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Femminicidio

Il femminicidio indica l'uccisione di una donna e una forma frequente di violenza è la violenza domestica, perpetrata da familiari e spesso dal partner. 

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Il femminicidio

Il termine “femminicidio” identifica l’uccisione di una donna.
Si tratta di un termine relativamente nuovo, entrato a far parte del vocabolario italiano solo a partire dal 2001. Altrettanto recente è la sua diffusione, a partire dal 2008, anno in cui Barbara Spinelli ha pubblicato un libro intitolato Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”, segnando l’ingresso di una nuova parola dapprima nel mondo della stampa e dei giornali, ed in seguito anche nella lingua comune.

Femminicidio, impulsività e violenza domestica

Prima del 2001, l’unica parola esistente di significato analogo era “uxoricidio”. Tuttavia però, la radice latina uxor (moglie) limitava il significato del termine all’uccisione di una donna in quanto moglie o, più in generale, all’uccisione del coniuge, dal momento che il termine veniva utilizzato anche per gli uomini. La coniatura del termine “femminicido” ha consentito, invece, di identificare l’uccisione di una donna proprio “in quanto donna”.

La parola “femminicidio” non esaurisce però il suo significato nell’atto finale di uccisione di una donna. Piuttosto, identifica un fenomeno molto più ampio che include una molteplicità di condotte, quali: maltrattamenti, violenza fisica, psicologica, sessuale, educativa o ancora economica, agite prevalentemente da uomini, in ambito lavorativo, familiare o sociale. Nel loro insieme, quindi, si fa riferimento a comportamenti che minano la libertà, la dignità e l’integrità di una donna, e che possono culminare nell’omicidio, nel tentativo di uccisione o in gravi forme di sofferenza. È quindi “femminicidio” tutto ciò che implica un odio verso l’universo femminile “proprio perché tale”.

Il femminicidio in Italia

Secondo i dati ISTAT, nel 2015, il 35% delle donne di tutto il mondo ha subito una violenza. Per quanto riguarda il nostro Paese, invece, 6 milioni e 788 donne affermano di aver subito nel corso della propria vita almeno una violenza fisica o sessuale (dati ISTAT, giugno 2015).

La Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale Onu identifica la violenza contro le donne come

uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini
pertanto, ancora oggi, il motore di questa forma di violenza può essere rintracciato nella disparità dei rapporti tra i sessi.
Sono le donne tra i 25 e i 54 anni ad essere particolarmente interessate da questo fenomeno: i dati affermano che più della metà dei femminicidi, negli ultimi dieci anni, ha interessato donne appartenenti a questa fascia d’età, perlopiù giovani donne e madri.

I dati Eures e Ansa, infine, sostengono che tra il 2000 e il 2011, si sono verificati complessivamente 2.061 femminicidi: la metà di questi casi (728 donne uccise) è stata rilevata nel nord Italia, circa il 30% di casi nel sud ed infine il 19,4% al centro.

La violenza domestica

Una forma particolare di femminicidio è costituita dalla violenza domestica, un fenomeno molto diffuso ma purtroppo ancora in gran parte sconosciuto e sottovalutato, che riguarda tutte le classi socio-culturali ed economiche, senza distinzioni di età, credo religioso o razza. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la violenza contro le donne come un grave problema di salute pubblica, con una pesante ricaduta sul benessere psicologico e fisico delle donne.

Il termine violenza domestica indica quel tipo di violenza praticata dal partner della vittima, il quale, indipendentemente dal luogo in cui agisce la violenza e dalla forma che essa assume, mira ad assumere il potere all’interno della relazione maltrattando, umiliando, minacciando e svalutando la donna fino ad arrivare a volte all’omicidio. La violenza domestica, quindi, alla stessa stregua di altre forme di violenza, è fortemente correlata al concetto di potere: il suo vero obiettivo non è esclusivamente quello di provocare dolore o sofferenza fisica alla donna, quanto piuttosto quello di sottometterla, umiliarla, piegarla ed ingessarla dentro mille forme diverse di paura; in quest’ottica, la violenza domestica, non si riduce ad una mera violenza fisica, ma si esplica attraverso forme di violenza psicologiche, sessuali e perfino economiche.

Messaggio pubblicitario Nel 1979, Lenore Walker ha descritto tre fasi della violenza domestica.
La prima fase è quella in cui si accende la tensione tra i partner e che inizia attraverso una subdola violenza verbale. L’uomo violento manifesta un crescente nervosismo, un atteggiamento perennemente irritato, opaco e ambiguo che confonde la donna. Il distacco del partner è avvertito dalla donna come un potenziale segno di abbandono che la spinge ad evitare di contestare il proprio compagno od opporsi, assecondando ogni sua mossa ed ogni suo volere.
La seconda fase, improvvisamente, vede un’esplosione della violenza nelle forme più drammatiche.
La terza fase, infine, è caratterizzata in genere da una finta riappacificazione. L’uomo violento si riavvicina alla donna giurando pentimento e pronunciando scuse e parole d’amore a profusione, venendo prontamente perdonato e riaccolto. Nei primi episodi di violenza, la fase della falsa riappacificazione dura generalmente più a lungo; al contrario, all’aumentare degli episodi violenti, la durata della riappacificazione si riduce. Questa fase costituisce una sorta di rinforzo positivo per la donna, che con l’alternarsi di ogni fase diventa sempre più dipendente da questo meccanismo e sempre più bisognosa di questo legame, seppur malato, mentre l’uomo violento acquista sempre più potere all’interno della relazione di coppia.

Baby femminicidio

Un fenomeno ancora più sconcertante di violenza agita dal partner è il cosiddetto “baby femminicidio”. Alcune ricerche mostrano, infatti, come l’aumento delle ragazze uccise dipenda non più dalla mano di familiari, ma di fidanzati che già dall’età di 11 anni arrivano ad uccidere la propria partner.
Una donna è più capace di valutare il proprio partner e di riconoscerne la pericolosità, pur scegliendo di rimanere con lui anche in seguito a dinamiche psicologiche/affettive problematiche e dannose, mentre la ragazza adolescente, al contrario, non ragiona in termini di pericolosità ma di affettività, spesso spinta anche dalle dinamiche di ribellione genitoriale che caratterizzano questa delicata fase di sviluppo. Le variabili individuate dai ricercatori che sembrano fare la differenza nello sviluppo di un adolescente sappiamo essere l’influenza dei pari, l’uso di sostanze, l’adattamento psicologico e l’atteggiamento verso la violenza. La facilità con cui un’adolescente viene influenzata dal gruppo di coetanei e l’atteggiamento adottato nei confronti della violenza, inteso come atteggiamento di sfida o come ridotto timore della pericolosità, possono portare le ragazze a sottovalutare il rischio e a mettersi in condizioni pericolose in misura maggiore rispetto alle donne adulte.

Ma cosa succede, invece, al baby omicida? Al ragazzo che invece di affrontare la sofferenza, arriva a malmenare, aggredire, e a uccidere?
Un ragazzo che trasforma il dolore in rabbia cieca, in atti impulsivi e violenti, che procura ferite, sofferenza e morte racconta una profonda incompetenza di riconoscimento e gestione delle emozioni dolorose di perdita, separazione e, soprattutto, accettazione della libertà e indipendenza delle donne. La sensazione percepita è quella di ragazzi e di uomini che nella loro formazione non hanno mai imparato a fare i conti con le sconfitte, l’ineluttabilità delle separazioni e delle perdite. L’amore è visto come sogno romantico e non ne viene colto l’aspetto doloroso, di rischio, di vulnerabilità al contatto con l’altro. Ma quando la scelta improvvisa, la minaccia della perdita o il rifiuto sessuale si palesano, questi ragazzi sembrano non avere altri mezzi per affrontare la situazione se non la minaccia, l’aggressione, la violenza e l’omicidio. Quello che queste giovani ragazze avevano letto come un atteggiamento di forza e sicurezza di sé non è altro che prepotenza e copertura di una fragilità tremenda a vivere.

Femminicidio e impulsività

L’impulsività è uno degli elementi salienti che possiamo ritrovare nell’uccisione di una donna. Dal punto di vista degli psicoterapeuti, il femminicidio impulsivo è caratterizzato da alcune peculiarità: la minaccia per la perdita di qualcosa che appartiene, la rabbia esplosiva e l’impulsività che trasforma la rabbia in comportamenti di attacco e di violenza espressa.

L’innesco della violenza è spesso dato dal sentimento di minaccia di abbandono che l’uomo avverte quando si rende conto che la “sua” donna vuole lasciarlo, separarsi da lui, costruirsi una vita indipendente o con un altro partner. Questo timore produce un senso di disperazione, di piccolezza, di fallimento e solitudine. Un uomo sano è capace di accettare il tema doloroso della solitudine con consapevolezza e strazio, accettandone l’ineluttabilità e sentendosi capace di uscirne con il tempo e l’accettazione di ciò che è accaduto. Ma alcune persone, incapaci di questa matura accettazione della sofferenza e della perdita, eludono queste emozioni tristi dando la colpa all’altro, alla sua crudeltà, alla sua ingiusta tendenza alla fuga e al tradimento. Una scelta più facile: di fronte ad un abbandono l’uomo ne attribuisce la colpa all’altro piuttosto che a se stesso.

Giunge allora la rabbia, contraddistinta da emozioni violente e contrastanti di passione e aggressività verso l’altro che, non rispettando il desiderio di vicinanza e dipendenza dell’uomo, fa male, trascura e si allontana. La rabbia ha una fondamentale funzione umana: segnala la presenza di un’ingiustizia e crea una spinta verso la riparazione del danno subito. Ma è un’emozione forte che richiede un’appropriata regolazione, una gestione non cruenta: l’uomo che commette un femminicidio è un uomo che, soggiogato dalla propria rabbia, non è capace di governarla e metterla al servizio di un discorso, ma la fa esplodere agendola sull’altro con violenza. L’impulsività e la rabbia sono collegate da un filo potente. Non esiste emozione rabbiosa disregolata che non abbia come esito comportamenti impulsivi.

Ovviamente non tutte le crisi di rabbia determinano l’uccisione di una donna, possono manifestarsi attraverso violenza verbale, aggressività verso cose o oggetti, o aggressività fisica in forme più “blande” (schiaffi, spintoni, …). Ma il rischio rimane comunque molto grande: sono noti casi di cronaca in cui una donna muore perché uccisa consapevolmente in una crisi di rabbia incontrollata o muore, accidentalmente, perché ha sbattuto la testa contro il muro dopo una spinta troppo forte.

Contro il femminicidio

Che fare allora?
Dal punto di vista sociale e politico occorre rendere il femminicidio un problema di cui non si può fare a meno di occuparsi. Sensibilizzare gli uomini e renderli consapevoli e partecipi.

Dal punto di vista psicologico, per le donne, la prevenzione non è tutto, ma è moltissimo. Si deve insegnare loro a chiudere i rapporti con uomini che esibiscono comportamenti violenti di qualsiasi tipo: i segnali devono essere colti prima che si trasformino in tragedie. Il segnale che è arrivato, cosi che si chiuda una storia che non può portare ad altro che esiti dolorosi se non tragici.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Gli ultimi dati sconcertanti riguardanti le violenze sulle donne e gli episodi di femminicidio richiedono la presenza di operatori sempre più formati e capaci di valutare il rischio di recidiva, al fine di evitare il perpetuarsi di questo fenomeno. Diventa, pertanto, fondamentale individuare i fattori scatenanti di tale violenza e la predisposizione ad una recidiva violenta di questi fattori. Gli ambiti in cui è importante eseguire una valutazione del rischio sono principalmente due: l’ambito clinico e l’ambito peritale.

In ambito clinico, di fronte al racconto di violenza della paziente, è molto importante individuare i fattori scatenanti in quel contesto, ma non solo. È anche fondamentale aiutare la donna a raggiungere un sufficiente livello di consapevolezza della sua situazione, contrastando la sua tendenza all’autocolpevolizzazione per la violenza subita, dettata dalla speranza che la situazione migliori. Patrizia Romito ha descritto tre tipi di risposte disfunzionali che l’ambiente può dare alle richieste di aiuto di una donna vittima di violenza domestica:
1) il non riconoscimento e la minimizzazione della violenza;
2) il rifiuto, quando si prende atto delle violenze, ma se ne dà la colpa alla donna;
3) lo psicologizzare abusivamente il fatto, quando si ricercano le cause delle difficoltà della donna nella sua psicologia patologica.

In ambito peritale, infine, la valutazione del rischio può essere usata in diversi contesti:
– Prima del processo, in fase di indagini.
La persona arrestata per un caso di maltrattamento deve essere attentamente valutata in funzione della scelta della misura cautelare da applicare: una forma restrittiva, se il presunto autore del reato può costituire un pericolo per la presunta vittima o per i figli, al contrario, la libertà, eventualmente con un ordine di divieto di dimora o con un ordine di allontanamento, se non sussiste tale pericolo.
– Durante un procedimento.
Una valutazione del rischio può essere a volte richiesta quando un caso viene rinviato a giudizio. Se l’imputato non è ancora stato condannato, la valutazione del rischio è utile per i giudici che devono stabilire se applicare forme alternative come la libertà vigilata, gli arresti domiciliari.
– Nel periodo detentivo.
Dopo la condanna, la valutazione del rischio può essere utile per coloro che si occupano del detenuto e del suo eventuale progetto di recupero (educatori, psicologi, assistenti sociali).
– Nel rilascio.
Per gli autori di reato sottoposti a un regime carcerario, la valutazione del rischio può aiutare il tribunale nell’ideazione del programma successivo, nel caso in cui sussista ancora un regime di misure cautelari. Per un autore di reato in regime di libertà, che sta per terminare il suo periodo di supervisione da parte dei servizi sociali della giustizia, una valutazione del rischio può servire per indicare se disporre ordini restrittivi prima di chiudere definitivamente il caso.

A cura di Chiara Ajelli e Greta Lorini

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