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Gli orfani di femminicidio: quando ad uccidere è stato il padre

Agli orfani di femminicidio spetta l'arduo compito di elaborare un lutto e capire quanto la via del perdono sia percorribile

ID Articolo: 184907 - Pubblicato il: 07 maggio 2021
Gli orfani di femminicidio: quando ad uccidere è stato il padre
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A rendere alcuni femminicidi ancor più spietati è il fatto che il carnefice non è solo marito o compagno, ma padre, e la vittima è madre di quel figlio/a o figli che ad un certo punto della loro vita diventano orfani di femminicidio e vivono l’atroce realtà di avere la madre defunta ed il padre accusato di omicidio.

 

Messaggio pubblicitario “Gli orfani di femminicidio: quando ad uccidere è stato loro padre”, sono parole che non dovrebbero esistere, in quanto esprimono un concetto atroce, condizione di un’efferatezza che non lascia soluzioni a chi rimane, ma solo dolore, indignazione o semplicemente negazione della realtà come meccanismo di difesa per mantenere un sé integro ed un riconoscimento ad un’appartenenza familiare a cui non dover rinunciare, almeno per un periodo, quello successivo all’evento delittuoso.

Un uomo ed una donna si scelgono come compagni di vita, o anche per un breve percorso sufficiente per mettere al mondo, nel caso che noi andremo a trattare in questo spazio, uno o più figli.

I figli si aspettano sempre, per naturale propensione del loro ruolo, amore ed amorevolezza da parte dei genitori, ed è probabile, anzi altamente probabile, che lo ricevano e che magari ci sia anche attorno a loro, nel rapporto reciproco tra i genitori. Poi ad un certo punto della vita qualcosa inizia ad andare storto: inizia a mancare qualcosa nella coppia genitoriale e soprattutto uno dei due si stanca dell’altro, si allontana, vuol separarsi, oppure fa entrare un’altra persona nella propria vita, che sia il padre ad innamorarsi di un’altra donna e vive la moglie come un intralcio per poi colpirla, oppure viene scoperto dalla moglie stessa il rapporto extra del marito e lui questo aspetto non lo accetta, non accetta questa intromissione nella sua sfera privata.

Nei restanti casi invece, l’uomo agisce l’omicidio nei confronti di una moglie o compagna ormai ex, o che vuol diventarlo, e lui cerca di impedirglielo con vessazioni, violenze  e soprusi fino all’atto più sconcertante di arrivare ad ucciderla. Accade molto spesso che vicini di casa e familiari non sospettino nulla delle precarie condizioni in cui si trovano le coppie contrastate dalla violenza psichica, fisica e soprattutto morale, che a volte segnalano le violenze subite alle autorità competenti, anche più di una volta, oppure sono donne che si chiudono nel loro silenzio, dove spesso si spinge il giudizio o il pregiudizio nei confronti di donne vittime di una volontà altrui e non di un incidente.

A rendere questi delitti ancor più spietati è il fatto che il carnefice non è solo il marito o compagno, ma padre e, la vittima accoltellata, strangolata o avvelenata, bruciata e quant’altro, è la madre di quel figlio/a o figli che ad un certo punto della loro vita, nelle diverse fasi del ciclo di vita, che sia l’infanzia o l’adolescenza, vivono l’atroce realtà di avere la madre defunta ed il padre accusato di omicidio, a volte senza ammettere l’omicidio stesso.

Ogni situazione è a sé e si aprono sipari di vita diversi e comunemente atroci, con un genitore al campo santo, l’altro in carcere. A questi figli di femminicidi spetta il compito difficile di elaborare il lutto da una parte e capire quanto la via del perdono nei confronti del padre sia percorribile nel tempo.

Ipotesi sull’impatto psicologico di figli di vittime di femminicidio

Come si diceva sopra, ogni soggetto è a sé ed ogni esperienza di vita ha un corso ed un percorso che nel caso dell’omicidio nei confronti della propria compagna o ex, va nella direzione dell’impotenza di fronte all’evento infausto quanto irrecuperabile, l’unico recupero su cui si può lavorare è appunto quello nei confronti dei figli che necessitano di un sostegno tempestivo.

Molto dipende anche dalle risorse familiari pregresse e residuali nell’ambito del trigenerazionale, ovvero da quanto la famiglia sia riuscita a lasciare in termini di resilienza e capacità di adattamento alla vita nonostante le condizioni estremamente infauste, così come il potenziale del tessuto sociale circostante possa riuscire a trasmettere ed offrire al suo interno. La società fornisce e riconosce un sostegno più o meno lungo ed intenso alle vittime che hanno bisogno di vicinanza e comprensione in quanto superstiti di una famiglia devastata dall’odio e dal dolore dall’efferatezza che ha comportato la morte di una donna a sua volta madre.

A volte basta a questi figli il silenzio, voce del rispetto, del non sentire attorno giudizi nei confronti della vittima. Al tempo stesso i figli hanno bisogno di costruirsi un’idea propria anche nei confronti del padre che è ancora in vita e che nel tempo può fornire esternazioni che possono in qualche modo parlare ancora di quella famiglia, unita o separata che fosse, a cui lui stesso apparteneva e di cui magari si fidavano, vedendo nella famiglia un contesto d’appartenenza ed amore.

Quando con il trascorrere del tempo, il rumore sociale e mediatico si assopisce, intorno sembra rimanere qualcosa di oscuro, un velo nero di tristezza misto a disgrazia che ha devastato una famiglia. A portarne le cicatrici saranno varie generazioni successive e, anche quando quel figlio, figlia, diventerà a sua volta genitore, sarà colui che rimane per sempre il figlio a cui il padre, quando era piccolo, uccise sua madre.

Chi vive in prima persona quella stessa disgrazia è vittima ed ha più o meno realizzato nel tempo la mentalizzazione evolutiva dell’evento, collocandosi in una prospettiva di vita che nel tempo cambia e lascia spazio a nuovi eventi a nuove circostanze che, pur non cambiando le sorti dell’evento stesso, trovano un riscontro nelle tappe evolutive successive dove molto è mancato, molto è venuto meno, soprattutto un equilibrio funzionale nel corso della vita di questi figli che non hanno avuto la possibilità di avere la propria madre al loro fianco per un tempo naturale.

Parliamo di figli a cui non è solo morta la madre, ma la madre è morta assassinata per mano del padre, e a volte quel genitore continua a vivere trovando spazio dentro quel figlio/a che, attraverso la sua personalità, dà voce  alla mamma che non c’è più.

Questo processo rappresenta una forma di apprendimento per imitazione attraverso una figura interiorizzata, la stessa che non è più presente in carne ed ossa, lo diventa in altro modo e per un tempo più o meno lungo, che può arrivare al per sempre uniti, tra chi nella sua vita da vita a chi non c’è più.

Un caso insolito

Mi contatta telefonicamente per chiedermi una consulenza per sé e suo marito la signora Stefania di 42 anni, madre di un figlio di 16 anni, suo marito si chiama Paolo e di anni ne ha 41. La donna è preoccupata per suo marito che da alcuni giorni appare silenzioso ed agitato per qualcosa che sta avvenendo nella sua famiglia d’origine.

Messaggio pubblicitario Convoco alla prima seduta la coppia, sposata da 10 anni dopo 7 di convivenza, entrambi lavorano, lui è un operaio specializzato, lei segretaria. La coppia è sempre stata unita ed hanno un figlio che frequenta il terzo anno di liceo e di cui sono fieri non solo i genitori, ma anche tutti e quattro i nonni. Paolo è un uomo premuroso e responsabile che nel corso della sua vita, oltre a prendersi cura di suo figlio e sua moglie, già da bambino ha iniziato col prendersi cura di sua mamma, la quale ad oggi è ormai in pensione da alcuni anni. Marina, questo il nome della mamma di Paolo, è una donna molto affettuosa che convoco in terapia familiare a partire dalla terza seduta per inquadrare la loro storia affrontando da vicino la problematica per cui questa famiglia è entrata in contatto con il dolore e la sofferenza.

Paolo è un uomo attento, scrupoloso ed altamente affettivo, ma al tempo stesso ha conosciuto la sofferenza invalidante quando era solo un bambino, l’unica risorsa su cui ha potuto contare è stata la madre e l’amore di questa donna per lui.

Paolo è figlio unico e a soli quattro anni vede suo padre impugnare un coltello ed usarlo contro sua madre colpendola ad una coscia, la donna sanguinate riesce a prendere con sé il piccolo Paolo e chiudersi in bagno mentre suo marito implora da fuori il suo perdono e di aprire la porta, sembrando da subito pentito e in preda al panico per quanto compiuto.

Marina inizia ad urlare e per fortuna le finestre aperte di una sera d’estate portano la vicina di casa a sentire le urla. Questa chiama i carabinieri, arriva l’ambulanza e scatta la diffida dei carabinieri al signor Michele, che per alcuni anni ha l’obbligo di non avvicinarsi alla moglie e al figlio per la loro tutela e sicurezza.

È la metà degli anni’80, “molte leggi sulla difesa delle donne non c’erano ancora”, dice Marina in terapia, “ma io fui, nella sfortuna, fortunata ad ottenere le precauzioni che il mio avvocato mi indicò a chiedere”.

“E da lì io e Paolo” dice la donna “iniziammo una nuova vita, fatta di lavoro e di fatica con mio fratello che mi dava un aiuto anche con il bambino, ma io ho sempre cercato di essere il più possibile autonoma”.

Paolo sviluppa un rapporto morboso nei confronti di sua madre e chiede un incontro con suo padre solo dopo aver compiuto 16 anni, così il signor Michele ottiene l’autorizzazione da parte del Giudice, a vedere suo figlio. Paolo racconterà in una seduta che solo ad un’età in cui non era più un bambino si sente pronto ad incontrare quell’uomo che, pur essendo suo padre, non gli aveva concesso di avere un papà durante la sua infanzia, essendo considerato pericoloso e violento.

Una volta cresciuto, Paolo, che ha iniziato ad uscire con i suoi amici a ragionare di problemi, desidera  incontrare suo padre, per guardarlo negli occhi e capire cosa quegli occhi riuscissero a trasmettergli.

È un incontro difficile, nessuno dei due ha il coraggio di entrare nel vivo delle emozioni, ma entrambi cercano, racconta Paolo, di rispettare quel momento per se stesso e per l’altro e, in quella circostanza sa dal padre che non si è rifatto una famiglia, ma che da alcuni anni ormai convive con una donna, la quale anche lei ha un figlio dal suo precedente matrimonio.

Paolo non cerca più suo padre dopo quell’incontro, è lui a farlo telefonicamente per i due anni successivi fino alla maggiore età. Marina, sua mamma, non è preoccupata, ma contenta di questa ripresa di contatti tra suo figlio ed il padre.

Marina dal canto suo ha un fidanzato per tre o quattro anni dopo che Paolo inizia la convivenza con Stefania, ma alla fine il rapporto non funziona e la donna, come racconta in terapia, non riesce più dopo l’epilogo del suo matrimonio a fidarsi e a vivere in armonia un rapporto con un uomo.

Paolo più volte dice come ha imparato da sua mamma ad amare, e Stefania racconta di essere una donna felice perché suo marito è sempre stato un uomo ed un padre attento e premuroso capace d’amare, che non conosce l’odio ed il rancore.

Questo per dire che Marina soffre molto perché lei avrebbe voluto un matrimonio per tutta la vita e mai avrebbe immaginato che il suo matrimonio finisse ben presto e per giunta a seguito della violenza fisica.

Questi eventi, condizionano per sempre non solo la sua vita, ma anche quella di Paolo.

Il motivo della psicoterapia oggi

Dopo 37 anni dall’aggressione del padre ai danni della madre, Paolo viene in terapia con sua moglie, va precisato che Paolo non aveva fatto un percorso psicologico precedentemente, ovvero negli anni della sua infanzia o adolescenza, in quanto non ne avevano mai sentito la necessità, raccontano, né lui né sua mamma, risolvendo tutto nella loro unione e sostegno reciproco.

La signora Stefania è preoccupata per un repentino cambiamento di suo marito in famiglia, infatti da alcuni giorni Paolo è silenzioso ed ha paura che sua madre possa non essere serena dopo aver riaperto casa a suo padre. Aspetto che inizia a turbare profondamente Paolo il quale vuol intraprendere un percorso psicoterapeutico per sentirsi sostenuto in questo periodo della sua vita dove sente il bisogno di aprirsi rispetto alle sue emozioni e difficoltà.

Dopo essersi riavvicinato a suo padre ormai da molti anni, Paolo, è anche ben consapevole del fatto che i rapporti tra i genitori sono tornati sereni già da alcuni anni ma, nonostante ciò, qualcosa di non risolto riapre in questo periodo lo scenario della sua famiglia d’origine.

I due: Marina e Michele, genitori di Paolo non sembrano affatto turbati, pur non negando forti emozioni nel ritrovarsi per loro scelta a vivere di nuovo insieme dopo aver passato una vita distanti, anche con un periodo di distanze obbligate dalle legge. La casa era stata comperata insieme, racconta Paolo, dai suoi genitori al momento del loro matrimonio. Poi, dopo la violenza su sua madre, il padre andò a vivere a casa della donna di cui si era innamorato.

Michele, già durante il suo matrimonio con Marina, aveva conosciuto l’altra donna per la quale aveva perduto la testa, e questo amore nascosto lo aveva reso un uomo nervoso, pieno di insicurezze che culminò nell’insana rabbia e violenza nei confronti della moglie.

Da quel momento, suo padre rimase con l’altra donna per ben 37 anni, appunto, e con lei è sempre stato un uomo impeccabile, mai violento, mai scorretto.

Fu a seguito delle ripetute richieste da parte della compagna di Michele di regolarizzare con il matrimonio il loro rapporto dopo così tanti anni di convivenza, che  Michele non riusciva a sentirsi pronto per fare questo passo e così i due, arrivati ad avere esigenze e vedute diverse sulla loro relazione, non riuscirono ad andare avanti e la storia alcuni mesi fa si è conclusa. Michele disse alla donna e anche a suo figlio Paolo che lui si era sposato una volta nella sua vita e nel corso di questi anni non ha mai sentito l’esigenza di legarsi attraverso il contratto matrimoniale alla sua successiva compagna.

Nel corso degli anni Michele perde il lavoro in quanto la fabbrica presso la quale era impiegato, dopo anni di cassa integrazione chiude definitivamente, lui continua ad essere autonomo arrangiandosi con lavori in nero, nel frattempo la madre si ammala ed ha bisogno di cure specifiche, ad aiutarla il figlio Michele che oggi trovandosi in non buone condizioni economiche ha chiesto un confronto alla sua ex moglie, Marina, rispetto alla possibilità di avere una casa dove andare a vivere. È così che Michele e Marina optano per tornare a vivere sotto lo stesso tetto, mentre Paolo si propone di aiutare suo padre liquidandogli la parte della casa. Per suo padre va bene anche modificare la casa alzando un muro interno per dividere gli spazi, ma a Marina non sembra utile né che il figlio tiri fuori i suoi soldi né andare a modificare la casa rendendola meno fruibile, per lei è possibile la via della convivenza con il suo ex marito e non ha nessuna esitazione a dire che era l’unica soluzione utile a tutta la famiglia non solo sul piano economico, ma soprattutto su quello relazionale.

Questa convivenza preoccupa Paolo. A preoccupare il giovane non è la possibile riproposizione della violenza, lui aveva più volte parlato con suo padre dopo questa decisione condivisa dai genitori e ne uscì rassicurato; a preoccuparlo èlo stato emotivo della madre, che dopo tanti anni aveva ritrovato la serenità e magari poteva rivivere vecchi traumi avendo vicino nuovamente l’uomo che le aveva cambiato in peggio la vita.

Questa convivenza però non è un ripiego per la mamma di Paolo, né una condizione obbligata dai fatti, ma una scelta: lei afferma di essersi già da anni buttata alle spalle dopo tanta sofferenza, un capitolo che non faceva più parte della sua vita, e oggi è contenta di avere di nuovo al suo fianco quell’uomo che secondo lei, in preda ad emozioni ingestibili, gli tolsero non solo la lucidità, ma anche la capacità di essere se stesso. Erano ormai passati circa 20 anni da quando Marina e Michele avevano ripresero un dialogo a volte anche per un caffè, altre telefonicamente per parlare di loro figlio Paolo, quando Marina, dopo molti anni passati a crescere suo figlio da sola, pensò che la cosa migliore fosse interfacciarsi anche con il padre.

E così, a questo punto del ciclo vitale, qualche cosa tra i due si è riaperto, oppure il cerchio non si era mai chiuso e trova in questa circostanza di vita un nuovo punto d’incontro, creando un profondo disorientamento in Paolo.

Cosa vive Paolo oggi? Un senso di tradimento da parte di sua madre o un’effettiva preoccupazione per due persone che si sono amate per un breve periodo, quando erano fidanzati e giovani sposi, per poi ritrovarsi dopo i 70anni?

Si evince come le vicissitudini del passato e il riavvicinamento attuale tra i genitori, abbiano finito per creare condizionamenti costanti nel corso della vita del figlio, “siamo stati insieme all’inferno io e Paolo”, dirà in una seduta la signora Marina in riferimento al periodo post separazione ed infanzia del figlio.

Conoscendo mio figlio, dice la signora Marina, lui non riuscirà a sentirsi subito tranquillo, ma pian piano capirà che oggi ha due genitori anziani, un po rimbambiti ma che sono andati oltre l’odio.

Considerazioni conclusive

Il caso clinico da me riportato, parla di una storia di violenza da parte di un marito e padre, che pone fine per quasi quarant’anni ad un rapporto familiare, dove il padre ottiene l’obbligo di distanza dalla famiglia, poi la vita trascorre tra questa madre che si occupa da sola del figlio e della sua crescita, mentre il marito stringe una relazione che si consolida nel tempo con la donna per la quale perse la testa e l’equilibrio emotivo come reazione al bisogno di libertà dal suo matrimonio.

Dopo oltre 35 anni e inaspettatamente per tutti loro, avviene qualcosa che riporta le due parti: gli ex coniugi di nuovo sotto allo stesso tetto, quello stesso in cui avvenne l’atto violento molti anni prima.

Il figlio di questa coppia, Paolo, ha sempre avuto non solo un ruolo fondamentale nella vita della madre, ma anche di responsabilità diventando ben presto l’uomo di casa, anche quando era solo un’adolescente lui sentiva di essere il capo famiglia, un punto di riferimento consolidato per la mamma.

Quando il padre inaspettatamente torna nella vita di Marina, lui è preoccupato, forse perché come si evincerà nel corso della terapia, inizia a sentire un vuoto dentro di lui dovuto alla perdita del suo trono di uomo protettore  da sempre al fianco di sua madre.

Un epilogo, se vogliamo, insolito quello di questa famiglia, perché nella maggior parte dei casi dove sono riscontrate violenze sulle donne i casi sono due: o la donna soccombe e non denuncia, a volte fino a rischiare il femminicidio, oppure le violenze vengono fermate dalla legge e la coppia separata per sempre.

 

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Bibliografia

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  • La mia parola contro la sua/ Paola di Nicola. – Milano: HarperCollins, 2018
  • La violenza di genere /Felice Fabrizio. – Milano : Giuffré, 2019
  • Quando i minori “testimoniano” la violenza domestica. La violenza “assistita” alla luce della Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa/Sara De Vido. – in DEP: Rivista Telematica di studi sulla memoria femminile, 2017
  • Violenza di genere: l’agency femminile in linee di intervento e buone pratiche/Silvia Fornari, Mariella Nocenzi, Elisabetta Ruspini (a cura di). – Milano : Franco Angeli, «Sicurezza e scienze sociali», Fascicolo 3/2019
  • Violenza di genere, politica e istituzioni/ a cura di M.A. Cucchiara. – Milano : Edizioni Giuffré, 2015
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