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Depressione & Neuroscienze: l’imaging cerebrale per capire se la psicoterapia è stata utile

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

Una tecnica di imaging cerebrale viene usata per sapere quale trattamento sia il più indicato per il singolo paziente. Si evitano tentativi inutili e perdite di tempo

 

In futuro saremo in grado di utilizzare la tecnologia di imaging cerebrale non invasiva per trovare per i pazienti con l’opzione di trattamento che ha le migliori possibilità di guarirli dalla depressione

Depressione & Neuroscienze: l’imaging cerebrale per capire se la psicoterapia è stata utile Consigliato dalla Redazione

Una tecnica di imaging cerebrale che potrebbe essere utilizzata per scegliere la terapia più adatta per ogni paziente (…)

 

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Il Neuromarketing: tra spiritualità e shopping

Gianluca Minucci, Valeria Zauli

Le emozioni provate di fronte a prodotti come l’iPhone oppure una bottiglia di Coca-cola sono simili a quelle generate da simboli religiosi come la bibbia o le croci (Lindstorm, 2009).

Cosa ci porta ad attribuire un certo valore ad un prodotto e poi a decidere di acquistarlo? La risposta dimora in alcuni circuiti e sistemi cerebrali interconnessi che lavorano nell’amalgamare pensieri, desideri, memorie ed emozioni creando il substrato delle nostre azioni e decisioni. Le scienze che oggi si occupano dello studio del comportamento dei consumatori cercano di trovare i meccanismi e i processi che regolano “l’ingranaggio dell’acquisto” e che determinano le scelte che prendiamo ogni giorno. Tra queste una delle più attuali è il Neuromarketing, un connubio particolare tra neuroscienze e marketing.

Secondo Antonio Damasio, gran parte dei nostri processi di apprendimento avviene in una dimensione implicita e inconscia (Damasio, 2000). Di conseguenza noi consumatori non siamo sempre consapevoli dei nostri bisogni e non riconosciamo completamente il perché dei nostri acquisti; quindi, a determinare la scelta del prodotto non sarebbero le considerazioni razionali del consumatore, bensì un insieme di desideri e di emozioni di cui non sempre si ha coscienza. Il cervello ci rivela che non acquistiamo un prodotto solo in base alle sue caratteristiche, alla funzione, al prezzo o alla potenza di uno spot pubblicitario; le nostre preferenze si strutturano attraverso un rapporto intuitivo con il marchio.

Secondo quanto riscontrato da Christophe Morin (Morin, 2007), tutte le esperienze relazionate ad un brand contribuiscono a costruire la nostra percezione dello stesso e vanno a definire i contorni del nostro atteggiamento nei confronti di quella marca. Compriamo un particolare tipo di jeans non solo perché ci piace il modo in cui li indossiamo ma in base a come questi ci definiscono in termini di gusto personale e di riconoscimento sociale.

Il neuromarketing si affida principalmente alla risonanza magnetica funzionale (fMRI), che consente di studiare se un prodotto o uno spot viene percepito come “accattivante” dal consumatore poichè in grado di attivare il circuito cerebrale della ricompensa (i neuroni dopaminergici dell’area tegmentale ventrale (VTA), i quali proiettano alle aree prefrontali e al nucleo accumbens) e le aree visive (Berridge & Kringelbach, 2008). Analizza inoltre il modo in cui odori, luci, colori e gusto influenzano le decisioni e la motivazione delle persone.

Quali sono le nostre reazioni cerebrali alla vista di Brand molto conosciuti? Accendendo la tv o passeggiando per le città, ci rendiamo conto che esistono migliaia di marche identificate da un simbolo (si pensi alla famosa “mela”) ma solo poche rimangono nella nostra testa, la maggior parte finisce nel dimenticatoio. I brand possono essere distinti in brand forti, ovvero quelle marche che evocano una potente risposta emotiva oltre che cognitiva come ad esempio Apple, Harley-Davidson e Coca-cola, e brand deboli.

Facendo visionare delle immagini di brand forti a soggetti sottoposti ad fMRI, si è notato che i brand forti, attivano molte aree del cervello deputate alla memoria (ippocampo), alle emozioni (nucleo caudato) ed ai processi decisionali (corteccia prefrontale), in maniera più intensa rispetto a brand deboli. Ma c’è di più, quando questi stessi soggetti hanno visionato delle immagini religiose, il loro cervello mostrava l’attivazione delle stesse aree di quando hanno visionato dei brand forti. Le emozioni provate di fronte a prodotti come l’iPhone oppure una bottiglia di Coca-cola sono simili a quelle generate da simboli religiosi come la bibbia o le croci (Lindstorm, 2009).

Il neuromarketing è una disciplina che sta ricevendo molte attenzioni da parte delle aziende in quanto può rivelarsi uno strumento estremamente utile e affidabile per creare prodotti, servizi, spot pubblicitari e campagne di marketing di successo.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Fare acquisti usando il cervello: Neuromarketing by Martin Lindstrom

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Berridge K. C., Kringelbach M. L. (2008). Affective neuroscience of pleasure: reward in humans and animals, Psychopharmacology
  • Damasio A., (2000). The Feeling of What Happens: Body and Emotion in the Making of Consciousness. Mariner Books
  • Lindstrom M. (2009). Neuromarketing. Attività cerebrale e comportamenti d’acquisto, Apogeo
  • Morin C., Renvoise P. (2007). Neuromarketing: Understanding the Buy Buttons in Your Customer’s  Brain. Thomas Nelson Inc.

Corso di meditazione di mindfulness: conosco, conduco, calmo il mio pensare (2014) – Recensione

Il libro di Ennio Preziosi è un manuale di auto aiuto, attivo e interattivo che ci guida alla pratica mindfulness attraverso un percorso di otto settimane di meditazione guidata.

Cos’è la mindfulness? Come si fa? Da dove viene? Chi può praticarla? A chi può essere utile?

Dalle radici antiche nelle pratiche meditative delle religioni orientali fino ai più moderni studi delle neuroscienze, la mindfulness è una pratica sempre più riconosciuta ed utilizzata per i suoi benefici a livello cognitivo.
Il libro di Ennio Preziosi è un manuale di auto aiuto, attivo e interattivo che ci guida alla pratica mindfulness attraverso un percorso di otto settimane di meditazione guidata. Il libro è correlato da otto tracce audio da scaricare e da un diario di monitoraggio della meditazione da compilare giornalmente.
Le otto settimane di esercizio sono accompagnate da un’autovalutazione psicologica iniziale e finale nella quale sono presenti alcuni test di tipo clinico, che servono a definire per quali aree di intervento può essere più utile la pratica mindfulness e a rilevare i progressi nella pratica meditativa. Inoltre è presente una parte psicoeducativa, un inventario delle emozioni e del pensiero, dove il paziente viene invitato a riflettere sulle emozioni della rabbia, della tristezza e della paura, sui pensieri ossessivi, sui pensieri anticipatori e sul rimuginio.

Il libro è rivolto senz’altro anche ai neofiti della meditazione, in quanto ogni passaggio è spiegato in modo semplice, ma dettagliato.
Partendo da queste premesse il libro è pensato come una guida per un paziente che si rivolge ad un terapeuta per svariate problematiche.

Il primo esercizio è quello della meditazione sul corpo o body scan. Il paziente per una settimana si allena alla meditazione, cogliendo le sensazioni che vengono spontaneamente dal corpo, osservando i pensieri che lo distraggono, imparando piano piano a selezionare il campo attentivo della propria esperienza e comincia ad imparare a distanziarsi dai pensieri e a non percepirli come fatti.
Complementare a questa esperienza meditativa viene offerta una guida per riconoscere e differenziare le emozioni e per riconoscerne le componenti corporee. Tristezza, rabbia, felicità, senso di colpa etc., vengono analizzate rispetto alle loro caratteristiche nell’espressione e nella percezione corporea, alla loro conseguenza sul nostro umore, alla loro capacità di estinguersi o autoalimentarsi.
Il corso continua poi con una settimana di meditazione sul respiro, e una settimana di meditazione sul respiro di tre minuti; queste pratiche favoriscono il passaggio dalla modalità del fare alla modalità dell’essere, modalità di attenzione non giudicante (osservo i pensieri, non vi reagisco) e di presenza mentale (osservo ciò che c’è e ciò che ho).

La quarta settimana è il momento di esercitarsi a giudare l’attenzione sul respiro, sui pensieri, sul corpo o sui suoni, per ricordarci l’importanza della presenza mentale, o come viene chiamata della modalità on-line, contrapposta al pilota automatico, in ogni istante della nostra esistenza, mentre mangio, mentre faccio la doccia o mentre cammino, come verrà riproposto nella meditazione in movimento della settima settimana e nella meditazione dell’uvetta dell’ultima settimana del corso.
La meditazione della montagna infine è una tecnica di visualizzazione che ci conferisce un forte senso di stabilità e di fermezza, che ci aiuta a essere pronti di fronte alle turbolenze esistenziali.

A favore dei benefici della pratica mindfulness viene riportata una completa rassegna bibliografica di più di ottocento pubblicazioni che vanno dal 1980 al 2013 che indagano le principali aree di applicazione della mindfulness nella medicina e nelle scienze cognitive, come ad esempio i disturbi d’ansia e depressione, il disturbo borderline, la gestione del dolore cronico etc.

Con la pratica mindfulness possiamo sostituire alla consueta modalità di pilota automatico di utilizzare la nostra mente, la contrapposta modalità mindful dove i pensieri sono osservati e lasciati andare, senza intervenire su di essi, senza porvi la nostra attenzione, senza cadere nella trappola del rimuginio e senza essere giudicati. La pratica mindfulness mira a determinare una nuova dimensione osservativa della propria esperienza sensoriale, cognitiva ed emotiva, che porta ad una nuova consapevolezza, benevola e non giudicante di se stessi e della propria esistenza.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Gli interventi basati sulla mindfulness (2011) di Alberto Chiesa – Recensione

BIBLIOGRAFIA:

  • Preziosi, E. (2014). Corso di meditazione di mindfulness. Conosco, conduco, calmo il mio pensare. Franco Angeli Editore: Milano.  ACQUISTA ONLINE

La mania dei Selfie e la correlazione con Narcisismo e Psicopatia

FLASH NEWS

E con questa mania dei selfie quanto c’entra il narcisismo?
Sembra che i più narcisiti siano gli uomini che non tanto si fanno i selfie, ma che una volta scattato il click lo postano sui social networks.

La ricerca che lo dimostra è pubblicata sulla rivista Personality and Individual Differences. Gli autori hanno preso come riferimento la cosiddetta Dark Triad delle personalità che include – anche a livello subclinico- il machiavellinismo, il narcisismo e la psicopatia (Paulhus & Williams, 2002).

I machiavellici sono strategici e cinici, cercano la soddisfazione dei propri bisogni con scarsi vincoli morali e manipolando gli altri. Nel narcisista prevale la percezione di grandiosità e di superiorità rispetto agli altri, tuttavia con un senso di insicurezza. Infine, la psicopatia che comporta scarsa empatia, comportamenti impulsivi e thrill-seeking con scarsa considerazione degli altri.

La ricerca è stata condotta mediante una survey on-line e ha coinvolto un campione di uomini americani di età compresa tra i 18 e i 40 anni attraverso misurazioni self-report. Tra gli strumenti di misura vi è il questionario Dirty Dozen, composto da 12 items che misurano il machiavellinismo, il narcisismo e la psicopatia.

Gli esiti dello studio, dunque, sono interessanti poiché evidenziano una correlazione tra narcisismo e la tendenza a condividere selfie sul web. I più narcisisti sono non tanto coloro che si fanno i selfie e se li tengono sul cellulare ma quelli che, fatto il selfie, sentono l’impulso incontrollabile di postarlo da qualche parte in rete. Gli stessi soggetti avrebbero anche punteggi elevati nella psicopatia, dimensione spesso associata a elevata impulsività. In nessun caso, invece, si rilevano correlazioni con la dimensione del machiavellinismo. Il campione è esclusivamente maschile ma gli autori stanno già raccogliendo i dati relativi alla relazione tra selfie-mania e narcisismo nelle donne.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

La sindrome del selfie – Social Network & narcisismo – Psicologia

BIBLIOGRAFIA:

Psicopatologia in tempo di crisi: stress, vulnerabilità e resilienza – SOPSI 2015

Psicopatologia in tempo di crisi: stress, vulnerabilità e resilienza

Presentazione del 19° Convegno Nazionale della Società italiana di Psicopatologia (SOPSI)

Si è svolta mercoledì 4 febbraio la conferenza stampa indetta dalla SOPSI per presentare alcuni dei temi che verranno approfonditi durante il Congresso che avrà luogo a Milano presso il MiCo, dal 23 al 26 febbraio 2015.

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Oggi presso il Circolo della Stampa di Milano sono intervenuti A. Carlo Altamura, Professore Ordinario di Psichiatria dell’Università di Milano e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, in veste di moderatore del dibattito, Alessandro Rossi, Professore Ordinario di Psichiatria presso l’Università degli Studi dell’Aquila e Alberto Siracusano, Ordinario di Psichiatria e Direttore del Dipartimento di Medicina dei Sistemi presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata.

Il professor Altamura ha dato inizio alla discussione presentando il Convegno annuale come il risultato di tutte le attività di ricerca e di clinica sulla salute mentale che la SOPSI promuove, attività che hanno sempre come punto focale l’evoluzione dei fenomeni culturali e sociali, col fine di organizzare strategie di cura efficaci, in un ottica di novità e rinnovamento del pensiero psichiatrico.

 LEGGI ANCHE: CONGRESSO SOPSI 2014 TORINO

La crisi del sistema globale che il mondo occidentale sta attraversando, legata ai cambiamenti economici e degli stili di vita, ha avuto delle ricadute anche sulla salute mentale delle persone. Al mutamento della società corrisponde sempre un’evoluzione del disturbo mentale, aggravando alcune patologie e slatentizzandone di nuove.

Queste considerazioni hanno condotto alla scelta dei temi che verranno discussi quest’anno durante il convegno: stress, vulnerabilità e resilienza. Le statistiche, infatti, mostrano un aumento della sintomatologia: suicidi, alcolismo, disturbi del sonno e patologie cardiovascolari. La situazione attuale non solo deve essere tenuta sotto controllo, ha continuato il Professore, ma bisogna effettuare un lavoro congiunto che coinvolga figure diverse, come psichiatri, psicologi, medici e operatori sociali, per affrontare le patologie correlate a questo momento storico.

CONSIGLIATO: Le reti di Berna: prevenire il rischio di suicidio intervenendo sul contesto

Nel suo intervento, il Professor Rossi ha parlato del fatto che le conseguenze psicologiche e psicopatologiche agli eventi traumatici non colpiscono i soggetti in maniera uniforme. L’esposizione ad un trauma, per quanto grave, non comporta obbligatoriamente l’esordio di un disturbo mentale.

L’entità e le conseguenze di uno stress dipendono da fattori di vulnerabilità e protezione. Tra i fattori di protezione, gioca un ruolo fondamentale quello della resilienza, cioè la capacità di un organismo, di fronteggiare e riprendersi dall’effetto di un evento perturbante negativo, resistendo, adattandosi e rigenerandosi. Per il Professor Rossi, un individuo resiliente è una persona dotata di coerenza, orientata al compito, capace di resistere alle avversità, perseverando con fiducia nel raggiungimento del successo, ma anche un individuo con una buona rete e competenze sociali.

Chi è in grado di mettere in atto la resilienza non solo è capace di affrontare una crisi, ma può anche raggiungere un livello funzionale migliore di quello di partenza. Per i professionisti della salute mentale è quindi fondamentale, ha concluso il Professor Rossi, intervenire su questo costrutto sviluppando strategie psicoterapeutiche specifiche volte ad aumentarla. La sfida per il futuro è l’implementazione della metodologia, lo sviluppo di strumenti in grado di misurare la resilienza, in modo da promuovere dei training che addestrino il soggetto a questa capacità.

 

Anche secondo il Professor Alberto Siracusano, l’interrelazione tra gli stress bio-psico-sociali e la vulnerabilità del funzionamento sociale e individuale devono guidare la strutturazione degli interventi terapeutici. Oggetto del suo intervento è stato la paura.

Se storicamente è l’angoscia di morte a guidare l’individuo, nella modernità a spaventarlo è la vita stessa.

Secondo il Professore non è stato tanto l’impatto della crisi in sé a promuovere il disagio mentale, quanto lo stato di incertezza nei confronti del futuro. Sono i pazienti della post-modernità, quelli che si sono trovati a vivere in un tempo in cui sono venuti a mancare modelli forti di identificazione, che non possono più contare sulla famiglia tradizionale e che considerano il “lavoro sicuro” una chimera.

La paura è diventata liquida, per usare l’espressione del sociologo Bauman: diffusa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, non riconducibile a un motivo, ma che perseguita senza una causa. La minaccia che intravediamo è ovunque e non è mai intercettabile in maniera chiara. La nostra società è costantemente sottoposta a diversi tipi di violenze, come ha illustrato l’antropologo Marc Augè: violenze economiche e sociali, violenze politiche, legate al razzismo e al terrorismo, violenze tecnologiche e naturali. La violenza genera paura, stress, ansia, un habitat ideale per lo sviluppo della malattia mentale.

Negli ultimi anni l’apporto delle neuroscienze è stato importante per capire i meccanismi di funzionamento e sviluppo della paura. Il professor Siracusano ha citato, a questo proposito, il lavoro di Joseph LeDoux: se da un lato è appurato il ruolo centrale dell’amigdala (Li et al., 2013), dall’altro l’attivazione di questa area, da sola, non è sufficiente a provocare quest’emozione. Una spiegazione è che la natura della paura moderna, non dipenda dal solo stimolo, dall’allarme concreto presente nell’ambiente, ma che sia legata a questioni individuali ed esistenziali più profonde, che riguardano i circuiti cerebrali superiori, in particolare a livello pre-frontale.

L’emozione della paura diventa così un sentimento complesso e come tale va trattato a livello di intervento terapeutico.

La mattinata ha promosso molti spunti di riflessione: “Un antipasto, di quello che sarà servito durante il Convegno” come ha terminato nei saluti il Professor Altamura.

 

ARGOMENTI CORRELATI:

PSICHIATRIANEUROSCIENZE

BIBLIOGRAFIA:

  • Augè M., “Le nuove paure. Che cosa temiamo oggi?”, Bollati Boringhieri, 2013.
  • Li H. et al., Experience – dependent modification of a central amygdala fear circuit. Nat Neurosci, 2013; 16:332-9
  • Zygmunt B., “Paura Liquida”, ed. Laterza, 2008.

 

Forse siamo pronti a chiudere gli ex manicomi criminali

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

 

La data ultima è il 31 marzo 2015. Dal 1 aprile gli Ospedali psichiatrici giudiziari, Opg, non dovrebbero più esistere. O almeno questo è quello che prevede la legge 81 del 2014, dopo che per ben due volte la chiusura delle strutture è stata spostata in avanti. È successo il 31 marzo 2013, e la stessa cosa è avvenuta l’anno dopo. Le immagini di abbandono e disperazione filmate nei vecchi manicomi criminali dalla commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Ignazio Marino avevano portato l’argomento alla ribalta. Ma nonostante il decreto “svuota carceri” avesse già stanziato oltre 270 milioni spalmati tra il 2012 e il 2013, per ben due volte le regioni si sono fatte trovare impreparate ad accogliere nelle strutture sanitarie del territorio i pazienti autori di reato internati negli Opg.

Il 5 febbraio, il sottosegretario alla Salute Vito De Filippo in un incontro con i comitati per la chiusura degli Opg ha confermato che non ci saranno altre proroghe e che saranno possibili commissariamenti per le regioni inadempienti. La realtà, al momento, è che quasi nessuna regione ha ultimato la realizzazione delle strutture sostitutive, ma la maggior parte ha presentato percorsi di cura individuali nelle strutture sanitarie del territorio per i pazienti ritenuti “dimissibili”, che sono più di 400 su 780. Per gli altri, l’ipotesi più plausibile è che saranno messe a disposizione strutture provvisorie in attesa di realizzare le cosiddette Rems, Residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza. E qui il rischio è la riproduzione, seppur in piccolo, del funzionamento degli Opg. Tanto che dal Senato stanno pensando a una nuova commissione di inchiesta che monitori le nuoe strutture. «Sembra ripetersi quello che è accaduto con la legge Basaglia», dice Cesare Bondioli, psichiatra membro dell’associazione Psichiatria democratica, fondata da Franco Basaglia. «La legge era del 1978, ma la parola fine per i manicomi è stata messa nel 1999, con la chiusura di Siena, dopo che la finanziaria ha detto che le regioni inadempienti sarebbero state commissariate e penalizzate nei trasferimenti statali». 

In ogni caso, per evitare la sorpresa di un’altra proroga, il comitato Stop Opg propone alle altre associazioni attente al tema un digiuno a staffetta per tutto il mese di marzo. Oltre che un monitoraggio dei nuovi istituti a partire da aprile 2015. «Il rischio è che dopo il 31 marzo si spengano di nuovo i fari su queste realtà», dice Stefano Cecconi, portavoce del Comitato Stop Opg, «e che si ripropongano le logiche da manicomio criminale». 

Regioni in ritardo e soluzioni “provvisorie” Il problema è che nell’ultimo anno il trend degli ingressi non è stato invertito: su 67 dimissioni ci sono stati 84 nuovi detenuti che hanno varcato i cancelli dei sei Opg sparsi in tutta Italia, nonostante la legge chiedesse di dare priorità alle misure alternative. Nell’Opg Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina, dove la Commissione Marino trovò 329 malati e un solo medico, neppure psichiatra, è stata addirittura aperta una nuova ala femminile da 12 posti, facendo pure trasferire alcune pazienti dall’Opg di Mantova (l’unico fino ad allora ad avere una sezione dedicata alle donne)…

Forse siamo pronti a chiudere gli ex manicomi criminaliConsigliato dalla Redazione

La data ultima è il 31 marzo. Il rischio è che le strutture sostitutive siano riproduzioni degli Opg (…)

Tratto da: Linkiesta.it

 

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Multitasking: quali sono le conseguenze sul cervello?

Dai risultati emerge che coloro i quali sono impegnati in attività di multitasking hanno meno materia grigia in una zona del cervello denominata corteccia cingolata anteriore (ACC), che è coinvolta nell’elaborazione del pensiero e nel controllo emotivo.

 

GLI EFFETTI DEL MULTITASKING

 

 

Multitasking: quali sono le conseguenze sul cervello?Consigliato dalla Redazione

Come agisce il multitasking sulla materia grigia? Le scoperte di una nuova ricerca pubblicata su PloS ONE (…)

Tratto da: scienzaesalute

 

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Secondo la ricerca, il multitasking provoca delle modificazioni nella materia grigia, in particolare nella corteccia cingolata anteriore (ACC)
BANDO SELEZIONE PSICOLOGI
Multitasking: le conseguenze su stress, memoria e invecchiamento cognitivo
Adesso gli scienziati lanciano l’allarme sulle conseguenze del multitasking trilla un recente articolo su la Repubblica...
State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicoogiche - Flash News
Come la tecnologia sta cambiando il nostro cervello
La tecnologia ha modificato la fisiologia umana grazie alla neuroplasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di modificare il proprio comportamento.
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I vantaggi del multitasking: aumenta la prestazione nei compiti
Contrariamente alle credenze popolari gli adolescenti che usano in contemporanea diversi dispositivi multimediali potrebbero trarne dei benefici
Mindfulness in azienda-verso la progettazione di interventi efficaci - Immagine: Fotolia_46920884
Mindfulness in azienda: verso la progettazione di interventi efficaci
Data l'attenzione della psicologia del lavoro verso la mindfulness, nell'articolo sono esposti i punti chiave per la progettazione di interventi in azienda.
“To do” or “do not” list? Il bisogno di organizzazione e l’arte delle liste - Immagine: © Arman Zhenikeyev - Fotolia.com
“To do” or “do not” list? L’arte delle liste e il bisogno di organizzazione
Liste: utili strategie psicologiche che ci aiutano a focalizzare un obiettivo, costringendoci a pensare ai passi necessari per conseguirlo.
-Rassegna Stampa - State of Mind: Il Giornale delle Scienze Psicologiche - anteprima
Multitasking: uomini e donne a confronto.
Il multitasking è ormai una realtà diffusa tra lavoratori di tutte le età e di entrambi i sessi; la American Sociological Review ha pubblicato i risultati di un ampio studio che ha trovato importanti differenze nella percezione, e nella tolleranza, che madri e padri hanno allo svolgimento di più lavori contemporameamente.

ABC delle mie emozioni: alfabetizzazione socio-affettiva secondo il modello REBT

Questo testo si presenta dalle prime pagine come un contributo chiaro e operativo che offre al lettore preziosi strumenti di lavoro per chi desidera, in un contesto di coaching o di psicoterapia, favorire nel bambino la conoscenza dei propri vissuti emotivi e soprattutto la sua capacità di superare le emozioni dannose in favore di una vita emotiva quanto più possibile positiva.

La ricerca scientifica ha infatti dimostrato che insegnare al bambino a pensare in positivo garantisce non solo una crescita armonica sul piano psicoaffettivo, ma rende anche più probabile una vita relazionale soddisfacente da adulto.

L’autore Mario di Pietro, Psicologo e Psicoterapeuta specializzato nella gestione di problematiche emotive e comportamentali nell’età evolutiva, indica cinque fasi attraverso le quali procedere a questo insegnamento: individuare lo stile di pensiero abituale del genitore, evidenziare i più abituali modi di pensare del bambino, presentare a quest’ultimo il concetto di dialogo interiore, dimostrargli come pensare in modo positivo ed aiutarlo infine a correggere i pensieri negativi.

La teoria psicologica di riferimento è la Terapia Razionale Emotiva (REBT) ideata dallo psicologo statunitense Albert Ellis negli anni novanta. Questa teoria e prassi psicoterapeutica intende le emozioni come reazioni non all’evento in sè quanto piuttosto al modo in cui l’individuo lo rappresenta nella propria testa. Ne consegue che una buona qualità di vita emotiva dipenda da un buon modo di pensare. Riconoscendo al bambino il ruolo di attivo costruttore della propria realtà, risulta di fondamentale importanza favorire al più presto un dialogo interiore  capace di rinunciare a quei pensieri irrazionali responsabili di emozioni eccessivamente negative.

TECNICA ABC (REBT)

Dopo un breve e chiaro approfondimento di queste premesse teoriche, il testo si dedica interamente all’offerta di esempi di attività rivolte ai bambini tra gli otto e i tredici anni. Familiarizzare con questi esercizi potrà rivelarsi utile non solo agli psicoterapeuti, ma anche ai genitori che intendono promuovere la crescita serena dei propri figli o agli insegnanti interessati ad avviare un percorso di Educazione Razionale Emotiva (ERE) rivolto a tutta la classe.

I punti di forza delle attività rappresentate nel testo sono l’utilizzo di un linguaggio consono all’età target (i pensieri negativi diventano i virus mentali), l’impiego di materiali che incontrano gli interessi dei bambini ( l’uso dei giornali a fumetti per il riconoscimento degli stati emotivi), le varie attività di role playing a beneficio dell’intero gruppo classe, il ricorso alle vignette per esprimere dialoghi e pensieri ed una grafica accattivante.

PSICOPEDIA: Definizione di TECNICA ABC

Le ultime pagine del libro sono dedicate a quattro racconti, esempi di come mettere in pratica quanto dovrebbe essere stato appreso lungo il percorso fatto.
Un libro interessante e ricco di spunti che può diventare strumento utile nella misura in cui l’adulto che intende accompagnare il bambino in questa esperienza, conosce e sa applicare a se stesso quanto destinato al minore. Perchè solo ciò che si conosce abbastanza bene si può tentare di insegnare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Di Pietro, M. (2014). ABC delle mie emozioni. Erickson: Trento.   ACQUISTA ONLINE

Appraisal emotivo & differenze di genere – Neuroscienze

FLASH NEWS

Uno studio appena pubblicato sul Journal of Neuroscience conferma il sapere naif e popolare secondo cui le donne valutano le immagini emotigene come più intense e attivanti rispetto agli uomini; e inoltre le ricorderebbero anche più facilmente.

Uno studio su larga scala svolto dall’Università di Basilea ha approfondito le differenze di genere nell’appraisal emotivo e riguardo la memoria emotiva.
In generale gli studi sulla memoria emotiva già hanno sottolineato che gli stimoli emotigeni vengono ricordati con più facilità rispetto a elementi emotivamente neutri, se poi vi è -come sottolinea lo studio- una differenza di genere significa che vi sarebbero differenze nel processo di elaborazione emotiva tra maschi e femmine.

In particolare le differenze emergono anche a livello dell’appraisal di stimoli emotigeni negativi, che vengono valutati come emotivamente più intensi dalle donne rispetto agli uomini, mentre non si rilevano differenze nel processo di valutazione se gli stimoli sono emotivamente neutri.
Successivamente, i soggetti sottoposti a un test mnestico dovevano ricordare quante più immagini emotigene possibile: numericamente le donne ricordavano una quantità maggiore di tali stimoli rispetto agli uomini.

Inoltre, in uno studio successivo che ha coinvolto circa 600 soggetti, i ricercatori hanno dimostrato, usando la risonanza magnetica funzionale, che la tendenza delle donne a valutare come più intensi dal punto di vista emotivo alcuni stimoli sarebbe correlata anche ad una maggiore attivazione nelle regioni motorie a livello cerebrale, in linea con le ipotesi esplicative della embodied cognition.

 

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il bando era datato 30 dicembre e chi era interessato a partecipare aveva una finestra di 10 giorni per presentare la sua candidatura: dal 31 dicembre – giorno senza dubbio non proprio ideale per attirare l’attenzione di medici interessati – fino al 10 gennaio 2015. L’avviso era stato pubblicato solo sul sito dell’azienda…

All’Asl la nuova psicologa è la figlia del direttore del personaleConsigliato dalla Redazione

Ha vinto un bando per titoli ed esami alla To1: un incarico di un anno che sarà retribuito con 14mila euro. La direttrice generale Briccarello: La (…)

Tratto da: Repubblica.it

 

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Da donna perfetta a macchina da abbuffata: la storia di Caterina – Bulimia Nervosa

Caterina ha una doppia vita: la vita ufficiale della donna perfetta adatta a ogni ruolo e la sua vita segreta di donna insaziabile, incontrollata, in guerra costante con se stessa.

Molte persone sono interessate a Caterina. È intelligente e attraente. Sembra essere socievole e aperta. Tutti sono felici di perdonarla se disdice degli incontri di tanto in tanto. Al lavoro è ambiziosa e ha successo. Le altre persone sono assolutamente convinte che tutto vada per il meglio a Caterina. Neanche il minimo sospetto. Ma Caterina ha una doppia vita: la vita ufficiale della donna perfetta adatta a ogni ruolo – collega intelligente, amante attraente, figlia attenta – e la sua vita segreta di donna insaziabile, incontrollata, in guerra costante con se stessa.

Caterina è bulimica. Pensa al cibo tutto il giorno, ha una forte paura di prendere anche una minima quantità di peso e compra di nascosto grandi quantità di cibo al supermercato. I suoi debiti, che sono aumentati nel frattempo, la tormentano, come fanno gli attacchi di fame vorace. Ha la sensazione di aver perso tutto il controllo su se stessa: mentre fa la spesa, quando spegne il telefono, scarta i pacchetti e si riempie la bocca con tutto come se fosse impazzita. Solo dopo, quando prende una manciata di lassativi, vomita o digiuna per giorni interi per cancellare via tutto, allora si sente meglio.

Ogni volta giura mai più! Fino a che l’impulso non ritorna e Caterina si trasforma in una macchina che da abbuffata.

All’ inizio Caterina ha sperato di risolvere il suo problema di peso in questo modo senza troppi sforzi – a volte con un po’ di lassativi o vomitando dopo cena. Tuttavia, quello che sembrava innocuo all’inizio è diventato compulsivo e spaventoso – la quantità di cibo che divorava è diventata sempre più grande. A volte Caterina crede nella donna sicura di sé e di successo che ha dentro, ma conosce anche la sua seconda vita. Lo nasconde agli altri, qualunque sia il prezzo da pagare. Questo le sottrae energie e la rende sola.

Caterina si sente fatta a pezzi dalle sue emozioni conflittuali. Lentamente ma senza dubbio diventano evidenti le prime conseguenze fisiche dannose: Caterina ha le vertigini e la pelle le sta dando dei problemi.

Caterina ha grandi difficoltà a fidarsi delle persone. Un giorno le è capitato di vedere un programma TV con un report su una donna bulimica in cui si indicava un collegamento a un sito web, e Caterina ha cercato attivamente informazioni in internet. Ha trovato degli indirizzi e dei contatti per cliniche sul territorio, gruppi di auto aiuto e servizi di consulenza nella sua area. C’è anche un numero di telefono su un sito internet per una linea telefonica di aiuto per chi soffre del disturbo.

Caterina raccoglie tutto il suo coraggio e chiama la linea di aiuto. Lì, per la prima volta, può parlare apertamente dei suoi problemi e si sente capita. Le viene consigliato di trovare subito un medico così da potersi prendere cura subito e per prima cosa della sua debolezza fisica. Viene organizzato per lei un gruppo di auto aiuto supervisionato. Caterina considera la possibilità di intraprendere una terapia più avanti nel tempo. I primi passi sono stati fatti.

 

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Disturbi del comportamento alimentare – Definizione Psicopedia

 LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Un disturbo del comportamento alimentare è caratterizzato dagli estremi. È presente quando una persona presenta gravi disordini nel comportamento alimentare, come un’estrema riduzione del cibo che consuma o un’alimentazione eccessiva, o sensazioni di forte stress o preoccupazioni per il peso o la forma.

Una persona con un disturbo alimentare potrebbe avere iniziato semplicemente mangiando una quantità di cibo inferiore o superiore rispetto al solito, ma a un certo punto, l’impulso a mangiare di meno o di più aumenta senza controllo.

Cosa sono i disturbi del comportamento alimentare?

  • I disturbi del comportamento alimentare sono gravi problemi psicologici. Sono trattabili, e prima una persone intraprende il trattamento di cui ha bisogno più ci sono possibilità di una buona guarigione.
  • I disturbi del comportamento alimentare non sono scelte, manie o fasi che passano. I disturbi alimentari sono gravi e possono essere fatali.
  • I disturbidel comportamento alimentare possono essere riconosciuti da uno schema persistente di alimentazione non sana o da un comportamento alimentare che può causare problemi di salute e/o disagio emotivo e sociale.
  • Le tre categorie formali di disturbi alimentari sono anoressia nervosa, bulimia nervosa, e disturbo alimentare non altrimenti specificato (DANAS). I DANAS includono diversi tipi di disturbi alimentari, compresi i comportamenti di eliminazione senza le abbuffate, i comportamenti che soddisfano alcuni ma non tutti i criteri di anoressia o bulimia nervose, e il comportamento di masticare cibo e poi sputarlo. Il disturbo da alimentazione incontrollata rientra ufficialmente nella categoria DANAS ed è connotato da episodi di abbuffate ricorrenti in assenza di comportamenti di compensazione.
  • Anche se esistono linee guida ufficiali che i professionisti della salute utilizzano per definire il tipo di alimentazione del soggetto, i comportamenti alimentari non sani si presentano su un continuum. Anche se una persona non soddisfa i criteri formali per un disturbo alimentare, potrebbe comunque avere comportamenti alimentari non sani che sono causa di un forte disagio e che potrebbero danneggiare la sua salute sia fisica che psicologica.
  • I disturbi del comportamento alimentare sono complessi e sono influenzati sia da fattori genetici che ambientali (per es., la spinta alla magrezza, traumi, etc.). I disturbi alimentari non sono semplicemente causati dai valori di magrezza della cultura occidentale, anche se questi fattori sono presenti.

Chi potrebbe soffrirne?

  • Chiunque potrebbe soffrirne. I disturbi alimentari non discriminano per sesso, età o origine etnica. Possono essere riscontrati in entrambi i sessi, in tutti i gruppi di età, e in una grande varietà di ambienti etnici e culturali in tutto il mondo. Tuttavia, esistono gruppi che presentano un maggiore rischio di sviluppare disturbi alimentari.
  • I disturbi alimentari sono più comuni tra le donne, ma si presentano anche tra gli uomini. Il disturbo da alimentazione incontrollata è presente circa allo stesso modo tra le femmine e tra i maschi.

Quanto sono comuni i disturbi alimentari?

  • I disturbi del comportamento alimentare compaiono con la maggiore frequenza durante l’adolescenza o la prima età adulta, ma possono anche svilupparsi durante l’infanzia o nella tarda età adulta. Le donne e le ragazze hanno maggiori probabilità dei maschi di sviluppare un disturbo alimentare, ma anche i ragazzi e gli uomini possono presentare qualsiasi tipo di disturbo alimentare.
  • Anoressia nervosa: tra lo 0.3 e l’1% delle giovani donne sono anoressiche (il che rende l’anoressia diffusa quanto l’autismo).
  • Bulimia nervosa: dall’1 al 3% delle giovani donne presenta bulimia nervosa.
  • Disturbo da alimentazione incontrollata: circa il 3% della popolazione presenta questo disturbo. 
  • Tra il 4% e il 20% delle giovani donne presenta schemi alimentari non sani come stare a dieta, mettere in atto comportamenti di eliminazione e abbuffarsi.
  • Attualmente, circa una giovane donna su 20 nella popolazione generale ha un disturbo alimentare.

Quanto sono devastanti i disturbi alimentari?

  • Per le donne con un’età compresa tra i 15 e i 24 anni, i disturbi alimentari sono tra le prime quattro cause di disagio in termini di anni di vita persi a causa della morte o di disabilità.
  • In tutti i disturbi del comportamento alimentare la qualità della vita è gravemente compromessa.
  • Le conseguenze sulla salute come l’osteoporosi (ossa fragili), complicazioni gastrointestinali, e problemi dentali sono danni significativi sia economici che di salute nel corso della vita.
  • L’anoressia nervosa ha uno dei più alti tassi di mortalità complessivi tra tutti i disturbi psichiatrici. Il rischio di morte è tre volte più alto rispetto alla depressione, alla schizofrenia o all’alcolismo e 12 volte più alto di quello presente nella popolazione generale.
  • In generale, un’identificazione e un trattamento precoci sono associati a una maggiore probabilità di guarigione.

 

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TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Il Volontariato in Italia: come funziona questa attività?

Barbara Dardi

Fare volontariato è prendersi un impegno, una responsabilità; decidere se nella propria quotidianità si possono ritagliare  alcune ore per dedicarle agli altri. E’ consapevolezza delle proprie emozioni e sentimenti verso gesti semplici ma determinanti per il benessere di alcune persone a cui  è stato tolta l’opportunità di una vita serena e spensierata, ma non per questo necessariamente meno gratificante e soddisfacente.

Avere una visione chiara di cosa è il volontariato oggi, non è semplice. Se consideriamo il significato etimologico ed etico della parola, la realtà si discosta dalla definizione originaria. Per volontariato si intendono un insieme di attività a favore della collettività che mantengono 3 caratteristiche peculiari: la libera scelta della decisione di svolgere queste attività,  la gratuità, ovvero il fatto di non essere retribuiti e il prodotto finale che rappresenta il beneficio ottenuto da chi lo riceve (Vitale, 2004).

Il volontariato è un comportamento prosociale, inteso come insieme di azioni volte a proteggere gli altri e favorire e mantenere il  loro benessere fisico e psicologico. Fare volontariato è una decisione personale e intima, scaturita dalle emozioni profonde di aiuto verso coloro che  si trovano in una situazione di disagio e che da soli non riescono a risolvere le proprie problematicità.

Fondamentali quindi risultano alcune caratteristiche personologiche di chi fa volontariato: essere altruista (interessarsi al benessere degli altri), provare empatia per le emozioni di chi ci si trova di fronte, avere una visione positiva del mondo e una propensione a trovare soluzioni alternative per risolvere i problemi, essere comprensivi e pazienti. Il volontariato costruisce dei rapporti sociali tra sconosciuti, puntando solo su una forte motivazione e uno slancio emotivo nell’aiutare gli altri, contrastando  l’individualismo, l’egoismo, l’isolamento, l’antagonismo, il danneggiamento, i comportamenti distruttivi e aggressivi.

Questa forma originaria di solidarietà orizzontale è potuta mantenersi tale fino agli anni ‘90, momento  in cui, grazie alla sua sempre maggiore diffusione, è diventata un settore determinante e di grande impatto, tale per cui è stato necessario varare delle normative specifiche che lo regolamentassero.

L’amministrazione pubblica ha iniziato a finanziare  queste organizzazioni per svolgere servizi che non riusciva ad attivare, lasciandole libere (anche se non fino in fondo) di organizzarsi, gestire personale, tempi e modi di svolgere queste attività. In questo modo le organizzazioni di volontariato sono diventate vere e proprie aziende che fanno impresa, assumono dipendenti e vanno a contribuire in modo importante al capitale sociale dello Stato. La purezza, quindi, legata alla definizione originaria, viene a mancare (Vitale, 2004).

Secondo  la legge quadro su volontariato 266/91 – art. 1 comma 1 ”…per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione  di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà”. E poi – art.3 comma 3 “…devono essere espressamente previsti l’assenza di fini di lucro, la democraticità della struttura, l’elettività e la gratuità delle cariche associative nonché la gratuità delle prestazioni fornite dagli aderenti… i loro obblighi e diritti”. Art. 3 comma 4: “ …possono assumere lavoratori dipendenti o avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure occorrenti a qualificare o specializzare l’attività da esse svolte”.

Nel grande gruppo del settore del volontariato italiano sono quindi presenti organizzazioni diversificate, dalle piccole associazioni presso comuni, ospedali e altri enti, fino alle grandi istituzioni con strutture organizzative complesse. Le organizzazioni composte da soli volontari sono in diminuzione, mentre aumentano quelle dotate di personale remunerato (www.istat.it). Spesso le piccole associazioni sono composte da familiari di persone che hanno subìto un incidente o soffrono di una qualche malattia, assumendo un profilo di gruppo di auto-mutuo-aiuto in cui supportarsi reciprocamente perché nella stessa situazione.

A Padova esiste un’associazione onlus che si chiama “Marcellino Vais”. E’ un centro diurno per disabili fisici e psichici fondato nel 1992; svolge attività pomeridiana con laboratori di vario genere (arte, falegnameria, teatro, musica, ecc.). Vengono organizzati eventi di intrattenimento, spettacoli teatrali, pranzi di solidarietà e gite a tema.

Il nome prende spunto da un ragazzo affetto da poliomelite, Marcellino Vais,  che negli anni ’80 ha rivolto il suo impegno nello sport gareggiando in carrozzina, diventando più volte campione italiano di atletica leggera e creando una squadra di pallacanestro arrivata fino in categoria A1. Sulla base di questi principi di tenacia, coraggio, solidarietà ed entusiasmo, l’associazione vive solamente grazie all’impegno costante di volontari non retribuiti, che si sono succeduti nel tempo. Portare avanti l’associazione però è complicato, perché le spese fisse sono tante e le entrate sono poche.

L’associazione non è convenzionata col SSN e si appoggia solo sul contributo delle famiglie dei disabili e sulle varie donazioni.  Il centro è diventato però una “seconda famiglia” per gli ospiti, perché accogliente, intimo e sempre con un’atmosfera positiva e speranzosa, nonostante la drammaticità che possa portare con sè una disabilità.

Alcuni ospiti e alcuni volontari sono presenti da tanti anni proprio per questa forma di affetto e dedizione che caratterizza il gruppo, testimoniando l’importanza della presenza non solo fisica di queste strutture sul territorio, ma la fondamentale essenza emotiva, spirituale ed empatica di chi dedica il proprio tempo e le proprie energie verso queste persone. I volontari sono persone esterne alla famiglia degli ospiti,  accentuandone ancora di più il carattere di gratuità e solidarietà pura, spontaneità e  sincerità di affetti.

Come bene testimoniano i dati istat rispetto ad un decennio fa dove i settori in cui si svolgeva volontariato erano prettamente quello sanitario e sociale, adesso le persone sono più impegnate nelle organizzazioni con finalità ricreative e culturali. Il volontariato si sta dirigendo verso settori più “facili”, allontanandosi da situazioni problematiche  che richiedono un maggior impegno emotivo. Per il Marcellino Vais risulta quindi difficile reperire i volontari. Ma anche gli ospiti.

Anche se i dati confermano un incremento di chi fa volontariato anche in modo personale tramite donazioni o attività singole (non appoggiandosi ad associazioni) tante sono le condizioni esterne che possono intralciare la presa di decisione. E’ difficile per un giovane disoccupato, appena uscito dalla scuola o dall’università, impiegare il  tempo in un’attività che non dà stipendio. Alcuni giovani lo fanno per una questione di esperienza e formazione, con la speranza che poi l’associazione decida di assumerlo. Inoltre non riescono a dare la continuità nel tempo perché appena capita un’occasione lavorativa devono necessariamente abbondonare . Ma dall’altra parte ci troviamo anche degli over 60enni che sono in pensione, ma che spesso hanno l’impegno di aiutare i figli e i nipoti nella gestione familiare, economica e pratica.  Quindi spesso capita che una persona voglia fare volontariato ma non può per questioni personali.

Inoltre, spesso la famiglia del disabile che non può usufruire del servizio pubblico (per varie motivazioni),  non  sceglie nemmeno una struttura privata, tenendo il parente a casa. Questo significa privare il disabile di determinati stimoli educativi e sociali che un’organizzazione appositamente strutturata potrebbe dare, ma soprattutto  enfatizza le problematiche di gestione della persona in casa, aumentando la probabilità di intaccare l’equilibrio tra i membri della famiglia. Soprattutto se la disabilità è medio grave  o grave, i genitori o i familiari che hanno a carico il disabile si trovano a dover far fronte a problematiche di cura e accudimento totale, 24/24 ore, sacrificando la propria vita. Il sostegno e l’appoggio domiciliare pubblico è molto limitato e le famiglie si ritrovano intrappolate in casa senza alternative.

Rispetto agli anni ’90 in cui la struttura conteneva il massimo numero degli ospiti che era consentito e vantava di almeno una trentina di volontari che si turnavano, soprattutto giovani, negli ultimi anni i numeri si sono fortemente abbassati. I volontari sono scesi considerevolmente e l’età media è aumentata ( sopra i 60 anni) e gli ospiti, ognuno con le proprie situazioni familiari, sono diminuiti, rimanendo i pochi affezionati. Dopo aver cambiato diverse sedi, dal 2004 si trovano in quella attuale; le spese sono aumentate, comprese quelle fisse come l’affitto, i consumi e il gasolio per il pulmino privato che ogni giorno fa il giro e passa a prendere a casa gli ospiti e li riporta la sera.  Pulmino regalato da Dario Fo nel 1997 quando ha devoluto in beneficienza il ricavato del premio nobel alla letteratura. Giusto per rendere più difficoltoso il proseguire delle attività l’ente che inizialmente ha concesso l’edificio gratuitamente completamente da ristrutturare a spese dell’associazione, una volta ultimati i lavori e vedendo che era stato trasformato in una struttura accogliente, ha iniziato a chiedere l’affitto.

Dal punto di vista educativo e formativo, gli standard richiesti si sono innalzati per garantire un servizio di qualità elevata; lavorare con i disabili non significa più “far compagnia”, ma si prevede un percorso consapevole, mirato a degli obiettivi di miglioramento e cambiamento, per favorire un benessere fisico, psicologico e sociale, verso una migliore qualità di vita e integrazione nella società. Questo può avvenire solo con personale professionale formato, competente. E’ necessario quindi un intervento di potenziamento di alcuni aspetti salienti per rendere l’associazione completa. Avere la presenza costante di un professionista che svolga il ruolo di gestione e supervisione dell’intera  organizzazione  è impensabile proprio per i costi troppo elevati, anche se i volontari  e le famiglie ne riconoscono la necessità per poter proseguire.

A questo punto l’associazione è arrivata ad un bivio: mantenere le caratteristiche iniziali con cui è sorto il centro, nonostante l’alta concorrenzialità e la variabilità dell’offerta sul territorio, andando a far leva sull’esperienza ventennale e l’essenza pura di ciò che significa fare volontariato,  oppure trasformarsi in un’azienda che eroga servizi sociali e modificare la motivazione di base, ovvero lo spirito caritatevole che muta  in un reddito da percepire.

Fare volontariato è prendersi un impegno, una responsabilità; decidere se nella propria quotidianità si possono ritagliare  alcune ore per dedicarle agli altri. E’ consapevolezza delle proprie emozioni e sentimenti verso gesti semplici ma determinanti per il benessere di alcune persone a cui  è stato tolta l’opportunità di una vita serena e spensierata, ma non per questo necessariamente meno gratificante e soddisfacente.

Tutte le persone hanno il diritto di vivere nel miglior modo possibile ed è un dovere comune, sociale, collettivo, creare le condizioni e le situazioni per offrire questa possibilità. Non tutti hanno una propensione ad entrare in contatto con coloro che mostrano “diversità” rispetto a se stessi e alla norma; la paura della diversità nasce  dalla non conoscenza e dalla percezione della propria incapacità di farci fronte a particolari situazioni che possono capitare. Ma il volontariato ha molte sfaccettature, ci sono molti modi di metterlo in pratica, basta trovare quello più  adatto a sè.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Facebook e il rendimento scolastico: è vero che stare sui social network fa male allo studio?

FLASH NEWS

Secondo lo studio vi sarebbero correlazioni differenti in funzione dell’età: i piu giovani avrebbero maggiori difficoltà nel regolare e bilanciare l’uso di facebook, mentre per i veterani delle classi successive sarebbe meno un problema; e tutto dipende dal processo di autoregolazione.

Non è una novità che gli studenti siano delle scuole superiori o dell’universtià passano gran parte del tempo su Facebook. Dunque uno studio della Iowa State University si è chiesto se il tempo trascorso su facebook correla con i voti e con l’andamento scolastico.

Secondo lo studio vi sarebbero correlazioni differenti in funzione dell’età: i piu giovani avrebbero maggiori difficoltà nel regolare e bilanciare l’uso di facebook, mentre per i veterani delle classi successive sarebbe meno un problema; e tutto dipende dal processo di autoregolazione.

La Survey ha ananlizzato i comportamenti su Facebook di 1600 studenti di college focalizzandosi specificamente sul tempo speso su Facebook anche facendo altro nel frattempo (multitasking). Gli studenti più giovani passano mediamente due ore al giorno su Facebook, e per una delle due ore riferiscono di dedicarsi anche allo studio mentre sono connessi al social network. Anche gli studenti più senior riferiscono di studiare mentre sono connesi a Facebook ma qui si rilevano due correlazioni distinte: per i junior stare su facebook mentre studiano correla negativamente con le performances scolastiche mentre per i senior questo multitasking con il social media non avrebbe nessun relazione con il rendimento scolastico .

L’autore però sottolinea di non trarre generalizzazioni dai risultati dello studio, quali per esempio, “no facebook migliori risultati a scuola”: infatti lo stesso gruppo di ricercatori in studi precedenti ha dimostrato che attività specifiche su facebook, come ad esempio creare ed invitare a un evento e ricevere molte risposte positive sarebbe correlato a un successivo maggiore impegno riportato nello studio. Quindi il punto non è tanto se accedere a facebook o meno, e per quanto tempo, ma anche che tipo di utilizzo si fa del social network.

Inoltre secondo Junco, l’autore principale dell’articolo, il problema non si pone per quanto riguarda Facebook di per sé, ma in quanto fonte – come molte altre – di distrazione rispetto alle attività di studio. La questione rimanda dunque alle abilità di autoregolazione e di gestione del proprio tempo nelle routine quotidiane.

 

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Le reti di Berna: prevenire il rischio di suicidio intervenendo sul contesto

Una volta compiuto l’assessment del rischio suicidario si possono pensare, a fianco degli interventi terapeutici appropriati (sicuramente secondo le linee indicate da Mancini), interventi mirati sull’ambiente.

In un recente post su State of Mind, Francesco Mancini argomenta a favore di un approccio al paziente suicidario centrato sulla regolazione degli stati mentali antecedenti al suicidio. Sullo sfondo di una crisi economica drammatica, correlata ad un incremento dei suicidi da disperazione economica, Mancini propone che l’attenzione resti focalizzata sulla persona e di intervenire sui processi cognitivo/affettivi che rischiano di portare una persona a togliersi la vita.

L’articolo mi ha fatto pensare. L’argomento in sé è giusto, i clinici dovrebbero: 

assemblare protocolli psicoterapeutici in grado di modificare stabilmente gli stati mentali prossimi l’ideazione suicidaria

(Mancini, State of Mind, 2 Feb, 2015).

Come non essere d’accordo? Mi sono chiesto a lungo, e non mi sono dato una risposta, chi sia l’interlocutore a cui Mancini si rivolgeva scrivendo questo post. In assenza di risposta però ho riflettuto sulle sue implicazioni. Ripeto, non c’è parola della riflessione di Mancini che non condivida: per quanto siano presenti fattori di rischio, essi agiscono solo su persone precedentemente vulnerabili. Tre sarebbero i fattori predisponenti: non appartenenza, convinzione di essere un peso per gli altri, scarso timore del dolore e della morte. Da psicoterapeuta è logico, sensato e giusto intervenire sulle prime due convinzioni.

Ma mi sembra una risposta parziale, che rischia di portare gli psicoterapeuti a concentrarsi solo sugli interventi che compiono nella propria stanza, trascurando l’ambiente sociale e precludendosi la possibilità di intervenire su di esso.

 Ripenso ad un aneddoto. Sono stato più volte a Berna per lavoro. È una città bellissima, sviluppata su due livelli attorno alle anse del fiume Aar. Fuori città c’è il sinuoso Paul Klee Zentrum, di Renzo Piano. Malgrado le condizioni ambientali e architettoniche – e direi economiche – ottimali, a Berna si suicidano in molti. La prima volta che ci sono stato passeggiavo con dei colleghi, psicoterapeuti e ricercatori esperti. Attraversando uno dei ponti che concedono una vista splendida sul fiume e sulla parte inferiore della città, il collega commentò tra sé e sé, con tono severo: Non va bene, in questo punto non ci sono le reti. Le reti servirebbero a raccogliere chi si gettasse dal ponte, attività evidentemente diffusa in quella città, in modo da evitarne la morte per suicidio. Reagii internamente pensando: Questi sono fuori di testa. Le reti? Ma dai, se uno vuole uccidersi figurati se sarà una rete a dissuaderlo. L’unico effetto delle reti è che disturbano la bellezza architettonica della città.

BERN - SUICIDE BARRIER
Suicide barriers, Bern

Ci ripenso oggi e mi sento vagamente stupido. Anni dopo torno a Berna e passeggiando con un altro collega, di pari valore del primo, ci troviamo a osservare il campanile della Cattedrale, luogo storicamente prediletto da chi voleva togliersi la vita. Oggi ci sono le protezioni. Il collega mi spiega che l’effetto in termini di riduzione dei suicidi è stato significativo. Una persona va lì nel momento in cui l’impulso è forte e si sente pronto ad uccidersi. Trova la rete. Perde l’attimo. Gli passa la voglia. E spesso non ritrova le condizioni giuste. La sua vita è salva.

L’esempio viene ora seguito a San Francisco. (Si vedano i due link: link1 link2). L’effetto benefico non è solo la riduzione dei suicidi in sé, ma anche la riduzione di disturbi post-traumatici da stress in chi si trova passeggiando un cadavere o assiste in diretta all’evento tragico.

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS (PTSD)

Dove voglio arrivare? Che intervenire sui fattori contestuali che rischiano di portare al punto di rottura un individuo vulnerabile è necessario e sembra efficace (manca qui una mia review della letteratura per dare corpo all’argomento). Una volta compiuto l’assessment del rischio suicidario si possono pensare, a fianco degli interventi terapeutici appropriati (sicuramente secondo le linee indicate da Mancini), interventi mirati sull’ambiente. Potenziamento della rete sociale per migliorare il senso di appartenenza alla comunità. Interventi familiari in modo da facilitare la percezione che gli altri non sentano un’eventuale situazione economica difficile come un peso dovuto al paziente. Sarebbe sensato per determinati individui immaginare anche condizioni di prestiti agevolati? Ovviamente solo su persone selezionatissime che realmente ne beneficerebbero.

Alla fine si tratta di applicare anche a questa categoria di atti impulsivi o premeditati quello che già si fa con le dipendenze. Tra psicoterapia, dodici passi, alcolisti anonimi e via dicendo, voi suggerireste ad un ex-alcolista di festeggiare il compleanno in un lounge bar? Direi di no. Ad un ex-gambler proporreste un weekend romantico a Las Vegas?

 

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Sergio Mattarella: il punto di forza psicologico del nuovo Presidente della Repubblica

Malgrado la sua trasognata lentezza di vecchio democristiano, Mattarella forse è la persona giusta: non rimugina su occasioni perdute, su rivoluzioni mancate, su errori passati e su passate illusioni, su sogni di essere qualcos’altro o di essere nato altrove.

Quale potrebbe essere il punto di forza psicologico del nuovo presidente della Repubblica, l’onorevole Sergio Mattarella? Per carità, nessuna (psico-)analisi a distanza di una persona che non conosco per nulla, che ho visto solo in fotografia e di cui ho potuto leggere solo qualche dichiarazione politica. Però si può dire qualcosa di psicologico sul retroterra politico di Mattarella, sull’ambiente emotivo in cui è cresciuto. È l’ambiente del cattolicesimo democratico che s’incarnava nella corrente politica della sinistra DC, quella corrente del vecchio partito più attenta a politiche democratiche e perfino progressiste, almeno nel campo dell’economia e dei diritti dei lavoratori.

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L’ambiente emotivo della sinistra democristiana mi sembra diverso da quello di altre tradizioni politiche progressiste. Non ci sono state fratture, non è stato necessario rinnegare il passato. È vero: anche la Democrazia Cristiana cambiò nome, come aveva già fatto il Partito Comunista, e anch’essa infine si estinse quando confluì nel Partito Democratico. Tuttavia i cattolici democratici, i vecchi politici della sinistra DC non mi sembrano in preda a quella eterna crisi di identità che affligge gli ex comunisti e gli ex socialisti. E nemmeno li vedo eternamente agitarsi a vuoto -come succede a destra- su immaginarie svolte ora liberiste ora conservatrici. Anzi, mi paiono guidare con una certa sicurezza il partito democratico, dare il tempo alla musica più e meglio dei progressisti laici.

La forza di Mattarella, come forse anche di Renzi, è di provenire da un ambiente in fondo soddisfatto di se stesso e della sua storia.

La sinistra DC ha guidato la svolta sociale degli anni ’60 e l’apertura ai socialisti. Ha i suoi padri fondatori di cui non si vergogna, da Giorgio La Pira (a cui si richiama anche Matteo Renzi) ad Aldo Moro. Sono sicuramente responsabili delle lentezze di sviluppo dell’Italia, ma vivono questo difetto come un problema che condividono con il resto della società italiana, anch’essa pigra e lenta. Un difetto di cui essere consapevoli, magari da sopportare e cattolicamente, troppo cattolicamente perdonare; non una tara genetica su cui flagellarsi pubblicamente come si fa da sempre a destra e come, purtroppo, anche a sinistra da qualche decennio, magro regalo di Montanelli.

Non hanno un rapporto conflittuale con l’Italia, non sognano svolte rivoluzionarie, liberiste e/o conservatrici come accade alla loro destra o egualitarie come avviene alla loro sinistra. Non hanno bisogno di chiamarsi “Forza Italia” perché sono l’Italia, con tutte le sue lentezze ma –pensateci- senza complessi d’inferiorità. Non riesco a immaginare Moro che dice “se fossimo un paese normale…” Semmai si sarebbe limitato a un triste sorriso di compatimento e auto-compatimento in attesa del treno in ritardo. Al tempo stesso la sinistra democristiana aveva un’aria perbene che mancava al resto della DC: vedi le fotografie di Dossetti, La Pira, Zaccagnini, Moro, Andreatta, Galloni, Prodi e non vedi i machiavellismi di Andreotti o l’aria ambigua dei Gava.

Insomma, non c’è quel rimuginio depressivo sulla propria identità o su se stessi che affligge i depressi cronici, come ci ha insegnato il buon Aaron T. Beck (1978). Quel sentimento di stanchezza di se stessi, di auto-denigrazione o addirittura di vergogna di sé che affligge altre tradizioni politiche e che poi può tracimare in auto-denigrazione personale e nazionale. Se c’è qualcosa che un ex democristiano non fa è desiderare di essere altro da sé. Un liberale alla Montanelli trascorrerebbe la vita a rimpiangere di non essere nato inglese, qualcun altro preferirebbe essere nato francese o tedesco, invidiando ai primi l’illuminismo laico e ai secondi il rigore calvinista.

E in alcuni la stanchezza di se stessi e l’auto-denigrazione possono trasformarsi in odio di sé stessi. È un concetto questo più psicoanalitico che cognitivo: che la depressione sia frutto di una vera e propria aggressività verso il proprio sé, fino ad arrivare al desiderio di morte e autodistruzione (Freud, 1917-1980; Klein, 1940-1994; Rado, 1928). È anche un concetto sociologico e antropologico, che storicamente risale alla riflessione del filosofo ebreo Theodor Lessing che nel 1930 pubblicò un libro sull’odio verso se stessi che –a suo parere- nutrivano all’epoca gli ebrei.

Oggi gli italiani sono un po’ stanchi di se stessi. Non credo che odino se stessi come pare facessero gli ebrei tedeschi per tutto l’ottocento fino a Hitler. Non non è necessario essere così drammatici come Melanie Klein o Theodor Lessing. Però gli italiani sono inclini ad auto-denigrarsi in maniera non sempre produttiva.

Malgrado la sua trasognata lentezza di vecchio democristiano, Mattarella forse è la persona giusta: non rimugina su occasioni perdute, su rivoluzioni mancate, su errori passati e su passate illusioni, su sogni di essere qualcos’altro o di essere nato altrove. Insomma, malgrado le apparenze, i democristiani non erano depressi. Erano solo un po’ lenti. In questi ultimi vent’anni, gli altri non si sono dimostrati più veloci.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Beck, A.T. (1978). La depressione. Torino: Boringhieri. ACQUISTA ONLINE
  • Freud, S. (1917-1980). Lutto e Melanconia. Opera completa di Sigmund Freud, Volume VIII. Torino, Boringhieri.
  • Lessing, T. (1930). Der jüdische Selbsthaß, Berlin, Jüdischer Verlag.
  • Klein, M. (1940-1994). Mourning and its relation to manic-depressive state. In R.V. Frankel (a cura di), Essential Papers on Object Loss. Essential Papers in Psychoanalysis, pp. 95-122. New York: State University of New York Press. DOWNLOAD
  • Rado, S. (1928). The Problem of Melancholia. International Journal of Psychoanalysis, 9, 420-438.

Un viaggio alla scoperta delle emozioni: la differenza tra quelle primarie e secondarie

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (01)

 

 

Le emozioni primarie sono emozioni innate e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Costantemente proviamo tante emozioni, una vasta gamma, che varia da quelle positive a quelle negative. Fondamentalmente, cos’è un’emozione, di cosa si tratta? Proviamo, dunque, a fare un viaggio in questo mondo, esplorando più da vicino queste sconosciute che ci accompagnano per tutta la giornata … e nella vita.

L’emozione consiste in una serie di modificazioni che avvengono nel nostro corpo sia a livello fisiologico, alterazioni respiratorie e cardiache, sia di pensieri, ad esempio: “… che paura… ” o “… non c’è speranza…”, sia reazioni comportamentali, come il fuggire o gridare o alterazioni della mimica facciale, che il soggetto utilizza in risposta a un evento.

Sicuramente, se domani dovesse esserci una interrogazione da affrontare o un compito scritto, un verifica insomma, potrei provare ansia, paura, dovuta al fatto che non so bene come potrebbe andare, di non aver studiato abbastanza, di non sapere esattamente quali domande saranno affrontate e quali potrebbero essere i risultati ottenuti. In questo caso, si possono avvertire una serie di modificazioni a carico del fisico, come le farfalle allo stomaco, la secchezza delle fauci, mal di testa, respiro affannoso e così via. Si tratta di indicatori riguardanti stato di incertezza che si sta affrontando, perché le aspettative che si hanno sono distanti dalla realtà.

SFU CLASSI PICCOLE 2015In tanti hanno studiato le emozioni cercando di definirle e categorizzarle, ma oggi vorrei porre l’accento sul lavoro messo a punto da Ekman nel 2008. Questo psicologo americano racconta di essere stato in un remoto villaggio sulle alture della Papua Nuova Guinea per studiare gli abitati del posto e verificare se fosse possibile riscontrare anche tra loro le stesse emozioni provate da altri popoli. Gli indigeni, i Fore, popolo pre-letterario, alla vista di Ekman che mangiava del cibo a loro sconosciuto rimasero stupiti. In particolare uno di loro rimase a guardare Ekman con una particolare espressione. Lo studioso entusiasta della loro reazione, fotografò l’espressione di disgusto evidenziata sul volto di questo membro della tribù e scrisse: “La fotografia illustra che l’uomo è disgustato dalla vista e dall’odore del cibo che io consideravo appetitoso” (p. 177). Questo è solo uno dei tanti esempi riferiti dallo scienzato.

Fu proprio seguendo questa Tribù che Ekman poté notare come le espressioni di base fossero universali perché riscontrabili in popolazioni diverse, anche in quella dei Fore che è isolata dal resto del mondo. Così decise di stilare una lista di emozioni divise in primarie e secondarie.

Le emozioni primarie o di base sono:

1. rabbia, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;

2. paura, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;

3. tristezza, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;

4. gioia, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;

5. sorpresa, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;

6. disprezzo, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;

7. disgusto, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.

Queste sono emozioni innate  e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite primarie  ovvero universali. Le emozioni secondarie, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.

Esse sono:

– allegria, sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo;

– invidia, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l’altro possiede;

– vergogna, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali;

– ansia, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante;

– rassegnazione, disposizione d’animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna;

– gelosia, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto;

– speranza, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori;

– perdono, sostituzione delle emozioni negative che seguono un’offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione);

– offesa, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole;

– nostalgia, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere;

– rimorso, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale;

– delusione, stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.

Quindi, le seconde sono delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.

Bene, siamo giusti alla fine di questo piccolo viaggio. Alla prossima avventura nel mondo della psicologia!

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Ekman, P. (2008). Te lo leggo in faccia. Riconoscere le emozioni anche quando sono nascoste. Editore Amrita, collana Scienza e Compassione
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