che il test è stato molto stressante per entrambi i partners.

L’analisi delle registrazioni invece ha permesso di verificare le risposte verbali, comportamentali ed emotive allo stress: è stato possibile osservare la presenza o l’assenza di sostegno positivo o negativo di ciascuno nei confronti del partner e la qualità delle interazioni non verbali (ad esempio tenersi per mano o abbracciarsi, o evitare il contatto visivo distraendosi con altri oggetti)

I risultati indicano che in condizioni di non stress sia uomini che donne sono stati in grado di sostenere positivamente il/la partner; ma sotto stress le cose sono cambiate: mentre le donne si sono dimostrate supportive nei confronti dei partner che mostravano ansia e stress, gli uomini hanno prodotto un maggior numero di commenti negativi, mostrandosi quindi meno capaci di interazioni positive supportive con le compagne.

Secondo i ricercatori conoscere il ruolo giocato dallo stress all’interno di questi scenari può essere di aiuto alla coppia: è importante sapere che lo stress può aumentare l’esigenza di essere oggetto di cura di entrambi i membri di una coppia e rendere meno probabile il fatto che uno dei due riceverà il supporto di cui necessita da parte del partner perché lo stress interferisce con la capacità di essere in contatto con le esigenze dell’altro. Alla luce di questo alcune coppie potrebbero addirittura raccogliere la sfida e decidere di cercare attivamente una maggiore vicinanza proprio nei momenti di stress per contrastarne gli effetti negativi sulla relazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

 

 

Inside Out & la valenza positiva della tristezza

Non un elogio, ma un’apologia della tristezza che esamina in profondità il suo significato più autentico, ossia l’elaborazione di un evento spiacevole. Se riconosciuta ed accolta, infatti, da segnale critico e negativo questa emozione può rivelare anche la sua azione riparatoria e innovatrice trasformandosi in un potenziale stimolo al cambiamento.

Innumerevoli sono le recensioni sul nuovo capolavoro targato Pixar, ognuna delle quali volta a valorizzare un aspetto peculiare della vicenda narrata dalla pellicola.

La storia della protagonista, l’adolescente Riley che si trova ad affrontare un trasferimento indesiderato in un’altra città a causa del lavoro del padre, diventa il paradigma del funzionamento dei nostri moti interiori e della loro modalità di condizionare i nostri comportamenti.

Su State of Mind avevamo parlato della valenza psicoeducativa di Inside Out, successivamente di come il film utilizzi la teoria cognitiva della mente per spiegare le funzioni delle emozioni mentre la scorsa settimana ci siamo concentrati sull’importanza della memoria e dei ricordi in Inside Out (NdR).

Tutte le emozioni (Gioia, Tristezza, Paura, Disgusto e Rabbia), personificate da cinque coloratissimi personaggi che governano la console emotiva di Riley, vengono rappresentate con pari dignità, tutte con una specifica e fondamentale funzione.

Ciò che a parer mio è più apprezzabile di questo lavoro di animazione è però il coraggio con il quale è stata nobilitata la funzione della tristezza. In due momenti precisi l’intervento di Tristezza, tanto osteggiato dalle altre emozioni protagoniste, è l’unico in grado di ristabilire un equilibrio all’interno della situazione determinando un momento decisivo di svolta. Ciò è evidente sia nel momento in cui riesce a validare il vissuto di tristezza dell’amico immaginario Bing Bong accogliendolo senza resistenze e riuscendo così a consolarlo, sia quando riesce, con un crescendo di intensità, a stimolare la reazione di pianto della ragazzina tra le braccia dei genitori, aiutandola così ad esprimere finalmente i suoi sentimenti e i suoi pensieri di preoccupazione. La sua azione catartica è davvero commovente e sorprendente.

 

INTRODUZIONE DELL’EMOZIONE DELLA TRISTEZZA:

  Non un elogio, ma un’apologia della tristezza che esamina in profondità il suo significato più autentico, ossia l’elaborazione di un evento spiacevole. Se riconosciuta ed accolta, infatti, da segnale critico e negativo questa emozione può rivelare anche la sua azione riparatoria e innovatrice trasformandosi in un potenziale stimolo al cambiamento.

Così, dopo qualche fatica, succede a Riley di riuscire, con l’appoggio e il sostegno della famiglia, ad accettare una nuova situazione e ad adattarsi alla nuova vita a San Francisco costruendosi una nuova rete di amicizie e continuando a coltivare i suoi interessi e le sue passioni.

Un film diretto forse più agli adulti che ai bambini per il livello di complessità della rappresentazione dei processi emotivi e cognitivi.

Un edificante monito a desistere dal tentativo di negare le emozioni “negative” necessarie, e talvolta propedeutiche, allo sviluppo di nuovi vissuti e prospettive positive visibili al di là dell’ostacolo.

Amy – The girl behind the name (2015): il documentario sulla vita di Amy Winehouse

Ciò che mi è rimasto maggiormente impresso nella mente dopo la visione di questo bellissimo documentario è la voce di Amy Winehouse. Una voce stridula e vitale, emozionante e simpatica, che nel film, insieme alle tanti immagini non ufficiali, risuona in continuazione contribuendo a definire il profilo umano di Amy.

Dirò forse qualcosa di prevedibile, ma ciò che mi è rimasto maggiormente impresso nella mente dopo la visione di questo bellissimo documentario è la voce di Amy Winehouse. Non solo la voce unica di una cantante dal talento pazzesco (una cantante jazz di 65 anni nel corpo di una ventenne come la definì il mitologico crooner Tony Bennet), ma anche la voce stridula di una ragazzina adolescente che lascia messaggi rabbiosi alla segreteria telefonica del fidanzato, la voce spensierata nei video amatoriali ai party con le amiche, la voce ironica nelle interviste con quell’accento da ragazza ebrea di Camden, resistente ai corsi di dizione. Una voce stridula e vitale, emozionante e simpatica, che nel film, insieme alle tanti immagini non ufficiali, risuona in continuazione contribuendo a definire il profilo umano di Amy.

 

CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO:

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L’altro elemento fondamentale del documentario sono i testi delle canzoni, che la cantante scriveva di suo pugno, e che la proiezione in sovrimpressione rende più apprezzabili rispetto al solo ascolto, quando la bellezza dell’interpretazione dell’artista ti distrae un po’ dai contenuti. I testi delle canzoni, oltre a essere freschi e poetici, sono straordinariamente veri e autentici, pieni di tutte le fragilità, le paure e i desideri affettivi di Amy. Ricorre spesso il tema dell’abbandono (I died a hundred times, you go back to her canta ad esempio in Back to black) e della disillusione (Love is a losing game…), che nella storia di Amy inizia nell’infanzia quando il padre esce di casa e si ripropone da adulta nelle difficili relazioni di coppia.

La scrittura acquisisce per l’artista senza dubbio una funzione catartica e non è un caso che i momenti in cui Amy appaia più serena e in cui non prenda il sopravvento la parte distruttiva, siano quelli in cui si impegna nel lavoro compositivo (in realtà purtroppo ci ha lasciato solo due dischi).

Il documentario mette in luce diversi elementi di rilevanza psichiatrica: l’esordio della bulimia in adolescenza ignorata dai genitori, la prescrizione inefficace di paroxetina all’età di soli tredici anni, la precoce iniziazione alle sostanze con l’abuso di alcol e cannabinoidi, il rapporto distruttivo con il marito e la scoperta di cocaina ed eroina, gli inefficaci percorsi di cure e rehab. Tra le altre cose, certi racconti del primo manager e amico d’infanzia Nick Shymansky (Riesce a farti sentire importante e poi un attimo dopo ti tratta male) rimandano chiaramente ad alcuni aspetti tipici del disturbo di personalità borderline.

 

CONTINUA DOPO IL TRAILER DEL DOCUMENTARIO (Sottotitoli in italiano):

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In un’intervista degli inizi Amy ammette profetica Se dovessi diventare famosa impazzirei, sottolineando come anche il fattore successo abbia avuto un peso sulla sua parabola esistenziale. Le scene in cui Amy viene accerchiata dai fotografi all’uscita di casa o di un locale sono angoscianti e sembra che ogni scatto di flash sia come l’ennesimo colpo a un corpo già traballante. Il successo ha anche contribuito a riavvicinare le due figure maschili più importanti e controverse della vita dell’artista, il padre e il marito, i cui atteggiamenti paiono in tante occasioni più dettati dall’opportunismo che dall’amore. Lascia parecchie perplessità, ad esempio, la scena in cui il padre Mitch si porta dietro una troupe televisiva durante una vacanza nell’isola di Santa Lucia, dove Amy cercava un po’ di quiete dai demoni londinesi.

Credo che il regista sia riuscito pienamente a ritrarre la persona Amy dietro la maschera dell’artista e sono uscito dalla sala provando tanta tenerezza e compassione per la perdita di un grandissimo talento artistico e di una ragazza troppo fragile per sopravvivere al successo nel difficile mondo dello spettacolo.

 

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AMY (2015) TRAILER UFFICIALE #2:

Trattare il dolore cronico: dalla CBT Standard ai nuovi approcci di Terza Ondata

Elena Lo Sterzo – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

Nota le sensazioni, le emozioni, i pensieri via via che sorgono: ascoltali come ascolti la radio.
Fa attenzione alla qualità della sensazione dolorosa, a come pulsa, alla sua temperatura, a come si modifica,
osservandola attentamente e in profondità attimo per attimo nel suo manifestarsi cosicché forse è possibile
sperimentare che non è un qualcosa di enorme, fisso e spaventoso, ma un
processo in continua trasformazione. Togli l’etichetta «dolore», limitati a
sentirlo profondamente, senza attaccarti ad esso.
nota la rabbia, la paura che sorge e fai esperienza di queste, di come esse si
manifestano nella mente e nel corpo, non come la “mia rabbia/paura” che
porterebbe automaticamente a giudicarsi, a negarla, reprimerla o agirla
contro sé o gli altri, ma come fenomeni che sorgono, occupano uno spazio
temporale e svaniscono. Puoi dire: «questo sono io che ho paura»

J. Kabat-Zinn

A differenza della CBT standard, gli approcci di Terza Ondata si basano sulla promozione dell’accettazione del dolore cronico, piuttosto che sulle strategie per controllare il dolore, così migliorano il benessere emotivo e il coinvolgimento in obiettivi personali non legati al dolore.

Il dolore ricopre la funzione biologica essenziale di segnalare una disfunzione o un danno nel corpo, proteggendoci dai danni che potrebbero conseguire dall’uso eccessivo delle aree colpite, e di promuovere l’omeostasi fisiologica. Quando il dolore, per diversi motivi, diventa cronico, perde le sue funzioni adattive.

Gli interventi psicologici attualmente utilizzati nel trattamento del dolore cronico sono idealmente concepiti come trattamento complementare a quello medico, e si pongono diversi obiettivi: il funzionamento fisico, la gestione dell’assunzione di farmaci antidolorifici, l’umore, gli schemi cognitivi, e la qualità della vita. Il cambiamento nell’intensità del dolore percepito invece, è un obbiettivo secondario.

Per capire le modalità di azione delle terapie psicologiche, è importante mettere a fuoco in quali modi il dolore può influenzare il funzionamento psicologico. Il dolore persistente può contribuire allo sviluppo di pensieri disfunzionali e di comportamenti controproducenti, che peggiorano il funzionamento quotidiano e che a loro volta possono prolungare l’esperienza del dolore. Le persone che soffrono di dolore cronico tendono ad avere una maggiore vulnerabilità a diversi disturbi psichiatrici, tra cui la depressione, l’ansia e il disturbo post-traumatico da stress. Tuttavia, la relazione tra dolore e depressione è bidimensionale: la presenza di un disturbo depressivo maggiore è stata identificata come un fattore di rischio chiave nella transizione da dolore acuto a dolore cronico.

Quali sono i meccanismi psicologici associati allo stress dolore-correlato che sono risultati essere adeguati target di trattamento?

  • La catastrofizzazione del dolore: uno schema mentale cognitivo ed affettivo negativo caratterizzato dall’amplificazione degli effetti negativi del dolore, dalla ruminazione e dal rimuginio sul dolore, e da sentimenti di impotenza nell’affrontarlo. Coloro che tendono a catastrofizzare il dolore risultano avere una minore percezione di controllo del dolore, un funzionamento sociale ed emotivo peggiore, e una peggiore risposta ai trattamenti medici. Trattare i pensieri catastrofici legati al dolore migliora il funzionamento fisico e psicologico nel breve termine ed aumenta la probabilità di ritornare a lavoro nonostante la presenza di dolore persistente.
  • La paura del dolore: riflette un timore di procurarsi una lesione o il peggioramento della condizione fisica, svolgendo attività che possono scatenare dolore. La paura del dolore è associata ad una maggiore intensità del dolore percepito e ad una maggiore disabilità. La paura del dolore contribuisce alla disabilità favorendo dei comportamenti passivi o di evitamento che contribuiscono al decondizionamento fisico e al dolore. Se non viene trattata, può rallentare o bloccare il recupero conseguente alla riabilitazione fisica. La paura del dolore, oltre ad essere un importante target di trattamento, sembra essere un buon predittore della risposta al trattamento stesso: i soggetti che lo temono maggiormente, all’inizio di un trattamento multidisciplinare del dolore, mostrano maggiore responsività alla tecnica dell’esposizione in vivo.
  • Molta attenzione viene data recentemente al modello della flessibilità psicologica, che va oltre il modello paura-evitamento del dolore cronico, ponendo l’accento sull’ accettazione del dolore. La flessibilità psicologica è stata definita come un abilità di impegnarsi nel momento presente, a livello emotivo, cognitivo e comportamentale, nel modo che è più in linea con i propri valori e scopi. Come l’accettazione psicologica, che favorisce un atteggiamento non giudicante verso i propri pensieri e le emozioni stressanti, l’accettazione del dolore è definita come un processo di riconoscimento non giudicante del dolore, di interruzione dei tentativi disfunzionali di controllo del dolore, e di apprendimento a vivere la vita con pienezza, nonostante il dolore. L’accettazione del dolore influenza il funzionamento psicologico attraverso due distinti meccanismi: una disponibilità a provare dolore, che riduce le reazioni emotive negative al dolore, e un continuo impegno in attività importanti per la persona, nonostante la presenza del dolore, che sostiene le emozioni positive. L’accettazione del dolore disgiunge la presenza dei pensieri catastrofici relativi al dolore dalla seguente sofferenza emotiva, e riduce il ricorso a strategie di fronteggiamento basate sul controllo o sull’evitamento, così liberando le risorse cognitive ed emotive per il perseguimento di obbiettivi più gratificanti per la persona. L’accettazione del dolore ha dimostrato di avere associazioni positive con il funzionamento cognitivo, emotivo, sociale ed occupazionale nelle persone che soffrono di dolore cronico. Inoltre, predice livelli inferiori di catastrofizzazione del dolore e una maggiore presenza di emozioni positive, le quali a loro volta riducono l’associazione tra l’intensità del dolore e le emozioni negative.

La terapia cognitivo-comportamentale (CBT) per il dolore cronico ha come target le risposte disfunzionali comportamentali e cognitive al dolore e le contingenze sociali e ambientali che possono modificare la reazione al dolore. La CBT per il dolore sviluppa le abilità di fronteggiamento utili a gestire il dolore e migliorare il funzionamento psicologico, come il rilassamento strutturato, l’attivazione comportamentale e la programmazione di attività piacevoli, la comunicazione assertiva, e la regolazione del comportamento allo scopo di evitare il prolungamento o il peggioramento degli attacchi di dolore. A differenza degli approcci esclusivamente comportamentali, la CBT tratta anche i pensieri disfunzionali riguardo al dolore e la catastrofizzazione del dolore attraverso l’uso formale della ristrutturazione cognitiva: l’identificazione e la sostituzione dei pensieri irrealistici o non utili riguardo al dolore, con pensieri orientati ad un comportamento adattivo e ad un funzionamento positivo.

Secondo una recente metanalisi (Hoffmann et al., 2012) la dimensione dell’effetto della CBT per il dolore cronico è da lieve a moderata in diversi ambiti: ha effetti sul dolore percepito e sul funzionamento nella vita quotidiana comparabili a quelli dei trattamenti medici standard, ma si dimostra superiore nel ridurre la tendenza alla catastrofizzazione del dolore, con miglioramenti a lungo termine della disabilità. I cambiamenti conseguenti al trattamento CBT nel senso di impotenza e nella catastrofizzazione sono gli unici predittori dei successivi cambiamenti nell’intensità del dolore percepito e nell’interferenza del dolore sul funzionamento quotidiano.

Il modello cognitivo-comportamentale è stato recentemente ampliato grazie a due nuove modalità di trattamento: la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR, Kabat-Zinn, 1990) e l’ Acceptance and Committment therapy (ACT, Hayes et al., 1999). A differenza della CBT, questi approcci si basano sulla promozione dell’accettazione del dolore cronico, piuttosto che enfatizzare le strategie per controllare il dolore, così migliorando il benessere emotivo e il coinvolgimento in obiettivi personali non legati al dolore. Anche se questi interventi agiscono entrambi sull’accettazione del dolore, differiscono nella loro implementazione e nell’approccio alla meditazione e alla pratica quotidiana.

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Mindfulness-based stress reduction

Questo approccio cerca di separare l’aspetto sensoriale del dolore dai suoi aspetti valutativi ed emotivi, e di promuovere una consapevolezza distaccata delle sensazioni somatiche e psicologiche del corpo. Attraverso la consapevolezza mindful e la meditazione, i pensieri relativi al dolore possono essere visti come eventi discreti piuttosto che come indicatori di un problema sottostante a cui bisogna dare una risposta immediata. Gli interventi MBSR sono tradizionalmente stati strutturati come sessioni settimanali di 2 ore, per 10 settimane, che sviluppano la consapevolezza del corpo e dei segnali propriocettivi, la consapevolezza del respiro e delle sensazioni fisiche e lo sviluppo di attività mindful (come mangiare e camminare). La MBSR promuove la mindfulness attraverso pratiche di meditazione quotidiana, che sono un requisito fondamentale del trattamento: il tasso di aderenza a queste pratiche sembra essere lievemente superiore a quello delle tecniche di gestione comportamentale del dolore. I meccanismi sottostanti agli interventi MBSR efficaci sono simili alla desensibilizzazione del dolore, in quanto le meditazioni prevedono esercizi da seduti, senza movimento, che espongono i partecipanti a sensazioni dolorose, sperimentando l’assenza di conseguenze catastrofiche. Gli interventi MBSR possono quindi funzionare come l’esposizione in vivo ma con l’obiettivo aggiuntivo di aumentare la tolleranza alle emozioni negative, per favorire risposte più adattive al dolore. Una differenza sostanziale con la CBT è che questa lavora al raggiungimento di obiettivi, come ad esempio un maggiore rilassamento o una diversa reazione emotiva o comportamentale, mentre la MBSR non prescrive obiettivi specifici, volendo raggiungere una condizione di osservazione non giudicante.

La MBSR si è dimostrata efficacie nel trattare i sintomi medici e psicologici, l’intensità del dolore, nel migliorare le strategie di fronteggiamento dello stress e del dolore, e tali benefici possono durare fino a 4 anni dopo l’intervento. Questo approccio ha dato buoni risultati in diversi gruppi di pazienti con dolore cronico, come ad esempio soggetti con la sindrome del colon irritabile, con dolore al collo, emicrania, fibromialgia, e dolore muscolo scheletrico cronico. Riduce inoltre i sintomi depressivi in soggetti con fibromialgia, e potenzia l’effetto dei trattamenti multidisciplinari nel ridurre la disabilità, l’ansia, la depressione e la catastrofizzazione. Gli studi di metanalisi evidenziano da lievi a moderati effetti di questo approccio sull’ansia, sulla depressione e sullo stress psicologico in pazienti con dolore cronico.

Acceptance and commitment therapy (ACT)

La ACT adotta un approccio teorico secondo cui i pensieri non devono essere affrontati o cambiati: piuttosto, le risposte ai pensieri possono essere modificate in modo da minimizzare le loro conseguenze negative. Gli interventi ACT migliorano il benessere attraverso la conoscenza ed il riconoscimento sostanziale e non giudicante degli eventi mentali (pensieri ed emozioni), promuovendo l’accettazione di questi eventi, ed aumentando le abilità dell’individuo di rimanere presente e consapevole dei fattori psicologici e ambientali rilevanti per il sé; nel fare ciò, le persone sono capaci di regolare il loro comportamento in modo che esso sia in linea con i loro scopi e valori, piuttosto che focalizzarsi sul sollievo immediato dalle sensazioni fisiche, dai pensieri e dalle emozioni spiacevoli. Nel trattamento del dolore, l’ACT propone il raggiungimento di una consapevolezza ragionata e dell’ accettazione del dolore, riducendo l’attenzione alla diminuzione del dolore o ai contenuti dei pensieri e piuttosto impiegando energie per mettere in atto dei comportamenti funzionali e soddisfacenti. L’ACT condivide molti concetti teorici della MBSR, poiché entrambe hanno l’obiettivo di promuovere una mentalità mindful e l’accettazione del dolore ma la differenza è che l’ACT non utilizza meditazioni quotidiane: si focalizza piuttosto sull’identificazione dei valori e degli scopi della persona, che devono servire per guidare il suo comportamento. I trattamenti basati sull’ACT hanno mostrato dei benefici su diversi fattori psicologici (senso di auto-efficacia, depressione, ansia) in molti gruppi di pazienti con dolore cronico. Alcuni studi di interventi ACT per il dolore cronico hanno riportato una dimensione dell’effetto da moderato a grande nel migliorare l’ansia e lo stress legati al dolore e la performance fisica, e nel ridurre la disabilità e il numero di visite mediche, con minori effetti invece sull’intensità del dolore percepito e sulla depressione.

Un recente ricerca di Akerblom e colleghi (2015), ha indagato se il fattore accettazione del dolore fungesse da mediatore nel determinare l’esito di un trattamento multidisciplinare di approccio CBT per pazienti con dolore cronico. Sono stati valutati anche altri tre importanti mediatori, spesso considerati come variabili di processo nei trattamenti CBT: il senso di controllo sulla propria vita, lo stress emotivo e il supporto sociale. E’ emerso che l’accettazione del dolore non era associata all’intensità del dolore percepito post-trattamento, ma costituiva invece il mediatore più forte dell’esito, misurato come interferenza del dolore e depressione, controllando per i suddetti mediatori valutati. Interessante notare questa importante influenza del fattore accettazione, pur non essendo stato il target esplicito di trattamento.

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Trattare il dolore cronico dalla CBT Standard ai nuovi approcci di Terza Ondata - Vignetta Cavezzali
M. Cavezzali: I dolori del giovane Werther

 

I professionisti coinvolti nel trattamento del dolore cronico devono essere consapevoli della importante eterogeneità dei pazienti con questa problematica, così come dei molti diversi fattori che possono predire la risposta al trattamento. Turk (2005) ha proposto ha individuato 3 sottogruppi di soggetti che presentano diversi pattern di risposta al trattamento: i pazienti ‘disfunzionali’, che riportano alti livelli di interferenza del dolore e dello stress ad esso associato nella vita quotidiana; i pazienti ‘stressati a livello interpersonale’, che riportano una mancanza di supporto dalle persone care nel fronteggiare il dolore; e gli individui che sono ‘funzionali’ nel fronteggiare il dolore, che riportano livelli sensibilmente più alti di funzionamento e supporto sociale percepito e livelli inferiori di disfunzioni legate al dolore. Da studi successivi è emerso che i pazienti ‘disfunzionali’ dimostrano una maggiore risposta al trattamento multidisciplinare che preveda anche un percorso psicologico, rispetto ai soggetti ‘stressati a livello interpersonale’. Può essere quindi utile identificare a quale sottogruppo di pazienti appartiene il soggetto da prendere in carico, utilizzando strumenti come il Multidimensional Pain Inventory (Ferrari et al., 2000) e tramite un assessment dettagliato dell’intensità del dolore percepito e della disabilità ad esso connessa. Inoltre, la disponibilità e prontezza del paziente ad adottare un approccio di auto-gestione del dolore cronico, sembra avere una ricaduta significativa sull’esito del trattamento. I pazienti che sono in ancora in una fase di precontemplazione (facendo riferimento alla Ruota del Cambiamento di Prochaska e Di Clemente, 1984) possono beneficiare maggiormente di terapie basate sull’insight, diversamente da quelli che sono in una fase di azione, che possono ricavare maggior beneficio da tecniche basate sul rilassamento e altre strategie attive di fronteggiamento. Un questionario utile per valutare questa disposizione del paziente è il Pain Stages of Change Questionnaire (Monticone et al., 2014).

La combinazione tra diverse modalità di trattamento psicologico e con altri interventi di tipo medico, può costituire il passo logico successivo nel migliorare gli esiti dei trattamenti per il dolore cronico. La creazione di un approccio flessibile e orientato ad obbiettivi precisi, come ad esempio l’ACT, può incrementare il coinvolgimento e l’aderenza al trattamento nella CBT. Inoltre, la combinazione dell’esposizione graduale in vivo con l’ACT può portare maggiori benefici nel trattare la paura del dolore e i conseguenti sintomi ansiosi (Bailey et al., 2010).

 

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BIBLIOGRAFIA:

Le prime relazioni del bambino. Dalla nascita a due anni, i legami fondamentali per lo sviluppo (2015) – Recensione

 

In un mare magnum di letteratura (per addetti ai lavori e divulgativa, con differenti livelli di credibilità scientifica) relativa allo sviluppo dei bambini fino ai 5/6 anni, Lynne Murray – Professoressa di Psicologia dello Sviluppo presso l’Università di Reading (UK) – propone un prezioso testo con l’obiettivo di fornire una panoramica sullo sviluppo psicologico del bambino nei primi due anni di vita. In questo periodo di sviluppo, infatti, si assiste a una rapida crescita fisica, cognitiva e “interpersonale” del bambino che corrisponde anche a diversi “livelli” di interazione (e difficoltà) con le figure di accudimento.

Il primo capitolo del manuale è dedicato allo sviluppo sociale del bambino. Tale argomento rappresenta un aspetto cruciale del libro e risulta avere molteplici implicazioni sia dal punto di vista del bambino che delle figure di accudimento. Il bambino, infatti, mostra una naturale propensione alle relazioni e, nel corso dei primi due anni di vita, si può osservare una graduale e continua modificazione delle modalità con cui si relaziona ai genitori e agli altri bambini. Tali cambiamenti vengono percepiti dai genitori che, generalmente in maniera del tutto naturale, compiono delle “correzioni sintoniche” che facilitano e promuovono tali mutamenti.

Nel secondo capitolo, invece, l’attenzione dell’autrice si focalizza sulla natura della relazione di attaccamento/accudimento tra genitori e bambino. Tale relazione costituisce l’alveo nel quale il benessere del bambino si sviluppa e rappresenta, quando ben “sintonizzata”, un fattore protettivo che consente la diminuzione del rischio di sviluppare future problematiche comportamentali e affettive. Le difficoltà di “sintonizzazione”, infatti, possono rappresentare delle problematiche complesse da individuare e trattare. A tal proposito, infatti, l’autrice pone l’accento sulla formazione e gli alti standard qualitativi che dovrebbero contraddistinguere le strutture e il personale impegnato nel lavoro con questa delicata fase di crescita (dagli asili nido ai centri di aiuto per genitori in difficoltà).

Altra fase cruciale nello sviluppo psico-fisiologico del bambino è la regolazione emotiva. Il terzo capitolo è dedicato a questo complesso argomento e a come i genitori influiscano su tale processo. Il bambino, infatti, tende a regolare le proprie esperienze emotive in maniera naturale ma, in un ambiente emotivo di sostegno, affetto e prossimità dei genitori (anche attraverso il contatto corporeo), tale processo viene favorito e “guidato”. L’autrice si sofferma anche sulla gestione dei comportamenti “difficili” (i.e., esteriorizzanti e interiorizzanti) e sulla gestione efficace degli stessi attraverso esemplificazioni grafiche dei momenti “critici” (e.g., comportamenti oppositivi, l’addormentamento, i comportamenti di ribellione).

L’ultimo capitolo è focalizzato sullo sviluppo cognitivo del bambino e su tutte le abilità (motorie, attentive, del linguaggio ecc.) che ne facilitano la crescita. Ad esempio, attività come la lettura condivisa – adattata a seconda dell’età – sostiene fortemente tale sviluppo e permette, contemporaneamente, l’implementazione delle abilità di concentrazione e attenzione condivisa. In questo caso, così come sottolineato più volte nel manuale, è la “qualità” più che la “quantità” dell’attività svolta a rendere efficace la pratica e a garantire un miglioramento maggiormente significativo dell’abilità appresa.

La psicopatologia correlata alla crescita non rappresenta il punto focale del libro ma, dopo un’attenta lettura e grazie all’utilizzo di una cospicua mole di immagini, il lettore potrà avere una chiara idea di cosa potrebbe “non funzionare” nel rapporto con il proprio bambino. Questo aspetto risulta essere, a mio avviso, di particolare importanza e rappresenta un’eccezione degna di nota nel panorama dei manuali dedicati a questa fascia di età dello sviluppo. L’autrice, in questo modo, rende possibile una maggiore comprensione delle dinamiche descritte – diadiche e non – a un pubblico non esclusivamente di “addetti ai lavori” che potrà beneficiarne sia per la comprensione degli aspetti psico-biologici sottostanti a determinati comportamenti, sia per implementare il proprio apporto alla crescita cognitivo-affettiva del bambino stesso.

 

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Autore:

Dott. Walter Sapuppo
Psicologo, Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale, AAI Certified Coder. Docente presso le scuole di psicoterapia Cognitivo-Comportamentale Studi Cognitivi, Psicoterapia Cognitiva e Ricerca e docente presso la Sigmund Freud University, Milano. Socio della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC) e della Society for Psychotherapy Research (SPR).

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Murray L. (2015), Le prime relazioni del bambino. Dalla nascita a due anni, i legami fondamentali per lo sviluppo. Milano: Raffaello Cortina Editore.

 

Un collirio per contrastare le malattie neurodegenerative?

 

Una speciale soluzione oftalmica potrebbe essere impiegata con successo nella cura delle patologie neurodegenerative. Lo studio è stato condotto su modello animale, e se si rivelasse efficace sull’uomo avrebbe delle implicazioni notevoli.

Una speciale soluzione oftalmica potrebbe essere impiegata con successo nella cura delle patologie neurodegenerative. Questa la scoperta di un team di ricercatori dell’Istituto di biologia cellulare e neurobiologia del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Ibcn-Cnr), coordinato dalla dottoressa Paola Tirassa. Lo studio è stato condotto su modello animale, e se si rivelasse efficace sull’uomo avrebbe delle implicazioni notevoli nel trattamento di patologie quali l’encefalopatia diabetica, l’infiammazione cronica o danni da agenti chimici.

La ricerca, pubblicata sulla rivista European Journal of Neuroscience, dimostra come la somministrazione di gocce oculari, contenenti NGF (acronimo di Nerve growth factor), sia in grado di ridurre gli effetti del danno neuronale, stimolando la produzione di nuovi neuroni da parte delle cellule progenitrici presenti nel cervello. L’ NGF è il fattore responsabile della crescita delle cellule nervose scoperto dal Premio Nobel Rita Levi Montalcini, che ne individuò per prima le capacità riparative e rigenerative.

La terapia oculare risulta efficace in quanto le gocce consentono di superare la barriera retinica e raggiungere le aree cerebrali, contrastando gli effetti degenerativi causati dai danni cerebrali. Lo studio dell’Ibcn-Cnr rappresenta dunque la base per lo sviluppo di terapie non invasive per la cura delle malattie neurodegenerative.

La ricerca ha consentito inoltre di far luce sui meccanismi biologici coinvolti nello sviluppo delle connessioni e delle strutture cerebrali, individuando nella zona subventricolare (SVZ, SubVentricular Zone) dei ventricoli laterali la principale zona d’azione del NGF. Quest’area è considerata infatti la più ricca fonte di cellule progenitrici; queste, se stimolate dal fattore di crescita contenuto nel collirio, generano nuovi neuroni che vanno a rimpiazzare quelli lesionati.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Dipendenza da sigarette? Colpa dell’insula!

Sabrina Guzzetti

 

Nuove evidenze suggeriscono che la corteccia insulare può giocare un ruolo importante nei processi cognitivi ed emozionali che portano all’uso di droghe e alla dipendenza, specie per quanto riguarda la nicotina.

Questa la scoperta pubblicata sulla rivista Addictive Behaviors da un gruppo di ricerca dell’Università di Rochester, negli Stati Uniti. La nicotina, il principale composto del tabacco, agisce da rinforzo positivo al consumo di sigarette e ne induce la dipendenza, i cui fenomeni, quali assunzione compulsiva e stereotipata, astinenza e tolleranza, sono del tutto assimilabili a quelli provocati da alcol, eroina e cocaina.

Secondo il Dr. Amir Abdolahi, primo autore dello studio e PhD e ricercatore presso il Dipartimento di Scienze della Sanità Pubblica, una regione del cervello chiamata corteccia insulare può essere la chiave per il trattamento di questa forma di dipendenza. L’insula è una porzione della corteccia cerebrale che si trova profondamente all’interno della scissura che separa il lobo temporale da quello frontale e che può essere selettivamente danneggiata dalle lesioni ischemiche che si verificano a seguito di un ictus. I ricercatori, per studiare il suo ruolo nella dipendenza da sigarette, hanno reclutato una coorte di 156 fumatori attivi ricoverati per ictus ischemico presso tre diversi ospedali di Rochester, 38 dei quali con lesione insulare.

Il loro pattern di consumo di sigarette ed i loro sintomi di astinenza sono stati monitorati sia durante il periodo di ospedalizzazione, sia nei tre mesi successivi alla dimissione. Dai risultati è emerso che il tempo medio intercorso tra l’evento ictale e la prima ricaduta è stato decisamente più lungo per il gruppo di pazienti che presentava un interessamento dell’insula rispetto al gruppo di pazienti con ictus in altre regioni cerebrali (17,5 vs 10,4 giorni). Inoltre, tra chi ha smesso diligentemente di fumare, la lesione all’insula è anche associata a minori sintomi di dipendenza, quali irritabilità, ansia, difficoltà di concentrazione, aumento di fame, tristezza, disturbi del sonno e il cosiddetto craving, l’incontrollabile forte desiderio di assumere la sostanza.

Infine, la lesione insulare è stata associata ad una probabilità doppia (70% vs 37%) di interrompere l’assunzione di qualsiasi prodotto alla nicotina. Questa scoperta propone l’insula come un target potenziale per le terapie anti-fumo, sia in termini dello sviluppo di nuovi farmaci che agiscano specificamente su questa parte del cervello, sia rispetto all’utilizzo di tecniche come la Stimolazione Cerebrale Profonda o altre metodiche non invasive di stimolazione cerebrale, come la Stimolazione Magnetica Transcranica o la Stimolazione Transcranica a Corrente Diretta.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il provocatore Parte Prima – Tracce del Tradimento Nr. 24

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO – XXIV: il provocatore Parte Prima 

 

Lo scopo che muove il provocatore è del tutto opposto a quello che anima il codardo. Entrambi vogliono produrre un cambiamento della situazione ma mentre il codardo vuole un cambiamento da cui il coniuge sia escluso, il provocatore vuole un cambiamento nella relazione con il coniuge.

In fondo vorrebbe limitarsi a testare l’interesse del coniuge nei suoi confronti perché ritiene che sia diminuito con il passare del tempo e a sollecitarlo di nuovo. Notoriamente si può desiderare solo ciò che non si ha o ciò che si teme di poter perdere; anche le cose che più ci sono indispensabili, come l’acqua e l’aria, non sono oggetto di desiderio quando sono disponibili, e perciò non ci rendiamo conto della loro importanza e non passiamo il tempo a tesserne le lodi. Tuttavia è sufficiente che si prospetti una possibile carenza per riaccendere un vivo interesse per loro, per farci sentire uno struggente desiderio e per indirizzare tutte le nostre azioni alla conquista di questi beni indispensabili.

In amore succede pressappoco la stessa cosa. In una fase iniziale, che viene normalmente definita innamoramento, l’altro, la sua presenza, il suo desiderio di stare con noi e di rimanervi sono tutt’altro che scontati; possono scomparire da un momento all’altro così come sono arrivati; non v’è certezza sulla solidità, intensità e durata del rapporto e questo accende il desiderio per qualcosa che si è intuito essere meraviglioso ma che non si sa se lo si potrà davvero avere e per quanto tempo e indirizza tutte le azioni verso il consolidamento del rapporto. Paradossalmente quando il rapporto è consolidato e magari certificato con un contratto matrimoniale il desiderio si attenua, quasi scompare e sia il desiderato che il desiderante non lo avvertono più.

In realtà non si tratta di un paradosso; pur se la percezione dell’altro come qualcosa di meraviglioso permane (il che non sempre accade quando si passa da una fugace e saltuaria frequentazione alla quotidianità della convivenza che trasforma il partner amoroso in un compagno di decisioni sulla quotidianità), quello che viene a mancare è il secondo ingrediente indispensabile per il desiderio: l’incertezza sulla disponibilità dell’oggetto desiderato. La disponibilità illimitata e la facilità all’accesso rendono qualsiasi bene prezioso non psicologicamente desiderabile, anche se costantemente utilizzato e ritenuto indispensabile. Per sentire di nuovo il desiderio occorre immaginare o sperimentare la possibilità di una perdita. Il provocatore è preoccupato e mosso proprio da questa avvertita mancanza di desiderio che erroneamente scambia per mancanza di interesse e dunque di amore.

Il provocatore è preoccupato sia della mancanza di desiderio del partner che della sua e la soluzione che intravede è quella di mettere in forse il rapporto, di rendere incerto e angosciante quello che sembrava certo e scontato. La soluzione sembra essere l’entrata in scena di un amante che tuttavia è elemento utile ma non indispensabile; quello che è indispensabile è il diffondersi tra i due del timore di una possibile perdita. In realtà l’essenziale non è l’amante ma le tracce! Sono le tracce che attivano il processo per cui ognuno sente la probabilità della interruzione del rapporto: da un lato il coniuge si sente minacciato per la possibilità di essere sostituito dall’amante e dall’altra il provocatore sente che potrebbe essere scoperto e lasciato: per entrambi dunque quello che era scontato cessa di esserlo. L’amante è un particolare ininfluente seppure piacevole, è al servizio della coppia perché il provocatore non ha nessuna seria intenzione di costruire con lui una nuova storia, il suo ruolo è, banalmente, quello di far ingelosire il coniuge.

Romano quando raccontava delle sue frequenti avventure extraconiugali aveva la faccia furbetta di un bambino che ha appena rubato la marmellata ed ha la consapevolezza di averla fatta grossa, la paura di essere scoperto e la quasi certezza di essere perdonato. La cosa che colpiva gli amici che lo ascoltavano era che parlava più della moglie che dell’amante di turno. Ogni cosa era in relazione a lei e venivano meticolosamente descritte le sue perplessità, i controlli, le esplosioni di gelosia, le sospettosità e gli stati d’animo di apprensione che tutto ciò creava in lui.

Talvolta l’amante non esiste neppure e le tracce vengono lasciate soprattutto mostrandosi distratti, disattenti, elusivi; certamente avere un amante facilita il compito e rende più reale la partita e dunque più rischiosa e stuzzicante. Tuttavia l’amante è scelto senza troppa attenzione, le caratteristiche che deve avere sono di essere facilmente disponibile senza richiedere un eccessivo impegno per conquistarlo e non avere aspettative troppo forti sulla nascente relazione in modo da poter essere liquidato senza troppe difficoltà.

È l’amante che sta al servizio della coppia, che serve a ravvivarne il desiderio; è lui il vero escluso, quello che uscirà dolorante da tutta la vicenda. In genere il provocatore chiarisce subito, per non avere difficoltà in futuro e per non generare illusioni, quali siano le sue intenzioni a lunga scadenza: “per quanto ti ami non potrò mai lasciare la mia famiglia (meglio se si può mettere in prima linea l’amore per i figli)” detto in altre parole “il nostro rapporto si iscrive all’interno di una relazione stabile e solida che è quella con il mio coniuge e ad essa è sottomesso e strumentale”.

A volte il tradimento è semplicemente una storiella allo stato iniziale o addirittura soltanto una ipotesi possibile ancora non verificata; il nostro provocatore non ha disinvestito dal rapporto originale e dunque non ha tempo da perdere in ulteriori investimenti. Con ciò non vogliamo dire che la vicenda con l’amante non possa essere piacevole e passionale, anzi normalmente lo è e ciò conferma al nostro provocatore che quelle sono le caratteristiche dell’amore che deve ricreare anche nella storia per lui veramente importante, quella con il coniuge. “Tu mi puoi perdere, io ti posso perdere” questo è il messaggio che il provocatore vuole dare e che attiva il reciproco desiderio.

Egli non sa dare valore ad un rapporto stabile e tranquillo dove non essendoci sommovimenti non esistono neppure forti emozioni; egli misura l’importanza dell’altro ed il coinvolgimento dall’intensità delle emozioni suscitate. Spesso queste persone hanno bisogno per tutta l’esistenza di una relazione parallela alla relazione principale per far sentire quest’ultima sempre precaria ed in pericolo e dunque sempre in bilico. E mantenere vivo il legame che altrimenti non saprebbero esplorare. Anche e soprattutto in questo caso il prezzo maggiore lo pagherà l’amante che rischia di restare in una situazione di stand by non vivendo una esistenza propria se non nell’attesa che finalmente il suo partner lasci il coniuge: uno strumento per mantenere precarietà e vivacità al rapporto fondamentale che in fondo non è mai stato in discussione.

Una storiella apparsa in forma di vignetta sul “New Yorker”, ben descrive la marginalità dell’amante in questa situazione. Un uomo e una donna curvi e malinconici inquadrati sotto un lampione nella notte, erano stati amanti per tutta la vita. Lui era rimasto vedovo da poco più di un anno e non si era ancora ripreso dal dolore provato, lei era rimasta paziente ad aspettarlo tutta una vita, la sua unica vita.

D’un tratto lei dice a lui: “Tesoro, perché non ci sposiamo ora?
E lui, meravigliatissimo: “Ma chi? Noi due?
Lei: “Si, noi due perché cosa ci sarebbe di strano?
Lui, sempre più incredulo: “Ma alla nostra età…
Lei incalzante: ”Si alla nostra età, che c’è di male?
Lui, rassegnato: “Ma alla nostra età chi vuoi che ci prenda!”

 

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RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

Ce la posso fare! La self-determination theory e l’importanza della motivazione

 

Elaborata dagli psicologi Deci e Ryan dell’Università di Rochester (USA), la Self Determination Theory è una teoria della motivazione (Deci e Ryan, 1985) che spiega quanto sia importante, per la crescita personale e l’autostima, non solo svolgere attività nelle quali ci sentiamo bravi e competenti, ma anche e soprattutto scegliere di fare qualcosa che ci piace, sulla base di valori personali e obiettivi da raggiungere. In poche parole, compiere scelte autonome.

Quando le persone sono libere di scegliere, si sentono più motivate.
Questa ipotesi ha trovato riscontro in un esperimento condotto dai due studiosi. Si invitavano alcuni soggetti che si trovavano in una sala d’aspetto, a fare ciò che volevano (gruppo di controllo) e altri a leggere le riviste messe a disposizione sul tavolo (gruppo sperimentale). Gli esiti dell’esperimento hanno dimostrato che i soggetti “forzati” a leggere, senza poter fare altro, hanno reagito con scarsa concentrazione, fastidio e diminuzione di interesse durante l’attesa. Al contrario, i soggetti lasciati liberi di scegliere come passare il tempo, ad esempio parlando tra di loro, o leggendo il giornale per libera scelta, hanno manifestato una concentrazione maggiore nell’attività e più tolleranza all’attesa.

Questo esperimento suggerisce che l’essere pilotati nelle scelte, riduce la motivazione intrinseca intesa come autodeterminazione, in quanto si percepisce un senso di controllo esterno.

L’ambiente sociale (ad es. la famiglia o la scuola) può incoraggiare l’autodeterminazione attraverso il soddisfacimento di tre bisogni psicologici fondamentali: competenza, autonomia e relazione (De Beni, Carretti, Moè e Pazzaglia 2014). Questi tre bisogni sono presenti sin dalla nascita. Il primo riguarda il sentirsi capaci, il secondo le scelte autonome e il terzo la costruzione di legami sociali positivi. Purtroppo non sempre questi bisogni trovano un modo per esprimersi. Si pensi all’adulto che fa credere al bambino di non possedere le qualità adatte per seguire un percorso o di essere “non portato”. Un ulteriore fattore che abbassa la percezione di autodeterminazione è il tempo limite, cioè la scadenza: accresce l’ansia e porta le persone a concentrarsi sul risultato, trascurando il contenuto dell’esperienza (emozioni, obiettivi e così via).
Secondo Deci e Ryan (2000) fornendo sostegno all’autonomia, si raggiungono forme di motivazione intrinseca, il motore di ogni attività svolta con fiducia e passione. Gli studiosi hanno proposto un modello di sviluppo dell’autoregolazione, che pone l’autodeterminazione lungo un continuum:

La self-determination-theory

Il concetto di autoregolazione è molto importante dal punto di vista motivazionale. Essa si riferisce al controllo dei risultati che via via si ottengono durante lo svolgimento di un’attività, gestendo le varie fasi del processo: la pianificazione, il controllo e la valutazione del proprio comportamento rivolto a uno scopo, modificandone il contesto e apportando degli aggiustamenti se necessario.
La regolazione esterna riguarda rinforzi o minacce di punizione: la scelta è strumentale a qualcos’altro (ad es. un premio);
la regolazione introiettata consiste nel fare qualcosa con autocontrollo, senza che ancora venga sentita come parte di Sé;
la regolazione per identificazione richiama valori in cui si crede (ad es. un obiettivo);
la regolazione integrata, per cui l’attività viene svolta come fosse espressione del Sé. A questo punto dello sviluppo il locus è sicuramente interno.

Quando siamo profondamente concentrati in un’attività che ci appassiona, si verifica quella che prende il nome di “esperienza di flusso” (Csikszentmihalyi e Csikszentmihalyi, 2006), non esiste nient’altro che l’attività, si crea una sorta di fusione tra l’attività e il Sé, laddove si possono esplicare le abilità senza tante difficoltà, dimenticandosi del tempo che scorre.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Csikzentmihalyi, M. e Csikzentmihalyi, I.S. (2006), A life worth living: contributions to positive psychology, New York, Oxford University Press
  • De Beni, R., Carretti, B., Moè, A., Pazzaglia, F. (2014). Psicologia della personalità e delle differenze individuali. 2.ed. Bologna: Il Mulino
  • Deci, E. e Ryan, R. (1985). Intrinsic motivation and self-determination in human behaviour. New York, Plenum Press

Gambling e Parkinson: è solo un riflesso della terapia dopaminergica?

Giovanni Mansueto, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

 

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo (Gambling Disorder) è un comportamento di gioco problematico persistente e ricorrente caratterizzato da: bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro al fine di raggiungere lo stato di eccitazione desiderata, elevati livelli di irritabilità associati a tentativi di interruzione del gioco, incapacità di ridurre o controllare l’attuazione di tale condotta, nonché compromissione clinicamente significativa del funzionamento sociale e lavorativo (APA, 2013).

Il gambling può configurarsi come condizione clinica primaria oppure come quadro clinico secondario a disturbi psichiatrici (Johansson, Grant, Kim, Odlaug & Go¨testam, 2009) o neurologici tra cui la Malattia di Parkinson (MP) (Santangelo, Barone, Trojano, & Vitale, 2013).
Studi prospettici stimano tassi di prevalenza del Disturbo da Gioco d’Azzardo in popolazione di pazienti con MP tra 2-7%, sebbene, si ritiene sia una sottostima della reale portata del fenomeno dovuta alla presenza di bias metodologici nonché ad uno scarso insight di pazienti parkinsoniani rispetto alle conseguenze sociali dei loro comportamenti (Santangelo et al., 2013).

Quali siano i possibili processi alla base dell’associazione “Gambling-Parkinson” è oggetto di uno stimolante e controverso dibattito tra gli esperti del settore.
Uno primo aspetto che accomuna gambling e Parkinson è rappresentato dalla condivisione del medesimo processo patofisiologico, ovvero la presenza, in entrambi i quadri clinici, di un’alterazione nella regolazione della dopamina (Santangelo et al., 2013). In funzione di ciò nella malattia di Parkinson, generalmente, il gambling è considerato un effetto secondario della terapia dopaminergica (Voon et al., 2006; Weintraub et al., 2006; 2010).
Tuttavia, dato che solo una minima parte di pazienti trattati con dopamina agonisti (DA) presentano sintomi legati al gambling o ad altre forme di disturbo di controllo degli impulsi, la terapia dopaminergica potrebbe rappresentare un trigger per l’esacerbazione di sintomi non motori, tra cui il gambling, in pazienti con specifici fattori di vulnerabilità (Santangelo et al.,2013), piuttosto che esserne l’unica determinante. Diverse evidenze sembrano dar forza a questa ipotesi.

Secondo recenti studi, l’insorgenza di comportamenti legati al gioco patologico in pazienti parkinsoniani in trattamento DA è frequentemente associato con fattori di rischio gambling-specifici simili a quelli riportati nella popolazione generale, ovvero, tratti di personalità quali la ricerca di novità (novelity seeking) e l’impulsività (Santangelo et al.,2013).
Ulteriori fattori di vulnerabilità, nei pazienti parkinsoniani, per l’insorgenza di comportamenti di gioco patologico sono rappresentati dal genere (maschi), la giovane età di insorgenza del Parkinson, presenza di storia familiare o personale di problemi di gioco, uso di alcool e abuso di sostanze [Lim, Evans & Miyasaki, 2008; Weintraub, 2009; Gallagher et al., 2007].

Inoltre, la Malattia di Parkinson appare caratterizzata dai medesimi correlati cognitivi riscontrati nei giocatori patologici, in particolare bassi livelli di decision making (Santangelo et al., 2013), ossia i pazienti parkinsoniani con gioco patologico sono caratterizzati da una scarsa capacità di decision-making e ridotta flessibilità cognitiva rispetto a pazienti parkinsoniani non gambler. Nonostante l’esigua quantità di studi sui correlati cognitivi legati al gioco nei pazienti parkinsoniani, si ipotizza che deficit cognitivi e alterazioni a livello fronto-striatale e del circuito limbico possano contribuire all’esordio e mantenimento di comportamenti compulsivi e perseveranti tra cui il Gambling (van den Heuvel et al., 2010).

Un’ulteriore difficoltà nel tentativo di chiarire la relazione tra gambling e Parkinson, è rappresentata dalla frequente comorbilità della malattia di Parkinson con disturbi d’ansia e dell’umore (Cosci, Fava & Sonino, 2015) i quali rappresentano, a loro volta, potenti trigger per il disturbo da gioco d’azzardo (Raylu & Oei, 2002; Johansson et al., 2009; Mansueto et al., 2015).

Infine, studi sulla suscettibilità genetica per il gambling nei pazienti con malattia di Parkinson ipotizzano una possibile associazione del gambling con il gene DRD3 (Santangelo et al., 2013). D’altra parte tali studi sono limitati e tendenzialmente eseguiti su campioni con bassa numerosità.
In conclusione, l’ipotesi che il gambling nella Malattia di Parkinson sia unicamente uno dei possibili effetti secondari della terapia dopaminergica rappresenta una posizione semplicistica che offre pochi spazi di intervento clinico. Diversamente è più utile e funzionale alla pratica clinica considerare il gambling, nell’ambito della malattia di Parkison, come il risultato di una complessa interazione tra terapia dopaminergica e specifici fattori di vulnerabilità quali tratti di personalità, comorbilità psichiatrica, uso di sostanze, deficit cognitivi, familiarità, fattori genetici.

Alla luce di ciò, a livello clinico, diventerebbe essenziale in contesti di neurologia prevedere uno scrupoloso screening che tenga conto anche dei suddetti fattori di vulnerabilità al fine di:
(a) favorire un’agile identificazione precoce di pazienti maggiormente vulnerabili all’insorgenza di sintomi gambling-correlati;
(b) adeguata pianificazione della terapia dopaminigerica;
(c) pianificazione di intervento di supporto psicologico.

Alcuni dei suddetti fattori di vulnerabilità, tra cui personalità, disturbi dell’umore/ansia, deficit cognitivi, rappresentano un terreno fertile per interventi di psicoterapia cognitiva nel Parkinson, aprendo lo scenario verso nuove e possibili modalità di gestione della malattia di Parkinson rappresentato da una potenziale sinergia tra terapia dopaminergica e Psicoterapia Cognitiva.
Tuttavia ulteriori studi sono necessari per chiarire la complessa relazione tra Gambling e Malattia di Parkinson, sia in merito ai possibili nessi eziologici nonché per un maggiore approfondimento degli aspetti clinici e comportamentali.

 

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Il rimuginio: quanto danneggia la nostra esistenza – Un articolo di Giancarlo Dimaggio

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera di 15 Agosto 2015

 

Se volete uno specialista del rimuginio osservate Zio Paperone che camminando scava un solco circolare nel pavimento del deposito, assorbito nel suo mumble mumble.

È colmo di preoccupazioni su come sventare il prossimo colpo dei Bassotti, respingere il maleficio che permetterebbe ad Amelia di impossessarsi della numero 1, annientare le operazioni finanziarie spregiudicate di Rockerduck. Zio Paperone vince sempre, ma si gode poco la vita, eccetto i rari momenti in cui fa il bagno nei soldi. Per il resto è tutta una preoccupazione che ricade sulle spalle di Paperino.

Francis O’Gorman, professore di letteratura vittoriana, Università di Leeds, nel suo saggio Worrying – in italiano rimuginio, ruminazione – parla del processo in cui pensieri preoccupati sul futuro si affastellano nella mente. Chi rimugina apre innumerevoli scenari tentando di ridurre o azzerare rischi, sventare minacce. Per O’Gorman il rimuginio è un prodotto dell’illuminismo con la scoperta della libertà di scelta. Se non è più dio che decide, allora come eviterò di sbagliare domani? L’avvento del capitalismo amplifica il fenomeno: troppe indecisioni su cosa consumare.

Ma quante cose in questo libro, pur divertente, non convincono. Intanto la tesi centrale: il rimuginio non è patologico. O’Gorman si vede circondato da psichiatri e psicologi impazienti di considerare la vita umana come un sintomo. Ha le sue ragioni e, se penso a come si concedano a chi ha perso un caro due settimane prima di considerarne la sofferenza patologica, fremo di rabbia.

Certo, esiste un rimuginio normale, universale. La notte prima degli esami la passate a prevedere ogni domanda possibile. Il giorno del primo appuntamento non è quello in cui per la prima volta fate davvero attenzione al colore dei calzini? Vi mettete davanti allo specchio a provare battute e pose che sembrano tutte ridicole. Non vi viene mai in mente che dall’altra parte la ragazza, innamorata cotta, telefona disperata all’amica perché nessun vestito le cade bene sui fianchi.

Ma il vero rimuginio è attività ripetitiva, dolorosa, che depreda di tempo vitale e, soprattutto, è inutile. O’Gorman obietterebbe, sbagliando, che pensare e ripensare al domani aiuta a prevenire tradimenti, perdite di aerei, sconfitte da parte di avversari astuti. Lo psicologo Adrian Wells definisce tali considerazioni credenze metacognitive positive: rimugino e penso che rimuginare sia utile. Il rimuginio, detto senza mezze misure, non facilita le decisioni, le ostacola! Non si tratta di accuratezza e scrupolosità, è un’attività mentale meccanica e parassitaria. Per prendere l’aereo in tempo servono cinque minuti: check-in online e puntare la sveglia. Fine della storia.

il rimuginio quanto danneggia le nostre esistenze

Altra tesi discutibile: il rimuginio figlio di illuminismo e capitalismo. Non ho avuto occasione di parlare con i contadini del medioevo come con i pazienti che vedo nella mia stanza di psicoterapia, ma l’idea mi pare implausibile. Iago, ben prima della nascita di Voltaire, quando infligge il tormento della gelosia a Otello, sa bene che anticipare il tradimento dell’amata rode l’animo. Otello ne cade preda e la fine è nota. A meno che O’Gorman abbia prove che in epoca pre-illuministica il timore delle corna fosse statisticamente meno diffuso di oggi e Otello una bizzarra eccezione?

Mi distraggo da questo rimuginio domandandomi se i contadini del medioevo, che avevano poco da comprare e poco da scegliere, rimuginassero meno. In risposta, si rileggano Il nome della rosa di Eco e Q di Luther Blissett. Sostengono la stessa tesi: la chiesa imponeva il timore di dio per controllare i fedeli. Vietava riso e leggerezza, per dirla con Eco: [blockquote style=”1″]Sperando di trattenere le anime dal peccato per mezzo della paura.[/blockquote]

Timore di dio e dell’inferno: immaginate l’uomo medievale che nella notte insonne si chiede, sudando freddo, se ha peccato e la sua anima è già dannata? Io me lo raffiguro facilmente. Il funzionamento di quella mente spaventata si chiama rimuginio, lo stesso della mente di O’Gorman quando non riesce a godersi la vista di Venezia perché pensa incessantemente alla sfida con un collega che incontrerà lì. Teme di soccombere intellettualmente, e non vuole; teme di svalutarlo, e se ne affligge. Pensare a come prevalere nel match senza essere scortese gli avvelena il prosecco e le sarde in saor.

Epoche diverse, contenuti differenti, lo stesso tormentoso processo mentale. Per inciso, neanche l’oriente è esente da questi crucci, si pensi ai suicidi da vergogna certo preceduti da pensieri angosciati all’idea del giudizio pubblico.
Gli psicoterapeuti sperimentano strumenti per ridurre la sofferenza, godersi un cocktail in laguna.

Le terapie cognitive più recenti hanno sviluppato tecniche benefiche per il rimuginatore stanco di sé: meditazione – nella sua declinazione della mindfulness –, riconoscimento del rimuginio come tale e allenamento a guidare la propria attenzione altrove.

Per chi si preoccupa di quello che sarà dei propri rapporti sociali, la direzione è scoprire che la preoccupazione sul domani è figlia del ricordo di ieri. Temi l’abbandono perché lo conosci, l’umiliazione perché l’hai vissuta tante volte. Il paziente, come il bambino che scolla la figurina dei calciatori, distingue ora tra un ricordo proiettato nel futuro: “mi umilieranno ancora”, e la realtà in cui nessuno lo deride. Poco alla volta rimugina meno.

Un bagno nello Ionio con il mio amico Luca, ingegnere psicologicamente acuto. Parliamo di rimuginio, il mumble mumble di Zio Paperone viene in mente a lui. Osservando la duna mediterranea mi dice: “A volte vorrei dissolvermi e smettere di pensare”. Nuotiamo, sott’acqua ci sono scogli tra cui si spiegano sentieri come linee della vita della mano di un gigante. Banchi di pesciolini neri hanno code che sembrano i rebbi di un diapason. Prendiamo aria, ricordiamo murene a chiazze gialle e blu che incontrammo l’anno scorso. Il mumble mumble svanisce nelle acque trasparenti.

 

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Rimuginio: ridurlo attraverso l’immaginazione ed il pensiero visivo

BIBLIOGRAFIA:

  • O’Gorman F. (2015). Worrying: A Literary and Cultural History. New York: Bloomsbury.

Differenze di genere nello sviluppo del disturbo autistico

Vanessa  Schmiedt

 

Gli scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Standford si sono interessati a confrontare l’espressione di caratteristiche principali del disturbo tra i sessi, perché l’autismo può presentarsi nelle ragazze con sintomi differenti.

Il comportamento ripetitivo e limitato è forse il più riconosciuto tra le caratteristiche principali dell’autismo. Può apparire come fissazione in interessi altamente ristretti con intensità o attenzione anormale, inflessibilità per quanto riguarda le attività quotidiane o movimenti ripetitivi come il battito di mani. Le altre caratteristiche principali dell’autismo sono deficit a livello sociale e comunicativo. Tra i bambini con diagnosi di autismo ad alto funzionamento, i ragazzi sono più numerosi delle ragazze con un rapporto di 4-1.

Gli scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Standford si sono interessati a confrontare l’espressione di caratteristiche principali del disturbo tra i sessi, perché l’autismo può presentarsi nelle ragazze con sintomi differenti, rischiando di essere sottodiagnosticato o rendendo più difficile per loro ottenere il trattamento più appropriato. Secondo lo studio condotto dai ricercatori le ragazze con autismo mostrano un comportamento meno ripetitivo e limitato rispetto ai ragazzi. Lo studio ha anche riscontrato delle differenze cerebrali tra ragazzi e ragazze con autismo che potrebbero spiegare queste discrepanze. Lo studio dà la migliore prova fino ad oggi che i ragazzi e le ragazze presentano questo disturbo dello sviluppo in modo differente. Supekar e Menon hanno esaminato la gravità dei sintomi dell’ autismo in 128 ragazze e 614 ragazzi iscritti al National Database for Autism Research, i bambini avevano da 7 a 13 anni, un QI superiore a 70 ed erano stati valutati con test standard per il comportamento autistico.

I ragazzi e le ragazze sono stati abbinati per età e per QI medio e sono risultati punteggi simili per comportamento sociale e per comunicazione. Ma le ragazze hanno avuto punteggi più bassi (più vicini ai punteggi normativi) per quanto riguarda i comportamenti ripetitivi e ristretti. I ricercatori hanno quindi esaminato i dati del Autism Brain Imaging Data Exchange che includono MRI strutturali di 25 ragazzi con autismo, 25 ragazze con autismo, 19 ragazzi con sviluppo tipico e 19 ragazze con sviluppo tipico. I ragazzi sono stati abbinati nei gruppi per età e QI. I ricercatori hanno ancora rilevato che le ragazze e i ragazzi non mostravano differenze sulle competenze comportamentali e di comunicazione sociale, ma che le ragazze avevano comportamenti ripetitivi e ristretti meno gravi.

[blockquote style=”1″]Questa replica fornisce la prova più forte fino ad oggi per le differenze di genere in una caratteristica fondamentale fenotipica dello spettro autistico[/blockquote] ha detto Menon.

Anche i ragazzi con sviluppo tipico presentavano delle differenze di genere nella struttura cerebrale, tuttavia, i bambini autistici, hanno avuto un insieme diverso di differenze di genere nel cervello, specificamente, nella corteccia motoria, nell’area motoria supplementare e in una porzione del cervelletto. Queste regioni influenzano la funzione motoria e la pianificazione dell’attività motoria. I ricercatori hanno notato che molti comportamenti ripetitivi, come ad esempio il battito di mani, hanno una componente motoria.

Come affermato da Menon: [blockquote style=”1″]Ragazze e ragazzi con autismo si differenziano per le loro caratteristiche cliniche e neurobiologiche, e i loro cervelli sono modellati in modo che contribuiscano in modo diverso a menomazioni comportamentali. La scoperta di differenze di genere in entrambe le misure comportamentali e nella struttura cerebrale suggerisce che i medici potrebbero voler mettere a fuoco la diagnosi e i trattamenti per le ragazze e per i ragazzi autistici in modo differenziato[/blockquote] ha aggiunto Supekar.

 

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La percezione atipica nell’autismo: vedere il mondo in modo diverso

BIBLIOGRAFIA:

Inside Out: oltre le emozioni l’importanza della memoria

Vi capita mai di guardare qualcuno e chiedervi cosa gli passa per la testa?

Inside Out è un delizioso viaggio nella mente di una bambina di undici anni che sta facendo i conti con la fine della propria magica infanzia.

Le intuizioni psicologiche che caratterizzano i film della Pixar si confermano geniali, così come era stato nei precedenti “Up” (sulla tematica del lutto e della separazione) e “Toy Story”, altro esilarante racconto di formazione.

Avevamo parlato della valenza psicoeducativa di Inside Out tempo fa, e più recentemente di come il film utilizzi la teoria cognitiva della mente per spiegare le funzioni delle emozioni.

Riley, la protagonista di quest’ultimo lungometraggio, si ritrova per la prima volta ad affrontare un’esperienza dolorosa, un trasloco non voluto e per di più aggravato da difficoltà economiche. La nuova situazione crea scompiglio e disorganizzazione nel Quartier Generale delle sue Emozioni, che si attivano in maniera chiassosa per aiutarla ad adattarsi alle nuove difficoltà.

Gioia, Paura, Rabbia, Tristezza e Disgusto (non più concetti vagamente astratti ma personaggi dalle personalità coloratissime e ben definite) si contendono di volta in volta manovelle e pulsanti al banco di comando, ognuna nel tentativo di dare la propria coloritura al vissuto di Riley per guidarne al meglio i comportamenti.

Ma non sono solo le emozioni il cuore di questo bignami di psicologia formato cartoon; buona parte della riflessione si concentra sul ruolo cruciale della memoria e sui complessi meccanismi di conservazione e distruzione dei ricordi, impalcatura invisibile delle strutture più profonde di personalità della protagonista (rappresentate graficamente da suggestivi parchi giochi a tema sospesi nello spazio mentale).

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Proprio la consapevolezza dell’importanza della memoria è il motore che spinge Gioia ad affannarsi nella titanica impresa di proteggere i Ricordi Base (alcune preziose biglie contenenti scene da base sicura) dalle insidie di Tristezza, del subconscio e degli operatori ecologici mentali che tengono in ordine gli archivi mnesici eliminando i ricordi superflui con un aspirapolvere.

Belli i momenti in cui la regia si insinua anche nella mente di altri personaggi, a dimostrazione del fatto che per quanto le emozioni siano universali il loro (re)agire sia del tutto individuale, e quindi individuali reazioni e comportamenti (da non perdere le clip ai titoli di coda).

Divertentissimo e commovente, con qualche piccola sbavatura buonista sul tema dell’American-Happy-Family, ma nel complesso un gioiellino da vedere, per ricordare quanto sia stato eccitante, caotico e doloroso diventare grandi.

 

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“Brave”. La Principessa Ribelle e il Capro Espiatorio – Recensione

Il colloquio motivazionale nel trattamento dei disturbi d’ansia e dell’umore di Henny A. Westra (2015) – Recensione

Il colloquio motivazionale è un metodo incentrato sul cliente, per attenuare la resistenza al trattamento e aumentare la motivazione, mantenendo un buon livello di coinvolgimento del paziente ed esplorando i vari sentimenti di ambivalenza legati al cambiamento (Miller e Rollnick 1991, 2002; Leoni 2003).

In questo testo chiaro e lineare, l’autrice presenta una versione adattata di questo strumento per trattare i disturbi di ansia e i problemi ad essi associati, come la depressione. Infatti, pur mantenendo tutti gli elementi che caratterizzano il colloquio motivazionale (ad esempio, l’impegno a collaborare con il paziente, i dialoghi sul cambiamento, ecc.), viene data maggiore enfasi alla risoluzione delle ambivalenze, quali la resistenza al cambiamento e le motivazioni ad esso associate.

Secondo Henny Westra, la gestione dell’ambivalenza è un fattore determinante per il trattamento dei disturbi d’ansia. Non è infrequente, infatti, che i pazienti siano consapevoli del problema e conoscano anche delle strategie per ottenere il cambiamento desiderato. Internet, libri, nonché precedenti trattamenti, possono creare delle ottime basi per l’introspezione e la pianificazione di obiettivi.

Tuttavia, in molti casi, il vero problema riguarda la gestione degli ostacoli interni e delle ambivalenze che si interpongono tra la decisione di cambiare e le azioni necessarie a farlo veramente. Per questo motivo vengono presentate e descritte con semplicità e chiarezza, un insieme omogeneo di tecniche e di suggerimenti, arricchiti da una quantità di esempi, per affrontare l’ambivalenza, ridurre a resistenza, incrementare la motivazione intrinseca, nonché preparare il paziente al cambiamento.

Questo libro offre parecchi spunti di riflessione anche ai non addetti ai lavori ma non è un manuale di auto-aiuto; è infatti un testo rivolto soprattutto agli psicologi ed ai terapeuti che vogliono investire nel rapporto con il paziente. In questo senso, seguendo una linea di pensiero di stampo rogersiano, l’autrice sottolinea più volte come i pazienti debbano essere considerati i veri esperti di se stessi, mentre i terapeuti, da esperti del processo, debbano lavorare per creare le condizioni più adatte affinché il paziente sfrutti le proprie competenze e proponga le soluzioni migliori verso la realizzazione della propria vita.

In conclusione, questo adattamento del colloquio motivazionale ai disturbi d’ansia e dei problemi ad essi associati, non va inteso come un metodo esclusivo ma piuttosto come un insieme di strategie che possono arricchire con successo anche gli approcci maggiormente orientati all’azione, come i trattamenti cognitivo-comportamentali, allo scopo di sostenere meglio l’autonomia del paziente e le sue capacità di recupero.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Westra, L.A. (2015). Il colloquio motivazionale nel trattamento dei disturbi d’ansia e dell’umore. Strategie per individuare e superare le resistenze al cambiamento. Eclipsi Editore: Firenze.

La psicologia positiva e il trattamento della depressione

Giulia Mazzoni – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

Seligman spiega che la psicoterapia positiva si distingue dagli interventi standard per la depressione perché è volta ad aumentare le emozioni positive, coinvolgere i punti di forza individuali e attribuire significato alla propria vita.

La psicologia positiva: che cos’è e cosa non è

La psicologia positiva è lo studio scientifico di quelle condizioni che portano la persona e la comunità ad uno stato di benessere fisico e psicologico attraverso le emozioni, le esperienze e i tratti individuali positivi.  Afferma, in particolare, l’importanza di riuscire a trasformare modalità negative di pensiero in modalità positive, che permettano soprattutto di promuovere la felicità e il benessere.

Questo si concretizza in quello che si chiama intervento positivo: un programma di attività volte a coltivare emozioni, pensieri e comportamenti positivi, che portano a valutare il proprio vissuto e la propria persona in termini positivi. Ad esempio rivalutare la propria giornata considerando tre avvenimenti positivi accaduti; pensare alla propria vita sempre in questo senso o focalizzarsi sui propri punti di forza e impiegarli nelle attività della giornata.

La psicologia positiva nasce dagli studi di Martin Seligman sull’impotenza appresa (1975), termine che si può definire come l’abitudine di interpretare sempre in maniera negativa ciò che succede, al punto che pensiamo di non essere abbastanza capaci per la maggioranza delle cose della nostra vita e non tentiamo nemmeno di affrontarle. Questa modalità si lega molto al pensiero pessimistico che è spesso tipico di coloro che attribuiscono le cause dei propri fallimenti a se stessi, e che quindi molto frequentemente incappano in stati depressivi. Seligman perciò si è chiesto se la stessa catena cognitiva di cause non potesse essere ribaltata sul versante positivo.

La psicologia positiva, tuttavia, non è il pensiero positivo (che comporta il credere ad affermazioni ottimistiche riguardanti il raggiungimento del successo assodato e adattabile ad ogni situazione) ma è invece legata ad un programma di attività scientifica, empirica e replicabile, non considera la positività come la principale modalità di pensiero ma riconosce i vantaggi del pensiero negativo e le circostanze in cui questo è da preferirsi (ad esempio quando è necessario valutare una situazione in modo molto oculato (Alloy & Abramson, 1979). Il pensare positivo ma realistico va sotto il nome di ottimismo flessibile (Seligman, 1990) ed è la capacità di scegliere il modo in cui esaminare le avversità, l’essere in grado di sapere in quali circostanze è opportuno avvalersi del pensiero ottimista senza per questo abbracciare la prospettiva di un cieco ottimismo. L’ottimismo flessibile si può considerare quindi una sorta di equivalente positivo del concetto stesso di impotenza appresa, perché anch’esso si può imparare attraverso l’allenamento all’utilizzo di spiegazioni positive dei propri eventi di vita ma, al tempo stesso, realistiche.

La psicologia positiva nasce con l’obiettivo di modificare il contenuto e la forma del pensiero degli individui, attraverso l’apprendimento dell’ottimismo flessibile, confidando nel fatto che questo influirà sulle loro idee future e le trasformerà in modalità di pensiero positive e adattive.

Il ruolo delle emozioni positive

Le emozioni positive sono uno dei fulcri della psicologia positiva e ci sono numerose evidenze circa il loro effetto sulla regressione dei disturbi mentali e fisici. Tra le ricerche più recenti, quella di Friedrickson e Joiner (2002), che ha messo in evidenza l’esistenza di un effetto delle emozioni positive chiamato a spirale crescente, indicando il fatto che persone con esperienze di pensiero positivo risultano maggiormente predisposte a trovare i significati positivi degli eventi spiacevoli e questo rappresenta il punto di partenza per l’adozione di sentimenti positivi nei confronti degli eventi di vita.

Inoltre, uno studio del 2004 di Tugade, Fredrickson e Barrett su emozioni positive e stili di coping ha messo in evidenza come le persone resilienti sono caratterizzate da una maggiore emotività positiva (un approccio energico alla vita, curiosi e aperti a nuove esperienze) e affrontano le situazioni attraverso emozioni positive, utilizzando il senso dell’humor, il rilassamento e il pensiero positivo in misura maggiore rispetto alle persone non resilienti. Questi aspetti si sono dimostrati centrali nelle modalità di ripresa da situazioni stressanti, in particolare nelle guarigioni da disturbi cardiovascolari, che sono più brevi, e in situazioni potenzialmente ansiogene (ad esempio parlare in pubblico), affrontate con maggiore positività.

L’intervento positivo

Seligman e collaboratori, nel 2005 hanno concretizzato i presupposti della psicologia positiva mettendo a punto una ricerca basata sull’efficacia di un intervento positivo su una popolazione non clinica. Nello specifico, l’intervento positivo è consistito da una serie di attività ed esercizi che i partecipanti dovevano attuare ogni giorno per una settimana (le cui istruzioni venivano fornite attraverso Internet). In particolare, le persone sono state suddivise in 5 gruppi ad ognuno dei quali veniva assegnato un esercizio tra questi: scrivere e poi consegnare una lettera di ringraziamento ad una persona che meritasse un grazie speciale e che non fosse stata ringraziata adeguatamente a suo tempo; di scrivere alla fine della giornata tre avvenimenti positivi accaduti e di cercare di darne una motivazione; di scrivere di un periodo della vita in cui ci si sentiva al meglio, riflettere sui propri punti di forza emersi nella storia e collocare la storia in un posto dove fosse possibile vederla tutti i giorni per una settimana; di prendere atto dei propri punti di forza e utilizzarne uno ogni giorno in maniera diversa. A questi 5 gruppi ne è stato affiancato uno di controllo.

I partecipanti, valutati prima e dopo attraverso strumenti di misurazione della felicità individuale e dei sintomi depressivi, sono stati richiamati per i follow-up a una settimana e a uno, tre e sei mesi. I risultati mostrarono che utilizzare i propri punti di forza e rivalutare la giornata attraverso tre cose positive che sono successe, aumenta la felicità e riduce i sintomi depressivi – seppur in un campione non clinico- in maniera duratura per tutti i sei mesi. Ringraziare una persona produce cambiamenti significativi solo a un mese, mentre gli altri due esercizi e il placebo, hanno prodotto un effetto positivo ma transitorio su felicità e sintomi depressivi.

Implicazioni cliniche degli interventi positivi: come si può tradurre questo in termini clinici?

Sono diverse le strategie terapeutiche che vengono proposte dalle teorie e ricerche della psicologia positiva, tra cui il far nascere e alimentare speranze (Snyder, Iliardi, Michael, Cheavans, 2000) o l’investimento sui punti di forza della persona, quali coraggio, abilità interpersonali, insight, ottimismo, autenticità, perseveranza, realismo, capacità di provare piacere, di riconoscere le responsabilità personali, le inclinazioni e le intenzioni future (Seligman, 2002).

Wood e Joseph, nel 2009, si sono chiesti se l’assenza di benessere e di emozioni positive potessero essere dei fattori di rischio per la depressione e hanno condotto uno studio rivalutando gli stessi soggetti dopo 10 anni. Il benessere è stato considerato attraverso indicatori come l’autoaccettazione, l’autonomia, l’instaurare relazioni positive con gli altri, la capacità di porsi uno scopo nella vita, la padronanza dell’ambiente e la crescita personale. I risultati hanno dimostrato che le persone con uno stato di benessere inferiore avevano una probabilità 7 volte maggiore di incappare in un disturbo depressivo dieci anni dopo.

Sin e Lyubomirsky (2009) inoltre, hanno condotto una meta-analisi attraverso gli studi sugli interventi positivi: i risultati combinati di 49 studi hanno rivelato che gli interventi positivi aumentano significativamente il benessere e i risultati combinati di 25 studi mostrano che gli interventi positivi sono anche efficaci per trattare i sintomi depressivi. In particolare, dalla meta-analisi è emerso che:

  • Lo stato depressivo modera l’efficacia dell’intervento positivo, cosicchè le persone depresse riportano un maggior aumento di benessere e una riduzione più marcata dei sintomi depressivi rispetto ai non depressi. Questi ultimi, tuttavia, mostrano comunuqe di beneficiare degli esercizi dell’intervento positivo. Perciò i clinici possono sentirsi legittimati ad inserire gli interventi positivi o parti di essi nel trattamento di pazienti sia depressi che non depressi, perché entrambi ne ricavano benefici.
  • Ricavano maggiori vantaggi da un intervento positivo quelle persone che si offrono spontaneamente di partecipare ad uno studio in questo senso. Questo in termini clinici si può tradurre così: le persone con un alto livello di motivazione hanno anche aspettative più ottimistiche e mettono in conto di lavorare più duramente e più a lungo.
  • I benefici dell’intervento positivo aumentano linearmente con l’età. I partecipanti più anziani potrebbero aver vissuto il trattamento positivo con maggiore serietà e maturità e applicare più impegno nell’esecuzione delle istruzioni date. Perciò i clinici potrebbero vedere maggiori miglioramenti quando impostano un intervento positivo su un paziente più anziano rispetto ad uno giovane.
  • La modalità del trattamento modera l’efficacia dell’intervento positivo: la terapia individuale è la più efficace, seguita da interventi di gruppo guidati e poi da quelli autogestiti. In un’ottica clinica quindi i migliori benefici ,per quanto riguarda gli interventi positivi si ottengono in primo luogo all’interno di una terapia individuale e secondariamente entro una terapia di gruppo.
  • La durata di un intervento positivo modera i suoi effetti: più l’intervento è lungo e più i partecipanti/pazienti hanno l’opportunità di applicare le attività positive che acquisiscono, alla propria quotidianità; con la conseguenza naturale di una maggiore efficacia.

Psicoterapia positiva

Seligman e collaboratori (2006) spiegano che la psicoterapia positiva si distingue dagli interventi standard per la depressione perché è volta ad aumentare le emozioni positive, coinvolgere i punti di forza individuali nelle proprie esperienze di vita e attribuire significato alla propria vita considerando se stessi come riflesso della società in cui si vive. I ricercatori hanno riscontrato che, con persone affette da depressioni gravi, gli effetti degli esercizi di psicologia positiva sono particolarmente straordinari. In particolare, nel primo di due studi preliminari è emerso che la psicoterapia positiva praticata su gruppi ha ridotto significatamente i livelli di depressione, da profonda a moderata, dopo 1 anno di follow up. Nel secondo studio la psicoterapia postiva assegnata ai singoli pazienti con disturbo depressivo maggiore ha prodotto una remissione molto maggiore rispetto a quello che fanno i trattamenti attraverso protocolli standard o questi combinati ai farmaci (Seligman et al., 2009)

Conclusioni

La psicologia positiva è quindi una disciplina basata su emozioni positive e sulla capacità di rivalutare positivamente i propri vissuti; da non confondere con il pensiero positivo, che invece è una visione sempre e comunque ottimistica di tutto ciò che ci circonda. Gli interventi di psicologia positiva sono perciò basati su esercizi e attività mirate alla valorizzazione degli aspetti positivi dell’esistenza e della propria persona, attraverso quelli che vengono chiamati punti di forza.

Le ricerche hanno dimostrato che le emozioni positive hanno un ruolo importante nell’aumentare il benessere delle persone e consentono una ripresa migliore e più breve da condizioni stressanti, anche fisiche. Inoltre, essere consapevoli dei propri punti di forza e utilizzarli per rivalutare positivamente gli episodi accaduti durante la giornata produce l’effetto di mantenere elevata la felicità individuale nel tempo e riduce, dove presenti, i sintomi depressivi, anche a distanza di mesi. Anche ringraziare qualcuno tuttavia, ci rende più felici. Attività di intervento positivo come queste, dunque, possono contribuire a considerare se stessi e la propria esistenza in un’ottica più piacevole e riducono, di conseguenza, la probabilità di sviluppare sintomi depressivi.

Su una popolazione clinica, gli interventi di psicologia positiva si sono rivelati efficaci nel trattamento degli stati depressivi, a condizione però che le strategie apprese venissero applicate dai pazienti quotidianamente e anche oltre la conclusione del trattamento. Gli studi hanno dimostrato che quello che va sotto il nome di Psicoterapia Positiva può utilmente integrare i protocolli standard di trattamento per il disturbo depressivo maggiore aumentandone di molto l’efficacia e soprattutto mantenendo ridotti i sintomi depressivi anche dopo un anno dalla conclusione del trattamento.

Si potrebbe concludere quindi con un consiglio ai clinici: incorporare le tecniche di psicoterapia positiva nei trattamenti con protocolli standard; in particolare l’efficacia è potenziata se parliamo di terapie individuali con pazienti gravemente depressi, relativamente anziani, motivati a migliorare e in grado di riprodurre le tecniche positive per periodi sempre più lunghi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La procrastinazione – Definizione di Psicopedia

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA RUBRICA DI DIVULGAZIONE SCIENTIFICA

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Sigmund Freud University - Milano - LOGO

 

 

Una persona che procrastina mette in atto una forma di evitamento che gli permette di non entrare in contatto con le proprie insicurezze, paure e limiti. Così facendo non affronta una serie di preoccupazioni e non è costretto ad avere a che fare con le emozioni che ne derivano.

Ti è mai capitato di rimandare o di non riuscire a portare a termine delle attività? Indubbiamente è qualcosa che capita a tutti, ma con quale frequenza?
Sicuramente, c’è chi ritarda saltuariamente di fare qualcosa e chi invece costantemente rimanda qualsiasi impegno o scadenza. Chiaramente nel primo casa si tratta solo di un po’ di pigrizia, nel secondo, al contrario, abbiamo a che fare con la procrastinazione.

Una persona che procrastina mette in atto una forma di evitamento che gli permette di non entrare in contatto con le proprie insicurezze, paure e limiti. Così facendo non affronta una serie di preoccupazioni e non è costretto ad avere a che fare con le emozioni che ne derivano.

 

Procrastinazione: stile rilassato e stile preoccupato

Esistono almeno due stili differenti di procrastinazione, uno definito Rilassato e l’altro Preoccupato. Il procrastinatore rilassato è colui che evita le attività o incombenze ritenute noiose, routinarie. Intraprende molte attività con entusiasmo, ma venuto meno il fascino della novità tende a stancarsi e a mollare. ll procrastinatore preoccupato è invece colui che tende ad avere scarsa fiducia nelle proprie capacità, ha difficoltà a gestire lo stress ed è spesso tormentato da una serie di paure e idee irrazionali che non gli consentono di agire.

 

Le caratteristiche cognitive della procrastinazione

La procrastinazione, dunque, ha alla base alcune caratteristiche cognitive:

1. Il Perfezionismo: la persona non si sente in grado di affrontare un compito o un problema se non riesce a farlo in maniera perfetta. Non si sente mai abbastanza pronta o sufficientemente sicura delle proprie capacità, conoscenze o competenze.

2. Paura dell’insuccesso: molti rimandano all’infinito le cose che vorrebbero fare per paura di fallire. Questa paura può a volte essere talmente forte da bloccare qualsiasi tipo di iniziativa basando tale comportamento sulla convinzione che si otterrà sicuramente un fallimento e per questo non tenta neanche.

3. Paura del successo: chi ha paura del successo può essere una persona che sente di non meritarselo e quindi vive una sorta di senso di colpa oppure può avere il timore che gli altri poi si aspettino sempre delle prestazioni di successo da lei e quindi vive queste aspettative con forte ansia e stress.

4. Rabbia: spesso si tratta di una risposta  alle pressioni e aspettative altrui vissute come intollerabili. Se non riconosciuta può diventare un problema serio, che potrebbe invadere diversi ambiti della vita.

Insomma, la procrastinazione può portare a conseguenze disparate fino a, in casi estremi, compromettere il funzionamento globale di chi la mette in pratica costantemente.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Dryden W. (2001). Rimandare, rinviare, procrastinare: sempre lo stesso vizio, Editori Riuniti.

TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Tendenza al suicidio & difficoltà nel decision-making

Irene Rossi

 

Numerosi studi hanno evidenziato come il modo in cui una persona prende le decisioni è tra i principali fattori che determinano la vulnerabilità a comportamenti suicidari.

L’ultimo dei molti studi condotti dal Dr. Fabrice Jollant aiuta proprio a sottolineare la relazione esistente tra la difficoltà a prendere decisioni efficaci e la tendenza al suicidio. In particolar modo la tendenza a prendere decisioni ad alto rischio è prevalente non solo in molti degli individui che commettono suicidio ma anche tra i loro parenti di primo grado. Quest’ultimo dato permette di spiegare l’apparente “ereditabilità” di tale comportamento e può avere vantaggi utili per la prevenzione al suicidio.

Nella ricerca i pensieri e i comportamenti suicidari devono necessariamente essere studiati indirettamente. In precedenza il focus era posto completamente sui soggetti che avevano tentato il suicido, senza riuscirci, andando a indagare i pensieri che avevano portato all’atto. Allo scopo di capire la vulnerabilità al suicidio Dr Jollant e i suoi colleghi del Douglas Mental Health University Institute si sono invece focalizzati sui familiari più vicini alle persone che commettono suicidio, riuscendovi. I familiari delle persone che commettono suicidio difatti portano alcuni tratti associati alla vulnerabilità al suicidio, anche se non hanno mai espresso pensieri suicidari concreti e godono di buona salute mentale.

Uno dei test neuropsicologici impiegati per la valutazione dei familiari è un gioco di scommesse, dove i giocatori devono vincere più soldi possibile scegliendo le carte tra differenti mazzi. Alcuni mazzi hanno un livello di rischio maggiore di altri: alcune volte permettono di vincere cifre molto alte ma nella maggior parte dei casi portano a perdita, soprattutto a lungo termine. Altri mazzi sono più sicuri: le vincite sono piccole ma anche le perdite lo sono e questo permette di garantire una vincita a lungo termine. Ciò che è stato osservato è che mentre le persone che vengono da famiglie senza suicidi imparano a scegliere i mazzi più sicuri, i parenti di pazienti suicidari continuano a fare scelte ad alto rischio, anche dopo numerosi tentativi, dimostrando così una maggiore difficoltà ad apprendere dalle loro esperienze.

La risonanza magnetica funzionale ha confermato che una certa area della corteccia prefrontale, che è usata per prendere decisioni funziona differentemente in queste persone, similarmente a coloro che hanno tentato il suicidio. Il gruppo di ricerca del Dr. Jollant spiega questi dati con l’ipotesi che le persone che hanno tendenza a prendere decisioni rischiose propendono per soluzioni che procurano benefici a breve termine nonostante l’alto rischio, invece di soluzioni che sono più sicure e a lungo termine ed hanno difficoltà anche nell’ individuare soluzioni alternative quando devono affrontare un problema.

Questo permette di spiegare il collegamento tra capacità di pendere decisioni e suicidio: nel contesto di una depressione maggiore questa difficoltà a prendere buone decisioni possono tradursi nel scegliere la morte, che è una decisione che permette di mettere fine immediata alle sofferenze nonostante le conseguenze irreparabili, senza vedere alcuna soluzione alternativa.

I ricercatori propongono anche delle possibili soluzioni per i soggetti a rischio: oltre alla difficoltà nel prendere decisioni è stato trovato che i parenti vicini alle vittime di suicidio hanno performato molto bene in altri test che dimostrano una buona abilità nel gestire i propri pensieri. Questo fattore può controbilanciare la difficoltà nel prendere decisioni adeguate e fungere da fattore di protezione. L’idea è quindi quella di pensare dei percorsi di psicoterapia focalizzati sul migliorare la capacità di prendere decisioni ma anche sulle altre funzioni cognitive che, se rinforzate possono ridurre la vulnerabilità al suicidio.

 

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La TDCS: una stimolazione – non stimolazione dalle grandi potenzialità

Giuseppe Murelli, Mara Compagnoni, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI 

La tDCS, nata in Italia e oggi usata in tutto il mondo, é una tecnica di facile applicazione con cui é possibile stimolare diverse parti del cervello in modo non invasivo, efficace, indolore e senza effetti collaterali significativi.

INTRODUZIONE

Oggi lo studio del cervello e del suo funzionamento sta progredendo sempre di più grazie alle tecniche di neuroimmagine e di stimolazione e modulazione cerebrale. I disturbi neuropsicologici congeniti, degenerativi o dovuti a traumi e ictus sono ormai all’ordine del giorno. Non solo la farmacologia ma anche la psicoterapia si é rivelata in grado di produrre modificazioni nel funzionamento cerebrale. Comprendere quindi tale funzionamento e i modi per favorirne il miglioramento sembra essere un obiettivo importante per interventi che spaziano dalla prevenzione e riabilitazione di deficit specifici al trattamento dei disturbi emotivi.
La tDCS (stimolazione transcranica a corrente diretta continua) potrebbe rappresentare un’importante risorsa in tale percorso, viste le sue capacità di modulazione dell’eccitabilità corticale in assenza di effetti collaterali di rilievo.

 

La tDCS e i suoi meccanismi

La tDCS, nata in Italia e oggi usata in tutto il mondo, é una tecnica di facile applicazione con cui é possibile stimolare diverse parti del cervello in modo non invasivo, efficace, indolore e senza effetti collaterali significativi (le più frequenti percezioni riscontrate sono un leggero pizzicorio/prurito/calore all’inizio della stimolazione nei punti in cui sono posizionati gli elettrodi). Nonostante sia una tecnica “giovane”, molti studi la indicherebbero come un possibile prezioso strumento per il trattamento di condizioni neuropsichiatriche quali depressione, ansia, morbo di Parkinson, demenza di Alzheimer, dolore cronico, dipendenze, riabilitazione post ictus o traumi.

La tDCS permette due tipi di stimolazioni: anodica e catodica. La stimolazione anodica provoca un’eccitazione dell’attività neuronale e quella catodica la inibisce o la riduce.
La stimolazione tDCS consiste in una debole corrente elettrica continua all’intensità costante di 1-2 mA, non percepibile dalla persona, che viene applicata allo scalpo tramite una coppia di elettrodi (uno eccitatorio, l’anodo, e uno inibitorio, il catodo) di 35 cm² di superficie. Gli elettrodi sono rivestiti da una spugna sintetica imbevuta di una soluzione salina per aumentare la conduttività (consentendo di attraversare le ossa craniche e raggiungere l’area cerebrale d’interesse) ed evitare possibili effetti fastidiosi causati dall’applicazione diretta di corrente.

A questo punto vengono inseriti all’interno di una cuffia di gomma (non conduttiva) che ne facilita il fissaggio sulla testa. Generalmente viene utilizzato un montaggio in cui l’elettrodo attivo viene posizionato sull’area che si intende stimolare mentre l’elettrodo di riferimento viene posizionato sull’area sovraorbitale controlaterale o in un’area non cefalica (ad esempio sulla spalla).

Questa tecnica, attraverso il flusso di corrente da un elettrodo all’altro, modifica i potenziali di membrana dei neuroni permettendo di modulare l’eccitabilità della corteccia cerebrale e quindi l’attività neuronale del cervello, aumentando o diminuendo la funzionalità dell’area stimolata (producendo effetti a livello cognitivo e comportamentale) per un tempo che permane oltre la durata della stimolazione. In particolare, la stimolazione anodica depolarizza i neuroni aumentando l’eccitabilità corticale dell’area stimolata, mentre la stimolazione catodica iperpolarizza i neuroni con effetti inibitori. Se la stimolazione viene ripetuta più volte é possibile rendere tali modificazioni più stabili e durature (Bolognini et al. 2009).

A differenza di altre tecniche (ad esempio la TMS) la tDCS eccitatoria non stimola gli assoni dei neuroni inducendoli a scaricare potenziali d’azione, poiché induce un cambiamento di potenziale (eccitabilità neuronale spontanea) lento e di lieve entità. In particolare gli effetti sembrano essere dovuti alla modificazione della conduttività dei canali di sodio e calcio e allo spostamento di gradienti elettrici che influenzano il bilancio ionico all’interno e all’esterno della membrana neuronale, modulandone la soglia di attivazione (Ardolino et al. 2005).

Questi effetti variano al variare di:
– Densità della corrente (rapporto tra intensità di corrente e dimensione dell’elettrodo)
– Direzione del flusso di corrente (dal catodo all’anodo o dall’anodo al catodo)
– Durata della stimolazione
– Geometria neuronale su cui agisce la stimolazione
– Caratteristiche del tessuto neuronale stimolato.

Studi farmacologici associati alla tCDS hanno rilevato che:
– La somministrazione di carbamazepina (farmaco sodio-antagonista che blocca i canali del sodio rallentando l’afflusso di ioni Na⁺ all’interno della membrana neuronale e riducendone così la depolarizzazione) elimina l’aumento dell’eccitabilità neuronale indotto dalla stimolazione anodica durante la stimolazione tDCS.
– Lo stesso effetto si produce somministrando flunarizina (farmaco calcio-antagonista che rallenta l’afflusso di ioni Ca²⁺ all’interno della membrana neuronale bloccando i canali calcio-dipendenti).
Gli effetti sull’eccitabilità corticale durante la stimolazione dipenderebbero cioè dall’azione sul potenziale di membrana attraverso l’azione sui canali del sodio e del calcio.
– Gli effetti post-stimolazione sono stati ridotti dalla somministrazione di destrometorfano (antagonista per i recettori dei canali NMDA, che una volta attivati fanno fluire ioni sodio e ioni calcio all’interno della membrana neuronale).
– Ne viene invece aumentata la durata somministrando D-cicloserina (parziale agonista per i recettori NMDA) (Nitsche et al. 2004).
Anche gli effetti che permangono una volta interrotta la stimolazione tDCS dipenderebbero quindi dall’azione sul potenziale di membrana attraverso l’azione sui canali ionici.

Le modificazioni prodotte diventano più stabili e durature (effetti a lungo termine) quando la stimolazione viene ripetuta molte volte (Bolognini et al. 2009). I meccanismi alla base di questa stabilizzazione degli effetti potrebbero includere la formazione di nuove sinapsi sfruttando i meccanismi di potenziamento a lungo termine (LTP) e depressione a lungo termine (LTD). Per questi processi sembra avere un ruolo importante il sistema del glutammato e in particolare i recettori NMDA.

 

tDCS, plasticità cerebrale e implicazioni per la riabilitazione

Quando si produce una lesione cerebrale, nell’area controlaterale corrispondente (che generalmente svolge la stessa funzione) si attivano meccanismi simili all’LTP, cosicché l’area intatta possa compensare quella lesionata (Bury & Jones 2002). Una lesione cerebrale perciò diminuisce l’attivazione dell’area lesionata e aumenta l’inibizione che l’area corrispondente nell’emisfero intatto (area rivale) esercita. É stato quindi proposto che un trattamento con la stimolazione tDCS efficace per i deficit post-lesione, soprattutto per i disordini motori primari, consista nell’aumento dell’eccitabilità dell’area lesionata (stimolazione anodica) e/o nell’inibizione dell’area intatta al fine di ridurne l’iperattivazione (stimolazione catodica).

 

tDCS e trattamento comportamentale per favorire la plasticità cerebrale

Gli stessi effetti di LTP ottenuti con la stimolazione tDCS si producono nell’area trattata a seguito di un trattamento comportamentale, anche in soggetti sani.
A questo punto si può ipotizzare che training comportamentale e tDCS condividano simili meccanismi d’azione per indurre quei fenomeni di plasticità cerebrale che sono alla base del recupero post-lesione cerebrale, per cui l’uso additivo della tDCS e la sua capacità di produrre effetti a lungo termine dovrebbe aumentare gli effetti della riabilitazione comportamentale.

Per questo motivo si può ragionevolmente supporre che la loro combinazione possa massimizzare i loro effetti individuali. Ciò poiché la stimolazione anodica faciliterebbe l’attivazione dei neuroni dell’area danneggiata mentre la stimolazione catodica ridurrebbe l’azione dell’area intatta e l’inibizione che questa esercita verso l’area lesionata attraverso le connessioni interemisferiche callosali. In un tale quadro il trattamento comportamentale qualora sia associato a stimolazione cerebrale non invasiva potrebbe produrre modificazioni corticali più intense, con conseguente ripresa funzionale maggiore della funzione trattata. Inoltre, considerando che i processi spontanei di riorganizzazione plastica dopo un ictus si riducono rapidamente fino ad esaurirsi in pochi mesi, la combinazione della stimolazione tDCS, e quindi l’induzione di meccanismi di riorganizzazione plastica aggiuntivi, potrebbe permettere di allungare la finestra temporale in cui é possibile somministrare positivamente il trattamento riabilitativo.
Gli studi mostrano che:
– Il beneficio funzionale in un setting riabilitativo dopo somministrazione della sola stimolazione tDCS é risultato limitato a circa il 10-20% (Talelli & Rothwell 2006).
– Anche il solo trattamento comportamentale, pur essendo fondamentale per promuovere il recupero, non é risultato totalmente efficace (ad esempio il 50-60% dei pazienti che hanno subito un ictus mantengono dei disordini motori residui che necessitano di una qualche forma di assistenza).
– Il trattamento combinato delle due tecniche potrebbe massimizzare i loro effetti individuali, poiché la tDCS preattiverà i circuiti neurali danneggiati in modo specifico, rendendoli più responsivi alla stimolazione riabilitativa comportamentale.

É importante osservare che la tDCS si configura come una tecnica estremamente promettente ma allo stesso tempo di semplice uso e priva di effetti collaterali qualora utilizzata seguendo le linee guida (Rossi et al. 2009).

 

Alcuni studi precedenti in cui é stata utilizzata la tDCS

Gli studi neuropsicologici con la tDCS non sono ancora numerosissimi, nonostante le potenzialità di questa tecnica, ma stanno pian piano aumentando.
Gli effetti della tDCS sono stati valutati rispetto a:
– Corteccia motoria:
La risposta dell’area motoria primaria (M1), valutata misurando i potenziali motori evocati, é risultata maggiore dopo una stimolazione tDCS anodica e minore dopo una stimolazione catodica (Lang et al. 2004). Numerose modificazioni sono state riportate anche a livello comportamentale.

– Corteccia visiva:
Il picco del potenziale visivo evocato N70 é aumentato dopo una stimolazione anodica e ridotto dopo una stimolazione catodica (Antal et al. 2004a).
Il picco del potenziale visivo evocato P100 viene ridotto dopo una stimolazione anodica e amplificato dopo una stimolazione catodica.
Modificazioni della percezione visiva sono state descritte, in termini sia di facilitazione che di inibizione.

– Corteccia somatosensoriale:
La stimolazione anodica della corteccia sensomotoria aumenta i potenziali sensomotori prodotti stimolando il nervo mediano destro (Matsunaga et al. 2004), mentre la stimolazione catodica li riduce lievemente (non le componenti ad alta frequenza) (Dieckhöfer et al. 2006).
La stimolazione catodica della corteccia somatosensoriale riduce la capacità di discriminazione tattile per la stimolazione vibratoria dell’anulare sinistro (Rogalewski et al. 2004).

– Funzioni cognitive:
La stimolazione anodica della corteccia prefrontale sinistra facilita la classificazione probabilistica implicita (Kincses et al. 2004) e le capacità della memoria di lavoro durante un compito di sequenziamento di lettere (Fregni et al. 2005).
La stimolazione catodica della corteccia prefrontale anteriore aumenta il comportamento ingannevole in compiti in cui si può scegliere se dire la verità o mentire. Ciò viene riscontrato parallelamente a tempi di reazione minori quando la risposta é falsa provando anche un senso di colpa minore (Karim et al. 2009).
La stimolazione anodica della corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra determina un miglioramento nella prestazione di un compito complesso di problem-solving verbale che richiede l’attivazione delle funzioni esecutive (Cerruti & Schlaug 2008).
La stimolazione anodica della corteccia prefrontale dorsolaterale, destra o sinistra, e catodica dell’area controlaterale riducono il rischio di comportamento impulsivo durante compiti ambigui di presa di decisione (Fecteau et al. 2007).
La stimolazione catodica della corteccia prefrontale dorsolaterale sinistra durante le fasi iniziali di apprendimento del test della Torre di Londra, e la stimolazione anodica della stessa area nelle fasi successive in cui lo svolgimento del test é stato appreso, producono un miglioramento della prestazione. La stimolazione catodica iniziale sembra funzionare come un riduttore di rumore neuronale che facilita l’acquisizione delle funzioni esecutive alla base del test della torre di Londra, mentre la stimolazione anodica successiva faciliterebbe l’attivazione dei neuroni che hanno ormai stabilito una configurazione di connessioni neuronali funzionale (Dockery et al. 2009).

Dal punto di vista neuropsicologico, gli effetti benefici della tDCS sono stati dimostrati principalmente per la negligenza spaziale unilaterale (Sparing et al. 2009), e nel trattamento dell’afasia (Monti et al. 2008).

 

La stimolazione magnetica transcranica (TMS)

La TMS è una tecnica di stimolazione cerebrale non invasiva basata sul principio dell’induzione elettromagnetica, che può essere usata sia per studiare la relazione tra cervello e comportamento che per esplorare l’eccitabilità di differenti regioni cerebrali.

Il meccanismo di azione della TMS utilizza un impulso di corrente elettrica, che passando attraverso una bobina di metallo (usualmente rame) genera un campo magnetico. I moderni apparecchi per la stimolazione magnetica utilizzano un condensatore connesso a una bobina stimolante contenente una spirale (coil), che può essere appoggiata direttamente sullo scalpo permettendo una più semplice stimolazione mirata. Da essa fluisce un campo elettromagnetico di elevata potenza (da 0.2 a 4.0 T) e breve durata (~200 µs) che attraversa i tessuti cutanei, muscolari e ossei del cranio, e raggiunge la corteccia cerebrale inducendo una corrente elettrica transitoria capace di elicitare potenziali d’azione, che causa la depolarizzazione delle membrane cellulari (Barker et al., 1987; 1985) e la depolarizzazione transinaptica della popolazione di neuroni corticali.
Un’interessante proprietà della TMS é che la stimolazione prolungata produce un blocco temporaneo e reversibile della funzione dell’area corticale sottostante al punto di posizionamento della bobina. Questa tecnica è tuttora utilizzata in laboratorio per simulare e studiare le conseguenze di una disattivazione temporanea di specifiche aree cerebrali sull’esecuzione di compiti cognitivi complessi (ad esempio rispetto al linguaggio, al movimento, all’attenzione…), e quindi conoscerne meglio il ruolo funzionale (ad esempio la TMS può rappresentare un’alternativa semplice e non invasiva al test di Wada).

 

TDCS vs TMS

Sia la tDCS che la TMS sembrano portare a risultati simili: la possibilità di modificare l’eccitabilità corticale e la conseguente (ri)modulazione dei meccanismi di rilascio e reuptake dei neurotrasmettitori.
La differenza principale sta nel fatto che la TMS, attraverso la produzione di campi magnetici, induce campi elettrici in grado di elicitare potenziali d’azione, che a loro volta portano a dirette modificazioni della risposta neuronale (depolarizzazione corticale e scarica dei neuroni in caso di stimolazione eccitatoria o iperpolarizzazione corticale in caso di stimolazione inibitoria). La tDCS, invece, produce deboli campi elettrici che inducono nel cervello correnti elettriche di bassa o bassissima intensità, capaci di modulare il potenziale di membrana dei neuroni in modo da facilitare (stimolazione eccitatoria) o inibire (stimolazione inibitoria) la scarica neuronale, che non viene mai direttamente indotta.
Altre differenze tra le due tecniche riguardano aspetti “pratici”: la TMS è focale e quindi precisa nell’induzione degli effetti ma d’altro canto più costosa, più complessa nell’utilizzo e, a causa del campo magnetico che viene creato, attualmente é sconsigliata ai portatori di pacemaker e di protesi acustiche, a chi “indossa” delle protesi metalliche craniofacciali di ricostruzione e alle donne in gravidanza; é controindicata in particolar modo per chi soffre di epilessia o presenti una storia clinica con simili episodi.
La scelta tra le due tecniche va quindi fatta di volta in volta a seconda del caso specifico, valutando con attenzione il rapporto costi-benefici.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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