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Cyberbullismo: come aiutare le vittime e i persecutori, di Federico Tonioni – Recensione

Un libro concreto quello di Federico Tonioni che affronta un tema di grande attualità, quello del bullismo online, con un taglio divulgativo e pratico, mirato ad un pubblico di genitori ma certamente utile anche ad insegnanti, educatori e professionisti che intendono comprendere a fondo il mondo in cui oggi bambini e adolescenti si muovono.

Un centinaio di pagine che tentano di rendere integrabili anche per noi adulti due spazi, quello del reale e del virtuale, che non vedono separazione alcuna nelle rappresentazioni mentali dei nostri ragazzi. L’avvento dell’era digitale infatti con la sua comunicazione portatile ha modificato le menti dei nostri figli, rendendole diverse dalle nostre, rafforzando così il cosiddetto gap intergenerazionale.

È cambiata la natura delle loro relazioni, i concetti di vicinanza e distanza, quello di intimità e di separatezza dagli altri. L’era digitale ha anche compromesso alcune capacità conquistate in molti anni di evoluzione come quella di attendere, di desiderare, e di stare da soli. Modifiche che hanno portato all’emersione di un nuovo profilo cognitivo che presenta spiccate abilità di coordinazione visuo-motoria, a fronte di una maggiore distraibilità e difficoltà di concentrazione, tempi e modi di lettura più adatti ad una pagina web che ad un libro, memoria e modalità di apprendimento e di pensiero diverse dalle nostre.

Più volte l’autore invita il lettore ad un atteggiamento aperto e non giudicante: dobbiamo tener conto che i ragazzi di oggi stanno al mondo in un modo diverso dal nostro e che non può essere considerato a priori patologico solo perché ai più incomprensibile.

Quello del cyberbullismo è un tema tristemente noto per numerosi fatti di cronaca che hanno avuto forte risonanza mediatica. Si tratta naturalmente di un fenomeno molto complesso, simile al bullismo tradizionale ma che presenta delle caratteristiche inedite che lo rendono un fenomeno fuori controllo del quale è difficile stabilire i confini. Il libro riporta una definizione di bullismo tradizionalmente inteso come una forma di prevaricazione, singola o di gruppo, che viene esercitata in maniera continuativa da ragazzi, definiti bulli, nei confronti di una vittima predestinata.

Caratteristiche che permettono di definire un episodio con l’etichetta “bullismo” sono l’intenzionalità del comportamento aggressivo agito, la sistematicità delle azioni aggressive fino a divenire persecutorie (non basta un episodio perché vi sia bullismo anche se spesso la stampa contribuisce a far credere il contrario) e l’asimmetria di potere tra vittima e persecutore. Nella sua dimensione online il bullismo diventa cyberbullismo il quale, sfruttando la comunicazione digitale, aumenta esponenzialmente le conseguenze negative degli eventi. Alcune caratteristiche fanno sì che gli attacchi online siano particolarmente feroci e di conseguenza ancor più duri da sopportare per le vittime: l’apparente anonimato di cui gode il bullo digitale, l’assenza di contatto fisico, la visibilità ad un numero potenzialmente enorme di spettatori.

Le cause di tutto questo vanno ricercate secondo l’autore nel complesso rapporto tra emozioni, istinti e corpo.  La comunicazione online, eliminando la presenza fisica dell’altro, ci porta o ci permette di comportarci in maniera diversa rispetto a quanto faremmo dal vivo. Tutte le emozioni vissute nella loro dimensione online sembrano esacerbate.

In particolare l’aggressività giocata online si manifesta senza presenza fisica quindi senza un limite in grado di contenerla. L’esclusione del corpo dal processo comunicativo tende a favorire comportamenti più disinibiti, incrementa l’aggressività e la sessualizzazione delle relazioni. Questo non avviene solo tra gli adolescenti ma è sufficiente leggere i commenti alle notizie sui principali quotidiani online per notare come anche noi adulti cadiamo spesso vittime dello stesso inquietante fenomeno. Gli esperimenti di Milgram negli anni 60′ sull’obbedienza all’autorità ci avevano già detto che la vicinanza della vittima sul piano percettivo aumenta il legame tra azioni e conseguenze, rendendo saliente la responsabilità personale per la sofferenza inflitta.

Numerosi sono gli spunti di riflessione che questo libro suggerisce. Oltre ad entrare in dettaglio nelle varie forme che può assumere il cyberbullismo, fornisce l’elenco di alcune caratteristiche che compongono la personalità di vittime e persecutori e dedica un intero capitolo alle istituzioni che si occupano di tutelare il rispetto della legalità e la promozione di valori positivi anche online.

L’autore si rivolge direttamente ai genitori, segnalando comportamenti che potrebbero destare allarme, come il ritiro sociale o l’abbandono di uno sport, suggerendo un atteggiamento di dialogo che non esclude il conflitto, evitando atteggiamenti drastici.

In chiusura Tonioni fornisce un utile decalogo da seguire nel caso ci si trovi a dover intervenire in una situazione di cyberbullismo (lo riportiamo in seguito in forma ridotta):

1.    cercare di avere una visione d’insieme di quanto accaduto

2.    ascoltare attentamente la vittima e mantenere la calma

3.    bloccare l’autore delle aggressioni segnalandolo al blog o al social network

4.    salvare tutto il materiale che può fungere da prova e poi cancellare dalle chat foto e dialoghi denigratori

5.    valutare la possibilità di sporgere denuncia alla polizia postale dopo aver condiviso l’accaduto con la scuola ed i soggetti coinvolti

6.    collaborare se possibile con gli altri genitori coinvolti

7.    non rimproverare o colpevolizzare vostro figlio per non essersi difeso da solo

8.    creare un atmosfera che trasmetta sicurezza, protezione, e contenimento della paura

9.    essere pazienti nell’ascoltare vostro figlio a più riprese

10.    rivolgersi a strutture e professionisti specializzati per l’aiuto

Quello del rapporto di ragazzi e bambini con gli strumenti digitali è una delle nuove sfide che la famiglia si trova a dover affrontare. La lettura di questo libro può aiutare ad combattere questa battaglia senza rimanere vittima del pregiudizio negativo che porta a proibire a priori ciò che non conosciamo e per questo ci spaventa.

Federico Tonioni è il responsabile, al Policlinico Gemelli di Roma, del primo ambulatorio italiano che si occupa di dipendenza da internet e fenomeni di cyberbullismo.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Tonioni, F. (2014). Cyberbullismo. Come aiutare le vittime e i persecutori, Mondadori, 2014

La reificazione sessuale della donna e la paura di subire violenza

FLASH NEWS

L’oggettificazione sessuale  della donna, potrebbe aumentare la paura delle donne di incorrere in danni fisici e sessuali.

Uno studio pubblicato sulla rivista Sex Roles, spiega il motivo per cui le donne temono di più la violenza fisica rispetto agli uomini.

I risultati ottenuti sostengono la teoria secondo la quale le donne potrebbero avere maggior paura della violenza in quanto temono di poterla subire, spesse volte, da parte degli uomini.

Secondo Watson, autore dello studio, i risultati della ricerca confermano i dati di precedenti già presenti in letteratura per cui l’oggettificazione sessuale  della donna, potrebbe aumentare la paura delle donne di incorrere in danni fisici e sessuali.

Tutte le forme di oggettificazione sessuale della donna hanno un unico comune denominatore: il corpo della donna o le sue parti sono separati dal resto della persona e pertanto possono essere oggetto di godimento da parte di un’altra persona.

Lo studio era costituito da un campione di 133 studentesse afro-americane e 95 donne bianche. E’ stato visto che le donne che vivevano in collegio presentavano un tasso di esperienze di stupro da 5 a 7 volte superiore rispetto a donne della stessa età che vivevano fuori. Nello studio sono state osservate differenze di razza: le donne afro-americane hanno riportato più esperienze di oggettificazione sessuale e paura del crimine di violenza rispetto alle donne bianche, ed erano maggiormente affette da stress psicologico.

Watson sostiene, inoltre, che le donne che vivono in un contesto socio-culturale in cui lo stupro è simile a una epidemia si sentono maggiormente a rischio e lo stato d’ansia provato è costante anche in situazioni in cui non dovrebbero temere nulla.

Lautore sostiene inoltre che la chiave utile per aumentare il senso di sicurezza, la libertà e l’affermazione delle donne nel mondo, è sfidare e sradicare la diffusa accettazione della violenza sessuale, nelle sue molteplici forme.

Propone poi di adottare delle misure preventive per aumentare la sicurezza delle donne: evitare di camminare sole di notte, portare con sé spray irritanti o oggetti con cui difendersi, promuovere iniziative per modificare l’idea radicata di oggettivazione sessuale della donna e soprattutto collaborare con gli uomini nel fermare la violenza per distribuire equamente il potere tra uomo e donna, che è spesso causa di violenza dell’uomo sulla donna.

 

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Violenza sulle donne: dinamiche di vittimizzazione

 

BIBLIOGRAFIA:

Corso di Perfezionamento: Esperto in Audizioni di Minori Vittime di Abuso Sessuale e Maltrattamento

iescum Corso di Perfezionamento: Esperto in Audizioni di Minori Vittime di Abuso Sessuale e Maltrattamento

 

Bambini e adolescenti oggi esprimono difficoltà e vissuti personali in diversi contesti (scuola, centri di aggregazione, ludoteche, centri sportivi, ecc.).
Lo psicologo è spesso colui che in prima istanza li raccoglie e può avere un ruolo fondamentale anche nella rilevazione di abusi sessuali e maltrattamenti.
L’ascolto del minore è un passaggio cruciale che richiede preparazione e competenze specifiche.
Obiettivo di questo corso, unico nel suo genere per la presentazione di casi e materiali tratti da casi clinici, è preparare lo psicologo a questo compito fornendo strumenti per il riconoscimento e la valutazione dei quadri di abuso e maltrattamento. Saranno anche esaminati gli aspetti legislativi all’interno dei contesti giudiziari.

DATE E LUOGO
I edizione – c/o ASCCO, P.za Ravenet n.5, Parma: 15 marzo – 19 aprile – 17 maggio – 7 giugno – 20 settembre – 4 ottobre
II edizione – c/o Apprendimento e Recupero, Via Abano 11, Milano: 10 maggio – 14 giugno – 13 settembre – 18 ottobre – 8 novembre – 29 novembre
(le due edizioni presentano identici programmi e contenuti).

PROGRAMMA
MODULO I – Abuso sessuale e maltrattamento: definizioni e caratteristiche
MODULO II – Personalità pedofile e maltrattanti
MODULO III – L’ascolto del minore
MODULO IV – Tecniche di colloquio con il minore
MODULO V – La protezione del minore
MODULO VI – La stesura di una relazione e segnalazione

DOCENTE
Carmelo Dambone, psicologo clinico, psicoterapeuta, perfezionato in criminologia, Professore a.c. in “Comunicazione, mass media e crimine” presso l’Università IULM di Milano. Assistente presso l’Università Cattolica del “Sacro Cuore” di Milano – corso di “Normativa a Tutela dell’Infanzia” e docente di psicologia clinico forense presso varie scuola di specializzazione in psicoterapia.

CREDITI ECM
Per l’evento saranno richiesti crediti ECM per le professioni di psicologo.

ORGANIZZAZIONE
Il corso è organizzato dalla Scuola di specializzazione ASCCO, con il patrocinio di IESCUM.

COSTI
Il costo di iscrizione è di € 650,00.
Sono previste le seguenti riduzioni:
– per gli iscritti a IESCUM Alumni, € 570,00
– per gli studenti delle scuole di specializzazione Humanitas Milano, ASCCO ed ASCOC, € 470.00.
In tutti i casi (prezzo pieno o ridotto) il pagamento verrà suddiviso in due rate. La prima, di € 300,00, da corrispondersi al momento dell’iscrizione, la seconda, dell’importo restante, al termine del corso.
Tutti i prezzi si intendono esenti IVA, art. 10, comma 1, numero 20 del D.P.R. n. 633 26 ottobre 1972

 

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Corso di Perfezionamento: Esperto in Audizioni di Minori Vittime di Abuso Sessuale e MaltrattamentoConsigliato dalla Redazione

Corso di Perfezionamento Esperto in Audizioni di Minori Vittime di Abuso Sessuale e Maltrattamento
IESCUM, Istituto Europeo per lo Studio del Comportamento Umano – ONLUS organizza il corso di perfezionamento in Esperto in Audizioni di Minori Vittime di Abuso Sessuale e Maltrattamento, a Parma da marzo a ottobre 2015 (6 incontri) e a Milano, da maggio a novembre 2015 (6 incontri). Obiettivo di questo corso, unico nel suo genere per la presentazione di casi e materiali tratti da casi clinici, è preparare lo psicologo a questo compito fornendo strumenti per il riconoscimento e la valutazione dei quadri di abuso e maltrattamento. Saranno anche esaminati gli aspetti legislativi all’interno dei contesti giudiziari.  (…)

Tratto da: IESCUM

 

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Tsipras, il voto greco e l’Europa dei PIGS

 

Per capirci qualcosa sulle conseguenze del voto greco ho tentato di leggere un articolo di economia sul Sole24Ore. Non ho capito nulla. Troppo difficile. E ho capito la saggezza del mio caporedattore, che mi ricorda di scrivere di psicologia anche quando devo dire la mia su un fatto del giorno. “Di qualcosa di psicologico!

Di psicologico riguardo alla Grecia mi viene in mente il termine PIGS, con il quale pare che gli economisti indichino i paesi dell’Europa mediterranea, ovvero Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. È un termine sprezzante e avvilente per chi lo riceve. Il termine è nato intorno al 1990 ed è stato bandito per le sue connotazioni razzistiche e degradanti (derogatory), come scrive Katie Allen del Guardian (Allen, 2010).

Tsipras, il voto greco e i PIGS - Psicologia e Economia

L’acronimo PIGS mi ha sempre colpito per l’allusione al maiale, l’animale impuro, e per la sua origine nel giornalismo economico, che immagino intriso di severa mentalità protestante diffidente vero l’impurità morale meridionale e forse cattolica, allusione che rende il termine applicabile talvolta anche all’Irlanda, raddoppiando la I in PIIGS. Immagino anche che la maggiore confidenza del nord protestante con la Bibbia rafforzi ulteriormente il significato dell’accenno all’immoralità del maiale.

Si tratta di una percezione superficiale, che in qualche modo allude però alle difficoltà culturali che spezzano l’Europa, il dosso che rende accidentata la relazione tra nord e sud e che non facilita il senso di appartenenza condivisa tra noi europei. Fino al punto di chiamarci tra noi con i nomi di animali impuri.

LEGGI ANCHE: SENSO DI APPARTENENZA E APERTURA VERSO L’ALTRO

E qui vengo finalmente all’inciso psicologico: il bisogno di appartenenza è una componente del più ampio bisogno di socializzazione dell’uomo. Negli altri cerchiamo non solo la novità e lo stimolo, ma anche un certo grado di continuità affettiva, di fiducia reciproca, un’assicurazione che i rapporti siano ragionevolmente prevedibili e quindi amichevoli e fruttuosi. Cerchiamo anche le somiglianze, le conferme, le similitudini di gusto, sensibilità e storia personale (Baumeister e Leary, 1995; Brewer, 1991).

E la carenza di senso di appartenenza può partecipare alla generazione del disturbo psicologico più connesso con il rapporto con gli altri: la fobia sociale (Procacci, Pellecchia, e Popolo, 2010).

 Ansia sociale - © Lorenzo Recanatini - Alpes Editore

Non so se davvero i nordeuropei, dopo l’esito del voto greco, ci vedano come maiali grufolanti nel fango delle affaticate economie mediterranee. Forse possiamo essere meno permalosi e accettare la nostra natura porcina con un certo auto-ironico compiacimento.

Se davvero il voto greco, dadaista e provocatorio, può servire a dare una scossa a questa Europa paralizzata e a trovare la giusta quadra tra moralismo nordico-protestante e indulgenza meridionale e cattolica, ben vengano i maiali. In fondo ricordo che mio nonno diceva che il maiale è un nobile animale, degno del titolo aristocratico di “don” che i contadini italiani del sud davano ai signori. E così concludeva nel suo italiano semi-dialettale, rivolgendosi al suo maiale di fattoria:

“Tutti te chiamano puorco, io ti chiamo don puorco!”

 

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BIBLIOGRAFIA:

I Disturbi Alimentari e la centralità del cibo nella cultura moderna

Un articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato Domenica 25 Gennaio 2015 su Linkiesta

Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. 

Non so quando precisamente il cibo è entrato a far parte della cultura di massa ed è diventato un oggetto di culto popolare, cult e pop. Più che le ricette in sé forse furono importanti i libri di ricette che diffusero il sapere dalle cucine aristocratiche a quelle borghesi. Oppure certi segnali, come le frasi celebri. Forse prima di Oscar Wilde a nessun letterato sarebbe venuto in mente un aforisma su quanto sia importante il cibo e, soprattutto, quanto siano irrimediabilmente noiosi quelli che non prendono sul serio il cibo. Wilde stava seminando il terreno delle foto di piatti disseminate sui social. Non sono un esperto di storia delle idee, ma ho l’impressione che il cibo è diventato “borghese” nell’800 e “pop” negli anni ’80 del secolo scorso.

Forse la stessa cosa è accaduta ai disturbi psicologici legati al cibo. Nell’ottocento la cultura medica “borghese” li individua e li definisce. Nel 1873 il medico francese Charles Lasègue, riportò otto casi di emaciazione e deprivazione alimentare su base psicologica, e pose grande enfasi sulla sofferenza emotiva dei pazienti. In quello stesso 1873 a Londra William Gull descrisse tre casi e li denominò per la prima volta con il termine che poi si sarebbe universalmente affermato: anoressia nervosa. Due anni dopo, nel 1875, in Italia a Bologna Giovanni Brugnoli descrisse altri due casi.

Dopo queste prime segnalazioni si assiste a un silenzio prolungato per alcuni decenni, in cui si cercano spiegazioni neurologiche per questi disturbi. A ridosso degli anni ‘80 Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963) riaffermano la natura psicologica dei disturbi alimentari e li descrivono come un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti. Ancor più chiaro il legame della bulimia con gli anni ’80. Questa sindrome è stata definita nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerald Russell.

È negli anni ’80 del ‘900 che anoressia e bulimia entrano a far parte della cultura di massa e diventano un oggetto quasi pop di campagne pubblicitarie di sensibilizzazione. Fino a quel momento si trattava di curiosità psichiatriche da circo, stramberie simile alle isteriche del maestro di Freud. il professor Charcot della Salpetrière di Parigi. Poi improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Che trasformazione! Da residuo polveroso della psichiatria ottocentesca a malessere psicologico legato al consumismo degli anni ‘80.  

Quegli anni -ricordate?- furono il tempo del ritorno al privato e di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena e si impadroniva del film “Wall Street” di Oliver Stone. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico.

Breve annotazione: cosa s’intende per anoressia e bulimia? La prima è la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo generata da un intenso timore di poter diventare grassi o addirittura dalla convinzione erronea di essere sovrappeso. La bulimia è invece contraddistinta da episodi di abbuffate (consumo rapido di abbondanti quantità di cibo a elevato contenuto calorico) accompagnati da comportamenti di compenso, tra i quali il più diffuso è il vomito autoindotto, oltre all’uso smodato di diuretici e lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il fine di questi comportamenti è attenuare il senso di colpa e l’aumento di peso procurati dall’abbuffata.  

L’associazione d’idee tra edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è intuitiva. Il rifiuto del cibo dell’anoressica sembra piuttosto una negazione di sé. Eppure non è così. Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui.

La giovane età ci rende particolarmente sensibili al giudizio altrui e ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni di rango imposte dalla vita sociale. A quella giovane età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è incisivo e per le donne lo è ancor di più. Il timore di non riuscire ad affermarsi, il timore di essere socialmente invisibili può generare il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sottopeso dell’anoressia o al continuo vomitare quel che si mangia nella bulimia. Salvo poi riempirsi di nuovo di cibo quando si è in preda alla fame e all’insicurezza. Il cibo è fonte di angoscia, ma anche di consolazione. Mangiare ci calma, abbuffarci ancor di più.

L’individuo così cade preda di convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e  distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile (Sassaroli e Ruggiero, 2010).

I disturbi alimentari diventano simbolici di questa svolta culturale individualistica e “pop” non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologi più nascosti: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Nelle epoche pre-industriali, aristocratiche e non consumistiche, questi fenomeni non erano assenti, ma assumevano significati diversi. Eppure con alcune consonanze con la modernità risuonano. In un’economia di sussistenza pochi avevano accesso al consumismo alimentare che permette il lusso oppositivo dell’astinenza dal cibo. E quando avveniva, essa assumeva un carattere religioso, come nel caso di Santa Caterina.

L’astinenza dal cibo della santa aveva un valore di rinuncia, di mortificazione e di autodisciplina. Nella santa medievale mancava il carattere di affermazione individualistica della moderna anoressia. Però è anche vero che nelle sante medievali l’astensione dal cibo era una componente di una scelta religiosa ampia e complessa che consentiva alle donne un ruolo sociale incisivo. Santa Caterina poté, grazie alla rinuncia al mondo, sottrarsi al matrimonio e attingere a una formazione culturale che altrimenti le sarebbe stata preclusa. Imparò a leggere e a scrivere e poté svolgere un ruolo sociale e politico di primo piano nella società del tempo. Partecipò a missioni diplomatiche presso la sede papale, contribuendo a far sì che il Papa tornasse a Roma da Avignone. Tutto questo può essere interpretato, in termini moderni, come segno di affermazione personale per Santa Caterina (Bell, 1985).

Tuttavia in Caterina e in altre donne l’astensione dal mondo era un percorso efficace, che effettivamente portò le sante ascetiche medievali a diventare delle personalità di primo piano. Nell’anoressia moderna il desiderio di autonomia e di affermazione è molto più problematico e contradittorio e molto meno efficace.

L’anoressica è al tempo stesso attratta e intimorita dal mondo adulto delle relazioni sociali e dell’affermazione di sé. Incapace di accettare e di gestire la precarietà e la mobilità della competizione pubblica, va alla ricerca di un parametro quantificabile e controllabile e al tempo stesso carico di valore simbolico. Il peso è un numero, un parametro quantificabile. Il peso poi rimanda all’aspetto corporeo, naturalmente. E non si tratta affatto soltanto di un rimando soltanto simbolico. Con il nostro corpo, con la sua bellezza, ci presentiamo e ci facciamo accogliere, accettare e giudicare dagli altri e dal mondo. Un bell’aspetto è un buon biglietto da visita. Tuttavia, si tratta di una logorante e difficile negoziazione continua con gli altri. La sensazione di mancanza di controllo è quindi massima, ed è proprio ciò che teme l’anoressica. Di qui la scelta paradossale del disturbo alimentare: Il controllo del corpo diventa un fine in sé, una corsa autodistruttiva in cui lo scopo iniziale, poter essere accettati e piacere agli altri, è dimenticato a favore della magrezza e del controllo, che diventano un valore in sé.  

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Psicopatologia oggi: la struttura del sè nei Disturbi Alimentari

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Bell, R.M. (1985). Holy Anorexia. Chicago: University of Chicago Press.  Tr. Italiana: La santa anoressia. Digiuno e misticisimo da medioevo a oggi. Bari: Laterza. 2002.
  • Bruch, H. (1973). Eating disorders: Obesity, anorexia nervosa, and the person within. New York: Basic Books. Tr. Italiana: Patologia del comportamento alimentare: obesità, anoressia mentale e personalità. Milano: Feltrinelli.
  • Selvini Palazzoli, M. (1963). L’anoressia mentale. Milano: Feltrinelli.
  • Sassaroli, S., Ruggiero, G. M. (2010). I Disturbi Alimentari. Bari: Laterza.
  • Russell, G. (1979). Bulimia nervosa: an ominous variant of anorexia nervosa. Psychological Medicine. 9-429–48.

American Sniper: un riflettore sul PTSD nei veterani di guerra – Cinema & Psicologia

 Silvia Bagnulo

American Sniper (2015)

di Clint Eastwood

 

TUTTE LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

Non si tratta soltanto di una trasposizione cinematografica delle sue azioni eroiche, ma viene messo in luce anche un aspetto meno popolare, di cui si parla ancora poco, e che riguarda la fase successiva alla conclusione di un conflitto o di un’esperienza bellica, il Disturbo Post-Traumatico da Stress, molto diffuso nei veterani di guerra.

 

Nei cinema italiani il nuovo anno è iniziato con l’uscita di American Sniper, film diretto da Clint Eastwood basato sull’omonima biografia del cecchino, divenuto leggenda, Chris Kyle, arruolato nei Navy SEAL, corpo speciale della marina militare americana.
Prese parte a quattro turni della guerra in Iraq, durante i quali si contraddistinse per le sue eccellenti prestazioni tali da fargli guadagnare gli appellativi “Leggenda” e “Il diavolo di Ramadi”, città dove trascorse gran parte della sua permanenza in Iraq.
Tuttavia non si tratta soltanto di una trasposizione cinematografica delle sue azioni eroiche, ma viene messo in luce anche un aspetto meno popolare, di cui si parla ancora poco, e che riguarda la fase successiva alla conclusione di un conflitto o di un’esperienza bellica, il Disturbo Post-Traumatico da Stress, molto diffuso nei veterani di guerra.
Nel film si vede come Kyle, tornato a casa, presenta disturbi del sonno e momenti della giornata in cui si isola, si assenta e rivive momenti del conflitto sotto forma di flashbacks. Talvolta intraprende azioni di difesa non necessarie, dovute ad un’interpretazione inadeguata della realtà e condizionata dall’esperienza in Iraq.

Tali sintomi sono caratteristici del Disturbo Post-traumatico da Stress che, come definito dal DSM IV-TR, è l’insieme di segni e di sintomi tipici che seguono l’esposizione ad un evento traumatico estremo. Presenta un’incidenza nella popolazione pari al 6,8%, che sale al 15% fino a toccare punte del 60% quando l’evento all’origine del disturbo è un conflitto bellico e per tale ragione denominato anche “nevrosi da guerra”.
Oltre ai sintomi accennati, Kyle presenta un’altra caratteristica tipica del DPTS nei veterani, ossia il senso di colpa per non essere riuscito a proteggere i compagni deceduti nel corso dei conflitti.
Nonostante le ingenti conseguenze, il protagonista riesce a lasciarsi alle spalle i lasciti di quello che ha vissuto, ritrova la gioia di vivere con la famiglia e i suoi figli e utilizza il suo talento per addestrare al tiro persone con gravi menomazioni fisiche e con gravi forme di DPTS, anche questa esperienza si rivelerà cruciale per il destino di Kyle.

La comunità scientifica ha posto attenzione alla problematica e diversi studi dimostrano la correlazione positiva tra l’aver preso parte ad un conflitto e il successivo manifestarsi della patologia.
È stato appurato che spesso si accompagna a comportamenti compulsivi, quali controllare che porte e finestre siano regolarmente chiuse 20-30 volte al giorno, verificare l’assenza di ordigni esplosivi sotto le auto ad ogni loro utilizzo, temere di essere spiati; frequenti sono anche i disturbi di ansia e l’incidenza del disturbo depressivo è del 37% in più rispetto alla popolazione generale.
Elementi che aggravano un quadro di per sé complesso.
American Sniper punta un riflettore sul tema e lo fa con accorgimenti cauti, ma facilmente rinvenibili agli occhi di un pubblico attento. Lascia intravedere come le conseguenze di un conflitto vanno purtroppo oltre il numero di vittime, le distruzioni del territorio e delle sue risorse, delle ricchezze culturali ed economiche, ma arrivano a dilaniare anche l’esistenza di chi ad una tale catastrofe è sopravvissuto e non riesce a staccarsi da momenti, attimi ed esperienze vissute, dal ricordo e dal senso di colpa e che non riuscendo a riprendere in mano le redini della propria vita, rivive metaforicamente quell’esperienza come il repeat della stessa scena di un film, appunto.

 

LE RECENSIONI DI STATE OF MIND

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BIBLIOGRAFIA:

La musica di Rihanna per contrastare il dolore post-operatorio – Musica & Psicologia

FLASH NEWS

In uno studio eseguito alla Northwestern University è stato scoperto che ascoltando per 30 minuti le canzoni di Rihanna o di Taylor Swift, o qualunque altra musica, il piccolo paziente subisce una significativa riduzione del dolore  provato.

A causa degli effetti collaterali che i farmaci oppioidi possono provocare nei bambini, i medici, spesso, limitano le prescrizioni e di conseguenza può capitare che il dolore provato, soprattutto in fase post operatoria, possa non essere sotto controllo.

In uno studio eseguito alla Northwestern University è stato scoperto che ascoltando per 30 minuti le canzoni di Rihanna o di Taylor Swift, o qualunque altra musica, il piccolo paziente subisce una significativa riduzione del dolore  provato.

La ricerca ha coinvolto 60 pazienti pediatrici di età compresa tra i 9 e i 14 anni. Le opzioni di scelta musicale comprendevano differenti generi tra cui pop, country, rock e musica classica, ma era possibile ascoltare anche degli audio libri. Permettere ai pazienti di scegliere la propria musica o le storie da ascoltare era una parte importante di questo trattamento, diversamente da quanto fatto da studi precedenti che indagavano gli effetti della musica in generale sulla riduzione del dolore.

Secondo i risultati di questo studio la terapia ha funzionato a prescindere dal livello di dolore dichiarato inizialmente dal paziente, infatti anche dopo la conclusione della ricerca molti pazienti hanno deciso di continuare a usare la musica o gli audiolibri per lenire il dolore, calmarsi, distrarsi o per riuscire a dormire.

Santhanam Suresh, autore dello studio, è convinto che questo tipo di terapia possa agire su un circuito presente nella corteccia prefrontale coinvolto proprio nella memoria del dolore. “C’è un certo apprendimento del dolore”, ha detto, “L’idea è che se non ci pensi non lo senti così tanto. Lo scopo è quello di cercare di prendere in giro il cervello, focalizzando la mente su qualcos’altro di diverso dal dolore”.

Il tentativo di trovare una strategia alternativa alle medicine per minimizzare il dolore è importante perché gli analgesici oppioidi hanno diverse controindicazioni e possono causare problemi respiratori nei bambini. La audio-terapia è un’opportunità importante perché non solo è efficace ma a differenza dei farmaci non ha costi e effetti collaterali.

 

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Il cibo proibito: la spirale dieta e abbuffate nella bulimia nervosa

La persona con Bulimia Nervosa presenta una valutazione di sé (autostima) centrata principalmente sul suo peso corporeo, sulla forma del suo corpo e sulla propria capacità di controllare questi ultimi.

I criteri diagnostici che nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-IV, APA 2004) definiscono la Bulimia Nervosa sono in sintesi:

  • Ricorrenti abbuffate. Un’ abbuffata è un episodio di alimentazione durante il quale viene ingerita una quantità di cibo oggettivamente grande; il soggetto sperimenta durante questo episodio un senso di perdita di controllo;
  • Ricorrenti e inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso (es. vomito auto-indotto, abuso di lassativi, diuretici, digiuno o esercizio fisico eccessivo)
  • Eccessiva valutazione e controllo della forma del corpo e del peso; autovalutazione centrata principalmente o esclusivamente sulla forma del corpo e il peso e sulla capacità di controllarli, come nell’Anoressia nervosa.

 

 Rispetto a quest’ultimo criterio, dunque, emerge come, mentre una persona che non soffre di un Disturbo Alimentare valuta se stessa sulla base delle proprie prestazioni percepite in una varietà di ambiti della sua vita quotidiana (es. capacità in ambito relazionale, scolastico, lavorativo, etc.), viceversa la persona con Bulimia Nervosa presenta una valutazione di sé (autostima) centrata principalmente sul suo peso corporeo, sulla forma del suo corpo e sulla propria capacità di controllare questi ultimi.

Conseguentemente a tali criteri di valutazione, la persona con Bulimia Nervosa manifesta una tormentosa preoccupazione per il proprio peso e per la forma del corpo, i quali diventano oggetto di un controllo ossessivo quotidiano, e spesso si sente grassa e orribile nonostante il suo oggettivo normopeso.

L’ossessione per il peso corporeo conduce le persone con Bulimia Nervosa ad attuare persistenti e caratteristiche forme di riduzione alimentare, ovvero a seguire una dieta estrema e costante, determinata da regole alimentari estremamente rigide e inflessibili, le quali disciplinano il quanto e il cosa si deve mangiare. Nella maggior parte dei casi, le regole dietetiche a cui si sottopongono le pazienti bulimiche impongono una drastica riduzione della quantità totale di cibo ingerita, e vietano nettamente una grande quantità di alimenti, i cosiddetti cibi proibiti, costringendo la persona ad un’alimentazione progressivamente sempre più limitata ai pochi alimenti consentiti.

Rispetto a ciò, le tre principali modalità adottate nella restrizione alimentare sono:

  • Riduzione della frequanza dei pasti,  ovvero tentare di digiunare il più possibile, saltando i pasti;
  • Riduzione della quantità di cibo al di sotto di un rigido limite calorico, in genere marcatamente inferiore al fabbrisogno quotidiano medio;
  • Eliminazione di specifici cibi, i quali sono temuti perché percepiti come ‘ingrassanti’ o perché in passato hanno dato origine ad un attacco bulimico.

La gamma dei cibi evitati varia da una persona all’altra, ma in genere per una persona che soffre di Anoressia o Bulimia solo pochi cibi riescono ad  essere mangiati tranquillamente.

Diete rigide ed estreme di questo tipo risultano profondamente dannose sia dal punto di vista fisico che psicologico, rendendo l’alimentazione giornaliera un tormento quotidiano, dominato dall’ansia e dai sensi di colpa, e danneggiando profondamente la vita sociale della persona che, a causa del disagio che prevede di provare, si sente costretta a ridurre o evitare completamente eventi sociali (es. uscire con gli amici, far visita ai parenti, etc.) che implicano il rischio di trovarsi di fronte a cibi ansiogeni.

Molte persone che hanno crisi di abbuffate compulsive esercitano costantemente un intenso sforzo su se stesse per seguire la ferrea dieta che si sono imposte. La persona pensa di dover seguire le regole alla lettera e giudica di aver fallito ogni volta che mangia di più rispetto a ciò che le regole permettono.

 

 Tale dieta severissima ed estrema genera inevitabilmente ripetuti fallimenti, i quali innescano nella persona una intensa demoralizzazione ed una dolorosa auto-critica, che spesso sfocia nell’abbuffata.

In molti casi, inoltre, la crisi bulimica è seguita da disfunzionali comportamenti di compensazione quali vomito auto-indotto, uso improprio di lassativi e diuretici (purging), oppure da digiuno o esercizio fisico eccessivo finalizzato a compensare le calorie ingerite durante l’abbuffata.

A sostenere questa reazione di fronte alla rottura delle regole dietetiche è uno stile di pensiero caratteristico di molte persone che soffrono di Bulimia Nervosa, definito pensiero tutto o nulla.

A fronte di quanto considerato, emerge come il costante ed estremo sforzo di restrizione, la reazione al percepito fallimento, unitamente alla presenza di stati d’animo dolorosi da cui la persona cerca sollievo e fuga mediante il cibo, è uno dei fattori che tipicamente scatena l’abbuffata, innescando in tal modo un circolo vizioso estenuante, di cui spesso essa mantiene per anni un doloroso segreto.

 

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Disturbi del Comportamento Alimentare – ED

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Costa E., Loriedo C. (2007) Disturbi della condotta alimentare. Diagnosi e terapia, Franco Angeli. ACQUISTA
  • Santonastaso P., Favaro A. (2002) Anoressia e Bulimia. Guida pratica per genitori, insegnanti e amici. Positive Press
  • Santoni Rugiu A., Calò P., De Giacomo P. (2003) Anoressia e Bulimia: la svolta. Manuale di auto-aiuto per il trattamento dei Disturbi Alimentari. Franco Angeli ACQUISTA

 

Black sheep effect and the identification with group

 Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Autori: Marika Rullo & Stefano Livi (Università La Sapienza di Roma)

 

Black sheep effect and the identification with group

Abstract

Previous research has suggested that the black sheep effect – i.e. ingroup derogation – mainly occurs in members highly identified with groups or belonging to highly entitative groups. The present study considered the conjoint effect of identification and entitativity on the ingroup derogation, and in particular considering he moderation role of entitativity on the relationship between identification and derogation of ingroup vs outgroup members. A sample of 169 high school students took part in the study. Results showed that deviant ingroup members from high entitativity groups was harshly evaluated especially from highly identified members than outgroup deviant members. At the same time, a deviant from low entitativity group may pose a significant threat to the highly identified members that still use derogation in order to restore a positive image of the group.

Keywords: black-sheep effect; social identity; entitativity; ingroup bias; derogation

 

PREMIO STATE OF MIND 2014

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Meglio il dolore o la solitudine?

Mentre per alcuni può essere rilassante pensare ad altro, lasciare andare la mente, ricordare situazioni piacevoli, altre persone possono sentirsi sopraffatte dai loro stessi pensieri e dalle loro stesse emozioni.

Da un punto di vista relazionale, il dilemma si coniuga nella scelta tra essere single o essere in relazioni poco sane, relazioni dolorose o maltrattanti. È quello che spesso capita a persone con tratti dipendenti, che possono preferire relazioni faticose e negative alla sensazione disarmante di essere soli in un mondo pericoloso che non si sa affrontare e decifrare senza nessuno a fianco.

Se invece la intendiamo in un senso percettivo, allora possiamo chiederci cosa succede nel nostro cervello nel momento in cui chiudiamo la porta a tutti gli input che ci arrivano continuamente dall’ambiente in cui viviamo, e restiamo, appunto, soli.

In inglese esistono due parole per descrivere questa condizione, una che fa riferimento alla situazione oggettiva di solitudine (aloneness, essere da soli) e una che fa riferimento a una sensazione di abbandono/solitudine (loneliness, essere soli).

Mentre alcune persone possono trovare sollievo dalla possibilità di chiudere tutti i collegamenti con l’esterno, altri possono avere difficoltà a rimanere davvero soli, e da questa difficoltà ha probabilmente preso linfa il successo dei social network che in qualche modo ci permettono di non essere mai davvero soli (se non lo vogliamo) e di poter interagire con altre persone rimanendo in presentia anche se lontani e in pantofole.

Mentre, quindi, per alcuni può essere rilassante pensare ad altro, lasciare andare la mente, ricordare situazioni piacevoli, altre persone possono sentirsi sopraffatte dai loro stessi pensieri e dalle loro stesse emozioni.

Questo è il punto da cui è partito un gruppo di psicologi dell’Università della Virginia, che hanno collezionato 11 studi (ora pubblicati su Science), in cui veniva richiesto ai soggetti di passare da 6 a 15 minuti in compagnia dei propri pensieri.

Nei primi 6 studi, il 58% dei partecipanti ha valutato questo compito sopra il punteggio medio di difficoltà (abbastanza difficile). Inoltre, da segnalare che due dei partecipanti sono stati esclusi perché nel momento in cui lo sperimentatore lasciava da solo il soggetto, in un caso uno ha utilizzato una penna per stendere una lista di cose da fare al termine dell’esperimento, e nell’altro un soggetto ha usato un foglio dimenticato dallo sperimentatore per fabbricare origami.

Sembra proprio che fermi si faccia fatica a stare. Durante il settimo studio è stato richiesto ai partecipanti di portare a termine lo stesso compito (rimanere soli con i propri pensieri) a casa, e il 32% ha dichiarato di fare ricorso a fattori distraenti (come lo smartphone o la musica).

Nello studio più arduo, ai partecipanti è stata data la possibilità di auto-somministrarsi brevi scosse elettriche durante il periodo in cui erano lasciati soli con i propri pensieri, dopo aver sperimentato la sensazione della scossa all’inizio dell’esperimento. Nonostante alcuni avessero dichiarato di essere disposti a pagare per non ricevere più alcuna scossa, un quarto delle donne e due terzi degli uomini hanno deciso di procurarsi scosse una volta lasciati soli. Si segnala in particolare un soggetto che si è dato 190 scosse in 15 minuti.

Timothy Wilson, il primo autore di questa serie di studi, ha ipotizzato diversi fattori che possono ostacolare la possibilità di rimanere semplicemente soli con i propri pensieri.

Forse i partecipanti non sapevano su cosa lasciare scorrere la loro attenzione? Probabilmente no, visto che non si riscontravano differenze se veniva o non veniva richiesto loro di concentrarsi su un particolare tema/argomento.
Forse la tecnologia ci sta spegnendo la fantasia? No, visto che i risultati raccolti non erano in nessun modo correlati all’età o all’uso di smartphone e social network. Giustamente, Wilson ipotizza che questo uso massiccio della tecnologia sia più una conseguenza che non una causa della nostra incapacità a stare soli.

Così, Wilson ha appoggiato l’ipotesi secondo cui, essendo abituati da secoli per la nostra stessa sopravvivenza a scansionare continuamente l’ambiente esterno in cerca di potenziali pericoli, può essere atipico focalizzare la nostra attenzione solo sull’interno, e può risultarci difficile perché non ne siamo abituati.

Uno degli sviluppi futuri della ricerca riguarda proprio l’abitudine, cercando di capire quanto sia possibile imparare a stare da soli e a concentrare la nostra attenzione sull’interno anziché sugli stimoli che arrivano da fuori.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Scuola: qualità del sonno & performance scolastica nei bambini

 FLASH NEWS

Una buona qualità del riposo notturno è risultata essere correlata ad una migliore performance scolastica dei bambini nello studio della matematica e delle lingue, materie che costituiscono degli importanti predittori del loro futuro successo scolastico.

Per molti genitori convincere i propri figli ad andare a letto presto la sera può trasformarsi spesso in una vera e propria lotta.

Uno studio condotto da alcuni ricercatori della McGill University e del Douglas Mental Health University Institute di Montreal e pubblicato su Sleep Medicine suggerisce, tuttavia, come lo sforzo compiuto dai genitori porti in realtà a diversi vantaggi. Una buona qualità del riposo notturno è risultata infatti essere correlata ad una migliore performance scolastica dei bambini nello studio della matematica e delle lingue, materie che costituiscono degli importanti predittori del loro futuro successo scolastico.

Il presente studio ha coinvolto 75 bambini sani, aventi un’età compresa tra i 7 e gli 11 anni, grazie alla collaborazione con il Riverside School Board di Saint-Hubert (Quebec). Nel corso della ricerca è stata valutata l’“efficacia del sonno”, che costituisce un indice del livello di qualità del sonno ottenuto attraverso la misurazione del rapporto tra il tempo di riposo notturno ed il tempo totale trascorso a letto. Ciascun bambino è stato monitorato per mezzo di actigrafia, uno strumento che usa un’apparecchiatura simile ad un orologio da polso in grado di rilevare i movimenti che un individuo compie mentre sta dormendo, permettendo così di valutare la qualità del sonno. Successivamente è stata fatta una media dei dati raccolti durante 5 notti per ottenere un pattern del sonno abituale di questi bambini che è stato in seguito correlato con i loro risultati scolastici.

I risultati ottenuti hanno messo in evidenza l’esistenza di una correlazione significativa tra “efficacia del sonno” e una migliore performance scolastica solo in alcune materie, quali matematica e lingue, mentre non è emersa alcuna influenza di questo aspetto sullo studio di materie quali scienze e arte. Rispetto a studi precedenti, in cui era stata rilevata una correlazione tra il sonno e la performance accademica generale, i ricercatori di Montreal hanno quindi messo in evidenza l’impatto del riposo notturno sulla performance ottenuta in alcune materie specifiche.

Secondo Gruber, ricercatore presso il Douglas Institute e professore del McGill’s Department of Psychiatry, l’influenza della qualità del sonno sulla performance scolastica è da attribuire ad un’influenza di questo fattore soprattutto su alcune funzioni esecutive (abilità mentali coinvolte nella pianificazione, attenzione e multitasking per esempio) che costituiscono aspetti più critici nello studio soprattutto della matematica e delle lingue rispetto alle altre materie. Gruber, inoltre, sottolinea come dormire poco possa costituire un significativo fattore di rischio per uno scarso rendimento scolastico, un problema che ormai interessa circa il 10-20% della popolazione.

I risultati mostrano l’importanza di identificare l’esistenza di problematiche del sonno che possono altrimenti passare inosservati. Questo non vuol dire che i genitori debbano precipitarsi a far testare i propri bambini nelle cliniche del sonno, ma mostra un bisogno da parte dei pediatri di aggiungere domande in merito alla qualità del sonno nei controlli generali di routine.

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BIBLIOGRAFIA:

Fidarsi è meglio (altrimenti non cresci)

Un articolo di Giancarlo Dimaggio, pubblicato sul Corriere della Sera di Domenica 25 Gennaio 2015.

 

Nell’infanzia si formano legami di attaccamento su cui fondiamo il senso di amabilità e valore personale. Comunicando con gli altri comprendiamo le menti. Nel mondo di finzione acquisiamo flessibilità e capacità di relazioni emotive. Poi esplodono gli ormoni, si spaiano le carte e diventa tutta un’altra storia.

“In principio tutto era vivo” inizia Notizie dall’interno di Paul Auster. Parla di infanzia, il periodo in cui si costruisce ciò che diventeremo da adulti. Dalla nascita fino all’inizio della pubertà il bambino ha un’attività psichica incessante, elettrica, pulsante. Il suo mondo interno si fonda su dei pilastri.

 

Il primo, la motivazione all’attaccamento. Quando è in difficoltà – fame, stanchezza, paura – il bambino cerca l’adulto di riferimento, convenzionalmente denominato: mamma. In una tipica sequenza fortunata chiede cibo se ha fame, conforto se è spaventato. La mamma accorre, lo nutre, lo calma e lo manda sereno a giocare. Interazioni ripetute di questo genere formano un’idea del tipo: “Ho bisogno di essere amato. Quando sono in difficoltà mamma accorre e fa le cose che mi fanno stare bene, quasi sempre. Vuol dire che mi ama e sono buono.” Un pensiero così, il bambino lo porta con sé varcati i cancelli dell’infanzia e lo usa per navigare nel mondo con fiducia. Lo chiamano ‘attaccamento sicuro’.

 

Secondo pilastro: nell’infanzia siamo attivi, curiosi, e bramiamo relazioni. Quello che il bambino non regge è l’assenza di reazione. Mettetelo in una stanza in cui lo psicologo – o l’essere chiamato ‘mamma’ di cui sopra – non fa una grinza quando il bambino dà segnali. Pochi secondi e si innervosisce di brutto. Mostrarsi attenti, invece, lo calma e lo riattiva. Significa che i bambini sono nati per comunicare continuamente e che il destino delle loro emozioni dipende da come gli altri  sapranno riconoscerle e rispondere. Ignorarli li spiazza non poco.

 

Terzo pilastro: la costruzione della “teoria della mente“. Gli umani non nascono sapendo che nella mente degli altri ci sono idee, prospettive, affetti diversi dai loro. All’inizio il mondo è trasparente: la mente dell’altro è nella nostra, la nostra penetra quello dell’altro. Poi lentamente scopriamo che gli altri non sanno quello che sappiamo noi, e che magari si sbagliano.

Alcuni test misurano la capacità di capire la mente degli altri. Per dire: se a tre anni so che c’è una merendina nella scatola, do per scontato che lo sappiano tutti e che agiscano di conseguenza. A quattro anni invece capisco che io lo so, ma gli altri hanno un’informazione diversa, falsa, e che agiranno guidati da quello che sanno e non dalla realtà. Negli anni la teoria della mente si affina, i bambini imparano a influenzare le credenze degli altri e si specializzano nell’arte di dire bugie.

Favorire la costruzione di una buona teoria della mente nell’infanzia facilita la vita sociale adulta. C’è una zona dove questa capacità si allena: il ‘gioco di finzione sociale’. Nel mondo del “come se”, dove tu sei un Pokémon e io l’allenatore, io sono Elsa e tu sei Olaf (il pupazzo di Frozen col naso a carota), i bambini parlano di emozioni. Si immedesimano nei ruoli, se li scambiano e per farlo devono capire l’altro in modo sofisticato. Divertendosi un mondo.

In sintesi: nell’infanzia si formano legami di attaccamento su cui fondiamo il senso di amabilità e valore personale. Comunicando con gli altri comprendiamo le menti. Nel mondo di finzione acquisiamo flessibilità e capacità di relazioni emotive. Poi esplodono gli ormoni, si spaiano le carte e diventa tutta un’altra storia.

A proposito, definizione scientifica di infanzia, fase: 9 anni. Periodo in cui un bambino pretende una copia di Assassin’s Creed e una bambina afferma il suo diritto di andare a scuola truccata. In democrazia c’è diritto di voto ma non prima dei diciotto anni: potete tranquillamente dire no.

 

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Modelli di psicoterapia di Lorenzo Cionini (2013) – Recensione

Il libro Modelli di Psicoterapia di Lorenzo Cionini compie un’operazione fondamentale per la corretta comprensione del processo terapeutico da parte degli addetti ai lavori, e insieme fornisce spunti di grande interesse per chi voglia affacciarsi allo studio dei principali orientamenti teorici che attualmente indirizzano la pratica clinica.

I diversi approcci considerati, che spaziano dalle terapie psicoanalitiche a quelle di impronta cognitivista per estendersi alla Gestalt e all’analisi transazionale, fino alla terapia rogersiana e alla psicoterapia corporea, sono accomunati da alcune caratteristiche basilari. La psicoterapia è sempre e comunque un processo fondato su una relazione, collocato in un setting e orientato a fornire al paziente nuove prospettive evolutive attraverso l’utilizzo di strumenti e tecniche che definiscono sia la natura essenziale della professionalità clinica sia l’organizzazione specifica di ogni singolo approccio di cura.

Da questo punto di vista “Modelli di Psicoterapia” induce a soffermarsi sull’inopportunità di contrapposizioni rigide tra i diversi orientamenti, poiché se da un lato gli elementi distintivi di ciascuno di essi sono caratterizzati in modo chiaro e peculiare, dall’altro è innegabile l’intrinseca comunanza di scopi e intenti che in gran parte emerge dall’analisi dei differenti linguaggi terapeutici. Da qui la necessità di un dialogo inclusivo che valorizzi le tendenze simili prima di sottolineare le incompatibilità. “Modelli di Psicoterapia” approfondisce in primo luogo la concezione dell’essere umano alla base dei modelli terapeutici più conosciuti, svolgendo una riflessione sul legame tra l’idea ipotizzata del funzionamento psichico e le strategie pensate per intervenire su quei processi.

Secondo gli approcci psicoanalitici, per esempio, l’essere umano è governato, condizionato da conflitti inconsci tra pulsioni e istanze che si contrappongono, si relazionano attraverso dinamiche la cui descrizione rappresenta non solo il corpus teorico di quegli orientamenti ma anche e soprattutto il fondamento del modello di cura e della pratica clinica. Le psicoterapie psicoanalitiche si propongono, infatti, di rendere visibili i significati inconsci della vita psichica percepita a livello cosciente, trasformando i contenuti mentali più profondi e simbolici in strumenti di autoconoscenza. L’approccio cognitivista, al contrario, prende in esame i contenuti coscienti per evidenziare i tratti disfunzionali di alcuni schemi razionali ed emotivi con cui il paziente affronta le proprie esperienze; la modificazione di questi elementi attraverso l’acquisizione di strategie comportamentali, cognitive e relazionali più adattive è l’obiettivo della terapia cognitivo-comportamentale.

“Modelli di Psicoterapia” delinea, per ogni orientamento trattato, un quadro esaustivo che comprende i presupposti teorici con cui si dà senso alla richiesta di cambiamento, nonché la specifica dimensione di cambiamento sostenuta e ricercata nel corso dell’intervento, l’obiettivo della cura e gli strumenti utilizzati, con particolare attenzione alle prerogative della relazione terapeutica e al ruolo del sapere terapeutico nell’organizzazione del trattamento. Le differenze principali tra i diversi approcci riguardano le strategie cliniche e in alcuni casi l’idea stessa di evoluzione del paziente, che può essere maggiormente orientata verso la risoluzione di quadri sintomatici definiti come anomalie nella relazione con l’ambiente oppure verso lo sviluppo di una conoscenza di sé focalizzata su aspetti più profondi legati al funzionamento strutturale della persona. Ogni terapia richiede però una formazione scrupolosa i cui cardini sono una preparazione teorica adeguata, un lavoro personale del clinico sulla propria struttura psicologica, un’acquisizione di competenze tecnico-professionali che richiamano l’importanza del saper fare per poter essere, ed una costante supervisione. Sono questi i princìpi che regolano una seria ed efficace attività clinica, a prescindere dagli schemi di intervento seguiti.

 

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L’integrazione delle psicoterapie nell’approccio costruttivista – Congresso SITTC 2014

 

VIDEO: INTERVISTA A LORENZO CIONINI – I GRANDI CLINICI:

Psicoterapia: Intervista con Lorenzo Cionini

BIBLIOGRAFIA:

  • Cionini, L. (2013). Modelli di psicoterapia. Carocci Editore. ACQUISTA ONLINE

Obbedienza all’Autorità: una nuova ricerca approfondisce gli studi di Stanley Milgram

FLASH NEWS

I risultati mettono in luce che anche le persone categorizzate da Stanley Milgram come obbedienti hanno in realtà tentato di resistere alle istruzioni dello sperimentatore. Non è che immediatamente e in modo naturale le abbiano seguite. Essi stavano cercando davvero di combattere qualcosa che avveniva dentro di loro, non si sono piegati ad una cieca obbedienza.

Nel 1961, sul ricordo delle atrocità naziste e sulla scia del processo di Norimberga ancora fresco, lo psicologo Milgram condusse una serie di scomodi esperimenti sul tema dell’obbedienza all’autorità e dei comportamenti riprovevoli che a questa conseguono. Tuttavia, nei suoi esperimenti, Milgram divise i partecipanti allo studio in due sole categorie: obbedienti e disobbedienti. Hollander, un giovane laureato in sociologia presso l’University of Wisconsin – Madison, ha studiato l’esperienza di più di 100 dei soggetti che hanno preso parte agli esperimenti di Milgram, effettuando un’analisi più sottile dei dati e giungendo a conclusioni maggiormente approfondite.

Circa due terzi degli 800 individui reclutati da Milgram erano disposti a somministrare scariche elettriche sempre più potenti ad uno sconosciuto che non gli era dato di vedere, nonostante egli emettesse grida atroci e spaventosi lamenti.

“Milgram era convinto di aver trovato una sorta di lato oscuro dell’umanità” , dice Matthew Hollander. “I soggetti obbedivano molto di più e molto più spesso di quanto egli si sarebbe aspettato, e questo è stato per lui un risultato inaspettato e incomprensibile. Forse per questo ha trovato difficile entrare profondamente in merito alla questione”. Ma il giovane studente è andato oltre, cogliendo sfumature più sottili nei dati raccolti che forse permetterebbero di prevenire che i comportamenti di cieca obbedienza all’autorità prevalgano su una valutazione etica in situazioni reali: “La maggioranza dei partecipanti cedeva e seguiva le istruzioni dello sperimentatore. Ma un buon numero di queste persone resisteva, e molti dei modi in cui lo facevano erano simili a quelli tentati dagli individui che alla fine obbedivano”.

Gli studi di Hollander, pubblicati online dal British Journal of Social Psychology, si basavano su un’approfondita analisi delle registrazioni audio effettuate da Milgram.  Da tale analisi emerge che le pratiche messe in atto per contrastare l’insistenza dello sperimentatore a somministrare scariche elettriche sarebbero molte e diverse tra loro. Esse sono inoltre condivise tra i partecipanti che alla fine cedono e obbediscono, e quelli che invece resistono e disobbediscono. Ma con alcune differenze: i primi le mettono in atto più tardi, meno spesso e con meno convinzione rispetto ai secondi.

Alcune delle pratiche attuate dai soggetti sono soft e poco aggressive: consistono spesso in lunghi silenzi, esitazioni, lamenti e risate isteriche, a rappresentare il grande sforzo che tale collusione richiedeva. Altre modalità sono invece più esplicite, come ad esempio inveire contro il macchinario che somministra le scariche o esprimere la preoccupazione e il disagio allo sperimentatore. Se espresse in forma fortemente assertiva, vanno a costituire quelli che Hollander chiama “stop try”. Altre variazioni di “stop try” consistono in affermazioni del tipo “Non posso continuare” o “Non posso fare questo”.

“Prima di esaminare queste registrazioni”, dice il moderno sociologo, “mi aspettavo dei modi più aggressivi di interrompere la pratica. Che so, tentare di aprire la porta dove la vittima dovrebbe essere rinchiusa, aggredire lo sperimentatore, cercare di scappare. La verità è che sono messi in atto molti tentativi di porre fine all’esperimento, ma sono tutti meno violenti di quanto ci aspetteremmo”.

Aggiunge Douglas Maynard, professore di sociologia presso l’University of Wisconsin – Madison e direttore del Garfinkel Laboratory for Ethnometodology and Conversation Analysis: “Tali risultati mettono in luce che anche le persone categorizzate da Milgram come obbedienti hanno in realtà tentato di resistere alle istruzioni dello sperimentatore. Non è che immediatamente e in modo naturale le abbiano seguite. Essi stavano cercando davvero di combattere qualcosa che avveniva dentro di loro, non si sono piegati ad una cieca obbedienza”. In questo sta una possibile applicazione futura dei risultati di Hollander. Se fosse possibile addestrare le persone a delle reali e più assertive pratiche di resistenza, si preverrebbe il rischio di obbedienza ad azioni che comunque dentro di noi giudichiamo immorali, illegali ed inumane.

Non si tratta solo di eventi eclatanti come le torture naziste, quelle nelle prigioni irachene o quelle che avvengono in certi interrogatori della CIA, come riportato nella recente relazione del Senato americano. Si tratta anche del rapporto tra uno studente e il suo insegnante, per esempio. O di qualsiasi caso in cui la subordinazione possa utilmente essere rispettosa, ma anche resistente e se necessario disobbediente quando ciò si renda necessario per ragioni etiche, morali, politiche e sociali.

 

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Obbedienza all’Autorità ed Empatia: Stanley Milgram

 

VIDEO: Milgram Obedience Study

BIBLIOGRAFIA:

Incanto e Disincanto nella coppia (2014) – Recensione

I partner sono gli attori della relazione e nel cercare di capirsi l’un l’altro e nell’allenarsi a cercare una soluzione nella coppia, e per la coppia, ci può essere un ritorno al benessere comune e alla piacevolezza della relazione. L’amore per durare deve evolversi e modificarsi!

incanto e disincanto nella coppia_recensioneIncanto e disincanto nella coppia, titolo del libro che vi presento, narra in maniera disincantata quanto, inevitabilmente, si verifica nelle relazioni di coppia: all’inizio c’è l’incanto e poi … il disincanto, ahimè! Laura Fino e Alberto Penna, terapeuti della coppia, insieme a Lorenzo Recanatini, psicologo e psicoterapeuta, uniscono la clinica al fumetto in una divertente narrazione dal sapore della commedia per spiegare cosa avviene nella relazione di coppia.

Ebbene, sì: nella coppia non tutto va sempre al meglio, anzi sono più i momenti di disarmonia che quelli di armonia. Come mai? La risposta costituisce la mission del libro: spiegare cosa succede quando si rompe l’incanto e si crea una rottura che potrebbe portare alla deriva.

Nel libro non sono mai narrate situazioni di coppia felice, ma situazioni travagliate, sofferte, come i tradimenti, le situazioni di stallo e il disincanto, appunto. La svolta, come scrivono gli autori, si ottiene proprio a questo punto: quando ci si scopre disincantati e l’altro ci appare per quello che è e non più quello che si credeva fosse. Quindi, quando si fanno i conti con la realtà non negandola, ma accettandola per quella che è.

Il fumetto rende la lettura leggera, veloce e piena di divertimento,  e la giusta dose di umorismo rende il narrato frizzante e ironico. All’interno del testo si parla approfonditamente di come funziona la coppia, di come si generano le situazioni di crisi e di come poterle affrontare in psicoterapia per poter ritrovare un nuovo e più stabile equilibrio.

Gli autori propongono un vecchio concetto, ovvero che dai momenti di crisi non bisogna cercare la felicità fuori dalla coppia, ma bisognerebbe cambiare il proprio funzionamento all’interno della diade, cioè modificare se stessi e adattarsi al cambiamento che è in atto. Significa non vivere nell’illusione o incanto che l’altro possa cambiare o pensare di poterlo cambiare, ma vivere nel disincanto o consapevolezza di quello che si è e incastrarsi per far funzionare la relazione.

Nel libro sono presentate alcune tipologie di funzionamento di coppia ed è piacevolmente incantevole scoprirsi in alcuni di questi e ironizzare sulle proprie fantomatiche “crisi”.

In sostanza i partner sono gli attori della relazione e nel cercare di capirsi l’un l’altro e nell’allenarsi a cercare una soluzione nella coppia, e per la coppia, ci può essere un ritorno al benessere comune e alla piacevolezza della relazione.

“L’amore per durare deve evolversi e modificarsi!”.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Fino, L., Penna, A., Recanatini, L. (2014). Incanto e disincanto nella coppia. Alpes, Roma. ACQUISTA ONLINE

Psicologia Giuridica, 13 variazioni sul tema – Intervista a Leonardo Abazia

psicologia giuridica: 13 variazioni sul tema“Psicologia giuridica 13 variazioni sul tema”, è questo il titolo del nuovo testo di Leonardo Abazia, psicologo giuridico, psicoterapeuta presso l’UOPC dell’Asl Na1 Centro, che ha dedicato e dedica tuttora gran parte della sua competenza professionale alla psicologia giuridica, un settore scientifico molto complesso che, coniugando psicologia e diritto, privilegia un orientamento multidisciplinare.

Dopo un lavoro ultradecennale compiuto nell’Istituto Campano di Psicologia Giuridica, Abazia ha deciso di raccogliere nel suo libro le numerose esperienze di formazione professionale e di offrire, così, sintetici e chiari approfondimenti su argomenti di grande attualità che riguardano i minori, le famiglie problematiche, lo stalking, l’adozione, il gioco d’azzardo, il mobbing…  

“Le 13 variazioni sul tema”, come ci  spiega durante un’intervista lo stesso autore, nasce anche dalla preziosa collaborazione di professionisti in formazione che, insieme al curatore, hanno lavorato con passione alla redazione del testo.   

Come nasce l’idea di questo testo?

Il testo nasce da una “mancanza”, da un vuoto, che sentivo il bisogno di riempire… Il vuoto era costituito dagli argomenti che non avevo trattato nel testo precedente “La perizia psicologica in ambito civile e penale” dove erano stati sviscerati una serie di argomenti riguardanti il lavoro peritale dello psicologo. Il testo nasce però anche dall’ ”abbondanza”… dagli innumerevoli approfondimenti che i giovani professionisti, discenti del master, avevano prodotto. Un vero tesoro: sarebbe stato un sacrilego dissiparlo!

Come mai nella sua carriera ha dedicato tanta attenzione al complesso ambito della psicologia giuridica?

L’attenzione nasce per un forte interesse rivolto alle problematiche sociali, in particolare alla devianza minorile, che avevo impattato, da volontario, ai tempi dell’università. Successivamente, a tre mesi dalla laurea, fui chiamato a occuparmene professionalmente, per l’allora Ministero di Grazia e Giustizia. Tale passione/professione è durata ben ventotto anni negli Istituti penali per minorenni della Campania. In seguito l’interesse si è esteso a tutti gli altri ambiti della Psicologia Giuridica.

Quali sono le difficoltà più frequenti in cui s’imbatte uno psicologo in tale ambito professionale?

Le difficoltà nascono dalla peculiarità della materia che si nutre di un sapere interdisciplinare e si discosta dall’ideale clinico dal quale si è tradizionalmente affascinati, in quanto psicologi. L’errore più grande che viene commesso è quello di trasferire il sapere clinico nell’ambito giuridico, senza alcuna mediazione e senza tener conto degli altri attori e delle altre professionalità che intervengono sulla scena giudiziaria. Più dell’80% delle infrazioni degli psicologi, segnalate alla commissione deontologica, sono riferite all’ambito della psicologia giuridica. Vi è dunque un’esigenza di una forte formazione specialistica.

Collaborano alla stesura del suo testo professionisti in formazione, quanto è importante per lei il confronto generazionale?

Il confronto con i giovani professionisti è estremamente importante sia per tenersi “vivo” , sia per non mettere mai fine all’apprendimento: i giovani costituiscono uno stimolo continuo alla crescita e all’approfondimento. Mi reputo una persona fortunata nell’avere la possibilità di un confronto quotidiano con loro.

Quale futuro per la psicologia giuridica?

Intanto, il settore della psicologia giuridica è ancora in forte espansione, in quanto le professionalità limitrofe (magistrati, avvocati, formatori, mediatori), tendono a utilizzare sempre più il sapere psicologico. Esso è, inoltre, il primo settore ove sono state fornite linee guida e decaloghi per le “good practices”, e per il quale sono previste obbligatoriamente attività di aggiornamento professionale specifiche. A oggi, la professione di psicologo giuridico contribuisce a ben il 10% del fatturato complessivo della professione di psicologo. Le linee di sviluppo di questa professione si riconnettono a quelle che sono le questioni etico-sociali della società contemporanea tuttora aperte, quali l’integrazione culturale e religiosa, i diritti d’uguaglianza delle minoranze, le problematiche delle nuove famiglie, etc. da un lato, mentre dall’altro, alle esigenze di maggiori specializzazioni per alcuni ambiti quali ad esempio la neuropsicologia forense, le perizie sui simulatori etc.

 

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Adolescenti & consumo di alcool: è importante la comunicazione in famiglia

FLASH NEWS

Una ricerca dell’Università di Buffalo mostra che la comunicazione tra i genitori e i propri figli circa i rischi dell’uso dell’alcol tende a diminuire nel tempo. I genitori infatti erroneamente sottovalutano l’impatto positivo che un dialogo costante possa rappresentare tra genitori e figli, soprattutto in adolescenza.

Colder e i suoi collaboratori sostengono che discutere sul tema dell’uso dell’alcol con i propri figli sia importante in quanto l’atteggiamento del genitore potrebbe influenzare l’atteggiamento del figlio. Ricerche precedenti hanno mostrato che gli adulti non potranno decidere per i propri figli ma potrebbero influenzare le loro  scelte discutendo dei pro e dei contro legati all’uso dell’alcol prima che si verifichino situazioni in cui scegliere autonomamente.

La letteratura in passato ha focalizzato l’attenzione sugli aspetti antecedenti l’uso dell’alcol in adolescenza, trascurando il modo in cui questi si sviluppano. Colder e i suoi collaboratori invece hanno indagato il modo in cui l’uso di regole restrittive dei genitori verso i figli sull’uso dell’alcol possa essere deterrente per un consumo improprio di alcolici.

Gli autori hanno notato però che man mano che i ragazzi crescevano le regole divenivano meno severe e i genitori spendevano meno tempo con i loro figli a discutere sull’uso dell’alcol e i pericoli a esso associati. È stata trovata infatti una correlazione tra questi 3 aspetti della genitorialità (le regole che diminuiscono man mano che i figli crescono, le  regole che divengono meno severe e il fatto che la comunicazione tra  genitori e figli diminuisca nel tempo) e l’insorgenza d’uso di alcol.

Nello studio sono state effettuate tre valutazioni annuali rivolte ai genitori e ai propri figli. Una prima valutazione avveniva nella fascia di età in cui i ragazzi tipicamente hanno iniziato a bere alcolici (all’età di 10-11). Le domande riguardavano le opinioni dei ragazzi e dei genitori rispetto all’uso di alcolici  e all’ambiente familiare. I soggetti sono stati intervistati nuovamente nell’anno successivo e poi ancora l’anno dopo.

L’Istituto Nazionale del NIH  on Drug abuse continua a finanziare ulteriori ricerche per consentire al team della ricerca di seguire i suoi soggetti per altri tre anni con lo scopo di approfondire ulteriori aspetti legati all’uso dell’alcol: opinioni riferite nel periodo antecedente all’uso  di alcol, nel periodo in cui si comincia a consumare alcolici e nelle fasi di follow up, età in cui può esserci maggior rischio di un uso problematico di alcolici.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Abilità e forme di conoscenza: in che modo si differenziano?

Il termine abilità si riferisce alla conoscenza di “come” fare una determinata azione e si differenzia dalla conoscenza di fatti o eventi (Schmidt e Bjork, 1992).

Queste sono spesso due forme di conoscenza indipendenti l’una dall’altra: ad esempio si può sapere come guidare un’auto senza avere una conoscenza effettiva di come l’auto funzioni (“come”); oppure si può apprendere, studiando, il funzionamento di un’auto e delle sue singole componenti senza che però questo sia utile nel guidare, se non ci si è mai esercitati nell’abilità stessa della guida (“fatti”).

Spesso le abilità quotidiane non vengono considerate conoscenza, ma non è così. Ad esempio da giovane, un individuo acquisisce la conoscenza di come crearsi un programma ed assicurarsi di rispettarlo. In età più avanzata tale abilità potrebbe essere mantenuta per pianificare e organizzare gli appuntamenti anche se in quantità minore rispetto a prima.

A volte, però, l’ambiente e le situazioni potrebbero modificarsi e quindi potrebbe essere necessario o modificare leggermente l’abilità già posseduta o trasferirla in condizioni nuove e diverse da quelle in cui è stata appresa (Salomon e Perkins, 1989): con l’avanzare dell’età si possono ad esempio aumentare o cambiare le medicine da prendere e le modalità con cui assumerle, e potrebbe anche non essere più sufficiente basarsi su cue interni per compiere tale abilità, come ricordarsi semplicemente di prendere la pillola, e potrebbe rendersi necessario l’utilizzo di ulteriori cue esterni, come la sveglia per ricordarsi di prendere la pillola (Park et al., 1994).

L’aggiornamento di un’abilità richiede anche l’adattamento del soggetto alla situazione nuova che viene a crearsi e può anche accadere che abilità apprese in passato debbano essere riapprese, come può avvenire in seguito a grandi cambiamenti nella propria vita: ad esempio la perdita del coniuge, situazione in cui una vedova deve prendersi carico delle responsabilità di cui prima si occupava prevalentemente il marito (come la gestione delle finanze).

In alcune circostanze il mantenimento e il trasferimento delle abilità non è sufficiente ed è indispensabile imparare nuove abilità, come succede quando si utilizzano computer o internet; la capacità di acquisire nuove abilità è spesso correlata al grado di soddisfazione (ad esempio la capacità di dedicarsi ad un hobby) ed allo stile di vita dell’individuo.

In generale quindi un’abilità ha diverse caratteristiche, tra cui:

1) mantenimento delle abilità acquisite nel corso della vita;

2) trasferimento di tali attitudini in situazioni nuove;

3) acquisizione di nuove abilità per occuparsi di difficoltà, che con abilità già possedute non si riescono a gestire.

Per comprendere al meglio il concetto di abilità è importante capire la distinzione tra conoscenza dichiarativa e procedurale. La conoscenza dichiarativa è la “conoscenza di”: si riferisce a fatti ed eventi. Si può misurare con domande come “Qual è il capoluogo della Lombardia?”. È associata alla memoria esplicita che si basa sul tentativo consapevole di richiamo o riconoscimento.

La conoscenza procedurale è, invece, il “come”: è la memoria delle procedure necessarie per compiere azioni che solitamente vengono svolte in modo automatico e in assenza di un alto grado di consapevolezza. Infatti è associata alla memoria implicita, che, al contrario di quella esplicita, non richiede un tentativo consapevole per svolgere un compito. Dal momento che tale conoscenza include attività pratiche, come ad esempio andare in bicicletta o nuotare, l’unico modo per esaminarla è far svolgere un compito al soggetto.

Tale suddivisione non è sempre così netta come appare, infatti, nel caso delle abilità cognitive, che sono soprattutto conoscenza procedurale e richiedono quindi l’impiego della memoria implicita, per metterle in atto è in realtà indispensabile un’interazione tra i due tipi di conoscenza e, quindi, di memoria.

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