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A cosa servono le neuroscienze nella pratica clinica? Il modello di Stephen Porges

Il legame tra una neuroscienze ed esperienza clinica? Osservare i sintomi nelle evoluzioni del paziente: quelle della sua storia e quelle della sua specie!

ID Articolo: 100471 - Pubblicato il: 13 giugno 2014
A cosa servono le neuroscienze nella pratica clinica? Il modello di Stephen Porges
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Gli schemi relazionali che ogni paziente vive nella sua vita quotidiana, tendono a ripetersi all’interno della relazione terapeutica e, nel migliore dei casi, possono trovare lì una comprensione più profonda e utile ad affrontare meglio le relazioni fuori da lì.

La relazione terapeutica è innanzitutto una relazione affettiva tra esseri umani. All’interno di questa relazione si generano emozioni, sentimenti e comportamenti che hanno a che fare con la storia del paziente e contemporaneamente con il legame affettivo in corso tra paziente e terapeuta.

I medesimi schemi relazionali che ogni paziente vive nella sua vita quotidiana, fuori cioè dalla terapia, tendono ripetersi all’interno della relazione terapeutica e, nel migliore dei casi, possono trovare lì una comprensione più profonda e utile ad affrontare meglio le relazioni fuori da lì.

Uno dei modelli più innovativi ed entusiasmanti degli ultimi decenni, in grado di spiegarci proprio questi schemi di comportamento all’interno delle relazioni tra esseri umani, è quello del neurofisiologo Stephen Porges e della sua Teoria Polivagale.

In una recente intervista (2013) Porges racconta così l’origine della sua teoria:

La Teoria Polivagale si basa sull’evoluzione biologica del nostro sistema nervoso e un elemento centrale da capire è innanzitutto che esiste una enorme differenza tra i nostri antenati rettili e noi mammiferi. I mammiferi hanno bisogno per sopravvivere di instaurare relazioni sociali, hanno bisogno di avere legami affettivi e di proteggersi l’un l’altro, mentre i rettili no, sono animali solitari.

Aggiunge inoltre che nel passaggio evolutivo tra rettili e mammiferi il sistema nervoso autonomo si sia dovuto modificare per aumentare le possibilità di sopravvivere in condizioni di pericolo: il sistema di difesa è infatti caratterizzato da due branche fondamentali del sistema nervoso autonomo, l’una in grado di promuovere reazioni di attacco, fuga, congelamento (sistema simpatico) e l’altra in grado di innescare la reazione di morte apparente (sistema parasimpatico dorso-vagale).

Successivamente nei mammiferi si sarebbe sviluppata una terza branca, il sistema parasimpatico ventro-vagale, in grado di attivare comportamenti di affiliazione e vicinanza, di collaborazione e aiuto reciproco. Quest’ultima branca è attiva solo in condizioni di sufficiente sicurezza ed è quella più legata ai comportamenti di attaccamento e di cooperazione tipici degli esseri umani. Questa branca del sistema nervoso è, o meglio dovrebbe essere, quella più attiva delle altre nella relazione terapeutica, almeno finché il paziente e noi stessi ci sentiamo al sicuro.

Messaggio pubblicitario La branca del sistema simpatico si attiva invece in condizioni di medio-pericolo, in cui sentiamo cioè di poter provare a reagire o a fuggire, mentre la branca del parasimpatico dorso-vagale è simile alle reazione retti liana e si attiva nell’uomo solo in condizioni di grave pericolo di vita.

Rispetto al lavoro terapeutico è importante sapere che mentre l’attivazione del sistema simpatico è intensa, ma ben tollerata dal nostro organismo, quella del sistema dorso-vagale è intollerabile e paragonabile ad un vera esperienza di morte. Per questo motivo in situazioni di grave traumatizzazione, come aggressioni, tortura, abusi fisici o catastrofi, questa reazione dell’organismo può spaventare e imprimere quel ricordo nella nostra memoria.

L’importanza del lavoro di Porges nel lavoro terapeutico è data soprattutto dalla possibilità che ci da di osservare l’attivazione o la dis-attivazione di questi sistemi fisiologici e innati nella relazione terapeutica.

Come sappiamo, la percezione soggettiva di essere o sentirsi al sicuro può essere molto compromessa nelle persone che mostrano una qualche sofferenza psicologica, dal disturbo di panico ai comportamenti legati all’impulsività, e in quest’ottica la comprensione dei sintomi in una chiave evolutiva può offrire una valida spiegazione a reazioni altrimenti incomprensibili e apparentemente prive di razionale fondamento.

La minaccia alla sicurezza personale, ad esempio, può essere sperimentata in condizioni di solitudine o al contrario di eccessiva intimità. Ci si può sentire in pericolo nelle mura di casa o per strada, in ascensore o all’aperto, in una folla o in una piazza vuota.

Non c’è una reazione sbagliata, c’è il nostro corpo che reagisce a qualcosa che vive come pericoloso, per motivi validi e che vengono dalla nostra storia: Porges la chiama neurocezione.

Le parole di Porges spiegano meglio di tutte di cosa trattiamo quando parliamo di Teoria Polivagale:

Non si tratta di una teoria sul sistema nervoso, ma di una teoria sull’evoluzione del sistema nervoso negli esseri umani

ed è forse qui che può collocarsi il legame tra una teoria profondamente neuroscientifica e la nostra esperienza come clinici: osservare i sintomi riportati dal paziente sia nell’ evoluzione della sua storia, che nell’evoluzione della sua …. specie!

Al prossimo contributo il legame tra Neurocezione e il social engagement…

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

L’ alleanza terapeutica secondo la prospettiva cognitivo- evoluzionista di Liotti e Monticelli

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Buczynski, R. (intervistatore). Porges, S. (intervistato). (2013). Body, Brain, Behavior: How Polyvagal Theory Expands Our Healing Paradigm. [Trascrizione]. DOWNLOAD

 

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