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Musica, comunicazione e universali culturali.

Di Andrea Bassanini

Pubblicato il 30 Ott. 2011

Musica - © -Misha - Fotolia.comCome è noto, dove c’è vita c’è musica. Ogni essere umano, di qualsiasi cultura conosciuta, ascolta o suona musica. Anche nel mondo animale i suoni e le “melodie” hanno spesso una funzione adattiva per le specie che li producono. Nella musica c’è sempre un messaggio, un desiderio comunicativo potente e irrinunciabile e l’intenzione di esprimere uno (o più) stati emotivi che vengono interpretati e letti dalla maggior parte delle persone nello stesso modo (pensiamo alle emozioni fondamentali). Pensiamo all’incertezza e allo stordimento che trascinano l’ascoltatore per ore della incompiuta Arte della Fuga di Bach ma anche, senza scomodare i maestri, ai tempi malinconici e sconfortanti di una banale ballata in minore.

Inoltre, molti elementi comportamentali legati all’azione dell’ascoltare la musica possono essere letti come gesti attachment-related: pensiamo al calore di una ninna nanna cantata ad un bambino, che promuove l’attaccamento ai propri genitori, a come suonare musica d’insieme si fondi sul lavoro in squadra e sull’ascolto reciproco, oppure al senso di coesione e di cooperazione che si prova a “rincorrere” il compagno che ha accelerato un po’ troppo sul tema che sta suonando.

Le basi biologiche della musica sono evidenti a tutti, ma in uno studio della University of Helsinki and Sibelius-Academy di Helsinki tali basi sono state indagate sperimentalmente. Un campione di 437 persone (appartenenti a 31 famiglie finlandesi), di età compresa tra gli 8 e i 93 anni, con cultura musicale differente (dai professionisti ai “musicalmente ignoranti”) hanno compilato un questionario in cui veniva indagato proprio l’atto dell’ascoltare musica, sia in modo attivo (ascolto attento, andare ad un concerto…) sia in modo passivo (ascoltare musica in sottofondo, alla radio mentre si lavora…). A tutti i partecipanti sono stati fatti alcuni test di attitudine musicale ed è stato prelevato un campione di DNA. Nello studio, i partecipanti hanno riportato una media di ascolto attivo settimanale pari a 4.6 ore e una media di ascolto passivo settimanale di 7.3 ore. È stato inoltre notato che all’aumentare della educazione musicale e dei punteggi ottenuti ai test attitudinali aumentava il tempo di ascolto attivo. Inoltre, sono stati riscontrate correlazioni genetiche tra membri della stessa famiglia in termini di tone-deafness (in termini meno tecnici “l’essere stonati come una campana”), orecchio assoluto, attitudine musicale, funzioni superiori legate alla creatività ma anche rispetto al desiderio di ascoltare musica.

Lo studio finlandese ha individuato il legame che il gene AVPR1A avrebbe proprio con le attitudini musicali. AVPR1A è lo stesso gene associato alla comunicazione sociale e ai comportamenti di attaccamento negli umani in altre specie (ad esempio, migliora le vocalizzazioni negli uccelli e influenza lo sviluppo dei piccoli di lucertola).

I risultati di questa ricerca aprono la strada ad un campo molto affascinante e forse ancora poco studiato rispetto alle sue potenzialità e, allo stesso tempo, conferma tutto ciò che molti musicisti hanno da sempre saputo: “La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuta dire – se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee – la comunicazione delle anime” (Marcel Proust).

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Ukkola-Vuoti L., Oikkonen J., Onkamo P., Karma K., Raijas P. & Järvelä I. (2011). Association of the arginine vasopressin receptor 1A (AVPR1A) haplotypes with listening to music. Journal of Human Genetics. 56: 324–329.
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Andrea Bassanini
Andrea Bassanini

Psicologo - Spec. in Psicoterapia Cognitiva e Cognitivo-Comportamentale

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