Il Costo Economico della Tristezza #1

Il Costo Economico della Tristezza: Essere di Cattivo Umore Fa Male al Portafoglio. Conviene considerare l'umore prima di far shopping.

ID Articolo: 23963 - Pubblicato il: 20 dicembre 2012
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Rassegna Stampa - State of Mind - Il Giornale delle Scienze Psicologiche

Il Costo Economico della Tristezza: Essere di Cattivo Umore Fa Male al Portafoglio. Conviene considerare l’umore prima di far shopping.

D’ora in poi ci converrà considerare di che umore siamo, prima di uscire a fare shopping: per lo meno per il bene del nostro portafoglio. Gli inglesi lo chiamano “Misery-is-not-miserly effect” (traducibile con l’italiano “l’infelicità non è avara”), e corrisponderebbe alla tendenza, piuttosto diffusa, a spendere più denaro quando ci si sente tristi o di cattivo umore. Diversi studi hanno dimostrato come la tristezza possa influenzare decisioni di tipo “economico”, rendendoci propensi a rinunciare a somme di denaro maggiori al fine di acquistare un bene (Lerner, Small, & Loewenstein, 2004). Nonostante il ruolo centrale giocato dalle teorie sul sé in psicologia, tuttavia, pochi sono stati i contributi dati al campo, di recente sviluppo, dell’economia comportamentale (ossia l’applicazione di modelli psicologici all’ambito economico).

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Basandosi sui risultati di precedenti studi, che hanno dimostrato come stimoli in grado di indurre uno stato di tristezza in un individuo aumentassero anche il suo livello di self-focus (Salovey, 1992; Wood, Saltzberg, & Goldsamt, 1990), Cynthia Cryder e colleghi hanno condotto una interessante ricerca al fine di fornire dati empirici a supporto dell’effetto “misery-is-not-miserly” (Cryder, Lerner, Gross, & Dahl, 2008). In particolare, gli autori hanno voluto testare l’ipotesi che il self-focus potesse costituire un fattore di mediazione dell’effetto in questione.

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Sono così stati reclutati 33 soggetti (20 maschi, età media: 21 anni), assegnati in modo casuale al gruppo sperimentale (sad condition) o al gruppo di controllo (neutral condition). Ai soggetti nella sad condition è stato mostrato un breve filmato sulla morte dell’insegnante di un ragazzo  (tratto dal film The Champ), e successivamente chiesto di scrivere un piccolo tema su come avrebbero reagito se una situazione analoga fosse capitata a loro. Ai soggetti nella neutral condition, invece, è stato mostrato un documentario sulla barriera corallina, con conseguente richiesta da parte dei ricercatori di scrivere un breve saggio sulle proprie attività quotidiane.  In questo modo è stato possibile valutare il livello di self-focus riportato dai soggetti nelle due diverse condizioni. Il compito finale consisteva poi nel chiedere a tutti i soggetti quanto sarebbero stati disposti a spendere (in un range compreso tra $0 e $10) per acquistare una bottiglia d’acqua, con l’avvertimento che se qualcuno avesse indicato il prezzo effettivo della bottiglia, l’avrebbe dovuta acquistare per davvero.

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Gli autori hanno così non solo dimostrato empiricamente che i soggetti appartenenti alla sad condition erano disposti a spendere più denaro rispetto al gruppo di controllo (in media, $2.11 vs $0.56), ma anche precisato che l’effetto “misery-is-not-miserly” si verificava solo in presenza di alti livelli di self-focus. In altre parole, sarebbe la tendenza a focalizzarsi sul sé a spiegare la relazione tra tristezza e denaro speso. Si tratta di una relazione ancora da chiarire, e per ora sono state avanzate solo alcune ipotesi: è possibile che un evento triste, “accoppiato” ad alti livelli di self-focus, porti a sentimenti di autosvalutazione, e che i soggetti in questo stato tendano a spendere di più perché questo li fa sentire meglio. È anche possibile che il senso di autosvalutazione porti ad attribuire un valore maggiore a ciò che ci sta intorno, per contrasto. Ci affidiamo a future ricerche per chiarire meglio questi risultati.

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