Il contributo genetico della felicità non è del 50% (ma presumibilmente molto inferiore)

Vi è stata una grande sovrastima della componente genetica nei confronti della felicità e quindi una sottostima della responsabilità individuale e sociale

ID Articolo: 194853 - Pubblicato il: 16 settembre 2022
Il contributo genetico della felicità non è del 50% (ma presumibilmente molto inferiore)
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Alla luce delle conoscenze della letteratura scientifica attualmente disponibile, i risultati emersi dagli studi che finora hanno cercato di quantificare la componente genetica della felicità, presentano forti limitazioni metodologiche che rendono molto discutibili le conclusioni quantitative finora stimate.

 

Il contributo genetico nella felicità

Messaggio pubblicitario Vi è la diffusa convinzione che il contributo genetico della felicità sia circa del 50% (Lyubomirsky, 2007; Goldsmith, 1983; Nichols, 1978) ma il paradigma epigenetico attualmente adottato dalla comunità scientifica ci informa che la metodologia utilizzata finora per stimare il contributo genetico è in generale scorretta e largamente sovrastimata (Agnoletti, 2020; Agnoletti, 2021; Agnoletti, 2022; Wong, Gottesman & Petronis, 2005; Fraga et al., 2005; Yet et al., 2016).

La felicità è uno dei tratti fenotipici più complessi perché naturalmente rappresenta un insieme molto complesso di interazioni tra i vari aspetti biologici, psicologici e socioculturali che costituiscono la nostra identità.

Durante gli ultimi decenni la felicità è stata oggetto di molti studi scientifici (Diener et al., 2009; Diener & Seligman, 2002; Seligman & Csikszetmihalyi, 2000) e tra questi vi sono state delle ricerche che hanno provato a stimare la componente genetica di questo complesso fenomeno specie-specifico umano (Nes & Røysamb, 2017; Bartels et al., 2010).

All’interno di questi studi, la metodologia più utilizzata si è focalizzata sulla comparazione tra gruppi di gemelli identici (omozigoti) e non (eterozigoti) assumendo che la componente invariante attribuita alla misurazione della felicità dei soggetti fosse attribuibile alla componente ereditaria genetica.

Soprattutto nel corso degli ultimi due decenni la diffusione del paradigma epigenetico ha fatto emergere alcuni errori concettuali della metodologia utilizzata per stimare la componente genetica di molti tratti fenotipici umani, compresa la felicità, minando quindi i risultati di suddetti studi (Agnoletti, 2021; Agnoletti, 2022; Yet et al., 2016; Van Baak et al., 2018; Wong, Gottesman & Petronis, 2005).

Attualmente la comunità di psicologi a livello mondiale ritiene attendibile che circa il 50% della felicità sia determinato da fattori genetici cioè attribuibili al DNA.

Per logica il resto della “torta” relativa ai fattori che determinano la felicità umana viene calcolata sulla base di questo 50% e generalmente viene attribuito un 10% a condizioni di vita esterne (non potenzialmente controllabili) ed il rimanente 40% alle scelte che operiamo quotidianamente (quindi potenzialmente controllabili e conseguentemente delle quali abbiamo una responsabilità) (Lyubomirsky, 2007; Goldsmith, 1983).

Questi dati sono accettati all’interno della comunità degli psicologi soprattutto grazie al successo editoriale di libri quali ad esempio quello della psicologa Sonja Lyubomirsky, una delle ricercatrici più note attualmente sul tema della felicità (Lyubomirsky, 2007).

Alla luce delle conoscenze della letteratura scientifica attualmente disponibile, i risultati emersi dagli studi che finora hanno cercato di quantificare la componente genetica della felicità presi come riferimento, ad esempio anche dalla prof.ssa Lyubomirsky, presentano forti limitazioni metodologiche che rendono molto discutibili le conclusioni quantitative finora stimate.

Possiamo oggi affermare con tranquillità, grazie alle attuali conoscenze relative all’epigenetica, che non solo la percentuale del 50% sarebbe stata finora sovrastimata, ma naturalmente anche la somma della quota dei fattori relativi alle “circostanze di vita” e le “scelte personali” (e quindi le nostre responsabilità in merito) sarebbero state finora largamente sottostimate.

La limitazione principale consisterebbe in un errore concettuale commesso generalmente dalla metodologia utilizzata finora per stimare la componente genetica umana nella felicità e cioè che essenzialmente non tutto ciò che è ereditario è attribuibile alla genetica umana.

Anche se esiste un legame tra ereditario e genetico questi concetti non indicano la stessa cosa né si sovrappongono completamente (Barbieri, 1998; Barbieri, 2001; Bottacioli, 2014; Bottaccioli & Bottaccioli, 2017).

Ereditario è l’insieme di informazioni che vengono trasmesse da una generazione all’altra, la componente genetica riferita al DNA umano è uno dei fattori informazionali che vengono ereditati, ma non è l’unico (Bartels et al., 2010; Hahn, Johnson, & Spinath, 2013; Wong, Gottesman & Petronis, 2005).

In passato gli studi che hanno avuto come obiettivo la stima della componente genetica della felicità hanno analizzato le differenze tra due categorie di soggetti: i gemelli omozigoti ed i gemelli eterozigoti in due contesti distinti (ambiente familiare condiviso o non condiviso).

I gemelli identici, detti anche omozigoti, condividono lo stesso genoma, a differenza dei gemelli eterozigoti che condividono solo il 50% dei geni.

Gli errori metodologici

La metodologia generalmente utilizzata relativamente al tratto fenotipico della felicità si basa sull’assunto che la variabilità differenziale tra questi due gruppi di gemelli, sia attribuibile alla componente extra genetica a causa dell’esposizione di esperienze post nascita che hanno prodotto tale variabilità.

Messaggio pubblicitario In buona sostanza la logica è la seguente: la percentuale di variazione registrata tra un gruppo di gemelli omozigoti ed eterozigoti relativamente alla felicità è attribuibile a fattori extragenetici, quindi la percentuale non variante è conseguentemente attribuibile ai fattori genetici del DNA umano (Goldsmith, 1983; Nichols, 1978).

Emerge quindi chiaramente la (fallace) sovrapposizione concettuale delle dicotomie natura/ambiente, DNA/fattori extragenetici ed ereditario/non ereditario.

Questa concettualizzazione metodologica è stata utilizzata anche confrontando gruppi di gemelli omozigoti ed eterozigoti nei contesti in cui le persone hanno vissuto all’interno dello stesso ambiente familiare o in ambienti differenti (Tellegen et al., 1988).

Fino ad oggi questo tipo di metodologie sono concordi nel quantificare il ruolo della cosiddetta componente genetica umana della felicità nell’ordine circa del 40-50% (Nes, R.B., & Røysamb, 2017; Bartels et al., 2010).

Vediamo adesso i principali problemi di questa metodologia alla luce del paradigma epigenetico.

Nella specie umana (e non solo nella nostra specie) il termine ereditario non è sinonimo di DNA (umano) infatti esistono evidenze relative al fatto che non ereditiamo “solo” il DNA umano trasmesso dai nostri genitori, ma anche una memoria epigenetica che modula cosa viene espresso o meno dello stesso DNA umano (in forma di metilazioni della citosina, acetilazione degli istoni, modifiche della cromatina).

In proposito si veda ad esempio il fenomeno della “super-identità” alla nascita dei gemelli omozigoti che oltre ad essere identici dal punto di vista genetico condividono anche almeno una parte di memoria epigenetica che quindi risulta identica.

L’organismo umano, al momento del parto, eredita, oltre ad una memoria genetica codificata dal DNA, anche una memoria epigenetica codificata in tutti quei meccanismi che regolano l’espressione dei geni.

Recenti ricerche (Bell & Spector, 2011; Fraga et al., 2005; Tan, Christiansen, von Bornemann Hjelmborg & Christensen, 2015; Kaminsky et al., 2009; Van Baak et al., 2018; Wong, Gottesman & Petronis, 2005; Yet et al., 2016), coerentemente con quanto affermato dal paradigma epigenetico, hanno dimostrato che i gemelli omozigoti, o identici, condividono non solo il medesimo genoma, ma anche parte dell’insieme dei meccanismi molecolari che regolano l’espressione dei geni.

Questa informazione extra-genetica (rispetto al DNA umano) ha origine nelle prime fasi dello sviluppo embrionale e permette di poter predire lo sviluppo di alcune malattie (anche oncologiche) che si svilupperanno anche a distanza di anni.

Nei gemelli omozigoti le invarianze riguardano non solo quindi le componenti informazionali del DNA umano, ma anche, almeno in parte, quelle relative alle memorie epigenetiche; per questo motivo i gemelli omozigoti sono anche recentemente chiamati dagli esperti “supersimili”.

I gemelli omozigoti non condividono quindi “solamente” il contenuto del DNA, ma anche memorie epigenetiche, pertanto la metodologia descritta poco sopra che compara gemelli omozigoti ed eterozigoti compie una falsa attribuzione quando fa coincidere l’invarianza tra questi due gruppi unicamente con il contributo genetico del DNA umano.

In altri termini l’invarianza rilevata da questa metodologia non fa emergere unicamente la condivisione del DNA umano tra i due gruppi ma anche, e sottolineo “anche”, quella relativa all’informazione epigenetica condivisa.

Assumere come esclusivamente “genetica” l’invarianza tra le due tipologie di gemelli è un errore concettuale/metodologico dovuto al fatto che la suddetta invarianza è in realtà il risultato della somma della memoria del DNA umano e della memoria epigenetica “supersimile” (nel caso dei gemelli omozigoti).

Tutte le ricerche che hanno condiviso questa errata metodologia per studiare specifici tratti fenotipici hanno quindi finora grandemente sottostimato le componenti extra genetiche umane sovrastimando quelle genetiche attribuite al DNA.

In estrema sintesi, il paradigma epigenetico che afferma che non tutta l’informazione ereditabile di un organismo è sovrapponibile con il contenuto informazionale del DNA mina le basi concettuali della metodologia finora adottata per stimare il contributo genetico della felicità prevedendo una forte sovrastima del contributo genetico di questo (ed altri) tratti fenotipici (Agnoletti, 2022; Agnoletti, 2021; Agnoletti, 2020).

Vi è stata una grande sovrastima della componente genetica nei confronti della felicità e di conseguenza c’è stata finora una comunicazione, anche promossa dai professionisti del benessere e della salute umana, che ha fortemente sottostimato il valore ed il ruolo dei processi decisionali e quindi della responsabilità individuale e sociale relativamente alla felicità.

Alla luce di quanto descritto, coerentemente con il paradigma epigenetico, risulta quindi che la percentuale di controllo che possiamo avere sulla felicità è molto più alta di quanto previsto in passato, quindi, è auspicabile correggere la comunicazione sia professionale che generale, al fine di favorire il benessere e la salute psicofisica individuale e sociale.

Questo auspicio risulta avere, per i professionisti, anche una valenza deontologica perché eviterebbe l’effetto iatrogeno attualmente presente relativo all’errata comunicazione di un più limitato margine di controllo determinato dalle scelte personali.

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