expand_lessAPRI WIDGET

Comportamenti che sfidano: come rispondere?

Intervenire sui comportamenti che sfidano significa agire su emozioni, contesto e conseguenze, favorendo modalità più funzionali di risposta

Di Anna Boccaccio

Pubblicato il 21 Apr. 2026

Qualcosa non va in mio figlio?

Immaginate questa scena: finalmente siete pronti per varcare l’uscio di casa e accompagnare vostro figlio di 5 anni a scuola. Così gli chiedete di infilarsi da solo le scarpe. La sua risposta? “Nooooo!”, e intanto corre a nascondersi dietro il divano per riprendere i giochi dove li aveva interrotti. Dentro di voi, istantaneamente l’impazienza si trasforma in ira e si fa strada lo spaventoso sospetto che ci sia qualcosa di sbagliato in vostro figlio. 

Quando i genitori combattono con i comportamenti più difficili dei loro bambini, questa lotta può avere un impatto negativo su molteplici aspetti della vita quotidiana, come le semplici routine e il clima emotivo familiare. I genitori avvertono l’urgenza di intervenire, ma spesso non sono sicuri di quale sia la strategia migliore da adottare, in particolare quando alcuni comportamenti problematici sono frequenti e niente sembra funzionare. Di quali comportamenti parliamo?

Comportamenti che sfidano come forma di comunicazione

La psicologia dell’età evolutiva li definisce comportamenti che sfidano (challenging behaviours), ovvero schemi comportamentali ripetuti e persistenti che, per la loro elevata intensità, frequenza o durata, possono interferire con la qualità di vita del bambino, la sua o altrui sicurezza fisica, l’apprendimento e le interazioni sociali con adulti e coetanei (Smith & Fox, 2003; Royal College of Psychiatrists, 2007). I comportamenti che sfidano possono manifestarsi con diverse modalità: capricci (brevi episodi di comportamenti estremi, spiacevoli e talvolta aggressivi in risposta a emozioni di rabbia o frustrazione), comportamenti oppositivi (ostilità e rifiuto di regole degli adulti), comportamenti esplosivi (come urlare, picchiare, inveire verbalmente, mordere o lanciare oggetti), evitamento di attività, isolamento sociale, pianti frequenti, ma anche comportamenti riscontrabili in alcuni disturbi del neurosviluppo, come autolesionismo, aggressività etero-diretta, e difficoltà di attenzione

I comportamenti che sfidano sono molto di più di sporadici capricci occasionali ma non indicano necessariamente che “qualcosa non va” in nostro figlio. Piuttosto, possono rappresentare in primis una forma di comunicazione. Quale messaggio comunicano i bambini con simili comportamenti? Quando le capacità socio-emotive dei bambini non sono ancora pienamente sviluppate, come in età prescolare, i comportamenti che sfidano possono comunicare specifici messaggi: 

  • disagio fisico (come dolore, fame, stanchezza)
  • barriere comunicative (ad esempio, nel caso di bambini stranieri o con disturbi del linguaggio)
  • difficoltà nella comprensione di alcune situazioni sociali o scolastiche 
  • difficoltà nel gestire grandi cambiamenti o piccole transizioni (come la nascita di un fratellino o una sorellina, il passaggio dalla scuola dell’infanzia a quella primaria, lasciare i giochi per andare a dormire)
  • bisogno di attenzioni
  • difficoltà nella regolazione delle emozioni, soprattutto frustrazione, tristezza e rabbia
  • rispecchiamento di comportamenti osservati in altri (adulti o pari).

Gestire le emozioni “forti” in modo sano richiede molteplici capacità, che spesso i bambini sviluppano a partire dall’età prescolare e continuano ad “allenare” in età prepuberale. Si tratta di capacità complesse, come controllare i propri impulsi, regolare autonomamente le emozioni, risolvere i conflitti negoziando, rimandare la gratificazione, comunicare i propri bisogni agli altri e riconoscere cosa è appropriato dire o fare in un determinato contesto. Vi sembra poco? Alcuni bambini potrebbero avere maggiori difficoltà in alcune di queste capacità, mostrando schemi di comportamento che sembrano emergere in particolari momenti della giornata (come prima di andare a letto) o in particolari contesti (la scuola, casa dei nonni ecc.).

Come affrontare i comportamenti che sfidano?

Sentirsi genitori impotenti è una reazione comune e naturale, che può tuttavia inficiare il rapporto con i propri figli. Alcuni suggerimenti generali possono rivelarsi utili per rispondere in modo immediato ai comportamenti sfidanti dei bambini:

  • non cedere: meglio resistere alla tentazione di porre subito fine ai capricci dei bambini dando loro ciò che vogliono. Questo comunica loro che i capricci non funzionano con mamma e papà;
  • mantenere la calma: le risposte “di pancia” dei genitori possono esasperare l’aggressività dei bambini, mentre mantenere la calma offre loro un modello del comportamento che ci si aspetta di vedere;
  • aspettare che la crisi passi: cercare di ragionare con un bambino furibondo può essere inefficace. Piuttosto, possiamo esercitarci a negoziare insieme quando sia lui che noi siamo tranquilli e la situazione non è “esplosiva”. 

Prendere di mira comportamenti specifici

Quando si cerca di gestire un comportamento sfidante, può essere utile identificare specifici comportamenti per noi prioritari su cui lavorare uno alla volta. Naturalmente, potrebbero esserci più comportamenti che si vorrebbero cambiare, ma è consigliabile valutarli uno per uno. I comportamenti “target” dovrebbero essere specifici (ad esempio, riformulare il generico “Voglio che mio figlio sia più buono” con “Voglio che mio figlio giochi con la sorellina senza picchiarla”), osservabili e misurabili, in modo che tutti i componenti della famiglia possano concordare se il comportamento si è verificato o meno.

Giocare d’anticipo

Individuato il comportamento target, è importante riflettere su cosa generalmente accade prima di quel comportamento e cosa potrebbe scatenarlo. Questo aiuta i genitori a capire non solo perché un bambino potrebbe comportarsi “male”, ma anche come agire su determinati fattori scatenanti per prevenire tali comportamenti. Può essere utile anche esaminare i fattori scatenanti che rendono più probabili comportamenti positivi (come obbedire a un comando ascoltato per la prima volta).

Agire sui fattori scatenanti può a sua volta tradursi in ulteriori passaggi.

Chiarire le nostre aspettative

I bambini potrebbero non sapere cosa ci aspettiamo da loro in determinati contesti o situazioni e non hanno ancora sviluppato la nostra cognizione temporale. Alcuni non sanno leggere l’ora o non hanno un “senso del tempo” che passa, pertanto può essere complesso per loro riconoscere quando è arrivato il momento dei compiti o di andare a letto, interrompere quello che stanno facendo (in particolare quando è per loro accattivante, come giocare o guardare un cartone) e seguire le nostre istruzioni. Possiamo preparare i bambini a una transizione imminente dando loro un preavviso o con una sorta di conto alla rovescia; ad esempio, possiamo avvertirli che è l’ora dei compiti 10 minuti prima del tempo e poi 2 minuti prima, per poi puntare a far avvenire la transizione all’ora effettivamente stabilita.

Fornire poche e semplici regole

Dare regole e istruzioni a raffica riduce la possibilità che i bambini le ascoltino, le ricordino e le eseguano effettivamente. Meglio poche e semplici regole, trasmesse con determinazione ma pacatezza, per tracciare i confini educativi e chiarire quello che ci aspettiamo dai nostri figli. 

Preparare l’ambiente

Possiamo provare a gestire alcuni fattori ambientali in modo da facilitare i comportamenti desiderati. Ad esempio, se è l’ora dei compiti, possiamo rimuovere le distrazioni, spegnere la tv o il tablet e organizzare lo spazio attorno ai bambini. Allo stesso modo, possiamo abbassare le luci, ridurre i rumori domestici e porre il pigiamino in bella vista se intendiamo “traghettare” i bambini verso la camera da letto.

Offrire alternative

Lasciare che i bambini abbiano voce in capitolo su alcuni programmi della giornata può favorire un maggiore coinvolgimento e aumentare la loro autonomia. Ad esempio, possiamo offrire loro una scelta del tipo: “Vuoi cenare adesso o dopo la doccia?”. In tal modo, prospettiamo inoltre che vi sarà un’interruzione dei giochi sia per la cena che per la doccia.

Conseguenze dei comportamenti che sfidano

Considerare quello che accade dopo un comportamento che sfida è importante, in quanto le conseguenze di un comportamento possono influenzare la probabilità che tale comportamento si ripeta o meno. Questo principio vale sia per le conseguenze positive, i cosiddetti rinforzi, che per quelle negative, ovvero le punizioni. 

Non tutte le conseguenze sono efficaci: alcune, come le punizioni fisiche (schiaffeggiare e colpire un bambino) sono dannose, controproducenti e oltretutto configurano un reato secondo la legge italiana (art. 571 c.p.); altre funzionano solo se applicate con costanza, coerenza e in un clima familiare positivo, incoraggiante e di supporto.

In linea generale, le conseguenze aiutano i bambini a comprendere il limite tra comportamenti accettabili e inaccettabili. Per questo, capire quali risposte ai comportamenti che sfidano sono più efficaci può fare la differenza. 

Ignorare

Ignorare ciò che si può ignorare, come un comportamento difficile di minore entità e non pericoloso (una pernacchia, ad esempio), può essere più efficace che dare attenzioni negative a nostro figlio. Può sembrare controintuitivo, ma le conseguenze che ci sembrano negative (come rimproverare ad alta voce) rappresentano pur sempre una forma di attenzione. I bambini apprezzano a tal punto l’attenzione degli adulti significativi che qualsiasi tipo di attenzione nei loro confronti, positiva o negativa che sia, potrebbe rivelarsi meglio di niente. Per questo l’attenzione negativa può paradossalmente rinforzare il comportamento che stiamo cercando di arginare.

Attenzione positiva e rinforzi

Una vasta porzione di studi (Chen, 2023; Moberly et al., 2005; Bullin et al., 2025) evidenzia quanto offrire rinforzi positivi ai bambini (come lodi e concessione di privilegi o punti in un sistema quotidiano di ricompense) sia più efficace che punirli, e favorisce lo sviluppo di comportamenti desiderati e altruistici, empatia, autostima e capacità di regolazione emotiva. È importante che i rinforzi e le conseguenze positive siano immediate, proporzionate e specifiche rispetto al comportamento del bambino (ad esempio, “Bravo per aver apparecchiato la tavola!”).

Time out

I time-out sono una strategia popolare e di comprovata efficacia (Woodfield et al., 2021), raccomandata persino dall’American Academy of Pediatrics (2024). Lo scopo di un time-out non è umiliare o punire il bambino, ma stemperare una situazione emotiva critica, aiutando il bambino a imparare a gestire la frustrazione e a regolare il proprio comportamento. Usare un time-out è anche un mezzo chiaro per comunicare l’inaccettabilità di un comportamento all’interno della famiglia. I time-out di best practice includono una successione di step: 

  • un avvertimento verbalizzato (es. “Se continui a picchiare il fratellino dovrò farti fermare per qualche minuto”)
  • una motivazione verbalizzata (es. “Hai continuato a picchiare il tuo fratellino, quindi adesso ti fermerai su questa sedia finché non sarai più calmo per giocare”)
  • il posizionamento in un luogo sicuro (es. una sedia) e privo di rinforzi ambientali (come giocattoli, tv o altre persone in casa)
  • una breve durata (in genere circa 1 minuto per ogni anno di età) 
  • il ritorno sulla sedia in caso di fuga  
  • la ripetizione della richiesta originale del genitore.

I bambini in time-out dovrebbero essere ignorati e i genitori non dovrebbero parlare con loro o di loro, nemmeno se si lamentano, piangono o protestano. Distogliendo la nostra attenzione durante la punizione, stiamo trasmettendo il messaggio che comportarsi male non è il modo per i bambini per ottenere ciò che vogliono.

Una volta terminato il time-out, bisognerebbe chiedere ai bambini di completare il compito che era stato loro assegnato inizialmente. Questo li aiuta a capire che i time-out non sono vie di fuga. Dopo il time-out, i genitori dovrebbero riprendere a prestar loro attenzione, concentrandoti su ciò che stanno facendo, in modo da osservarli e lodarli/gratificarli in modo specifico per il primo comportamento positivo che mettono in atto. Questo può rassicurare il bambino sul fatto che, nonostante abbia dovuto andare in time-out, è anche perfettamente in grado di mettere in atto comportamenti positivi che attirano le attenzioni dei genitori nei suoi confronti.

Quando chiedere un aiuto professionale

Alcuni comportamenti difficili potrebbero persistere nei bambini, nonostante accorgimenti e strategie specifiche messe in campo dalla famiglia. In questi casi, il bambino potrebbe manifestare disagio o sofferenza emotiva in risposta ai propri comportamenti, creare situazioni complesse da gestire o addirittura pericolose (a scuola per esempio) ed essere rifiutato e isolato dai compagni. Richiedere una valutazione e un intervento specialistico può aprire la strada a un percorso che possa aiutare bambini e genitori a vivere con più serenità la loro relazione e la routine quotidiana.

Comportamenti che sfidano. Comprenderli per intervenire con efficacia (4–10 anni) – Evento online > CLICCA QUI 

 

Riferimenti Bibliografici
CONSIGLIATO DALLA REDAZIONE
Comportamenti che sfidano nei bambini: cause, significati e strategie

I comportamenti che sfidano nei bambini possono mettere in difficoltà genitori ed educatori ma nascondono segnali importanti da interpretare

cancel