Della morte e del morire

La morte come un uovo di pasqua (qualcosa di nuovo). Come una vacanza (libera dagli impegni di vita). Come ritorno (al “Prima di Nascere”).

ID Articolo: 13574 - Pubblicato il: 25 luglio 2012
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Della morte e del morire. Immagine - © goccedicolore - Fotolia.comQuando capita in terapia di parlare della paura della morte molti mi dicono che trattasi in realtà della paura non tanto della condizione della morte, quanto piuttosto del processo che vi conduce, ovvero del morire. Tenendo distinti i due domini vorrei argomentare perché entrambi siano da considerare senza soverchie preoccupazioni. Queste riflessioni si basano su quanto mi hanno riferito persone che sono state in punto di morte e sulla mia personale esperienza. Né l’una né l’altra fonte sono invece disponibili sul tema della condizione di morte e quindi dovrò affidarmi alla speculazione.

Circa il morire dobbiamo distinguere due diversi domini di possibile dolore che per quanto parzialmente sovrapponibili sono logicamente differenti: il dolore fisico e il dolore psicologico o morale.

Il dolore fisico è innegabilmente presente in alcune fasi precedenti la fine, a seconda della malattia, da cui si è colpiti. Ci tengo a sottolineare che tale dolore non inerisce propriamente il momento del morire ma le fasi di malattia. E’ vero purtroppo che nonostante gli enormi passi avanti della terapia del dolore esistano ancora frange di sofferenza non debellate ad oggi. Rimanendo invece più strettamente sul morire possiamo collocarne l’attimo nel momento in cui il cervello nelle sue componenti più corticali smette di funzionare e perdiamo completamente e definitivamente la nostra autocoscienza, l’identità svanisce e il gioco è fatto. La cessazione del funzionamento avviene sempre per un mancato apporto di ossigeno ai neuroni, quale che ne sia la causa. Ora non vedo il motivo per cui tale stato di anossia dovrebbe essere connotato dal dolore. Per sostenere che non sia affatto così (e cioè che non via sia dolore nel morire) ho un argomento evoluzionistico ed uno empirico.

Accettazione del Lutto. - Immagine: © bruniewska - Fotolia.com

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L’argomentazione evoluzionistica mi porta a dire che mentre il dolore rappresenta un vantaggio evolutivo, in quanto protegge il corpo dal danno di accidenti e malattie ed è per questo che è stato selezionato il complesso apparato nervoso grazie al quale sentiamo dolore, non darebbe alcun vantaggio provare dolore nel momento del trapasso: cui prodest?

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L’argomentazione empirica mi porta a concentrarmi sulle esperienze di premorte che i soggetti che possono raccontarle riferiscono addirittura piacevoli, e su un esperienza comune quale lo svenimento (che avviene appunto per una transitoria anossia celebrale) che non comporta nessun dolore anzi semmai una vissuto di dolce languidezza.

Ad ulteriore sostegno della tesi e senza sperare  tanto, ricordo anche le esperienze orgasmiche prodotte dal soffocamento nei condannati all’impiccagione e nei praticanti di sesso estremo. Mi sembra dunque ragionevole immaginare che un neurone che smetta di funzionare non produca dolore ma semmai un vissuto consolatorio di rilassamento.

Ma occupiamoci adesso del cosiddetto dolore morale quello cioè connesso con la consapevolezza della propria imminente cessazione nella qualità di soggetti.

Innanzitutto escludiamo i molteplici casi in cui questa situazione non è data, che sono tutti i casi di morte improvvisa per incidente o per accidente, in cui manca concretamente il tempo per accorgersene.

Escludiamo anche i casi di demenza, in cui la mente muore prima del corpo e quindi non c’è più un soggetto che si vede morire.

Restano senza dubbio quei casi di malattie brevi ma non fulminee in cui si avrebbe il tempo di rendersene conto. Questa situazione può sembrare particolarmente dolorosa se non insopportabile ma faccio notare che, seppur in tempi più ravvicinati, è esattamente la condizione in cui ci troviamo fin dal momento della nascita. Infatti sappiamo da sempre di dover morire ed anzi che ciò costituisce l’unica certezza che abbiamo. Tale condizione, effetto collaterale della coscienza di sé, è la caratteristica che ci distingue come unici tra tutti gli altri viventi (almeno fino a che studi su alcuni animali non dimostreranno il contrario accomunandoli al nostro destino). Sono convinto che se scoprissimo ciò saremmo più disposti a riconoscere loro dei diritti morali, forse per solidarietà nella comune disgrazia.

Messaggio pubblicitario Ad ogni modo, questo non ci impedisce di vivere, gioire , fare progetti sul futuro.

Ciò avviene grazie a meccanismi di distrazione ed autoinganno che fanno in modo che non pensiamo quasi mai alla nostra personale morte come un evento realizzabile.

Ora voglio sostenere che nell’imminenza dell’evento, tali meccanismi difensivi non vengano affatto intaccati dalla pressione dei dati di fatto oggettivi ma, al contrario, rafforzati dall’urgenza temporale e dalle evidenze negative, possono assumere carattere francamente delirante. La propria esistenza come soggetto è un a priori di qualsiasi affermazione che non viene mai messo in discussione: qualsiasi cosa sia affermata presuppone un soggetto che lo faccia. Siamo talmente impossibilitati a pensare un mondo in cui non ci siamo che le fantasie circa il dopo ci vedono in genere osservatori più o meno dispiaciuti della nostra nuova condizione di trapassati. Se penso che non ci sono in realtà ci sono. L’assenza della soggettività è imperscrutabile.

Non ci possiamo immaginare inesistenti e dunque ci immaginiamo morti da un lato e dall’altro lato vigili e consapevoli della nostra morte.

Lasciamoci alle spalle il morire e occupiamoci ora brevemente delle paure inerenti proprio la condizione di morte.

Uno degli argomenti tradizionali vuole che non dobbiamo temere la morte perché semplicemente non esiste e non la incontreremo mai: infatti finché ci siamo noi non c’è lei e viceversa quando c’è lei non ci saremo noi.

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Poi ci sono una serie di consolazioni fideistiche che la negano sostenendo che trattasi solo di apparenza e l’essenza della soggettività continua ad esistere in un altro mondo i cui problemi di sovraffollamento dovrebbero essere drammatici.

La condizione di morte è immaginata negativa a confronto con quella opposta di vita definita convenzionalmente positiva, al punto che chi la pensa diversamente è considerato malato e anche curato contro la sua volontà.

Le obiezioni che pongo a questa visione sono diverse.

Al di là di situazioni di sofferenza che possono rendere la condizione di vita intollerabile può anche accadere che in vecchiaia dopo aver visto e rivisto ripetersi identiche a sé stesse le vicende umane si provi un’emozione come la noia, che secondo i greci predisponeva appunto alla morte e non si abbia più voglia di rivedere sempre lo stesso film, per quanto ritenuto discreto. Al contrario verso il nuovo stato sconosciuto potrebbe esserci una vitale curiosità. E’ la morte come uovo di Pasqua.

Ancora, chi vive la vita come un compito sotto l’egida del dovere, e l’esistenza gli appare come una serie di cose da fare e più che da vivere, spunta gli impegni portati a termine: grande soddisfazione deve esserci nello spuntare l’ultimo impegno e sentirsi finalmente liberi. E’ la morte come vacanza.

Un’ultima considerazione consiste nel ricordare come non fosse affatto dolorosa la condizione del “prima di nascere”, pur senza idealizzarla, che è quella che più possiamo immaginare avvicinarsi alla condizione di morte. E’ la morte come ritorno.

 

Su quest’ultimo punto Woody Allen mi sembra illuminante e straordinario:

“La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete
tracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai
migliorando giorno dopo giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare
in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare
del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe
scompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro.
Lavori quarant’anni finché non sei così giovane da sfruttare
adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari
per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici,
senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finché non sei bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che
ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li
passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con
room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i
coglioni. E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo”.

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