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A proposito della relazione terapeutica – Platone e Ludwig Binswanger

Il concetto di relazione terapeutica ha origini antiche che possono essere ritrovate nel pensiero filosofico di diversi personaggi

Di Francesco Luigi Gallo

Pubblicato il 21 Feb. 2023

Aggiornato il 23 Feb. 2023 15:36

L’analisi dell’azione e dello stato della psichiatria del nostro tempo non può certo prescindere da considerazioni più vaste (filosofiche, antropologiche e sociologiche) anche, quindi, per quanto riguarda la relazione terapeutica.

 

In effetti la psichiatria ad oggi – nonostante alcune spinte notevoli in direzioni più umane – risente nuovamente di una mentalità oggettivante e alienante, sempre più in linea con il generale indirizzo del nostro tempo definito da molte autorevoli voci come età della tecnica.

La relazione terapeutica secondo Binswanger

Già Ludwig Binswanger, tuttavia, aveva osservato acutamente che “[…] la considerazione clinica e la descrizione di un uomo malato di “nervi” è possibile soltanto sulla base di un processo di selezione e di riduzione orientate da ben determinati scopi conoscitivi e terapeutici, un processo attraverso cui le forme d’esistenza umana in questione vengono tradotte nelle forme cliniche di determinate malattie, nelle sindromi e nei sintomi” diventando “costituzionalmente incapace di comprendere i veri e propri problemi umani” (L. Binswanger, “La concezione eraclitea dell’uomo”, p. 97). In uno scenario organicista in cui la psichiatria è ridotta a “encefalo-iatria” (E. Borgna, “Le intermittenze del cuore”, versione digitale, p. 23) “non c’è più bisogno di dialogo e di colloquio, di comunicazione” (ibidem), perché “ogni condizione depressiva, o ansiosa, deve solo essere cancellata farmacologicamente” (ivi, p. 24):

Nel modello biologistico di conoscenza si giunge, certo, alla esclusione della soggettività, della immedesimazione e della commozione del colloquio clinico. Non si devono provare sentimenti nell’incontro con i pazienti che si trasformano, così, in un oggetto di conoscenza: senza che sia utile alcuna partecipazione emozionale al loro destino (ivi, p. 22).

Molto spesso però anche il cliente sembra accomodarsi senza troppi fastidi all’interno di questo scenario oggettivante e organicista, quasi richiedendo – implicitamente, attraverso il suo comportamento – di essere considerato un paziente e non un uomo con un disagio esistenziale. Su quest’ultimo punto si è espresso magistralmente Jaspers in un saggio intitolato “L’idea di medico” (che insieme ad altri quattro saggi scritti fra il 1950 e il 1955 sono stati curati da U. Galimberti e pubblicati nel volume “Il medico nell’età della tecnica”):

Per alcuni malati il presupposto della ragione non vale. Si tratta del malato che va dal medico perché vuole essere curato a tutti i costi. In base alle sue aspettative il consulto termina in ogni caso con delle prescrizioni. La spinta a essere curati sempre, l’angoscia di quanti vogliono essere guariti da qualche cosa, la sollecitazione esercitata nei confronti del medico attraverso richieste che non possono essere soddisfatte provocano lo sviluppo di metodi terapeutici che non sono razionalmente efficaci. Circa trent’anni fa, durante il suo discorso inaugurale a Heidelberg, un celebre farmacologo disse, più o meno, con una punta di esagerazione: “Disponiamo di una dozzina di farmaci efficaci; il resto è il prodotto dell’angoscia dei malati e degli interessi dell’industria farmaceutica”. A questo si aggiunga che il malato non vuole veramente sapere, bensì ubbidire. L’autorità del medico è un gradito punto fermo che lo dispensa dalla riflessione e dalla responsabilità proprie. “Me lo ha prescritto il medico” è la forma più comoda di liberazione. (K. Jaspers, L’idea di medico, p. 5).

Coerentemente a queste considerazioni B. Bara ha scritto che, solitamente, per il paziente “il riferimento è quello del rapporto fra un abile chirurgo e il suo fiducioso paziente: questi si addormenta, e al risveglio l’operazione è terminata, il male estirpato” (B. Bara (a cura di), “Manuale di psicoterapia cognitiva”, p. 41). L’onnipotenza dell’encefalo-iatra (non psichiatra) e la passiva accettazione del paziente, che crede di non avere un ruolo attivo nel processo di guarigione e realizzazione di sé, frantumano quella “comunità di destino” che E. Borgna ha giustamente definito come la cifra emblematica di ogni percorso (psico)terapeutico (E. Borgna, “Le emozioni ferite”, versione digitale, p. 31).

È ancora Borgna a spiegare che “quello che collega medico e paziente non è (così) nulla di analogo al “contatto” fra due batterie elettriche, non è un “contatto” psichico, ma è un “incontro”: inteso come un essere-insieme nelle diverse modalità consentite dal destino all’uno e all’altro” (ivi, p. 26). Nella famosa conferenza “La psichiatria come scienza dell’uomo” L. Binswanger ha sostenuto che lo psichiatra fenomenologo dovrà considerare i suoi “pazienti” (ammesso che questa espressione abbia ancora un senso) come suoi “compagni dell’esistenza (Daseinspartner)” e non come “organismi e cervelli semplicemente-presenti [vorhandene]” (L. Binswanger, La psichiatria come scienza dell’uomo, p. 40).

In “Sulla psicoterapia. Possibilità ed effetti dell’azione psicoterapeutica” ancora L. Binswanger è sceso molto in profondità sul tema della relazione terapeutica, sulle sue degenerazioni e sulle contromisure da adottare per renderla davvero curativa ed esistenzialmente importante. Di una relazione terapeutica ‘malata’ bisogna considerare tre cose, ha spiegato l’illustre psichiatra:

  • […] al posto di un vero partner, cioè l’uomo ammalato, viene chiamata in causa una mera astrazione scientifica: la “psiche”, mentre l’altro partner, il medico, svanisce dietro la sua funzione di terapeuta, dietro la θεραπεία;
  • […] poi, perché non si esplicita che una sola direzione di rapporto, quella che va dal medico come soggetto di funzione terapeutica alla psiche dell’ammalato, e non viceversa; 
  • […] infine perché il confronto tra medico e malato non si esprime come un vero rapporto interumano, ma soltanto come una prestazione, un servizio rivolto a qualche cosa (ivi, p. 138). 

In questo scenario lo psichiatra giustamente rileva che la psicoterapia assume il significato di “servizio medico rivolto alla psiche di un altro uomo (intendendosi per psiche la globalità delle funzioni vitali di ordine psichico)” (ibidem).

La visione della relazione terapeutica dalle opere di Platone

 Nel “Simposio” Platone, sempre per bocca di Socrate, ci regala una definizione straordinaria di quella che oggi potremmo chiamare relazione (psico)terapeutica. Tralasciando il contesto, la storia e la complessa trama del dialogo (considerazioni superflue in questa sede) consideriamo dapprima le parole che Agatone rivolse a Socrate non appena questi si decise ad entrare in casa dove si celebrava il simposio: “Vieni qua, Socrate! Distenditi vicino a me, in modo che, stando a contatto con te, possa godere anch’io di quella sapienza che si è presentata a te mentre stavi nel vestibolo. È chiaro, infatti, che tu l’hai trovata e che la possiedi. Altrimenti prima non ti saresti mosso” (175 C-D). Socrate, udite queste parole, rispose: “Sarebbe davvero bello, Agatone, se la sapienza fosse in grado di scorrere dal più pieno al più vuoto di noi, quando ci accostiamo l’uno all’altro, come l’acqua che scorre nelle coppe attraverso un filo di lana da quella più piena a quella più vuota” (175 D-E).

Cosa ha voluto dirci Platone con questa bellissima immagine? È stato molto opportunamente rilevato “che per Agatone la sapienza non è altro che una serie di informazioni trasferibili da un individuo all’altro […]. Ben diversa la posizione di Socrate: non che per lui alcuni saperi non possano essere insegnati al modo delle prescrizioni, istruzioni e procedure. Si apprende così il sapere tecnico. Ma la sapienza”, continua Zanatta, “il cui possesso causa la condotta virtuosa, appartiene ad un altro genere di sapere che non può essere appreso attraverso un trasferimento di informazioni, poiché esso si radica ed in germe è già presente nella stessa natura dell’uomo e ne costituisce il carattere specifico” (Platone, “Simposio”, Bur, a cura di F. Zanatta e con un saggio introduttivo di U. Galimberti, nota 20, p. 148).

Se l’uomo è riduttivamente considerato come un organismo da riparare (encefalo-iatria) allora la psichiatria diventa davvero un dispositivo tecnico psicofarmacologico unidirezionale a disposizione dello psichiatra-tecnico che agisce sul paziente (punto b della riflessione di Binswanger). Anche in uno scenario psicoterapeutico, nel quale l’elemento psicofarmacologico non è certo la prima scelta, lo specialista potrebbe limitarsi a rivestire il ruolo di ‘insegnante’, ritenendo che una sterile trasmissione di dati possa bastare per causare nel soggetto adagiato sulla poltrona uno sblocco esistenziale e una solida realizzazione di sé.

Il malato “deve sapere ch’egli, il medico, in ogni caso e sotto ogni riguardo ciò che fa “lo fa per il suo bene” e ch’egli non vuole soltanto “ripararlo”, con il suo sapere e la sua capacità, come se fosse un oggetto, bensì ch’egli lo vuole aiutare, grazie alla fiducia che gli porta, come persona” (L. Binswanger, “Sulla psicoterapia”, p. 144) e il paziente deve essere umanamente rivalutato e considerato nella sua dignità di persona sofferente (prima che di organismo malato e difettoso): solo a queste condizioni lo scenario può cambiare radicalmente e la “prestazione terapeutica” può diventare relazione umana, cioè “un autentico essere-insieme [Miteinander]” (ivi, p. 149).

Dal passo platonico del “Simposio”, inoltre, emerge anche un altro – fondamentale – aspetto della relazione terapeutica: il ruolo attivo nel processo di guarigione del soggetto sofferente. Difficile che, a questo punto dell’analisi, il pensiero non corra ad un passo memorabile del “Teeteto” in cui Socrate afferma: “[…] il dio mi costringe a fare da ostetrico, ma mi vieta di generare. Io sono dunque, in me, tutt’altro che sapiente, né da me è venuta fuori alcuna sapiente scoperta che sia generazione del mio animo; quelli invece che amano stare con me, se pur da principio appariscono, alcuni di loro, del tutto ignoranti, tutti quanti poi, seguitando a frequentare la mia compagnia, ne ricavano, purché il dio glielo permetta, straordinario profitto; come vedono essi medesimi e gli altri. Ed è chiaro che da me non hanno imparato nulla, bensì proprio e solo da se stessi hanno trovato e generato molte cose e belle; ma d’averli aiutati a generare, questo sì, il merito spetta al dio e a me” (150 C-E).

In altri termini, certamente non meno efficaci, Bara ha scritto che il modello della relazione terapeutica non può che essere quello fornito dalla collaborazione tra un maestro di ginnastica e il suo allievo: “può mostrare un esercizio e motivare l’allievo a ripeterlo, ma non eseguirlo in sua vece”. Questa analogia, pur nella sua semplicità, è carica di un significato esistenziale immenso: è l’allievo colui che, sotto lo sguardo vigile del maestro, agisce attivamente su se stesso ed è sempre lui che, alla fine del percorso, avrà consapevolmente guadagnato la liberazione dalla sua schiavitù.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
  • Bara B. (1996). Manuale di psicoterapia cognitiva, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Binswanger L. (1970). Per un’antropologia fenomenologica, Feltrinelli, Milano.
  • Binswanger L. (2013), La psichiatria come scienza dell’uomo, Mimesis, Milano.
  • Borgna E. (2008). Le intermittenze del cuore, Feltrinelli, Milano.
  • Borgna E. (2011). Le emozioni ferite, Feltrinelli, Milano.
  • Jaspers K. (1991). Il medico nell’età della tecnica, Raffaello Cortina, Milano.
  • Platone (2014). Tutti gli scritti, Bompiani, Milano.
  • Platone (2013). Simposio, Bur, Milano.
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