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I geni della creatività (2021) di Simon Baron Cohen – Recensione del libro

Il volume di Baron Cohen "I geni della creatività" analizza la relazione presente tra iper-sistematizzazione, autismo ed invenzioni

ID Articolo: 187316 - Pubblicato il: 07 settembre 2021
I geni della creatività (2021) di Simon Baron Cohen – Recensione del libro
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Nel testo I geni della creatività l’autore si focalizza sulla capacità “unicamente umana” di inventare, di creare, di trasformare il mondo, ponendosi domande affascinanti.

 

Messaggio pubblicitario Come si inventa? Che cosa succede nella mente umana quando inventiamo? L’uomo è l’unica specie in grado di inventare? Qual è l’affascinante legame con l’autismo? A che punto dell’evoluzione abbiamo iniziato ad inventare?

Cohen propone che alla base dell’invenzione umana vi sia un interessante meccanismo noto come “di sistematizzazione” che permette di cogliere il reale nell’ottica di “sistemi di funzionamento” attraverso una particolare spinta a cercare schemi “se e allora”. Questo meccanismo presenta un’elevatissima sintonizzazione nella mente autistica, orientata al controllo, alla predicibilità, alla ricerca di coerenza e contingenze con il mondo esterno. Nel primo capitolo, viene raccontata la storia di Jonah, che a due anni non parlava ancora e passava ore a sperimentare ossessivamente. Quando inizia a parlare lo fa con lo sguardo abbassato, non rivolgendosi all’interlocutore e utilizza il gesto indicativo, non per condividere l’esperienza, ma semplicemente per se stesso, per dare agli oggetti un nome, per classificarli. Nominava le cose con parole molto precise, riferendosi alla marca, al modello, all’anno di fabbricazione (per esempio con le macchinine). Jonah si sedeva rapito davanti alla televisione, a guardare le previsioni del tempo e a vedere cosa fosse cambiato. Passava ore a spegnere la luce da un determinato interruttore, senza toccare gli altri interruttori, per verificare che quell’interruttore controllasse davvero la luce nel corridoio del piano inferiore. Stava inoltre seduto davanti alla lavatrice per ore, ad aspettare di sentire quel preciso clic o ronzio, che si aspettava di sentire a fine del ciclo. E diventava euforico quando raggiungeva un particolare punto di prevedibilità nella sequenza. A scuola Jonah non tollerava i movimenti degli altri bambini perché per lui erano imprevedibili. Sembrava avere una perfetta comprensione intuitiva del mondo degli oggetti ma le interazioni sociali per lui erano incomprensibili. Viene descritta inoltre la storia di Edison che, come Jonah, era alla ricerca di schemi e di variabili da controllare e negli Stati Uniti inventò tecnologie innovative. Per questi due bambini, la ripetitiva sistematizzazione era guidata da una curiosità di fondo, in cui ciò che acquisiva importanza era la ricerca della verità. Volevano spiegazioni complete, senza lacune, guardando il mondo in modo nuovo, non influenzati dalle convenzioni sociali. Jonah è autistico, ed è stato seguito da Cohen. Non è diventato un inventore famoso come Edison e tutt’ora cerca schemi prevedibili. Oggi è affascinato dagli schemi della superficie nell’oceano. Ha un grande talento per individuare schemi, una memoria straordinaria (impermnesia), ma fa molta fatica a trovare un amico. Cohen afferma che tale ricerca di schemi “se e allora” può portare ad inventare, e talvolta a diventare grandi inventori. L’ipotesi precedentemente presentata dall’autore è che nell’autismo vi sia un’iper-sistematizzazione, quindi con un livello molto alto di SQ (meccanismo di sistematizzazione) in quella che viene presentata come una curva a campana dallo UK BRAIN TYPES STUDY, ma un livello basso di empatia, in particolare di empatia cognitiva, ovvero la capacità di immaginare un’altra mente e in particolare ciò che una persona, un animale o un altro tipo di essere potrebbe sentire, credere, desiderare. In particolare l’autore presenta uno studio in cui viene dimostrato che i geni dell’autismo e dell’iper sistematizzazione siano gli stessi.

Nell’ambito dell’Autism and math study, si è chiesto agli studenti di matematica dell’Università di Cambridge se avessero un fratello autistico, scoprendo che il tasso di autismo tra questi fratelli era più altro del tasso di autismo tra i fratelli degli studenti di scienze umanistiche. Ciò suggerisce una base genetica condivisa tra l’autismo e la sistematizzazione, poiché i fratelli in media condividono il 50% dei geni. La carenza da parte dei soggetti autistici nell’empatia cognitiva influisce parecchio nella loro esclusione sociale e nel loro senso di alienazione. Molti risultano essere estremamente diretti nella loro comunicazione e possono non vedere nulla di sbagliato in ciò. Seguono semplicemente le loro regole in quella che rappresenta per loro “la ricerca della verità” e la perfezione del sistema. Motivo per cui hanno anche un senso della moralità molto alto. Inoltre molti presentano un’estrema difficoltà nel comprendere quello che risulta loro all’interno delle interazioni con gli altri come un linguaggio segreto e criptico. Trovano la conversazione confusa, non sanno di cosa parlare quando è il loro turno. Jonah, il ragazzo di cui accennato prima, racconta di non essere in grado di capire l’umorismo. Ciò va al di fuori delle informazioni fattuali, e di ciò che può essere sistematizzato. Nota che le altre persone si scambiano sguardi, scrollano le spalle e non ha la minima idea di come interpretare questo linguaggio. Tutte difficoltà che hanno a che fare con la carenza di empatia cognitiva. Jonah viene però descritto da altre persone come molto premuroso, in grado di sintonizzarsi con le ingiustizie e desideroso di fare qualcosa per aiutare gli altri. Ciò ha a che fare con l’empatia affettiva presentata da Cohen anche in altri testi, la quale risulta intatta in molti autistici e che insieme ad un perseguimento ossessivo di schemi porta proprio a quel senso di moralità e ad una forte fiducia nella giustizia e nell’equità.

Cohen, inoltre, considera l’autismo come l’immagine speculare della psicopatia, nel senso che nello psicopatico si trova un livello di empatia cognitiva molto elevato, ciò che d’altronde consente di rappresentare mentalmente bisogni, credenze, emozioni e sentimenti e che in questo caso, in mancanza di empatia affettiva, e nell’esposizione a contesti traumatici cumulativi, viene utilizzata per manipolare l’altro in scopi e progetti personali. Si fa riferimento a ciò che Robert Hare, nel testo “La psicopatia” definisce metaforicamente come capacità dello psicopatico di “conoscere le parole, ma non sentire la musica”. Jonah, durante uno degli incontri con Cohen, lamenta la sua estrema difficoltà di inserimento, oltre che in un contesto sociale di relazione tra pari, anche lavorativo. Ciò rappresenta una difficoltà di fondo di molti ragazzi autistici, che pur avendo talenti straordinari e costituendo una risorsa enorme in termini di invenzione generativa, vengono esclusi dalla comunità e in questo anche impossibilitati nel coltivare il loro stesso talento. Descrive due circuiti che rappresentano la rivoluzione cognitiva avvenuta 70,000 anni fa, ovvero il meccanismo di sistematizzazione e il circuito dell’empatia. Entrambi hanno avuto un grande ruolo nell’invenzione del linguaggio. In particolare, la sintassi si fonda su schemi “se e allora” e quindi con una base sistematizzante e le interazioni sociali complesse richiedono l’utilizzo dell’empatia cognitiva, che permette di utilizzare simboli condivisi che si riferiscono a qualcosa “là fuori nel mondo” e il riconoscimento di un’intenzionalità in uno stato della mente, di aree intermedie di esperienza condivisa tra il mondo esterno e l’interno e quindi di credenze, emozioni, sensazioni, sentimenti, pensieri nell’altro. Si fa riferimento ad una teoria della mente, la quale permette quello che Winnicott definiva “gioco con la realtà o di finzione”, tramite cui è possibile l’inganno e quindi il cercare di far credere a qualcuno che qualcosa è vero quando non lo è, e perciò la consapevolezza che gli altri abbiano delle credenze. Secondo Cohen, l’inganno flessibile ha rappresentato una grande risorsa in termini di selezione naturale e sopravvivenza, instillando false credenze nella mente delle vittime e consentendo di variare il tutto a seconda del contesto. Il vantaggio di disporre di una teoria della mente ha anche permesso un insegnamento flessibile, tramite la capacità di tenere a mente ciò che una persona sappia o abbia bisogno di sapere. E permette inoltre una comunicazione referenziale flessibile, e quindi, come accennato sopra, simboli condivisi. Uno dei primi segni di comunicazione referenziale flessibile, si ha durante la comparsa del “gesto indicativo”. In questo gesto si esprime l’intenzione di influenzare il punto di vista dell’interlocutore e quindi anche di comprensione che l’altro abbia una mente e che sia possibile coinvolgerlo. L’avere una teoria della mente ha permesso di apprezzare altri punti di vista, di produrre e apprezzare l’umorismo, di inventare e comprendere il cinema, il teatro, la narrativa, e quindi di far capire al pubblico l’intenzione di rappresentare una cosa per un’altra. Inoltre ha anche consentito una cooperazione sociale efficace in vista del raggiungimento di un obiettivo condiviso.

Come accennato sopra, l’ipotesi dell’autore è che ciò che caratterizza l’invenzione umana, quella che Cohen definisce “inventività generativa”, risulta il meccanismo di sistematizzazione, tipicamente umano e caratterizzato da una forte curiosità e spinta alla sperimentazione, il tutto però orientato ai dati fattuali, al mondo degli oggetti e degli strumenti, i quali possono essere sottoposti a controlli ripetuti e in cui l’imprevedibilità, caratteristica delle relazioni sociali, può essere ridotta al minimo. La maggior parte dei comportamenti umani non si adatta a questo meccanismo. Infatti quando si sperimentano emozioni, queste non riemergeranno sempre allo stesso modo, con le stesse sensazioni, e all’interno degli stessi stati mentali e con gli stessi fattori scatenanti. Né le nostre convinzioni rimangono sempre le stesse, in quanto vengono cambiate dalla nostra esperienza. Tentativi di sottoporre la realtà ad un controllo totalizzante attraverso la sistematizzazione si possono trovare nella mente ossessiva. Il pensiero ossessivo porta a mettere in dubbio tutte le possibili alternative. Mancini, nel suo testo “La mente ossessiva”, propone l’ipotesi che, nel pensiero ossessivo, si possa dar credito ad idee bizzarre, non perché si aderisca a tali idee, ma perché non si può essere certi che siano false (Mancini, 2016). Cohen infatti, nel testo, fa riferimento a quanto il “DOC” si riscontri in tassi elevati nelle persone autistiche e a quanto il pensiero ossessivo sia incentrato su meccanismi “se e allora”, che tentano di confermare e disconfermare compulsivamente un’idea: “Se ci son germi sulle mie mani, e non mi lavo le mani in una rigorosa sequenza di azioni, allora contaminerò gli altri. Se contamino una persona, e quella persona muore, allora sarà tutta colpa mia”. In questo caso, il meccanismo di sistematizzazione, regolato nel contesto di un’ansia di fondo, del timore di una colpa inaccettabile e della paura di non aver fatto abbastanza per neutralizzare le credenze attraverso dei rituali adeguati, può generare disabilità psichiatrica. Di fatto quindi, per ciò che concerne le relazioni sociali, l’uomo non dipende dal meccanismo di sistematizzazione. La sistematizzazione però ha portato all’invenzione di nuovi strumenti e tecniche: nella musica, nell’arte, nella matematica, nella scienza, nell’ingegneria.

Messaggio pubblicitario Cohen, esaminando i dati di scansione cerebrale con Mike Lombardo in compiti che implicavano attenzione ai dettagli, apprendimento delle regole, controllo degli errori, riconoscimento di regole, ha scoperto che tutti questi aspetti della sistematizzazione utilizzano le aree sensoriali-percettive del cervello e in particolare il solco intraparietale. Si è accennato al fatto che questo meccanismo si basi su schemi “se e allora”. Nello specifico Cohen, analizza come queste tre parole si combinino all’interno del meccanismo. Egli prende un esempio di sistematizzazione proveniente dalla quotidianità, con ciò per dissipare l’idea che la sistematizzazione sia presente soltanto all’interno di campi scientifici: “Se prendo un uovo e lo faccio bollire per 8 minuti, allora il tuorlo sarà duro e giallo”. La parola “se” ha un significato ipotetico, come in “se x è vero”, antecedente come in “se x avviene per primo” o denota semplicemente l’input. La parola “e” viene definita magica dall’autore, che al massimo della sua potenza si riferisce ad una operazione causale: “Se il ghiaccio è in una ciotola e la ciotola è su una fiamma, allora il ghiaccio si trasforma in acqua”. La parola “allora”, può rappresentare la conseguenza ”allora ne segue y”, la conclusione “allora y è vero” o semplicemente l’output. Ciò che a detta dell’autore risulta stupefacente in questo meccanismo, è la possibilità di inventare ripetutamente, creare nuove varianti e perfezionare gli strumenti precedenti. Ed è ciò che, secondo l’autore, tipicamente differenzia l’apprendimento associativo guidato dalla ricompensa che si può trovare nelle scimmie come in altri animali, dall’invenzione generativa. Secondo Cohen, il comportamento degli osservatori umani guidati dal meccanismo di sistematizzazione ha una ricompensa intrinseca, ovvero il piacere di aver soddisfatto la curiosità e di confermare lo schema “se e allora”. Gli animali possono riconoscere schemi semplici come facevano anche gli ominidi, del tipo “A è ASSOCIATO a B”. L’autore fa l’esempio dell’uso di strumenti semplici da parte degli antenati ominidi, come di pietre per rompere un guscio e prenderne il cibo all’interno. O di asce di pietra per raschiare a tagliare. In questo caso però, seppure l’utilizzo di questi strumenti possa far pensare ad un principio di invenzioni, l’ipotesi dell’autore è che ciò che guidava gli ominidi era l’associazione tra stimolo e risposta e una mera relazione tra elementi osservabili. Nel caso in questione, avevano imparato ad associare a quello specifico movimento con la pietra la rottura del guscio e la ricompensa in cibo. Ma non era presente nessun tipo di sistematizzazione, di ricerca di variabili rilevanti (anche in assenza di conoscenza), di schema, o legge. Non si vedono scimmie aggiungere spezie o altri ingredienti al loro cibo per sperimentarne il gusto, né vediamo animali sperimentare il movimento o la causalità. In particolare, l’autore definisce le scimmie, come altri animali e i primi ominidi come “ciechi ai sistemi”.  E inoltre, tesi centrale di Cohen, non vi è la capacità di escogitare un nuovo strumento più di una volta. Uno strumento inventato da un animale potrebbe saltare fuori per caso, guidato appunto dall’apprendimento associativo: l’animale ripete la sequenza di azioni perché porta ad una ricompensa. Con una capacità generativa, l’animale non si limita a costruire lo stesso semplice percussore o ascia, ma è in grado di creare centinaia di nuovi progetti. Una vera invenzione dovrebbe essere come un linguaggio: una volta che si è in grado di produrre una frase, si possono produrre centinaia di nuove frasi. Si può ipotizzare un inizio di inventività generativa, a partire dall’homo sapiens, e un esempio è l’arco con le frecce. L’inventore deve aver sperimentato il miglior tipo di legno, la lunghezza della corda, e il materiale più adatto alla punta della freccia, tutti elementi che permettono di ottimizzare distanza e velocità e che quindi considerano la combinazione di variabili spaziali e temporali, non limitandosi pertanto alle sole relazioni associative osservabili. È un indice di utilizzo di pensiero “se e allora”: “Se collego una freccia ad una fibra elastica, e rilascio la tensione nella fibra, allora la freccia volerà”. Altro esempio risulta l’utilizzo dell’incisione da parte dei Sapiens: “Se prendo una pietra liscia, e uso un utensile con una lama sottile, allora posso incidere delle forme”. Altri esempi sono le abitazioni costruite, le imbarcazioni e gli aghi in osso. Si consideri inoltre l’invenzione del ritmo e della musica. La musica rappresenta una sequenza di schemi (ritmici e tonali), che possiamo variare in modo intenzionale, usando le regole “se e allora”, i quali possono avere uno straordinario impatto emotivo. Il “fare musica” in questi termini richiede anche l’utilizzo del circuito dell’empatia affettiva e cognitiva e quindi di sintonizzarsi emotivamente e rappresentarsi mentalmente credenze, sentimenti ed emozioni. Ma prima di poter avere l’esperienza emotiva, bisogna essere in grado di riconoscere la musica in termini di schemi. Usiamo il meccanismo di sistematizzazione per riconoscere che qualcun altro sta variando intenzionalmente gli schemi “se e allora” del ritmo o per produrli. Gli uccelli producono suoni melodici ma con una stessa sequenza, la quale può certamente influenzare positivamente o negativamente il cervello di chi l’ascolta. Non vi è una variazione intenzionale e sistematica delle note per esplorare gli schemi sonori “se e allora”. I bambini sono magneticamente attratti dalla musica, che potranno in modo spontaneo imitare o variare, come sono magneticamente attratti dall’esplorazione, dalla ricerca di sistemi di qualunque tipo. Ciò si osserva con estrema rigidità nell’autismo, come in una sorta di paraocchi, e può portare anche a non valutare eventuali pericoli, come nel caso Lauri Love, presentato da Cohen, che rischiò di essere estradato negli Stati Uniti con l’accusa di aver violato la rete di computer militari americani. Cohen, dopo un attento approfondimento, comprese che Lauri non era un criminale, intenzionato ad approfittarsi degli altri, ma piuttosto il suo fine, seppure perseguito in modo ossessivo e guidato da una certa rigidità, era prettamente etico. Cercava di tutelare quello che credeva essere l’interesse pubblico.

L’evoluzione del meccanismo di sistematizzazione ha quindi portato all’invenzione della scrittura, della matematica, all’uso controllato del fuoco, della religione e quindi a sistemi di ogni tipo e utilizzando strumenti in modo sistematico. La combinazione del meccanismo di sistematizzazione e del circuito dell’empatia, ha reso l’homo sapiens insuperabile. La combinazione di questi due sistemi ha dato vita al linguaggio, alla musica e alla possibilità di renderli estendibili e condivisibili. La sistematizzazione ci permette di capire le regole del linguaggio e della musica, l’empatia ci consente invece di leggere tra le righe l’intenzionalità di un qualcosa che viene detto, e quindi il significato inteso o sotto-inteso, e permette inoltre esperienze di connessione psichica con l’altro. L’empatia e la teoria della mente permettono di spiegare perché i primi esseri umani sperimentassero l’arte, la scultura, la musica, ma da sole queste non consentono di comprendere il “come” di tale sperimentazione, il quale, come è possibile evincere dal testo, si radica nel meccanismo di sistematizzazione. Risulta interessante notare come l’assenza di empatia cognitiva possa portare grandi talenti ad inventare in preda ad una spinta ossessiva, senza tenere conto della reale utilità dello strumento in questione e dell’impatto emotivo che possa avere, mancando quindi il coinvolgimento dell’altro. Cohen fa l’esempio di Edison (anche se non gli fu mai fatta una diagnosi di autismo, anche per la mancanza di strumenti di quel periodo), che inventò la bambola Edison parlante che alle bambine non piaceva. Aveva una procedura complicata, per cui bisognava sostituire il disco fonografico con un altro e oltretutto una voce monotona e acuta che poteva addirittura risultare terrificante. Tutti elementi che non aveva previsto, immerso nel suo bisogno compulsivo  di inventare.

L’autore si focalizza anche sulla correlazione tra linguaggio e sistematizzazione, domandandosi se effettivamente la presenza del linguaggio abbia contribuito all’invenzione umana. Vengono presentate alcune caratteristica fondamentali del linguaggio, quali la ricorsività e la sintassi. In particolare, nella ricorsività, si vede come sia possibile annidare locuzioni per costruire strutture linguistiche sempre più complesse e permette, con un numero finito di parole, di creare un numero infinito di enunciati. Ma la proprietà ricorsiva del linguaggio, secondo Cohen, non rappresenta una teoria rivale dell’invenzione umana. Innanzitutto, la ricorsività si trova anche nella musica e gli individui che perdono il linguaggio possono essere comunque grandi musicisti. Inoltre, i bambini piccoli, seppur senza linguaggio, sono in grado di cogliere schemi “se e allora”. Inoltre la sintassi, seppur rappresenti una proprietà chiave del linguaggio, sta comunque alla base del meccanismo di sistematizzazione. “Se” la frase è il cane morde l’uomo “e” la prima e l’ultima parola vengono scambiate, “allora” la frase diventa “l’uomo morde il cane”. Quindi il processo è guidato dal meccanismo di sistematizzazione. Il meccanismo di sistematizzazione ha quindi permesso l’invenzione infinita, riorganizzando le variabili in qualsiasi sistema. Si è inoltre accennato ad una possibile correlazione tra linguaggio e meccanismo di sistematizzazione nell’invenzione umana, perché indubbiamente il linguaggio permette di mettere nuove idee in parole, di giocare con le parole stesse, generando pertanto nuove idee e facilitando quindi il ragionamento “se e allora”. Ciò, però, non va ad intaccare il fatto che linguaggio e sistematizzazione siano indipendenti, aspetto comprovato anche da una presenza, a volte minimale, del linguaggio nei Savant autistici, i quali però risultano super-sistematizzatori. Per esempio, Cohen fa riferimento a Nadia che sapeva disegnare i cavalli da qualsiasi prospettiva, pur essendo priva di linguaggio. Si è fatto cenno all’importanza del “gioco di finzione” all’interno del circuito dell’empatia, come aspetto fondamentale della capacità di rappresentare una cosa per un’altra e quindi in termini di “rappresentazioni mentali” e anche della capacità di immaginare in quelle che Fonagy presenta come modalità “come se”. Si prenda l’esempio: “La luna è fatta di formaggio”. In termini di gioco con la realtà, alla base vi è uno stato mentale che permette di immaginare una realtà “come se”, di meta-rappresentarla come afferma Cohen, consentendo quindi di “far finta. In particolare, Fonagy nei suoi studi sulla mentalizzazione, fa riferimento alla modalità del “far finta”, che evolutivamente comincia a presentarsi intorno ai 18 mesi e che consente al bambino di differenziare i pensieri e le fantasie dalla realtà esterna (Fonagy, 2005). Cohen prosegue domandandosi se la finzione possa spiegare la capacità di inventare. Si può immaginare e fare umorismo quanto si vuole ma per inventare occorre il pensiero “se e allora”. Il pensiero di finzione fornisce soltanto il “se” del meccanismo. Abbiamo bisogno anche della parte “e”, come componente della causalità e abbiamo bisogno della parte “allora”, che permette di vedere i risultati dell’osservazione o della sperimentazione. Viene posto anche il quesito riguardante la memoria di lavoro e l’eventualità che possa fornire spiegazioni alla capacità di inventare. Sicuramente la memoria di lavoro consente di attuare piani futuri, di progettare. Per esempio, Cohen fa riferimento all’uso delle trappole che richiede questo tipo di memoria: “si dispone la trappola, si guarda e si aspetta per poi tornare e vedere se ha funzionato”. Ma consente appunto di pianificare nel tempo, non di generare, che invece necessita della sistematizzazione: “Se attacco una molla ad una barra di metallo, e faccio scattare la molla, allora la barra di metallo si chiuderà a scatto”. Il meccanismo di sistematizzazione, oltre a spiegare il come dell’invenzione, rende chiaro un aspetto fondamentale del perché, che, come si è accennato sopra, risulta il puro piacere di farlo e quindi la curiosità.

Si è accennato sopra all’ipotesi dell’autore in merito alla correlazione tra autismo e iper-sistematizzazione. In particolare viene presentato uno studio in cui si è dimostrato che i geni dell’autismo e dell’iper sistematizzazione siano gli stessi. Nell’ambito dell’Autism and math study, si è chiesto agli studenti di matematica dell’università di Cambridge se avessero un fratello autistico, scoprendo che il tasso di autismo tra questi fratelli era più altro del tasso di autismo tra i fratelli degli studenti di scienze umanistiche. Ciò suggerisce una base genetica condivisa tra l’autismo e la sistematizzazione, poiché i fratelli in media condividono il 50% dei geni. Inoltre viene presentato il quesito se effettivamente le persone che lavorano nel campo STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) che richiede un livello elevatissimo di sistematizzazione, abbiano maggiori probabilità di avere un figlio autistico. In particolare, la predizione fa riferimento al fatto che padri e nonni di bambini autistici, avrebbero avuto maggiori probabilità di lavorare in campi super-sistematizzanti come l’ingegneria, l’informatica, l’economia. È stato riscontrato più del doppio delle probabilità di essere ingegneri o di lavorare nel campo dell’economia, rispetto ai padri o ai nonni di bambini senza diagnosi di autismo. Uno degli aspetti, a mio avviso, più essenziali che viene colto nel testo di Cohen, risulta l’importanza di coltivare questo tipo di talenti super-sistematizzanti. A tal proposito, l’autore introduce il concetto di neurodiversità e di come sia stato essenziale nell’evoluzione. Le menti delle persone super-sistematizzanti, che siano autistiche o che abbiano tratti autistici, rappresentano uno dei tanti tipi naturali di cervello che si sono evoluti e che contribuiscono alla neurodiversità umana. Questa concezione implica che vi siano vie diverse nello sviluppo e diversi tipi di cervello, i quali probabilmente si adattano meglio a particolari nicchie ambientali. Cohen riporta nel libro una frase tratta dagli scritti di Einstein: “Tutti sono dei geni, ma se si giudica un pesce dalla sua capacità di arrampicarsi su un albero, si passerà la vita a credere che sia stupido”. Cohen fa anche riferimento a Bloom, il quale ha esplorato l’idea che la neurodiversità possa essere tanto cruciale quanto la biodiversità. Egli afferma: “Chi può dire quale tipo di cervello si rivelerà migliore in un dato momento?” Secondo Cohen, quindi, il livello di disabilità che si riscontra nell’autismo, derivante da difficoltà di comunicazione, di socializzazione e di reazione a cambiamenti inaspettati e che può quindi intaccare il loro inserimento in contesti lavorativi, può essere ampiamente ridotto se ci si pone nell’ottica di coltivare il loro talento attraverso un equilibrio ottimale con l’ambiante di riferimento. Viene, ad esempio, citata la storia di Thorkil, fondatore dell’azienda Specialisterne, che nota il talento del figlio autistico nel costruire architetture complesse con i lego, e nel tentativo di promuovere il talento del figlio e di tanti altri autistici, ha avuto una brillante idea per ridurre il livello di ansia sociale che molti di loro sperimentano durante un colloquio lavorativo, il quale richiede empatia cognitiva. Ha quindi proposto ai candidati autistici di costruire robot lego, in modo da poter valutare le loro capacità in merito a ricerca di schemi e problem solving. Cohen invita ad immaginare un sistema educativo che tenga in considerazione i punti di forza di queste persone e in cui, oltre al curriculum generale, con ambiti di studio rivolti alla maggior parte dei bambini, sia presente un curriculum ristretto, volto ai super sistematizzatori. Il curriculum generale non funzionerebbe per i ragazzi autistici, perché porterebbe a cambiamenti troppo frequenti, con il rischio di disperdere la loro passione. Nelle giuste condizioni quindi, la super-sistematizzazione può manifestarsi sotto forma di punti di forza e talenti notevoli e, secondo l’autore, l’aumento dell’occupazione assistita può rivelarsi un intervento molto più efficace di qualsiasi trattamento medico, conferendo un senso di dignità, di inclusione sociale e valorizzazione di ciò che vi è di  “particolare” in queste persone.

 

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L’autismo presenterebbe non solo difficoltà d’interazione sociale, comunicative e comportamenti ripetitivi, ma anche una percezione sensoriale superiore.

Bibliografia

  • Fonagy, G. Geregely, G. Jurist, E. Target, M. (2006). Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del se. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Baron Cohen, S. (2021). I geni della creatività. Milano: Raffaello Cortina Editore.
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