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Empathy: The self other distinction. Role of the temporo-parietal junction in emotional empathy – Neuropsychology

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Empathy. The self other distinction. Role of the temporo-parietal junction in emotional empathy

Autore: Claudio F. Bivacqua (Dipartimento di Psicologia, Università di Palermo)

 Abstract

Le neuroscienze attuano un’importante distinzione fra l’empatia emotiva e l’empatia cognitiva (Shamaay-Tsory,2010), identificando con il primo termine la condivisione immediata dell’emozione di un altro,  mentre con il secondo, una forma più complessa di empatia, che consiste in un sistema cognitivo che permette di assumere la prospettiva dell’altro.

Saxe e colleghi dimostrano come la giunzione temporo parietale di destra (rTPJ) si attivi maggiormente quando la nostra prospettiva è diversa da quella dell’altro, stabilendo un’incongruenza fra i diversi stati mentali e permettendo al soggetto di elaborare contemporaneamente e consapevolmente le informazioni relative al sé e all’altro (Saxe et al.,2005).  Questo studio, da realizzare attraverso un paradigma di stimolazione magnetica transcranica (TMS), vuole indagare il ruolo della giunzione temporo parietale di destra nell’empatia emotiva, ipotizzando una maggiore capacità di simulare l’espressione emotiva di un altro quando la giunzione temporo parietale di destra viene inibita. Quest’area cerebrale avrebbe il ruolo di stabilire un confine tra il sé e l’altro permettendo un’elaborazione emotiva integrata di differenti stati emotivi.  Questi risultati mostrano l’importanza della TPJ non solo nella capacità di “perspective taking” ma anche in un ruolo emozionale.

Abstract

The neuroscience makes an important distinction between emotional empathy and cognitive empathy (Shamay-Tsoory,2011). Emotional empathy refers at an immediate emotional sharing, while cognitive empathy refers to a cognitive system that involve understanding of the other’s perspective. Saxe and colleagues (2005) show the role of right temporo-parietal junction (rTPJ) in the perspective taking when our point of view is different from other, establishing an incongruence about the different states of mind. Other studies demonstrate that TPJ allows to elaborate and to integrate sensorimotor and cognitive information from self and other. This study investigates the role of rTPJ in emotional empathy, through its inhibition by a train of   Trancranial Magnetic Stimulation (TMS), demonstrating  a major skill to discriminate an emotional expression of other when this is incongruous with own emotional state. This brain area would function to establishing a border between self and other allowing an integrating emotional elaboration about the different emotions. These results show the importance of TPJ not only in a cognitive perspective taking task but also in an emotional task.

KEYWORDS

Empathy,  emotional contagion, emotion recognition, temporo-parietal junction

 

PREMIO STATE OF MIND 2014

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La meditazione come elisir di giovinezza, almeno mentale

FLASH NEWS

Praticare meditazione aiuta a preservare il tessuto cerebrale e quindi migliorare la salute mentale.

Dagli anni ’70 l’aspettativa di vita è cresciuta significativamente in tutto il mondo, oggi si vive anche 10 anni in più rispetto ad allora. Non male, se non fosse che più si invecchia e maggiore è il rischio di malattie mentali. E allora come fare? Un recente studio della UCLA (University of California – Los Angeles) sostiene che la meditazione possa minimizzare questo rischio.

Gli autori di questa ricerca si sono concentrati principalmente sull’associazione tra avanzamento dell’età e diminuzione della massa grigia. Hanno notato che praticare meditazione aiuta a preservare il tessuto cerebrale e quindi migliorare la salute mentale.

Lo studio ha messo a confronto 50 soggetti che hanno meditato regolarmente per anni e 50 che non l’hanno fatto e i risultati mostrano che la perdita di massa è inferiore nei meditatori abituali.

Ovviamente non è possibile stabilire una causalità tra meditazione e conservazione del tessuto cerebrale, sono troppi i fattori che potrebbero influire: scelte di vita, tratti di personalità, genetica… tuttavia è sorprendente la misura della differenza individuata tra i due gruppi: la meditazione sembra avere un effetto diffuso e coinvolgere regioni in tutto il cervello.

Indagini di questo tipo offrono una prospettiva diversa, l’attenzione dei ricercatori infatti è più spesso rivolta a identificare gli elementi che aumentano il rischio di patologie mentali, guardare agli aspetti della vita, invece,  è tipico di un approccio che, oltre alla cura, promuove la salute e punta a migliorare la qualità della vita.

Come dice Luders, autrice della ricerca:

[blockquote style=”1″]“I risultati sono promettenti. Sperando che questi stimolino ulteriori studi esplorativi permetterà un effettivo passaggio dalla teoria alla pratica” [/blockquote]

non solo per vivere più a lungo ma anche meglio.

 

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Nella mente dello Psicoterapeuta (Cortometraggio di animazione)

Questo breve video illustra in maniera semplice e accessibile quello che avviene nella mente dello Psicoterapeuta nel corso delle sedute di Psicoterapia e all’interno della relazione terapeutica.
La seconda parte del video evidenzia l’importanza per lo stesso terapeuta di avvalersi dell’aiuto o della supervisione di colleghi professionisti.

 

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Come riattivare la capacità di eseguire gesti con la mano in soggetti colpiti da ictus

Un esperimento sulla riabilitazione motoria condotto da Nadia Bolognini e Giuseppe Vallar dell’Università Bicocca di Milano ha dimostrato che una lieve stimolazione elettrica della parte posteriore dell’emisfero sinistro del cervello è in grado di riattivare la capacità di eseguire gesti con la mano in soggetti colpiti da ictus. 

 

 

«L’attività del cervello umano danneggiata da un ictus cerebrale, – spiega Giuseppe Vallar, Ordinario di Psicobiologia e Psicologia Fisiologica dell’Università di Milano-Bicocca – può essere migliorata da una stimolazione che passa attraverso la scatola cranica. Stimolare elettricamente la corteccia cerebrale dell’emisfero sinistro, che programma i movimenti volontari (ad esempio, fare ciao con la mano), migliora l’esecuzione di questi gesti da parte dei pazienti ‘aprassici’, che non sono più capaci di farli dopo una lesione cerebrale.  Questo risultato dimostra che capacità fondamentali dell’uomo, come fare un movimento per decisione volontaria e cosciente, possono essere rese più efficienti dalla stimolazione delle aree cerebrali che svolgono questa funzione. Inoltre, dimostrare la plasticità del cervello migliorandone la prestazione apre la strada ad applicazioni della stimolazione elettrica transcranica nel campo della riabilitazione di deficit neuropsicologici come l‘aprassia».

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Guns & Violence: la violenza contro le donne

Troppo spesso “l’unica differenza tra una donna maltrattata e una donna morta è la presenza di una pistola”.

Negli USA il Secondo emendamento della Costituzione Americana sancisce dal 1791 il diritto di portare armi: «A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed.»; se tale diritto potesse essere esteso anche ai singoli cittadini, e non solo a milizie organizzate, è stato a lungo oggetto di dibattito e di diverse interpretazioni da parte delle Corti dei singoli stati. Nel 2008 la Corte Suprema ha posto fine alla questione: il diritto individuale dei cittadini a possedere armi da fuoco è inviolabile, al pari di quello di voto e di libertà di espressione.

È paradossale come tale sentenza sia nata dal ricorso di alcuni cittadini che sostenevano che difendere la propria famiglia nella propria casa fosse un diritto insindacabile: tra il gennaio del 2009 e il giugno del 2014 in più della metà delle uccisioni di massa con armi da fuoco l’assassino ha ucciso proprio il partner o un membro della propria famiglia.

La violenza domestica negli Stati Uniti è un problema strettamente legato alla violenza armata: negli ultimi 25 anni la maggior parte degli omicidi di partner sono stati commessi con una pistola e la probabilità che una persona che commette violenza domestica uccida il proprio partner aumenta di ben 5 volte se possiede un’arma da fuoco.

Poiché il rischio che possedere un’arma da fuoco si intersechi con la violenza domestica è molto elevato, diverse leggi federali e statali hanno cercato di porvi rimedio tentando di togliere le pistole dalle mani dei più pericolosi delinquenti tra le quattro mura. Le leggi più severe proibiscono infatti ai maltrattatori domestici e agli stalker di comprare o possedere un’arma (e qualora ne fossero già in possesso hanno l’obbligo di rinunciarvi) e al momento dell’acquisto richiedono attraverso il National Instant Criminal Background Check System una verifica che il compratore abbia o meno i requisiti per comprarla. Sono leggi che hanno contribuito a salvare la vita di numerose persone, soprattutto donne…dove e quando sono state applicate. Eh già, perché sono talmente tante le scappatoie e le difficoltà di applicazione di tali leggi nei diversi stati che i risultati ottenuti nella lotta alla violenza armata in casa non possono essere considerati assolutamente soddisfacenti!

Innanzitutto la legge federale non fa nulla per tenere le armi fuori dalla portata di fidanzati maltrattanti (nonostante la maggior parte delle donne venga uccisa più da uomini che sta frequentando che non dal proprio marito) né dalle mani di chi si è macchiato di reati minori (misdemeanor ) di stalking. In secondo luogo in 35 stati americani la legge statale non proibisce a chi è stato condannato per reati minori di violenza domestica di possedere un’arma da fuoco e poiché nel caso di un conflitto tra la legge statele e federale i tribunali statali non sono subordinati a quelli federali, l’applicazione della legge federale in questi casi è difficile.

A ciò aggiungiamo che acquistare un’arma negli USA è estremamente semplice: la legge federale richiede il Background Check (una verifica che dura spesso solo 90 secondi) solo per l’acquisto di armi presso rivenditori con licenza federale, ma non richiede tale controllo nella compravendita tra parti private o presso rivenditori senza licenza federale. È quindi sufficiente farsi un giro, per esempio, sul sito www.armslist.com per acquistare una Smith & Wesson: niente di più facile. Non stupisce che 1 su 4 degli acquirenti online a cui sarebbe proibito acquistare un’arma abbia precedenti per violenza domestica.

Infine molti stati non richiedono a chi è stato condannato per violenza domestica di rinunciare alle proprie armi da fuoco o non hanno procedure in grado di garantire che questo vi rinunci. Se si considera che contro le donne maltrattate vengono utilizzati i più disparati oggetti, anche solo per intimidirle o costringerle a fare o lasciarsi fare qualcosa contro la propria volontà, e che le armi da fuoco sono molto più comuni nelle case di donne maltrattate e dei loro partner, non ci si può non preoccupare, visto quanto sono letali (Sorenson & Wiebe, 2004).

Troppo spesso, infatti, “l’unica differenza tra una donna maltrattata e una donna morta è la presenza di una pistola” .

 

Guns and Violence Against Women – LEGGI L’INTERO REPORT

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Linee guida per il supporto alle donne vittime di violenza – Recensione

 

 

BIBLIOGRAFIA:

Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di internet (2014). Recensione

“Il mondo virtuale non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo solo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i minori all’interno di un territorio così vasto e complesso”.

Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva presenta il manuale: Tutto troppo presto, L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di internet. Un libro che parte dall’esigenza, clinica ed educativa, di accompagnare ragazzi ma sopratutto genitori nel tema dell’educazione sessuale 2.0, ovvero l’educazione sessuale rivolta ad un pubblico di nativi digitali. Argomento per nulla semplice e scontato se solo si pensa che un ragazzo o ragazza d’oggi, prima ancora di avere la sua prima esperienza sessuale, è già stato esposto/a ad un numero di immagini di natura sessuale inimmaginabile per un adulto appartenente alle generazioni precedenti.

I ragazzi di oggi vivono in un mondo in cui alla parola “sesso” vengono attribuite caratteristiche diverse da quelle con cui siamo cresciuti noi. L’eros è ormai “sdoganato dal territorio di negazione, paura e repressione in cui i nostri nonni (…) l’avevano relegato”. Il sesso oggi è fluido, vissuto con il compagno/a di una sera, in modo estemporaneo, senza che questo comporti necessariamente alcuna conseguenza.

Il sesso oggi è possibile, perché ora non ci sono più resistenze di sorta nei confronti dell’attività erotica di qualsiasi natura. Inoltre il sesso oggi è accessibile, perché non esiste nessun limite esterno alla visione di uno stimolo erotico. Centinaia di sito pornografici permettono di vedere realizzata qualsiasi tipo fantasia erotica senza nessun tipo di difficoltà. Non che la TV di oggi lasci grande spazio all’immaginazione.

Qui l’autore si chiede dove siano la dimensione del sogno e del desiderio in un mondo in cui la sessualità pare non avere più aspetti misteriosi e inaccessibili. “In adolescenza, sognare e desiderare la sessualità è vitale, perché significa darle il tempo di maturare nella mente prima che diventi azione, prepararla e pensarla prima della sperimentazione concreta”.

Il sesso infine è normalizzato, che sarebbe un dato di per sé assolutamente positivo se non fosse che oggi molti ragazzi crescono con la convinzione che “fare sesso” sia normale a prescindere, e che rappresenti un’attività ludica finalizzata a procurarsi eccitazione, sensazioni forti e piacere. “Ma siamo davvero convinti che consentire ai figli di autogestire una sessualità così intesa sia la condizione giusta per viverla al meglio e integrarla in un percorso e in un progetto di vita degno di questo nome?”

Non vi è dubbio che, sopratutto nei giovanissimi, la corsa verso una sessualità “facile, immediata e di pronto consumo” è stata favorita e accelerata dalla diffusione delle nuove tecnologie. Le tecnologie mettono i nostri figli a contatto diretto con il mondo ma allo stesso tempo consentono loro di esplorare in totale autonomia territori per i quali potrebbero non avere acquisito le giuste competenze. Il fatto che un ragazzo o una ragazza siano competenti a livello tecnico, quindi sappiano muoversi agilmente con gli strumenti tecnologici, non significa che siano in grado di integrare ciò che incontreranno online sul piano cognitivo e sopratutto sul piano emotivo.

Il mondo virtuale non è a misura di bambino e nemmeno a misura di preadolescente. Potrà diventarlo solo se noi adulti sapremo regolamentare, supervisionare e accompagnare i minori all’interno di un territorio così vasto e complesso”.

Accettare una sfida educativa di questo tipo significa non rinunciare al nostro ruolo. Senza cadere nelle facili tentazioni del proibizionismo a priori, che blocca i nostri figli nel loro sviluppo, e nemmeno in quello del diniego che cancella ogni possibilità di difendersi da possibili rischi negandone l’esistenza. Una sfida educativa che ci porta a mantenere il nostro ruolo di guida e accompagnamento anche nei bisogni mutati dei nostri figli. Il silenzio delle generazioni passate dovrebbe trasformarsi oggi in competenza e sopratutto comunicazione.

Ecco che la lettura di questo libro fornisce al lettore un modello e un’idea di educazione sessuale alternativi, intorno a cui progettare il proprio ruolo educativo o terapeutico che sia. L’obiettivo è quello di “educare ad una sessualità non fluida ma consistente, che diventi una dimensione strutturata e tangibile nel percorso di crescita, e preveda tappe e azioni differenziate in base al grado di sviluppo e maturazione del minore”.

Il manuale di Pellai è organizzato in quattro capitoli tematici che affrontano temi fortemente  connessi all’educazione sessuale ma che non compaiono nei classici manuali che trattano questo argomento. Rispettivamente il tema della sessualizzazione precoce delle bambine, il fenomeno del sexting, della pornografia e dell’adescamento online vengono illustrati in maniera comprensibile, documentata da casi clinici e consigli utili per i genitori, film da vedere a scuola e in famiglia, strumenti da usare sia in un percorso preventivo che in quello clinico. Abbinato al libro un blog offre molti materiali utilizzabili per percorsi di prevenzione.

 

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Parlare di sesso con i propri figli: una guida pratica – Recensione

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Pellai A. (2015). Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli nell’era di internet. De Agostini Libr. ACQUISTA ONLINE

Come cambiano i sogni tra le diverse culture?

FLASH NEWS

I dati attualmente disponibili sui raffronti del contenuto onirico tra paesi diversi suggeriscono un messaggio importante: la gente di tutto il mondo fa sogni simili.

Vi siete mai chiesti il motivo per cui gli individui solitamente fanno sogni diversi? Certamente i contenuti dei sogni cambiano tra le persone in base alle diverse esperienze personali, o alle diverse culture. Infatti, l’obiettivo di questo studio è stato confrontare i contenuti onirici di individui appartenenti a culture diverse attraverso l’uso di questionari standardizzati.

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I test sono stati tradotti in più lingue e usati per rilevare e analizzare scientificamente i temi onirici. Alcune domande del questionario avevano lo scopo di elicitare libere associazioni definite a priori, per esempio “Avete mai sognato…” a cui seguivano una serie di contenuti possibili (per esempio essere inseguiti, sognare di volare, di cadere). I ricercatori avevano poi la possibilità durante l’intervista di aggiungere altre domande che riguardavano la frequenza o l’intensità con cui i temi del sogno si sono presentati e l’intervallo di tempo trascorso tra i diversi sogni.

È risaputo che ricordare il contenuto dei sogni è un processo molto complesso che potrebbe minare l’affidabilità del ricordo. Nonostante i limiti dell’uso del questionario standardizzato possiamo, grazie a questo studio, avere uno spaccato trasversale alle culture sul mondo dei sogni che coinvolge più gruppi di persone provenienti da ambienti diversi.

Il ricercatore Calvin Kai-Ching Yu dell’Università di Hong Kong Shue Yan ha utilizzato una traduzione cinese di un questionario sul sogno e ha intervistato 384 studenti presso l’Università di Hong Kong (per lo più studenti di psicologia, in prevalenza donne con età media di 21anni). I temi più diffusi (presentati in ordine di prevalenza) furono: scuole e insegnanti, essere inseguito o perseguitato, cadere, arrivare troppo tardi, una persona ora viva come morta, cercare sempre senza successo di fare qualcosa, volare o sollevarsi da terra, sentirsi congelati di paura, infine esperienze sessuali.

I risultati della ricerca sono stati poi confrontati da Michael Schredl e dai suoi colleghi che hanno utilizzato un questionario simile, per studiare i sogni degli studenti universitari tedeschi (quasi tutti studenti di psicologia, con prevalenza di donne, di età media di 24anni). I dieci temi più diffusi tra gli studenti sono stati (presentati in ordine di prevalenza): scuola, insegnanti, studiare, essere inseguiti o perseguitati, esperienze sessuali, cadere, arrivare troppo tardi, sognare una persona ora viva come morta, volare o sollevarsi da terra, essere sul punto di cadere, sentirsi congelati di paura.

Vi è una notevole sovrapposizione nella top ten dei temi del sogno tra gli studenti cinesi e gli studenti tedeschi. I sogni che hanno come tema contenuti accademici o essere inseguiti sono più diffusi tra gli studenti cinesi e tedeschi. Una differenza chiave è che invece sogni su esperienze sessuali sono presenti più comunemente tra gli studenti tedeschi.

In Canada, Tore Nielsen e i suoi colleghi hanno somministrato un questionario sul sogno in tre università, ottenendo così i dati su un campione più ampio (oltre 1.000 studenti). I dieci temi del sogno più diffusi in un campione di studenti canadesi sono: essere inseguito o perseguitato, esperienze sessuali, cadere, scuole, insegnanti e studiare, arrivare troppo tardi, essere sul punto di cadere, cercare di nuovo di fare qualcosa, sognare una persona ora viva come morta, volare o sollevarsi da terra, sentire una presenza nella stanza.

È interessante notare che i sogni con temi scolastici (scuola, insegnanti, fallimento di esami) sono stati il tema più comune tra gli studenti cinesi e tedeschi, ma non gli studenti canadesi. Studenti cinesi e tedeschi condividono una maggiore prevalenza di sogni accademici, mentre i sogni di natura sessuale sono tra i sogni più diffusi sia per i canadesi e tedeschi. Studenti cinesi e canadesi sognano di “provare e riprovare a fare qualcosa” – un tema che raro tra gli studenti tedeschi.

Questi dati ci offrono la possibilità di confrontare e contrapporre i contenuti onirici di persone che sono nate e sono state costantemente esposte a culture e a lingue diverse, ma tuttavia, è opportuno riconoscere i limiti di questo studio. Non possiamo generalizzare i risultati di questa ricerca all’intera popolazione in quanto alcuni temi del sogno differiscono in base alle situazioni a cui il soggetto è abitualmente esposto (studente vs lavoratore vs pensionato)

Negli studi futuri si potrebbe stabilire un confronto cross-culturale più ampio in merito ai contenuti del sogno e si dovrebbero reclutare soggetti di varie età, professioni e background educativo e socio-economico. Nonostante questi aspetti controversi, i dati attualmente disponibili sui raffronti del contenuto onirico tra paesi diversi suggeriscono un messaggio importante: la gente di tutto il mondo fa sogni simili.

 

 

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Sogno e Psicoterapia Cognitiva – Congresso SITCC 2014

 

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REBT: l’utilizzo dei principi terapeutici anche nelle situazioni di successo

La REBT (Terapia Razionale Emotiva Comportamentale), ideata dallo psicologo clinico Albert Ellis, utilizza una serie di tecniche e principi per gestire il malessere del soggetto e gestire situazioni problematiche o difficili.

Ma è possibile usare questi principi in contesti di successo? Certamente sì. Eccessivo orgoglio, esagerata autostima o grandiosità possono provocare difficoltà in condizioni che implicano la ricerca di successo ed interferire nelle relazioni interpersonali.

 

[blockquote style=”1″]When faced with success, it is healthy to take note of your good performance and feel happiness and contentment. These are functional emotions which will probably motivate you to recognize and repeat strategies that worked well, and will probably promote good relationships with others.On the other hand, unhealthy responses relating to performing well might be described as excessive pride, megalomania, inflated self-esteem or intoxication with one’s own awesomeness.These are probably enjoyable in a sense, and I can see why very few people seek therapy for excessive pride. However, excessive pride is not very functional as it can interfere with interpersonal relationships and sabotage success. Excessive pride frequently leads people to excessive confidence in their decision-making or opinions.Making matters worse, excessive pride leads people to depreciate and dismiss others (who could be right!) and to disregard information that is inconsistent with their outlook. Prideful people run the risk of being badly surprised by realities that they had previously written off, and being the last to realize their own mistakes…[/blockquote] 

REBT When You Are WinningConsigliato dalla Redazione

– (…)

 

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La filosofia stoica ha degli elementi in comune con la REBT di Ellis, in quanto entrambe sottolineano come ci sia un legame tra pensiero ed emozione.
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Di Battista, Matteo Salvini campioni mondiali di bufale e il “pensiero emotivo”

Privo di idee per questo editoriale, mi soccorrono segnalandomi la notizia della classifica mondiale delle balle riportate dal New York Times e rimbalzata in Italia dal Post e da Linkiesta. Penso: se ne parliamo anche noi facciamo doppio o triplo rimbalzo; ma è anche vero che non ci sono idee in magazzino. E poi le balle hanno il loro risvolto psicologico, che noi di State of Mind dovremmo essere in grado di approfondire meglio di quegli altri arrivati prima di noi. Si spera.

A insaporire il tutto ci sarebbe l’allusione de Linkiesta al fatto che noi italiani saremmo primi in classifica in questa gara di balle e di sciocchezze. Sarebbe un bel contrasto con l’editoriale della settimana scorsa in cui prendevo in giro gli altri paesi europei. Ora tocca agli italiani. Già vedo il mio capo-redattore godere a mettere in crisi la mia anti-esterofilia.

In fondo, ci sta. C’è tutta una tradizione di pensiero che sottolinea la propensione irrazionalistica non solo dell’italiano medio, ma addirittura del pensiero alto e filosofico in Italia. È la cosiddetta Italian Theory, una corrente filosofica che pare stia conquistando il mondo, descrivendo la nostra tradizione filosofica come una tempesta gravida di passioni da Machiavelli in poi fino a Gianni Vattimo, passando per Giordano Bruno e Giambattista Vico. Vari libri documentano questi corrente di studi, sia in inglese (Borradori, 1988; Hardt & Virno, 1996; Chiesa & Toscano, 2009) ma anche, per fortuna, in Italiano. In particolare raccomando il bel libro “Pensiero Vivente” di Roberto Esposito (2010). Godibile e leggibile, che ci crediate o no.

Nel bene e nel male noi italiani saremmo bravi a mantenere il contatto con l’origine emotiva del pensiero, con le associazioni intuitive e automatiche che danno forza alle passioni.

Gli automatismi irrazionalistici del pensiero non sono del tutto insensati. Essi sono frutto di scorciatoie (in termini tecnici: di “euristiche”) che non obbediscono a una dettagliata valutazione analitica della situazione, che non prendono in considerazione tutto il ventaglio di possibilità esplicative disponibili, che non sono sottoposte a un controllo di coerenza logica e nemmeno a processi di revisione critica.

Le euristiche sono strategie di pensiero semplificate, scorciatoie logiche -o illogiche- che ci permettono di giungere a valutazioni e decisioni rapide in situazioni comuni e quotidiane, dove più spesso capita di avere a disposizione poche e inaccurate informazioni. Due psicologi israeliani, Amos Tversky e Daniel Kahneman, (1983) hanno studiato a fondo queste euristiche.

Ho detto: nel bene e nel male. Mantenere il contatto con la propria emozionalità ha anche i suoi contro. È vero: controllare le informazioni è utile ma noioso. Un istinto automatico ci induce a credere e a diffondere le notizie nella loro forma più grossolana, ma che permette l’interpretazione più chiara e immediata. Che poi sarebbe la nostra. Al polo opposto di questo automatismo troviamo il pensiero critico, il critical thinking (Glaser, 1941) ovvero la facoltà di considerare in maniera ponderata le informazioni, confrontando varie fonti e esaminando le inferenze logiche passo per passo.

Arrivato qui, sarebbe tempo che mi abbandonassi a una filippica su noi italiani, proni alle associazioni mentali facili ed emotive, populistiche e demagogiche. Il che è anche vero. E che sarebbe anche confermato dal New York Times, secondo il quale noi italiani saremmo i campioni mondiali delle balle facili e semplicistiche. Tanto è vero che primo in classifica troviamo Alessandro Di Battista, esponente politico del Movimento 5 Stelle, con la sua sparata sulla Nigeria:

[blockquote style=”1″]60 per cento del territorio è in mano ai fondamentalisti islamici di Boko Haram, la restante parte Ebola[/blockquote]

smentita da Pagella Politica. La seconda balla in classifica è quella che dice che la Commissione Europea si appresterebbe ad abolire i tostapane doppi, è invece internazionale ma divulgata da un italiano: Matteo Salvini della Lega Nord. E in quanto tale sarebbe italiana (o padana?) Dopodiché basta, il resto della balle provengono da oltralpe.

Sta bene. Pagato il pedaggio al pressapochismo italiano, mi appresto però a parzialmente confutarlo (o a confermarlo? Vedremo). Noto che il New York Times si è limitato a fornire una lista di balle da tutto il mondo, non a scrivere un articolo sull’Italia campione di balle, come sembra suggerire il titolo di alcuni articoli italiani. Si vede che però limitarsi a riportare la lista delle balle non era abbastanza eccitante. Occorreva rincarare la dose con una mezza balla, ponendoci al centro dell’interesse mondiale per le balle, in un curioso narcisismo all’incontrario. Forse è una mezza balla che secondo il New York Times noi cacciamo balle. Il che però sembra confermare la tendenza italiana alla balla.

Vi siete persi? Tranquilli. Anche io. Succede, a leggere troppe balle.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Glaser, E.M. (1941). An Experiment in the Development of Critical Thinking, Teacher’s College, Columbia University, 1941
  • Borradori, G. (Ed.) (1998). Recoding Metaphysics. The New Italian Philosophy. Louisville, KY, USA: Evanston.
  • Chiesa, L., & Toscano, A. (Eds.) (2009). The Italian Difference between Nihilism and Biopolitics. Melbourne, Australia: re.press.
  • Esposito, R. (2010). Pensiero Vivente. Origine e Attualità della Filosofia Italiana. Torino: Einaudi. English translation by Hanafi, Z. (2012). Living Thought: The Origins and Actuality of Italian Philosophy (Cultural Memory in the Present). Stanford, CA, USA: Stanford University Press.  
  • Tversky, A., Kahneman, D. Extentional versus intuitive reasoning: The conjunction fallacy in probability judgement. In «Psychological Review», 90, 1983, pp. 293-315.
  • Hardt, M., & Virno, P. (Eds.) (1996). Radical Thought in Italy. A Potential Politics. Minneapolis & London: University of Minnesota Press.

L’ABC delle mie emozioni: alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT

 

Attraverso esercizi mirati, letture, fiabe, disegni, il bambino è guidato dall’adulto in questo percorso che gli consente, nei vari capitoli, di accrescere le proprie abilità emotive.

“A volte ci sentiamo contenti, a volte ci sentiamo arrabbiati, altre volte può capitare di sentirci tristi, altre volte ancora ci capita di sentirci spaventati. [ ] ”

Il libro “L’ABC delle mie emozioni 4-7 anni. Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT” è uno strumento che consente di lavorare in maniera progressiva e mirata sulle competenze emotive del bambino che va dai 4 ai 7 anni. E’ un manuale rivolto a genitori, insegnanti o educatori che intendono iniziare un percorso di educazione emotiva con uno o più bambini, con lo scopo ultimo di ampliare le abilità emozionali. L’autore, Mario Di Pietro, è psicologo e psicoterapeuta, e da anni si occupa di  problematiche emotive dell’età evolutiva. Ha pubblicato svariati libri sull’argomento per Edizioni Erickson Trento.

Il libro si basa sul presupposto teorico che la capacità di comprendere e di gestire le proprie ed altrui emozioni sia una competenza fondamentale per l’adattamento sociale e relazionale di ogni essere umano. Conoscere le emozioni rappresenta per l’appunto un’abilità primaria che ci consente di sviluppare strategie di coping e risorse per fronteggiare le difficoltà e per stabilire buone relazioni sociali.

LEGGI ANCHE: ABC delle mie emozioni: alfabetizzazione socio-affettiva secondo il modello REBT

Il testo si basa sui principi teorici della REBT (Terapia Razionale Emotiva Comportamentale) di Albert Ellis: utilizzando il modello ABC, si focalizza l’attenzione sui pensieri “irrazionali” (o pensieri “dannosi”, per utilizzare un linguaggio più accessibile ai bambini) che portano necessariamente a sperimentare emozioni negative, con lo scopo finale di sostituirli con pensieri più “razionali” (o meglio, pensieri più “utili”).

E’ quindi fondamentale imparare ad ascoltare e comprendere il modo in cui il bambino parla a sé stesso, per poi insegnargli a pensare in modo più positivo nelle varie situazioni. Questo processo naturalmente, presuppone che il genitore, l’insegnante, l’educatore (o comunque chi sta utilizzando il presente manuale), abbia una conoscenza sufficientemente approfondita dei principi teorici e delle idee principali che sottostanno alla teoria della REBT e che in sostanza costituiscono le fondamenta del presente laboratorio. Proprio per questo motivo il libro presenta alcuni capitoli iniziali (semplici ed essenziali ma al contempo molto efficaci) dedicati alla spiegazione dello strumento e dei suoi presupposti teorici a chi lo andrà ad applicare.

Attraverso esercizi mirati, letture, fiabe, disegni, il bambino è guidato dall’adulto in questo percorso che gli consente, nei vari capitoli, di accrescere le proprie abilità emotive. Nei primi capitoli, al bambino viene insegnato ad ampliare il suo lessico emotivo; descrivendo le varie emozioni con i rispettivi correlati fisiologici, mimico-facciali e cognitivi. Successivamente i vari capitoli si concentrano sulle emozioni di  rabbia, paura e tristezza presentando al bambino varie tecniche e strategie per meglio comprenderle e gestirle. Infine, l’ultimo capitolo lavora sul riconoscimento dei pensieri e su come questi ultimi possano influenzare le  emozioni che proviamo.

“Ricorda! Quelli che pensi può farti sentire bene o farti stare male, può farti sentire sereno, felice oppure triste, spaventato, arrabbiato. Stai attento ai tuoi pensieri e scegli quelli che ti aiutano a stare meglio.”

Il libro è ricco di esercizi e di giochi ed è sicuramente uno strumento molto utile per chi intende lavorare con i bambini nell’area dell’educazione all’emotività; tuttavia non è da escludere che, con i suoi esempi pratici e diretti, possa essere direttamente spunto di riflessione anche per gli adulti che lo leggono.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Di Pietro, M. (2014). L’ABC delle mie emozioni (4-7 anni). Programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il metodo REBT. Erickson Editore. ACQUISTA ONLINE

Attaccamento, regolazione emotiva e depressione: qual è la relazione tra queste componenti?

L’attaccamento è uno dei costrutti più conosciuti e utilizzati nell’ambito della psicologia cognitiva, sia da un punto di vista diagnostico che prognostico, che esplicativo della psicopatologia.

In sostanza, quando nasciamo siamo portati in modo innato a mettere in atto una serie di comportamenti al fine di assicurarci la vicinanza con chi ci fornisce le cure (solitamente la mamma); diciamo che questa è la strategia di elezione che tutti noi proviamo a utilizzare per sopravvivere.

Nella migliore delle ipotesi i caregiver rispondono in un modo adeguato e pertinente alle richieste del figlio, aiutandolo a regolare le emozioni, alleviando il suo disagio e proteggendolo dai pericoli. Fin qui insomma tutto bene: io ho bisogno, la mamma c’è, mi costruisco nel tempo un’idea di me come al sicuro, dell’altro come disponibile e del mondo come un posto interessante da esplorare.

Quando invece la mamma per qualche motivo non è in grado di rispondere in modo consono alle richieste di vicinanza del bambino, questo mette in atto il piano B, che consiste in strategie di regolazione delle emozioni (cioè strategie per non rimanere angosciati a lungo) diverse dalla ricerca dell’adulto e che possono sfociare in una relazione di attaccamento che viene definita insicura (Main, 1990).

In particolare, si possono aprire due strade: il bambino può sviluppare un attaccamento ansioso o evitante. Un bambino con un attaccamento ansioso si iper-attiva richiedendo continuamente vicinanza e cura, in uno stato sempre iper-vigile verso i pericoli esterni e con una continua preoccupazione nel tentativo di anticipare possibili pericoli. Purtroppo, questa strategia solitamente ha l’unico esito di aumentare il disagio e l’angoscia che il bambino sente.

Dall’altra parte, un bambino che ha percepito una mamma distante e non disponibile si sposterà verso un attaccamento evitante, caratterizzato dalla tendenza a arrangiarsi e a contare solo su di sé, nella sensazione generale che le relazioni di vicinanza siano in realtà una fregatura inutile e pericolosa; in quest’ottica, svilupperà delle strategie di gestione delle emozioni che portano a una distanza dall’altro, insieme al tentativo di sopprimere ricordi dolorosi e brutti pensieri (lontano dagli occhi lontano dal cuore).

Si è poi visto che questi tre stili di attaccamento (sicuro, ansioso e evitante) vengono imparati dal bambino e immagazzinati  come modelli che influenzano a loro volta il modo in cui una persona adulta cerca di gestire le proprie emozioni e i propri comportamenti, e che si riflettono nelle relazioni significative da grandi.

Le persone con un attaccamento evitante si porteranno dietro un’idea negativa degli altri, che renderà per loro difficile stare emotivamente vicino alle altre persone e praticamente impossibile dipendere emotivamente da qualcun altro. D’altra parte, le persone con un attaccamento ansioso si porteranno dietro un’idea negativa di sé in termini di basso valore personale, e di conseguenza nelle relazioni tenderanno a ricercare in modo continuo la vicinanza dell’altro, a preoccuparsi e a rimuginare.

A un certo punto diventiamo grandi. Quando siamo adulti, volenti o nolenti, in qualche modo le emozioni impariamo a gestirle. In questo senso si parla di “regolazione emotiva” per descrivere quel processo con cui moduliamo le emozioni, e cioè impariamo a non farci sopraffare dal dolore di una perdita e a non andare nel panico se siamo preoccupati per qualcosa. Ci sono sostanzialmente due tipi di regolazione emotiva: quella utile (adattiva) e quella non utile (maladattiva).

Un esempio di regolazione emotiva utile si ha quando cerchiamo il lato positivo delle situazioni, quando analizziamo le cose in modo costruttivo, quando sappiamo mettere in campo le nostre capacità di problem solving. La regolazione poco utile (e a volte dannosa) consiste invece per esempio nella soppressione delle emozioni e dei pensieri e nell’evitamento, così come nella tendenza a mantenere un’eccessiva distanza dagli altri o nella propensione a concentrarci sui problemi facendoci le domande sbagliate, che non ci portano a risolverli ma a affondarci dentro.

Quest’ultimo è il caso della ruminazione, che è stata definita come un processo di pensiero ripetitivo che riguarda l’umore depresso, le sue cause e conseguenze (Nolen-Hoeksema, Wisco, Lyubomirsky, 2008). Molte ricerche hanno sottolineato la relazione tra attaccamento insicuro (ansioso o evitante) e sintomi depressivi sia in adolescenza (Cooper, Shaver, Collins, 1998) che nell’età adulta (Mickelson, Kessler, Shaver 1997).

D’altra parte, la depressione è spesso considerata come un disturbo che deriva da strategie inutili di regolazione delle emozioni, prima tra tutti proprio la ruminazione (Nolen-Hoeksema, 2000).  Ma in che relazione stanno esattamente l’attaccamento, la regolazione emotiva e i sintomi depressivi?

Da questa domanda si sono mossi tre autori (Malik, Wells, Wittkowski, 2015) che in un articolo pubblicato quest’anno dal Journal of Affective Disorders hanno rivisto la letteratura finora esistente, per capire meglio quale fosse la relazione tra queste due componenti (l’attaccamento e la regolazione emotiva) e i sintomi depressivi.

A quanto pare, mentre ci sono evidenze discordanti sul rapporto tra attaccamento evitante, strategie di regolazione emotiva e sintomi depressivi, c’è una certa concordanza in letteratura circa il ruolo di mediatore delle strategie di iper-attivazione nella relazione tra attaccamento ansioso e sintomi depressivi.

Questo significa che in qualche modo la relazione tra l’attaccamento ansioso e la presenza di sintomi depressivi passa per il tipo di strategia che usi per gestire le emozioni, in particolare una strategia che ti iper-attiva, cioè ti rende molto attento e fa di te un esagerato pensatore, con lo scopo di analizzare le situazioni e cercare di anticipare eventuali difficoltà.

Questo risultato da una parte esclude un pericoloso pseudo-determinismo. Visto che non abbiamo molta possibilità di decidere noi quale tipo di attaccamento sviluppare nell’infanzia, il fatto che quello non determini lo stato emotivo adulto ci dà qualche speranza. Dall’altra parte, da un punto di vista clinico, questo ci dice che è preferenziale, in terapia, insegnare al paziente strategie diverse e più utili di regolazione delle emozioni, piuttosto che addentrarci in interventi ben più intensivi (e delicati per il paziente) finalizzati a correggere gli effetti di esperienze di attaccamento precoci.

Come dire, per capire dove stiamo andando è importante sapere da dove veniamo, ma è più importante sapere dove siamo ora e che strada possiamo imboccare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

True Detective (2014): una Pastorale Americana nella Lousiana Cajun

Senza mai diventare invadente, la critica che l’autore porta a quelle società rurali prevalentemente incardinate sui principi morali è costante e fa da sfondo a un’umanità decadente, affaticata, fallita nei suoi buoni propositi di rettitudine e creatrice essa stessa dei mostri che combatte.

True Detective è una serie televisiva statunitense trasmessa per la prima volta nel 2014. Venti anni dopo Twin Peaks, in maniera più concisa e meno surrealista di Twin Peaks, la serie ripropone uno dei grandi temi thriller cari a letteratura e cinematografia americana: la caccia al mostro. Questa volta al posto del metodico Cooper e della sfuggente Diane troviamo i detective Martin Hurt (Woody Harrelson)e Rustin Cohle (Mattew McConaughey), rispettivamente e per loro stessa ammissione un tipo “normale” e un tipo “critico”.

Tra i principali poli attrattivi c’è sicuramente l’interazione tra le due personalità, dove la normalità del primo nasconde il compromesso che lo pone in conflitto tra bisogni sessuali extraconiugali e bisogni affettivi familiari e dove il cinismo del secondo svela l’introversione tipica di un assetto schizoide di personalità, che favorisce il rimuginio e allontana dai valori affettivi comuni.

Nic Pizzolatto, ideatore e sceneggiatore della serie, ambienta la vicenda nella Louisiana degli uragani atlantici Andrew (1992), Katrina (2005), Irene (2011), terra dalle tipiche acque lente e fangose per secoli palude di diritti civili. La regia propone suggestive vedute aeree che svelano un territorio desolato fatto di alberi spogli, case modeste senza fondamenta e cumuli di detriti. La colonna sonora squisitamente folk (The Handsome Family), country (Cuff the Duke),  blues (John Lee Hooker), con incursioni psichedeliche (13th Floor Elevator, The Black Angels), alternata a gospel laici e musica nera popolare, lega indissolubilmente con le immagini. Il risultato di sintesi è una pastorale americana persino più acida e amara di quella raccontata da Philip Roth (Pastorale Americana, 1997), dove al posto delle buone famiglie e dei college prestigiosi troviamo i bar per camionisti e l’accademia cristiana.

L’atmosfera prevalente che si è voluta rappresentare in True Detective è la diretta emanazione di un luogo dalla genetica complessa, con radici religiose afferenti al protestantesimo, all’evangelicalismo, alla santeria e al voodoo dei creoli del sud; immersi in questa “psicosfera” (come la definisce qualcuno) i detective Hart e Cohle indagano su una serie di omicidi con apparenti connotazioni anticristiane.

La serie ha ricevuto decine di nomination e incassato già diversi premi, non ultimo quello per la migliore sigla di apertura.

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Anche se la maggiore attrattiva della serie è rappresentata dal personaggio del detective Cohle, intelligente e alienato, ipercontrollato, dalla personalità  oscura e profonda direbbero i profani ma spesso a confine tra la genialità deduttiva e l’originalità delirante tipica di chi dà prova di avere forzato la soglia dello spettro autistico, episodio dopo episodio emerge che il legante che sorregge efficacemente la trama e accomuna tutto rispecchiandosi nelle persone, nei luoghi e persino nella sigla di apertura dove la pelle suggestivamente si presta alla commistione con altre entità, sembra essere una compromissione dell’integrità.

L’integrità della pelle, quell’entità biologica con funzioni psicologiche descritta da Anzieu che opportunamente mantiene il giusto grado di separazione tra contenuti mentali e mondo esterno; nei diversi personaggi di volta in volta l’integrità perduta sarà quella morale, quella familiare o quella psichica di chi è stato sottoposto troppo a lungo a fattori stressanti.  E’ questo il caso del detective Cohle, tra le altre cose portatore di un lutto, irrisolvibile come può esserlo la perdita di una figlia, che si riflette nella predisposizione all’isolamento e all’alcolismo.

L’unico in grado di condurre le indagini a una svolta, grazie anche a un apparato percettivo particolare, sarà proprio il personaggio più sofferente e provato dagli eventi, dannato e senza Dio in quanto libero da influssi romantici e creazionisti, poiché come converrebbe a qualsiasi mente seriamente dedita all’analisi, esiste un indubbio vantaggio nel guardare ai fenomeni da una prospettiva dove l’Uomo è una specie animale al pari di altre, dove le emozioni e i sentimenti, in senso darwiniano, sono strumenti pre-programmati per la conservazione della specie e dove la coscienza, da una prospettiva illuminista, è un dispositivo di manipolazione tecnica dell’esistenza.  

In questa prima stagione di otto episodi sembra esserci in seno alla sceneggiatura un esercizio latente di crocifissione del protagonista interpretato da McConaughey, operazione che lo rende più appetibile allo spettatore perché conferisce quell’aria spiccatamente dannata che piace e forse anche perché apre la strada all’idea perturbante che chiunque si spinga troppo oltre nell’evoluzione (delle idee) rischia di perdere tutto, famiglia, affetti, contatto con la realtà. Effettivamente alcuni monologhi somigliano a una predica metafisica che fa perno sulla suggestione tanto quanto qualsiasi omelia ortodossa. Ma è un valore aggiunto a tutta la produzione.

Alla fine il mondo disegnato da Pizzolatto sembra popolato da personaggi in malinconica lotta contro sé stessi, incastrati tra il passato e il presente di una terra che lava costantemente i peccati con gli uragani ma che lascia intatta la contraddizione tra una fervente comunità religiosa e il suo esatto opposto fatto di dissolutezza, alcolismo e prostituzione.

Senza mai diventare invadente, la critica che l’autore porta a quelle società rurali prevalentemente incardinate sui principi morali è costante e fa da sfondo a un’umanità decadente, affaticata, fallita nei suoi buoni propositi di rettitudine e creatrice essa stessa dei mostri che combatte.

 

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I nostri pensieri sono influenzati dalle circostanze esterne, anche quando non lo vogliamo

FLASH NEWS

Siamo spesso abituati a pensare di avere pieno controllo sui nostri pensieri coscienti, in realtà ricerche recenti rivelano che le circostanze esterne ci influenzano molto più di quanto potremmo credere.

È quanto emerso anche da uno studio condotto da Ezequiel Morsella, professore associato di psicologia presso la San Francisco State University, che ha messo in luce come i nostri pensieri coscienti siano fortemente influenzati da ciò che accade intorno a noi e che il controllo che abbiamo su di essi sia molto inferiore rispetto a quanto potremmo immaginare.

Al fine di verificare il grado di influenza delle circostanze esterne sui nostri pensieri, nel corso dello studio sono state presentate a coloro che hanno preso parte alla ricerca 52 immagini in bianco e nero, raffiguranti parole familiari di diversa lunghezza, tra le quali per esempio una volpe, un cuore ed una bicicletta. A ciascun soggetto è stato inoltre chiesto di non pensare alla parola corrispondente all’immagine mostrata o al numero di lettere che componevano la parola stessa.

Nonostante il compito possa sembra piuttosto semplice, i risultati dello studio hanno messo in evidenza come, in media, circa il 73% delle persone evocava automaticamente la parola corrispondente all’immagine mostrata ed il 33% dichiarava di aver contato mentalmente fino al numero corrispondente alle lettere che costituivano la parola stessa.

In questo modo, secondo Morsella, la situazione sperimentale creata nel corso della ricerca ha permesso di dimostrare come anche la sola richiesta di non fare qualcosa possa innescare due differenti tipi di pensiero non intenzionale, in grado di interferire con la genesi dei nostri pensieri coscienti.

Ciò è risultato essere vero soprattutto quando le immagini mostrate si riferivano a parole di breve lunghezza. Per esempio, quando veniva presentata un’immagine raffigurante un sole, ben l’80% delle persone affermava di aver evocato la parola “sole” e circa la metà di esse confermava di aver contato mentalmente fino a 3. Quando, invece, le immagini si riferivano a parole costituite da 6 o più lettere tale effetto diminuiva di oltre il 10%. Secondo Morsella, tale fenomeno potrebbe indicare il limite stesso dei processi non consapevoli capaci di influenzare la genesi dei nostri pensieri coscienti.

“In questo modo è stato possibile capire non solo come funziona la nostra mente, ma anche che, in alcune circostanze, dovrebbe essere proprio questo il modo in cui dovrebbe funzionare”, sostiene Morsella. Nonostante possa sembrare contro-intuitivo, egli ritiene infatti che l’incapacità di fermare l’azione dei pensieri non consapevoli sulla mente cosciente possa svolgere, in particolari circostanze, una funzione adattiva.

Per spiegare ciò a cui si riferisce, Morsella porta come esempio il sentimento di colpa che, nonostante il  valore affettivo negativo che veicola, risulta difficile da reprimere. Il fatto di sentirci in colpa dopo aver compiuto qualcosa di sbagliato ha lo scopo adattivo di portarci a cambiare il nostro comportamento in futuro, spiega Morsella, allo stesso modo l’incapacità di fermare l’insorgere di questo tipo di pensieri non consapevoli ha un significato adattivo e funzionale.

 

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Il Prof. Oliver Sacks affetto da un tumore terminale, condivide i suoi pensieri in una lettera aperta

 

Oliver Sacks, neurologo di fama mondiale e professore presso la New York School of Medicine, ha recentemente scoperto di avere un tumore in fase terminale. In questa commovente lettera aperta pubblicata sul New York Times condivide con il mondo le sue considerazioni su questa nuova, grave, consapevolezza:

 

I feel a sudden clear focus and perspective. There is no time for anything inessential. I must focus on myself, my work and my friends. I shall no longer look at “NewsHour” every night. I shall no longer pay any attention to politics or arguments about global warming.

This is not indifference but detachment — I still care deeply about the Middle East, about global warming, about growing inequality, but these are no longer my business; they belong to the future. I rejoice when I meet gifted young people — even the one who biopsied and diagnosed my metastases. I feel the future is in good hands.

I have been increasingly conscious, for the last 10 years or so, of deaths among my contemporaries. My generation is on the way out, and each death I have felt as an abruption, a tearing away of part of myself. There will be no one like us when we are gone, but then there is no one like anyone else, ever. When people die, they cannot be replaced. They leave holes that cannot be filled, for it is the fate — the genetic and neural fate — of every human being to be a unique individual, to find his own path, to live his own life, to die his own death…

Oliver Sacks on Learning He Has Terminal CancerConsigliato dalla Redazione

Oliver Sacks - Professor of Neurology at the NYU School of Medicine
I am now face to face with dying. But I am not finished with living. (…)

Tratto da: New York Times

 

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Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) in teatro operativo: interventi per aumentare la resilienza

Maurizio Stavola

Il PTSD maturato in un teatro operativo è diverso da quello nato a seguito di una catastrofe naturale, poiché investe la fiducia nei valori in nome dei quali il militare intraprende una professione profondamente integrata con la propria vita personale. Egli necessita, pertanto, di essere posto al centro di un percorso di studio psicologico del trauma che si confronti con la vulnerabilità della natura umana.

In guerra, nessuna persona è immune dal vivere un evento traumatico che può lasciare profonde ferite fino a manifestarsi in Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD). Una conferma a tale assunto è fornita dalle statistiche inerenti ai casi di diagnosi di PTSD tra i reduci dai teatri operativi.

E’ opportuno soffermarsi sull’idea che il PTSD maturato in un teatro operativo sia diverso da quello nato a seguito di una catastrofe naturale, poiché investe la fiducia nei valori in nome dei quali il militare intraprende una professione profondamente integrata con la propria vita personale. Egli necessita, pertanto, di essere posto al centro di un percorso di studio psicologico del trauma che si confronti con la vulnerabilità della natura umana.

Le conseguenze dell´evento traumatico (classificabili principalmente in sintomi di iperattivazione, sintomi intrusivi e sintomi di evitamento) sono influenzati dalla durata, dalla natura, dall’intensità dell’evento, dal particolare momento biografico dell’individuo e dalle sue peculiarità difensive che condizionano una serie di sviluppi fisio-psicologici e possono condurre a manifestazioni psicopatologiche a carattere acuto e cronico. La comparsa di queste espressioni patologiche dipenderà anche da una variabile individuale, determinata dalla capacità di adattamento del soggetto, denominata resilienza e capace di collocare e dare significato all’evento all’interno della propria storia personale.

Il trauma psichico può essere sinteticamente definito come una lacerazione improvvisa, violenta ed imprevedibile dell’integrità psichica, capace di provocare un’alterazione permanente delle capacità di adattamento del soggetto.

Le caratteristiche dell’evento traumatico, importanti da analizzare ai fini di una netta distinzione tra stress e trauma, sono la subitaneità e l’imprevedibilità, fattori che non permettono manovre difensive immediate. 

Tuttavia, negli ultimi anni sono state eseguite molte ricerche sul PTSD in ambito militare, soprattutto negli Stati Uniti che offrono una popolazione oggetto di studi di notevole rilevanza, i cui risultati hanno portato ad elaborare un percorso di supporto psicologico per i militari basato su interventi preventivi, d’emergenza e successivi all´impiego del militare in teatro operativo. Molti Paesi coinvolti in interventi operativi hanno, già da tempo, elaborato piani di supporto psicologico ai militari, dislocando, in ogni Reparto presente in teatro, un’Unità di Combat Stress Control, costituita da un nucleo operativo di Psichiatri e Psicologi.

Nel contempo, sono stati implementati appositi processi addestrativi e procedure riabilitative, ponendo una particolare enfasi su prevenzione, sensibilizzazione, empowerment e sostegno. Ciò significa che, prima di impiegare un militare in teatro operativo, sono attivati dei piani di formazione specifici, seguiti dal monitoraggio in loco, e, inoltre, viene fornito un supporto alle famiglie soprattutto in caso di eventi traumatici occorsi al congiunto.

E´ opportuno suddividere gli interventi sulla base di due differenti obiettivi temporali: breve/medio termine e lungo termine. Gli attori principali presi in considerazione come oggetto di intervento sono tre: i comandanti (al fine di fornire loro strumenti per riconoscere, valutare e supportare casi di PTSD), i combattenti e le famiglie. Il protagonista attivo dell´intervento è il personale qualificato (Psichiatri e Psicologi) che svolge un ruolo fondamentale durante tutto il Deployment Cycle (comprendente le fasi di dislocamento di un’Unità: pre-deployment, deployment, post-deployment).

Supporto a breve e medio termine

  • Pre-Deployment: un Team di Supporto in Patria (presso il contingente o durante il corso di indottrinamento) che opera al fine di far acquisire un´adeguata conoscenza sulla psicofisiologia dello stress in operazioni, sulle strategie di coping, sul controllo delle reazioni da combat stress ed affrontare le situazioni prevedibilmente traumatiche e stressanti tramite tecniche di gestione dell´evento traumatico, come ad esempio: Stress Inoculation Training (modalità di intervento psicologico per far fronte alle conseguenze disfunzionali dello stress sulla base di un modello di analisi dell’esperienza del soggetto sottoposto ad opportune sollecitazioni ambientali che rappresentano potenziali eventi traumatici.
    ) e Comprehensive Soldier Fitness Program (programma multifunzionale sviluppato da US Army per rafforzare la resilienza). L´attività da svolgere in questa fase è fondamentale, in virtù del fatto che il PTSD si presenta quando la reazione all´evento traumatico è pervasa da intensa paura, impotenza e orrore (criterio A2 secondo DSM-IV-TR, eliminato dalla lista dei criteri nel DSM 5 poiché esprime elementi soggettivi non utili ai fini diagnostici). Il livello di resilienza a questi tre elementi può aumentare con un adeguato addestramento basato sull´acquisizione di metodologie specifiche come: respirazione tattica (tecnica utilizzata per ottenere un controllo su risposte fisiologiche e psicologiche allo stress al fine di una migliore gestione della frequenza cardiaca, delle emozioni, della concentrazione e al fine di prevenire la paura intensa), esercitazioni in ogni scenario (per ridurre il senso di impotenza), inoculazione di fattori traumatizzanti (per limitare il senso di orrore);
  • Deployment: un Team di Supporto in teatro operativo costituito da personale specializzato in psicologia d´emergenza che utilizza strumenti specifici: colloqui e questionari, pronto soccorso emotivo individuale o di gruppo, programmi di gestione dello stress da incidenti critici come il defusing (tecnica di pronto soccorso emotivo basata su un intervento breve organizzato per il gruppo reduce da un evento traumatico da effettuare subito dopo l’episodio. L´intervento tende ad aiutare a diminuire la tensione e lo stress traumatico, attraverso la condivisione verbale dell’esperienza), tecniche di debriefing come il Critical Incident Stress Debriefing (il CISD mira a gestire emozioni intense attraverso la verbalizzazione del trauma, con il sostegno di un team o dei pari, sfruttando fattori terapeutici del gruppo utili alla riduzione dello stress post traumatico), tecniche di intervento sulla fatica da combattimento, interventi di desensibilizzazione e rielaborazione emozionale del trauma come l`Eye Movement Desensitization And Reprocessing (EMDR), terapie farmacologiche, strumenti di preparazione al rientro);
  • Post-Deployment: un Team di Supporto in Patria (presso il contingente o strutture sanitarie militari) che agisce al fine di supportare il personale con PTSD tramite tecniche specifiche (Terapia cognitiva-comportamentale, EMDR, terapie farmacologiche). Un militare potrebbe non facilmente poter evitare gli stimoli associati al trauma (criterio C sia nel DSM-IV-TR sia nel DSM 5) e dovrà affrontarli e riviverli tramite lenti processi di reintegro degli stessi utilizzando metodi di addestramento realistici (ad esempio i simulatori);
  • Supporto familiare: un Team di Supporto durante tutte le fasi del Deployment Cycle (presso il contingente o strutture sanitarie militari) al fine preparare e supportare il nucleo familiare (adulti e bambini). Il PTSD non ha impatto solo sul militare traumatizzato, bensì su tutti coloro che siano a lui legati. Occorrerà, quindi, intervenire anche sui suoi familiari per limitare qualsiasi conseguenza del trauma diretto o indiretto.

Supporto a lungo termine

  • Creazione di un Center for Deployment Psychology, all´interno del settore sanitario militare, che si occupi di ogni tipo di problematica psicologica inerente al dislocamento in teatro operativo e che possa coordinare le attività svolte dai Team di Supporto, svolgere corsi specialistici per formatori, comandanti, combattenti e familiari finalizzati alla preparazione agli eventi traumatici e allo stress conseguente, seguire il decorso del personale e dei familiari, elaborare studi statistici ed analizzarne i risultati, svolgere attività divulgativa sulla problematica;
  • Creazione di una Combat Military Psychology Community specializzata in attività di intervento durante il Deployment Cycle a stretto contatto con il mondo accademico e militare nazionale ed internazionale;
  • Supporto familiare Strutturato che possa far riferimento ad una struttura militare specializzata nel settore di intervento orientato alle famiglie;
  • Sviluppo di una logistica operativa orientata al benessere del militare nel periodo di dislocamento che possa aiutarlo a rafforzare la resilienza (attività fisica, sociale, culturale, spirituale, ludica).

 

La grande lezione che le guerre continuano ad impartirci è che esse non terminano con il cessate il fuoco, ma continuano nelle menti degli attori, attivi e passivi, i quali sviluppano spesso conseguenze potenzialmente debilitanti.

Ogni militare, prima di essere inviato in teatro operativo, necessita di acquisire un addestramento specifico finalizzato ad affrontare al meglio ogni evento potenzialmente traumatico. Non recuperare un militare che ha subìto un trauma significa rischiare di avere un professionista che non ha superato l’evento critico, con tutte le conseguenze derivabili sul piano socio-comportamentale e visibili sia in ambito lavorativo sia privato.

Per raggiungere efficacemente l’obiettivo di riabilitare un militare dopo un evento traumatico è necessario elaborare un programma di supporto psicologico, da svolgere durante il Deployment Cycle, caratterizzato da una multidimensionalità di intervento e da immediatezza dell’azione, a sostegno del militare e anche della sua famiglia, basato su un approccio olistico alla problematica, definendo un insieme di interventi tra loro armonicamente collegati.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • American Psychiatric Association. (2000). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quarta Edizione Rivista. Tr. it. Milano. Masson.
  • American Psychiatric Association. (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, Quinta. it. Raffaello Cortina Editore. ACQUISTA

SITOGRAFIA:

Arti marziali & benessere psicologico – II parte

LEGGI LA PRIMA PARTE DELL’ARTICOLO

Nelle arti marziali così intese, il tramite principale tra corporeità, lo sviluppo delle capacità autoregolatorie e le potenzialità interiori della persona, è la respirazione. Nel tai chi chuan le tecniche vengono eseguite sempre sulla base di un corretto allineamento dei segmenti osteo-muscolari, tra di loro e rispetto alla forza di gravità.

La pratica marziale condotta da un istruttore esperto e preparato richiede all’allievo un continuo monitoraggio degli stati del suo corpo. Ciò serve per raggiungere una condizione di rilassamento dalle tensioni muscolari che compromettono la qualità della tecnica. Il bravo istruttore segnala gradualmente e in modo sempre più sofisticato quale segmento del corpo è teso e impedisce la fluidità del movimento; porta continuamente l’attenzione dell’allievo in quel segmento, abituandolo a compiere poi da solo questa operazione in modo sempre più sofisticato ed efficace. In altre parole, l’istruttore favorisce un’amplificazione della percezione dello stato del corpo dell’allievo.

Questa amplificazione propriocettiva ed enterocettiva col tempo si estende oltre i momenti della pratica, ed è facilmente rievocabile anche nel corso di stati emotivi problematici. A lungo andare l’allievo vede incrementare la propria capacità di decodificare lo stato del suo corpo, e di modificarlo sensibilmente, anche in situazioni che esulano dal contesto dell’allenamento.

Nelle fasi più avanzate dell’apprendimento, la pratica è tesa  a sviluppare una coesione mentale di ordine superiore, che deriva dalla capacità di regolare gli stati mentali problematici regolando il corpo. L’allievo impara a riconoscere che uno stato mentale ansioso, preoccupato, si associa costantemente a uno stato del corpo specifico; mentre uno stato mentale efficace, pronto, recettivo e concentrato si associa ad uno stato del corpo rilassato e fluido. Diventerà automatico conservare nel corpo la memoria dello stato rilassato e riprodurlo quando è necessario.

Nelle arti marziali così intese, il tramite principale tra corporeità, lo sviluppo delle capacità autoregolatorie e le potenzialità interiori della persona, è la respirazione. Nel tai chi chuan le tecniche vengono eseguite sempre sulla base di un corretto allineamento dei segmenti osteo-muscolari, tra di loro e rispetto alla forza di gravità. Questo allineamento crea le condizioni per una “centratura” del corpo rispetto allo spazio; mentre ogni movimento imparerà ad essere generato dal ritmo della respirazione diaframmatica profonda. Il respiro decide il ritmo e la forza del movimento. Se il respiro viene emesso lentamente e gradualmente, il corpo, centrato, si muoverà lentamente. L’emissione violenta del respiro produrrà un movimento esplosivo.

Lo studio di questa respirazione nel contesto del tai chi chuan ha importanti implicazioni psicologiche. Esistono prove sperimentali su come essa sia correlata significativamente con una riduzione dello stress (Lee et al., 2003; Zhang et al., 2014). Chapell, in un articolo apparso nel 1994 su Perceptual and Motor Skills, ha indagato la relazione tra respirazione diaframmatica e mediatori cognitivi dello stress. L’ipotesi che l’autore propone su base empirica è che l’evidente riduzione dello stress determinata dalla respirazione diaframmatica sia dovuta a un’attenuazione del cosiddetto “chiacchierio interno”, quella sorta di rumore cognitivo di fondo, che in alcuni soggetti si intensifica fino alla ruminazione, e che occupa la nostra mente durante le attività quotidiane, impedendo una vera attenzione sulle cose e sul momento presente. Il chiacchierio interno si  associa ad attivazioni involontarie e irregolari dei movimenti respiratori e dei muscoli connessi con la fonazione; movimenti simili a quelli che si realizzano quando parliamo realmente.

La respirazione diaframmatica, grazie alla sua lentezza, regolarità e profondità, compete secondo Chapell con quelle attivazioni muscolari irregolari, quindi ridurrebbe il chiacchierio interno associato ad esse. L’attenuazione del chiacchierio interno implica un rallentamento della successione dei pensieri, soprattutto quelli afinalistici e fuori contesto. La mente diventa più attenta e focalizzata sul momento presente, perchè più libera dal rumore di fondo del chiacchierio interno e dalla sollecitazione neurovegetativa ad esso correlata. Diverrà più facile e immediata l’intuizione delle connessioni tra eventi contingenti e pensieri, e dei processi mentali che ci portano ad attribuire significati spesso disfunzionali a quanto ci accade, alimentando emozioni negative.

Su questa base sarà possibile porre sotto uno sguardo critico quei processi. Riusciremo più prontamente a dire a noi stessi che quel dato evento ha generato in noi un’emozione così dolorosa perchè lo abbiamo letto in un determinato modo; comprenderemo che è stata la nostra lettura, la percezione di sè che dietro essa si cela, a dotare l’evento di una carica così dolorosa. Il chiacchierio interno sarà allora sostituito da un “dialogo” interno della mente con se stessa e della mente col corpo. Sulla base di questo dialogo abbiamo inoltre accesso al senso della sostanziale transizionalità dell’emozione negativa: l’emozione  è alimentata dal significato doloroso; non appena rivediamo criticamente quel significato, l’emozione si disperde o si attenua.

I risultati di Chapell hanno ricevuto numerose conferme empiriche. Per esempio, Philippot e Dallavalle (1998) hanno mostrato come le modalità e la qualità delle respirazione abbiano un impatto significativo sullo stato emotivo: la respirazione diaframmatica è correlata con una più efficace regolazione emotiva, e quindi con un maggior benessere psicologico.

Esistono diverse evidenze empiriche circa i meccanismi fisiologici alla base di questa correlazione. Gli ampi movimenti che il diaframma compie attraverso le fasi di questa respirazione determinano un’alternanza continua di compressione e decompressione degli organi addominali.

Lo studio di Zhang et al. (1992), ha misurato le variazioni di pressione esofagea e gastrica nelle fasi di inspirazione ed espirazione durante la pratica del tai chi chuan in un gruppo di otto soggetti. Gli autori hanno riscontrato che le variazioni significative di pressione negli organi addominali determinata dalle escursioni diaframmatiche genera le condizioni per una sorta di “massaggio dolce” agli organi addominali stessi. Questo determina a sua volta una vasodilatazione e un conseguente aumento della superficie del letto capillare. Il flusso ematico nei tessuti aumenta, il metabolismo cellulare viene stimolato e viene favorita l’eliminazione delle sostanze di rifiuto.

Inoltre, la stimolazione meccanica degli organi addominali e l’aumento della pressione negativa toracica determinato dall’ampia escursione diaframmatica in inspirazione favoriscono un aumento naturale del ritorno venoso; il che si traduce in un miglioramento dell’efficienza dei processi che fanno riconfluire il sangue dagli organi addominali e toracici alle vene cave e quindi al cuore, che può a sua volta trasferirlo più efficacemente nel circolo sistemico. Questo si traduce in un aumento del flusso a livello di tutti gli organi peiferici e in una loro più efficace ossigenazione e nutrizione. Dal punto di vista fisiologico, quindi, i benefici di questo tipo di respirazione saranno evidenti a livello sistemico.

Esistono diverse prove empiriche dei benefici della pratica protratta della respirazione tai chi anche sulle funzioni cerebrali superiori. Litscher e collaboratori (2001), per esempio, hanno studiato gli effetti sulle funzioni corticali in due maestri mediante ultrosonografia doppler, riscontrando un aumento del flusso ematico cerebrale, con conseguente miglioramento dell’ossigenazione e dell’efficienza delle cellule nervose. Altri studi mostrano una correlazione significativa tra pratica del tai chi chuan e miglioramento della modulazione vagale, che a sua volta è correlata con sensazioni soggettive di calma e tranquillità (Lu e Kuo, 2003).

Questo dato è coerente con quanto riportato da Ryu et al. (1996), che aveva evidenziato un significativo incremento dei livelli ematici di endorfina durante la respirazione tai chi. Altri autori hanno evidenziato gli effetti benefici che questi cambiamenti neurofisiologici determinano sulla qualità del sonno (Li et al., 2004), sui sintomi depressivi (Tsang et al., 2002), sui sintomi ansiosi (Sharma & Haider, 2014), e più in generale sul benessere psicologico (Tsang et al., 2003).

Questi sono solo alcuni tra i riscontri empirici più significativi sul rapporto tra arti marziali e benessere psicologico. Prima di concludere, però, può essere interessante citare un dato di review nettamente contrastante. Endresen e Olweus (2005) hanno esaminato i possibili effetti dei “power sport” (tra cui le arti marziali orientali) sul comportamento aggressivo e antisociale nei soggetti tra gli 11 e i 13 anni, riscontrando che queste discipline sembrano correlate con un’amplificazione di tali condotte.

Come spiegare una discrepanza del genere? Equilibrio psicofisico, sviluppo delle potenzialità personali, regolazione emotiva…tutte chiacchiere? In realtà, andando al sodo, sempre di menare le mani si tratta? La risposta più ovvia spontanea. Dipende dal maestro. Esattamente come per la psicoterapia.

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BIBLIOGRAFIA:

Attacco di panico: che cos’è e come funziona?

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (04)

 

 

L’Attacco di Panico è un periodo di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo e accompagnati da almeno sintomi cognitivi o somatici. L’attacco di panico raggiunge rapidamente l’apice e si manifeste con breve durata, solitamente non superiore ai 10 minuti.

Gli attacchi di panico possono essere

(1) inaspettati quando non è possibile associare l’attacco a un fattore specifico preciso,

(2) sensibili alla situazione se sono associati a contesti specifici (es: la guida in autostrada).

I sintomi che possono caratterizzare l’attacco di panico sono: palpitazioni, cardiopalmo o tachicardia, sudorazione, tremori fini o a grandi scosse, sensazione di soffocamento, dolore o fastidio al petto, nausea o disturbi addominali, sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento, derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da se stessi), paura di perdere il controllo o di impazzire, paura di morire, parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio), brividi o vampate di calore.

Il circolo del panico si fonda sulla paura della paura, cioè il timore di tutti quei segnali fisici che corrispondono alla paura (es: affanno, tachicardia, brividi, pressione al petto ecc…). La paura è un emozione che si attiva quando l’individuo percepisce una minaccia. La paura prepara il corpo a reagire a questa minaccia. 

Cosa succede quando uno dei segnali corporei della paura viene esso stesso interpretato come una minaccia (paura della paura)? Il corpo reagisce aumentando i segnali della paura. Si innesca in questo modo un vortice di apprensione e la paura si trasforma in panico.

Il vortice del panico è favorito dal fatto che il cambiamento fisiologico iniziale è spesso improvviso e inspiegabile. Il panico può spaventare a tal punto da diventare oggetto di preoccupazione anticipatoria. Cioè la persona può iniziare a temere di avere nuovi attacchi di panico.

Il rischio è reagire evitando tutte le situazioni che possono attivare un attacco di panico oppure affrontare le situazioni solo se accompagnati da qualcuno. In questo modo si innesca un problema di agorafobia, intesa come la paura relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali può essere difficile (o imbarazzante) allontanarsi, o nei quali può non essere disponibile aiuto in caso di un improvviso attacco di panico. Una delle conseguenze pericolose dell’agorafobia è quello di ridurre l’autonomia e rinunciare ad attività quotidiane piacevoli o utili per la soddisfazione personale.

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Viene chiamata “Dark tetrad”, concetto che aggiunge aspetti di sadismo alla “Dark Triad“, la triade nera, quel gruppo di personalità caratterizzate da tratti narcisistici, psicopatici e machiavellici. Sono più comuni di quanto ci si aspetta e si incontrano spesso nei ruoli dirigenziali, negli uffici, tra i business man. Sono persone maligne e sfruttatrici ma non così tanto da cadere in azioni malevoli tali da essere allontanate o arrestate. Ma una cosa è certa: è importante saperle riconoscere. 

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Many features of corporate psychopaths can be mistaken for leadership or positive traits. For instance, their lack of emotional responsiveness can be seen as a good business trait for leaders to possess, their grandiose promises and ambition to be successful can be seen positively for corporations.

How to tell if the guy in the next cubicle is an everyday sadistConsigliato dalla Redazione

The Dark Tetrad of personalities: they don’t get along? They get ahead. (…)

Tratto da: Quartz

 

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