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Scienza del comportamento & Fun Theory: l’iniziativa divertente per modificare il comportamento in ambito urbano – The Nudge Italia

A cura di Massimo Cesareo, Team Nudge Italia, IESCUM

«Cosa accadrebbe se i nostri automobilisti, invece di essere puniti con delle contravvenzioni per aver infranto delle norme stradali, venissero premiati per la loro buona condotta? Sarebbero indotti a proseguire nel loro comportamento virtuoso».

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«La scienza del comportamento», ci spiega il professor Paolo Moderato, ordinario di Psicologia presso l’Università IULM di Milano e Presidente di Iescum — Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano, «può fare molto nelle situazioni motivazionali, ovvero relativamente a ciò che muove le azioni personali. All’interno di un contesto di segnali verbali e non verbali, assume estrema importanza che l’individuo possa apprendere dalle conseguenze dirette della propria azione sull’ambiente. Accade, però, che una persona non possa vedere tali conseguenze, a causa di un ostacolo dell’ambiente stesso o del tempo. Quell’ostacolo si definisce costo della risposta: è uno sforzo che compiamo o, in altre parole, una punizione.

Eliminare quell’ostacolo — lo sforzo, il costo della risposta — consentirebbe di apprezzare le conseguenze della propria azione. Il vedere le conseguenze è un segnale non sempre verbale, ricevuto nel breve o brevissimo periodo, che induce un cittadino, nel caso degli esempi riportati, a modificare il proprio comportamento. Pertanto, l’ingegneria sociale deve puntare a rimuovere gli ostacoli, cioè i costi della risposta, e a offrire conseguenze alle azioni socialmente utili».

Un esempio pratico chiarisce questo concetto. «Pensiamo alla gestione della raccolta differenziata dei rifiuti in ambito urbano», ci spiega il professor Moderato, «anche il cittadino più motivato a differenziare i rifiuti vede un ostacolo nella eccessiva distanza dei cassonetti dalla propria abitazione; quella distanza è il costo della risposta, è uno sforzo che impedisce alle conseguenze di irrobustire l’azione socialmente utile. Al contrario, una iniziativa di ingegneria sociale che consentirebbe buoni risultati, nello stesso ambito, è quella di premiare il cittadino virtuoso nel differenziare: un premio, ad esempio, può essere uno sgravio fiscale, anche minimo».

È ciò che accadeva ai concittadini del sindaco Mockus: nell’esatto momento in cui rispettavano le norme stradali, un clown li premiava con fiori e sorrisi. Un esempio, peraltro, che fa riflettere sull’intero sistema normativo, anche italiano: il nostro codice stradale, ma anche quello penale, sono fondati sull’idea dell’evitare la pena, la punizione. «Scappare da una punizione è un’azione di breve respiro, che non porta a modificare i propri comportamenti nel lungo termine», spiega Moderato,

«cosa accadrebbe se i nostri automobilisti, invece di essere puniti con delle contravvenzioni per aver infranto delle norme stradali, venissero premiati per la loro buona condotta? Sarebbero indotti a proseguire nel loro comportamento virtuoso».

Spunti concreti ad un approccio comportamentista nella gestione urbana ed ambientale possono essere rinvenuti nell’edizione speciale di The Behavior Analyst, la rivista ufficiale della SABA, Society for the Advancement of Behavior Analysis, dedicata al cambiamento climatico. Nell’introduzione — curata da William L. Heward della Ohio State University e Paul Chance del Cambridge Center for Behavioral Studies — si parte da una semplice domanda: “come può un piccolo essere umano agire ottenendo come risultato il cambiamento climatico globale?”. La risposta arriva proseguendo nella lettura: “noi siamo progettati per modificare il nostro comportamento in risposta alle conseguenze dello stesso, conseguenze che siano certe, intense ed immediate, ma molti dei problemi che incontriamo oggi comportano conseguenze malcerte, deboli, e postposte nel tempo”.

Un metodo idoneo a perseguire azioni con conseguenze “certe, intense ed immediate” può essere trovato nell’applicazione della scienza comportamentale all’economia, ovvero nella behavioral economics. «L’adozione di una visione comportamentale, in economia, serve — fra l’altro — ad insegnarci non a spendere meno, a livello macroeconomico, ma a spendere senza sprechi. Una visione comportamentale, e dunque scientifica, aiuta a modificare i comportamenti economici, valutandone l’efficacia», chiarisce Moderato.

Un buon esempio di questi principi si ritrova nella Fun Theory, una iniziativa sponsorizzata dal gruppo Volkswagen basata sui principi della scienza comportamentale. L’intento è chiaro fin dalla presentazione sul sito web che raccoglie le molteplici applicazioni pratiche della teoria: “questa iniziativa è dedicata ad una semplice idea: ciò che è semplice e divertente è il modo migliore per modificare un comportamento per il meglio”.

Proposte pratiche, come il semaforo con display sul quale appaiono notizie utili e curiose o il cestino per i rifiuti sonoro, aiutano a comprendere il funzionamento della Fun Theory, riportandoci alla nostra riflessione iniziale: si può modificare un comportamento, in ambito urbano, in maniera divertente, con risultati efficaci, proprio come ha fatto il sindaco Mockus.

È questo meccanismo di gentile incentivo a modificare i propri comportamenti che ha fatto sì che ci si riferisca al nudging come ad una sorta di “paternalismo libertario”, definizione degli stessi Sunstein e Thaler.

Al di là degli esperimenti sociali di Mockus ed in seguito all’esempio statunitense, diversi governi – in tutto il mondo – hanno scelto di avvalersi della consulenza di esperti in scienze del comportamento: per restare all’Europa, dal governo inglese, che ha costituito il “Behavioral Insight Team”, a quello francese, che si avvale dello SGMAP – Secretariat General for Government Modernization. È recentissimo l’annuncio, da parte della Cancelliera Angela Merkel, della volontà di istituire un nudge team tedesco, mentre in Italia la teoria nudge ha appena fatto capolino, nelle pagine della riforma scolastica presentata dal Governo Renzi.

Nel Regno Unito, l’azione del BIT, il “Behavioral Insight Team”, voluto da David Cameron, si è rivolta innanzitutto alla lotta all’evasione fiscale: semplificando i metodi di pagamento delle imposte, dai moduli alla tempistica, si è avuta una riduzione dell’evasione.

In Italia, un gruppo di giovanissimi ricercatori – coordinati dal Professor Paolo Moderato, Ordinario di Psicologia Generale presso l’Università IULM e presidente di IESCUM – Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano – ha dato vita a “Nudge Italia”, primo team di esperti in scienze del comportamento applicate alle politiche pubbliche, membro del TEN – The European Nudge Network, la rete europea dei nudge team presentata nel giugno 2014 a Copenaghen, presso l’Università di Roskilde.

“Nudge Italia”, a pochi mesi dalla sua nascita, è stato contattato dal MIUR, il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca, al fine di collaborare alla semplificazione normativa ed alla riorganizzazione delle classi e dei laboratori scolastici italiani.

“Nudge Italia” è stato presentato in apertura dei lavori, durante la giornata di studio “Scienze del comportamento, società, cambiamento” che si è svolta a novembre 2014, lo IULM, all’interno dell’XI Edizione dell’ICBS International Congress on Behavior Studies, con una serie di dibattiti dedicati a “Behavior Science and Policy”, cui hanno partecipato accademici provenienti da tutta Europa: dal professor Pelle Guldborg Hansen, dell’Università danese di Roskilde, fondatore del network europeo dei nudge team, a Eric Singler, responsabile del nudge team francese.

Un recente appuntamento dedicato al nudging ha visto Paolo Moderato ospite di uno degli eventi di formazione organizzati dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia, un webinar dedicato al nudging, svoltosi il 10 febbraio 2015 presso la sede dell’Ordine.

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Rimuginio: ridurlo attraverso l’immaginazione ed il pensiero visivo

Per ridurre la tendenza al rimuginio ed aumentare le proprie capacità di concentrazione occorre allenarsi con una buona frequenza a stimolare le proprie capacità immaginative. 

Il rimuginio è un fenomeno mentale che indica la tendenza a ‘stare a pensare alle cose negative che potrebbero accadere in futuro’, soprattutto in condizioni generali di incertezza. Il rimuginio si accompagna all’ansia e, qualora eccessivo, rappresenta una pessima abitudine per la salute delle persone perché sostiene una condizione di ansia e stress duratura nel tempo (Borkovec, 1994).

Una delle conseguenze negative del rimuginio è la cattura di tutte le capacità mentali dell’individuo. Esiste un limite alle cose che possiamo fare contemporaneamente con la mente e il rimuginio tende a consumare tutte le risorse. Per questa ragione quando rimuginiamo non riusciamo a concentrarci con efficacia su altri compiti, a studiare, a svolgere prestazioni cognitive buone.

 Una recente ricerca ha mostrato come questo danno del rimuginio sia principalmente dovuto all’imponente carica verbale che lo contraddistingue (Leigh & Hirsch, 2011).

I grandi rimuginatori parlano molto con sé stessi mentre non sono abituati a usare l’immaginazione, il pensiero visivo o sensoriale.

Questi risultati suggeriscono che per ridurre la tendenza al rimuginio ed aumentare le proprie capacità di concentrazione occorre allenarsi con una buona frequenza a stimolare le proprie capacità immaginative.

In sintesi imparare a usare l’immaginazione può ridurre il rimuginio e fornirci più risorse mentali.

 

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Pratiche di Mindfulness nei programmi scolastici: abilità sociali ed emotive

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Uno studio condotto presso la University of British Columbia ha recentemente indagato l’effetto dell’inserimento di alcune semplici pratiche di mindfulness e di esercizi che insegnano a prestare attenzione agli altri all’interno di programmi scolastici volti a favorire lo sviluppo di abilità sociali ed emotive.

Lo studio ha coinvolto ricercatori appartenenti a diverse discipline, dalle neuroscienze, alla pediatra, alla psicologia dello sviluppo e all’ educazione, allo scopo di indagare in modo particolare gli effetti del programma MindUP™, nel corso del quale era previsto l’insegnamento di alcune pratiche di mindfulness, quali pratiche di esperienza sensoriale e pratiche con focus sul corpo e con focus sul respiro, su di un campione costituito da 99 bambini che frequentavano quattro diverse classi del quarto e del quinto grado.
Dallo studio è emerso come i bambini che avevano preso parte a questo programma fossero capaci di mettere in atto strategie di regolazione dello stress più efficaci e si mostravano, inoltre, più ottimisti e collaborativi con gli altri rispetto a bambini loro pari inseriti in un programma simile ma nel corso del quale non era previsto l’insegnamento di alcuna pratica di mindfulness. Rispetto a questi bambini, coloro che erano stati inseriti nel programma MindUP™ mostravano, inoltre, prestazioni scolastiche migliori in matematica.

Sulla base di questi risultati, secondo Schonert-Reichl, autrice dello studio, è quindi possibile affermare che

“i bambini a cui vengono insegnate pratiche di mindfulness, il cui scopo è quello di imparare a prestare attenzione al momento presente in maniera intenzionale e non giudicante, risultano più avvantaggiati sia in situazioni scolastiche sia della vita di tutti i giorni”.

L’effetto dell’insegnamento di tali pratiche è certamente legato a diversi fattori. Una spiegazione possibile potrebbe essere, secondo Schonert-Reichl, che l’insegnamento di queste pratiche promuove l’apprendimento all’interno di una situazione di interazione sociale, in un clima meno stressante e più attento, favorendo così lo sviluppo di una maggiore tendenza alla condivisione e all’aiuto degli altri ed un più facile raggiungimento dei propri obiettivi, tra i quali ottenere risultati scolastici migliori.

È questa una delle prime ricerche che hanno indagato in maniera empirica gli effetti derivanti dall’ insegnamento di pratiche di mindfulness sul benessere di bambini in età scolare. Gli studi condotti fino a questo momento hanno infatti indagato l’effetto di tali pratiche soprattutto negli adulti. Nello specifico, nel corso dello studio, sono state valutate alcune abilità cognitive, quali memoria, concentrazione e attenzione, attraverso test che misurano le funzioni esecutive. È stata, inoltre, valutata la capacità di regolazione dello stress attraverso l’analisi dei livelli di cortisolo e lo stato di benessere soggettivo attraverso misure di tipo self-report. Infine, aspetti legati alle abilità sociali sono stati misurati attraverso il giudizio riportato dai pari.
I risultati di questo studio sembrano quindi suggerire che questo tipo di programmi, volto allo sviluppo delle abilità sociali ed emotive, possa permettere l’identificazione di strategie che consentano non solo di aiutare bambini in difficoltà ma possa promuovere anche un migliore stato di benessere, aiutando i bambini nella loro crescita.

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Quella spintarella che migliorerebbe la vita di tutti: gli effetti del Nudging

A Cura di Massimo Cesareo, Team Nudge Italia, IESCUM

Il nudging è la disciplina che, grazie alle scienze del comportamento, facilita ovvero spinge gentilmente le decisioni delle persone verso opzioni di scelta più in linea con i loro valori, tutelando al contempo la loro libertà di scegliere.

Cosa fare per migliorare le scelte alimentari di una popolazione, per incrementarne l’attività fisica o per aumentare il numero di persone che pagano le tasse o che si recano a votare?

Ricorrere al nudging: la spinta gentile teorizzata dall’economista Richard H. Thaler e dal giurista Cass R. Sunstein, nel saggio Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness, edito in Italia da Feltrinelli, nel 2008, con il titolo Nudge. La spinta gentile. La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità.

Il nudging è una visione socio economico multidisciplinare, che si sviluppa all’interno delle scienze del comportamento.

 Le scienze del comportamento sono figlie del Comportamentismo, approccio alla psicologia, del quale si è soliti indicare come data di nascita quella della pubblicazione dell’articolo dello psicologo statunitense John Watson La psicologia così come la vede un comportamentista (1913).

L’applicazione delle scienze del comportamento alle politiche sociali, all’economia, alla gestione della cosa pubblica, ha portato, nel corso del XX secolo, dapprima allo sviluppo del filone economico denominato Behavioral Economics, economia comportamentale, ed in seguito – nell’ultimo quinquennio – alla nascita di appositi nudge team, ovvero team di esperti in supporto all’operato governativo.

Il nudging, pertanto, è materia di studio e di ricerca assai recente e che molto sta facendo parlare di sé: è la disciplina che, grazie alle scienze del comportamento facilita, ovvero spinge gentilmente le decisioni delle persone verso opzioni di scelta più in linea con i loro valori, tutelando al contempo la loro libertà di scegliere.

Sulla scia della svolta aperta dal volume Nudge (2008, Thaler and Sunstein), le scienze del comportamento sono diventate un valido alleato nella gestione istituzionale della cosa pubblica.

Un primo esempio di nudge team va trovato nella nomina, da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, di Cass R. Sunstein quale responsabile dell’Office of Information and Regulatory Affairs.

Come funziona il nudging? Semplice!- direbbe Cass R. Sunstein, che proprio così ha intitolato un suo recente volume, in cui viene descritto l’operato del Nudge Team statunitense: una regolamentazione intelligente, che spinga gentilmente i cittadini a comportamenti più efficienti per se stessi e per gli altri, può rendere la vita della società, dei cittadini, delle imprese, meno complessa. Nudging, pertanto, significa esplorare le potenzialità della semplificazione normativa. Ma non solo: come insegnano le scienze del comportamento, misurare, raccogliere dati, valutare, applicare il metodo scientifico alle politiche pubbliche aiuta i governanti ad indirizzare i comportamenti dei cittadini verso scelte più efficaci. La spinta gentile, insomma, può essere applicata ai mille ambiti della vita collettiva: dall’alimentazione alla gestione del traffico urbano, dalla lotta all’evasione fiscale all’aumento della percentuale degli elettori che si recano alle urne, fino ad un più consapevole rapporto con l’ambiente. Il nudging, infatti, si rivela un ottimo alleato per implementare la raccolta differenziata nei contesti urbani.

Un esempio di politiche di nudging che hanno realmente portato a miglioramenti dei comportamenti sociali può essere trovato nel sito governativo statunitense dedicato all’alimentazione, per il quale Cass Sunstein ha realizzato l’immagine di un piatto contenente le giuste percentuali di nutrienti da assimilare durante il giorno. Il passaggio dalla classica piramide alimentare al piatto ha semplificato l’accesso degli utenti al sito e la comprensione delle informazioni veicolate.

Altri esempi possono essere rilevati nell’azione amministrativa di Antanas Mockus, ex sindaco di Bogotà, capitale della Colombia, azioni che spingono a riflettere sulle possibilità offerte dall’ingegneria sociale nella gestione urbana.

Mockus — filosofo, matematico e pedagogo — nella sua esperienza di amministratore pubblico è divenuto noto alle cronache internazionali per i suoi esperimenti sociali. Già nel 2004, Maria Cristina Caballero scriveva, sull’Harvard University Gazette, di questo professore senza esperienza politica che — reduce da un incarico di prestigio presso la Colombian National University — aveva applicato su una città di sei milioni e mezzo di abitanti le sue teorie sociali.

Bogotà, all’epoca, era una metropoli piagata dalla criminalità, dal traffico, dall’inquinamento. Mockus stesso spiegò come era riuscito a ridurre l’incidenza di questi fenomeni negativi durante una lezione tenuta presso la Kennedy School’s Institute of Politics, al termine del suo secondo mandato come sindaco di Bogotà. Agli studenti di Harvard, Mockus spiegò che nel passaggio dalla teoria alla pratica, nella gestione urbana democratica, era stato fondamentale invogliare il cittadino a modificare il proprio modo di pensare, utilizzare incentivi materiali per ridurre la corruzione, ricorrere alla disapprovazione della comunità verso i gesti criminali o in qualche modo non congruenti alla pacifica vita della comunità stessa.

 Gli esempi più noti della sua politica del cambiamento sociale — quelli che indussero a definire un miracolo il volto nuovo di Bogotà — furono l’idea di mandare 400 mimi nelle strade della capitale, con il compito, da un lato, di prendere apertamente in giro gli automobilisti indisciplinati, dall’altro di rappresentare sul palcoscenico reale della strada cosa volesse dire osservare le regole, e l’intuizione di rendersi testimonial di una campagna per la riduzione dello spreco dell’acqua. Entrambe le iniziative diedero ottimi risultati: ci fu una sensibile diminuzione degli incidenti stradali nell’area urbana e un risparmio dell’acqua che arrivò a toccare il 40% del precedente consumo totale.

L’idea di mandare dei clown a dirigere il traffico, per i suoi buoni risultati, venne — anni dopo, nel 2011 — rimessa in pratica da Carlos Ocariz, politico ed ingegnere, a capo della Municipalità di Sucre, una delle aree più povere di Caracas, capitale del Venezuela. L’esperimento ebbe successo e venne riportato dalle cronache italiane.

Jacopo Fo, per il Fatto quotidiano, descrivendo le iniziative tanto di Ocariz, quanto di Mockus ai lettori italiani, affronta un punto essenziale per la scienza del comportamento promossa da Iescum: una bella mattina gli automobilisti di Bogotà trovarono i semafori presidiati da gruppi di clown buffoni, che piangevano a spruzzo se non ci si fermava col rosso e invece danzavano e offrivano fiori se si rispettavano le precedenze. Fiori per chi rispettava le regole: un rinforzo, si direbbe in termini comportamentali.

 

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Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo – Introduzione alla Psicoterapia

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (03)

 

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un disturbo d’ansia caratterizzato generalmente dalla presenza di ossessioni e compulsioni, anche se in alcuni casi possono essere presenti ossessioni senza compulsioni.

Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona. Il contenuto delle ossessioni può variare da persona a persona, alcuni temi ricorrenti riguardano impulsi aggressivi verso altre persone, il timore di essere contaminati o altri pensieri di natura sessuale o soprannaturale. L’elemento in comune delle ossessioni è che sono impulsi non voluti dalle persone, che producono emozioni di paura, disgusto o senso di colpa.

Questo disagio emotivo può essere tanto intenso che le persone si sentono costrette a mettere in atto una serie di comportamenti (rituali) o di azioni mentali per neutralizzare le ossessioni o eliminarle dalla mente. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (es: lavarsi le mani, ripetere più volte una stessa azione) o azioni mentali (es. contare, ripetere formule superstiziose) che permettono alla persona di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni. Attraverso le compulsioni la persona riesce a ridurre la sgradevole sensazione che qualcosa non va o che potrebbe accadere qualcosa di brutto.

Tuttavia le compulsioni non eliminano le ossessioni, che possono aumentare o ripresentarsi nel tempo. Inoltre le compulsioni possono diventare molto debilitanti, impegnare molto tempo e costituire esse stesse un problema. La persona con disturbo ossessivo-compulsivo può iniziare a evitare tutte le situazioni associabili alle ossessioni e limitare notevolmente la propria vita sociale o lavorativa.
Il disturbo ossessivo compulsivo può essere curato. Gli studi scientifici attuali mostrano che gli unici trattamenti che hanno dato prova di efficacia sono la terapia farmacologica e la terapia cognitivo-comportamentale (NCCMH, 2011).

 

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I litigi dei bambini e l’intervento degli adulti: tecniche psicopedadogiche di mediazione dei conflitti infantili

I litigi dei bambini e l’intervento degli adulti: le tecniche psicopedagogiche di mediazione dei conflitti infantili

 

Keywords: Bambini, Litigi, Mediazione, Genitori, Insegnanti, Psicologia dell’Educazione

Abstract

I litigi fra bambini sono delle occasioni di crescita cognitiva, emotiva e sociale. Frequentemente gli adulti ignorano la valenza positiva di queste contrapposizioni e le vivono con estrema tensione, ponendosi l’obiettivo di interromperle tempestivamente. In questa maniera privano i piccoli di un patrimonio esperienziale utile al loro fisiologico sviluppo.

Le caratteristiche dei litigi infantili

Per i bambini il litigio rappresenta un evento fisiologico nell’ambito dei rapporti interpersonali. Minori e adulti, sovente, danno dei significati differenti alle dispute. Talvolta i genitori e gli insegnanti attribuiscono dei contenuti impropri alle controversie dei propri figli e alunni. Per i bambini il litigio è un fatto naturale, quasi un’attività ludica endemica alle dinamiche relazionali. Inoltre, i conflitti, secondo la Nigris (2002, pag.34), “risultano una condizione per lo sviluppo armonico del soggetto”.
I contrasti fra i piccoli, come Novara fa notare (2014, pag. 54), sono caratterizzati da due archetipi, ovvero la notevole frequenza temporale e il localizzarsi nell’ambito di processi amicali. La Garvey, citata in Novara (2014, op. cit., pag. 54), afferma che in una scuola dell’infanzia, per esempio, i bambini litigano con una media di 11- 12 alterchi all’ora. Queste dispute hanno una breve durata: infatti, nel giro di qualche minuto gli infanti ritornano a giocare insieme, come se nulla fosse accaduto.

L’autoregolamentazione dei bambini

I motivi alla base delle contese infantili sono molteplici. Solitamente i bambini litigano perché vogliono possedere una cosa che l’altro ha o perché desiderano giocare con gli stessi giocattoli o, ancora, perché aspirano a ricoprire lo stesso ruolo all’interno di un gioco di gruppo o la stessa funzione nell’ambito della vita quotidiana della classe o, semplicemente, perché hanno opinioni contrastanti sulle stesse tematiche (Carugati e Selleri, 1996, pag. 136 – 142; Berti e Bombi, 2005, pag. 309 – 310; Carugati e Selleri, 2005, pag. 207 – 212).
I piccoli solitamente, come Novara sostiene (2014, op. cit., pag. 56), hanno delle notevoli capacità di autoregolamentazione. Frequentemente i loro litigi non trascendono in episodi di violenza, come molti adulti temono, ma si risolvono in maniera naturale senza lasciare traccia di risentimento.

photolangage e supporto alla genitorialità 2© Michael Brown - Fotolia.com
L’utilizzo del Photolangage nel supporto alla genitorialità.

Esistono delle tecniche che consentono ai bambini di migliorare la naturale capacità di risoluzione dei conflitti. Alcune di esse non prevedono la partecipazione degli adulti di riferimento (genitori e insegnanti).
Novara (2014, op. cit., pag. 56), per esempio, propone una strategia di risoluzione di conflitti, che sfrutta le capacità maieutiche dei minori. Qualche volta, però, accade che i bambini trasmodano nei loro litigi perché hanno come punto di riferimento il giudizio degli adulti, ovvero è come se volessero conquistare l’approvazione di un adulto importante che hanno interiorizzato, per cui percepiscono la disputa nell’ambito della dinamica bontà-cattiveria. È un modo per attribuire all’altro l’inizio del litigio, e quindi il ruolo di “cattivo”, e a se stessi la funzione di vittima, ossia di personaggio buono.

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L’intervento inopportuno degli adulti

Novara (2014, op. cit., pag 57) sostiene che l’intervento dell’adulto nell’ambito dei litigi fra bambini è inopportuno, in quanto cerca di imporre una soluzione che spesso è distante da quella che i minori naturalmente trovano.
L’adulto, inoltre, interviene interrompendo il contrasto. Questo non consente ai piccoli di portare la disputa a termine con la finalità di trovare una mediazione, attraverso l’esercizio delle abilità comunicazionali.
In alcune circostanze sono gli stessi bambini che chiamano in causa l’adulto, con la funzione di arbitro, per stabilire chi ha ragione. L’adulto, in questo caso, non deve arrogarsi il compito di decidere chi ha ragione, ma semplicemente evidenziare quanto c’è di valido e congruente nelle ragioni dell’uno e dell’altro. Di frequente chi cede in un litigio è quello che emotivamente è più forte, ovvero riconosce che lo stare bene con l’altro è più importante, per esempio, del possesso di un oggetto.

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Efficacia del metodo maieutico di risoluzione dei conflitti

La ricerca svolta da Novara e Di Chio in alcune scuole dell’infanzia e primarie della provincia di Torino (2014, op. cit., pag. 54) ha reso evidente che il metodo maieutico di risoluzione dei conflitti, che abitua i bambini a risolvere da sé i propri litigi, fa decrescere la loro frequenza. Inoltre il permettere che i bambini gestiscano da soli i propri contrasti, li aiuta a sviluppare tre paradigmi:
quello di implementare il principio di realtà, cioè l’adattare i propri desideri e bisogni al contesto esterno;
quello del decentramento emotivo e cognitivo, per cui si agevola la consapevolezza che esistono le emozioni vissute dagli altri e punti di vista cognitivi differenti dal proprio;
quello del pensare in modo creativo – divergente. In altre parole, il bambino si abitua a pensare a soluzioni, frutto del pensiero creativo – divergente, che possono accontentare entrambi i contendenti.

Contesti scolastici, conflitti e mediazione

Naruto: il cartone che aiuta a pensare le emozioni difficili
Naruto: il cartone che aiuta a pensare le emozioni difficili

Nei contesti scolastici, l’insegnante è chiamato esplicitamente in causa per risolvere una disputa, divenuta violenta, fra due alunni. In questo caso il compito del docente è quello di aiutare gli allievi a reperire una forma di obiettività che consenta di dirimere pacificamente il conflitto. Nello specifico, il docente deve invitare i due membri ad esprimere le emozioni provate in quel momento e le ragioni alla base dei loro comportamenti. Successivamente deve sollecitare i due minori a mettersi uno nei panni dell’altro, con l’intento di esporre le emozioni provate dall’altro e le sue ragioni. In ultimo, attraverso una strategia di problem solving, è opportuno impegnare l’uno e l’altro in una ricerca volta a trovare più soluzioni al contrasto, con il proposito di escogitare quella giusta, ovvero quella che soddisfa ambedue, permettendo la riconciliazione (Carugati e Selleri, 2005, pag. 74 – 75).

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BIBLIOGRAFIA:

  • Berti, A.E. e Bombi, A.S. (2005). Corso di psicologia dello sviluppo. Bologna: Il Mulino.  ACQUISTA ONLINE
  • Carugati, F. e Selleri, P. (2005). Psicologia dell’educazione. Bologna: Il Mulino.  ACQUISTA ONLINE
  • Carugati, F. e Selleri, P. (1996). Psicologia sociale dell’educazione. Bologna: Il Mulino.  ACQUISTA ONLINE
  • Garvey, C. (1985). I discorsi dei bambini. Roma: Armando.
  • Nigris, E. (2002). I conflitti a scuola. Milano: Paravia – Bruno Mondadori.  ACQUISTA ONLINE
  • Novara, D. (2014), Litigare bene. Psicologia Contemporanea, n. 4, Luglio – Agosto 2014, pag. 54 – 59.

L’utilizzo delle nuove tecnologie nel trattamento del disturbo mentale

FLASH NEWS

Da un recente studio, condotto presso la Clemson University, in collaborazione con i ricercatori dell’Indiana University e del Centerstone Research Institute, è tuttavia emerso come queste nuove tecnologie possano essere molto utili anche nel trattamento della malattia mentale.

Smartphone e cellulari sono diventati ormai qualcosa di irrinunciabile per milioni di persone, senza il quale proprio non si può stare. Da un recente studio, condotto presso la Clemson University, in collaborazione con i ricercatori dell’Indiana University e del Centerstone Research Institute, è tuttavia emerso come queste nuove tecnologie possano essere molto utili anche nel trattamento della malattia mentale.
Lo studio, pubblicato su Personal and Ubiquitous Computing, ha coinvolto un campione di 325 pazienti affetti da diverse forme di malattia mentale. Scopo della ricerca è stato quello di determinare la proprietà dei telefoni cellulari dei pazienti e le loro modalità di utilizzo.

I risultati ottenuti hanno messo in evidenza che soggetti affetti da malattia mentale possiedono un telefono cellulare in maniera comparabile ad un campione di soggetti “sani”, ad eccezione del fatto che un maggior numero di pazienti rispetto ai non pazienti condividono con altri il proprio cellulare.

Dallo studio è emerso, inoltre, che persone affette da malattia mentale utilizzano il proprio telefono cellulare soprattutto per scambiare messaggi ed inviare sms. Circa l’80% dei soggetti che hanno partecipato allo studio ha affermato di utilizzare il cellulare per questo scopo piuttosto che per scaricare applicazioni, che è risultata, invece, essere la modalità di utilizzo meno diffusa del proprio smartphone. Coloro che hanno affermato di trovarsi a loro agio nell’ utilizzare il cellulare per scambiarsi messaggi riportavano, inoltre, di sentirsi più a loro agio anche con l’idea di scambiarsi sms con il proprio medico curante.

Secondo Kelly Caine, co-autrice dello studio e assistente universitario presso il Clemson University’s School of Computing, questi risultati sembrano suggerire che scambiarsi sms potrebbe costituire una possibile modalità di aiuto al trattamento per pazienti affetti da malattia mentale.

Ed ancora, che l’utilizzo di queste forme di tecnologia, ormai familiari e diffuse in gran parte della popolazione, potrebbe rappresentare una forma di trattamento supplementare per coloro che hanno un reddito basso e che per questo non riuscirebbero altrimenti ad avere accesso ad alcuna forma di trattamento. Sulla base dei dati raccolti dal Substance Abuse and Mental Health Services Administration, infatti, la diffusione del disturbo mentale è in crescita, ma il 62% di coloro che è affetto da qualche forma di malattia mentale non riceve alcun trattamento per la propria malattia.

Nonostante siano numerose le ricerche che hanno indagato come le nuove tecnologie possano costituire un aiuto nel monitoraggio dello stato di salute dei pazienti, nella gestione delle forme di malattie croniche e nella prevenzione, molte meno sono state, invece, le ricerche che hanno indagato come le tecnologie disponibili possano essere usate nel trattamento di persone affette da malattia mentale. Il presente studio, si propone di colmare questo gap, promuovendo un tipo di intervento basato su nuove forme di trattamento mobile, valutate sulla base delle modalità di utilizzo e dei bisogni dei pazienti.

La speranza dei ricercatori è che sia possibile indagare, nel corso di ricerche future, quali misure di riserbo possano essere sviluppate al fine di usare la tecnologia mobile come aiuto al trattamento, specialmente per pazienti che condividono il proprio telefono, ed esplorare i tipi di aiuto di trattamento mobile che potrebbero essere più facilmente attuabili ed efficaci.

 

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Lo stigma sul peso e l’obesità “divertente” Siani e Sanremo 2015 – Psicologia

Segnaliamo un articolo di Giovanni Sabato, pubblicato su L’Espresso il giorno 11 Febbraio 2015

 

Il Giornalista de L’Espresso intervista il Dottor. Daniele Di Pauli, Psicologo Psicoterapeuta Cognitivo-Comportamentale e già autore per State of Mind di articoli e recensioni sul tema dell’obesità e dello stigma sociale a cui è associata. Il tema dell’articolo parte dalla gaffe di Alessandro Siani all’edizione 2015 del Festival di Sanremo, dove con una battuta molto poco felice ha cercato l’ironia ai danni di un bambino sovrappeso.

 

«Il problema non è Siani e non serve scagliarsi contro di lui. Il comico ha fatto scalpore per aver irriso un bambino obeso a Sanremo, ma il problema non è la sua eventuale insensibilità, se mai è l’esatto contrario: quel che fa riflettere è che battute simili siano comuni e accettate a livello sociale. Rafforzando la diffusa idea negativa dell’obesità e lo stigma verso le persone sovrappeso, con tutti i suoi danni». Così la vede Daniele di Pauli, psicologo e psicoterapeuta che collabora fra l’altro con le associazioni Diamole Peso e CIDO (Comitato italiano per i diritti delle persone affette da obesità e disturbi alimentari)

Alessandro Siani, il pregiudizio e il peso delle paroleConsigliato dalla Redazione

Chi insulta un nero è razzista. Chi insulta un gay è omofobo. Chi insulta un ciccione è simpatico. Ma forse oggi non più. Anche se in Germana e Stati Uniti le donne guadagnano tanto meno quanto più pesano (…)

Tratto da: l'Espresso

 

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La Fobia sociale – Introduzione alla Psicoterapia

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Il Disturbo d’Ansia Sociale o Fobia Sociale è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla paura intensa di trovarsi in una situazione sociale, soprattutto non conosciuta, o paura di eseguire prestazioni non all’altezza delle aspettative e da cui possa derivare un giudizio altrui negativo.

Le persone che soffrono di questo disagio psicologico temono costantemente di dire o fare cose inadeguate o imbarazzanti oppure di mostrare agli altri i segni della propria agitazione.

Il timore centrale è quello di essere giudicati ansiosi, deboli, impacciati, stupidi, sciocchi o inadeguati. Questo timore può essere tanto forte da produrre sensazioni di disagio molto intense (es: palpitazioni, tremori, sudorazione, malessere gastrointestinale, dissenteria, tensione muscolare, confusione) che possono provocare veri e propri attacchi di panico.

Ansia sociale - © Lorenzo Recanatini - Alpes Editore
Fobia Sociale

Le prestazioni che scatenano ansia sociale sono di varia natura (es: feste, cene, riunioni di lavoro, conoscere nuove persone, mangiare o usare il telefono davanti ad altri ecc…). Per questa ragione la Fobia Sociale può essere specifica se avviene solo in alcuni contesti o generalizzata se avviene nella maggioranza delle situazioni sociali.

La psicoterapia cognitivo comportamentale del disturbo d’ansia sociale si concentra su: (1) ridurre il timore del giudizio e il bisogno di riconoscimento, (2) controllare il rimuginio anticipatorio sulle proprie prestazioni, (3) ridurre il timore di mostrare ansia, (4) ridurre i comportamenti di controllo dell’ansia.

 

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Il bando della ASL di Torino tra corruzione, raccomandazioni e il senso della meritocrazia

La notizia della psicologa assunta all’ASL di Torino dopo aver vinto il bando proposto da suo padre direttore del personale di quella stessa ASL è una buona occasione per riflettere. C’è spazio per l’indignazione, ma anche per pensieri più cauti e accurati.

L’articolo apparso sulle pagine torinesi di Repubblica (LEGGI L’ARTICOLO) riporta due dati che alludono a possibili scorrettezze: la parentela tra vincitrice e proponente del bando e il periodo di esposizione del bando, dal 31 dicembre al 10 gennaio, periodo di vacanza e –presumibilmente- di scarsa attenzione alla pubblicazione di bandi. Da qui la nostra mente è invitata inevitabilmente a indignarsi ricordando altre notizie simili a questa, notizie apparentate con le possibili scorrettezze dell’ASL di Torino.

Sappiamo che il sistema sanitario italiano, come altri servizi pubblici, è probabilmente esposto a fenomeni di corruzione. Un altro articolo di giornale, questa volta del Corriere della Sera, riporta che –secondo il “Global Corruption Barometer” – il sistema sanitario italiano mostra eccessivi livelli di corruzione (LEGGI L’ARTICOLO). Sembrerebbe quindi giusto sospettare del caso di Torino, se non altro come stima probabilistica.

Siamo messi così male?

Attenzione. Avrete notato che quello stesso articolo del Corriere che riporta il dato sulla corruzione ci porge anche una notizia più incoraggiante: la sanità italiana offre un ottimo prodotto, migliore di quello della maggior parte degli altri paesi. Nel 2014, secondo il rapporto della Bloomberg, multinazionale dell’informazione, la nostra sanità sarebbe la terza migliore del mondo, dopo Singapore e Hong Kong e prima del Giappone, quarto. Seguono Corea del Sud, Australia e Israele.

Notiamo: abbiamo elencato sette paesi e non è ancora apparso un paese europeo oltre l’Italia. Dove sono finiti? Li incontriamo dopo Israele. Ottava la Francia, decimo il Regno Unito, addirittura ventitreesima la Germania, per citare i tre paesi con i quali nervosamente ci paragoniamo da un paio di secoli a questa parte nel timore di non essere alla loro altezza. Dietro di noi c’è anche un’altra pietra di paragone: la Svizzera è quindicesima. Dietro perfino gli impeccabili paesi scandinavi: undicesima la Norvegia, diciannovesime a pari punteggio Svezia e Finlandia, addirittura trentaquattresima la Danimarca. Chi manca all’appello dei paesi verso i quali nutriamo un eterno automatismo di inferiorità? Ah si, l’Olanda. Dove diamine è, che non la vedo? Addirittura quarantesima. Controllo distrattamente il Belgio, di cui non si sa mai bene cosa pensare: sono dei Francesi falliti o degli Olandesi annacquati? Boh; comunque è nordico e civile anche il Belgio eppure è dietro, quarantunesimo. Altro caso speciale gli Stati Uniti, di cui si sa solo che ha una sanità strana tutta sua, tutta privata, non si sa bene cosa pensarne, sono barbarissimi o civilissimi? Nemmeno Montanelli aveva direttive chiare sugli USA. In ogni caso gli americani sono lontanissimi in classifica: quarantaquattresimi, peggio dei Belgi (tiè!) Insomma, fanno bene le mamme italiane a raccomandarci di indossare il golfino quando andiamo in vacanza su, a nord delle Alpi. Il golfino anche se è estate.  In realtà non sono preoccupate per noi, sono realistiche: giustamente diffidano degli ospedali dei paesi nordeuropei.

La sanità italiana è buona. È questo non è nemmeno un dato nuovo. Eravamo già messi bene quindici anni fa, quando fu pubblicato il World Health Report del 2000 (DOWNLOAD). Lì eravamo addirittura secondi nel mondo dietro la Francia. Nel frattempo la Francia è rimasta indietro e ora davanti a noi ci sono altri paesi. Insomma, da quindici anni a questa parte restiamo saldamente sul podio e siamo gli unici a esserci rimasti. Non possiamo proprio lamentarci, che forse per noi italiani è la vera tragedia.

Scherzi a parte, com’è possibile? Terzi al mondo e primi tra i paesi “occidentali”? Però corrotti? Non saprei, questi parametri non sono facili da interpretare. Quando non scrivo articoli per State of Mind mi occupo di ricerca scientifica, e vi assicuro che i numeri non sono sempre dati incontrovertibili. Possono essere a loro volta oracoli ambigui da interpretare. 

Per esempio, torniamo al “Global Corruption Barometer” che, secondo il giornalista del Corriere, ci condanna. Il dato negativo, a ben vedere, riguarda la corruzione percepita e non propriamente quella attuale. Il dato in cui l’Italia ha alcuni valori elevati, vicini all’80%, è la percentuale d’intervistati che pensano che certe istituzioni siano corrotte. D’accordo, non è un bel dato, ma cosa sappiamo su quanto siano effettivamente corrotte? Se andiamo più in basso nella stessa pagina web, troviamo un dato più concreto: la percentuale di persone che effettivamente hanno pagato un “bribe” (bustarella) o ne possono dare testimonianza certa e circostanziata. Qui le cose cambiano. La percentuale di persone che si sono sentite chiedere bustarelle dai vari tipi di pubblici ufficiali italiani varia dal 2% (esattori delle tasse) al 6% (impiegati generici nei servizi pubblici) con un picco del 12% per quanto riguarda gli ufficiali giudiziari di vario tipo.

Sono dati alti o bassi? Facciamo il solito paragone con l’Inghilterra, che nell’immaginario comune rimane il paese modello della modernità calvinista, efficiente e incorruttibile. I dati però parlano di fenomeni di corruzione più elevati dell’Italia: 8% di persone che si sono sentite chiedere una bustarella dalla polizia inglese (4% da quella italiana), 11% da impiegati nei servizi anagrafe e cittadinanza (3% in Italia), per concludere con un 21% di bustarelle chieste da ufficiali giudiziari corrotti, che –come in Italia- si confermano la classe più propensa a chiedere bustarelle (ricordate? In Italia era il 12%). Se desideriamo cercare paesi meno corrotti di noi, dobbiamo andare in Spagna (toh, un paese mediterraneo, un PIG) o in Finlandia. I dati di Francia e Germania non sono disponibili.

Che dire? Sono confuso. A leggere questi dati mi viene da pensare che forse la corruzione italiana è fatta di favori e non soldi, il papà che (forse) crea le condizioni per facilitare l’assunzione della figlia. Se andiamo sulla corruzione pesante, le bustarelle vere, i soldi veramente chiesti e ottenuti in cambio di servizi dovuti, pare che in Inghilterra siano messi peggio di noi. Oppure no. I dati sono sempre difficili da interpretare. Ognuno ha le sue distorsioni. Quali sono l’autorevolezza e l’affidabilità di questo “Global Corruption Barometer”? Negli articoli scientifici so muovermi. In questo terreno no. Chi lo sa.

Lasciamo da parte i numeri. Torniamo al caso della collega di Torino. Vi dirò la mia idea.

Credo che, nel reclutamento delle persone più adatte ai posti di lavoro, dobbiamo abbandonare l’idea di un’astratta “meritocrazia”, che spesso concepiamo come una qualità assoluta e apriori, appunto un “merito” che precederebbe l’assunzione e che andrebbe valutata in un ambiente asettico e purificato attraverso esami, concorsi e colloqui impersonali e correttissimi in grado di individuare la persona adatta a quella mansione. Non credo che il “merito” sia questo. Il merito non è qualcosa che sta prima della prestazione, una qualità che ci portiamo dietro e che ci distingue in partenza dagli immeritevoli, potenzialmente corrotti.

Il merito è qualcosa che accade dopo. E non si tratta solo di prestazione quantitativa. Il merito è anche una valutazione della capacità di qualcuno d’integrarsi in un gruppo di lavoro e partecipare a un lavoro di squadra, valutazione che va fatta a valle dopo un congruo periodo di prova e anche ancora dopo il periodo di prova, in un processo di formazione e valutazione continui.

Dove occorrerebbe essere un po’ più spietati non è tanto nella selezione iniziale, in fondo sempre superficiale ed emotiva, ma nei meccanismi di sospensione e riallocazione (attenzione: non sto dicendo di espulsione, ovvero licenziamento; non siamo e non vogliamo essere un paese anglo-sassone, e va bene così) di chi non sa, non riesce, o peggio non vuole integrarsi. Spesso la scelta di elementi integrabili cade non a caso e non scorrettamente su elementi già noti, già segnalati, già raccomandati se vogliamo (diciamolo in inglese: “endorsed”, che suona meglio). Raccomandati nel senso migliore del termine, ovvero già notati per le loro qualità e per il loro potenziale affiatamento.

Insomma, già conosciuti e quindi si, un po’ raccomandati rispetto a qualcuno con un curriculum migliore, ma che conosce meno l’ambiente. È possibile che qualcosa del genere sia accaduta a Torino, sia nel senso migliore (endorsement?) che peggiore (raccomandazione?) del termine. O forse no. Non lo so e in fondo non m’interessa.

Introduciamo sistemi di valutazione del lavoro prodotto sempre più efficienti a valle delle prestazioni (fenomeno peraltro già in corso) e sottoponiamoci a essi. A quel punto l’assunzione della figlia del direttore del personale diventerà un episodio inelegante, ma non di corruzione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali (2014) – Recensione

L’aspetto di accordo comune tra la maggior parte degli autori del libro riguarda la necessità di un intervento multidisciplinare di equipe e di rete nel trattamento di questi pazienti come anche l’essenzialità del porre al centro del progetto di cura la singolarità del soggetto.

Ciccolini - DCA Copertina 2014Come avviene il processo di cura per i disturbi alimentari in struttura residenziale-riabilitativa?

“Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali” fornisce una chiara risposta a tale domanda volendo configurarsi come un luogo di dibattito e di incontro dialettico tra i principali esperti, nel contesto nazionale, nella cura dei pazienti con disturbo alimentare in istituzione e regime di ricovero.

Nasce dal lavoro clinico di quindici anni  dell’equipe multidisciplinare integrata della comunità residenziale a orientamento analitico, “La Vela” di Moncrivello (VC), per il trattamento della bulimia e anoressia. L’intento è appunto quello di offrire uno spunto di riflessione condiviso sugli aspetti fondanti il lavoro terapeutico residenziale di pazienti con disturbo alimentare, sottolineando al contempo i nodi problematici legati al processo di cura che, di conseguenza, ne ostacolano l’efficacia.

Suddiviso in quattro parti il testo si focalizza sia sugli aspetti metodologici del trattamento dei disturbi alimentari, sia sul significato che il sintomo acquisisce sul singolo paziente, in base alla storia di vita personale e clinica, e sulle conseguenti difficoltà legate al disturbo, quali ad esempio la non accettazione della propria immagine corporea.

In un’ottica di inserimento del paziente nella cura, che non sempre corrisponde all’affettivo inizio della terapia, risultano essenziali alcuni elementi: per Cuzzolaro il contratto terapeutico stipulato dal paziente al suo ingresso che costituisce un limite rispetto alla deriva sintomatica del corpo, per Cordeschi la necessità di definire il setting e la posizione dell’analista in un’ottica più partecipativa dipendentemente dal deficit di identità e della dipendenza adesiva che spesso si osserva in questi pazienti.

La struttura residenziale diventa quindi, secondo Sarnicola, un contenitore psichico utile alla persona per trovare e sperimentare una propria modalità di legame con l’altro. Come sottolinea lo stesso Fadda, aspetto non trascurabile nel trattamento istituzionale del paziente con DCA, è il piano nutrizionale che ha come obiettivo non tanto l’eliminazione del sintomo, quanto una sua riduzione di centralità e di rilevanza nella vita del paziente:  il cibo perde interesse e si sgancia dall’essere il fulcro su cui ruota la quotidianità. Occorre quindi un intervento clinico-nutrizionale che tenga in considerazione il valore simbolico del cibo e il rapporto, spesso conflittuale, che il paziente ha con ogni singolo alimento.

Molto interessante risulta la differenza che Giuseppe Saglio mette in luce tra le espressioni “prendere corpo” e “dare corpo”, la prima come acquisizione di forma e sostanza, la cui negazione caratterizza il soggetto con disturbo alimentare; “dare corpo” sta ad indicare invece il moto, la spinta che muove la persona che soffre di tali disturbi verso l’attuazione di un progetto terapeutico e presuppone una scelta che implica un processo di consapevolezza delle proprie debolezze e vulnerabilità. In quest’ottica lo spazio della cura e quindi del possibile cambiamento, è quello in cui il paziente si riconosce e nasce dalla possibilità di abitare uno spazio che permette di diventare un corpo.

La conclusione del percorso di ricovero, determinato non necessariamente da una scomparsa del sintomo ma dettato da un miglioramento delle condizioni clinico-nutrizionali, è spesso, per il paziente, vissuto con estrema difficoltà in quanto vera e propria“separazione”.  In questo quadro un lavoro integrato di rete tra i servizi territoriali e la struttura comunitaria includendo la famiglia dall’ingresso al termine del percorso istituzionale del paziente, è un fulcro nella cura dei pazienti con disturbo alimentare.

Vi sono quattro livelli  di trattamento necessari per una presa in carico integrata: ambulatorio, day-hospital, ricovero ospedaliero e riabilitazione residenziale. In quest’ottica si colloca l’interdisciplinarietà dei differenti interventi di cura ma anche un precoce intervento di prevenzione primaria e secondaria nelle scuole al fine di cogliere i primi segnali della presenza del disturbo.

Tanto più la rete risulta integrata e collaborante, tanto più sia l’esito sintomatico sia il reinserimento sociale del paziente, in seguito al ricovero, risulteranno positivi. Si tratta di un vero e proprio continuum del trattamento clinico-nutrizionale che a partire dalla struttura residenziale prosegue attraverso i servizi territoriali. Tra questi, come sottolinea Saragò, il centro Diurno si inserisce come un dispositivo terapeutico che riduce i fenomeni regressivi spesso esacerbati durante il ricovero, costituendo un ponte territoriale privilegiato tra la struttura e terapeutica e la vita quotidiana.

Nonostante i differenti tipi di pensiero e di esperienze professionali,  l’aspetto di accordo comune tra la maggior parte degli autori del libro riguarda la necessità di un intervento multidisciplinare di equipe e di rete nel trattamento di questi pazienti come anche l’essenzialità del porre al centro del progetto di cura la singolarità del soggetto: fondare il trattamento su un approccio personalizzato, caso per caso (anche dal punto di vista nutrizionale), che, soprattutto nei pazienti di giovane età, includa anche la famiglia producendo un cambiamento nelle relazioni, alla ricerca di una soluzione alternativa e meno invalidante dello stesso sintomo alimentare.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Maternità conflittuale: un percorso nella cura dei disturbi alimentari – di Sabba Orefice

BIBLIOGRAFIA:

  • Ciccolini L., Cosenza D. (2015). Il trattamento dei disturbi alimentari in contesti istituzionali. Milano: Franco Angeli. ACQUISTA ONLINE

La rabbia: un’emozione primordiale a volte adattiva a volte disfunzionale!

Sigmund Freud University - Milano - LOGOINTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA  (02)

 

 

La rabbia è un sentimento primordiale, di base, che è determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova. Quindi, possiamo dire che la rabbia inizialmente ha una funzione adattiva.

 

Proseguendo con il viaggio all’interno delle emozioni ad un tratto ci imbattiamo nella rabbia. Che ne dite, proviamo a conoscerla un po’ meglio? E, allora, avviciniamola per guardarla più da vicino, cercando di farci amicizia.

Di cosa si tratta, cos’è questa rabbia? È una emozione che si manifesta in tutti, grandi e piccoli, e in alcuni casi porta all’attuazione di agiti, mentre, in altri è soffocata.

Capita spesso di osservare bebè che non vogliono fare o mangiare qualcosa e manifestano questo stato urlando o lanciando oggetti. Questo comportamento suggerisce che la rabbia è una delle emozioni innate, infatti si mostra fin da subito. Si tratta, dunque, di un sentimento primordiale, di base, che è determinato dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova. Quindi, possiamo dire che la rabbia inizialmente ha una funzione adattiva.

Successivamente, col tempo, la situazione si modifica, l’ambiente potrebbe diventare ostile, e qualcosa potrebbe esserci negata. A questo punto si manifesta la rabbia, che non sarà più adattiva, ma disadattiva perché crea malessere.

Chiaramente, numerosi sono i motivi per cui è possibile perdere la calma, per esempio quando consideriamo un’altra persona responsabile per averci procurato un danno, un fastidio; oppure, se non dovessimo trovare un responsabile diretto è possibile arrabbiarsi con se stessi, in ogni caso è sempre necessario trovare un capro espiatorio, un colpevole a quello che succede, perché serve per rivolgere la rabbia verso qualcosa o qualcuno. Spesse volte ci arrabbiamo con le persone a cui siamo più legati, come i genitori, i coniugi, in quanto proprio da loro ci aspettiamo di essere capiti e ascoltati, ma questo non si verifica sempre e, allora, la rabbia ci inonda.

La rabbia mostra un andamento sinusoidale, a volte ha dei picchi in eccesso chiamati collera, esasperazione, furore e ira, oppure in difetto, di intensità minore, e li definiamo irritazione, fastidio, impazienza. In ogni caso si tratta di una risposta emotiva intensa ma transitoria, che si protrae per brevi momenti.

Solo in casi estremi la rabbia si esprime attraverso dei comportamenti (rompendo oggetti, guidando velocemente, etc.), ma il più delle volte si manifesta verbalmente con l’alterazione del tono di voce che diventa più intensa o sibilante, stridula o minacciosa.

Chiaramente, la manifestazione di rabbia è coadiuvata da una particolare mimica facciale: aggrottiamo la fronte, le sopracciglia, serriamo i denti fino a digrignare in alcuni casi. L’organismo assume una postura che gli permette di entrare in azione da un momento all’altro, di attaccare o di aggredire. Si manifestano anche variazioni fisiologiche come l’accelerazione del battito cardiaco, aumento dell’afflusso del sangue nella periferia del corpo, la maggiore tensione muscolare e iper-sudorazione. Tutto questo ci dice che il nostro corpo è pronto a difendersi contro il presunto nemico.

In linea generare si può parlare di una rabbia disadattiva, disfunzionale o patologica, quando crea sofferenza individuale, oppure compromette le relazioni sociali e spinge a compiere azioni dannose verso persone o cose o se stessi.

In altri casi, la rabbia non è una emozione negativa, infatti, da piccoli è adattiva e anche da adulti potrebbe esserlo incanalandola in attività alternative a quelle del bisogno che ci viene negato. Così facendo, aumenta il nostro benessere e non rimaniamo incastrati in questa emozione.

Bene, amici, anche questo viaggio nei meandri della rabbia è finito. Ci diamo appuntamento alla prossima settimana.

 

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

 

Ansia sociale: rimuginio & dialoghi interiori prima di parlare in pubblico

FLASH NEWS

Parlare in pubblico & ansia sociale: su che cosa rimuginiamo prima di una presentazione o di un discorso davanti a un pubblico più o meno esteso? In che modo i dialoghi interni della mente (i cosiddetti self-talk) si differenziano nelle persone ansiose e non ansiose all’ idea di parlare in pubblico?

Un gruppo di ricercatori ha approfondito la tematica coinvolgendo 200 studenti di un corso di public speaking. Per indagare il fenomeno è stato chiesto agli studenti di riportare puntualmente i contenuti dei loro self-talk mentali e il livello di ansia nei giorni e nei momenti precedenti la prestazione di fronte al pubblico. Anzitutto è emerso che le donne tendono ad essere più ansiose degli uomini all’ idea di parlare in pubblico. Ma una volta considerata tale variabile di genere, la frequenza di diversi tipi di dialoghi interni spiega il 20% della restante varianza nei livelli di ansia del campione preso in considerazione.

Nello specifico, gli studenti con minori livelli di ansia riportano minori quote di dialoghi interni autocriticisti e relativi alle valutazioni basate sul giudizio degli altri, mentre con maggiore frequenza tendono ad autorinforzarsi attraverso parole di incitamento nella loro mente (ad esempio dirsi quanto si sentivano ben preparati per affrontare la prova), ai limiti di un bias positivo di autovalutazione.

Lo studio, che si è focalizzato su un campione subclinico, può fornire spunti interessanti, più che per la clinica, per la formazione delle competenze trasversali quali le abilità di public-speaking e di comunicazione. Può essere importante supportare gli studenti anche nella regolazione dell’ansia che si innesca essendo al centro dell’attenzione di fronte al pubblico. Intervenire nelle fasi iniziali di insorgenza del self-talk, monitorarlo, riconoscerlo e modificarlo nei suoi aspetti più disfunzionali può portare non solo a prestazioni migliori ma anche a vivere meglio l’esperienza del public-speaking.

 

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BIBLIOGRAFIA:

L’amicizia tra uomini e donne è possibile? La scienza si pronuncia…

Un Articolo di Serena Cappelli, pubblicato su Linkiesta il 5 Febbraio 2015

 

«La scienza dimostra – si legge sull’Huffington Post – perché sembra impossibile per uomini e donne essere “solo amici”. Si tratta di una delle domande più antiche che perseguitano l’uomo (e la donna): esiste l’amicizia tra uomo e donna, o ci sarà sempre dell’attrazione? Come riportato da Science.Mic, un nuovo studio dell’Evolutionary Psychology Journal presenta interessanti novità per i fautori dell’impossibilità dell’amicizia tra uomo e donna. La ricerca, condotta in Normandia, ha scoperto che uomini e donne fondamentalmente si fraintendono: lei interpreta i suoi segnali d’interesse sessuale come amicizia mentre lui legge i suoi segnali d’amicizia come interesse sessuale. Può suonare stereotipato, ma gli uomini hanno in testa il sesso».

Può suonare stereotipato, già.
Più che altro diciamo che è saggezza popolare basata su millemila anni di vita vissuta: dalla preistoria a oggi, infatti, non c’è stato un solo giorno in cui una donna non abbia detto a un uomo – a voce, via segnali di fumo, via lettera, via faccine su WhatsApp – la fatidica frase “Ma ogni tanto non puoi pensare a qualcos’altro?”.
No, risponde per lui la scienza, dando finalmente ragione a Harry che lo sostiene con convinzione dal 1989…

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L’uomo amico solo di donne che non trova attraenti? No, di norma vuole farsi anche quelleConsigliato dalla Redazione

esiste l’amicizia tra uomo e donna, o ci sarà sempre dell’attrazione? (…)

Tratto da: Linkiesta.it

 

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Ansia generalizzata & Rimuginio – Introduzione alla Psicoterapia

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (01)

 

 

Le persone con Disturbo d’Ansia Generalizzata faticano a controllare il proprio rimuginio. Quando iniziano a pensarci non riescono più a smettere, a concentrarsi su altri compiti o su aspetti piacevoli della vita quotidiana.

Il disturbo d’ansia generalizzato è un disturbo d’ansia caratterizzato da una cronica condizione di stress e da uno stato di preoccupazione costante per molte situazioni diverse che risulta eccessivo in intensità durata o frequenza rispetto alla probabilità o alle conseguenze degli eventi temuti.

Le preoccupazioni possono essere accompagnate da: irrequietezza, affaticamento, difficoltà di concentrazione e memoria, irritabilità, difficoltà nel sonno, tensione muscolare o altri disturbi somatici (es: nausea, diarrea, emicrania, sudorazione ecc…).

Il rimuginio è un elemento centrale del disturbo. Rimuginare significa pensare e ripensare continuamente alle cose negative che potrebbero capitare al fine di prevederle o prevenirle.

Le persone con Disturbo d’Ansia Generalizzata faticano a controllare il proprio rimuginio. Quando iniziano a pensarci non riescono più a smettere, a concentrarsi su altri compiti o su aspetti piacevoli della vita quotidiana.

Un’altra caratteristica di questo disturbo sono le strategie di controllo del pensiero (es: tentativo di distrarsi e di non pensare) e la ricerca di rassicurazioni. Questi tentativi di controllo spesso sono controproducenti nel lungo termine e non modificano il modo in cui funziona e si mantiene il malessere emotivo del paziente con Disturbo d’Ansia Generalizzato.

 

 

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Dentro la mia follia: la diversità di Alberto – CIM Nr. 20 – Psicoterapia Pubblica

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Dentro la mia follia: la diversità di Alberto

 

 

– Leggi l’introduzione –

La presunta imprevedibilità dei matti crea intorno a loro un alone di apprensione, timore e sospettosità che riflette esattamente il loro vissuto nei confronti dei cosiddetti normali. Alberto attraversa a lunghe falcate la piazza del paese per raggiungere il bar, ha addosso gli occhi di tutti. 

Il ragazzino che sta in porta ferma la palla e volge lo sguardo, ancora scevro di pregiudizi ostili ma carico di curiosità. Gli altri monelli (dal libro cuore non si usava più questo termine) orfani dell’azione lo accompagnano mentre con le mani sui fianchi riprendono fiato, sudati e rubizzi . Gli uomini ai tavoli esterni abbassano il tono e infittiscono i commenti la cui gamma va dalla riprovazione alla pena attraversando il consueto terreno delle critiche alla legge ed alla sanità pubblica colpevole, ad un tempo, di abbandonare e permettere. Le donne allungano il passo e svoltano nelle stradine laterali. Se troppo vicine temono di recare offesa cambiando marciapiede o semplicemente di essere notate e provocare qualche reazione e allora si fermano a contemplare insulse vetrine aspettando che scorra alle loro spalle. Se in compagnia si serrano a capannello infervorandosi in una discussione calorosa indipendentemente dalla futilità dell’argomento con, però, un radar acceso a registrare l’allontanamento che le consentirà il ritorno alla normalità. Le due guardie municipali (uomo e donna) sedute nell’auto di servizio che hanno avuto a che fare poco cordialmente con Alberto per le due ordinanze del sindaco che ne decretavano il trattamento sanitario obbligatorio e avevano raccontato per mesi l’esperienza come una delle più epiche della loro carriera, si rassicurarono vicendevolmente sulla tranquillità della situazione.

Lui, Alfio Tomini 55 anni, per il ruolo di caposquadra anziano avendo sentito montare l’allerta per un sensibile aumento del tono muscolare, si era sentito in dovere di poggiare una protettiva mano sulla coscia di Patrizia Lari 33 anni, praticamente una delle ultime arrivate considerato il blocco delle assunzioni. Conoscendolo fu quel gesto ad aumentare in lei l’allerta ma non disse nulla salvo che sarebbe andata al bar per tenere sott’occhio la situazione e con scopo di deterrenza. Al contrario la presenza delle istituzioni con il loro aspetto esteriore pomposo, l’alfa di servizio tirata a lucido e l’elegante divisa estiva che mal celava la prorompente fisicità mediterranea della vigilessa, e la sostanziale impotenza poteva costituire il detonatore di lamentele e critiche.

Ma non è di questo che ci stiamo occupando ma del vissuto speculare del matto, in questo caso interpretato da Alberto. Anche lui guarda gli altri senza sapere cosa attendersi. E’ sempre stato così sin da quando era piccolo. No, in famiglia con mamma Anna, papà Arturo e il suo gemello Alfonso (tutta una famiglia di “A”) non lo aveva avvertito.

L’estraneità era arrivata con la prima elementare. Gli altri bambini giocavano ad un gioco di cui non conosceva le regole e lo scopo. Non sapeva cosa fosse lecito e cosa no. Non sapeva quando fosse il suo turno e quando quello degli altri. La sera con Alfonso parlando sul letto a castello si erano fatti persuasi di essere di una specie diversa, superiore, forse extraterrestre. Se ne erano convinti a tal punto che avevano fatto domande trabocchetto ai genitori ed avevano rovistato negli album fotografici per trovare immagini dei loro genitori prima della loro nascita. Forse avrebbero trovato un modulo metallico sulla superficie di Marte invece della bifamiliare in contrada “La Ripa” nella periferia nord di Monticelli.

Al primo trimestre le maestre caldeggiarono una separazione dei due gemelli per facilitare la socializzazione e Alberto restò solo a non capire usanze e codici di quella tribù scalmanata. Sarebbe passato col crescere aveva sentenziato lo psicologo della scuola. In adolescenza, se possibile fu anche peggio. I riti si complicavano. L’unica tribù si era divisa in quella dei maschi e quella delle femmine con regole d’ingaggio molto precise quanto sconosciute ad Alberto che dalla iniziale categoria degli esclusi scivolò rapidamente in quella degli sfigati, emarginati e derisi nella quale si ritagliò il ruolo di molestatore.

Le poche imprese che lo portavano vicino al suo bersaglio, il corpo o gli indumenti delle sue compagne, avevano due immancabili conseguenze. La prima, severe punizioni dall’autorità costituita: insegnanti, presidi, genitori delle compagne e, una volta, persino un burbero magistrato del tribunale minorile con intollerabile vergogna per una famiglia medio borghese che aveva nel perbenismo e nelle apparenze il proprio credo . La seconda decisamente migliore, interminabili sedute masturbatorie a quattro mani con Alfonso alimentate dai racconti predatori di entrambi. Sembravano avviati ad una carriera di devianza e delinquenza. Servivano soluzioni drastiche. L’unico punto di forza di Alberto era il rendimento scolastico soprattutto nelle materie scientifiche.

I genitori decisero d’autorità e compiuti i 15 anni presentarono domanda solo per Alberto (lo scopo di tenerli separati era ormai acquisito) alla scuola militare aeronautica “Giulio Douhet” un istituto secondario a carattere scientifico con sede a Firenze all’interno della scuola di guerra aerea, situato nel magnifico parco delle Cascine. Qui gli allievi stanno a convitto e ricevono una istruzione gratuita e di buon livello con l’unico obbligo di una ferma volontaria di tre anni al compimento del sedicesimo anno d’età che rappresenta una facilitazione nel caso intendessero poi continuare la carriera militare.Il vissuto di estraneità si era consolidato durante l’esperienza della scuola. Senza altre prospettive aveva firmato la ferma volontaria con sergente e preso servizio al piccolo aeroporto militare di Vontano sede della scuola dell’aviazione leggera dell’esercito.

Di recente, durante i colloqui di psicoterapia con il Dottor Irati, iniziati con la presa in carico del CIM per i fatti che narrerò tra breve era, per la prima volta riuscito a spiegare con un’immagine il suo vissuto di marziano privo del manuale di istruzione sul funzionamento degli esseri umani. Lo spunto glielo aveva fornito la pubblicità del “campari soda” in cui un gruppo di avventori di un bar, presumibilmente colleghi, si rapportano gli uni agli altri in perfetto sincronia. Le sedie si infilano perfettamente sotto i sederi che si abbassano per sedersi, i bicchieri volano con precisione da una mano all’altra, la scena appae come un balletto gaio e perfettamente sincrono in cui i movimenti di ciascuno si incastrano perfettamente con quelli di tutti gli altri.

Per Alberto era esattamente il contrario. La parola si sovrapponeva sempre a quella dell’altro oppure si creavano pause interminabili nella conversazione superate con un ennesimo sovrapporsi. Persino stringersi la mano necessitava di un coordinamento mentale, di una decisione cosciente che lo rendeva un compito faticoso e spesso fallimentare. Non parliamo poi di dove poggiare lo sguardo e di quale espressione scegliere per commentare le frasi altrui. Guardava le normali interazioni umane con invidia e nel tentativo di scoprirne le segrete regole. Tutto per gli altri sembrava facile e spontaneo, lui invece doveva ragionarci. Quando le regole effettivamente c’erano Alberto vi si atteneva scrupolosamente con il terrore di sbagliare. Se fosse stato perfetto gli altri lo avrebbero apprezzato. Quella sarebbe stata la sua strategia per convivere con gli umani.

In effetti la prima segnalazione al Cim era stata fatta dal comando della base di Vontano per comportamenti bizzarri che, tuttavia si connotavano come eccesso di zelo. Parcheggiare la sua vettura negli appositi spazi richiedeva un notevole tempo perchè doveva assicurarsi con un centimetro che fosse su tutti e quattro i lati alla stessa distanza dalla linea bianca. I resoconti obbligatori dell’attività svolta durante la giornata che per gli altri consistevano in mezza paginetta, per Alberto non erano mai inferiori alle 10 pagine riportando praticamente tutti i gesti compiuti. Siccome il regolamento prevedeva 8 effettive ore di lavoro da cui erano esclusi i tempi per attività personali (necessità fisiologiche, ecc.) in una prima fase Alberto per non essere inadempiente si presentava a mattino alle 6,30 ovvero un’ora e mezza prima dell’apertura della base e alla sera usciva circa un’ora dopo tutti gli altri. Eccesso di lavoro, pensava non poteva che essere encomiabile. I superiori lo avrebbero notato favorevolmente. Invece, forse a causa delle proteste del servizio di portineria (nessuno glielo avrebbe mai tolto dalla testa) qualche mese dopo uscì una circolare che vietava, per problemi di risparmio qualsiasi orario straordinario.

Da quel momento Alberto attaccava puntualmente alle 8,00 e aveva sempre in mano un cronometro che attivava per ogni attività personale (quando andava in bagno, per il caffè nel thermos che si portava da casa come pranzo, più un dieci minuti al giorno forfettari per soffiarsi il naso, grattarsi soprattutto nel periodo delle allergie, pulirsi gli occhiali ed altre amenità del genere).Questi comportamenti nella loro bizzarria si limitavano a preoccupare il comando come possibili segni premonitori di più gravi e imprevedibili stranezze. Tutto qui.

Ciò che creava vero disagio era la meticolosità sul lavoro. Non c’era motore che fosse sottoposto alla verifica di Alberto che non fosse rispedito in officina con un elenco di ulteriori controlli e aggiustamenti da fare. Il comandante della base colonnello Gianrico Cottone si era appellato alla vecchia amicizia che aveva con Biagioli per aver fatto il servizio di leva insieme per chiedergli di presenziare alla visita trimestrale di idoneità. Alberto appariva come un automa di un metro e ottantacinque, capelli a spazzola color topo anemico, occhi marroni vistosamente miopi ingigantiti da lenti spesse come fondi di bottiglia in una montatura tartaruga che doveva essere costata il carapace di molte bestiole. Le mani ricoperte di spessi peli neri che, più in alto, univano le sopracciglia in un unica linea delimitante insieme ad un’attaccatura dei capelli particolarmente bassa una fronte più adatta ad un progenitore del paleolitico.

Pensando che a tali individui fosse affidato il controllo dei motori degli aerei Biagioli si ripromise di rinunciare per sempre a quel genere di mezzo di trasporto. La sola presenza di Alberto con la sua goffagine, in effetti, creava tutto intorno un senso di imbarazzo. La visita ebbe come risultato l’obbligo per Alberto di una ulteriore valutazione specialistica e testistica da eseguirsi presso il CIM di Monticelli, nonostante lui non avesse manifestato alcun disagio e nulla gli fosse stato contestato.

Al contrario di quanto il colonnello e Biagioli si aspettavano Alberto non si meravigliò e accettò di buon grado segnando sul suo telefonino giorno e orario dell’appuntamento.. Era convinto che “loro” si fossero finalmente convinti ad iniziare il vero addestramento. Del resto erano giorni che gli mandavano segnali inequivocabili. I genitori non lo chiamavano da tre giorni e ciò significava che doveva abituarsi a fare a meno di loro anche per lunghi periodi durante le future missioni. A mensa la cameriera gli aveva detto che l’ampolla era sul tavolino ad indicare che tutto andava liscio come l’olio e non c’erano più ostacoli. La macchina al mattino aveva stentato a mettersi in moto, offesa dalla consapevolezza che presto sarebbe stata sostituita da un nuovo mezzo di servizio pluriaccessoriato. Nella base tutti lo guardavano, chiaro segno che la voce della sua scelta si era diffusa. Carla una ragazza che aveva conosciuto l’anno precedente al mare le aveva scritto Tronto. Cos’altro poteva significare se non che venuta a conoscenza della sua nuova prospettiva di vita lo lasciava libero dalle promesse matrimoniali che gli aveva mentalmente fatto il giorno dopo aver trascorso una notte di passione con il suo costume sottratto dallo stendino dietro le cabine.

In numerosissime occasioni la parola svolta si era presentata quel giorno, nei giornali radio, nei commenti dei colleghi al campionato, nei segnali stradali. Più volte negli ultimi giorni gli era capitato di guardare l’ora quando i minuti erano pari alle ore (ad esempio 9.09; 11.11; 20,20) stando ciò a significare che l’ora era giunta o anche che non c’era un minuto da perdere. Nè il colonnello nèe Biagioli sospettavano la presenza di questo ricchissimo mondo delirante.

Se ne avvide l’azzimato dottor Iraci mentre sottoponeva Alberto ai test di personalità. Non tanto per il loro risultato ma perchè Alberto gli disse che nella sua distaccata freddezza( che al CIM veniva considerata odioso snobismo) aveva riconosciuto l’inconfondibile segno della razza superiore. Era lui dunque quello che sottoponendolo ad un ultimo esame lo doveva introdurre alla sua nuova vita . A questa affermazioni Irati ribatte che per tutto ciò avrebbero dovuto vedersi un certo numero di volte per conoscersi e prepararsi al meglio. Dopo tanti anni di professione Giuseppe ancora rimaneva affascinato dall’improvviso manifestarsi di un delirio dietro una facciata di normalità.

Quell’improvvisa epifania di un mondo altro gli incuteva rispetto, soggezione sconfinante con la paura di perdercisi e l’infinita curiosità che l aveva spinto a questa professione. Per un paio di mesi passeggiarono insieme nel rigoglioso giardino del suo delirio. Giuseppe aveva chiarito di comprendere perfettamente i problemi e le angosce di Alberto ma di non condividerne le spiegazioni che gli diceva esplicitamente frutto della sua follia. Dopo un po’ lo stesso Alberto che a dispetto della fronte neandertaliana non era affatto stupido, iniziò a chiamare, un po’ per scherzo un po’ sul serio “la mia follia” le varie interpretazioni deliranti.

Il lavoro che procedeva positivamente fu interrotto per un malaugurato incidente che esitò in un trattamento sanitario obbligatorio di 5 giorni allo scopo di evitare una denuncia per atti osceni in luogo pubblico che ne avrebbe pregiudicato il posto di lavoro. Alberto era stato sorpreso a masturbarsi, cronometro alla mano (per la questione del recupero del tempo lavorativo sottratto per questioni personali) nei bagni della base abbracciato teneramente agli anfibi del sottotenente medico Maria Lamantia di Cosenza una baffuta 35enne calabrese che avrebbe ricordato l’episodio come il vertice dell’eccitazione sessuale che avesse mai provocato in un uomo. La collega fu convinta da Irati a non sporgere denuncia e si dimostrò persino premurosa andando a trovare Alberto nei 5 giorni di ricovero all’SPDC. In fondo il ragazzone non era niente male.

La relazione terapeutica ne uscì rafforzata e il vagabondaggio nel mondo delirante proseguì ad esplorarne i confini. “Loro” erano in molti prevalentemente ben intenzionati e lo spingevano a comportarsi bene senza trasgredire alcuna regola. Tra loro c’era lo spirito dei genitori e di tutti i suoi insegnanti, maestri e catechisti. Sapevano del suo diavoletto trasgressivo e lo aiutavano a tenerlo a freno. Quando lo ostacolavano o facevano dispetti volevano semplicemente metterlo alla prova per rafforzarlo. Erano insomma una guida severa ma benevola che, ad esempio, non sollevavano nessuna biezione sulla masturbazione vista anzi come un mantenersi in allenamento in vista del matrimonio e della produzione di nipotini.

“Loro” erano comparsi per la prima volta durante la straziante solitudine nel periodo del collegio aeronautico e si limitavano ai tre familiari. Si ripresentarono poi arricchiti di numero nelle situazioni nuove con un doppio ruolo. Da un lato erano dei suggeritori che consigliavano come comportarsi spiegandogli il significato delle situazioni che a lui era oscuro. Dall’altro erano dei giudici severi che lo aiutavano a rigare dritto. La loro presenza si moltiplicava nei periodi in cui provava interesse per una donna. La donna , terreno completamente sconosciuto, incrementava le angosce di imprevedibilità e di non contenimento dei suoi colpevoli impulsi. Alberto non sentiva “loro” come minacciosi ma sentiva pesante questa continua presenza che ad un certo punto aveva iniziato a controllargli il pensiero. Rubarne alcuni e inserirne altri non suoi. A quel punto Irati provo a proporre l’utilizzo di farmaci ma rinunciò per non compromettere la relazione terapeutica.

Il lavoro psicoterapeutico si muoveva lungo tre principali direttrici. In primo luogo si trattava di riconoscere come propri gli impulsi negati tra cui primeggiava non quello sessuale ma di affiliazione, appartenenza, attaccamento che aveva dovuto disconoscere al momento del collegio. Ora ricordava intere giornate passate a piangere, una completa anoressia e la comparsa dell’enuresi. Tutte cose che non aveva mai detto ai genitori certo che sarebbero state motivo di riprovazione. A questo bisogno di accettazione andava ricondotto anche il perfezionismo e tutti i rituali ossessivi.

In secondo luogo evidenziare e allentare il rigido sistema di regole che governavano la sua esistenza che non conosceva il piacere ma esclusivamente il dovere. Le esperienze di abbandono erano un nodo irrisolto da cui si limitava a fuggire evitando qualsiasi intimità per il timore della perdita.

In terzo luogo il potenziamento dell’autostima che rendesse inutile il delirio narcisistico di essere destinato ad una missione speciale da supersoldato che riprendeva il tema coltivato sin da piccolo con il fratello di appartenere ad una razza superiore ed estranea. Un tentativo di migliorare le social skill , carenti sin da piccolissimo, con l’inserimento in un gruppo ad hoc fu interrotto per l’attivarsi di un comportamento di stalking nei confronti di Gilda che animava il gruppo.

Giuseppe Irati aveva predetto ad Alberto che un giorno se ne sarebbe andato senza salutare essendo per lui intollerabili i distacchi. E che ciò sarebbe avvenuto quando avesse sentito la relazione con lui profonda ed intima e dunque pericolosa. Avvenne esattamente così.

Il colonnello Cottone avvisò Biagioli che Alberto non si presentava al lavoro da una settimana e, nello stesso periodo aveva interrotto ogni contatto con il CIM. Temendo il peggio furono attivate delle ricerche da parte delle forze dell’ordine. irati si sentiva in colpa per il mancato uso dei farmaci. Si aspettava da un giorno all’altro la notizia del ritrovamento di un corpo.

Si dovette aspettare cinque anni prima che arrivasse una lettera dalla Norvegia. Dopo la morte improvvisa per incidente automobilistico dei suoi Alberto, riscossa la modesta eredità si era trasferito in una piccola base dentro il circolo polare artico dove faceva il meccanico per gli avventurosi esploratori. Passarono altri dieci anni prima che giungesse la lettera che permise la chiusura della cartella clinica. In uno stentato inglese diceva che il papà era precipitato durante un volo di collaudo e tra le sue cose Olof aveva trovato l’indirizzo del dr. Giuseppe irati con sotto scritto “ da ringraziare per quanto fatto”. Quando arrivò non molti si ricordavano del caso di Alberto. Biagioli pensò che in fondo era andato a vivere quasi tra i marziani e la scarsa densità della popolazione gli aveva consentito di trovare la distanza giusta dalle persone.

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GRIN2B mediates susceptibility to IQ and cognitive impairments in Developmental Dyslexia

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

GRIN2B mediates susceptibility to IQ and cognitive impairments in Developmental Dyslexia

Autori: Sara Mascheretti, Andrea Facoetti, Roberto Giorda, Silvana Beri, Valentina Riva, Vittoria Trezzi, Maria R. Cellino, Cecilia Marino

Department of Child Psychiatry, Scientific Institute ‘Eugenio Medea’, Bosisio Parini (Lecco), Italy

Developmental and Cognitive Neuroscience Lab, Department of General Psychology, University of Padua, Padua, Italy

Molecular Biology Laboratory, Scientific Institute ‘Eugenio Medea’, Bosisio Parini (Lecco), Italy

Centro Regionale di Riferimento per i Disturbi dell’Apprendimento – CRRDA, ULSS 20, Verona, Italy

Centre de recherche de l’Institut universitaire en santé mentale de Québec, Québec (Québec), Canada

Département de Psychiatrie et Neurosciences, Faculté de Médecine, Université Laval, Québec (Québec), Canada

 

Abstract

Objective(s) Developmental dyslexia (DD) is a complex heritable condition associated with impairments in multiple neurocognitive domains. Substantial heritability has been reported for DD and related phenotypes, and candidate genes have been identified. Recently, a candidate gene for human cognitive processes, i.e., GRIN2B, has been found significantly associated with working memory in a German DD sample. In this study, we explored the contribution of six GRIN2B markers to DD and key DD-related phenotypes by association analyses in a sample of Italian nuclear families. Moreover, we assessed potential gene-by-environment interactions on DD-related phenotypes.
Methods We performed a family-based association study to determine whether the GRIN2B gene influence both DD as a categorical trait and its related cognitive traits, in a large cohort of 466 Italian nuclear families ascertained through a proband affected by DD. Moreover, we tested the role of the selected GRIN2B markers and a set of commonly-described environmental moderators, by applying a test for GxE interaction in sib pair-based association analysis of quantitative traits in 178 Italian nuclear families.
Results Evidence for significant association were found with the categorical diagnosis of DD, performance IQ, phonemic elision and auditory short-term memory. No significant gene-by-environment effects were found.
Conclusions Our results add further evidence in support of GRIN2B contributing to DD and deficits in DD. More specifically, our data support the view that GRIN2B influences DD as a categorical trait and its related quantitative phenotypes, thus shedding further light into the etiologic basis and the phenotypic complexity of this disorder.

Key Words: Developmental Dyslexia; Developmental Dyslexia-related neuropsychological traits; GRIN2B; N-methyl-D-aspartate receptors; association study; gene-by-environment interaction. 

Riassunto

Obiettivo: La Dislessia Evolutiva (DD) è una condizione complessa ed ereditabile associata a deficit in differenti domini neurocognitivi. E’ stata riscontrata una significativa ereditabilità sia nella Dislessia Evolutiva che nei fenotipi ad essa associati. Recentemente, un gene implicato nelle fasi del
neurosviluppo, e.i., GRIN2B, è stato osservato essere significativamente associato alla memoria di lavoro in un campione di dislessici tedeschi. In questo studio abbiamo esplorato il contributo di sei marcatori del gene GRIN2B sulla DD e dei principali fenotipi associati alla Dislessia Evolutiva per mezzo di analisi di associazione genetica in un campione di famiglie nucleari italiane.
Metodi: Abbiamo messo a punto uno studio di associazione family-based per determinare se il gene GRIN2B influenza sia la DD come tratto categoriale sia i tratti cognitivi ad essa correlati, in un ampio campione di 466 famiglie nucleari italiane accertate per mezzo di un probando affetto da DD. Inoltre abbiamo testato il ruolo di specifici marcatori del gene GRIN2B e una serie di moderatori ambientali comunemente descritti, applicando test per l’interazione GxE utilizzando analisi di associazione con coppie di fratelli in 178 famiglie nucleari italiane.
Risultati: Sono state trovate evidenze di associazioni significative tra la diagnosi categoria di DD, QI di Performance, elisione fonemica e memoria a breve termine uditiva. Non son stati riscontrati effetti di interazione gene-ambiente.
Conclusioni: I nostri risultati aggiungono una forte evidenza in supporto al contributo del gene GRIN2B sulla DD e sui deficit associate alla DD. Più specificatamente, i nostri dati supportano la teoria per cui il gene GRIN2B influenza la DD come tratto categoriale e i fenotipi ad essa associati. Tali risultati ci permettono di gettar luce sulle basi eziologiche e sulla complessità fenotipica di questo disturbo.

Parole chiave: Dislessia Evolutiva; Dislessia Evolutiva – tratti neuropsicologici correlati; GRIN2B; recettori N-methyl-D-aspartate; studio di associazione; interazione gene-ambiente.

 

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La paura nel cervello: nuove scoperte sul circuito cerebrale salva-vita – Neuropsicologia

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L’area PVT è altamente sensibile agli stimoli di minaccia e pericolo, e in particolare i neuroni di quest’area sarebbero in connessione con la parte centrale dell’amigdala, sede principale delle nostre memorie emotive.

La paura e il sistema “fight or flight” rappresentano i nostri fondamentali evolutivi.  Ma cosa accade nel nostro cervello quando scatta l’allarme “paura” per mobilitare tutte le risorse e per ricordarci di evitare i pericoli in futuro?

Un articolo pubblicato su Nature ha indagato il ben noto ma non ancora esaurito tema della paura e delle sue attivazioni cerebrali, identificando a livello cerebrale un nuovo circuito salva-vita deputato al riconoscimento e alla memorizzazione dei pericoli, nonché al loro fronteggiamento.

Lo studio – condotto sui topi cui venivano somministrate lievi scosse elettriche-  ha analizzando l’area talamica, in particolare il nucleo paraventricolare del talamo (PVT), un’area che si attiva in relazione a eventi fisici stressanti. I risultati hanno confermato che l’area PVT è altamente sensibile agli stimoli di minaccia e pericolo, e in particolare i neuroni di quest’area sarebbero in connessione con la parte centrale dell’amigdala, sede principale delle nostre memorie emotive.

Attraverso una serie di esprimenti che inibivano la comunicazione tra i neuroni dell’area PVT talamica e l’amigdala è stato dimostrato che il talamo gioca un ruolo fondamentale tanto quanto l’amigdala nel condizionare il soggetto rispetto a certe minacce e anche nella ritenzione mnestica delle stesse.

 

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