Il comportamento dei bambini: capire ciò che comunicano
Il comportamento è una forma di comunicazione, lo sappiamo, e i bambini non fanno eccezione in questo. Un genitore riconosce istantaneamente da un sorriso o da un’espressione accigliata se suo figlio è entusiasta o deluso per un regalo appena scartato. Alcuni comportamenti, però, possono risultare più difficili da comprendere e da affrontare, delineandosi come vere e proprie sfide per genitori e servizi educativi.
Comportamenti dei bambini: sfida o problema?
Bambini che urlano “No!” ad ogni nostra richiesta, non aspettano il loro turno, si lamentano, non seguono le istruzioni, si lanciano sul pavimento strillando “Ti odio!”, tentano di ingaggiare liti con genitori, maestre e coetanei, si azzuffano per i giocattoli, si isolano col broncio e si rifiutano di partecipare alle attività.
Potremmo non sapere come reagire ai comportamenti – per così dire – difficili di nostro figlio, sentirci genitori inadeguati, guardarci intorno e vedere il nostro bambino come l’unico che si comporti in quel modo. E quando pensiamo di aver finalmente capito come gestire il capriccio del momento … ecco che la situazione cambia di nuovo e tutto torna impossibile come prima! Vi suona familiare?
I comportamenti appena descritti vengono definiti comportamenti che sfidano (challenging behaviours), un’espressione recentemente introdotta nel panorama della ricerca sull’età evolutiva, per sostituire una varietà di termini come comportamenti negativi, disadattivi, anormali, inappropriati o problematici. Tali termini suggeriscono l’idea che “il problema” sia localizzato nella persona, nel bambino per l’appunto. La parola sfida, al contrario, sposta il focus dal problema alla ricerca di strategie efficaci per comprendere il comportamento di un bambino, le sue cause sottostanti e supportare il processo di crescita. Chi sono i destinatari di questa sfida? Genitori, professionisti della salute, educatori e chiunque si prenda cura del bambino.
In generale, si definiscono comportamenti che sfidano quegli schemi comportamentali ripetuti che, per intensità, frequenza o durata, possono interferire con la qualità di vita del bambino, la sua o altrui sicurezza fisica, l’apprendimento o il suo coinvolgimento in interazioni sociali positive con adulti e coetanei (Smith & Fox, 2003; Royal College of Psychiatrists, 2007). L’espressione “comportamenti che sfidano” comprende infatti una varietà di comportamenti: capricci (intesi come brevi episodi di comportamenti estremi, spiacevoli e talvolta aggressivi in risposta a emozioni di rabbia o frustrazione), oppositività (ostilità, rifiuto di regole e indicazioni degli adulti), comportamenti esplosivi (come urlare, picchiare, inveire verbalmente, mordere o lanciare oggetti), isolamento sociale, pianti frequenti, ma anche comportamenti riscontrabili in alcuni disturbi del neurosviluppo, come autolesionismo, aggressività etero-diretta, evitamento persistente di attività e difficoltà di attenzione.
Qualunque sia la forma, la frequenza, la durata o l’intensità, un comportamento che sfida può influenzare lo sviluppo, l’apprendimento e le relazioni di un bambino e la sua gestione può risultare un’ardua impresa per famiglie ed educatori.
Perché mio figlio si comporta così?
I comportamenti difficili di un bambino non rappresentano necessariamente la manifestazione di un disturbo del neurosviluppo. Anzi, in precise tappe dello sviluppo, possiamo addirittura considerare alcuni comportamenti come i capricci “un grande classico”. Un esempio? I cosiddetti “terribili due anni”, quella fase evolutiva che si aggira dai 18-24 mesi ai 4-5 anni. Si tratta di una fase tipica, che quasi tutti i bambini attraversano, caratterizzata da frequenti capricci e scoppi d’ira. In questa particolare tappa dello sviluppo, i bambini non hanno ancora maturato la capacità di regolare in modo efficace le proprie emozioni e non riescono sempre a comunicare agli adulti e ai pari cosa stanno provando.
In generale, i bambini in età prescolare dovrebbero sviluppare specifiche competenze, come la capacità di riconoscere, esprimere e regolare le emozioni, auto-controllare il proprio comportamento, risolvere problemi sociali negoziando e impegnarsi in interazioni positive con gli altri (Denham, 2006; Webster-Stratton e Reid, 2004; Domitrovich et al., 2007).
Fame? Stanchezza? Cambiamenti inaspettati? Ricerca di attenzione? Controllo? Rispecchiamento di un comportamento osservato? I bambini con competenze socio-emotive ancora scarse possono sviluppare comportamenti problematici come mezzo per comunicare i propri bisogni, e non come strategie manipolative e intenzionali come spesso tendiamo a credere.
Al contrario, occorre guardare al comportamento dei bambini piccoli nel contesto delle loro relazioni e influenzato da molteplici fattori tra loro interagenti, tra cui quelli elencati.
Sviluppo del bambino
Se nostro figlio è nella fase dei “terribili due”, le sue capacità comunicative verbali e socio-emotive saranno presumibilmente in fase di maturazione. Morsi, strilla e pizzichi potrebbero essere reazioni attraverso cui comunicarci rabbia e frustrazione.
Temperamento del bambino
Il temperamento può influenzare la comparsa e la modalità con cui si manifestano eventuali comportamenti che sfidano. Il temperamento, infatti, è alla base di caratteristiche individuali dei bambini come l’intensità emotiva, il livello di attività, la tolleranza alla frustrazione, la reazione di fronte a persone estranee o cambiamenti (Rettew e McKee, 2005; Rudasill et al., 2013; Sanson et al., 2004). Se tra due dei nostri gemelli di pochi mesi, uno sembra piangere più a lungo, più intensamente, stare sveglio per più ore e reagire in modo esasperante ai cambiamenti della routine, potrebbe essere una questione di temperamento.
Fattori ambientali
I comportamenti che sfidano possono essere influenzati anche dall’ambiente in cui vive il bambino. Ad esempio, lo stile genitoriale (come genitori eccessivamente apprensivi o emotivamente distaccati), l’esposizione a cambiamenti (come la nascita di un fratellino o una sorellina, un trasferimento o un lutto), esperienze stressanti o addirittura traumatiche possono contribuire allo sviluppo di comportamenti internalizzanti (come insicurezza, mutismo, isolamento sociale, ansia, paura o tristezza) o esternalizzanti (come risposte di allarme esagerate, aggressività, bullismo, litigi) (Achenbach & Rescorla, 2000; Shonkoff et al., 2012).
Non dimentichiamo, inoltre, che alcuni comportamenti che sfidano possono essere appresi. Ciò significa che i bambini imparano che fare i capricci porta loro il risultato desiderato.
Sebbene un bambino che fa fatica a controllare le proprie emozioni potrebbe non “calcolare” consapevolmente e intenzionalmente i propri capricci, potrebbe ricorrervi perché non ha imparato un modo migliore per risolvere i problemi o comunicare i propri bisogni. I genitori benintenzionati spesso rispondono ai capricci confortando il bambino o dandogli qualsiasi cosa chieda. Sfortunatamente, questo rafforza il comportamento capriccioso, rendendo i bambini più propensi a continuare ad avere capricci e meno propensi a sviluppare modi più evoluti per gestire le proprie emozioni.
Fattori socio-culturali
Fattori quali le aspettative degli insegnanti o di chi si prende cura di loro, aumento delle richieste scolastiche dopo le prime classi, possono avere un impatto sui comportamenti dei bambini. Aspettative diverse possono verificarsi anche quando un bambino si sposta da un ambiente all’altro (casa, asilo nido, scuola, casa dei nonni ecc.).
Quando dovrei chiedere aiuto?
La maggior parte dei bambini mostra occasionali comportamenti che sfidano. Agire in modo aggressivo quando è ora di andare a letto o di smettere di giocare può essere – per così dire – normale. Ma quando i bambini fanno spesso i capricci, o sembrano spesso incapaci di controllare il loro temperamento in vari contesti di vita, un comportamento difficile potrebbe essere il segnale di “qualcosa di più”.
Ecco alcuni segnali a cui prestare attenzione:
- un comportamento interferisce con la capacità del bambino di fare amicizia o di andare d’accordo con i coetanei
- un comportamento causa costanti conflitti in casa e sconvolge la vita familiare
- il bambino sente di non riuscire a controllare la sua rabbia e questo lo fa sentire a disagio con se stesso
- il comportamento crea problemi a scuola con insegnanti e compagni di classe
- il comportamento è pericoloso per se stessi stessi o per gli altri.
Comprendere che il comportamento è comunicazione può essere fondamentale per riconoscere e affrontare i comportamenti più difficili dell’infanzia. Concentrandoci sul miglioramento delle capacità comunicative dei nostri bambini, possiamo affrontare le cause profonde dei comportamenti che sfidano e sentirci genitori più sereni.
