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You (2018) La lettera di Beck – La violenza di genere inizia prima di uno sguardo ammiccante

You è una serie di Netflix del 2018. Questa recensione si sofferma sulla protagonista femminile, Beck, una trentenne in cerca di una direzione..

ID Articolo: 165745 - Pubblicato il: 11 giugno 2019
You (2018) La lettera di Beck – La violenza di genere inizia prima di uno sguardo ammiccante
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Attenzione: l’articolo contiene spoiler su tutta la stagione

You è una produzione Netflix del 2018, che fa parlare di sé, ma sopratutto di stalking e dipendenza relazionale.

Silvia Mascolo

 

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio Molti ne hanno scritto una disamina in chiave psicologica e psicopatologica, concentrandosi sull’interessante personaggio di Joe, bibliotecario affascinante e premuroso all’apparenza.

Altri si sono concentrati, a mio avviso in modo molto interessante, sul meccanismo perverso attraverso il quale lo spettatore, sconfinando in una voyeuristica “pornografia della morte”, sviluppa in modo del tutto imprevisto quello che Diego Castelli descrive come

l’ossessione seriale verso la prosecuzione di una storia, indipendentemente dalle vittime che essa porterà con sé

la serie deve continuare, dunque non solo è necessario che Beck muoia, ma che muoia anche Candice.

You: storia di una trentenne come tante

Guardo la serie d’un fiato. Lo chiamano Binge Watching.

E a me colpisce qualche altra cosa. A me colpisce Beck, la seducente protagonista femminile. Letteralmente, un pugno nello stomaco ben assestato.

Beck sei tu. Sono io. Siamo noi.

Eravamo lì, senza sentirci osservate. Nel labirinto di scaffali, alla ricerca di un titolo a cui affidarci. Mentre Joe, vestito della luce tenue della libreria appoggiava lo sguardo sui nostri gesti, leggendo traiettorie, ragioni, frammenti di identità. Appellandosi al suo romantico glossario narcisistico. Noi, belle come tutto ciò che è inconsapevole e sofisticato. Sottobraccio all’insaziabile amica di sempre: l’urgente, incommensurabile desiderio di piacere. Dunque esistere.

Beck è la trentenne che ciascuna di noi è, è stata, o ha conosciuto. Un lavoro che la appassiona ma la mette a contatto con la competizione, la frustrazione e l’inconcludenza. Beck scrive poesie. Non tutti la capiscono, non tutti condividono la sua scelta. In Beck rivedo ogni donna degli anni 2000, alle prese con il futuro più incerto e accessoriato che potessimo immaginare. Ci chiamano millennials. La realtà suona meno affascinante del nome: molti mezzi, pochi modelli a cui ispirarsi, nessuna certezza, molta, moltissima libertà.

E se fosse una trappola? L’assenza di solide impalcature attorno alle quali svilupparsi, avvilupparsi come edera affamata di sole? La nostra protagonista femminile vive il dramma di ogni donna che si chiede dove debba mettersi: in mostra con il rischio di essere fraintesa da un viscido professore di letteratura? Oppure nell’ombra, aspettando in eterno di mettere la firma a una pubblicazione soddisfacente? Oppure ancora rinunciare e seguire sogni più semplici? Bere un margarita? Beck non cerca un uomo. Beck cerca una direzione.

You: come cavarsela tra realizzazione personale e relazioni

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Dilaniata dal dramma di una prolungata dipendenza economica dal padre, si presta alla recita che egli le impone. Lo raggiunge a un festival tematico dove si presenta stretta in un abito vittoriano ed è probabilmente la scena che mi turba di più in tutta la serie: non le violenze, gli omicidi, l’inquietante intuito di Joe, i pedinamenti e i flashback, no. Beck deliziosamente fasciata in un abito che non ha scelto e paga il suo prezzo, al padre, alla famiglia, al mondo intero.

Il pizzo estorto a chi ha sogni ingombranti?

Nello sguardo malinconico di Beck rivedo ciascuna di noi, nell’orribile parata della crescita, in un contesto socioculturale dalle pareti basse, un’Alice talvolta troppo grande, talvolta minuscola, mai adeguata alle richieste del mondo.

Rivedo me stessa a 8 anni. Triste e annoiata nell’abito da ninja quanto in quello da principessa, in una festa di carnevale dove ogni muscolo di plastica e ogni corona di fiori mi pareva più convincente di me.

Tutti i personaggi della serie appiccicano una maschera sul volto della nostra bellissima Beck. Il professore la vuole languida e disponibile, il fidanzato cerca invece un secchio dove svuotare le sue frustrazioni, i suoi dubbi, vuole parlare, non ascoltare. Vuole uno specchio d’acqua che ne rifletta l’ego. Vuole vedere se stesso, bonificato nei suoi occhi verdi.

Peach vuole che Beck sia la principessa del suo castello, inseparabile amica saffica, dolce bambola da possedere se non cannibalizzare.

Come in una giostra i personaggi si avvicendano e si affannano nell’imporre il loro copione. Nessuno chiede a Beck cosa voglia. E Beck impara presto a non domandarselo più e a lasciarsi scegliere, seduttiva per forza, nella giostra frenetica dei legami, accettando briciole di attenzione e credendole pane.

You: la violenza di genere

Joe è solo un burattinaio più scaltro. Ma di lui hanno scritto in tanti.

Mi limito a riconoscere nel suo attaccamento a Beck la disperata ricerca di un contenitore per il disprezzo che ha dentro. Joe deposita il suo male dentro Beck per poterlo governare, affinché non lo consumi (Fonagy, 2001).

In un magistrale tocco di regia, il protagonista chiude la donna proprio nel magazzino dove da piccolo veniva segregato per ore e giorni e settimane, ostaggio impotente del padre adottivo, a espiare l’”errore” dell’ignoranza, in una routine drammatica che Giovanni Liotti definirebbe trauma cumulativo complesso.

Come sei finita qui? Ti sei sempre avvolta nelle favole come in una coperta, ma era il freddo che amavi, i brividi quando scoprivi i cadaveri delle mogli di Barbablù, la dolce pelle d’oca quando il principe azzurro infilava i tuoi piedini nella scarpetta di cristallo, che calzava perfettamente. Nel cortile della scuola le vere principesse ti fluttuavano accanto nel vento autunnale, hai visto il divario tra te e le ragazze ricche e hai giurato di smettere di credere nelle favole, ma le storie erano dentro di te, profonde come un veleno. Se il principe azzurro era reale, se poteva salvarti, tu dovevi essere salvata da tutta quella ingiustizia. Quando sarebbe arrivato? La risposta era una crudele alzata di spalle in centinaia di momenti fugaci. il ghigno sulla faccia di Steve Smith quando ti chiamava Vacca grassa. La mano dello Zio Jeff che ti strizzava il c*** in cucina alla festa del Ringraziamento, lo sguardo di accusa di tuo padre quando gli raccontavi cos’era successo. Da ogni ragazzino mascherato da uomo che hai fatto entrare nel tuo corpo e nel tuo cuore hai imparato che non possedevi la magia che trasforma una bestia in un Principe. Ti sei circondata delle ragazze che avevi sempre detestato, sperando di condividere il loro potere. E odiavi te stessa, cosa che ti ha sminuito ancora di più. E poi? Proprio quando pensavi di poter semplicemente sparire, Lui ti ha visto. E da qualche parte dentro di te lo sapevi che era troppo bello per essere vero ma ti sei lasciata trascinare perché lui era il primo forte forte abbastanza da sollevarti. Ora, nel suo castello, hai capito che il principe azzurro e Barbablu sono lo stesso uomo e non ci sarà un lieto fine, a meno che tu non li ami entrambi. Non volevi questo, non volevi essere amata e che lui ti incoronasse. Non te la sei cercata, non te la sei cercata, non te la sei cercata? quindi ora di’ che vuoi vivere così, di’ che lo ami, di’ grazie, di’ qualunque cosa eccetto che la verità! E se non puoi ricambiare il suo amore?

Nella sua prigione Beck comprende. E scrive.

Come sei finita qui?

Beck lo realizza nella sua cella, con la drammatica lucidità di chi sa che non c’è via di uscita. E parla a noi, madri e padri di figlie a cui abbiamo il dovere di mostrare altri paesaggi.  E assumendosi la responsabilità di un amore che non avrà il tempo di conoscere, richiama tutti all’esercizio della medesima arte.

Insegniamoci l’amore per noi stesse in un mondo che ci vuole bambole tristi per l’altrui commedia. Facciamone assaggiare piccoli sorsi. Gustiamone il sapore per essere abili nel riconoscerlo. Per non confonderlo con il veleno.

Perché la violenza di genere, quella vera, inizia prima, molto prima che quello sguardo ammiccante ci giunga lieve, tra gli scaffali di una libreria.

Beck elenca i suoi carnefici in un macabro testamento.

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Bibliografia

  • Fonagy, P., & Target, M. (2001). Attaccamento e funzione riflessiva: il loro ruolo nell’organizzazione del Sé. Tr. it. In Lingiardi, V., Ammaniti, M.(a cura di), Attaccamento e funzione riflessiva. Raffaello Cortina editore, Milano.
  • Liotti, G., & Farina, B. (2011). Sviluppi traumatici. Raffaello Cortina editore.
  • Diego Castelli “You – Il finale controverso di una serie controversa” www.serialminds.com

 

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