Caffeina: è davvero il carburante degli artisti?

La caffeina è lo stimolante più utilizzato al mondo e viene associata alla creatività ma per capire se ciò sia vero è stato condotto uno studio sperimentale

ID Articolo: 172808 - Pubblicato il: 20 marzo 2020
Caffeina: è davvero il carburante degli artisti?
Messaggio pubblicitario SFU Magistrale
Condividi

Uno studio del 2020 ha confrontato la performance in compiti di creatività e problem solving in due gruppi formati da soggetti ai quali veniva somministrata una capsula di caffeina oppure di placebo.

 

Il caffè giunge nello stomaco e tutto mette in movimento: le idee avanzano come battaglioni di un grande esercito sul campo di battaglia; questa ha inizio… I pensieri geniali e subitanei si precipitano nella mischia come tiratori scelti.

Messaggio pubblicitario Così scriveva Honorè de Balzac nel suo Traité des excitants modernes del 1839, descrivendo gli effetti sconvolgenti ottenuti dall’uso della polvere di caffè ingerita a stomaco vuoto, metodo da lui utilizzato per massimizzarne il potenziale eccitante; lo scrittore aveva infatti l’abitudine di bere 50 tazze di caffè al giorno per aiutare il proprio processo creativo, finendo per sviluppare una prevedibile assuefazione alla sostanza.

La caffeina è lo stimolante più utilizzato al mondo, contenuto non solo nel caffè, ma anche in bibite di largo consumo e negli energy drinks, il cui uso è tra l’altro particolarmente diffuso tra i giovani e si stima che l’85% degli adulti negli Stati Uniti consumi almeno una bevanda al giorno che contiene caffeina (Mitchell et al., 2014). Nell’immaginario collettivo esiste un legame a doppio filo tra l’utilizzo di stimolanti e le professioni creative, stereotipo che è stato poi confermato come realtà da diversi studi (per una rassegna vedi Weinberg & Bealer, 2004); in particolare, si è riscontrato come l’assunzione di caffeina incrementi la lucidità mentale, la vigilanza e le performance motorie, migliori la concentrazione e il focus attentivo, nonché abbia un effetto positivo sull’umore (Glade, 2010).

Tuttavia, ancora resta da chiarire se realmente l’assunzione di questo stimolante possa aumentare la performance in termini di pensiero creativo: la letteratura scientifica che si è occupata di rintracciare i facilitatori della creatività riporta in realtà come un minor controllo cognitivo, interpretabile anche come una minore attività della corteccia prefrontale e una ridotta eccitabilità corticale (Chrysikou, 2019), possa essere la chiave per la generazione di soluzioni originali.

Il processo che viene più strettamente inteso come creativo, ovvero il pensiero divergente, sembra però richiedere una combinazione di controllo cognitivo e insorgenza spontanea di nuove idee, interdipendenza che si riflette anche nell’accoppiamento funzionale tra i circuiti fronto-parietali e il default network nel nostro cervello (Beaty et al., 2006); il pensiero divergente infatti richiede processi top-down, governati appunto dal network di controllo esecutivo, e contemporaneamente da processi bottom-up, nella forma di processi associativi emergenti dall’attività del default-mode network (Benedek & Fink, 2019). Al contrario, il problem solving, o pensiero convergente, (Bowden et al., 2003) richiede un controllo esecutivo e una focalizzazione attentiva maggiore per generare sì svariate alternative, ma scegliere poi quella che meglio si adegua al contesto di riferimento e alle caratteristiche del problema, ‘convergendo’ appunto su una soluzione.

Messaggio pubblicitario Coerentemente con queste premesse, è stato ipotizzato da Zabelina e Silvia (2020) che il consumo di caffeina avrebbe migliorato la performance nei compiti che miravano a valutare il pensiero convergente; al contempo però, le predizioni riguardanti il pensiero divergente rimanevano invece molto meno certe, dovendo appunto tenere conto dell’interdipendenza tra processi top-down e bottom-up, sui quali lo stimolante avrebbe effetti differenti.

Gli autori hanno coinvolto 88 partecipanti i quali, dopo essere stati assegnati a una delle due condizioni sperimentali assumendo una capsula di caffeina da 200mg (pari alla quantità contenuta in 350 ml di caffè) o alternativamente una contenente placebo, hanno svolto diversi test volti ad indagare l’effetto sulla performance creativa e sulla working memory, oltre a rispondere a dei questionari per cogliere il loro stato emotivo (pre vs post assunzione della capsula di sostanza attiva o placebo), la loro credenza circa il contenuto della capsula e le loro aspettative circa l’effetto che l’eventuale assunzione di caffeina avrebbe avuto sulla loro performance.

I risultati hanno permesso di individuare un effetto di media grandezza, laddove i partecipanti che erano stati assegnati alla condizione ‘caffeina’ avevano performance significativamente migliori dei soggetti nel gruppo di controllo nei compiti di problema solving, effetto che diveniva anche maggiore prendendo in considerazione le aspettative individuali circa l’effetto della sostanza. Al contrario, non si sono riscontrate differenze significative tra i due gruppi sperimentali nel compito utilizzato per valutare il pensiero divergente, suggerendo che la caffeina non abbia influenzato tale processo cognitivo. I partecipanti che avevano assunto caffeina dichiaravano un calo della tristezza tra la prima e la seconda fase di test, al contrario dei soggetti nella condizione ‘placebo’ che riportavano invece una deflessione nel tono dell’umore al termine dei compiti assegnati; nessuna significativa differenza veniva riscontrata analizzando invece i sentimenti di felicità, noia, ansia o concentrazione.

I risultati ottenuti sono in linea con la letteratura che associa il pensiero divergente ad un’aumentata attività delle onde alpha cerebrali, marcatori dello stato di veglia rilassata e del network inibitorio, rendendo quindi plausibile come l’assunzione di caffeina, associata invece ad una riduzione globale della potenza EEG nella banda alfa, possa rendere nulli gli effetti sulla performance in questo tipo di compiti; un’altra ipotesi è che 200 mg di sostanza psicoattiva, corrispondente ad una dose relativamente esigua, non siano sufficienti per far emergere chiaramente gli effetti sulla performance relativa al pensiero divergente, caratterizzato appunto dall’interconnessione di processi top-down e bottom-up, delegando a futuri studi il compito di verificare tale eventualità.

 

VOTA L'ARTICOLO
(voti: 1, media: 5,00 su 5)

Consigliato dalla redazione

Arte e neuroscienze: le due culture a confronto (2017) - Recensione

Arte e neuroscienze: le due culture a confronto (2017) - Recensione

Arte e neuroscienze è un libro di Kandell che approfondisce la relazione tra la creatività dell'arte e il funzionamento del sistema nervoso.

Bibliografia

State of Mind © 2011-2020 Riproduzione riservata.
Condividi
Messaggio pubblicitario

Messaggio pubblicitario

Argomenti

Scritto da

Categorie

Messaggio pubblicitario