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Facebook: il confronto con gli altri può renderci depressi? – Psicologia del Social Network

FLASH NEWS

“Facebook può essere un passatempo salutare e divertente se lo si utilizza per restare in contatto con la propria famiglia o con qualche vecchio amico. Tuttavia, se esso è utilizzato per indagare il benessere economico di un conoscente o la relazione sentimentale di un amico intimo – cose che causano invidia agli altri utenti – può conseguirne lo sviluppo di una sintomatologia depressiva”.

L’utilizzo di Facebook è diventata un’attività quotidiana per molti milioni di persone, nel bene e nel male. Proprio perché l’impatto di tale social network è stato così ampio, gli psicologi sono interessati ad approfondire il vissuto emotivo a esso associato e studiare il modo in cui il suo utilizzo quotidiano può influenzare la salute mentale degli individui.

In particolare, i ricercatori dell’University of Missouri hanno scoperto che l’utilizzo di Facebook può suscitare invidia tra i suoi fruitori, portando conseguentemente allo sviluppo di sintomi depressivi. Margaret Duffy, docente di comunicazione strategica presso l’ MU School of Journalism, afferma che la modalità e gli scopi con cui si utilizza il social network determinano le reazioni emotive delle persone. Più precisamente, “Facebook può essere un passatempo salutare e divertente se lo si utilizza per restare in contatto con la propria famiglia o con qualche vecchio amico. Tuttavia, se esso è utilizzato per indagare il benessere economico di un conoscente o la relazione sentimentale di un amico intimo – cose che causano invidia agli altri utenti – può conseguirne lo sviluppo di una sintomatologia depressiva”.

Insomma, un conto è l’utilizzo intelligente di un social network in quanto tale, ovvero come strumento per mantenere attivamente una rete di contatti interpersonali; diverso è invece utilizzarlo per ficcanasare, spettegolare, scuriosare i fattacci altrui e rimanere costantemente delusi e insoddisfatti quando qualcuno dei nostri contatti pubblica le foto di una vacanza costosa in qualche luogo da favola, o immortala momenti intimi di apparente perfezione con il proprio partner o, ancora, fotografa la propria lussuosa auto nuova fiammante.

Quello che Duffy e Edson Tandoc, dottorando presso l’MU ed assistente docente presso la Nanyang Technological University a Singapore, definiscono “survelliance use of Facebook”, consiste nel servirsi di esso come strumento per confrontare la propria condizione e stile di vita con quelli altrui.

In questo studio, gli autori hanno osservato molti giovani utenti intenti nell’utilizzo del social network, concludendo che nel momento in cui se ne fa un utilizzo del tipo “surveillance” si tendono a provare sentimenti d’invidia ed una serie di sintomi depressivi ad essa associati. Queste persone dimenticano probabilmente che uno dei motivi che spinge le persone ad utilizzare i media è la possibilità di riflettere tramite questi un’immagine positiva di sé stessi. Insomma, provare invidia, oltre ad essere controproducente, è anche del tutto immotivato: nessuno pubblicherà mai foto del proprio partner colto sul fatto mentre tradisce, nessuno diffonderà un selfie scattato nel momento successivo alla comunicazione del proprio licenziamento, nessuno condividerà la foto di quel giorno che siamo tornati a casa e l’abbiamo trovata devastata dopo che degli abili topi d’appartamento vi hanno fatto visita. Sarebbe comunemente ritenuto assurdo dare un’immagine di sé stessi come traditi, licenziati, derubati … in altre parole, deboli e sfortunati. Sarebbe un colpo basso inferto alla propria autostima!

“E’ importante che si studi l’impatto dei social media” dice Tandoc.Basandoci sui nostri studi, che d’altra parte sono in linea con quanto riscontrato fino ad ora da altri ricercatori, l’utilizzo di Facebook può avere effetti positivi sul benessere personale. Ma quando causa invidia tra gli utenti, allora questa è tutta un’altra storia. Le persone dovrebbero essere consapevoli di quanto sia importante nella nostra società l’immagine che si dà di sé stessi, motivazione che spinge gli individui a postare solo foto e commenti che possano dare un’idea positiva e un aiutino all’autostima che, probabilmente, è tanto scarsa da calpestarla. Questa consapevolezza diminuirebbe senz’altro i sentimenti d’invidia e il conseguente sviluppo di tratti depressivi, dandoci modo di utilizzare Facebook come quel che dovrebbe essere, una risorsa che ci consenta di mantenere attiva la nostra rete sociale.”

 

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Il contagio emotivo su Facebook è possibile? I risultati della ricerca

 

BIBLIOGRAFIA:

Psicologia: Bando 2015 per 2 Borse di Studio da 3000€

!!! SCADENZA 31 MARZO 2015 !!!

È indetto pubblico CONCORSO NAZIONALE per l’assegnazione di due borse di studio dell’importo di € 3.000,00 (€ Tremila/00) ciascuna per un lavoro inedito in materia di NEUROSCIENZE e PSICOLOGIA sul tema:

MALATTIE NEURODEGENERATIVE: ASPETTI CLINICI, PSICOLOGICI ED ASSISTENZIALI

La partecipazione al concorso è riservata:

  • laureati in Medicina e Chirurgia
  • laureati in Psicologia

che abbiano conseguito il titolo non prima dell’anno accademico 2005/2006. I lavori, inediti, devono pervenire in sei copie entro il 31 MARZO 2015 alla

 

Segreteria del Premio Nazionale

Fondazione “Opera Santi Medici Cosma e Damiano – Bitonto – ONLUS” Piazza Mons. Aurelio Marena, 34 – 70032 Bitonto (Ba)

 

I lavori, in formato cartaceo e digitale su cd rom, anonimi e contrassegnati da un motto, devono essere chiusi in un plico che dovrà altresì contenere una busta chiusa con all’interno:

  • foglio che riporti il motto e le generalità del candidato;
  • copia del certificato di Laurea e/o attestato del Responsabile del Centro presso cui il lavoro di ricerca è stato eventualmente effettuato;
  • sintesi del lavoro presentato (non più di tre cartelle);
  • curriculum vitae et studiorum del candidato;
  • dichiarazione del consenso del trattamento dei dati personali ai sensi del D. Lgs. 196 del 2003.

Il giudizio della Commissione esaminatrice, composta da rappresentanti della scienza medica, nominata e presieduta dall’Arcivescovo di Bari-Bitonto, è insindacabile.

Il Premio Nazionale Santi Medici sarà consegnato nel mese di Maggio 2015

SCARICA LA LOCANDINA

 

 ARGOMENTI CORRELATI: PSICOLOGIANEUROSCIENZE

PREMIO STATE OF MIND PER LA RICERCA IN PSICOLOGIA E PSICOTERAPIA

Giornata mondiale della sindrome di Asperger: i mille volti del disturbo in tv e al cinema

Dal protagonista di “Adam” a Sheldon Cooper di “The big bang theory”: i mille volti della sindrome di Asperger al cinema e in tv

Il 18 febbraio, in occasione della Giornata mondiale sulla sindrome di Asperger, Erickson e Spazio Asperger ONLUS presentano una carrellata sulle rappresentazioni cinematografiche di un disturbo molto più diffuso di quanto si creda.

Domani, 18 febbraio, è la giornata mondiale della Sindrome di Asperger, una condizione dello spettro autistico lieve che nelle persone si traduce in una serie di difficoltà nella reciprocità sociale ed emotiva, e nella comunicazione non-verbale.

ARTICOLI E RISORSE SU: DISTURBI DELLO SPETTRO AUTISTICO

Le persone Asperger hanno un profilo atipico per quanto riguarda sensi, emozioni, pensieri e comportamenti. Possono sembrare persone bizzarre o maleducate, solitarie o altezzose. E con interessi limitati, preoccupazioni inusuali e una certa propensione verso azioni ripetitive e atipiche.

[blockquote style=”1″]Sono le persone che nessuno immagina che possano fare certe cose quelle che fanno cose che nessuno può immaginare.[/blockquote]

Dal film “The Imitation game”

Sicuramente tutti noi abbiamo incontrato almeno una persona Asperger. Forse l’abbiamo giudicata semplicemente un po’ insolita, fuori dagli schemi. Mentre ne abbiamo conosciute molte altre attraverso gli schermi televisivi e cinematografici. Tra film e serie tv, la Sindrome di Asperger è stata raccontata in molti modi diversi e proprio le storie narrate nei film ci permettono di capirla un po’ più facilmente. Con la consulenza di David Vagni di Spazio Asperger Onlus abbiamo cercato di ricostruire l’unicità e l’identità nella Sindrome di Asperger attraverso la sue diverse rappresentazioni. Perché così come ogni Asperger è diverso, ogni personaggio può manifestare, esplicitamente o in maniera latente, solo alcuni tratti della sindrome.

C’è però un aspetto che accomuna le storie di molti Asperger: «È il senso di non appartenenza, la costante sensazione di essere pesci fuor d’acqua, fuori sincronia e sordi alla danza sociale che avviene intorno a noi. È la Solitudine dei numeri primi» dice David Vagni.

ARTICOLI SU: IL SENSO DI APPARTENENZA

Uno dei più famosi “numeri primi” narrati dal cinema è Adam, un ragazzo cresciuto, a causa delle sue difficoltà, in un ambiente iperprotettivo, consapevole di essere Asperger e intrappolato da questa etichetta. Non riesce a capire i desideri e i sentimenti degli altri. Vive una storia di amore intensa ma piena di incomprensioni a causa delle sue interpretazioni letterali e della sua tendenza a dire sempre tutto quello che gli passa per la mente.

Molto diverso è Oskar: a soli 9 anni, se ne va in giro con già in tasca un biglietto da visita. Spinto al miglioramento dal padre, è un bambino brillante, con interessi particolari, differenti da quelli dei coetanei. Ha un linguaggio molto ricercato, ricco di termini enciclopedici. Oskar esplora New York con la sua macchinetta fotografica e registra persone, oggetti, dettagli. Ha bisogno di trasformare la vita in immagini da non dimenticare. Ma non provate ad abbracciarlo, altrimenti si agita. E se lo invitate a una festa, non alzate il volume della musica perché i suoni alti lo farebbero gridare. Emozioni? Intense e difficili da esprimere. Il suo mondo è Molto forte incredibilmente vicino. Vi condurrà in un’avventura di crescita personale.

Ben-X, come accade spesso nei ragazzi Asperger, ha come proprio interesse specifico il computer, in particolare un gioco di ruolo online, dove impersona un cavaliere leale e dalla forte integrità morale che difende la principessa Scarlite, avatar di una ragazza che guiderà il giovane nel corso del film verso un´imprevedibile soluzione finale. Ben subisce, senza riuscire a capire come evitarla, l’aggressione di coetanei bulli che arrivano a umiliarlo al punto di fargli decidere di abbandonare la scuola e ritirarsi a vivere segregato in casa. Come sostiene lo psicologo australiano Tony Attwood, il più grande esperto mondiale sulla sindrome di Asperger, questi ragazzi «non soffrono a causa della sindrome, ma a causa delle persone che li circondano».

Anche se è certo che la sindrome di Asperger è più comune nei ragazzi che nelle ragazze, negli ultimi tempi donne e ragazze Asperger che iniziano a essere rappresentate anche nei film.

Il riccio presenta un bel rapporto tra una giovane Asperger e un mentore saggio in grado di capirla. I problemi alimentari e famigliari si intrecciano con i preconcetti di una cultura che non accetta la diversità. Destino migliore Amelie che ci trasporta nel suo fantastico mondo. Un personaggio che sembra uscito da una favola, ingenua e pulita, desiderosa di aiutare il prossimo e capace di stupirsi davanti alle piccole cose. Una storia felice che spesso purtroppo nella realtà non è tale.

Passando ai telefilm, incontriamo Bones, antropologa forense le cui abilità sul lavoro e la cui onestà sono inversamente proporzionale alle sue abilità sociali. Completamente diversa è Lisbeth: giacca in pelle nera, piercing, tatuaggi. Odia gli Uomini che odiano le donne. Calcolatrice e a volte spietata è tra i migliori hacker al mondo. La sua storia costellata di abusi e violenza ha nascosto a lungo il suo cuore.

Come dice Attwood: «Ci sono le brave ragazze, perfette nell’evitare i guai, anche troppo. E quelle che dicono: “Ah. Va all’inferno. Mi tingo i capelli, mi faccio piercing e tatuaggi. Odio il mondo e… vada a quel paese… il mondo intero!” Ed escono fuori dai binari perché odiano il mondo e quindi pensano: “Perché dovrei essere coerente?”».

Un altro tipo di donna Asperger è presente in Crazy in Love, film che racconta la storia di amore tra due Asperger, in qualche modo prototipi di due lati spesso mescolati caoticamente dell’essere Asperger. Ragione ed emozione. Un ragazzo rigido, preciso e iper-razionale; una donna artistica ed emotiva: come andrà a finire?

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Protagonista di una famosissima sit-com è Sheldon Cooper: fisico teorico di professione, ossessivo e infantile, all’apparenza cinico, spesso in rapporto conflittuale con il suo gruppo di amici in The Big Bang Theory, uno stereotipo comico della sindrome di Asperger che attraverso l’ironia rende possibile l’accettazione. Altro scienziato, questa volta storico, è Alan Turing, ritratto in The Imitation Game. Il suo contributo alla criptografia ha permesso di salvare milioni di vite durante la seconda guerra mondiale.

Perché, quindi, non chiudere questo breve carosello con una delle frasi finali del film: “Ora, se desidereresti essere nato normale… Ti posso giurare che io non lo desidero. Il mondo è un posto infinitamente migliore precisamente perché non lo sei”.

 

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Disturbi dello Spettro Autistico – Autismo

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Le Edizioni Centro Studi Erickson si occupano dal 1984 di didattica, educazione, psicologia, lavoro sociale e welfare attraverso la produzione di libri, riviste, software didattici e servizi on-line. Pubblicazioni molto conosciute e apprezzate, perché affiancano la presentazione scientificamente rigorosa di teorie e metodologie innovative a suggerimenti operativi, studi di caso e buone prassi. Attualmente le Edizioni Erickson hanno un ricco catalogo che tocca i temi delle difficoltà di apprendimento, della didattica per il recupero e il sostegno, dell’integrazione delle persone diversamente abili, delle problematiche adolescenziali e di quelle sociali. Ampio spazio è dedicato anche all’autismo e alla sindrome di Asperger.

Spazio Asperger ONLUS è un’associazione di professionisti e persone nello Spettro Autistico, impegnata nella ricerca scientifica e nella diffusione di buone pratiche e cultura attraverso la formazione e il supporto di persone, famiglie e professionisti. La sua missione è la valorizzazione della neurodiversità attraverso l’educazione, la comprensione e l’inclusione sociale.

Per maggiori informazioni: [email protected]

Dalla paura all’ansia – Introduzione alla Psicologia (03)

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (03)

 

 

Ansia e paura hanno lo stesso interruttore nel cervello, ovvero sono codificate nella medesima area cerebrale, ma i motivi per cui si manifestano sono diversi.

 

Proviamo a fare un gioco? Chiudi gli occhi e immagina qualcosa di molto spaventoso. D’istinto, cosa hai voglia di fare? Scappare, giusto! Infatti, la fuga è la prima reazione automatica che utilizziamo quando percepiamo di essere in pericolo. Lo scopo è quello di difenderci o di scappare dalla situazione pericolosa.

Questa risposta, chiamata in gergo ‘attacco-fuga’, è accompagnata da una serie di modificazioni fisiologiche che avvengono nel nostro corpo: il cuore batte più velocemente del solito, ci sentiamo tesi, respiriamo rapidamente, sudiamo, abbiamo la bocca secca e siamo molto più vigili perché dobbiamo capire istantaneamente cosa fare per metterci al sicuro o ci paralizziamo totalmente. La paura è una emozione provata da tutti, soprattutto in condizioni di reale pericolo.

Capita, a volte, che la paura diventi qualcosa di diverso e, a questo punto, ci troviamo a imboccare un sentiero più tortuoso e dissestato, che chiameremo ansia.

Ansia e paura hanno lo stesso interruttore nel cervello, ovvero sono codificate nella medesima area cerebrale, ma i motivi per cui si manifestano sono diversi. Nel primo caso, quando proviamo paura, siamo spaventati da qualcosa di reale. Se dovessimo sostenere un esame, è normale aver paura, ma nel momento in cui vorremmo andasse tutto secondo i nostri piani, cioè prendere assolutamente un trenta e lode, e chiaramente non si ha la certezza che questa cosa si verifichi, allora parleremo di ansia e non di paura. Insomma, l’ansia si scatena quando si effettuano previsioni negative e catastrofiche su eventi percepiti come importanti o pericolosi.

Anche in questo caso ci sono una serie di modificazioni fisiologiche simili a quelli della paura: giramenti di testa, vertigini, senso di confusione, mancanza di respiro, senso di costrizione o dolori al torace, appannamento della vista, senso di irrealtà, il cuore batte in fretta o salta qualche battito, perdita di sensibilità o formicolii alle dita, mani e piedi freddi, sudore, rigidità muscolare, mal di testa, crampi muscolari, paura d’impazzire o di perdere il controllo.

Insomma, un’esperienza molto intensa che può spaventare molto.

L’ansia è generata spesso dalle valutazioni che si effettuano su un determinato evento, o meglio dai pensieri, previsioni il più delle volte, su quello che accadrà in futuro. Nell’incertezza che un evento possa non andare come ci piacerebbe, vorremmo controllare evenienze nefaste, a questo punto l’ansia aumenta e si alimenta.

L’ansia, però, potrebbe presentarsi anche senza un motivo apparente, manifestandosi in modo eccessivo e privo di ogni controllo. In questo caso si otterrà una risposta eccessiva e sproporzionata, che innescherà sensazioni di ansia future.

In generale, i pensieri che possono generare ansia sono:

  • Sopravvalutazione del pericolo: Se mi espongo in pubblico sarò un fallimento
  • Sottovalutazione delle proprie capacità di affrontare una situazione: non essendo capace di gestire una situazione di gruppo, allora la evito

Quando le situazioni generano un’ansia difficili da gestire in maniera autonoma e appropriata , ci si rivolge a un psicoterapeuta che fornisce gli strumenti adeguati per affrontarla.

Anche questo viaggio è finito, ci diamo appuntamento alla prossima settimana.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Morto un vecchio frac se ne fa un altro? – Musicoterapia

Quel gruppo mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta su come una semplice (ma non banale…) canzone possa essere ricca di significati personali e di letture diverse e possa essere uno strumento utile anche nel lavoro con persone affette da patologie psichiatriche gravi.

Non avevo mai ascoltato bene il testo della canzone Vecchio frac di Domenico Modugno (1955), fino a quando un paziente ha chiesto di ascoltarla durante il gruppo di musicoterapia che tengo settimanalmente nel reparto psichiatrico dove lavoro. Quella mattina il gruppo era iniziato in modo insolito, con due giovani pazienti che avevano pensato di farmi una sorpresa intonando a cappella, dall’inizio alla fine, la celeberrima Margherita di Cocciante (che non sentivo dai tempi delle gite in pullman alle medie). Oltre a portarmi vicino alla commozione, queste sorprese tendono a spiazzarmi e ad alleggerire di un bel po’ la pesantezza e la difficoltà dell’usurante lavoro nell’ istituzione psichiatrica, che per sua natura ha la tendenza a mettere la malattia davanti alla persona (“lunedì trovami un posto letto per uno psicotico”, “No signora, in questo reparto curiamo solo i disturbi del comportamento alimentare, che però non abbiano mai commesso gesti autolesivi”, etc.).

Il brano di Modugno racconta di quest’uomo elegantissimo, un po’ speciale e completamente immerso in una peregrinazione nella solitudine della notte. Tranne un gatto occasionale, gli altri personaggi della canzone sono tutti soggetti inanimati (strade, caffè, fanali, bastone, etc.) e senza quasi che te ne accorgi l’uomo va incontro leggero e fischiettante al tragico finale in cui il frac “se ne scende lentamente, sotto i ponti verso il mare, verso il mare se ne va…”, lasciandoti una sensazione di stupore e di lieve sgomento. Non mi sarei aspettato che nel lontano 1955 il grande Modugno potesse cantare di un suicidio in modo quasi spensierato, ispirato tra l’altro da un fatto reale (il suicidio del principe Raimondo Lanza di Traiba che si defenestrò da un hotel romano).

Il problema era che quella mattina nella sala, su dieci partecipanti al gruppo, almeno quattro avevano considerato seriamente il suicidio nell’ultimo periodo o l’avevano tentato e questo un po’ mi preoccupava, forse in nome del “primum non nocere”, uno dei principi cardine della medicina, che ti inculcano già dai primi anni di università. Capita infatti abbastanza frequentemente che certi brani, proprio per il potere evocativo della musica, possano causare forti reazioni emotive soprattutto nelle persone con la “pelle psichica” più sottile, come i pazienti con personalità borderline, con il rischio conseguente che in questi stati mentali commettano qualche agito.

Lo spettro del suicidio poi, anche solo tentato, aleggia costantemente nei luoghi di cura della psichiatria e nelle teste degli operatori psichiatrici, ben consapevoli in realtà che se uno è determinato a farlo, non può essere impedito neanche da un ricovero nell’ ospedale più sicuro del mondo.

In realtà quella volta, come spesso succede nel nostro lavoro, andò molto diversamente da come paventavo. La persona che aveva fatto la richiesta motivò la propria scelta dicendo che il brano risuonava con i propri pensieri di poter scomparire dal mondo e questo gli procurava una certa serenità e un senso di liberazione dalla sofferenza. Altre persone, anche quelle con recenti tentativi in anamnesi, condividevano lo stesso pensiero e non parevano per nulla turbate dalle parole di Modugno.

Mi pare che questo atteggiamento possa confermare le attuali tendenze psicoterapiche, sempre più ricche di evidenze, che considerano fondamentale l’accettazione anche dei fenomeni mentali più spaventosi. L’evitamento della sofferenza mentale e la tendenza a scappare dall’esperienza psicologica sgradita in realtà possono rappresentare dei fattori di rischio rispetto alla messa in atto di comportamenti suicidari (Luoma JB e Villatte JL, 2011). D’altra parte la sola presenza di ideazione suicidaria, pur meritando sempre la massima considerazione, può tuttavia essere presente in modo transitario in tantissime persone (in certi studi fino al 30%) della popolazione generale (ten Have et al., 2009), senza esitare in gesti autolesivi.

Tornando al gruppo di quella mattina, solo una voce si distingueva dal “coro”: quella di una delle ragazze che all’inizio mi aveva cantato la canzone di Cocciante. Anche lei pareva rasserenata dall’ascolto, ma per un motivo diverso. Nel brano trovava infatti la ricerca del nuovo, immaginando che il protagonista gettasse il proprio frac nel fiume, liberandosi di un pesante fardello per indossare un vestito diverso (“si chiude una porta e si apre un portone!”).

Leggendo il testo anche questa interpretazione ci può stare, perché letteralmente sono il frac e il cilindro a galleggiare, anche se poi nell’ ultima strofa si parla di un “Addio al mondo”, che potrebbe essere inteso (con un eccesso di ottimismo) come il vecchio mondo della persona, pronto a essere rinnovato. La ragazza era alla fine del ricovero e forse, anche grazie al percorso compiuto, mostrava un atteggiamento più positivo, più capace di rielaborare ulteriormente gli stimoli della canzone.

Il gruppo accolse bene anche questa diversa lettura del brano ed alcuni mostrarono un certo stupore.
La cosa curiosa è che tanti anni prima l’impietosa commissione di censura di Stato spingeva l’ascoltatore verso questa interpretazione, quando Modugno fu costretto a cambiare il verso ricorrente “chi mai sarà quell’uomo in frac” in “di chi sarà quel vecchio frac”.

A quei tempi non si parlava ancora di accettazione e mindfulness ed era ancora abbastanza fresco l’“effetto Werther”, l’imitazione dei comportamenti suicidiari ispirati dagli eroi della letteratura. Quel gruppo mi ha fatto riflettere per l’ennesima volta su come una semplice (ma non banale…) canzone possa essere ricca di significati personali e di letture diverse e possa essere uno strumento utile anche nel lavoro con persone affette da patologie psichiatriche gravi. La domanda nasce spontanea: più serenate e meno Serenase?

 

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BIBLIOGRAFIA:

Arti marziali & benessere psicologico – I Parte

 Sul tatami, con i suoi fratelli di allenamento, vive per la prima volta nella sua vita un senso di appartenenza che trova la sua profonda radice nella corporeità. Condividere la fatica, il sacrificio, il divertimento governato da regole. Apprendere attraverso il proprio corpo, e attraverso il corpo dell’altro.

Alfredo (chiamiamolo così) ha diciannove anni. Dice di avere un corpo di legno. Gli sembra che i segmenti del suo corpo non riescano a evitare di litigare tra loro quando si tratta di intraprendere qualsiasi azione. Le gambe, per esempio, sempre a polemizzare con le braccia invece di collaborare con loro per creare un movimento coordinato. Che so, per camminare. Correre, poi, non se ne parla. Fare sport, un desiderio congelato, che ha smesso di nutrire da quando aveva otto anni. Che strano, però, a guardarlo da fuori Alfredo non sembra affatto il burattino di legno che descrive. Magro, è magro, ma di una magrezza vitale. Segaligna, ma in qualche modo pulsante, muscolare, bisognosa di esprimersi.

Me lo dice dopo i primi dieci minuti della prima seduta: ha letto da qualche parte sul web che insegno arti marziali. Di arti marziali, mi dice, non c’ha capito mai molto, ma – non sa perchè – quell’insolito connubio tra Freud e Bruce Lee lo ha incuriosito. Forse è il motivo principale per cui ha scelto me. Forse per i terapeuti vale la stessa cosa che si dice dei libri. Che non li scegliamo noi, ma sono loro a sceglierci.

Gli dico che fare arti marziali è il modo principale attraverso cui mi prendo cura di me stesso. Sembra colpito. Abbassa lo sguardo e mi dice che anche lui ha bisogno di un modo per prendersi cura di sè. Non è mai riuscito a farlo, dice.

La terapia prenderà forma plasmandosi ogni volta, ad ogni seduta, sull’immediatezza. Aiutarlo a fare un po’ salotto insieme va bene per sciogliere momentaneamente l’esoscheletro stratificato attorno alla sua esistenza. Potrà anche essere di legno ogni volta che entra nel mio studio, ma quando esce voglio che senta di essere fatto di carne viva. Almeno per un po’.

Capiremo insieme che da quando ha ricordo di sè, ha ricordo di una rigidità anche più interna rispetto a quella corporea. Momenti, sempre più frequenti fino a diventare un tono di fondo, in cui l’attenzione rivolta su di sè diventava opprimente. Osservarsi e vedersi vulnerabile, inadeguato, estraneo agli altri.

Comprendiamo cause, svisceriamo copioni interni, attribuiamo colpe a genitori che poi, insieme, perdoniamo. (Ovviamente, senza  usare la parola colpa; in fondo la psicoterapia, tra le altre cose, è anche un po’ questo: dare colpe senza mai darne l’impressione). Confezioniamo cornici di significato che levighiamo con cura. Un giorno, Alfredo ha anche un’intuizione importante. Tutte le volte, numerose, che ha invidiato la forza fisica e la padronanza del corpo che mi ha attribuito nella sua immaginazione, forse ha esagerato. (Si sente fuori campo la voce dei miei menischi rotti che gli danno ragione). Capiamo che forse era solo un altro modo in cui si manifestava la sua percezione di sè come uno che nella vita passerà sempre inosservato.

Passa un anno. Alfredo si innamora. Questo gli era già successo molte volte. La novità è che stavolta la ragazza in questione ne viene informata. La terapia volge lentamente al termine. Ci interroghiamo però su perché, nonostante la strada fatta, ogni volta che una situazione, anche la più innocua, gli elicita quel senso di vulnerabilità ontologica, il corpo ritorni ad essere di legno. Una partita a bowling con la fidanzata e gli amici di lei. Ora sa osservare meglio sul nascere pensieri come “sono tutti migliori di me…più belli, più intelligenti, più spigliati…lei avrebbe potuto scegliere uno di loro, e probabilmente lo farà”. Sa anche metterlo in discussione. “Col dottore abbiamo visto tante volte quanto questo dipenda dal mio schema basato sul rifiuto subito”. Ma questo non basta ad arrestare quella trasformazione della carne in legno. Ad assistere alla perdita dell’immediatezza nello scambio che il corpo stabilisce con lo spazio. Infatti, nella partita a bowling non azzecca manco un tiro. La palla calamitata ogni volta dal canaletto a margine della pista. Quello messo lì apposta perché gli imbranati non facciano danni. Fa perdere la sua squadra tre volte di seguito. Attorno a sè, solo persone sorridenti, che vorrebbero scherzarci su, ma rimangono disarmate dal suo sguardo che diventa sempre più spento. La sua fidanzata vorrebbe abbracciarlo, ma sta imparando che in questi momenti è meglio lasciarlo stare. Ci sarà tempo dopo, quando saranno soli, per rassicurarlo. E a quel punto lui saprà leggere solo la fatica a cui, cronicamente, la costringe. “Sicuramente si stancherà di me”.

Secondo me tra un terapeuta e un maestro di arti marziali non c’è molta differenza, sempre che uno faccia il terapeuta e il maestro di arti marziali in un certo modo. Così mi confeziono la giustificazione della violazione del setting e del confine terapeutico che sto per commettere. Gli dico che la prossima seduta sarà in palestra. Una lezione privata con me e poi, se la roba che gli mostrerò gli piace, valuteremo la possibilità di inserirlo nella collettiva. Non sembra molto sorpreso. Come se si fosse sempre aspettato da me un’uscita del genere. L’occulta simmetria della relazione terapeutica. Tu conosci il paziente e non ti rendi conto che lui finisce per conoscere te.

Fatto sta che accetta, senza farmi molte domande. Solo, vuole sapere che tipo di arte marziale. Gli spiego che pratico due discipline complementari. Tai chi chuan e il jiu jitsu brasiliano. La differenza tra loro è che il secondo è esterno, il primo interno. Esterno vuol dire che studia come produrre ed emettere forza attraverso l’uso, sempre più economico, dei muscoli; interno vuol dire che persegue il medesimo obiettivo attraverso l’uso della respirazione.

Dopo tanti anni di pratica, però, questa distinzione perde senso. L’esterno diventa interno e viceversa. Un’altra differenza importante è che il tai chi chuan studia il combattimento in piedi, mentre il jiu jitsu brasiliano enfatizza il combattimento a terra. Portare l’avversario al suolo, per poi neutralizzarlo e indurlo a desistere dal combattimento, senza l’utilizzo di colpi. Gli dico che secondo me per lui è meglio il jiu jitsu.
Come introduzione teorica è un po’ essenziale. Come terapeuta sono logorroico, come insegnante di arti marziali l’esatto contrario. Comunque gli basta.

Ovviamente, quando sale sul tatami si sente di legno. Quando gli spiego le tecniche, gli parte un riflesso verbale. “Non ci posso riuscire”. Tanto che a un certo punto gli dico, ma con tono calmo – il che rende piuttosto efficace l’intervento terapeutico – che non deve rompere co’ sta storia, perchè è evidente che le cose le sta riuscendo a fare. Ride.

Poi lottiamo. Nel jiu jitsu brasiliano si lotta già nella prima lezione. Il messaggio che sta dietro questo è che la lotta a terra è una  routine ancestrale che condividiamo con molte specie animali, ma che poi perdiamo. I neonati, e i bambini fino a circa quattro anni, compiono spontaneamente molti movimenti tecnici del jiu jitsu brasiliano. Non occorre molto tempo per recuperare questo retaggio motorio evoluzionisticamente fondato, basato sul gioco della lotta a terra come mezzo sicuro, tra fratelli, per acquisire destrezza nel combattimento ed aumentare le possibilità di sopravvivenza.

Un noto maestro disse:

[blockquote style=”1″]”Prendete due persone, insegnategli una tecnica di jiu jitsu ciascuno; poi metteteli su un’isola deserta con la consegna di lottare ogni giorno cercando di utilizzare quell’unica tecnica; tornate dopo tre mesi; troverete due lottatori di jiu jitsu”[/blockquote]

Mentre lotta, Alfredo sembra attraversare diversi stati emotivi. Si arrabbia, perchè ha quasi un quarto di secolo meno di me e ad avere il fiatone è lui (questo è inevitabile quando si lotta con un compagno di allenamento più esperto); gli viene da ridere quando lo faccio volare per poi riachiapparlo in aria e annullare l’impatto col tatami; si sente vulnerabile quando lo immobilizzo per qualche secondo per spiegargli che quello è l’obiettivo quando si lotta.

Sembra anche intuire che io non sto semplicemente insegnandogli, ma mi sto allenando con lui. E mi sto divertendo con lui. Che è molto molto diverso dal divertirsi alle sue spalle. Quella vitalità, che avevo intuito in lui già al nostro primo incontro, trova un canale espressivo. Lui sembra esserne spettatore stupito. Al termine della lotta è stremato.

Si iscrive al corso collettivo. La sua psicoterapia finisce, inizia la pratica marziale. Dopo tre mesi, è un lottatore di jiu jitsu. E si è dimenticato di essere di legno.

Sul tatami, con i suoi fratelli di allenamento, vive per la prima volta nella sua vita un senso di appartenenza che trova la sua profonda radice nella corporeità. Condividere la fatica, il sacrificio, il divertimento governato da regole. Apprendere attraverso il proprio corpo, e attraverso il corpo dell’altro.

Quel senso di appartenenza, è riuscito ad esportarlo anche fuori. Ora, in mezzo agli altri, la memoria somatica del suo corpo, forte, flessibile, fluido, rigido solo nei momenti giusti, immerso in quella via di mezzo tra gioco e combattimento, plasma una diversa percezione di sè. Si può essere vulnerabili, come quando si subisce un’immobilizzazione da un avversario più esperto, ma questo non significa soccombere. Non significa mai essere umiliati. E’ una posizione dell’animo che si può abitare, continuando a lottare-giocare con un altro che tante altre volte, anche lui, ha sperimentato quella stessa vulnerabilità. Chi lotta, nel jiu jitsu, lo fa sempre sentendosi vulnerabile.

Alfredo non rappresenta un caso eccezionale, secondo me. In fondo, uno schema sè/altro ha origine da esperienze radicate nella corporeità. Da stati emotivi somaticamente marcati vissuti in esperienze interpersonali prototipiche. Plausibile che uno schema si possa anche modificare funzionalmente attraverso un approccio sofisticato basato sulla corporeità. Insegnando al corpo a ripensare la mente.

Nella seconda parte approfondirò le basi empiriche su cui si basa questa ipotesi, descrivendo nel dettaglio i processi psicofisiologici che si attivano in alcune pratiche marziali.

CONTINUA DOMANI CON LA SECONDA PARTE

 

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Criminalità & Psicopatia: le punizioni sono sempre utili?

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Un programma di prevenzione potrebbe dunque essere più efficace di un provvedimento punitivo: è difatti dimostrato che insegnare ai genitori di bambini che mostrano queste problematiche come affrontare al meglio quella fase dello sviluppo porta a significative riduzioni dei problemi di condotta.

Come è noto, le punizioni oltre a scoraggiare gli atti di delinquenza servono soprattutto a far riconoscere l’errore e trasmettere un nuovo quadro valoriale. Ma questa metodologia è efficace con tutti i tipi di criminali? Un recente studio dell’università di Montreal sostiene di no.

Secondo Blackwood, un criminale con tratti psicopatici presenta delle caratteristiche diverse da un criminale comune, primo fra tutti è l’incapacità di apprendere dalle punizioni. Criminali di questo tipo sembra non traggano alcun beneficio dai programmi di riabilitazione: hanno tassi maggiori di recidività e scontare la pena sembra non influenzi affatto la loro condotta.

Visto che in media uno su cinque dei criminali violenti è anche psicopatico, fare un tentativo per identificare i meccanismi neurali sottostanti il loro comportamento è indispensabile per sviluppare interventi più efficaci.

In questa ricerca gli autori hanno utilizzato le Immagini di Risonanza Magnetica per studiare la struttura e le funzioni cerebrali in un campione di criminali violenti (condannati per omicidio, stupro, tentato omicidio e lesioni personali gravi) in Inghilterra; 12 di loro con diagnosi di disturbo di personalità antisociale e psicopatia, 20 presentavano un disturbo di personalità antisociale ma non erano diagnosticati psicopatici e il gruppo di controllo era invece composto da 18 non-criminali sani.

I risultati mostrano l’esistenza di anormalità strutturali della materia grigia (riduzione bilaterale del volume della corteccia prefrontale rostrale anteriore e dei lobi temporali) in entrambi i gruppi di criminali, ma il gruppo di psicopatici presenta anche anormalità specifiche della materia bianca.

Aver individuato la presenza di alterazioni specifiche della materia bianca potrebbe aiutare a spiegare perché i criminali psicopatici persistono nei loro atti violenti nonostante le punizioni ricevute. Quale alternativa potrebbe essere utile, allora?

Come spiega Blackwood gran parte dei crimini violenti sono commessi da uomini che avevano messo in atto condotte problematiche già da piccoli: gli antecedenti della psicopatia emergono infatti già in giovane età: è allora che la struttura e il funzionamento cerebrale si delineano in maniera più dettagliata, ma è anche il momento il cui ci sono ancora le potenzialità per poter effettuare delle modificazioni.

Un programma di prevenzione potrebbe dunque essere più efficace di un provvedimento punitivo: è difatti dimostrato che insegnare ai genitori di bambini che mostrano queste problematiche come affrontare al meglio quella fase dello sviluppo porta a significative riduzioni dei problemi di condotta, quantomeno nei bambini che non sono ancora del tutto insensibili agli altri.

Ovviamente le dinamiche dei comportamenti violenti persistenti sono sottili e complesse e le anormalità cerebrali associate agli stessi non sono di facile individuazione. Ricerche di questo genere sono cruciali per ottenere le informazioni necessarie per sviluppare programmi di prevenzione e interventi specifici per provare a modificare il comportamento e diminuire il rischio di commettere crimini violenti.

 

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Ordine degli Psicologi e MIUR: la figura dello psicologo a scuola come supporto al corpo docente

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Lauro Mengheri, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, ha annunciato l’accordo tra il MIUR e il Consiglio Nazionale degli Psicologi per promuovere la presenza dello psicologo nelle scuole italiane come aiuto ai docenti ed alunni:

 

È recentissimo l’accordo tra Consiglio Nazionale degli Psicologi e MIUR sulla formazione agli insegnanti su Bisogni Educativi Speciali e Disturbi Specifici dell’Apprendimento, in virtù del quale gli psicologi del territorio nazionale saranno nelle scuole di tutta Italia a promuovere una politica di valorizzazione delle diversità che va ben oltre la certificazione della disabilità e le diagnosi di Disturbi dell’Apprendimento.

[ Toscana ] Psicologi a scuola per valorizzare la diversità. C’è l’accordo tra l’ordine e il MIUR | gonews.itConsigliato dalla Redazione

Per la prima volta l’Ordine degli Psicologi è tra i formatori del mondo della scuola per temi delicati quali la lettura della diagnosi e la personalizzazione della didattica senza costi aggiuntivi per le scuole «È recentissimo l’accordo tra Consiglio Nazionale degli Psicologi e MIUR sulla formazione agli insegnanti su Bisogni Educativi Speciali e Disturbi Specifici dell’Apprendimento, in virtù del quale gli psicologi del territorio nazionale saranno nelle scuole di tutta Italia a promuovere una politica di valorizzazione delle diversità che va ben oltre la certificazione della disabilità e le diagnosi di Disturbi dell’Apprendimento» (…)

Tratto da: gonews.it

 

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La guerra, i gattini e la percezione dell’orrore – Psicologia

Un articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del giorno 15 Febbraio 2015

È cambiata la percezione nel nostro tempo presente, in cui siamo al tempo stesso protetti  – almeno in Occidente – come non mai rispetto alle guerre e al tempo stesso siamo espostissimi come non mai non solo a informazioni, ma a rappresentazioni crudamente realistiche di queste guerre? Direi di si, ma solo in parte.

Strane coincidenze.  Due giorni fa Linkiesta m’invita a scrivere su come è cambiata la percezione della guerra e dei conflitti e, poche ore prima, alcuni colleghi mi parlavano del colonnino destro dei giornali online, luogo a quanto pare sempre misteriosamente pieno di tette e di gattini.

Che c’entra? Beh, la spiegazione di una collega era che il colonnino destro servisse a bilanciare tutte le notizie alla sua sinistra, nella parte seria dello schermo: guerre, massacri, ecatombi in mare. La collega aveva preferito usare la parola “evitamento”, termine tecnico probabilmente poco noto al grande pubblico. Per intenderci, l’evitamento somiglia a quel che Freud chiamava rimozione: l’eliminazione di rappresentazioni mentali sgradevoli. Nella psicologia moderna non c’è più l’eliminazione completa, la cancellazione dalla memoria, il rimosso. Si pensa che la mente si limiti a spostare l’attenzione, a evitare il contenuto sgradevole. E a sostare su un paio di tette. O anche su un gruppo di teneri gattini.

È questa la risposta da dare a Linkiesta? La percezione della guerra è oggi per noi tutti un solo grande evitamento? Facciamo tutti finta di niente, aggrappandoci a un paio di tette e ai dolci gattini esposti a destra? Se è così, mi tocca produrre un po’ di dati sul fenomeno e un po’ di nozioni tecniche per il lettore. Cos’è l’evitamento?

Però, a pensarci bene, non sono convinto. Che evitamento sarebbe, scusatemi? C’è un colonnino a destra pieno di tenere ed erotiche distrazioni e tre quarti di spazio a sinistra pieno di guerre, rapine, stragi e sangue. Dov’è l’evitamento?

Per spiegarmi questo colonnino guardo un po’ di letteratura neurologica e apprendo che il movimento oculare naturale va da sinistra a destra, che infatti è anche la nostra direzione di lettura (Arnheim, 1954; 1974). Il che poi potrebbe non significare nulla: la direzione sinistra destra non è quella di tutte le scritture, come sappiamo. Mi chiedo: chissà se i giornali scritti da destra a sinistra piazzano altrove il colonnino pruriginoso.

Insomma, sembra che la nostra attenzione sia consapevolmente guidata – da redazioni scafatissime in neurologia – ad atterrare, dopo un percorso accidentato di stragi e di sangue, su contenuti più dolci e consolanti. Tutto questo non mi pare propriamente un volgere altrove l’attenzione; è semmai un dosaggio accattivante di tensione e distensione che cattura l’attenzione e la tiene desta, ma non la devia e nemmeno la distrae.

Io credo che oggi siamo molto più consapevoli dell’orrore rispetto a una volta. Confrontiamo ad esempio l’iperrealismo della violenza nei film di ora con l’ingenua rappresentazione che ne davano i film del passato. Oggi vediamo con evidenza l’esplodere sanguinoso della carne colpita dai proiettili, la deformazione disumana del corpo colpito a morte. Nei film di un tempo la morte violenta era uno svenimento stilizzato, un improvviso afflosciarsi dell’attore senza troppo sangue sparso, afflosciarsi la cui funzione era teatrale e non realistica: segnalare che il personaggio usciva di scena, oltre che dalla vita.

Che poi, percettivamente, non è affatto detto che gli zampilli e gli schizzi impazziti siano davvero più realistici. Alcuni complottisti hanno elucubrato che la morte del poliziotto Ahmed Merabet, ucciso dagli attentatori di Charlie Hebdo, fosse una messinscena proprio in base alla mancanza di schizzi di sangue. In effetti nel filmato la morte del povero Ahmed non è grandguignolesca come nei film di Tarantino. Tuttavia il sonoro dei colpi di fucile è reale e raggelante, molto più raggelante sia degli spari educati dei vecchi film in bianco e nero che dell’iperfracasso tridimensionale dei film di oggi.

L’esposizione alla guerra e alla violenza è cambiata? Si, ma forse non in un’unica direzione.

Per certi aspetti è aumentata, per altri diminuita. È aumentata la consapevolezza della terribilità della guerra e dei massacri. Per secoli le rappresentazioni sono state stilizzate o assenti. Ricordiamoci che anche dopo la seconda guerra mondiale per quindici anni si tacquero le stragi perpetrate a danno degli ebrei. Non che non si sapessero, ma mancava un’esposizione pubblica. Tutto cambia solo con il processo ad Adolf Eichmann, il criminale di guerra che organizzò la deportazione degli ebrei d’Europa nei campi di concentramento. Fu catturato in Argentina dal Mossad nel 1960 e processato in Israele nel 1961. Il processo fece esplodere l’esposizione mediatica dei crimini nazisti in una misura fino a quel momento assente. Dal 1945 al 1961 fanno sedici anni di silenzio.

Lo ripeto: questo non vuol dire che ci sia una direzione unica di cambiamento. Sicuramente dagli anni ’60 in poi, probabilmente con i film sulla guerra del Vietnam, la guerra e il conflitto sono rappresentati sempre più come una macelleria con poco o nulla di eroico. Anche i western, da Sergio Leone in poi, hanno reso la violenza sempre più cruda e meno elegante. Nei decenni precedenti la rappresentazione della guerra era meno vivida e precisa nella mente del pubblico. Questa incoscienza spiega il pazzo entusiasmo che travolse i popoli europei allo scoppio della prima guerra mondiale. I giovani soprattutto si buttarono a corpo morto in quella festa mondiale della morte nel luglio del 1914, tutti sicuri di andare a fare un’eroica scampagnata e di tornare a casa per Natale.

Attenzione, però: già dopo quella guerra ci fu un movimento opposto, con i libri dei reduci, a cominciare dal “Niente di nuovo dal fronte occidentale” di Remarque. Una letteratura disillusa e cruda fece cadere il velo dell’eroismo e la realtà orribile della carne maltratta dagli spari e straziata dalle bombe divenne evidente. In una scena durante un combattimento, il soldato Haje Westhus è ferito gravemente alla schiena. La ferita è così profonda e ampia che Haje può vedere attraverso lo squarcio il suo stesso polmone spugnoso allargarsi e restringersi. Certo, per un Remarque disilluso c’era uno Jünger altrettanto crudo, ma tutt’altro che smitizzante: “Nelle tempeste d’acciaio” nobilita la guerra. Fatto sta che l’ingenuo entusiasmo del 1914 non si rinnovò più e divenne rassegnata accettazione per la seconda guerra mondiale e la guerra di Corea e infine aperto rifiuto per il Vietnam.

Andando indietro nel tempo le oscillazioni continuano. A bilanciare un Kipling che nobilita il conflitto ci sono ancor prima un Tolstoj e uno Stendhal che rappresentano il caos insensato delle battaglie del periodo napoleonico, e l’orrore delle mutilazioni nelle terribili sale chirurgiche da campo. E così indietro nel tempo. Avete letto l’Iliade? Fatelo. Non attendetevi solo nobili eroi. Omero rappresenta la morte in battaglia con crudo realismo: i versi rendono esplicitamente e onomatopeicamente, perfino in traduzione, il raccapricciante spaccarsi e frantumarsi delle ossa sotto i colpi delle aste dei guerrieri.

Avete letto Plutarco? Fatelo. Non attendetevi solo nobili eroi. Il centurione Crastino, soldato di Giulio Cesare, morto nella battaglia di Farsalo, viene descritto orrendamente sfregiato dalla spada che lo ha ucciso: “colpito in bocca da una spada, così che la punta di questa gli squarciò la nuca”. La morte di Crastino è descritta anche da Cesare in persona nel De Bello Civili con toni molto più composti e senza il gusto plutarchiano per il sanguinolento. Come si vede, oscillazioni percettive ci sono sempre state, ed epoche violentemente incoscienti si sono sempre alternate ad altre molto meno entusiaste della guerra.

Le oscillazioni possono essere anche più vicine nel tempo. Possono avvenire e poi rovesciarsi anche nel volgere di pochi anni. Inoltre lo stesso gusto realistico e grandguignolesco può funzionare anche per celebrare la guerra e non solo per condannarla e generare repulsione. In concomitanza con la guerra irachena del secondo Bush furono pubblicati o ripubblicati una serie di libri di argomento militare il cui obiettivo era proprio fornire una rappresentazione realistica delle battaglie, dall’antichità in poi. La battaglia nel suo svolgersi concitato di mischia caotica, di corpi che cercano di sopraffarsi fisicamente, con tutto ciò che c’è di bestiale e penoso in un simile spettacolo. La battaglia, insomma, come qualcosa di radicalmente diverso dalla metafora degli scacchi o del nobile duello.

Tra questi i migliori restano i libri di Victor D. Hanson: “L’ arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica“ e “Il volto brutale della guerra. Okinawa, Shiloh e Delio: tre battaglie all’ultimo sangue”. È interessante osservare, lo ripeto, come in Hanson la nobilitazione della guerra non avviene affatto attraverso una stilizzazione eroica e asettica, ma nasce proprio dall’analisi realistica degli aspetti più agghiaccianti e repulsivi, compresa la descrizione delle defecazioni che sfuggivano agli opliti greci nel momento della carica, della corsa col cuore i gola e con le aste dritte di fronte a se precipitando a sbattersi in faccia all’esercito nemico, anch’esso in moto affannoso con le lunghissime aste spianate. In quei momenti terribili, ci racconta Hanson, gli eroi ammassati nella falange greca, uno addosso all’altro -spalla a spalla come si dice nella retorica della guerra- mollavano a ritmo continuo delle gran palle di merda che cadevano, nella concitazione della corsa a perdifiato, addosso un po’ a tutti.

L’intento di Hanson è paradossalmente celebrativo: egli fa un continuo parallelo tra questa attitudine al violento scontro frontale degli eserciti occidentali e lo sviluppo della libertà personale dei cittadini, ovviamente in Occidente. E senza tanti complimenti contrappone quest’attitudine occidentale allo scontro unico e decisivo all’attitudine orientale alla guerriglia, agli agguati e all’anti-eroico conflitto cronico a bassa intensità, mettendola in relazione a un’altra classica opposizione che risale ai tempi di Erodoto: libertà occidentale contro dispotismo orientale. Non basta. Hanson ulteriormente sviluppa la sua visione in libri dai titoli sempre più crudi -per esempio “Massacri e Cultura; Le battaglie che hanno portato la civiltà occidentale a dominare il mondo”- e collegando insieme attitudine alla guerra frontale, libertà e sviluppo capitalistico, inteso come frutto di questo virilismo occidentale. Chiaramente questa letteratura diventò strumento di propaganda quando Bush lanciò la sua crociata in Iraq dopo l’attentato al World Trade Center.

Per rispondere alla domanda iniziale: è cambiata la percezione nel nostro tempo presente, in cui siamo al tempo stesso protetti  – almeno in Occidente – come non mai rispetto alle guerre e al tempo stesso siamo espostissimi come non mai non solo a informazioni, ma a rappresentazioni crudamente realistiche di queste guerre? Direi di si, ma solo in parte.

Dexter - Immagine: Copyright © 2011 - Showtime
Dexter lo psicopatico e la mentalizzazione degli stati emotivi

Da una parte la nostra epoca è molto meno propensa rispetto alle precedenti all’idealizzazione eroica e stilizzata della guerra. Al tempo stesso, non è vero che le epoche passate non abbiano saputo guardare al volto orrendo della guerra e non è nemmeno vero che l’orrore sia sempre e solo repulsivo. Quello stesso orrore, quell’odore raccapricciante del sangue può affascinarci. Come ci affascina tutta la letteratura dell’orrore o come mi affascina lo splatter della serie TV “Dexter”. La sto guardando spesso in queste sere e mi piace molto. Ve la raccomando. È meglio della guerra e anche meglio delle tette sui colonnini destri.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Arnhem, R. (1954). Art and Visual Perception. A Psychology Of The Creative Eye. Rewgents of The University of California. Tr. It. Arte e percezione Visiva. Milano, Feltrinelli, 1974.
  • Hanson, V. D. (1989). The Western Way of War: Infantry Battle in Classical Greece. New York: Alfred A. Knopf. Tr. It.  L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica. Milano: Garzanti, 2009.
  • Hanson, V. D. (2001). Carnage and Culture: Landmark Battles in the Rise of Western Power. New York: Doubleday. Tr. It. Massacri e Cultura. Le battaglie che hanno portato la civiltà occidentale a dominare il mondo. Milano: Garzanti, 2002.
  • Hanson, V. D. (2003). Ripples of Battle: How Wars Fought Long Ago Still Determine How We Fight, How We Live, and How We Think. New York: Doubleday. Tr. It. Il volto brutale della guerra. Okinawa, Shiloh e Delio: tre battaglie all’ultimo sangue. Milano: Garzanti, 2005.

La Demenza in famiglia: la riabilitazione attraverso gli interventi sui familiari

L’importanza del ruolo di un supporto psicologico diretto ai famigliari risulta da uno studio che ha riconosciuto una significativa riduzione dei livelli di depressione, nei caregivers di individui affetti da demenza, partecipando a un programma di supporto telefonico (Tremont et al, 2014).

 

Nei prossimi 20 anni il numero delle persone colpite da demenza aumenterà drammaticamente a causa dell’incremento della longevità umana. In Europa, la popolazione anziana è in continua crescita, grazie al benessere e al miglioramento della qualità della vita, con uno sbilanciamento a favore delle donne soprattutto nelle classi più vecchie.

Come conseguenza si stimano nel mondo 48 milioni di soggetti con demenza, che nei successivi venti anni, potrebbe raggiungere una cifra superiore agli 81 milioni, per la stragrande maggioranza concentrata nei paesi in via di sviluppo. Nei soli paesi dell’Unione Europea (EU) le più attendibili stime prospettano di superare nel 2020, i 15 milioni di persone affette da demenza, con una proporzione di 2:1 per il genere femminile rispetto a quello maschile. Un rapporto tra disabilità e costi ha evidenziato come il peso della demenza è pari al doppio di quello prodotto dal diabete.

I costi nel 2008 corrispondevano a oltre 160 miliardi di Euro, le sole cure informali sono intorno al 56% del totale. Le previsioni basate sull’evoluzione demografica in Europa fanno ipotizzare un aumento di circa il 43% di tali costi entro il 2030 (Ministero della Salute, 2013). Nel Regno Unito 700.000 persone attualmente sono affette da demenza (>1% dell’intera popolazione del Regno Unito) e in prospettiva si calcola che ce ne saranno un milione. Fra 20 anni saranno il doppio (Ferri, 2005; Knapp, 2007). Nel Regno Unito, il costo delle cure, relativo alla demenza, equivale a 17 bilioni di sterline per anno e si stima che arriverà a 50 bilioni nei prossimi 30 anni. Il costo sale in relazione all’aumento del numero delle persone anziane (Knapp; Departement of Health).

In Italia, nel 2009 si contavano 1,012,819 persone con demenza(Alzheimer.it). In Europa, la nostra nazione, è uno dei paesi con più alto tasso di persone con demenza. Circa il 62,5% delle persone con disabilità ha più di 75 anni (Disabilità in Cifre, 2009), ciò fa pensare che il fenomeno della demenza incide molto sul Sistema Sanitario Nazionale.

La demenza danneggia le persone che ne sono malate, i loro famigliari e l’intera società in quanto genera maggiore dipendenza e un cambiamento dei comportamenti individuali e di interazione sociale. Un recente studio ha sottolineato che circa due terzi delle persone con demenza vive a casa con i propri parenti. Questi si prendono cura di loro e si confrontano ogni giorno con la malattia.

Oltre a partecipare alla gran parte degli oneri finanziari del congiunto o parente i famigliari di quest’ultimo subiscono il peso psicologico della disabilità. Si è scoperto infatti che circa il 40% di loro sviluppa stati di ansia e/o depressione a livello clinico, mentre il restante 60% è affetto da sintomi di natura psicologica (Mahoney et al, 2005; Cooper et al, 2007). Studi recenti evidenziano anche un legame tra depressione e demenza e ciò porta a riflettere come la prima possa essere un fattore di rischio dell’insorgenza precoce della seconda (Wilson et al, 2014).

L’importanza del ruolo di un supporto psicologico diretto ai famigliari risulta da uno studio che ha riconosciuto una significativa riduzione dei livelli di depressione, nei caregivers di individui affetti da demenza, partecipando a un programma di supporto telefonico (Tremont et al, 2014).

Inoltre, un’ulteriore studio ha mostrato che parenti che beneficiano di un supporto psicologico in un servizio diurno di cura, circa due volte alla settimana, hanno valori più elevati di DHEA-S un ormone associato al miglioramento a lungo termine della salute (Penn State, 2014). Il fattore più importante per predire la qualità della loro salute mentale è risultato essere l’utilizzo di strategie di coping funzionali (Livingstone et al, 2014). Le strategie di coping sono risultate essere anche più rilevanti della comorbilità cognitiva e psichiatrica delle persone di cui loro si prendono cura e delle ore di assistenza che gli vengono fornite (Supplemento Livingstone G.).

Invero, i familiari che usano strategie di coping emotion-focused e meno strategie di coping disfunzionali sono meno ansiosi e con livelli di depressione minori (Cooper et al, 2008). Il trattamento dell’ansia e della depressione, nonché dei sintomi psicologici associati alla situazione di malattia del parente, dei famigliari dei soggetti affetti da demenza passa attraverso la promozione di strategie di coping emotion-focused.  I gruppi basati sulle strategie di coping sono un intervento valido ed efficace per migliorare la qualità della vita e riabilitare ai rapporti sociali persone che altrimenti sarebbero trascinate dal peso della malattia del proprio parente.

Negli USA si attuano da anni interventi di gruppo, denominati “Coping with Caregiving programmes”, per favorire il passaggio a strategie di coping funzionali nei parenti di persone con demenza. A Londra è stato testa il programma STRART (STrAtegies for RelaTives, strategie per parenti) che ha raggiunto una probabilità 7 volte inferiore rispetto alle cure tradizionali di sviluppare quadri clinici di ansia/depressione (Livingstone et al). Il programma è composto da 8 fasi e comprende un periodo che dalle 8 alle 14 settimanali. Le sessioni sono settimanali e possono avvenire anche a domicilio della famiglia che ne richiede il servizio. Nei gruppi si lavora per aumentare l’utilizzo di strategie di problem-solving ed emotion-focused. Studi condotti negli USA e nel Regno Unito hanno evidenziato come l’utilizzo di questi gruppi ha coinciso con un netto miglioramento dei livelli di ansia e depressione dei famigliari di persone dementi (Goode et al, 1998; Mausbach et al, 2006; Cooper et al, 2007).

Le terapie basate sul coping ed attuate attraverso dei gruppi sembrano essere lo strumento più efficace e conveniente per affrontare questo fenomeno sociale e clinico (Cooper, Balamural, 2007). Ci sono numerose prove che dimostrano come questi interventi siano efficaci nella riduzione dei sintomi legati all’ansia (Cooper), alla depressione (Gallagher-Thompson et al, 2001, 2003; Coon et al, 2003, Steffen, 2000) e nell’aumento della self-efficacy (Steffen).

L’utilizzo di questi interventi potrebbe ridurre la spesa che il Sistema Sanitario Nazionale impiega nella cura di suddetti sintomi, poiché oltre a non avere più sintomatologie psicologiche, e fisiche correlate alla sfera psicosomatica, i familiari delle persone con demenza saranno in grado di gestire meglio lo stress e le difficoltà associate all’assistenza del proprio famigliare malato. Tutto ciò con una qualità della vita e una salute mentale migliore per tutti.

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BIBLIOGRAFIA:

La percezione del tempo nello sviluppo tipico e atipico – Neuropsicologia

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Autrice: Fabiana Nuccetelli

La percezione del tempo nello sviluppo tipico e atipico

Abstract

Il modo in cui il cervello costruisce una rappresentazione mentale del passaggio del tempo sembra essere un fenomeno molto complesso. Il nostro cervello deve stimare il passaggio di brevi intervalli di tempo con precisione molto elevata, al fine di eseguire azioni estremamente elaborate, come ad esempio le prestazioni atletiche o artistiche. D’altra parte, la percezione del tempo è fondamentale per la vita quotidiana, in quanto è necessaria per la realizzazione delle attività in cui è necessario stimare il passare del tempo (secondi o minuti). Molti studi hanno indagato la capacità di elaborazione temporale nella popolazione adulta, pochi, invece, sono stati gli studi che hanno affrontato questa tematica in una prospettiva evolutiva. Questa carenza presente in letteratura è la motivazione di base di questo lavoro sperimentale che ci ha portato ad indagare la percezione del tempo nello sviluppo tipico (esperimento 1) e atipico (esperimento 2), attraverso un compito di bisezione temporale.

Abstract in inglese

The way in which the brain constructs a mental representation of the passage of time seems to be a very complex phenomenon. Our brain has to estimate the passage of brief intervals of time with very high accuracy, in order to perform actions extremely elaborate, such as athletic performance or artistic. On the other hand, the perception of time is essential for everyday life, as it is necessary for the realization of the activities in which it is necessary to estimate the passage of time (seconds or minutes). Many studies have investigated the ability of temporal processing in the adult population, few, however, have been studies that have addressed this issue in an evolutionary perspective. This deficiency in the literature is the basic motivation of this experimental work that has led us to
investigate the perception of time in typical development (experiment 1) andatypical ( experiment 2), through a task of temporal bisection.

ALLEGATO

KEYWORDS

Percezione, Tempo, Sviluppo, Bisezione temporale, Sindrome di Williams.

PREMIO STATE OF MIND 2014

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Stress in gravidanza e benessere del feto: quale esito a lungo termine?

FLASH NEWS

I ricercatori credono che la quantità di glucocorticoidi materni possa influenzare la quantità di nutrienti trasmessa al feto e lo stato di benessere a lungo termine.

Un recente studio messo a punto dal Dipartimento di Fisiologia, Sviluppo e Neuroscienze dell’Università di Cambridge ha mostrato come nei topi, lo stress eccessivo durante la gravidanza potrebbe indurre ad assumere una maggiore quantità di cibo, compromettendo, in questo modo, la crescita e la salute della prole.

Succede che in seguito a condizioni stressanti, l’organismo secerne maggiori quantità di ormoni legati allo stress, meglio noti come glucocortioidi, che agiscono sulla regolazione del metabolismo dei carboidrati sia negli adulti che nel feto. Gli autori della presente ricerca, dunque, hanno indagato in che modo questi ormoni, se presenti nella madre in gravidanza, possano influenzare la quantità di glucosio trasmesso al proprio figlio tramite placenta.

Per riprodurre condizioni di forte stress, ai topi fu somministrata un’alta quantità di glucocorticoide (corticosterone),  in diversi momenti della gravidanza; i topi in gravidanza furono divisi poi in gruppi diversi: ad un primo gruppo era consentito di mangiare liberamente, a un secondo gruppo di mangiare con moderazione, e l’ultimo gruppo non riceveva nessun tipo di trattamento sperimentale. Infine è stata misurata la  quantità di glucosio trasmessa al feto attraverso la placenta, l’organo che fornisce tutte le sostanze necessarie per la crescita fetale del feto.

Dai risultati è emerso che quando il corticosterone era somministrato negli ultimi giorni della gravidanza, e ai topi era consentito mangiare liberamente, la placenta trasportava una quantità di glucosio insufficiente per una crescita adeguata. Al contrario quando l’ormone era somministrato precocemente in gravidanza o quando la dieta era controllata, il feto non presentava problemi relativi alla dimensione, peso e salute a lungo termine.

I ricercatori credono, dunque, che la quantità di glucocorticoidi materni possa influenzare la quantità di nutrienti trasmessa al feto e lo stato di benessere a lungo termine. Non è ancora chiaro se i risultati di questa ricerca possano essere estesi a un campione di donne che vivono reali situazioni estremamente stressanti. Per questo, nelle future ricerche si potrebbe comprendere meglio la relazione esistente negli essere umani tra stress materno, quantità di ormoni dello stress rilasciati dall’organismo e il funzionamento della placenta per la trasmissione di sostanze nutritive al feto necessarie a garantire un buono stato di salute a lungo termine.

 

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Dognition: il website per scoprire quanto è intelligente il nostro cane

Il Dott. Brian Hare, antropologo evoluzionista alla Duke University, ha creato Dognition, un sito internet che aiuta i proprietari di cani a capire meglio la mente del loro amico a quattro zampe. Attraverso i giochi interattivi che gli esperti consigliano si può finalmente comprendere meglio l’intelligenza del nostro cane. Un grande aiuto per i tutti i cinofili e non solo… attraverso il sito internet i ricercatori possono fare ricerca a costo zero sulla cognizione canina, un campo assolutamente affascinante ma poco finanziato. 

 

With Dognition, owners go to the website, register their dogs, complete a personality questionnaire and play games  to find out the strategies their dogs use to navigate the world. At the same time, the data goes into a database that can help contribute to our knowledge of all dogs (…) My hope is that this could become a modern model for science — part crowdfunding, part citizen science — as well as fun way to discover something new with your best friend.

Dognition: il sito web per scoprire quanto è intelligente il tuo caneConsigliato dalla Redazione

Il Dott. Brian Hare, antropologo evoluzionista alla Duke University, ha creato Dognition, un sito internet che aiuta i proprietari di cani a capire meglio la mente del loro amico a quattro zampe. (…)

Tratto da: LiveScience.com

 

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Secondo una ricerca la morte di un animale domestico può provocare una sofferenza paragonabile a quella per la perdita di una persona cara
L’etologia e lo studio scientifico del comportamento animale
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Konrad Lorenz. L’imprinting per l’etologia
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La pet loss, la perdita del proprio animale domestico, è riconosciuta come fattore stressante e potenziale rischio per disturbi psicologici
Terapia assistita con gli animali per il disturbo dello spettro autistico
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La terapia assistita con gli animali (AAT) può essere particolarmente adatta alle persone con autismo permettendo una forma di interazione meno stressante
Metodi alternativi alla sperimentazione animale: lo stato dell'arte
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L’Etologia
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Nasce la Consulta delle Scuole di Psicoterapia cognitivo-comportamentale: Intervista a Ezio Sanavio

In un clima collaborativo è facile essere costruttivi e possono nascere molte buone cose. Penso ad una formazione meno autoreferenziale e ad una maggiore e migliore internazionalizzazione.

 

Il giorno 10 febbraio 2015 è nata la Consulta (GALLERY) delle Scuole di Psicoterapia cognitivo-comportamentale, il Professore Ezio sanavio ha risposto ad alcune nostre domande a riguardo:

(SOM)Abbiamo saputo che è stata costituita la consulta delle scuole cognitivo-comportamentali italiane il 10 febbraio 2015. Può raccontarci gli scopi di questa nuova associazione?

(Sanavio)A parte gli aspetti legali, non credo che questa Consulta sia da considerare un’altra associazione, ma piuttosto un ‘ombrello’ che permette alle varie scuole di psicoterapia di incontrarsi e dialogare. Presupposto di tutto è il convincimento che gli elementi che uniscono siano più forti di quelli che dividono. Le finalità sono ben descritte dall’art. 2 dello statuto che più sotto riporto; credo si possano riassumere in pochissime parole: mettere in contatto degli enti con simile veste istituzionale e favorire un clima di dialogo.

(SOM)Perché la necessità di costituire ora la consulta?

(Sanavio)Permettetemi uno sguardo di lungo periodo. Il secolo scorso ha visto la nascita e la diffusione della psicoterapia e, per molta parte del secolo, psicoterapia e psicoanalisi sono state sinonimi. Il nuovo secolo si è aperto con una diversa egemonia, quella CBT (sia sul piano della innovazione scientifica, sia su quello dei risultati e della diffusione internazionale). La storia della psicoanalisi è stata contrassegnata da diaspore, scomuniche, culto della personalità, rivalità di scuole. Il nuovo secolo non è costretto a ripercorrere tutto ciò.

(SOM)Ci sono state difficoltà nel fare accettare a scuole così variegate un discorso comune?

(Sanavio)No, anzi è stato un processo sorprendentemente rapido e semplice. Tutto è nato da un convegno scientifico, promosso per i vent’anni della rivista ‘Psicoterapia cognitiva e comportamentale’, che invitava a riflettere sul tema: Dove sta andando la Psicoterapia cognitiva e comportamentale in Italia? Dal dire si è passati al fare: segno che i tempi erano maturi.

(SOM)Può raccontarci i componenti del direttivo?

(Sanavio)Paolo Michielin è stato il primo presidente nazionale dell’Ordine degli Psicologi. Paolo Moderato è stato presidente dell’associazione delle società CBT d’Europa, l’European Association for Behavioural and Cognitive Therapies (EABCT). Sandra Sassaroli ha sempre dimostrato fiuto e capacità di riconoscere quel tanto di innovativo che si muove in giro per il mondo. Conosco meno gli altri membri eletti, che appartengono ad una più giovane generazione: Cecilia Volpi cagliaritana, Adriana Pelliccia comasca, Giuseppe Romano per l’appunto romano.

(SOM)Cosa pensate di ottenere?

(Sanavio)Mi ripeto: la cosa più importante è creare un clima collaborativo. Una Consulta può rappresentare un interlocutore importante per il Ministero dell’Università e della Ricerca, specificamente per la Commissione tecnico-consultiva per il riconoscimento degli istituti di psicoterapia. Non penso al livello burocratico dei regolamenti e delle procedure, dove già esiste un coordinamento e dove il collega Zucconi è impareggiabile. Penso ad un interlocutore culturale e scientifico su temi di fondo.
Ma penso soprattutto al Ministero della salute. Già si intravede una sensibilità diversa dal passato in temi come le linee-guida per l’ADHD, l’autismo, gli esordi psicotici. Potremo chiedere un incontro col Ministro. Temo che i vertici politici ignorino l’esperienza inglese del piano IAPT (Improving Access to Psychological Therapies). Sarebbe bello portare in Italia lord Richard Layard e farlo intervistare da Vespa o dalla Gabanelli.

(SOM)In che modo pensate di gestire i rapporti con le associazioni italiane come AIAMC e SITCC e con quelle internazionali?

(Sanavio)Proporrò un incontro sia col direttivo AIAMC sia col direttivo SITCC, confido possa esserci condivisione di obiettivi e programmazione di iniziative concrete. Discorsi sul piano internazionale mi paiono prematuri.

(SOM)Lei pensa che questa consulta possa avere un ruolo nel favorire un miglioramento della qualità formativa delle scuole di specializzazione e se sì in che modo?

(Sanavio)Se le scuole funzionano meglio la qualità della formazione non potrà che migliorare. In un clima collaborativo è facile essere costruttivi e possono nascere molte buone cose. Penso ad una formazione meno autoreferenziale e ad una maggiore e migliore internazionalizzazione. Unendo le forze, per es., ci vorrebbe poco per organizzare delle settimane residenziali di altissima formazione. Molti dei passaggi in Italia di colleghi stranieri sono dovuti a fattori accidentali: amicizie personali o l’intraprendenza commerciale di personaggi che girano per le colonie, come il Watzlawick di buona memoria, per vendere a caro prezzo le loro collanine di vetro. Penso al nodo irrisolto della formazione personale ingarbugliato attorno all’opaca dizione di ‘analisi personale’. Penso allo sbilanciamento tra didattica d’aula e supervisione clinica. I canoni formativi di uno psicoterapeuta CBT non dovrebbero mai appiattirsi sulle idiosincrasie dei direttori e sul rispetto burocratico delle disposizioni ministeriali, ma valorizzare la pratica supervisionata, come in uso nei cinque continenti e come indicato dagli EABCT Standards for the training and accreditation of Behavioural and Cognitive Therapies. Penso ad una bibliografia minima comune: siamo appunto tutti membri di una comunità che si estende per cinque continenti.

(SOM) La ringraziamo per il suo tempo! 

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Articolo 2 – Finalità

1. La Consulta delle Scuole Italiane di Psicoterapia Cognitiva e comportamentale si prefigge i seguenti scopi:

a. sostenere le Scuole aderenti e rappresentare nei rapporti con le istituzioni, in particolare il MIUR, e con i portatori di interessi;

b. promuovere lo studio, la ricerca e la formazione nell’ambito della Psicoterapia Cognitivo e Comportamentale (CBT);

c. favorire la conoscenza da parte delle istituzioni e dei cittadini della CBT e delle sue applicazioni utili al benessere psico-fisico dell’individuo e della comunità;

d. promuovere nella pratica dei Servizi Socio-sanitari e nella pratica professionale privata gli interventi psicologici empiricamente validati, con particolare riferimento alla CBT;

e. Favorire la disponibilità e l’accessibilità per le persone con disturbi emotivi comuni e con altre specifiche condizioni di sofferenza psicologica dei necessari trattamenti Cognitivo e Comportamentali, anche in riferimento all’impegno del Servizio Sanitario Nazionale di garantire i Livelli Essenziali di Assistenza.

Per il raggiungimento degli scopi sociali, si propone di:

1.    potenziare il coordinamento tra le Scuole di formazione in CBT e la possibilità di svolgere iniziative collaborative e in comune, sia in ambito scientifico-culturale che in difesa dell’immagine della CBT e degli psicoterapeuti con formazione cognitivo-comportamentale;

2. curare, con la collaborazione delle Scuole, la produzione e la divulgazione di materiale informativo, anche in forma audiovisiva, sulla CBT e le sue applicazioni;

3. dotarsi di mezzi multimediali per la comunicazione di massa, anche in collaborazione con le Università, con gli Ordini professionali, con altre associazioni scientifico-culturali e con le associazioni di utenti, e condurre specifiche campagne di comunicazione su temi socialmente rilevanti;

4. organizzare, con il concorso delle Scuole, congressi, convegni,conferenze, simposi, seminari ed altre attività scientifiche e divulgative aperte alle istituzioni, ai portatori di interesse e alla cittadinanza;

5. mettere a disposizione degli psicoterapeuti formatisi presso  le Scuole aderenti Linee guida, protocolli diagnostici e di trattamento, strumenti e materiali per la diagnosi e il trattamento già esistenti o, se necessario, promuoverne l’elaborazione, la messa a punto e la diffusione.

 

Francine Shapiro: Lasciare il passato nel passato. Auto aiuto nell’EMDR (2013) – Recensione

 

Francine Shapiro, ideatrice del protocollo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), spiega lo sviluppo della nostra capacità di rispondere agli eventi della vita in modo più o meno funzionale come associato alla costruzione dei ricordi, attraverso reti mnemoniche.

Il tempo non guarisce tutte le ferite. Il tempo può congelare il ricordo in memoria, generando reazioni automatiche, che creano sofferenza e disagio. L’elaborazione di tali ricordi traumatici ci aiuta a trovare sollievo e a liberarci dal passato, nonché a volgerci al futuro con fiducia e benessere.

Francine Shapiro, ideatrice del protocollo EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), spiega lo sviluppo della nostra capacità di rispondere agli eventi della vita in modo più o meno funzionale come associato alla costruzione dei ricordi, attraverso reti memnemoniche. Il tema centrale è capire il perché di ciò che accade a noi e a chi ci circonda e, soprattutto, cosa si può fare a riguardo. Chiarire perché siamo chi siamo e cosa possiamo fare di fronte alla sofferenza, allo scopo di sbloccare ciò che ci impedisce di limitarla, attraversarla e superarla, lasciandola nel passato.

La prefazione di Isabel Fernandez (Presedente dell’Associazione EMDR Italia) sottolinea come l’EMDR rappresenti un intervento efficace sull’elaborazione di ricordi inerenti sia episodi di portata collettiva (lutti, malattie, disastri naturali) sia episodi soggettivamente traumatici, propri dell’anamnesi privata. Quindi traumi col la T maiuscola e minuscola.

Il libro si sviluppa in 11 capitoli, in cui sono esposte sia le basi teoriche, sia le tecniche di intervento utili a riconoscere e gestire i ricordi e la sofferenza connessa ad essi, sia alcune storie cliniche attraverso le quali comprendere lo sviluppo e la risoluzione adattiva della memoria traumatica.

I primi due capitoli (1.Viaggiare col pilota automatico; 2. La mente, il cervello e ciò che conta) spiegano come le nostre esperienze di vita siano influenzate dal modo in cui interpretiamo chi siamo noi, chi sono gli altri e come funziona il mondo. In particolare, si evince come tali esperienze siano immagazzinate in memoria sottoforma di ricordi, in comunicazione tra loro, attraverso reti neurali, che costituiscono la base delle nostre percezioni, quindi delle nostre interpretazioni, nonché dei nostri comportamenti. Poiché i ricordi formano le basi delle caratteristiche della nostra personalità e del modo in cui reagiamo alle situazioni quotidiane, essere di fronte a un trauma significa essere di fronte a un gruppo di informazioni immagazzinate ma non elaborate dal nostro cervello.

I due capitoli successivi (3. Si tratta del clima o del tempo atmosferico; 4. Cos’è che conduce il gioco nella nostra vita) si concentrano sulla comprensione della sofferenza che “Mi fa sentire bloccato” nello scorrere della vita. Una sofferenza che può procrastinarsi di generazione in generazione, quando gravi traumi, quindi raggruppamenti di episodi/ricordi, non siano stati elaborati dai nostri avi. Una sofferenza che può ripresentarsi, attraverso reazioni automatiche, agli eventi esterni, generando sintomi e psicopatologie.

Il libro procede quindi ad esplorare (5. Il paesaggio nascosto; 6. Se potessi lo farei, ma non posso) come si costruisce in noi un senso di vulnerabilità/mancanza di sicurezza, accanto a cognizioni negative e emozioni difficili da gestire in modo efficace. Sono quindi esposte tecniche per esplorare se stessi e comprendere dove abbiamo imparato a giudicarci attraverso cognizioni negative.

Si prosegue (7. La connessione tra cervello, corpo e mente; 8. Che cosa vuoi da me?) individuando come si sviluppano le problematiche psicosomatiche, in quanto il cervello, fonte di tutte le risposte corporee, è la stessa sede dell’organizzazione mnestica dei nostri ricordi di vita. Ne consegue, l’importanza di connettere la genetica, con il funzionamento cognitivo-emotivo-comportamentale, nonché relazionale/sociale per capire le difficoltà familiari e col gruppo di pari, che possiamo riconoscere come parte del nostro soffrire.

Arriva il momento di affrontare (9. Una parte del tutto; 10. Dallo stress al benessere) categorie di persone che abbiano colpito noi o chi amiamo: molestatori di bambini, autori di abuso domestico, stupratori, tossicodipendenti, al fine di chiarire come traumi irrisolti possano danneggiare e influenzare il singolo, il gruppo, la comunità. Si chiude, quindi, con la riflessione sull’importanza dell’impegno personale: non solo volto allo sbarazzarsi della sofferenza, ma anche rivolto ad ampliare le proprie potenzialità, al fine di godere di emozioni di gioia e felicità, nonché del benessere raggiunto.

Uno degli obiettivi del libro è comprendere meglio noi stessi e coloro che ci circondano, muoverci nelle relazioni sociali con maggiore consapevolezza e permetterci di partecipare alla costruzione di una comunità in cui sentirci al sicuro. Il focus della vita è rappresentato dalle esperienze, positive e negative, che raccogliamo nel corso degli anni. L’insieme dei ricordi che ripercorriamo nella nostra mente aiuta a dare un senso e un valore al nostro muoverci nel mondo. Se i ricordi non elaborati sono, spesso, l’origine dei sintomi e del dolore, i ricordi elaborati stanno alla base della salute mentale: quella che desideriamo tutti e che possiamo raggiungere con l’aiuto di professionisti e protocolli, come l’EMDR, che possono indirizzarci verso di essa.

 

EMDR – Intervista a Isabel Fernandez

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L’eco della violenza: l’EMDR per il trattamento di vittima e aggressore

BIBLIOGRAFIA:

  • Shapiro, F. (2013). Lasciare il passato nel passato. Tecniche di auto-aiuto nell’EMDR. Astrolabio Editore: Roma.  ACQUISTA ONLINE

Per i senzatetto è maggiore il rischio di sviluppare deficit cognitivi

FLASH NEWS

Lo studio si rivela importante soprattutto per le persone che lavorano a diretto contatto con questo tipo di soggetti svantaggiati, poichè sottolinea il bisogno di apportare alcuni miglioramenti e introdurre degli accorgimenti alle proposte di supporto che si offrono ai senza-tetto.

Si stima che nel territorio canadese vi siano più di 200.000 senzatetto. La prevalenza di malattie mentali tra queste persone è più alta rispetto al resto della popolazione: circa il 12 percento dei senza-tetto soffre di malattie mentali gravi, l’11 percento circa presenta disturbi dell’umore e quasi il 40 percento è alcolizzato o tossicodipendente.

La dottoressa Vicki Stergiopoulos, responsabile del reparto di psichiatria al St. Michaels Hospital e ricercatrice presso il Centre for Research on Inner City Health, ha condotto una ricerca che coinvolge 1.500 senzatetto di cinque diverse città canadesi. Lo studio, pubblicato sul giornale online Acta Psychiatrica Scandinavica, indaga indicatori funzionali quali la velocità di elaborazione mentale, le capacità verbali e la memoria.

Da tali indagini, emerge che tutti i partecipanti hanno sofferto nel corso della vita di qualche malattia mentale. Circa la metà soddisfa i criteri per psicosi, depressione, abuso di alcol o sostanze, e lesioni cerebrali di origine traumatica: “Questo sottolinea l’esistenza di un problema spesso non riconosciuto in Canada”, dice il Dottor Stergiopoulos.

Fattori quali età avanzata, basso livello di istruzione, malattie psicotiche, il fatto di essere una minoranza poco considerata e di avere un linguaggio differente dall’inglese o dal francese, risultano direttamente correlati con le scarse prestazioni cognitive. Lesioni cerebrali e abuso di sostanze non sono invece direttamente in relazione con i risultati ottenuti alle prove.

Afferma Stergiopoulos: “Tali dati non ci consentono di predire con esattezza se una persona svilupperà o meno un disturbo cognitivo. Ci mostrano però che, se si tratta di un senza-tetto, è facile che vada incontro a tale problematica. Inoltre, ci suggeriscono che la scarsità di capacità cognitive decrementa ulteriormente la possibilità di queste persone di trovare un lavoro o una casa, segnando per sempre il loro destino”.

Lo studio si rivela importante soprattutto per le persone che lavorano a diretto contatto con questo tipo di soggetti svantaggiati, poichè sottolinea il bisogno di apportare alcuni miglioramenti e introdurre degli accorgimenti alle proposte di supporto che si offrono ai senza-tetto. La scarsa collaborazione riscontrata tra queste minoranze, infatti, sembra non essere dovuta al fatto che rifiutino un aiuto, ma che non si rendano conto di averne bisogno. Occorre allora maggiore allenamento tra le persone che lavorano a stretto contatto con i senza-tetto, al fine di migliorare le loro capacità di approccio e le strategie utilizzate, in un’ottica maggiormente funzionale alle necessità di tale minoranza.

In un’altra serie di test effettuata per indagare le funzioni neurocognitive dei senzatetto, 7 su 10 partecipanti hanno mostrato abilità verbali e capacità di memoria problematiche, mentre 4 su 10 presentavano difficoltà nell’ambito delle funzioni esecutive e della velocità di elaborazione di informazioni. Tali deficit si rifletteranno inevitabilmente su abilità più generiche come il ragionamento, la flessibilità mentale, le capacità di problem solving, di pianificazione ed esecuzione.

“Se è vero che in una minoranza di setting particolari dedicati al lavoro con i senza-tetto sono messe in atto pratiche per il recupero di tali funzioni, è altrettanto vero che è necessario un programma più ampio che coinvolga tutti coloro che lavorano sul campo in maniera sistematica e metodica”, conclude l’autore della ricerca.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Illusioni ottiche: come gli occhi ingannano la nostra mente

Le illusioni ottiche sono la prova del fatto che la nostra mente sia portata a formarsi delle idee e delle ipotesi su come è organizzato il mondo e del come, a volte, i nostri occhi osservano ma la nostra mente può esserne ingannata. Nell’articolo consigliato potrete osservare una lista delle maggiori illusioni ottiche e delle teorie avanzate nel corso della storia da chi voleva scoprire fino in fondo i meccanismi di tale inganno. 

 

Throughout history, curious minds have questioned why our eyes are so easily fooled by these simple drawings. Illusions, we have found, can reveal everything from how we process time and space to our experience of consciousness.

How your eyes trick your mindConsigliato dalla Redazione

Look closer at optical illusions, says Melissa Hogenboom, and they can reveal how you truly perceive reality. (…)

Tratto da: BBC Future

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Neuroscienze e spiritualità. Mente e coscienza nelle tradizioni religiose (2014) – Recensione

Che cosa è la coscienza? Che rapporti essa ha con la mente e il corpo? 

In questo testo a cura di Franco Fabbro un gruppo di autori provenienti da diverse discipline, dalla filosofia alle scienze bibliche passando per la storia delle religioni e della spiritualità orientale sino alle neuroscienze, dialogano sul tema della coscienza, con particolare attenzione per le connessioni tra neuroscienze e spiritualità.

L’opera è il resoconto scritto di una serie di seminari sul tema tenutisi presso l’Università di Udine nel 2013, coordinati da Fabbro e finanziati attraverso la fondazione nordamericana Mind and Life.
L’obiettivo di Fabbro vuole essere quello di favorire una riflessione critica su come poter promuovere una “ricerca scientifica” che coinvolga più discipline provenienti dal mondo scientifico ed umanistico. Obiettivo questo che potrebbe per alcuni sembrare scontato ai giorni nostri, ma che ad una più attenta analisi appare di grande complessità, poiché richiede un “cambio di prospettiva”, un graduale passaggio da una concezione riduzionistica della realtà (così produttiva e limitante allo stesso tempo) verso una concezione pluralista del sapere, fondata sul costante dialogo tra discipline differenti, ognuna di eguale valore.

E se ci pensiamo bene questa “federazione delle coscienze”, così come la chiama Fabbro, non è intuitivamente sbagliata, laddove sempre più ci rapportiamo con il tentativo di spiegare una realtà intrinsecamente complessa e multi-fattoriale. È questo il caso del problema della coscienza, il cui tentativo di comprensione è forse antico quanto l’uomo e multi sfaccettato tanto quanto lo sono le discipline scientifiche (e non) che hanno tentato di spiegarlo. Intorno a questo tema si snodano i contributi dei diversi autori di questo libro, che da prospettive differenti analizzano il problema della coscienza e della sua natura.

Di grande interesse è quindi il contributo di Gabriele De Anna, che dedica un capitolo alla descrizione accurata degli obiettivi e dei metodi della filosofia, esplicitando in che modo tale disciplina può giocare un ruolo centrale nel pensiero e nella ricerca scientifica. Ecco che quindi la filosofia, da “non scienza” diventa valore aggiunto per la scienza, laddove è possibile instaurare una discussione aperta e consapevole tra filosofi e neuroscienziati sui temi della coscienza, della religione e della spiritualità.

I capitoli successivi offrono al lettore la possibilità di addentrarsi nello studio della mente e della coscienza secondo la prospettiva delle neuroscienze da un lato e dell’ interpretazione naturalistica dell’autocoscienza dall’altro, sino alle interessanti riflessioni sulla natura della coscienza che sono state elaborate da pensatori provenienti dalla cultura ebraica, cristiana, induista e buddista. Sotto questo punto di vista sono riportati alcuni recenti dati circa l’attivazione neuronale connessa con la pratica meditativa ispirata alla tradizione induista e buddista, che vedono il dominio delle strutture dei lobi temporale e parietale nella prima e le strutture del lobo frontale nella seconda.

Di grande interesse e attualità appare la trattazione della pratica della meditazione mindfulness tra neuroscienze e spiritualità, soprattutto visto il suo sempre più frequente utilizzo in ambito medico e psicologico. Basti pensare al metodo Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) e alla più recente Terapia Cognitiva Basata sulla Mindfulness (MBCT) sempre più utilizzate nel trattamento della sofferenza mentale. Fabbro e Crescentini a questo proposito sottolineano come l’uso clinico e sperimentale di tali pratiche non dovrebbe ignorare il contesto spirituale e religioso in cui esse sono state sviluppate, ma dovrebbe invece integrarlo fortemente, alla luce degli effetti che la spiritualità può avere nel processo di guarigione.

Un esempio di questa nuova integrazione tra meditazione e spiritualità nella pratica clinica è la Meditazione Orientata alla Mindfulness (MOM), un percorso meditativo ideato all’Università di Udine, che integra la dimensione neuropsicologica con quella storico-religiosa e spirituale.

L’opera di Fabbro, ed i contributi in essa racchiusi, offre una scorrevole lettura e rappresenta un ottimo tentativo di stimolare nel lettore la curiosità e la riflessione verso un nuovo modo di fare ricerca sulla coscienza e la spiritualità, dove le discipline umanistiche diventano di indispensabile valore per le neuroscienze così come di grande rilievo nella pratica clinica meditativa.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Fabbro, F. (2014). Neuroscienze e spiritualità. Astrolabio Editore: Roma.   ACQUISTA ONLINE
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