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Abuso infantile: segni e sintomi – Definizione Psicopedia

Secondo il documento approvato dal CISMAI (semeiotica medica nell’abuso sessuale dei bambini prepuberi) l’abuso sessuale presenta una compagine di segni e sintomi specifici da non essere rilevabili se non in un contesto clinico anche se la rilevazione e la diagnosi costituiscono problemi complessi in cui si intrecciano fattori medici, psicologici, sociali e giuridici che rende indispensabile il coinvolgimento di più figure professionali.

In virtù di questo, la diagnosi di abuso sessuale rappresenta una diagnosi multidisciplinare. Una diagnosi solo medica raramente è possibile: nella letteratura internazionale è riportato che il 50%-90% dei minori vittime di abuso sessuale accertato presenta reperti genitali e/o anali normali o non specifici. Risulta doveroso per tutti i colleghi che operino in tali contesti considerare con preoccupazione alcuni indizi:

Segnali di una sessualizzazione traumatica:

– disegni e/o racconti sessualmente espliciti, inappropriati
all’età;

– interazione a carattere sessuale con altre persone;

– masturbazione coatta o introduzione di oggetti in vagina;

– disagio o rifiuto a spogliarsi per visite mediche o attività
sportive;

– inibizione e preoccupazione relativa ad argomenti sessuali;

– messa in atto di precoci forme di seduzione.

Affermazione spontanea del bambino di aver subito molestie sessuali:

• Disturbi della sfera alimentare;

• Disturbi del controllo sfinterico;

• Disturbi dell’umore;

• Presenza di fobie;

• Esibizionismo;

• Difficoltà relazionali con entrambi i sessi;

• Enuresi;

• Inibizione, assenza di slancio vitale, stanchezza cronica, demotivazione;

• Caduta del rendimento scolastico o frequenti e prolungate assenze.

Negli adolescenti in particolare un aumentato interesse relativo alla sessualità è normale, tuttavia ci sono alcuni segnali che possono indicare un abuso sessuale:

– promiscuità sessuale (partners multipli);

– prostituzione adolescenziale;

– gravidanze precoci;

– tentativi di suicidio;

– insolito allontanamento dalla famiglia;

– abuso di sostanze stupefacenti e alcool.

Indicatori di violenza assistita:

– Più alta incidenza di disturbo post-traumatico da stress complesso ( Herman)

– Instabilità affettiva

– Impulsività

– Difficoltà nella modulazione della rabbia

– Preoccupazioni suicide

– Autolesionismo

– Amnesia

– Ricordi intrusivi degli episodi traumatici

– Impotenza – vergogna-colpa

– Accettazione della violenza quale regola delle relazioni affettive

– Somatizzazione

– Disturbi dell’attaccamento

– Problemi scolastici

– Depressione e ansia

Come si opera in questi casi? Occorre tener presente, previa valutazione interdisciplinare in equipe, considerare un processo d’intervento suddiviso in 4 fasi:

– la rilevazione: individuazione dei segnali di malessere dei minori ed i rischi per la loro crescita, connessi alle condotte pregiudizievoli degli adulti;

– la protezione: intervento volto ad arrestare il comportamento maltrattante/abusante, modulato in relazione alla gravità dello stesso che nei casi più gravi;

– la valutazione: percorso teso a valutare il quadro complessivo della situazione traumatica nei suoi aspetti individuali e relazionali;

– il trattamento: intervento finalizzato a ripristinare sufficiente condizione di benessere per il minore.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

PTSD, attivazione genica e abuso infantile

 

BIBLIOGRAFIA:

  • O.M.S.Consultation on Child Abuse and Prevenzion1999  
  • Malacrea M. (2004). Il “buon trattamento”: un’alternativa multiforme al maltrattamento infantile, Cittadini in crescita, 1, 1-17. DOWNLOAD
  • Saunders, B.E., Berliner, L., Hanson, R.F. (2001). Guidelines for the psychosocial treatment of intrafamilial child physical and sexual abuse, Charleston (SC). DOWNLOAD
  • Malacrea, M. (2005). Da: Herman J. L. (1992). Trauma and recovery, Basic Books. Tr. It. (2005). Guarire dal trauma, Edizioni MAGI, Torino. 
  • Malacrea, M. (2007). Esperienze traumatiche infantili e adozione, Minorigiustizia, 2/2007, 185-195. 
  • Malacrea M., & Lorenzini S. (2002). Bambini abusati. Linee guida nel dibattito internazionale, Raffaello Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE
  • Bianchi, D., Moretti E. (a cura di). Vite in bilico. Indagine retrospettiva su maltrattamenti e abusi in età infantile, Quaderni del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Questioni e documenti 40, Istituto degli Innocenti, Firenze. 
  • Cirillo S., & Di Blasio P. (1989). La famiglia maltrattante, Raffaello Cortina, Milano. ACQUISTA ONLINE

Lesioni cerebrali e problemi degenerativi cronici: nuove prospettive

FLASH NEWS

In un recente articolo alcuni ricercatori dell’Università del Maryland hanno posto l’attenzione su come esattamente una lesione cerebrale dovuta ad un trauma possa causare danni cerebrali permanenti, argomento a proposito del quale c’è una diffusa incomprensione.

Si sostiene che i problemi che insorgono dopo il trauma siano ampiamente dovuti alla prolungata infiammazione cerebrale. Secondo la loro visione, infatti, l’infiammazione spiegherebbe meglio numerosi sintomi che erano prima ricondotti al trauma tra cui atrofia, depressione e deterioramento cognitivo.

Gli autori, Faden e Loane, ritengono sia stata messa troppa enfasi sulla diagnosi di Encefalopatite traumatica cronica allontanando l’attenzione da altri meccanismi che potrebbero essere più importanti e meglio trattabili. Alcuni studi indicano che una persistente infiammazione seguente a un danno moderato o ripetuti traumi leggeri è molto comune e può contribuire ai problemi cognitivi. Infiammazioni di questo tipo infatti possono perdurare per diversi mesi, a volte anche anni, in soggetti con traumi cerebrali causando dunque danni a lungo termine.

L’infiammazione cerebrale e la perdita di cellule cerebrali sembrano considerevolmente simili motivo per cui riuscire a capire meglio il meccanismo dietro il danno può aiutare a sviluppare strategie per prevenire o minimizzare i problemi che ne conseguono. L’accento di questo articolo infatti è soprattutto sul fatto che, a differenza di altre patologie, l’infiammazione potrebbe essere trattabile.

Le lesioni cerebrali dovuti a traumi sono uno dei maggiori problemi sociali: sportivi e militari sono i soggetti più a rischio ma anche infortuni e incidenti possono esserne causa; riuscire a fare maggiore chiarezza sul processo e sui diversi aspetti è importante per migliorare i trattamenti e limitare i danni a lungo termine.

 

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Lesioni cerebrali: quali conseguenze sulle relazioni sociali?

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Ansia: siamo geneticamente predisposti allo stato d’allarme?

Un nuovo studio pubblicato su Biological Psychiatry indica che l’ansia di tratto potrebbe essere legata ad una minore presenza, nei soggetti costantemente ansiosi, dei recettori 1 e 5 del neuropeptide Y. Tale neuropeptide svolge la sua azione nell’amigdala, area cerebrale coinvolta anche nella regolazione dell’ansia. Potremmo dunque definirci automuniti di ansiolitici?

 

Se si riuscissero a creare nuovi farmaci capaci di mimare l’azione del neuropeptide Y sui recettori Y1 e Y5, si potrebbe controllare l’ansia cronica in maniera molto più naturale.

 

Ansia: siamo geneticamente predisposti allo stato d'allarme?

Ansia: farmaci o psicoterapia? Consigli per chi è sempre in allarmeConsigliato dalla Redazione

Lo studio di persone geneticamente meno predisposte all’ €™ansia, dotate in modo maggiore dei recettori Y1 e Y5, potrebbe rivoluzionare l’ €™approccio farmacologico. (…)

 

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Clash-Back: un videogame per lavorare sul rapporto tra genitori e figli

 

La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:

I rapporti stanno diventando sempre più tecnologici, questo è vero anche per le relazioni più intime, quali quella tra genitori e figli. A tal proposito dalla Francia arriva una novità: Clash- Back, un videogioco ideato da un’ équipe di psicologi guidati dal Prof. Xavier Pommereau, per cercare di migliorare il rapporto tra i ragazzi e i loro genitori. 

 

Clash Back est une série interactive animée, réalisée par la société Interactive Situations et le Dr Xavier Pommereau, qui met en situation les moments de crise entre les adolescents et leur entourage.

 

Un videogioco Consigliato dalla Redazione

Un videogioco per migliorare il rapporto tra genitori e figli – Tra genitori e figli c’è sempre più di mezzo la tecnologia. Un’equipe di psicologi francesi ha ideato… (…)

Tratto da: Affaritaliani.it

 

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Il segno come sintomo: dal corpo significante al significato del corpo – Recensione

Nonostante l’autrice dedichi ampio e prezioso spazio all’eziologia dei disturbi alimentari, fondamentale è l’attenzione che viene prestata a quello che potremmo definire il filo conduttore di tutto il libro: la considerazione del corpo come universo di significati mutevoli nel corso del tempo.

Gli ultimi anni sono stati testimoni di una forte crescita dei casi di disturbi del comportamento alimentare, tra cui l’anoressia nervosa. Parallelamente si è sempre più diffusa, tra i meno esperti, l’idea che tale esplosione di casi sia dovuta al bombardamento mediatico che sempre più trasmette l’idea che magrezza e bellezza siano sinonimi e soprattutto valori da raggiungere se ci si vuole affermare nella vita.

Ne “Il segno come sintomo”, l’autrice Francesca Pierotti porta il lettore, a mio avviso, a una grande delucidazione in merito alle cause dell’anoressia: seppur non si possa negare il peso dei mass media, vi sono altri fattori che possono predisporre una persona all’insorgenza di un disturbo della condotta alimentare, tra cui la famiglia, la cultura e le amicizie. Non vanno poi tralasciati altri fattori scatenanti quali eventi di vita ad alto impatto emotivo o traumi.

Nonostante l’autrice dedichi ampio e prezioso spazio all’eziologia dei disturbi alimentari, fondamentale è l’attenzione che viene prestata a quello che potremmo definire il filo conduttore di tutto il libro: la considerazione del corpo come universo di significati mutevoli nel corso del tempo.

Dunque, suggerisce l’autrice, è lecito chiedersi: la malattia può ritenersi separabile dal soggetto che la manifesta? In realtà la malattia esprime un dolore non proprio solo del corpo, ma di tutta la persona. Attraverso la malattia il soggetto si esprime, lancia un messaggio e comunica. Uno dei meriti dell’autrice sta nel rendere particolarmente chiaro questo punto nel suo libro. Nel caso dei disturbi del comportamento alimentare, tale superamento del primato biologico si rende ancor più importante da tenere a mente.

Fondamentale è, dunque, a detta dell’autrice, uno sguardo clinico di complementarità tra segni e sintomi. I segni sono manifestazioni patologiche visibili e oggettive, i sintomi invece rappresentano disturbi a carattere soggettivo e, in quanto tali, da decodificare. Per fronteggiare il malessere si deve ricostruire il percorso della malattia, attraverso l’ascolto della narrazione del soggetto e attraverso l’indagine scientifica dovuta alla competenza tecnica. In quanto l’individuo è essere sociale, non si può non concepire il sintomo come svincolato anche dal contesto culturale proprio dell’individuo.

Grazie a questo sguardo teorico iniziale, l’autrice espone un contributo empirico di notevole importanza: vista l’eziologia multifattoriale dell’anoressia, gli autori della ricerca (Francesca Pierrotti e Eduardo Cinosi, medico specializzando in psichiatria) hanno deciso di prendere in considerazione l’unico elemento che accomuna tutti coloro che ne soffrono: la ricaduta della patologia sul corpo e, nello specifico, la dispercezione corporea (il modo in cui il soggetto rappresenta il suo corpo nella mente). In particolare hanno voluto studiare come tale dispercezione corporea venga manifestata attraverso modalità segniche ben specifiche: il disegno e la fiaba.

Perché i ricercatori utilizzano proprio questi due metodi?

Attraverso il disegno della propria figura umana, l’individuo produce una rappresentazione di Sé che può essere sia positiva che negativa e che consente di cogliere i diversi aspetti della propria personalità. Soprattutto, attraverso l’analisi del disegno dell’adulto, si possono evidenziare battute d’arresto della crescita e della corretta integrazione delle parti del proprio corpo con la mente. La fiaba invece attribuisce un senso alle situazioni di vita, consente di dare ordine a se stessi e al mondo, trovando delle soluzioni ai propri problemi interiori e non solo.

I risultati di tale contributo empirico sono molto interessanti, non privo chiunque voglia leggere il libro del piacere di scoprire quel che è emerso dall’analisi dei disegni e delle fiabe di pazienti anoressici.

Consiglio la lettura de “Il segno come sintomo” agli operatori che lavorano nell’ambito dei Disturbi del Comportamento Alimentare e agli studenti interessati all’argomento: il lavoro ha il merito di riportare all’attenzione dei tanti una visione più complessa e meno riduzionista della malattia e dell’anoressia nello specifico. Il contributo empirico offre, inoltre, spunti interessanti per uno sguardo clinico più completo sul mondo interno del paziente anoressico.

 

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Anoressia e rappresentazione senso-motoria inconsapevole del corpo

BIBLIOGRAFIA: 

  • Pierotti, F. (2013). Il segno come sintomo: dal corpo significante al significato del corpo. Ali&No: Perugia.  ACQUISTA ONLINE

Perché accelerando la scomparsa delle parole migliorano le abilità di lettura nei bambini con dislessia? Il ruolo dell’attenzione spaziale

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Autrice: Matteoli Maria Diletta (Università degli Studi di Padova)

Perché accelerando la scomparsa delle parole migliorano le abilità di lettura nei bambini con dislessia? il ruolo dell’attenzione spaziale.

Why to accelerate the disappearance of words, improves the reading abilities of children affected by dyslexia? the role of spatial attention.

 

Abstract

In un lavoro del 2013 Zvia Brezitz ha dimostrato che il trattamento RAP (Reading Acceleration Program), da lei ideato, porta a un miglioramento in velocità e in accuratezza in un gruppo di adulti con dislessia madrelingua ebraico. Il presente lavoro si ricerca ha lo scopo principale di verificare se un trattamento simile a quello di Breznitz, sviluppato per un gruppo italiano di bambini con dislessia, possa portare a risultati comparabili. Il trattamento creato in questa ricerca è stato da noi chiamato “Rapid Sequential Processing Training”. Un secondo obiettivo della ricerca è quello di indagare i meccanismi sottostanti il miglioramento nella lettura, in particolare attenzione spaziale e abilità visuopercettive (via magnocellulare/dorsale). Lo studio, condotto con un disegno di ricerca entro soggetti, su un gruppo di 13 bambini ha mostrato che un trattamento con vincolo temporale imposto porta a un miglioramento generale nella velocità di lettura e una leggera diminuzione dell’accuratezza durante il trattamento. Attraverso delle valutazioni pre e post-test, (nello specifico, test di Navon con quadrati cerchi e triangoli) è stato inoltre dimostrato il ruolo cruciale dell’attenzione spaziale e della via magnocellulare/dorsale nella dislessia, abilità che migliorano a seguito del trattamento. A seguito della presente ricerca e delle precedenti possiamo affermare che la lettura rapida migliora la velocità di lettura anche nei bambini italiani. In futuro, altri studi saranno necessari per valutare se è possibile migliorare anche l’accuratezza.

Abstract

In a research work of 2013, Zvia Breznitz has demontrated that the RAP (Reading Acceleration Program), a treatment that she designed, leads to an improvement in reading rate and accuracy in a group of Hebrew-speaking adults with reading disabilities. The present work has a major aim to verify if a treatment with similar features as Breznitz’s,, developed for a group of  italian-speaking children with dyslexia, can lead to a comparable results.
The tratment developed in this study has been called “Rapid Sequential Processing Training”.  The second purpose of this research is to investigate the mechanism underlyng the improvement in reading, especially spatial attention and visual perceptual abilities (magnocellular/dorsal stream). For the purpose of the study a group of 13 children, with ages ranging from was selected. This within group design study, demonstrates that a training with an imposed time constraint allows a general improvement in reading rate and a mild decrease in accuracy during the training. Trought pre and posttest investigations (in particular, Navon test with squares, rounds and triangles) it was demostrated the crucial role of spatial attention and magnocellular-dorsal stream in dyslexia. This two functions improve after the training. According to  both the presented study and Breznitz’s research, rapid reading improves the reading rate. This was verified in Italian speaking children and in Hebrew speaking adults, the sample groups of the two researches respectively. In future, other studies could be necessary to evaluate if it’s possible to improve also the accuracy. In future other studies could be necessary ti evaluate if it’s possibile to improve also the accuracy.

ALLEGATO 1ALLEGATO 2ALLEGATO 3

Keywords: Dislessia evolutiva; Riabilitazione; Attenzione spaziale; Via magnocellulare-dorsale; Lettura rapida

Empatia: maggiore quando a provare dolore sono i familiari!

FLASH NEWS

I risultati dello studio hanno così messo in evidenza come, in entrambe le specie, la risposta empatica al dolore fisico provato dall’ altro fosse più forte in presenza di familiari rispetto a quando ci si trova con estranei.

Con il termine empatia ci si riferisce alla capacità di condividere e di sentire le emozioni degli altri. Facendo riferimento alla prospettiva della psicologia umanistica e in modo particolare alla definizione di Carl Rogers, per empatia si intende la capacità di utilizzare gli strumenti della comunicazione verbale e non verbale per mettersi nei panni dell’altro, in un contesto di accettazione autentica e non giudicante. Secondo Rogers, è proprio questa accettazione incondizionata e non giudicante dell’altro che permetterebbe di comprenderne realmente il vissuto, identificandosi, seppur parzialmente, con la prospettiva da cui egli vede il mondo.

Un deficit della capacità empatica è all’ origine, secondo lo stesso Presidente Obama, di molte incomprensioni, divisioni e conflitti all’interno della società. Obiettivo di un recente studio condotto da Mogil, professore di psicologia presso l’Università McGill di Montreal, e pubblicato su Current Biology, è stato proprio quello di indagare come tale capacità si sviluppi tra persone tra loro estranee.
L’empatia, sempre più frequentemente oggetto di studio alla luce del ruolo che svolge in diversi disturbi psicologici, come i disturbi dello spettro autistico, viene spesso indagata utilizzando stimoli dolorosi in quanto l’esperienza di dolore è universalmente comprensibile e facile da misurare. Lo stesso approccio è stato utilizzato anche da Mogil al fine di studiare la risposta empatica negli esseri umani e in mammiferi minori, come i topi. In modo particolare, nel corso dello studio, la risposta empatica al dolore fisico è stata indagata in diversi scenari: quando i soggetti erano soli, in presenza di familiari oppure in presenza di estranei. I risultati dello studio hanno così messo in evidenza come, in entrambe le specie, la risposta empatica al dolore fisico provato dall’ altro fosse più forte in presenza di familiari rispetto a quando ci si trova con estranei.

È emersa, inoltre, una differenza nel livello di stress dei partecipanti allo studio, più alto in situazioni in cui i soggetti si trovano con estranei rispetto a quando si trovano con familiari o sono da soli. Secondo gli autori, questi risultati permetterebbero di ipotizzare che lo stress costituisce un fattore causa della minore risposta empatica nei confronti degli estranei.
Per verificare questa ipotesi è stata valutata la risposta empatica in presenza di estranei in seguito alla somministrazione del metyrapone, un farmaco in grado di bloccare la risposta di stress, e dopo aver giocato per 15 minuti al videogioco Rock Band®, nei soggetti umani. In entrambi i casi, si è osservato un incremento della risposta empatica dei soggetti.
Secondo Mogil

“anche un’esperienza condivisa di tipo superficiale, come giocare a Rock Band® insieme ad un estraneo può portare le persone  ad uscire dalla zona-estraneo e a considerare gli altri come persone familiari, generando significativi livelli di empatia. Questi risultati fanno emergere nuove e interessanti domande sul ruolo di un deficit nell’empatia in diversi disturbi psicologici e anche nei conflitti sociali sia a livello personale che sociale; è, inoltre, piuttosto sorprendente che l’empatia sembra comportarsi esattamente allo stesso modo nei topi e negli uomini”.

 

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Narcisismo ed empatia: un connubio possibile?

 

BIBLIOGRAFIA:

Cannabis: può essere terapeutica per la prevenzione dell’epilessia

Donata Sandri, Ufficio Stampa Fondazione RI.MED – COMUNICATO STAMPA (30-01-2015)

 

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

 

Roberto Di Maio è un brillante ricercatore italiano, selezionato per il programma Fellowship Ri.MED attivo presso l’University of Pittsburgh: la Fondazione sta infatti formando capitale umano d’eccellenza per il Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica di prossima realizzazione in provincia di Palermo.

Grazie alla borsa di studio Ri.MED, dal 2008 il dr. Di Maio sta conducendo a Pittsburgh innovative ricerche nel settore delle neuroscienze. L’ultimo lavoro, pubblicato su “Neurobiology of Disease”, definisce il potenziale terapeutico dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia del lobo temporale.

L’epilessia del lobo temporale è la forma di disturbo epilettico più frequente, i cui sintomi si manifestano svariati anni dopo un episodio epilettico acuto, quale ad esempio convulsioni febbrili nell’infanzia. A questo stadio della malattia compaiono danni cerebrali irreversibili, spesso refrattari ai trattamenti antiepilettici convenzionali. Sono quindi di fondamentale importanza gli sforzi di medici e ricercatori rivolti a prevenire l’evento epilettico cronico.

L’idea – spiega il dr. Di Maio – nasce dal fatto che i cannabinoidi possono modulare e bilanciare i meccanismi di eccitabilità neuronale ed agire specificamente sulla funzione dei mitocondri (entrambi fenomeni biologici strettamente correlati al danno neuronale da stress ossidativo ed alla malattia epilettica). Questo studio ipotizza che il potenziale anti epilettogenico dei cannabinoidi si espleti attraverso il recupero delle disfunzioni neuronali che portano verso il danno ossidativo.

Alcuni esperimenti preliminari condotti dal dr. Di Maio hanno messo in luce che l’effetto anticonvulsivante delle molecole cannabinoidi è strettamente dipendente dal suo effetto a “campana”, ovvero che esiste uno stretto range di dosaggio efficace, al di sotto o al di sopra del quale questi agonisti del sistema cerebrale sono inefficaci o, peggio, pro-convulsivanti.

Ecco come è stata condotta la sperimentazione: dopo aver indotto un evento epilettico acuto nei ratti con un’iniezione di pilocarpina, gli animali sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali ha ricevuto un basso dosaggio quotidiano del cannabinoide sintetico. Dopo 15 giorni è stata sospesa la somministrazione e, dopo 6 mesi di osservazioni, è stato analizzato il cervello degli animali: il gruppo trattato con la molecola cannabinoide mostrava comportamento epilettico quasi assente, laddove gli animali non trattati avevano invece sviluppato una forte sindrome epilettica.

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

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Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino – Recensione

Il cuore del metodo sta nel considerare i propri figli come degli interlocutori affidabili dei loro sentimenti e della loro esperienza interna, che deve essere sempre rispettata e validata.

Quando per la prima volta sentii parlare di questo libro da mia sorella, parigina di adozione e madre di 3 figli, era così entusiasta che mi precipitai a comprarlo nella versione inglese, fino a qualche mese fa l’unica reperibile qui in Italia.

“Non hai idea, io e le mie amiche ci scambiamo consigli su come applicare il metodo, e funziona! Se glielo dici in un certo modo fanno quello che vuoi!”

La bibbia dei genitori, così titola la copertina, è “Come parlare ai bambini perchè ti ascoltino e come ascoltarli perchè ti parlino” di Adele Faber e Elaine Mazlish, laureate in arte drammatica e allieve fedeli dello psicologo infantile Haim Ginott. Da più di 10 anni impegnate nel campo della comunicazione figli/genitori, hanno scritto versioni precedenti di questo testo (Liberated Parents/ Liberated Children) in cui sono raccolte le testimonianze dei genitori che hanno partecipato ai loro seminari in cui insegnano nuove ed efficaci modalità comunicative da utilizzare con i propri figli. Questa ultima versione ha il merito di essere una sintesi delle esperienze di formazione precedenti in cui il lettore/genitore viene guidato passo passo alle esercitazioni pratiche di ascolto, auto-osservazione e comunicazione efficace.

Il cuore del metodo sta nel considerare i propri figli come degli interlocutori affidabili dei loro sentimenti e della loro esperienza interna, che deve essere sempre rispettata e validata. Più facile a dirsi che a farsi. E ce ne accorgiamo subito, non appena le autrici ci invitano a esercitarci all’ascolto di ciò che, in modo abbastanza automatico, rispondiamo ai nostri figli ogni volta che ci parlano di loro, di ciò che provano, pensano, vivono, vogliono. Non appena riusciamo a “sentirci” ci accorgiamo subito che invece che ascoltare ci affanniamo – a fin di bene ovviamente – a dare consigli, a impartire ordini, regole, a ridefinire ciò che loro dicono di provare per indurli a fare, o addirittura a provare, quello che noi pensiamo sia più giusto per loro, meno dannoso o doloroso, in un meccanismo di squalifica dell’altro che inevitabilmente porta ai suoi noti frutti: una comunicazione difficile, fatta di capricci, comportamenti oppositivi, scontento reciproco.

Gli esercizi di immedesimazione, in cui veniamo costretti ad ascoltarci e a immaginarci ricevere la stessa risposta che abbiamo appena dato a nostro figlio, sono il primo passo verso la redenzione! Come mi sarei sentito se…? Come si è sentito lui o lei? Cosa gli sto dicendo e perchè? Impariamo presto a morderci la lingua e a tacere, sostituendo silenzi carichi di interesse – ooh… Mmm.. aaha.. – a consigli e ammonimenti, per scoprire che così facendo lasciamo lo spazio necessario affinché l’esperienza interna dei bambini possa essere definita e accolta e le emozioni penose vissute a fondo e superate. Impariamo a fidarci delle risorse che ciascuno ha, anche un bambino piccolo, per affrontare non solo il proprio mondo interno, fatto di emozioni non sempre piacevoli, ma anche le difficoltà del mondo esterno, i litigi con i compagni, le delusioni, le arrabbiature, la frustrazione imposta dallo scoprire di avere dei limiti e dal dover rispettare dei limiti. Se riusciamo ad esserci, ad ascoltarli silenziosamente, con rispetto ed empatia, troveranno il più delle volte da soli la chiave per superare le difficoltà.

Nel capitolo dedicato all’autonomia ci accorgiamo quante cose inutili ci affanniamo a fare al posto dei nostri figli, spesso inseguendo più il nostro bisogno di sentirci indispensabili che il loro bisogno di dipendere da noi. La conquista dell’autonomia, invece, passa attraverso la possibilità di fare un passo indietro e lasciarli fare, piccole scelte e azioni quotidiane che li facciano sentire responsabili di ciò che li riguarda da vicino. Veniamo invitati a cambiare prospettiva: non è l’aiuto costante, il continuo regalargli la nostra esperienza di vita, il fornire consigli e risposte sagge, la protezione, che li farà crescere, ma il lasciare che sperimentino, mostrando rispetto per le loro difficoltà senza però mai privarli della speranza di poter raggiungere i traguardi che sognano. Attenzione, niente di tutto ciò è pura filosofia, ogni sezione prevede degli obiettivi e gli esercizi per raggiungerli ed è arricchita da un’ utilissima parte in cui vengono date risposte a dubbi e perplessità dei genitori che hanno partecipato ai seminari sul metodo.

La parte più gettonata è sicuramente quella relativa alla collaborazione: in poche parole, come far sì che rispettino regole, limiti e sopratutto che facciano ciò che gli chiediamo di fare? E come farlo senza ricorrere alle punizioni? Ancora una volta l’esercizio a poche e “semplici” abilità è la chiave del cambiamento. Descrivere il problema, dare informazioni, essere brevi e concisi, usare dei promemoria scritti e non mistificare ciò che proviamo. Queste le abilità da usare ogni volta che desideriamo cercare la collaborazione con i nostri figli. Anche qui l’apprendimento passa attraverso l’autosservazione di cosa abitualmente facciamo nelle situazioni che ci sembrano più problematiche. Il minimo comune denominatore delle abilità utili alla collaborazione è il riuscire, ancora una volta, a trasmettere la stima che abbiamo nella capacità dell’altro di occuparsi in modo competente di un problema o di un compito, ma anche di essere sensibile ai bisogni degli altri. Descrivere un problema per esempio, invece che accusare l’altro di esserne la causa, aiuta a concentrarsi su ciò che deve essere affrontato e dà ai bambini la possibilità di dire loro stessi cosa è necessario che facciano.
Ma veniamo alle punizioni. Davvero si può farne a meno? E come? Innanzitutto le autrici ci mettono in guardia con le parole di Ginott:

“Le punizioni non possono funzionare perché il bambino invece che sentirsi dispiaciuto per ciò che ha fatto e pensare a come rimediare si perde in fantasie di vendetta”.

In altre parole, punendolo lo portiamo lontano dal problema stesso e dalla elaborazione interiore del comportamento sbagliato. E allora che si fa? Si usa una comunicazione chiara su ciò che ci aspettiamo da lui, ma senza accuse, lo si coinvolge nella soluzione, gli si dà la possibilità di scegliere tra più alternative accettabili, gli si dà la possibilità di riparare e, se necessario, si lascia che sperimenti le conseguenze del suo comportamento…e se il problema persiste? significa che dobbiamo unire le forze, le nostre e quelle di nostro figlio, per comprendere meglio insieme cosa impedisce la collaborazione e impegnarci in un dialogo vero in cui i punti di vista e i bisogni di entrambi possano essere messi nero su bianco nella ricerca di soluzioni accettabili per entrambi.
Questo automaticamente rinforza la loro autostima, invece che mortificarla facendo leva sull’errore commesso e sulla colpa: un bambino che oggi sbaglia e a cui viene data la possibilità di riparare e comprendere l’errore sarà un adulto che non si perderà d’animo di fronte alle difficoltà e agli insuccessi, che penserà “dove ho sbagliato” e non “in cosa sono sbagliato”.

La parte che ho più apprezzato, perché scardina una modalità comunicativa largamente condivisa come positiva, è quella relativa alla lode. Le autrici propongono di sostituire i classici apprezzamenti – ma che bravo!, ma che bello!, per intenderci – con la lode descrittiva. Quando un bambino fa qualcosa che ci piace o di cui sembra contento e soddisfatto abituiamoci a descrivere ciò che vediamo e ciò che proviamo, magari trovando una parola che sintetizzi la qualità che sta esprimendo con quel comportamento e pian piano sarà il bambino stesso a imparare quali sono i suoi punti di forza. La lode descrittiva, cioè, ha il merito di lasciare che sia il bambino a lodare sé stesso e libera l’adulto dal ruolo di giudice superiore che lodando può anche indurre aspettative, dubbi e ansia da prestazione.

Insomma nessuna ricetta magica ma una guida pratica, frutto di anni di esperienza nel campo della formazione con i genitori, che ci porta per mano, se davvero lo desideriamo, a cambiare qualcosa. Il lavoro di autosservazione e di decentramento ci obbliga inoltre, in modo più o meno consapevole, a fare i conti con quelli che sono stati i nostri modelli educativi, con i genitori che siamo diventati, ma anche con i genitori che abbiamo avuto, con il complesso meccanismo di identificazioni proiettive che inevitabilmente ci ritroviamo ad agire nella relazione con i nostri figli (e non solo!). Immedesimarci in nostro figlio significa anche ridiventare il bambino che siamo stati e avere l’occasione di riflettere, con un cuore e una mente finalmente adulti, sull’educazione che abbiamo ricevuto e questo ci permette di scegliere più consapevolmente che tipo di relazione educativa desideriamo oggi costruire con i nostri figli.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Faber, A., Mazlish, E. (2014). Come parlare perché i bambini ti ascoltino & come ascoltare perché ti parlino. Mondadori: Milano.  ACQUISTA ONLINE

Togliersi la vita in periodo di crisi

Ridurre la crisi economica è auspicabile, ma non protegge gli esseri umani dagli effetti delle credenze descritte. Il compito davvero difficile è assemblare protocolli psicoterapeutici in grado di modificare stabilmente gli stati mentali prossimi l’ideazione suicidaria.

Crisi economica, indebitamento, disoccupazione sono gli scenari in cui vediamo crescere il numero di suicidi. Le stime parlano di un incremento dal 2008 (anno dell’inizio della crisi) ad oggi, con un picco registrato tra il 2012 e il 2013.

Tuttavia, possiamo includere il peggioramento delle condizioni economiche tra le cause dirette o considerarle più correttamente come fattori di rischio che facilitano il ricorso a gesti così estremi? In generale, i fattori di rischio sono associati a un incremento della probabilità di occorrenza di un evento, mentre i processi causali ne spiegano gli esiti.

Ad esempio, riguardo al disagio economico, le ricerche che hanno prodotto dati sul fenomeno, sembrano concordare nell’attribuire alla disoccupazione il ruolo di antecedente il suicidio. La perdita del lavoro o l’impossibilità a trovarne uno, tuttavia, sono solo due tra gli elementi di una lista piuttosto lunga che include tra gli altri l’isolamento sociale, i conflitti familiari, le esperienze di abuso, la presenza di psicopatologia, l’impulsività. In altri termini, la perdita del lavoro sarebbe associata a un rischio molto elevato non in tutti, ma soltanto negli individui vulnerabili, individui che sembrano presentare caratteristiche psicologiche costanti.

A questo proposito, la psicologia cognitiva offre una spiegazione dei comportamenti in esame fondata sulla considerazione di queste caratteristiche ed individua i determinanti cognitivi che definiscono la mente della vittima nell’imminenza del suicidio.

Che cos’ha un uomo nella testa, prima di fare l’ultimo passo? Secondo una teoria interpersonale, sarebbero tre le variabili psicologiche che spingono al suicidio: la percezione di non appartenenza senza speranza di cambiamento, la convinzione di essere definitivamente un peso per gli altri, un basso timore della sofferenza fisica e della morte. Le prime due correlano con il desiderio di morire e rappresentano la causa di un’ideazione suicidaria di tipo passivo (“sarebbe meglio se fossi morto”). La mancata soddisfazione del desiderio di appartenenza è accompagnata da un intenso vissuto di solitudine e da un’esperienza di sofferenza riconducibile all’assenza di reciprocità di cura e affetto.

Nel secondo caso, invece, appaiono centrali le credenze relative all’essere un peso per la propria famiglia o la convinzione di essere componente sacrificabile. I conflitti familiari, la mancanza di un impiego e la presenza di malattie sono i principali fattori di rischio che prestano il fianco alla comparsa di simili stati mentali. Quando la disperazione accompagna la mancanza di appartenenza e la percezione di essere un peso, allora il desiderio di suicidarsi diventa più attivo (“Voglio uccidermi”).

Non è tutto. Il desiderio di morire non è sufficiente a produrre un tentativo dagli esiti letali, semplicemente perché togliersi la vita non è cosa facile da fare. Ed è qui che entra in gioco la capacità di suicidarsi, una condizione che include tutte quelle esperienze di sensibilizzazione che producono una diminuzione della paura dei comportamenti suicidari. Si tratta di quei comportamenti non letali che precedono un tentativo vero e proprio e che, grazie alle ripetute esposizioni al dolore, si configurano come una sorta di desensibilizzazione alla paura di morire e alla sofferenza fisica. Una palestra che prepara alla morte.

In definitiva, ridurre la crisi economica è auspicabile, ma non protegge gli esseri umani dagli effetti delle credenze descritte. Il compito davvero difficile è assemblare protocolli psicoterapeutici in grado di modificare stabilmente gli stati mentali prossimi l’ideazione suicidaria.

 

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A proposito del Disturbo Bipolare…

Roberto Lorenzini, Valeria Valenti, Marika Ferri

 

Il disinnesco del loop maniacale teoricamente inarrestabile avviene dunque per un fallimento dovuto  nella maggior parte dei casi ad ostacoli posti dall’ambiente  ma potremmo ipotizzare anche la possibilità di un esaurimento delle risorse personali di ogni tipo (stanchezza, esaurimento).

Queste riflessioni partono dall’allarmante constatazione che i disturbi più gravi ed in particolare proprio il disturbo bipolare per la sua indiscutibile componente biologica e genetica,  sono territori che gli psicologi abbandonano  nelle mani esclusive degli psichiatri e del loro armamentario farmacologico.  Ciò ci appare  particolarmente grave in un tempo in cui grazie ai progressi delle neuroscienze cognitive la distinzione tra organico e mentale è ormai desueta e gli psicologi sono spesso più attrezzati dei medici su questi temi. Lo psicologo nel lavoro con gli psicotici deve essere in prima fila anche nelle emergenze  e non può ridursi al ruolo di psicoeducatore col compito di aumentare la compliance farmacologica per la serie.

La rappresentazione di sé

Diciamo (con la voce di Ignazio, fratellone d’Italia) che da un punto di vista cognitivo l’essenza del vissuto depressivo sia un sentimento di impotenza e disvalore condensabile nella frase “non sono stato, non sono, e non sarò in grado di ottenere nulla e ciò prova che non valgo niente”. Al contrario il vissuto euforico ha come essenza un sentimento di onnipotenza e ipervalore di sé “sono stato, sono e sarò in grado di ottenere tutto ciò che voglio e mi merito e questo perché il mio valore è inestimabile”. Ovviamente ciò non esaurisce la sintomatologia che, tuttavia può essere in gran parte ricondotta a tale estrema dicotomia.

Il ruolo evolutivo della tristezza

Abbiamo netta la sensazione clinica che prima di una fase euforica, se si analizza meticolosamente, si trovi sempre un passaggio nella depressione e che quindi, per dirla metaforicamente, la mania sia una sorta di difesa dalla tristezza (pensiamo al maniacale affaccendarsi dei riti funerarii al lavorio che c’è intorno ed alla sua utilità emotiva). Ci hanno insegnato che si prova tristezza a seguito della rappresentazione che uno scopo è definitivamente fallito. Insomma di fronte una perdita.

Con la tristezza avviene il mitico “lavoro del lutto”, consistente in un ritiro interiore con sospensione delle attività esterne finalizzato alla ristrutturazione della gerarchia degli scopi prendendo atto che uno di essi è divenuto definitivamente imperseguibile e che dunque si è resa disponibile una quota di energia da investire altrove. Durante il lutto c’è dunque in stand-by una notevole quantità di energia libera e fluttuante, non più investita sullo scopo perduto e non ancora reinvestita sui nuovi scopi importanti che scaleranno la gerarchia. Possiamo ipotizzare che questa energia venga transitoriamente investita in “scopi buoni per tutte le stagioni” inerenti la sopravvivenza quali l’acquisizione di beni (le folli spese del maniacale) e la diffusione dei propri geni (l’attività sessuale esaltata dei maniacali) entrambi portati avanti in modo “unlimitess”, senza tener conto delle conseguenze,  in nome della onnipotenza sopra descritta.

E’ chiaro che il problema è spiegare proprio quel “unlimitess” senza la tautologia dell’onnipotenza e non so se basti sostenere che l’energia resasi libera per la perdita di uno scopo importante è enorme ed investita su scopi tutto sommato “facili” comporta una attività sfrenata. Penso onestamente si possa fare di meglio.

Il moltiplicatore emotivo

E’ esperienza di tutti noi che si sperimenta gioia nel raggiungimento di uno scopo. Gioia che si attiva ancor prima quando si intravede con certezza tale raggiungimento (l’attesa del piacere non è essa stessa piacere?) ma una gioia ancora maggiore (una metagioia? O la chiamiamo felicità) si sperimenta quando siamo consapevoli di stare gioendo. Un conto è vivere un periodo felice della propria vita, altro è essere consapevoli di star vivendo un periodo felice della propria vita. Normalmente, purtroppo ci accorgiamo di quanto fosse bello solo dopo che è finito confrontandolo con quello attuale che giudichiamo schifoso. Per farla breve e modellistica, credo che oltre a degli scopi esterni descrivibili come: io voglio….A…B…C…..n… (dove le lettere rappresentano oggetti o stati del mondo esterno e relazionale) abbiamo anche scopi interni inerenti principalmente l’identità e gli stati emotivi come: lo scopo di essere un buon perseguitare di scopi, lo scopo di essere felici.

Dunque alla gioia scaturita dal raggiungimento di “A” si somma la gioia  del raggiungimento degli altri due scopi innescando una spirale di auto rinforzo. Abituati come siamo ad occuparci di emozioni negative sarà più facile esemplificare lo stesso meccanismo nella situazione opposta di tristezza.  Se falisco il mio obiettivo “A”, ad esempio ottenere una cattedra universitaria, sarò triste per la mancanza della cattedra ma, volendo, anche perché sono un pessimo perseguitare di scopi (un fallito nel gergo tecnico dialogo interno) e perché sono triste, altra cosa che non vorrei assolutamente.  

Sono necessarie alcune distinzioni e prendere in considerazione un obiezione fondamentale.  Il perseguimento di obiettivi comporta il contemporaneo soddisfacimento di scopi esterni inerenti stati del mondo desiderati e scopi interni inerenti stati desiderati dell’identità. Questo, da un lato è ovvio, dall’altro vale per tutti e dunque non spiega la peculiarità del disturbo bipolare. A meno di non ipotizzare che nel candidato all’euforia gli effetti interni, che normalmente possono considerarsi collaterali e non rappresentati consapevolmente nel momento che ci si prefigge di raggiungere un obiettivo (è esso infatti ad occupare tutto il campo di coscienza), siano invece in primissimo piano, proprio  a causa del vissuto fallimentare che (ipotizzavo) precede la fase euforica. Infine il delta aggiuntivo di gioia dovuto alla consapevolezza di stare gioendo non riguarda la distinzione tra scopi esterni ed interni ma più in generale la meta cognizione che genera meta-gioia, come in altri casi meta-vergogna o meta-paura   

Per argomentare meglio quanto appena detto ricopiamo riflessioni di Roberto Lorenzini pubblicate sotto il titolo di “tribolazioni” nel libretto “dal malessere al benessere”: “Il perseguimento di uno scopo non è connotato da un punto di vista emotivo solo nel momento del successo pieno (gioia) o nel momento del fallimento totale e irrecuperabile (dolore) che corrispondono entrambi alla disattivazione dello scopo stesso ed alla conseguente ristrutturazione dell’organizzazione gerarchica per scegliere le nuove priorità. Il sistema monitora costantemente i lavori in corso e vive nel presente emozioni generate dalla previsione delle emozioni che si aspetta di provare in futuro. Così la pregustazione di un successo che si valuta probabile fa assaporare con anticipo la gioia che si sperimenterà a successo avvenuto.

Chi non ricorda la magia di quel tempo immediatamente precedente al primo gesto di amore quando si ha però la certezza che il proprio innamoramento sarà ricambiato? Al contrario la previsione di un fallimento probabile fa sperimentare già in parte il dolore della perdita e spesso si mischia all’ansia circa lo stato d’animo doloroso che si sperimenterà quando il fallimento sarà certo ed inequivocabile. Si è spaventati all’idea di quanto si potrebbe poi star male (in genere poi il dolore effettivo si dimostra inferiore alle aspettative, si è quasi stati più male prima che dopo).

Sembra, dunque, che sia sempre attivo un sistema di anticipazione sui propri stati interni presenti e futuri che, a sua volta, genera delle emozioni nel presente. Esse utilizzano quelle future previste e quelle attuali presenti come eventi attivanti: questa emozione secondaria può essere dello stesso tipo o di tipo diverso da quella che la genera. Così si può aver paura di aver paura, si può aver paura di essere tristi o si può essere arrabbiati all’idea che si sarà tristi o aver vergogna di vergognarsi.

Questo sistema di anticipazione sui propri stati emotivi che ne innescano, di conseguenza, a loro volta degli altri ha probabilmente lo scopo di accrescere la prevedibilità su sé stessi. Da un lato si padroneggiano meglio i cambiamenti che non giungono inaspettati. Dall’altro si diluisce nel tempo l’emozione finale. Se mi aspetto un insuccesso inizierò a soffrirci già prima e tanto più, quanto più esso appare certo. Così, al momento in cui effettivamente si verificherà il dolore sarà meno intenso e sconterà gli acconti versati in precedenza.

Soffre di più chi vive un lutto improvviso e inaspettato o chi attende a lungo una morte pietosa? Certamente i primi, ritengo.  Molte persone che presentano una tribolazione, soffrono non solo per il fallimento di scopi ma anche per la previsione di possibili future sofferenze. Fino a qui abbiamo argomentato circa il fatto che le emozioni sulle emozioni previste o presenti costituiscano una sorta di air-bag sulle stesse emozioni successive, ma il problema non si  esaurisce  qui. La valutazione del grado di raggiungimento o meno di un obiettivo consente soprattutto di dosare l’investimento di risorse in ossequio allo pseudo-scopo dell’ “ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi”.

Per esemplificare cosa sia opportuno fare in ossequio a tale pseudoscopo possiamo dire che:

•    L’impegno deve essere massimo quando l’obiettivo è probabile e non soggetto a fattori esterni non controllabili per cui tutto dipende dal soggetto (situazione maniacale).

•    L’impegno deve progressivamente ridursi quando il risultato diventa altamente probabile  indipendentemente dall’impegno stesso (situazione eutimica).

•    L’impegno deve cessare quando il risultato è certamente irraggiungibile e ogni ulteriore tentativo costituirebbe solamente uno spreco di risorse (situazione depressiva).

La linea di demarcazione tra l’impegno e la rinuncia, in nome del principio di ottimizzazione del rapporto costi/benefici  è determinata da due fattori:
– da un lato dalla stima della probabilità del successo in cui gli estremi opposti (successo sicuro o fallimento certo) inducono ad un disimpegno mentre l’area intermedia della probabilità spinge all’impegno.

– dall’altro dalla stima di quanto il risultato dipenda dal soggetto stesso o da circostanze esterne non modificabili (il concetto cognitivista di locus of control) (Ellis 1962; Liotti, Guidano 1983; De Silvestri 1981, 1999; Bara 1996).

L’impegno è giustificato da situazioni ad esito incerto e con locus interno. Il disimpegno è conveniente comunque in situazione di locus esterno o di esito certo.mFin qui il funzionamento efficiente di un sistema che ottimizzi l’utilizzo delle limitate risorse e che preveda, anticipi e gestisca le emozioni cui andrà incontro.

Come è possibile che questo sistema di sicurezza e di risparmio in alcune persone non funzioni generando tribolazioni? Dobbiamo probabilmente scomodare di nuovo degli scopi tutti interni che riguardano l’identità. Soprattutto su questioni importanti collegate agli scopi terminali non si ha soltanto lo scopo del perseguimento  ma anche lo scopo di ritenersi uno che non lascia nulla di intentato pur di ottenere il risultato. Sarebbe certamente terribile fallire l’obiettivo esterno ma lo sarebbe ancora di più fallire anche l’obiettivo interno e considerarsi uno che non ha voluto (colpa) o non ha saputo (incapacità) fare di tutto al fine di……….

Questo scopo interno sull’identità prevale transitoriamente sullo pseudo-scopo “dell’ottimizzazione dell’utilizzo delle risorse e del tempo per il perseguimento dei propri scopi” e produce le seguenti conseguenze:

– i successi parziali non vengono presi in considerazioni e ci si priva dunque delle connesse emozioni positive in quanto si teme che possa comportare un colpevole accontentarsi e una riduzione dell’impegno

– gli insuccessi parziali, considerati premonitori di un dolore intollerabile vengono ignorati temendo che producano uno scoraggiamento e dunque non concorrono alla modulazione dell’impegno e al riaggiustamento della mira.

– Anche di fronte ad un fallimento inevitabile o del tutto indipendente dall’attività del soggetto si continua a profondere il massimo dell’impegno. Inutile completamente per il raggiungimento dello scopo esterno ma utile per il raggiungimento dello scopo interno relativo all’identità.

Tuttavia lo pseudo-scopo transitoriamente accantonato tornerà a valutare la situazione non appena l’emergenza si sarà in qualche modo conclusa e lo farà in modo severamente negativo con una sequela di autosvalutazioni per come si sono gestite le risorse.

L’orgoglio dell’investire risorse in imprese disperate e assolute non è uguale in tutti gli individui. Alcuni sembrano talebani fanatici in ogni cosa che facciano. Prendono tutto maledettamente sul serio. Non conoscono le mezze misure. Fanno sempre le cose fino in fondo e spesso oltre, ci credono veramente. Sono tutti d’un pezzo, non scherzano con le cose serie che per loro sono tutte. Se sono di sinistra faranno i brigatisti. Se cattolici si accoppiano secondo le indicazioni vaticane. Se hanno un vizietto diventano drogati all’ultimo stadio e poi  convertitisi operatori delle comunità per tossici più intransigenti e severe. Sono sempre in buona fede ed in nome di ciò possono commettere i crimini più orrendi a posto con la coscienza. Geneticamente estremisti e un intolleranti. Applicano ciò anche ad aspetti marginali come l’alimentazione. Fanno parte di gruppuscoli estremisti con vaste categorie di cibi vietati. Il rigore è essenziale sempre. Spesso sviluppano disturbi del comportamento alimentare.

Altri invece, hanno l’atteggiamento opposto che è quello che caratterizza, nell’immaginario comune, i romani. Il romano se ne frega, non prende niente sul serio. E’ incapace di indignazione e di slanci. Sa che prima o poi tutto  cambia e dunque basta aspettare senza scaldarsi troppo. Il romano ne ha viste troppo, ha una saggezza da sampietrino e  lascia che tutto gli passi sopra. Raramente interviene sulla realtà per modificarla, aspetta che si assesti da sè. L’emozione di base è l’indifferenza come per il talebano era l’orgoglio e l’indignazione. Il romano misura le sue scelte operative nei termini della fatica che comportano e la regola decisionale è il risparmio energetico. Non ama le persone che lo sollecitano ma in compenso non lo fa con gli altri. “vive e lascia vivere”. Si badi che il romano non è un abitante di Roma ma una categoria dello spirito. Tuttavia è innegabile che sia per la presenza dell’amministrazione pubblica con i suoi ministeri sia per il suo meraviglioso habitat naturale innumerevoli esemplari vengono a riprodursi nella capitale. Tra i suoi sogni proibiti c’è fare il bidello in una scuola elementare o l’usciere al ministero”.

Dopo aver perso il filo appresso alle sciocchezze, torniamo di corsa al nostro disturbo bipolare che avevamo lasciato al loop in cui un successo in uno scopo esterno si riverbera nel successo di molti altri scopi interni (meccanismo a cascata o a valanga) e altrettanto succede in negativo nel caso di fallimento.

Alcune osservazioni comportamentali banali:

La fortuna aiuta gli audaci e dunque è facile immaginare che la sicurezza nel successo, la sfrontatezza, la determinazione con cui il maniacale si getta nel perseguimento degli scopi favoriscano almeno nelle imprese di tutti i giorni il successo che a sua volta rinforza proprio tali atteggiamenti che lo hanno determinato.

– A tirar troppo la corda si spezza. Il maniacale però confortato dai successi alza continuamente l’asticella. Si spinge in territori meno conosciuti e più difficili e prima o poi arriva il fallimento e siccome “chi troppo in alto sale… cade sovente precipitevolissimevolmente” il circolo onnipotenza>>>>>successo>>>>>>onnipotenza si inverte e diventa nel depresso: fallimento>>>> rinuncia, ritiro>>>>>impotenza>>>>>ritiro.    E’ osservazione clinica costante che il depresso fallisce nel perseguimento dei suoi scopi principalmente per mancanza di impegno e rinuncia, da un lato. E dall’altro che uno dei motivi di auto denigrazione è proprio il suo essere depresso e inattivo.

In breve il maniacale ad un certo punto fallisce nel raggiungimento degli scopi esterni, spesso per il frapporsi tra lui ed essi di familiari e curanti verso i quali si dirige la sua aggressività tutt’altro che malevole da spazzaneve. Allora si arresta il processo o addirittura si inverte. Il disinnesco del loop maniacale teoricamente inarrestabile avviene dunque per un fallimento dovuto  nella maggior parte dei casi ad ostacoli posti dall’ambiente  ma potremmo ipotizzare anche la possibilità di un esaurimento delle risorse personali di ogni tipo (stanchezza, esaurimento).

– Toccato il fondo si rimbalza. Ci resta da fare ipotesi su come la depressione cessi e qui le grida per i capelli tirati diventano agghiaccianti! Il depresso riduce progressivamente le aspettative sui risultati ottenibili negli scopi esterni e progressivamente anche sulle proprie performance. In quest’ultimo punto molto aiutato dalla frequente definizione assolutamente biologica della malattia e persino dal ricovero che, positivamente, lo deresponsabilizzano. Succede dunque che ad un certo punto ottenga risultati superiori alle ridottissime aspettative. Il ciclo si arresta o addirittura si inverte. In altre parole come un fallimento porrebbe fine all’escalation maniacale, un successo, seppur minuto porrebbe fine alla caduta depressiva.

Evoluzionisticamente?

Stante che nessuna malattia, proprio per la sua natura disfunzionale può essere il frutto diretto dell’evoluzione, al massimo possono esserlo i meccanismi che ne stanno alla base. Proviamo a chiederci se il fisiologico oscillare del tono dell’umore con il conseguente covariare delle coppie impotenza-onnipotenza e ancora rinuncia-impegno possa avere un valore adattivo. In effetti è possibile che sia sensato in caso di successi continuare ad investire sfruttando la situazione favorevole. Mentre in caso di insuccesso rinunciare per risparmiare risorse e limitare le perdite.

 

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In uno studio pubblicato dal giornale Current Biology, un team di scienziati, guidato da Zachary Mainen del Champalimaud Centre for the Unknown (CCU), ha scoperto un nesso causale tra l’attivazione dei neuroni serotoninergici nei topi e la quantità di tempo che essi investono nell’attesa di una ricompensa, rifiutando al tempo stesso l’ipotesi che l’attivazione di tali neuroni sia essa stessa vissuta come una ricompensa.

La serotonina è un neuromodulatore chimico coinvolto nell’azione di farmaci antidepressivi, come ad esempio il Prozac, i quali sono ampiamente utilizzati per trattare disturbi come la depressione o il dolore cronico. La serotonina è normalmente rilasciata da una piccola quantità di cellule contenute in un’area del cervello chiamata il nucleo di rafe. A dire il vero, la modalità in cui questi neuroni rilasciano naturalmente serotonina e il modo in cui ciò influenza le funzioni cerebrali sono ancora poco chiari agli scienziati.

Per investigare quale sia il ruolo della serotonina nelle capacità di attendere pazientemente una ricompensa, i ricercatori hanno proposto un compito in cui i topi avrebbero dovuto aspettare per una ricompensa che sarebbe stata loro data in quantità di tempo variabili in modo casuale. In alcuni dei trials, i neuroni serotoninergici erano attivati tramite l’utilizzo di una tecnica chiamata optogenetica: Madalena Fonseca, membro del team del CCU dice:

Abbiamo reso questi neuroni sensibili alla luce, in modo tale che, quando li illuminiamo, essi si attivano e rilasciano serotonina.

Gli scienziati hanno osservato che, all’attivazione dei neuroni serotoninergici, i topi diventano più pazienti. Masayoshi Murakami, altro membro del gruppo di ricerca, spiega:

Abbiamo studiato in che modo differenti livelli di attivazione di tali neuroni influenzano l’attesa e abbiamo verificato che una maggiore attivazione implica maggiori capacità di attendere una ricompensa.

Marshmallow Test: resistere alle tenzazioni
Marshmallow Test: resistere alle tenzazioni

Per verificare se l’incremento dei tempi di attesa fosse l’effetto collaterale di un’altra funzione della serotonina, gli scienziati hanno effettuato altri esperimenti per testare se l’attivazione stessa di quel preciso gruppo di neuroni potesse fungere da ricompensa: se l’attivazione fosse stata piacevole per i topi, questo avrebbe potuto spiegare il prolungamento dei tempi di attesa, dice ancora Fonseca. Per verificare ciò, gli studiosi hanno indagato se i topi mettessero effettivamente in atto comportamenti tesi a stimolare il rilascio di serotonina. Tale serie di esperimenti ha dato esito negativo, escludendo che l’incremento nei tempi di attesa fosse direttamente legato all’attivazione dei neuroni come ricompensa.

Questo studio ha implicazioni importanti nella comprensione del coinvolgimento della serotonina nei disturbi depressivi e in altri tipi di problematiche. Come dice Zachary Mainen:

Dal momento che si pensa che gli antidepressivi aumentino il rilascio di serotonina, le persone credono che semplicemente un maggiore rilascio di tale sostanza faccia sentire meglio. Ma i nostri risultati dimostrano che il passaggio non è così diretto e semplice. Il fatto che la serotonina aumenti la nostra capacità di attesa e la nostra pazienza ci dà un importante indizio che potrebbe essere utile a svelare il mistero del funzionamento e degli effetti di tale neuromodulatore.

A questo proposito, il gruppo di Champalimaud continua ad indagare altri aspetti di tale tema, supportata e finanziata dall’European Research Council.

 

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Anche i più piccoli sono capaci di resistere alle tentazioni? Il Marshmallow test

Saper resistere alle tentazioni non è affatto roba da adulti. Anche i più piccoli sono stati messi alla prova attraverso il Marshmallow Test, avranno resistito alla tentazione di mangiare una caramella? Ma soprattutto, i bambini capaci di aspettare in vista di una gratificazione, che adulti diventeranno? 

 

VIDEO: I BAMBINI ALLA PROVA DEL MARSHMALLOW TEST

Sapete che resistere alle tentazioni da piccoli, e quindi in un certo senso essere capaci di aspettare per una gratificazione, vuol dire poter diventare degli adulti con più autocontrollo e più inclini al successo?

Resistere alle tentazioni, il Marshmallow testConsigliato dalla Redazione

Forse sarebbe il caso di chiederci se ha più valore una gratificazione immediata e temporanea o la conquista di quella felicità costruita imparando a padroneggiare i nostri pensieri e le nostre azioni in vista di qualcosa di più appagante e soprattutto duraturo (…)

Tratto da: AgrigentoNotizie

 

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La Psicologia a Teatro: l’immigrazione e il gioco d’azzardo in scena

 

Il teatro si fa portavoce dei vissuti psicologici: diverse problematiche e diversi temi vengono portati in scena. L’elemento comune è  il palco che, attraverso il racconto del disagio interiore di chi vive in situazioni più svantaggiate, ha l’intento di far riflettere gli spettatori su quelle realtà che spesso sembrano loro così distanti.   

A tal proposito vanno segnalati gli articoli riguardanti due spettacoli teatrali:

  • ‘All in’, commedia sul gioco d’azzardo patologico:

Due personaggi, due amici alle prese con la vita di tutti i giorni, due punti di vista e due modi di affrontare la vita. Fin dove è disposto ad arrivare un giocatore d’azzardo, completamente perduto nel turbinio delle scommesse?
Atto unico, di sessanta minuti, fatto di dialoghi taglienti, paradossali e irriverenti.

 

Vai alla notizia: All in, commedia amara sulla psicologia del gioco d’azzardo

 Leggi anche:

Gioco d’azzardo patologico – PGD – Gambling

 

 

  • ‘Snow Orchid’, pièce che porta in scena i vissuti delle famiglie italiane emigrate negli Stati Uniti:

Dell’esperienza dell’emigrazione-immigrazione tanto si è detto e scritto ma di quel processo di trasformazione restano tuttora in ombra le conseguenze psicologiche. Eppure il distacco, l’abbandonare ciò che si conosce per l’ignoto, il lasciare le sicurezze per una realtà in cui bisogna reinventarsi e ricostruire una propria identità, è un processo spesso traumatico e comunque denso di implicazioni psicologiche complesse.
Su questo processo apre una finestra uno spettacolo teatrale scritto da Joe Pintauro nel 1982 e riportato ora in scena dalla regista Valentina Fratti: Snow Orchid.

 

Vai alla  notizia:  Pazzi da emigrare: le conseguenze psicologiche della vita da immigrati in uno spettacolo e un dibattito

Leggi anche:

Psicologia Crossculturale

 

 

 


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La Fibromialgia: un’esperienza di gruppo – Psicoterapia

La Fibromialgia si caratterizza per una ampia e variegata espressività clinica sia interindividuale che intraindividuale. I suoi effetti possono risultare devastanti e la malattia può innescare un drammatico effetto domino che non risparmia il lavoro, la famiglia, la comunità, la vita di coppia, la percezione del futuro e la nostalgia del passato.

La Fibromialgia (sin.: sindrome fibromialgica) è una malattia cronica complessa definita dall’American College of Rheumatology come “una condizione di dolore cronico diffuso con caratteristici “tender points” all’esame fisico, spesso associata con una varietà di sintomi o disfunzioni quali la fatica, i disturbi del sonno, la cefalea, la sindrome del colon irritabile e i disturbi dell’umore”.

La fibromialgia si caratterizza per una ampia e variegata espressività clinica sia interindividuale che intraindividuale. I suoi effetti possono risultare devastanti e la malattia può innescare un drammatico effetto domino che non risparmia il lavoro, la famiglia, la comunità, la vita di coppia, la percezione del futuro e la nostalgia del passato.

Nella prospettiva del reumatologo, la fibromialgia viene considerata una delle malattie più difficili da trattare. Nel tempo molto limitato di una visita reumatologica convenzionale (20-30 minuti) solo raramente si vengono a creare le condizioni per un rapporto empatico tra specialista e malato. Nella fase narrativa spontanea dei propri problemi, i pazienti risultano essere dei veri e propri “fiumi in piena” e l’elenco dei mille sintomi e dei mille problemi sembra essere infinito.

 

Il rapporto medico-paziente nei pazienti con fibromialgia

L’atteggiamento dei pazienti nei confronti dei medici e dei farmaci è molto spesso negativo e nel racconto della propria esperienza domina spesso l’elenco degli insuccessi e delle insoddisfazioni. Lo specialista spesso assume un atteggiamento “difensivo” nella consapevolezza della difficoltà di trattamento soprattutto dei pazienti che si sono dimostrati refrattari ad esperienze diverse di terapia. Il risultato di tutto ciò è un rapporto medico-paziente molto fragile ed incerto, con molte barriere di comunicazione.

L’approccio ai pazienti con fibromialgia può risultare anche molto stressante per lo specialista e non è un caso che i pazienti fibromialgici possono finire a volte con l’essere considerati “indesiderabili” o “ladri di tempo”. La presa in carico di questi pazienti e la creazione di un rapporto di fiducia e di reciproca collaborazione costituisce tuttavia un presupposto essenziale per una strategia di trattamento basata sul sano principio della “medicina olistica”.

Dal momento che un approccio corretto ai pazienti con fibromialgia ad espressività clinica conclamata non può prescindere da una approfondita caratterizzazione dei bisogni, delle problematiche, delle reazioni individuali, un’analisi approfondita del profilo psicologico dei pazienti potrebbe costituire un momento fondamentale per la messa a punto di una più incisiva strategia terapeutica, che non si limiti ai soli farmaci.

Il medico da solo non è nelle condizioni di poter garantire tale approccio sia per limiti invalicabili di tempo sia per la mancanza di adeguati skills relazionali e di comunicazione efficace. La figura dello psicologo può affiancarsi utilmente a quella del medico nella messa a punto di un percorso assistenziale multi-professionale finalizzato ad una razionale ed incisiva gestione delle complesse dinamiche dei pazienti con fibromialgia.

 

Terapia dei pazienti con fibromialgia

L’obiettivo principale della terapia dei pazienti con fibromialgia è quella di migliorare la qualità della vita, che può risultare particolarmente compromessa in considerazione del fatto che la fibromialgia presenta spesso un elevato grado di “resistenza” alla terapia farmacologica.

Le esperienze pilota fino ad ora condotte hanno portato a risultati preliminari del tutto incoraggianti anche se, purtroppo, nel nostro paese la collaborazione tra psicologo e reumatologo nell’approccio ai pazienti con fibromialgia risulta ancora limitata.

 

Terapia di gruppo per la fibromialgia

La fibromialgia resta ancora un pianeta inesplorato anche per quanto concerne le applicazioni della terapia di gruppo. La solitudine, la scarsa solidarietà, l’indifferenza, il progressivo isolamento, il bisogno di comprensione, il bisogno di essere ascoltati, la delusione di non essere mai adeguatamente compresi, la paura di non farcela, il timore di essere abbandonati, la sensazione di non essere sopportati sono denominatori comuni dei pazienti con fibromialgia e costituiscono gli elementi che inducono a ritenere che proprio in questa malattia le esperienze di gruppo possano presentare interessanti potenzialità e contribuire in modo significativo al miglioramento della qualità della vita dei pazienti già duramente compromessa dal carattere spesso “implacabile” della fibromialgia.

Nell’intento di recare un contributo alla conoscenza dei lineamenti psicologici dei pazienti con fibromialgia è stato condotto uno studio su un gruppo di dieci soggetti con malattia parzialmente refrattaria al trattamento farmacologico e fisioterapico.

Lo scopo di questo studio è stato quello di effettuare una prima analisi del profilo psicologico di un gruppo rappresentativo di pazienti con fibromialgia ad espressività clinica conclamata risultati refrattari a diversi schemi di trattamento convenzionale e  valutare analogie e differenze del profilo psicologico di questo specifico subset di pazienti.

Per poter eseguire una analisi approfondita delle caratteristiche psicologiche individuali si è attuato un percorso basato sulla valutazione del vissuto di malattia esplorato nel corso di colloqui individuali e sulla analisi dei comportamenti dei pazienti in una serie di incontri di gruppo. Una particolare attenzione si è rivolta all’analisi dei descrittori semantici della malattia.

Dalle osservazioni emerse nei due diversi momenti dello studio si sono tracciate delle sintetiche schede individuali nelle quali sono stati riportati i principali descrittori semantici ed i comportamenti dei pazienti nelle fasi di confronto con i componenti del gruppo. Si è eseguita infine una analisi comparativa dei descrittori semantici e dei profili psicologici dei pazienti allo scopo di valutarne analogie e differenze. L’utilizzo di un programma per la creazione di “tag clouds”  è risultato utile per una immediata rappresentazione gerarchica dei descrittori semantici utilizzati dai pazienti. Ciò ha consentito di visualizzare in modo rapido ed efficace le problematiche dominanti che hanno esercitato il maggiore impatto sui pazienti.

Lo studio si è articolato in due fasi:

I Fase: Incontri individuali della durata di un’ora volti a definire la storia clinica, le problematiche connesse con la malattia, i bisogni, le aspettative, i timori e le barriere dei pazienti. Nel corso del colloquio si è valutata la disponibilità da parte del paziente a partecipare all’esperienza di gruppo.

II Fase: Incontri di gruppo della durata di due ore volti a favorire il massimo livello di interazione tra i pazienti e di confronto di esperienze.

L’esperienza è stata condotta con un gruppo chiuso, omogeneo e a termine. Gli incontri di gruppo hanno avuto una durata di 3 mesi. Ogni incontro, della durata di un’ora e mezza, si è svolto ogni 15 giorni (2 incontri al mese). Gli incontri si sono svolti  sempre il mercoledì, a cadenza bi-mensile, per un totale di otto incontri.  Ciascun incontro, si è articolato secondo lo schema riportato:

– 30 minuti riservati alla trattazione di argomenti trasversali, utili a tutti i pazienti;

– 90 minuti dedicati alla discussione dell’argomento trattato all’ordine del giorno. Il confronto prosegue attraverso le libere associazioni dei pazienti, sotto la regia attenta dello psicoterapeuta che facilita il flusso della parola da un paziente all’altro.

I dieci pazienti sono stati identificati sulla base di una valutazione clinica volta ad individuare una ristretta popolazione di pazienti con diagnosi conclamata di fibromialgia refrattaria ai vari schemi di trattamento convenzionali.

Ad ogni incontro è stato affrontato un diverso tema, sulla base delle problematiche maggiormente richieste dai pazienti. I temi trattati sono stati: il dolore cronico, l’esercizio fisico, la dieta, la terapia farmacologica, le terapie complementari e alternative, l’effetto placebo del farmaco, come migliorare la qualità del sonno, leggi e regolamenti.

Durante gli incontri di gruppo con i pazienti con fibromialgia ho focalizzato l’attenzione su cinque elementi fondamentali: i partecipanti al gruppo, le loro relazioni interpersonali, l’interazione tra individui e gruppo, i fenomeni transpersonali e la storia del gruppo.

Nei colloqui individuali tutti i pazienti hanno mostrato una buona inclinazione al dialogo, pur nell’ambito di una intuibile variabilità legata alle differenze temperamentali ed al livello socio-culturale. Da parte di tutti i pazienti è emersa l’esigenza di rappresentare in maniera molto forte l’intensità della sintomatologia e la gravità delle ripercussioni della malattia sulla vita quotidiana lavorativa e sui rapporti interpersonali. Queste descrizioni hanno spesso assunto un carattere iterativo come se vi fosse da parte dei pazienti la sensazione o il timore di non essere creduti o adeguatamente compresi. Le diverse storie di vita dimostrano in effetti che proprio questo aspetto costituisce uno dei risvolti più drammatici della malattia.

L’evidente isolamento dei pazienti con fibromialgia anche all’interno del proprio nucleo familiare può considerarsi certamente alla base di un forte impulso alla narrazione ampia ed articolata che ha contraddistinto pressoché tutti i pazienti. La gradita sorpresa di trovarsi di fronte a qualcuno disposto ad ascoltare il racconto della propria sofferenza ha generato un forte senso di gratitudine più volte rappresentata nel corso del colloquio.

Per alcuni pazienti è emersa in maniera particolarmente netta la forte esigenza di una condivisione liberatoria della propria drammatica esperienza di malattia. Il solo fatto di avere di fronte qualcuno capace di credere nella drammaticità della sofferenza narrata ha rappresentato per questi pazienti una sorta di liberazione da una condizione insopportabile: quella di non essere creduti da nessuno.

Per questi pazienti, la cui capacità di sopportazione è messa così a duramente alla prova da una malattia implacabile, il fatto di non essere creduti e di non ricevere la solidarietà che reclamano amplifica in modo insopportabile la già drammatica sofferenza causata dalla malattia. Alcuni di questi pazienti, specie quelli con fibromialgia primaria, sono considerati come dei veri e propri malati immaginari. Mariti, mogli, figli, amici e colleghi di lavoro non vedono la malattia, spesso nascosta da una esteriorità non intaccata. Ed è proprio l’esteriorità che spesso mette in trappola il paziente: apparire “sani e normali” alimenta ancor di più le perplessità e le incomprensioni da parte del mondo che circonda. I problemi del paziente con fibromialgia divengono così “invisibili” ed il paziente giudicato petulante e “malato immaginario”.

 

Semantica del dolore nei pazienti con fibromialgia

La semantica del dolore ha un rilevante valore diagnostico in medicina. Il dolore è l’elemento comune della maggior parte delle malattie dell’apparato locomotore. I caratteri che lo contraddistinguono possono risultare tuttavia alquanto variegati ed una attenta analisi delle caratteristiche del dolore e delle manifestazioni con le quali esso si associa può contribuire in modo rilevante all’inquadramento clinico e al monitoraggio della malattia. La figura sotto riportata dà invece una rappresentazione grafica riassuntiva degli stessi descrittori rappresentati in modo gerarchico nei dieci casi studiati.

Fibromialgia - Terapia di Gruppo

I colloqui individuali e l’esperienza di gruppo condotta nei dieci pazienti con fibromialgia, anche sulla base dell’analisi della letteratura relativa alle esperienze gruppali, inducono a formulare le seguenti principali riflessioni.

Anche se i profili psicologici del gruppo dei pazienti studiati sono risultati alquanto eterogenei appare chiaro che nel vissuto di malattia hanno rivestito un peso dominante cinque condizioni che sono risultate tanto comuni quanto dominanti in tutti i pazienti:

•    dolore

•    incomprensione

•    solitudine

•    indifferenza

•    incapacità a svolgere le comuni attività di vita quotidiana

Merita di essere sottolineato il fatto che i descrittori riportati hanno caratterizzato in modo dominante il vissuto di malattia di tutti i pazienti che pur presentavano una rilevante eterogeneità dal punto di vista anagrafico, socio-culturale e socio-economico.

Le principali differenze che sono emerse all’interno del gruppo studiato sotto il profilo del vissuto di malattia sembrano essere ricollocabili con la presenza di una affezione concomitante registrata in quattro dei dieci pazienti. In tre pazienti con artrite cronica associata alla fibromialgia pur essendo stati “duramente colpiti” dalla combinazione delle due affezioni, hanno mostrato un atteggiamento decisamente più combattivo ed hanno fin dall’inizio assunto e poi mantenuto una posizione dominante all’interno del gruppo. Al contrario, i pazienti con fibromialgia primaria si sono rivelati nettamente più “passivi” e non hanno mai assunto una posizione di leadership.

Depressione

L’impronta depressiva dei pazienti è risultata evidente sin dai primi incontri e si è mantenuta sostanzialmente agli stessi livelli per l’intero arco dell’esperienza condotta.

Degno di nota il fatto che proprio da parte dei pazienti con fibromialgia primaria e con profilo di personalità ad impronta chiaramente depressiva è stata avanzata una forte richiesta di ulteriori colloqui individuali e di proseguire con altre esperienze di gruppo. Quattro di questi pazienti hanno partecipato ad un ulteriori colloqui individuali dopo la conclusione dell’esperienza di gruppo. In tutti e quattro i pazienti il colloquio ha assunto una impronta del tutto diversa rispetto al colloquio iniziale.

Semantica del dolore nella fibromialgia

Vi sono molti modi di valutare il racconto di una storia di sofferenza e di dolore legati ad una malattia cronica implacabile. I descrittori che esprimono la sofferenza, il dolore, la rabbia, la paura, lo sconforto e le tante altre emozioni che spesso accompagnano chi è affetto da fibromialgia, sono infiniti e variegati. Uno dei modi per valutare il vissuto di malattia dei pazienti è quello di effettuare una analisi semantica basata sulla ricorrenza delle parole utilizzate dal paziente nella fase narrativa del dialogo.

Una espressione grafica della semantica del dolore, capace di rappresentare gerarchicamente i descrittori più frequentemente utilizzati mi è sembrata utile per sintetizzare in una immagine un vissuto complesso ed articolato. Dall’immediato confronto tra le diverse immagini create, emergono immediatamente le analogie e le differenze nelle esperienze di vita e di malattia dei diversi componenti del gruppo.

Le parole più grandi sono: dolore, male, incomprensione, stanchezza, fatica. Queste parole rappresentano il sentire comune, le esperienze che tutti hanno vissuto. Le parole di media dimensione esprimono esperienze e vissuti comuni ad una quota consistente dei componenti del gruppo. Le parole più piccole esprimono le reazioni individuali e fotografano la peculiare reattività emotiva dei singoli pazienti. Lo psicoterapeuta deve essere ben attento a leggere sia le “grandi parole” che le “piccole parole” per poter adeguatamente distinguere la reattività aspecifica alla malattia rispetto a quella che esprime invece la reazione prevalentemente legata alla struttura dell’io profondo.

Le grandi parole esprimono prevalentemente i sintomi e costituiscono la fotografia delle espressioni cliniche della malattia. Queste parole sono certamente importanti per analizzare la sofferenza fisica della persona, ma forse per lo psicologo, sono le parole piccole a costituire le tessere fondamentali del complesso mosaico della personalità individuale.

Intimità

Tutti i pazienti hanno fatto sistematicamente affiorare aspetti della propria intimità che non erano stati sfiorati in occasione del colloquio preliminare. Il tutto si è svolto in un contesto caratterizzato da una grande serenità e dalla piena fiducia da parte dei pazienti nei confronti dell’esaminatore. E’ emerso in modo chiaro sia dai colloqui che dagli incontri di gruppo che specie per i pazienti con fibromialgia primaria la possibilità di esprimere le proprie emozioni, di raccontare la storia della propria malattia e della propria esperienza di vita e di essere ascoltati determinavano una reazione molto positiva e creavano i presupposti per la creazione di quella alleanza terapeutica indispensabile per poter fronteggiare in modo incisivo i molti problemi legati alla malattia.

Supervisione

Ogni mese l’intero team si è riunito per un incontro di supervisione. Nel corso di tali momenti, abbiamo discusso delle sedute svolte nel corso del mese ed abbiamo affrontato le criticità nel gruppo di pazienti e nel team di operatori. L’aiuto del supervisore, esperto in dinamiche di gruppo, è stato di fondamentale importanza per la comprensione e lo sviluppo di questa esperienza. Il supervisore ha guidato il team:

•    nella scelta degli argomenti da trattare

•    nel tipo di comportamento da adottare nelle situazioni di crisi all’interno del gruppo

•    nel ruolo da assumere all’interno del gruppo

•    nella identificazione ed elaborazione dei conflitti creatisi tra i componenti del team

•    nella osservazione e comprensione di dinamiche attuate dal gruppo nelle varie fasi

•    nel riconoscimento del ruolo assunto dai singoli pazienti nei confronti del gruppo

•    nella decifrazione in chiave analitica della semantica del dolore

Socialità sincretica

Il concetto di socialità sincretica, elaborato da Bleger, valorizza nel gruppo i vissuti sensoriali, propriocettivi e cenestesici. Nel livello sincretico, che può quindi essere considerate come un livello non verbale di una conversazione, rientrano la condivisione di ritmi fisiologici, la comune percezione dello spazio, la regolazione collettiva del tono dell’umore ed anche altri aspetti stabili e conosciuti  nell’analisi di gruppo quali la costanza dell’orario, l’assidua presenza fisica dei membri, l’atteggiamento del terapeuta nei suoi aspetti più ripetitivi,  l’uso della stessa stanza, ecc.

Un attacco ad elementi che mantengono la socialità sincretica ha come conseguenza l’emergere di scontri tra sottogruppi. Nel gruppo con pazienti con fibromialgia ho potuto constatare come il tono dell’umore di un singolo individuo potesse influenzare a macchia d’olio anche quello di molti altri partecipanti. Altro aspetto rilevante nel gruppo è stata l’osservazione della prossemica. Ogni membro sedeva ad ogni incontro mantenendo pressoché la stesso posto nella stanza e, man mano che l’intimità e la confidenza cresceva, gli spazi tra l’uno e l’altro si riducevano.

Hobby

Un ulteriore aspetto di rilievo scaturito dall’osservazione del gruppo è stata l’importanza di avere un hobby, un passatempo, uno svago, una passione, un’occupazione in grado di distogliere la mente dei pazienti dalle problematiche e dalla propria malattia.

I pazienti del gruppo, nel corso degli incontri, hanno parlato dei loro hobby come delle attività fortemente antidepressive e fondamentali per cancellare, almeno momentaneamente, l’angoscia e la tristezza per la propria condizione di vita. Cucinare, fare fotografie, lavorare ai ferri, pitturare, ballare, giocare a burraco o persino “cantare con i propri animali da cortile” rappresentano solo alcune delle “tecniche analgesiche” adottate dai pazienti con fibromialgia per disconnettersi dal mondo reale e ritrovare un proprio spazio intimo di benessere. Anche a proposito degli hobby dei pazienti che hanno partecipato all’esperienza di gruppo, l’analisi semantica ha fornito interessanti spunti di riflessione. Vengono di seguito riportati alcuni esempi rappresentativi di descrizione delle sensazioni provate dai pazienti nel dedicarsi ai propri hobby:

– “Mi piace cucinare. Quando preparo un piatto per mio marito mi sento utile ”

– “Cantare in mezzo agli animali mi fa tornare bambino, quando stavo bene e l’unica preoccupazione era quella di giocare”

– “Quando mi incontro con le mie amiche per andare a ballare, mi dimentico di essere malata: mi trucco, mi vesto bene e non penso a nient’altro”

– “Quando gioco a burraco non penso alla malattia. Mi concentro perché voglio vincere”

– “La domenica esco di casa per andare a fare fotografie. Amo stare all’aria aperta, fotografare la natura ed avere un’ora tutta per me ”

– Nel contesto di questo tipo di attività i pazienti esprimono atteggiamenti positivi: si sentono utili, ritrovano concentrazione, avvertono una gradevole sensazione di fuga dalla sofferenza, ritrovano una propria immagine corporea positiva, “ritornano bambini”.

Fine del gruppo

La data dell’ultimo incontro del gruppo, comunicata ai pazienti sin dall’inizio, agisce anche come obiettivo comune, per i pazienti e per il terapeuta, nel lavoro verso gli obiettivi da raggiungere. In questa occasione, oltre ai pazienti sono stati invitati anche i loro familiari e/o le persone significative. I commenti e la percezione dei pazienti riguardo l’esperienza di gruppo vissuta è stata più che soddisfacente.

Hanno infatti riconosciuto a questa esperienza una serie di vantaggi, espressi attraverso le seguenti parole: “Ho condiviso i miei problemi con gli altri”, “ho acquisito consapevolezza che anche gli altri hanno molti dei miei stessi problemi”, “mi ha fatto sentire più forte”, “quando torna a casa dopo l’incontro di gruppo mi sento più ricca, ho qualcosa in più”, “è più facile parlare con persone che hanno i miei stessi problemi rispetto al parlare con i familiari”, “ è un momento di sfogo”, “quando sto qui mi sento più forte, posso dare consigli a persone più giovani” , “è un momento di svago, due ore tutte per noi”, “posso dare qualcosa agli altri della mia esperienza”, “sono riuscita ad aprirmi, cosa che non riesco mai a fare”, “qui mi sono trovata in compagnia, a casa sto chiusa in camera, parlo da sola, mi sfogo, ma soprattutto piango”, “ ho condiviso la mia esperienza con persone che finalmente mi capivano”, “nella famiglia mi metto in disparte, nel gruppo sono stata molto esposta”, “tornando a casa pensavo alle cose dette e stavo meglio”, “sono migliorata a livello psicologico”, “ci siamo sentiti meno soli”, “mi sono accorta che guardando i parenti dei pazienti li conoscevo già attraverso i racconti che avevo ascoltato, è come se attraverso i racconti dei miei compagni di viaggio io li avessi conosciuti”, “all’inizio della malattia ero crollato, ora ho meno rabbia”, “sono sempre venuta anche se stavo male, perché mi sento in un ambiente sensibile che mi capisce”, “se sto a casa piango e basta, se vengo qui sto più tranquilla”, “quando ho visto le altre piangere mi sembrava di vedere me stessa quando ero sola”, “il gruppo mi ha consolato parecchie volte”, “il gruppo è stato utile”, “ho capito di non essere sola”, “ho conosciuto persone deliziose”.

Grazie all’esperienza fatta è stato possibile appurare la necessità e l’importanza di percorsi di supporto psicologici individuali e di gruppo rivolti ai pazienti con fibromialgia, volti ad approfondire ed ampliare la conoscenza della malattia stessa, ad offrire uno spazio condiviso di interazione tra malati, ad accogliere il dolore, nella sua piena comprensione e soprattutto volti all’empowerment delle potenzialità del soggetto stesso.

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Il film può essere un’ottima traccia di confronto con il paziente sui temi narrati: disporsi al perdono, favorire un atteggiamento aperto al confronto, privo di pregiudizi, sviluppar l’autodirezionalità come funzionamento personale relativo al sé che persegue senso e significato.

Info

Un film di Stephen Frears. Con Judi Dench, Steve Coogan. Drammatico – Gran Bretagna, USA, Francia 2013. Tratto dal libro “The lost Child of Philomena Lee” di Martin Sixsmith, pubblicato nel 2009.

Trama

Stephen Frears racconta la storia vera di una madre alla ricerca del figlio perduto. Philomena resta incinta molto giovane. E’ ripudiata dalla famiglia che la chiude in convento. Il figlio che partorisce le viene sottratto e dato in adozione. La donna non rinuncia a ritrovare suo figlio. Incontra un giornalista che accetta di aiutarla nella sua ricerca. L’istituzione religiosa che l’aveva ospitata adolescente frappone ostacoli, ma i due non si scoraggiano e alla fine riescono a ritrovare Michael ma scoprono anche un’amara verità.

Il figlio di Philomena in America ha ricoperto una posizione di prestigio nell’amministrazione Bush (senior), responsabile dell’ufficio legale del presidente, e ha convissuto con un partner omosessuale prima di ammalarsi di AIDS e morire. Questa è la parte meno dolorosa, perché la donna scopre il vergognoso commercio di bambini che le suore gestivano, sottraendo alle loro madri naturali i piccoli per affidarli a facoltose famiglie dietro laute ricompense in denaro.

Motivi d’interesse

Il film contrappone una fede presunta e mal testimoniata, rappresentata dalle suore e in particolare da suor Hildegarde – la religiosa disprezza con livore le giovani donne che non hanno saputo resistere al loro istinto animale e si sono lasciate sedurre dalla lussuria, meritevoli quindi di essere punite – e una fede vera che resiste alle ingiustizie subite, profonda, ancorata a un Dio in cui Philomena ha sempre creduto nonostante tutto.

Freas propone, inoltre, un interessante confronto tra i principali protagonisti, Judi Dench che interpreta Philomena e Steve Coogan, il giornalista. La prima, donna coraggiosa, priva di autocommiserazione, credente ma non bigotta né ipocrita, il secondo, ateo studioso di storia russa, con una profonda diffidenza negli esseri umani. I due si confrontano, lei senza confondere Dio con chi ha la pretesa di rappresentarlo facendo ricorso a un potere prevaricatore, lui scettico ma senza pregiudizi, curioso e aperto a scoprire la verità da qualunque parte e in qualsiasi modo si manifesti. Non c’è contrasto tra chi ha ragione e chi ha torto, si palesa semplicemente un incontro tra chi è capace di andare oltre, di spingersi aldilà.

Si costruisce così una relazione basata sul rispetto reciproco, si abbatte il pregiudizio e chi opera nel campo della salute mentale, ma si potrebbe benissimo generalizzare, sa quanto sia importante andare aldilà del pregiudizio, andare oltre ciò che spesso confondiamo con il singolare, con ciò che non ci appartiene, che vorremmo tenere a distanza per riconoscere e incontrare il diverso che rappresenta pur sempre una parte, un frammento della nostra comune umanità.

Philomena è un film emozionante, delicato e crudele al tempo stesso. Nella tragedia ciò che emerge è il perdono della protagonista. Senza giustificare, accetta la vergognosa vicenda che l’ha vista vittima di soprusi disdicevoli, riconosce l’offesa e non dimentica – dedica l’intera vita alla ricerca del figlio – ma con compassione passa oltre le miserie e la stupidità ipocrita e ne trae beneficio nel riorganizzare la propria vita.

Indicazioni per l’utilizzo

Il film può essere un’ottima traccia di confronto con il paziente sui temi narrati: disporsi al perdono, favorire un atteggiamento aperto al confronto, privo di pregiudizi, sviluppare l’autodirezionalità come funzionamento personale relativo al sé che persegue senso e significato.

Trailer

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RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA

BIBLIOGRAFIA:

  • Coratti, B., Lorenzini, R., Scarinci, A., Segre, A., (2012). Territori dell’incontro. Strumenti psicoterapeutici, Alpes Italia, Roma. ACQUISTA ONLINE

Dimmi che avatar usi e ti dirò chi sei

FLASH NEWS

Lo studio dimostra sia che gli avatar possono offrire informazioni accurate sulla personalità del creatore, sia che gli individui con una personalità gradevole tendono a creare un avatar che invoglia gli altri a farsi conoscersi meglio.

La comunicazione tra gli individui avviene sempre più on-line, spesso, senza conoscersi dal vivo. Le recenti ricerche condotte alla York University tentano di comprendere i vantaggi e i limiti che si verificano incontrando altre persone in un contesto digitale.

In uno studio pubblicato in Personality and Social Psychology Bulletin, Fong e Mar hanno indagato nello specifico quali tratti della personalità degli utenti avatar sono trasmessi alla comunità virtuale.

Un avatar è tipicamente un’immagine che rappresenta sé stesso in un mondo virtuale che va dal semplice personaggio del videogioco a schede di personaggi realizzati attraverso rendering tridimensionali (per es.Warcraft). I profili avatar permettono agli individui di esprimere o sopprimere tratti fisici o psicologici nel mondo digitale. Precedenti ricerche hanno mostrato che gli individui tipicamente scelgono e preferiscono per comunicare avatar simili a sé stessi.

Nella ricerca sono state valutate due componenti: accuratezza generale e accuratezza specifica. La prima si riferisce alla somma tra accuratezza specifica e le aspettative date da norme generali che indicano la presenza di quel tratto, mentre la seconda indica quanto è presente il tratto di personalità di mio interesse nella specifica persona.

Nella prima fase dello studio i partecipanti hanno creato profili avatar, nella seconda fase invece un gruppo di partecipanti ha visto e valutato gli avatar creati nella prima fase. I tratti di personalità emersi erano:

– l’apertura alla novità, coscienziosità, l’estroversione, la gradevolezza, e la nevrosi.

Secondo l’analisi effettuata, alcuni tratti di personalità sono accuratamente comunicati meglio di altri. Per esempio gli individui socievoli tendono a creare avatar che meglio comunicano la loro personalità. Al contrario, le persone che presentano alti livelli di nevrosi tendono a creare avatar che non comunicano la loro personalità con precisione. Le persone che sono più gradevoli, tipico tratto della popolazione generale, tendono a creare avatar che suscitano agli altri intenzioni amicizia. Al contrario, avatar con un’espressione neutra, o qualsiasi altra espressione che non sia un sorriso, capelli neri, capelli corti, un cappello, e / o gli occhiali da sole hanno meno probabilità di suscitare intenzioni di amicizia.

Sulla base di studi precedenti, i ricercatori si aspettavano di riscontrare associazioni  tra profili avatar di genere e stereotipi di genere, ma sorprendentemente i risultati non lo confermano. Gli avatar utilizzati nello studio sono profili di base semplici, pertanto gli autori si augurano che attraverso nuove ricerche si possano estendere questi risultati ad avatar più complessi e dinamici, come quelli che si trovano in mondi digitali tridimensionali.

Lo studio dimostra sia che gli avatar possono offrire informazioni accurate sulla personalità del creatore, sia che gli individui con una personalità gradevole tendono a creare un avatar che invoglia gli altri a farsi conoscersi meglio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Metacognizione e deterioramento del funzionamento sociale nella depressione

 

Il malfunzionamento metacognitivo è presente in tutte le fasi del disturbo depressivo? Le abilità cognitive e metacognitive continuano a peggiorare dopo il primo impatto con i sintomi? In che modo? Che ruolo hanno la severità dei sintomi e la durata del disturbo?

Il Disturbo Depressivo Maggiore è considerato uno dei disturbi più debilitanti. L’impatto sulla qualità della vita è profondo e associato ad un deterioramento importante del funzionamento sociale. Numerose ricerche in letteratura documentano la presenza di problemi interpersonali sia come causa che come conseguenza del disturbo; le persone depresse sono meno attive e soddisfatte della loro vita sociale e frequentemente riportano difficoltà nella relazione con i propri compagni, figli e amici.

C’è un crescente interesse intorno alla possibilità che deficit nella cognizione sociale possano contribuire alle difficoltà interpersonali riscontrate nei pazienti depressi.
La ricerca in quest’area ha documentato un malfunzionamento nella teoria della mente (ToM) e nella codifica di stimoli emotivi mentre pochi studi hanno indagato il ruolo di abilità di ordine superiore, come la metacognizione o la mentalizzazione, nel deterioramento del funzionamento sociale nei pazienti depressi.

Un recente studio che mette in rilievo questo aspetto è quello di Ladegaard e colleghi (2014).
Gli autori esaminano un campione di quarantaquattro pazienti durante il primo episodio depressivo attraverso un’ampia gamma di strumenti, compresa la MAS (Metacognition Assessment Scale) nella sua versione abbreviata (MAS-A).
I risultati indicano difficoltà presenti in tutte le aree di cognizione sociale esaminate, metacognizione, teoria della mente e percezione sociale, con differenze significative rispetto ai quarantaquattro pazienti del gruppo di controllo. In un precedente studio su caso singolo Carcione e colleghi (2008) riportano un miglioramento delle capacità metacognitive progressivo e parallelo al recupero dalla sintomatologia depressiva in una giovane donna, come evidenziato dalla MAS.

Questi risultati sono in linea con lo studio di Fischer-Kern e colleghi (2013) che, utilizzando la RFS (Reflective Functioning Scale) sulla Adult Attachment Interview, ritrae un deterioramento significativo nell’ identificazione e nell’ interpretazione dei propri e altrui stati mentali, in un campione di quarantasei pazienti donne con Disturbo Depressivo Maggiore, rispetto al gruppo di controllo.
Pur con alcune discordanze tra gli studi, le evidenze disponibili suggeriscono un deterioramento ad ampio raggio della cognizione sociale durante la fase acuta del disturbo e aprono la strada a possibili implicazioni terapeutiche, come la necessità di valutare il malfunzionamento metacognitivo in fase diagnostica e di includere nella cornice di trattamento del Disturbo Depressivo Maggiore strategie terapeutiche focalizzate al recupero delle abilità implicate nella cognizione sociale.

Diverse domande restano aperte. Per esempio, il malfunzionamento tracciato è presente in tutte le fasi del disturbo? Le abilità cognitive e metacognitive continuano a peggiorare dopo il primo impatto con i sintomi, in che modo? Che ruolo hanno la severità dei sintomi e la durata del disturbo?

Ladegaard e colleghi (2014), ponendosi queste domande, cercano di far luce sulla traiettoria su cui si muovono le abilità coinvolte nella cognizione sociale a partire dalla comparsa del primo episodio.
Ventisette pazienti con Depressione Maggiore Cronica (che, secondo la classificazione del DSM-IV soddisfano continuativamente i criteri di diagnosi per il Disturbo Depressivo Maggiore per un periodo minimo di due anni) sono messi a confronto con quarantaquattro pazienti al primo episodio di Depressione Maggiore su diversi strumenti di valutazione in grado di descrivere le funzioni implicate nella cognizione sociale, tra le quali la ToM e la metacognizione.

Gli autori ipotizzano un funzionamento peggiore della cognizione sociale dei pazienti cronici rispetto ai pazienti al primo episodio, come conseguenza della lunga esposizione al disturbo, e un’associazione tra severità dei sintomi e deterioramento delle abilità cognitive utilizzate nella comprensione sociale, ipotesi coerente con studi che documentano un’associazione tra durata degli episodi depressivi e atrofia di alcune aree cerebrali.

Nessuna ipotesi è confermata. Deficit nella cognizione sociale sono presenti in egual misura in entrambi i gruppi e non si evidenzia alcuna significativa associazione tra gravità sintomatologica e abilità cognitive sociali. La presenza di un disturbo depressivo da moderato a grave potrebbe essere quindi sufficiente per prevedere la presenza di deficit nelle abilità coinvolte nei processi di comprensione sociale.
Seguendo i descrittori della MAS-A emerge che entrambi i gruppi hanno difficoltà nel collegare pensieri, emozioni, comportamenti e processi interpersonali. Entrambi i gruppi riconoscono gli altri come portatori di pensieri ed emozioni ma faticano a riconoscere il legame esistente tra pensieri, emozioni e comportamenti nell’altro. Entrambi i gruppi faticano a comprendere che l’altro adotta punti di vista diversi dal proprio nella comprensione degli eventi. Infine, in egual modo, i soggetti esaminati utilizzano il supporto dell’altro ma falliscono nel gestire stati di sofferenza soggettiva mutando la loro prospettiva sul problema.

In modo simile, van Randenborgh e colleghi (2012), esaminando la ToM in pazienti con depressione cronica e pazienti con depressione episodica, non riportano differenze tra i gruppi mentre altri studiosi (King et al., 2010) riportano la tendenza dei pazienti depressi a produrre memorie generiche indipendentemente dalla severità dei sintomi.
Tuttavia, in contrasto con queste evidenze, una significativa associazione tra deterioramento nelle capacità di mentalizzazione, durata del disturbo e numero di accessi ospedalieri è descritta nello studio di Fischer-Kern e colleghi (2013) prima citato.
Interessanti sono le spiegazioni avanzate da Ladegaard e colleghi di fronte agli inaspettati risultati.

I ricercatori ipotizzano la presenza di un processo di adattamento: con il perdurare della sofferenza i pazienti cronici avrebbero avuto più tempo a disposizione per adattarsi ad una condizione di difficoltà, tempo che avrebbe permesso loro di funzionare a pari livello dei pazienti durante il primo episodio depressivo. Seguendo lo stesso filone di pensiero gli studiosi avanzano l’idea che l’impatto iniziale del disturbo possa assorbire le risorse cognitive, sottraendole così al processo di comprensione sociale.
Un processo simile è emerso nei pazienti schizofrenici all’esordio; quando confrontati con pazienti schizofrenici con un tempo di malattia prolungato alle spalle, mostrano simili o peggiori abilità meta cognitive (Vohs et al., 2014).
Resta da considerare, per quanto riguarda l’assenza di associazione tra severità dei sintomi e abilità cognitive sociali, se ampliando la forbice entro cui considerare la severità dei sintomi possano emergere associazioni non evidenziate nello studio attuale.

Infine, un accenno alla farmacoterapia. Mentre nessuno dei pazienti al primo episodio assume farmaci, il 93% dei pazienti con Depressione Cronica è sottoposto a trattamento farmacologico, con terapie e dosaggi diversi, che potrebbero giocare un ruolo nel consentire prestazioni migliori rispetto alle aspettative.
Tra i limiti da considerare vi sono le dimensioni ridotte del campione e possibili problemi di classificazione dei pazienti. Gli autori sottolineano la necessità di studi futuri con campioni più numerosi e diversificati, che considerino tra altri aspetti, la presenza di Disturbi di Personalità e traumi nella storia personale, in quanto importanti predittori di un povero funzionamento metacognitivo (Dimaggio et al., 2007).
Per il momento, sottolineano gli autori, è difficile trarre conclusioni definitive ma un dato emerge con chiarezza; la necessità di lavorare sin dall’esordio, sin dal primo episodio depressivo, sul funzionamento cognitivo e metacognitivo coinvolto nei processi di comprensione sociale.
Se questi risultati dovessero essere replicati potrebbero di certo avere importanti implicazioni terapeutiche. Inoltre, studi prospettici potranno gettare luce sui rapporti di causalità tra cognizione sociale e Disturbo Depressivo Maggiore.

 

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