Uno studio rivela che i ricordi traumatici sono elaborati come esperienza presente e non come ricordi, offrendo nuove informazioni per il trattamento del PTSD
The Strange Situation, di Davide Osenda. Il famoso esperimento di Mary Ainsworth per determinare il tipo di attaccamento, raccontati in una graphic novel%%page%%
Si chiama Consumer Psychology and E-Commerce Checkouts ed è la nuova infografica creata da Voucher Cloud per indagare gli acquisti online - Psicoeconomia
Una interessante infografica sugli effetti dell'utilizzo dei social networks sul nostro modo di rappresentarci e sulle tendenze al narcisismo. Psicologia
Anche le emozioni influenzano il nostro modo di pensare, e non solo il contrario. Secondo un nuovo studio siamo più propensi a elaborare le informazioni in modo analitico se siamo di cattivo umore.
A livello clinico è noto che un processamento analitico può essere un fattore di mantenimento dei sintomi depressivi. E in particolare secondo un nuovo studio l’umore di un individuo può influenzare il modo in cui percepisce ed elabora le informazioni provenienti dai media, in altre parole la pubblicità.
Quindi un tono dell’umore negativo favorirebbe un processamento analitico, mentre un tono dell’umore positivo porterebbe con più facilità a un processamento olistico.
Cosa si intende per olistico e analitico? Se parliamo di stili di processamento, gli analitici si focalizzano per gran parte su singoli e specifici elementi considerandoli isolati rispetto al loro contesto; viceversa, gli olistici generalmente elaborano complessivamente l’insieme degli stimoli proposti nel loro contesto come un tutt’uno.
I risultati dei due studi pubblicati su Journal of Advertising dimostrano che i soggetti che processano le informazioni a livello analitico hanno punteggi minori nel riconoscimento degli stimoli (impegnati in un setting multitasking) rispetto agli individui con stile olistico. Inoltre, vi sarebbero anche effetti a livello mnestico con una maggiore prestazione in termini di recupero mnestico di stimoli pubblicitari da parte degli individui con propensione all’elaborazione olistica.
PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE PER ISTITUIRE SERVIZIO DI PSICOLOGIA DEL TERRITORIO. BENDINELLI: “INIZIATIVA CHE SOSTENIAMO CON CONVINZIONE PER I BENEFICI CHE ASSICURA AI CITTADINI”
[blockquote style=”1″]E’ una proposta che proviene da chi conosce più da vicino le problematiche e i malesseri delle nostre comunità e che meglio di chiunque altro è in grado di interpretare i bisogni dei nostri cittadini. Per questo è una iniziativa che ha il nostro convinto sostegno e che io mi faccio carico di seguire personalmente nel suo iter di approvazione[/blockquote]
Con queste parole l’assessore regionale alle politiche sociali, Davide Bendinelli, ha salutato oggi a palazzo Balbi, sede della Giunta veneta, i promotori della proposta di legge di iniziativa popolare che prevede l’istituzione del servizio di psicologia del territorio nel Veneto.
Sono tre i consigli comunali che hanno approvato, con proprie deliberazioni, la proposta elaborata dall’Ordine regionale degli psicologi: in primis quello di Zevio, in provincia di Verona, il cui sindaco, Diego Ruzza, è anche componente dell’Ordine, e successivamente quelli di Casier, in provincia di Treviso e San Martino di Lupari in provincia di Padova.
“Confidiamo che in tempi ragionevoli, nella prossima legislatura, questa legge venga approvata – ha detto il sindaco Ruzza – e che possa essere presto operativo nei territori un servizio in grado di dare risposte in tempi rapidi ai sempre più evidenti e diffusi problemi di natura psicofisica delle persone. Colmeremmo così un vuoto che viene percepito innanzi tutto dalla stessa cittadinanza e daremmo risposta a un fenomeno amplificatosi notevolmente in questi ultimi anni per effetto della crisi economica, che è causa di gravi disagi sociali che spesso, come purtroppo testimoniano le cronache, sfocia in veri e propri drammi”.
Ruzza ha specificato che lo “Psicologo del Territorio” non si occuperà solo di interventi sul disagio, ma sarà soprattutto un supporto in tema di prevenzione e di sviluppo del benessere: “Ci piace pensare – ha detto – che questa figura sia una vera e propria sentinella della salute psicofisica nel territorio”.
Nella proposta di legge vengono individuate più di dieci attività che lo psicologo potrebbe svolgere: dagli interventi sulle fragilità sociali al sostegno familiare, dal supporto alle associazioni sportive all’orientamento per gli adolescenti.
Il primo cittadino di San Martino di Lupari, Gerry Boratto, sottolineando a sua volta l’utilità di un servizio di psicologia nei territori, ha evidenziato come i sindaci oggi ricevano tantissime persone che hanno bisogno di parlare e che vivono in una sorta di isolamento non tanto fisico quanto di relazioni. “Emergono in modo sempre più preoccupante – ha spiegato – malesseri subdoli, talvolta persino sconosciuti alle stesse persone che ne sono vittima; ma anche fenomeni sempre più difficili da arginare, come la ludopatia”.
Infine, il presidente dell’Ordine degli psicologi del Veneto, Alessandro De Carlo, ha affermato che questa proposta “amplia il concetto di sanità nel Veneto” e ha evidenziato l’importanza di sostenere l’istituzione di questa figura attraverso un percorso condiviso con tutti i soggetti professionali e istituzionali a cui è affidata la cura della salute dei cittadini: “la Regione – ha concluso – si doterà così di uno strumento all’avanguardia per aiutare la cittadinanza a investire nella prevenzione, con importanti benefici, come dimostrato da studi ed esperienze, anche da un punto di vista del risparmio economico”.
Il Servizio Sanitario Nazionale affronta la sfida della carenza di psicologi, puntando su nuovi strumenti e riforme per rafforzare la salute mentale in Italia
Un report dal convegno sul tema dello psicologo di base nella regione Puglia, dal titolo “Psicologia di base: linee programmatiche e prospettive di sviluppo”
"Buongiorno dottore, come sto questa mattina?" racconta il movimento verso un orientamento umanistico e globale nella psichiatria dopo la legge Basaglia
In occasione della Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla contro i Disturbi Alimentari una riflessione sui dati e sulle strutture per la presa in carico
In psicologia clinica, l’ipocondria è caratterizzata dall’ interpretazione erronea di segni e sintomi fisici come segnale di una grave patologia, senza che un’accurata valutazione medica abbia identificato motivi sufficienti per giustificare questi timori.
Chi soffre di ipocondria non ha convinzioni così esagerate da sfociare nel vero e proprio delirio, riconosce spesso che i propri timori sono esagerati e che potrebbe non avere alcuna malattia.
La prima caratteristica psicologica dell’ipocondriaco è la caccia alla malattia.
L’attenzione dell’ipocondriaco è completamente focalizzata a scannerizzare le proprie sensazioni corporee o segni fisici e a produrre dubbi sulla loro origine con il risultato di trovarne. La preoccupazione riguardo la propria salute è costante, tendenzialmente catastrofica e difficile da regolare. La persona fatica a pensare ad altro o a non dare importanza ai propri dubbi di malattia.
La seconda caratteristica psicologica è la ricerca di rassicurazioni.
La persona può consumare tempo in esami medici, verifiche e richieste di opinioni ad altre persone, ricerche su internet dei significati dei sintomi. Questa ricerca di rassicurazioni produce solo un sollievo limitato nel tempo, fino al prossimo dubbio, ancora più grave che può emergere naturalmente nella mente della persona.
Morire di paura è possibile? a quanto pare si! – Video-
Quando qualcosa ci spaventa il nostro corpo rilascia una scarica di adrenalina che porta a un’accelerazione del battito cardiaco. Quando però un cuore è troppo debole cosa succede? Si può davvero morire di paura? AsapSCIENCE prova a dare una risposta, spiegandoci cos’è la paura attraverso un nuovo divertente video pubblicato on line:
But when the scare is especially strong, or the heart especially weak, the person’s heart can become overwhelmed and unable to keep up with the adrenaline-triggered increase in heart rate, which could cause the heart to stop entirely. It’s very rare, however, that this happens in people with healthy hearts, so no need to be scared if you’re in good health.
La preoccupazione e la paura sono associate ad una maggiore vulnerabilità alle fake news e alla propensione alla condivisione di informazioni sanitarie
Gli esseri umani possono lasciarsi sopraffare dalla paura se imparano a temere le cose sbagliate: vedere un predatore in ogni cosa ha dei costi esorbitanti
Avere paura è sempre utile? O ci sono casi in cui si rivela più pericolosa del rischio stesso? Il nuovo libro di Daniel T. Blumstein prova a rispondere
Il libro 'Mostri di casa' di Eleonora Marton affronta la paura del buio che molti bambini sperimentano in modo da aiutarli a superarla senza però svalutarla
La rievocazione della paura provata in precedenti esperienze consente di poter evitare possibili pericoli o di affrontare in modo efficace situazioni simili
La Sindrome di Urbach-Wiethe è caratterizzata dall'inconsapevolezza dell’emozione della paura, rendendo il soggetto facile preda di comportamenti a rischio
"Il domatore del vento" aiuta i bambini a capire che possono vincere le loro paure e gli adulti a favorire lo sviluppo dell'intelligenza emotiva nei bambini
I fear appeals sono un tipo di comunicazione che si serve della paura suscitata nel destinatario per promuovere un cambiamento positivo nello stile di vita
Una delle paure più diffuse nei bambini è la paura del buio. Uno studio ha confrontato l'efficacia della CBT e dell'ACT in un gruppo di piccoli partecipanti
"Paura, panico, contagio", un libro che sottolinea come i meccanismi protettivi emersi per la paura del Covid-19 possano diventare essi stessi nocivi
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Disturbo ossessivo-compulsivo: le strategie mentali inconsapevoli
L’attuazione di certi processi mentali (monitoraggio dei pensieri, rimuginio, ruminazione) possono consumare le risorse mentali e ostacolare l’efficienza delle funzioni attentive, piuttosto che attribuire queste ultime a un deficit strutturale.
Uno degli aspetti che caratterizza il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è la tendenza a porre eccessiva attenzione ai propri pensieri intrusivi (ossessioni). Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona. Questa difficoltà è spesso stata attribuita a un deficit strutturale dell’attenzione e della memoria. Le persone con Disturbo Ossessivo-Compulsivo sarebbero meno capaci di usare la propria attenzione per selezionare stimoli diversi dalle proprie ossessioni ma anche da stimoli ambientali che le richiamano.
Un recente studio (Koch & Exner, 2014) ha mostrato una possibile spiegazione alternativa. La difficoltà di attenzione selettiva potrebbe non essere imputabile a un deficit ma a strategie mentali che i pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo adottano senza rendersene pienamente conto.
Questo avviene perché si tratta di abitudini automatizzate. In particolare la tendenza a prestare molta attenzione ai propri pensieri (cognitive self-consciousness, CSC), il rimuginio e la ruminazione risultano aspetti mentali con un impatto significativo sull’attenzione selettiva e capaci di spiegare la differenza nell’attenzione selettiva tra pazienti con Disturbo Ossessivo-Compulsivo, pazienti depressi e adulti sani.
In sintesi, questi risultati supportano l’assunzione che l’attuazione di certi processi mentali (monitoraggio dei pensieri, rimuginio, ruminazione) possono consumare le risorse mentali e ostacolare l’efficienza delle funzioni attentive, piuttosto che attribuire queste ultime a un deficit strutturale.
Tra i soggetti obesi sono state riscontrate frequenti comorbidità psichiatriche con disturbi dell’umore, disturbi d’ansia, disturbi del comportamento alimentare, disturbi di personalità ed uso di sostanze.
Sovrappeso e obesità sono definiti come un accumulo anomalo o eccessivo di grasso che rappresentano un rischio per la salute. L’Indice di massa corporea (BMI) è un indice di peso-per-altezza comunemente utilizzato per classificare il sovrappeso e l’obesità. Esso è definito come peso di una persona in chilogrammi diviso il quadrato della sua altezza in metri (kg/m2). Un BMI maggiore o uguale a 25 indica sovrappeso, mentre un BMI maggiore o uguale a 30 indica obesità.
Secondo la World Health Organization (WHO) la prevalenza dell’obesità a livello mondiale è quasi raddoppiata tra il 1980 e il 2014. Nel 2014, circa il 13% della popolazione mondiale adulta (11% uomini, 15% di donne) è risultata obesa e il 39% (38% uomini, 40% donne) in sovrappeso. Nell’Unione Europea il sovrappeso colpirebbe il 30-70% degli adulti mentre l’obesità colpirebbe il 10-30% degli adulti.
In Italia, secondo il rapporto Osservasalute 2013, il 35,6% della popolazione adulta è in sovrappeso mentre il 10,4% è obesa.
La prevalenza del sovrappeso e dell’obesità cambia a seconda delle regioni di residenza (le regioni meridionali presentano la prevalenza più alta di persone obese e in sovrappeso), dell’età (la percentuale di popolazione in eccesso ponderale cresce all’aumentare dell’età per diminuire leggermente dopo i 75 anni) e del genere (l’eccesso ponderale è più diffuso tra gli uomini).
L’obesità risulta associata a un maggior rischio di morbidità e mortalità, peggiore Qualità di Vita (QdV), elevato rischio di malattie cardiovascolari, diabete, alcuni tipi di cancro (ad esempio colon, seno, endometrio), disturbi muscolo scheletrici, come anche a conseguenze sul piano sociale (pregiudizio, discriminazione, problemi occupazionali e relazioni insoddisfacenti) e psicologico (bassa autostima, preoccupazioni eccessive per le forme corporee) (van Hout & van Heck, 2009).
Appare evidente come l’obesità rappresenti un quadro clinico di elevata complessità con significativo impatto a livello individuale e sociale.
Tra i soggetti obesi, soprattutto con obesità grave, sono state riscontrate frequenti comorbidità psichiatriche con disturbi dell’umore (ad esempio disturbo depressivo maggiore e distimia), disturbi d’ansia (ad esempio fobia sociale e disturbo d’ansia generalizzato), disturbi del comportamento alimentare (in particolare binge eating disorder e più in generale comportamento alimentare con diete e controllo rigido alternato a disinibizione e binge eating, iperalimentazione non compulsiva come frequenti spuntini con cibi e bevande caloriche), disturbi di personalità (istrionico, borderline e schizotipico) ed uso di sostanze (Malik, Mitchell, Engel, Crosby, & Wonderlich, 2014; Sarwer, Wadden, & Fabricatore, 2005; van Hout & van Heck, 2009).
In merito ai trattamenti volti alla riduzione di peso nei casi di obesità grave (BMI ≥ 40), dalla letteratura emerge come vi sia uno scarso effetto a lungo termine dei trattamenti non chirurgici quali diete, modificazioni comportamentali, esercizio fisico e farmacoterapia (Sarwer et al., 2005; van Hout & van Heck, 2009). Sebbene tali trattamenti producano una riduzione iniziale di peso, la quale può influire positivamente sulla salute e lo stato psicosociale dei soggetti con obesità moderata, potrebbero avere risultati meno consistenti nei soggetti con obesità grave.
In questi ultimi il trattamento più diffuso è la chirurgia bariatrica, ossia interventi chirurgici volti alla riduzione ponderale. Fanno parte di tali interventi: interventi di riduzione gastrica (hanno lo scopo di ridurre il volume gastrico e di provocare una sazietà precoce), interventi di malassorbimento (hanno lo scopo di provocare un malassorbimento intestinale riducendo la superficie di assorbimento dell’intestino tenue) ed interventi di lipectomia (interventi demolitivi diretti del tessuto adiposo solitamente riservati a pazienti che hanno subito interventi di restrizione o malassorbimento).
Diversi studi si sono occupati degli effetti post-operatori degli interventi bariatrici. Sebbene la chirurgia bariatrica non intervenga sulle cause dell’obesità grave, produce una significativa diminuzione del peso in eccesso (40-60%), un miglioramento della comorbidità psichiatrica (effetto positivo sull’ andamento e l’esito di alcune condizioni quali disturbo bipolare, schizofrenia, sintomi depressivi), del comportamento alimentare (maggiore senso di controllo del cibo, riduzione delle abbuffate ed emotional eating), del funzionamento sociale (miglioramenti nella soddisfazione coniugale, relazioni sociali, funzionamento sessuale, ambito lavorativo, incremento del supporto sociale), della percezione dell’immagine corporea e della qualità di vita (Sarwer et al., 2005; van Hout, Boekestein, Fortuin, Pelle, & van Heck, 2006; van Hout & van Heck, 2009).
Tuttavia tali miglioramenti, in particolare del comportamento alimentare e il calo ponderale, sembrano concentrarsi nei primi due anni post-operatori per poi diminuire con il passare del tempo. Inoltre, non tutti coloro che si sottopongono ad un intervento di chirurgia bariatrica sperimentano gli stessi cambiamenti e nella stessa entità; per di più alcuni soggetti riportano nel breve termine una sensazione di perdita di controllo sul cibo, frequenti spuntini con cibi calorici, ritorno ai pattern alimentari pre-operatori, emotional eating e aumento dei sintomi psichiatrici (Sarwer et al., 2005; van Hout & van Heck, 2009).
Report dal convegno: La grave obesità:dal corpo alla mente
Alla luce di ciò diversi autori si sono interrogati su quali possano essere i fattori alla base dei diversi outcomes, ma ad oggi la letteratura a riguardo è contrastante.
In merito alla sensazione di perdita di controllo sul cibo uno studio di White e colleghi (2010), su un gruppo di soggetti obesi sottoposti ad intervento bariatrico, ha mostrato come la perdita di controllo sul cibo pre-operatoria non era legata alla diminuzione di peso post-operatoria e al funzionamento psicosociale. Al contrario, la perdita di controllo sul cibo dopo l’intervento era negativamente correlata con la perdita di peso a dodici e ventiquattro mesi dall’ intervento.
Inoltre, il gruppo di pazienti con elevata perdita di controllo sul cibo post-operatoria riportava elevati livelli di sintomi depressivi e disturbi alimentari, e bassi livelli di QdV.
Alcuni studi mostrano come la presenza di una psicopatologia pre-operatoria (disturbi alimentari, di personalità e depressione) sia associata ad una scarsa perdita di peso dopo l’intervento. Altri studi però non rilevano tale dato (Malik et al., 2014).
Kalarchian e colleghi (2008), in uno studio volto a documentare la relazione tra disturbi psichiatrici pre-operatori (diagnosticati attraverso la SCID) ed effetti del bypass gastrico, hanno trovato che la presenza lifetime di un disturbo di Asse I (in particolare disturbi dell’umore e d’ansia) era associata con una scarsa riduzione del BMI a sei mesi dall’intervento. Mentre, la relazione tra una diagnosi attuale di un disturbo di Asse I o II e il cambiamento del BMI a sei mesi dall’intervento di bypass gastrico non era statisticamente significativa.
Un altro fattore coinvolto sarebbe la capacità dei soggetti di modificare il loro comportamento alimentare e lo stile di vita a seguito dell’operazione chirurgica. Una review di van Hout e van Heck (2009) mostra che coloro che non riescono a attuare un regime alimentare rigoroso, praticare esercizio fisico e incrementare le abilità di coping per diminuire gli episodi di emotional eating possono andare incontro ad una precoce interruzione della perdita di peso, a riacquistare peso, a disturbi alimentari, a sintomi psicopatologici e deterioramento della QdV.
Pertanto, la compliance e il successo dell’intervento bariatrico possono essere in parte influenzati da fattori psicologici, sociali, comportamentali e di personalità. Per questo motivo, sarebbe importante identificare quali specifici fattori sono rilevanti per ogni paziente al fine di un suo miglioramento dopo l’intervento.
Ciò implica che l’operazione chirurgica è solo uno degli elementi coinvolti nel trattamento dell’obesità e, al fine di aumentare la compliance ed ottenere un successo post-operatorio, potrebbe essere utile un’adeguata valutazione psicologica e psicopatologica mirata a sviluppare interventi personalizzati.
Infine, sebbene la chirurgia bariatrica non sia controindicata in caso di un disturbo psichiatrico, un adeguato trattamento pre-operatorio e un sostegno psicologico post-operatorio dovrebbero essere forniti al fine di aumentare il successo a lungo termine di queste operazioni e ridurre il rischio di complicanze.
Obesità. Dati epidemiologici. (2014, ottobre 16). Consultato in data Gennaio 28, 2015, da Epicentro: http://www.epicentro.iss.it/problemi/obesita/EpidItalia.asp.
Con l’aiuto di buste chiuse da aprire soltanto all’arrivo del piatto, le diverse portate consentono ai commensali di rendersi conto di credenze stereotipate e ancestralmente radicate nelle nostre menti riguardo i cibi nei loro sapori, consistenze e rumori mentre li assaporiamo.
Sono sicura che gli psicologi che vivono il cibo e la cucina come momenti di curiosa esperienza sensoriale avranno pensato spesso al fenomeno della sinestesia. Da quest’anno e fino al mese di giugno 2015 un gruppo di creativi culinari, un team composto da neuroscienziati cognitivi e chef, che ha deciso di chiamarsi Kitchen Theory organizza una serie di esperienze sinestetiche con alla base il cibo! Una sequenza di ben sette portate studiate a tavolino per amplificare i sensi!
La sinestesia è una sorta di fenomeno di migrazione sensoriale e percettiva tale per cui un suono si trasforma in un colore (dall’udito alla vista) o le parole vengono percepite come sapori.Lo chef Josef Youssef insieme ad alcuni psicologi del Cross Modal Department Oxford University tenta di ricreare esperienze sinestesiche attraverso il cibo in un’ottica di alta cucina sperimentale.
Con l’aiuto di buste chiuse da aprire soltanto all’arrivo del piatto, le diverse portate consentono ai commensali di rendersi conto di credenze stereotipate e ancestralmente radicate nelle nostre menti riguardo i cibi nei loro sapori, consistenze e rumori mentre li assoporiamo.
Cubi sensoriali a tavola e suoni diversificati accompagnano l’esperienza della cena con la finalità di illustrare la relazione tra la percezione dei colori e il gusto, piuttosto che l’effetto del linguaggio e dei suoni sulla percezione visiva del cibo, e ovviamente la relazione tra le sensazioni tattili, gusto e consistenze degli alimenti.
Simpatici anche i nomi delle portate, tra cui per esempio “Believe Nothing of What you Hear”, che mettono in guardia dai nostri preconcetti da degustazione.
Se vi trovate dalle parti di Londra, potete prenotare questa curiosa cena dal giovedi al sabato presso il Food Incubator, Maida Hill Place.
Consapevolezza corporea: Neglect, Anosognosia e Somatoparafrenia
La mancanza di consapevolezza del proprio deficit, o il disinteresse verso le sue conseguenze, rappresentano un grave ostacolo alla riabilitazione e influenzano sicuramente la qualità della vita sia del paziente che dei suoi familiari.
“Giuro su Dio, su quello che vuole, che io non… Uno dovrebbe saper riconoscere il proprio corpo, cos’è e cosa non è suo. Ma questa gamba, questa cosa,” ebbe un altro brivido di ripugnanza “non mi convince, non la sento vera… E poi non mi sembra una parte di me.”
Un giovane Oliver Sacks, chiamato urgentemente per un consulto, arriva in una camera di ospedale e trova questo signore, terrorizzato e disgustato, che gli rivolge queste parole. Il paziente afferma di aver trovato nel suo letto una gamba recisa; dopo essersi dato come unica spiegazione plausibile quella di uno stupido scherzo fatto da qualcuno appartenente allo staff dell’ospedale, scocciato, decide di buttarla giù dal letto. Ma insieme alla gamba cade dal letto anche lui. La gamba, infatti, era la sua.
Nel breve resoconto riportato dallo stesso Oliver Sacks nel libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello” non è riportata la causa del ricovero o gli sviluppi della situazione clinica. Ma è davvero possibile non riconoscere una parte del proprio corpo? Possiamo essere addirittura disgustati dalla nostra gamba o dal nostro braccio?
Il senso di noi stessi, il modo in cui il corpo vede se stesso, è mediato dalla propriocezione. Insieme al sistema visivo e al sistema vestibolare, essa collabora a restituirci il senso del corpo. Da un punto di vista neuroanatomico tale fenomeno integra componenti che vanno dal sistema nervoso periferico alla corteccia cerebrale passando per strutture sottocorticali. La parte sinistra della corteccia somatosensoriale sembra avere un ruolo maggiore per quanto riguarda l’orientamento del corpo, mente quelle destra è più legata a tutti quei fenomeni relativi alla consapevolezza corporea. L’emisfero destro, infatti, sembra avere un ruolo pregnante nell’integrazione somatosensoriale per quanto riguarda gli stimoli dell’emisoma controlaterale ma anche per quelli dell’emisoma ipsilaterale.
La Negligenza Spaziale Unilaterale (NSU) rappresenta una condizione nella quale, in seguito a una lesione cerebrale, il paziente perde la capacità di esplorare l’emicampo visivo controlaterale alla lesione (il neglect è più frequente e più grave con lesioni nell’emisfero destro, di conseguenza l’emicampo “negato” è quello sinistro). Il paziente con neglect personale perde la consapevolezza dell’emisoma controlesionale. I pazienti possono presentare un neglect grave, medio o lieve con maggiore o minore consapevolezza. Nei casi gravi è presente una forte componente di anosognosia (mancanza o scarsa consapevolezza di un deficit motorio o cognitivo, senza che sia necessariamente correlato a un deficit intellettivo) e molto spesso anosodiaforia (ovvero assenza di preoccupazione per la malattia). Naturalmente non si parla di fenomeni “tutto-o-niente” ma il grado di consapevolezza può variare lungo un continuum.
Il termine misoplegia è stato coniato da Critchley e si riferisce alla condizione di odio o disgusto che il paziente prova verso l’arto plegico. Manifestazioni minori di questa condizione possono essere le aggressioni verbali rivolte all’arto, ma comunemente la misoplegia comprende atti fisici rivolti contro l’arto plegico.
La somatoparafrenia, invece, è una forma di asomatognosia che si manifesta come un delirio selettivo verso l’arto plegico o paretico. Nonostante la connotazione delirante non si associa ad altri sintomi o disturbi psichiatrici. E’ un sintomo produttivo spesso associato a neglect extra-personale che fortunatamente risulta essere acuto e fluttuante. Il vissuto esperito dal paziente può essere definito “non-belonging feeling” in quanto egli non riconosce come proprio l’arto plegico che viene solitamente attribuito a un parente, a un familiare, al medico. Tale sintomo compare solo se il paziente viene interrogato quindi il suo tasso di prevalenza può non essere veritiero. Inoltre il paziente persiste nelle sue credenze trovando giustificazioni che vadano a confermare la convinzione di non appartenenza dell’arto che gli viene mostrato o fatto toccare.
La somatoparafrenia si manifesta spesso in associazione con l’eminegligenza spaziale unilaterale, l’emiplegia e l’anosognosia; non è ancora ben chiaro se somatoparafrenia e anosognosia siano dissociabili o meno. In un recente studio Invernizzi et al. (2013) hanno riscontrato, su un campione di 75 pazienti, 5 casi di somatoparafrenia senza anosognosia per l’emiplegia. Da un punto di vista neuroanatomico le aree coinvolte non erano assolutamente sovrapponibili a quelle dei pazienti che presentavano anosognosia per l’emiplegia. Infatti mentre nella somatoparafrenia sembrano essere maggiormente danneggiate aree sottocorticali, i fasci di sostanza bianca e la corteccia orbito-frontale (Feinberg et al., 2010), nell’anosognosia per l’emiplegia sembrano coinvolte aree frontali e pre-frontali. La frequente co-presenza dei due sintomi può essere ricondotta al grado maggiore o minore di sovrapposizione delle aree coinvolte; sicuramente sono più rari i casi in cui vengono per così dire “risparmiati” i lobi frontali.
Un ulteriore studio condotto da Gandola e collaboratori (2012) mostra come, oltre ad essere coinvolte le aree corticali solitamente associate alla NSU (quindi la corteccia fronto-temporo-parietale destra), i pazienti somatoparafrenici mostravano lesioni aggiuntive alla sostanza bianca e ad alcune aree sottocorticali (talamo, gangli della base e amigdala) e ad altre aree corticali come il giro frontale inferiore, il giro post-centrale e l’ippocampo. Il coinvolgimento delle strutture corticali profonde e sottocorticali potrebbe essere correlato al ridotto senso di familiarità che questi pazienti esperiscono verso il proprio arto plegico.
Esperimento della mano di gomma. Rubber Hand Illusion
Tuttavia non sembrano ancora chiari i meccanismi funzionali alla base della somatoparafrenia e quali siano i punti in comune e non con l’anosognosia. Inoltre non sono stati ancora approfonditi i motivi per cui la somatoparafrenia è un sintomo così fluttuante: probabilmente entrano in gioco meccanismi di plasticità corticale. Manipolazioni sperimentali, anche di tipo verbale, potrebbero portare ad una maggiore comprensione della condizione e del vissuto del paziente.
La mancanza di consapevolezza del proprio deficit, o il disinteresse verso le sue conseguenze, rappresentano un grave ostacolo alla riabilitazione e influenzano sicuramente la qualità della vita sia del paziente che dei suoi familiari.Proprio per questo motivo è importante conoscere e riconoscere queste situazioni, quindi sviluppare strumenti adeguati per la loro rilevazione; in questo modo sarà possibile intervenire e ricercare le strategie più adeguate al fine di migliorare la condizione del paziente e di chi gli sta vicino.
Sacks, O. L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. (1985). Gli Adelphi.
La Terapia Metacognitiva Interpersonale e le domande stupide
Il senso di direzione e di obiettivo condiviso con il paziente, la possibilità di trasmettere al paziente qual è il vero focus terapeutico, ovvero un modo diverso e non intellettualistico di raccontarsi e di vivere come potrebbe essere nel caso della TMI, oppure – come è già nel caso della MCT – un modo diverso di gestire l’attenzione, danno alla terapia una forte marcia in più e diminuiscono il senso di caoticità insito in tutte le terapie.
La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) di Dimaggio, Popolo e Salvatore è uno dei modelli cosiddetti di terza ondata che negli ultimi anni stanno cambiando il modo di fare terapia. Ho potuto, durante l’ultimo fine settimana, godermi l’esposizione diretta del modello da parte di uno dei tre autori in persona, Raffaele Popolo. È stato un bel seminario, stimolante e anche divertente (VEDI EVENTO). Sono emerse le differenze tra la TMI e la MCT di Wells, ma anche rispetto alle fasi precedenti di sviluppo della TMI, quando ancora non aveva un nome proprio ed era il prodotto del gruppo coordinato da Antonio Semerari e del Terzo Centro, dove lavoravano Dimaggio e Popolo.
Rispetto alla fase precedente, la TMI presenta una maggiore enfasi sugli elementi metacognitivi. In particolare, almeno dal mio punto di vista, nella TMI si accentua l’intervento di modifica dei processi di pensiero. Per Dimaggio e i suoi collaboratori, il problema funzionale dei pazienti con disturbo di personalità e/o psicotico (i bersagli clinici preferiti della TMI) è uno stile di pensiero peculiarmente intellettualizzato, astratto, generico e al tempo stesso contorto, in certo senso ideologico e poco capace di descrivere con semplicità i propri stati mentali e –ancor meno- quelli altrui. Questa disfunzione gioca nella TMI lo stesso ruolo che gioca la disfunzione attentiva nella Metacognitive Therapy (MCT) di Wells. E, come accade nella MCT di Wells, il riaddestramento della TMI mira a ricostruire uno stile di pensiero congruo ed emozionalmente regolato.
Non è solo teoria. Dimaggio e collaboratori hanno fatto passi avanti nella capacità di concepire e gestire un protocollo efficiente. Hanno capito l’importanza terapeutica di un modello di funzionamento condiviso con il paziente. Non è ancora chiaro quanto abbiano capito come faccia bene alla terapia condividere in maniera insistente ed esplicita questo modello con il paziente. Mentre nelle spiegazioni di Popolo l’importanza del modello era chiara, negli spezzoni audio di seduta sembrava che il terapista tendesse ad agire in maniera più coperta, alla Fonagy, ovvero guidando delicatamente il paziente verso la costruzione dello stile di pensiero più funzionale ma senza descrivere con chiarezza dove si va a parare. O almeno non subito.
In altre parole, Dimaggio, Popolo e Salvatore danno molta importanza alle cosiddette “domande stupide”, domande che essi oppongono alle elucubrazioni astratte dei loro pazienti incoraggiandoli a essere più concreti e precisi nei loro discorsi, a preferire la descrizione accurata delle situazioni e degli stati mentali piuttosto che offrire generiche spiegazioni intellettualizzanti. Questo si ottiene attraverso domande volutamente semplici e concrete.
Per esempio, di fronte a un paziente paranoico che ammannisce la sua visione ostile e diffidente degli altri, magari espressa nella forma povera, irrigidita e stereotipata di un proverbio come potrebbe essere “fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio” oppure ingannevolmente ricca ma al fondo altrettanto misera di logorroiche considerazioni sapienziali sulla miseria umana, il terapista TMI oppone costantemente domande come: “mi può fare un esempio in cui le è capitato di pensare queste cose?” “mi può raccontare una situazione che le ha fatto pensare queste cose che mi ha detto?” “Mi scusi, prima di volermi spiegare il senso di questo episodio, mi dica: quando è avvenuto tutto questo? Che periodo era? Che giorno? Dove di trovava? Chi c’era con lei?” e così via. L’obiettivo non è confutare il paziente, ma accompagnarlo a una visione più complessa degli episodi che vada oltre i suoi stereotipi, incoraggiandolo a produrre narrazioni, racconti, memorie autobiografiche la cui ricchezza emotiva e interpersonale non possa essere ingabbiata in un proverbio popolare o in una visione ideologica del mondo.
Questa, ripeto, è la parte più interessante. Che andrebbe forse accentuata. Le porzioni del modello dedicate ai cicli interpersonali e alla relazione terapeutica, pur affascinanti, andrebbero a mio parere ridimensionate. In una visione scientificamente economica, riempirsi la testa di modelli interpersonali potrebbe essere controproducente per il terapeuta. In fondo un protocollo è sempre fatto di un’idea clinica semplice cui corrisponde un intervento altrettanto semplice che si può e si deve proporre e riproporre al paziente ripetutamente. Nel caso della TMI, l’intervento caratterizzante è questa idea delle domande “stupide” corroborata dall’ipotesi dello stile di pensiero non ideologico e non giudicante come cura ai processi disfunzionali del border, che tendono al generico razionalizzante.
Mi chiedo anche se sia proprio necessario somministrare questo intervento al paziente in una forma che mi pare prevalentemente non esplicita. Ovvero senza comunicare chiaramente al paziente che buona parte del suo problema è questo continuo elucubrare astratto (che della scuola di Sassaroli chiameremmo “rimuginare”), elucubrare che va interrotto sostituendolo con uno stile più vicino alla semplicità e all’immediatezza dell’esperienza emotiva.
Forse Dimaggio esercita già questo livello di condivisione esplicita con i suoi pazienti, o forse no.In uno stile di terapia protocollata, immagino che una seduta TMI dovrebbe iniziare sempre con la condivisione forte del modello, del tipo:
[blockquote style=”1″]Finora abbiamo visto che il suo problema è che, in situazioni per lei problematiche, lei si rifugia in uno stile di pensiero che abbiamo chiamato insieme intellettuale e astratto, pieno di spiegazioni, valutazioni e giudizi e povero di racconti e di vita; in questa terapia stiamo apprendendo a raccontare e rivivere le situazioni che la fanno soffrire in maniera meno giudicante e più narrativa. Anche in questa seduta la invito a raccontarmi alcuni episodi della settimana, stando attento al suo stile di pensiero e di racconto, oltre che agli episodi in sé…[/blockquote]
In uno stile più narrativo e rapsodico probabilmente il terapeuta non dà istruzioni, o non le dà sistematicamente e in maniera formalizzata a inizio seduta ma lascia le mosse d’apertura al paziente, riservandosi poi di aggiustare il tiro giocando più di rimessa, insomma reagendo al paziente in uno stile di guida “from behind”.
Un secondo accorgimento che forse differenzia una terapia protocollata da una più libera è la valutazione quantitativa effettuata in ogni seduta o quasi. Sono i famigerati “quindici questionari a seduta somministrati al paziente” che Dimaggio rimprovera a Wells. Non è così, il numero è più basso per fortuna. Fosse così, effettivamente l’accorgimento sarebbe inattuabile, oltre che intollerabilmente sadico e gravoso. In realtà il questionario è uno solo e consta di una decina di domande, domande del resto molto simili tra loro, che ben presto si riducono a due o tre e che occupano nel peggiore dei casi solo gli ultimi cinque minuti di seduta.
Una simile operazione, me ne rendo conto, è molto lontana dalla nostra esperienza di terapisti, non solo in Italia. Anche in UK si tratta di un accorgimento ancora non così diffuso al di fuori dei grandi centri universitari dove si fanno le terapie protocollate. Detto questo nella mia esperienza con l’MCT l’accorgimento, se eseguito bene, con autorevolezza e concisione – ovvero poche domande mirate che concentrano in due tre dati il livello di progresso del paziente- mi è diventato ben presto un alleato prezioso, da che mi era sembrato nei primi tempi un goffo tentativo di quantificazione e una sgradevole interruzione del flusso della conversazione.
Il senso di direzione e di obiettivo condiviso con il paziente, la possibilità di trasmettere al paziente qual è il vero focus terapeutico, ovvero un modo diverso e non intellettualistico di raccontarsi e di vivere come potrebbe essere nel caso della TMI, oppure – come è già nel caso della MCT – un modo diverso di gestire l’attenzione, danno alla terapia una forte marcia in più e diminuiscono il senso di caoticità insito in tutte le terapie.
Comprendo bene la possibile maggiore difficoltà di applicare questi accorgimenti ai pazienti TMI con disturbo di personalità, tendenzialmente meno alleati rispetto a quelli con disturbi emotivi di I asse. Comprendo anche che forse nel caso della TMI una scala di valutazione sarebbe più indicata di un questionarietto, trattandosi di valutare stili di pensiero e non metacredenze. Rimane il dubbio che parte delle difficoltà siano generate non solo da barriere create dal paziente, ma anche da una semplice disabitudine dei terapisti a gestire in maniera meno rapsodica e libera la seduta. Questi dubbi me li chiarirò nel prossimo seminario sulla TMI, stavolta condotto da Dimaggio in persona. Tenetevi in contatto.
Dimaggio, G., Semerari, A. (2007). I disturbi di Personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. Laterza, Bari.
La tristezza è un’emozione che manifestiamo in seguito a una serie di eventi sfortunati, dall’esito nefasto, rispetto ai quali non riusciamo a individuare nessuna possibile alternativa.
Oggi ci imbatteremo in un tortuoso sentiero di montagna, in discesa, che a un certo punto ci porta in una strada priva d’uscita. Cosa fare? Abbiamo perso la strada, non siamo in grado di ritrovarla e lo sconforto non mancherà ad arrivare. Capita nella vita di sentirsi senza nessuna alternativa percorribile al punto che, in alcune occasioni, abbandoniamo la speranza e la voglia di cercare. Chiaramente in quei momenti siamo pervasi da un unico stato d’animo: la tristezza.
La tristezza è un’emozione negativa che si sperimenta nel momento in cui perdiamo qualcosa di caro irrimediabilmente. A quel punto possiamo diventare molto tristi e continuiamo a ruminare in maniera autosvalutativa.
La tristezza è un’emozione che manifestiamo in seguito a una serie di eventi sfortunati, dall’esito nefasto, rispetto ai quali non riusciamo a individuare nessuna possibile alternativa. Quindi, quando perdiamo qualcosa a cui teniamo, l’umore precipita e ci critichiamo autosvaluatandoci per non aver saputo affrontare adeguatamente la situazione.
Di conseguenza la postura diventa ricurva, come se fosse di chiusura verso qualsiasi tipo di alternativa possibile, e la mimica facciale assume tratti caratteristici, come fronte corrugata, labbra piegate e sguardo perso nel vuoto.
Esistono agiti comportamentali che spesso accompagnano questa emozione, si tratta di crisi di pianto, catatonia, mancanza di voglia di mangiare e in estrema ratio di vivere. Tutto questo è accompagnato da continue lamentele e recriminazioni sempre rivolte verso se stesso, nella percezione di non aver fatto abbastanza a per questo di non avere alternative.
Una persona triste non ha più mordente sia da un punto di vista relazionale sia sociale, per questo preferisce la solitudine in cui continua a pensare e ripensare a quello che ha perso. L’intensità emotiva varia in base all’importanza data all’oggetto perso.
Quindi, se mi lascia il mio ragazzo/a chiaramente divento molto triste, se perdo il mio iPad, sono triste, ma meno intensamente. In ogni caso è uno stato passeggero, a meno che non si cristallizzi. A quel punto diventa uno stato patologico che può diventare qualcosa di più della tristezza: depressione.
Attenzione, la tristezza non è la depressione. Quest’ultima è una patologia molto più invasiva e quantitativamente più invalidante. Porta ad avere una visione negativa di se stessi, del mondo e degli altri. La depressione è uno stato che può protrarsi e che in alcuni casi sfocia in situazioni funeste. Dalla depressione non si esce con un atto di volontà, ma tramite psicoterapia e terapia farmacologica.
Insomma, essere tristi non significa essere depressi, per questo basta a volte un sorriso, anche forzato, per far migliorare il tono dell’umore. Ricordate cosa diceva Mary Poppins? <<Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giù, la pillola va giù. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, tutto brillerà di più!>>
Il Venerdì della Scuola Cognitiva di Firenze: riparte il ciclo di seminari ad ingresso gratuito
Sezione Toscana
Ciclo di Seminari
IL VENERDÌ DI SCF
I nostri seminari sono rivolti agli studenti della Facoltà di Psicologia ed ai giovani laureati che vogliano avvicinarsi alla Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale ed iniziare a conoscerne il funzionamento.
I Seminari si svolgono il primo venerdì di ogni mese dalle ore 10.00 alle 12.30 presso la sede SCF in Via delle Porte Nuove, 10 – Firenze.
INGRESSO GRATUITO
6 Marzo ore 10:00
“Terapia cognitiva in Adolescenza”
L’adolescenza è una fase di sviluppo che determina numerosi cambiamenti corporei, cognitivi e affettivi. Data la complessità dei mutamenti, l’adolescenza può configurarsi come una condizione di rischio per lo sviluppo di psicopatologia. Durante il seminario verranno affrontate le principali tappe dello sviluppo cognitivo e metacognitivo che portano alla costruzione dell’identità ed i quadri clinici che più frequentemente si riscontrano in psicoterapia cognitiva.
Dott.ssa Maria Sansone
Psicologa Psicoterapeuta
Centro Cognitivismo Clinico Sezione Infanzia e Adolescenza
Prossimi appuntamenti:
Venerdì 3 Aprile ore 10:00 – Il colloquio clinico in Adolescenza: valutazione e diagnosi. Dott.ssa Chiara Limina(Psicologa, Psicoterapeuta, socia SITCC)
Venerdì 8 Maggio ore 10:00 – La relazione terapeutica come strumento specifico in terapia cognitiva. Dott.ssa Linda Tarantino (Psichiatra, Psicoterapeuta, socia SITCC)
Venerdì 5 Giugno ore 10:00 – Dalla timidezza alla fobia sociale. Dott.ssa Linda Pagnanelli (Psicologa, Psicoterapeuta, socia SITCC)
Venerdì 3 Luglio ore 10:00 – Differenze tra CBT e DBT. Dott. Carmelo La Mela (Psichiatra, Psicoterapeuta, didatta SITCC)
Venerdì 4 Settembre ore 10:00 – Trauma e terapia EMDR. Dott. Gian Paolo Mazzoni (Psicologo, Psicoterapeuta, socio SITCC)
Venerdì 2 Ottobre ore 10:00 – L’evoluzione della terapia cognitiva attraverso il trattamento della depressione. Dott. Marco Baldetti (Psicologo, Psicoterapeuta, socio SITCC)
Venerdì 6 Novembre ore 10:00 – Approccio cognitivo nei disturbi di personalità. Dott.ssa Barbara Viviani (Psichiatra, Psicoterapeuta, socia SITCC)
Venerdì 4 Dicembre ore 10:00 – Le emozioni in terapia. Dott.ssa Annalisa Pericoli (Psicologa, Psicoterapeuta, socia SITCC)
Gioco d’azzardo patologico: quando la mente è convinta che vincere sia un gioco
Carlo Buonanno, docente e didatta della Scuola di Psicoterapia Cognitiva di Roma. www.apc.it
L’incrollabile fiducia nella propria esperienza, l’errore fatale di attribuire ad una serie continua di perdite il segnale che al prossimo lancio si vince, la scrupolosa cura nell’esecuzione di rituali e comportamenti superstiziosi, imperativi per una vincita sicura. Tutto nella mente del giocatore.
È di qualche settimana fa la notizia del suicidio di un trentaquattrenne della provincia di Mantova. Giovane padre “malato di videopoker”, vittima della solitudine imposta da una condizione clinica che nei paesi anglosassoni viene definita Gambling Disorder.
Sul sito del Dipartimento delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, le stime relative alla grandezza del gioco d’azzardo patologico ci informano su una forbice che varia dall’0,5 al 2,2% della popolazione generale. Un fenomeno che, se consideriamo il picco (1.329.211), interesserebbe una città italiana della grandezza di una metropoli. In altre parole, è come se gli abitanti di Milano si esponessero al rischio quotidiano di dilapidare il proprio patrimonio, in preda all’irresistibile desiderio di puntare denaro e garantirsi un momentaneo ed appagante stato di eccitazione.
Eccitazione e delusione definiscono un’oscillazione che il giocatore d’azzardo conosce bene, ma dalla quale non riesce a difendersi.La trappola risiede nel senso di prestigio, di onnipotenza, oltre che nelle vivide fantasie di vincita che da un certo punto in poi diventano certezza di potersi rifare, irrinunciabile modulatore dell’umore depresso che consegue alle frequenti perdite. Da qui in poi, aumentano la frequenza del gioco e il desiderio di recuperare, ma diminuiscono le possibilità di sottrarsi a questo pericoloso inganno.
Una spirale sulla quale è possibile intervenire grazie a protocolli di psicoterapia cognitivo comportamentale che si basano sulla ristrutturazione di alcuni degli assunti centrali della mente del giocatore.Una di esse è l’illusione del controllo e cioè la granitica credenza di avere il potere di orientare gli eventi, influenzando risultati che rispondono solo (o forse neanche!) al caso. Uno degli effetti ascrivibili all’azione di questo stato mentale è lo sviluppo di strategie ad hoc tese a predire o determinare il risultato del gioco.
È quanto accade nei casinò di tutto il mondo. Giocatori che alla roulette scommettono più soldi se gli si offre la possibilità di lanciare personalmente la pallina, rispetto a quando il destino è nelle mani del croupier. A peggiorare le cose, l’attribuzione circa l’imminenza della vincita, vera e propria sensazione corporea che partecipa all’irresistibilità dell’impulso.
Ed ancora, l’incrollabile fiducia nella propria esperienza, l’errore fatale di attribuire ad una serie continua di perdite il segnale che al prossimo lancio si vince, la scrupolosa cura nell’esecuzione di rituali e comportamenti superstiziosi, imperativi per una vincita sicura. Tutto nella mente del giocatore. Un grumo che esercita il suo inarrestabile potere un attimo prima di decidere. Un attimo prima di scegliere su quale carta puntare, su come lanciare i dadi, su quali squadre scommettere. Su come scommettere. Un attimo prima di non sapere ciò che il giocatore dà quasi per scontato un attimo dopo aver puntato. Che si perde. Dignità e soldi. Affetti. E spesso la vita.
Ricerche attuali mostrano che scandali nei quali sono coinvolti capi di grandi aziende non hanno un impatto negativo a lungo termine e possono anzi sortire effetti positivi sui guadagni.
Infatti, dagli studi emerge che le misure correttive messe in atto dopo un avvenimento scandaloso instillano fiducia nei clienti di tali imprese, aumentando i profitti di queste ultime fino a surclassare i rivali che non si sono macchiati l’immagine adottando condotte reprensibili.
Nonostante ciò, è bene sottolineare che le conseguenze a breve termine per gli azionisti sono piuttosto disastrose. I capi d’azienda che commettono frodi fiscali o prendono parte a interscambi commerciali poco puliti, costano molto caro ai propri azionisti nei giorni immediatamente successivi alla diffusione pubblica di tali notizie.
In uno studio che comprendeva l’analisi di 80 scandali finanziari avvenuti in USA, emerge che le quote sono tragicamente cadute in una percentuale compresa tra 6.5 e 9.5 percento nella mensilità successiva al misfatto, costando collettivamente ai soci circa 1.9 miliardi di dollari per ogni azienda coinvolta in uno scandalo. E non si tratta solo di condotte immorali in campo finanziario, ma avvenimenti di tale genere possono anche riguardare la sfera personale, come l’avere una relazione extraconiugale, mentire sul proprio curriculum o essere coinvolto in questioni di molestie sessuali.
Comunque, gli effetti negativi non durano a lungo. Tre anni dopo, il valore delle azioni delle stesse aziende coinvolte nella ricerca superava quello di altre imprese non coinvolte in alcuno scandalo. Nonostante tutto, infatti, le 80 compagnie studiate – che includono grandi nomi come Apple, Hewlett Packard, IBM, JP Morgan and Yahoo – mostrano un aumento di guadagni, che si verifica a partire da tre anni dopo lo scandalo.
La ricerca, condotta dal Dottor Surendranath Jory dell’University of Sassex, è stata pubblicata sul Journal of Applied Economics. Le imprese analizzate dallo studioso e dai suoi colleghi dell’East Carolina University e dell’University of Texas-Pan American erano state coinvolte in avvenimenti scandalosi in un periodo compreso tra il 1993 e il 2011. Nello studio veniva utilizzato il punteggio ROA (Return on Assets, che in italiano si potrebbe tradurre con l’espressione beni convertibili in liquidità) come misura dell’efficienza delle aziende nel convertire i loro beni in guadagni. Dai dati emerge che le aziende il cui Chief Executive Officer era stato coinvolto in uno scandalo guadagnavano il 10 percento in più delle compagnie rivali.
Secondo il Dottor Jory questo potrebbe essere dovuto al fatto che le misure di sicurezza messe in atto in seguito ad un evento collettivamente ritenuto immorale, misure quali ad esempio punizioni esemplari e maggiori controlli al fine di prevenire futuri abusi, apportino dei cambiamenti che rendono gli investitori maggiormente fiduciosi. Come dire, che se nessuno si augura che uno scandalo avvenga tra le proprie fila, può stare tranquillo che, dopo una grossa perdita iniziale, andrà tutto per il meglio.
Narcisismo e Leadership: gli svantaggi delle apparenze.
Quando le vostre parole tradiscono le insicurezze, o le reali opinioni…
La Redazione di State of Mind consiglia la lettura di questo contenuto:
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Lo psicologo Paul Rozin e i suoi colleghi hanno anche scoperto che è molto più probabile che gli studenti dell’università della Pennsylvania affermino che il loro ateneo fa parte della “Ivy league” rispetto a quelli di Harvard, che come tutti sanno fa parte di quel gruppo di prestigiose università statunitensi. Tra parentesi, lo studio è apparso su Psychological Science, che è esattamente il nome che ci aspetteremmo per una rivista di psicologia, visto che gli psicologi sono paranoicamente preoccupati di non essere considerati veri scienziati.
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La rubrica Inside Therapy approfondisce il timore del giudizio in psicoterapia, esplorando il ruolo della vergogna e il suo impatto sulla relazione terapeutica
La tua storia non è una condanna: Sandra Sassaroli porta al grande pubblico un libro per andare oltre il trauma, preordina ora Il trauma non è un destino
La rubrica Inside Therapy analizza alcuni dei motivi più diffusi per cui molte persone esitano a iniziare una psicoterapia tra dubbi e convinzioni comuni
Cosa succede quando un terapeuta sbaglia? Vediamo i possibili errori e il loro ruolo nella relazione tra terapeuta e paziente
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Psicofarmaci: l’Italia sempre più impasticcata. Soluzioni? Aumentare l’offerta di Psicoterapia e sostegno psicologico
[blockquote style=”1″]I dati del Rapporto Osmed 2014 diramati all’Aifa sono impietosi e allarmanti: nel nostro Paese il consumo di antidepressivi è divenuto talmente ampio da costituire, a detta dei vertici dell’agenzia, ‘una delle principali componenti della spesa farmaceutica pubblica’. Durante i primi 9 mesi del 2014, i nostri concittadini hanno acquistato più antidepressivi, e contestualmente meno antibiotici e meno vaccini. Non c’è da stupirsi: da tempo la rabbia e la depressione vengono individuati da enti di ricerca e istituzioni quali fattori chiave della crisi sociale che stiamo attraversando. Ciò che invece stupisce è che si continui a trascurare l’opportunità di appropriatezza ed efficacia offerta dall’apporto di psicologi e psicoterapeuti, le cui potenzialità vengono tuttora colpevolmente trascurate dal Servizio Sanitario Nazionale. Curare la depressione costa poco rispetto ai costi diretti ed indiretti che genera: il rapporto Osmed ne è l’ennesima conferma…[/blockquote]
Allarme dell’Ordine del Lazio dopo i dati dell’ultimo rapporto Osmed che pongono gli antidepressivi tra le principali componenti della spesa farmaceutica pubblica. “Stupisce che si continui a trascurare l’opportunità di appropriatezza ed efficacia offerta dall’apporto di psicologi e psicoterapeuti”… (…)
Introdurre nel setting psicoterapico uno psicofarmaco non costituisce un’operazione semplice, soprattutto a causa dei consolidati pregiudizi a riguardo
Nei pazienti psichiatrici il tabagismo può rappresentare, oltre che un fattore di rischio per alcune malattie, anche un ostacolo alla terapia farmacologica
A seguito del trattamento farmacologico con sertralina, i pazienti sembrano riportare minore disregolazione, con livelli inferiori di rabbia e aggressività
Gli alti tassi di utilizzo di antidepressivi sembrano essere in parte spiegabili dall'uso cronico a sua volta parzialmente spiegato dai sintomi di astinenza
Le linee guida del trattamento del disturbo di panico hanno favorito gli SSRI rispetto alle benzodiazepine alle luce degli effetti collaterali di entrambi
Gli antipsicotici, talvolta usati nel trattamento della depressione, hanno effetti avversi noti e spesso gravi, tra cui un aumento del rischio di mortalità
Grazie alla plasticità cerebrale il nostro cervello cambia a seguito di stimoli ambientali; anche gli psicofarmaci possono generare cambiamenti benefici
Uno studio ha evidenziato un’associazione tra le donne in gravidanza che assumono antidepressivi e il rischio di sviluppare il diabete mellito gestazionale
L'assunzione di contraccettivi orali durante l'adolescenza sarebbe un fattore di rischio per lo sviluppo del Disturbo Depressivo Maggiore in età adulta
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Un cattivo matrimonio spezza davvero il cuore? Relazioni sentimentali & malattie cardiache
Una relazione sentimentale infelice potrebbe portare a un più alto rischio di malattie cardiovascolari, soprattutto nelle donne e in età avanzata. Cosa fare per evitare un cuore spezzato? La ricerca e l’articolo segnalato raccomandano di curare le cattive relazioni matrimoniali ad ogni età, ricorrendo a sostegno psicologico e a percorsi terapeutici di coppia.
[blockquote style=”1″]Tradimenti, litigi e crisi di coppia spezzano il cuore degli innamorati nel vero e concreto senso della parola, soprattutto se essi sono anziani e se donne. Le valutazioni operate nel quinquennio studiato dalla équipe, hanno mostrato che, specie in caso di tradimento, le donne tendono ad ammalarsi di patologie cardiache più degli uomini, un fenomeno che in qualche caso conduce alla morte. Analogamente un coniuge che critica o che è costantemente esigente, è dannoso per la situazione cardiovascolare della moglie…[/blockquote]
Le coppie che vivono dentro un matrimonio cattivo hanno un rischio maggiore di malattie cardiovascolari rispetto a quelle che vivono un buon matrimonio. (…)
Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua >>
La coppia omosessuale e l’omogenitorialità
L’orientamento sessuale dei genitori influisce sui figli: i bambini di genitori omosessuali presentano una minor conformità con gli stereotipi di genere, più apertura a esperienze omosessuali e più capacità critica nell’affrontare stereotipi e pregiudizi.
Ci sono delle differenze significative tra coppie eterosessuali e omosessuali che possono influire negativamente sul benessere di un figlio? La letteratura scientifica, attraverso studi comparativi con coppie eterosessuali senza figli (sia sposate che conviventi) ha documentato come queste ultime presentino delle similitudini con le coppie gay e lesbiche per quanto riguarda la durata del rapporto, la soddisfazione di coppia, le modalità di far fronte ai conflitti, l’intimità fisica, la vicinanza affettiva ed emotiva, le minacce di allontanamento o i periodi di separazione transitoria (Kurdek, 2004, 2006, 2009).
Infatti, come le coppie eterosessuali, un gran numero di gay e lesbiche vuole costruire delle relazioni stabili, durature (Johnson, 1990; McWhiter, Mattison, 1984; Peplau e Spalding, 2000) e spesso riesce in questo suo proposito. Diversi ricercatori statunitensi tra cui Kurdek (2003), Nardi (1997) e Peplau e Spalding (2000) hanno rilevato che un consistente numero di coppie omosessuali conduce una relazione dalla durata più che decennale. In Italia, studi di tipo descrittivo (Barbagli e Colombo, 2007) hanno attestato come il 40-49% dei gay e il 50-55% delle lesbiche vive una relazione fissa.
L’insieme dei dati a disposizione ci dimostra come le coppie omosessuali “funzionano” in modo molto simile a quelle eterosessuali, in termini di soddisfazione, impegno reciproco, durata e stabilità del legame, distogliendo l’attenzione dall’orientamento sessuale come fattore discriminante e introducendo nuove curiosità nell’indagare le specificità delle coppie gay e lesbiche.
A tal proposito è stata rilevata una maggiore propensione a una divisione più paritaria dei compiti domestici da parte delle coppie omosessuali rispetto a quelle eterosessuali (Blumstein, Schwartz, 1983; Carrington, 1999; Green, Bettinger e Zacks, 1996; Barbagli e Colombo, 2007; Coltrane, 2000; Kurdek, 2006; Solomon, Rothblum e Balsan, 2005).
Anche per quanto riguarda l’organizzazione del potere e della presa di decisione nelle coppie, le ricerche evidenziano come le coppie omosessuali siano più egualitarie e paritetiche (Peplau e Cochran, 1980) e come questa equità sia associata a dinamiche della coppia più funzionali: una più soddisfacente risoluzione dei conflitti e un minore tasso di violenza fisica/psicologica (Borghi, 2006).
Infine, le ricerche sulle tematiche di discussione inquadrano aree comuni fra le coppie omosessuali ed eterosessuali, riportando somiglianze per quanto riguarda frequenze e argomenti: in generale sembra che gli argomenti su cui si confrontano i partner di una coppia siano connessi agli affetti, alle finanze e al mantenimento della casa (Kurdek, 1994, 2005, 2006; Metz, Rosser e Strapko, 1994). Queste caratteristiche delle coppie omosessuali sono sufficienti a garantire un adeguato sostegno protettivo, emotivo ed educativo ad un bambino?
Gli studi effettuati da Stacey e Biblarz (1981 – 1998, citati in Bottino e Danna, 2005) portano ad evidenziare come l’orientamento sessuale dei genitori influisca sui figli: i bambini di genitori omosessuali presentano una minor conformità con gli stereotipi di genere, più apertura a esperienze omosessuali e più capacità critica nell’affrontare stereotipi e pregiudizi.
Eppure, non sono emerse discrepanze per ciò che concerne il benessere psichico: Stacey e Biblarz (2001) riportano i risultati di studi che affermano l’assenza di differenze nei livelli di ansia, di autostima e di altre dimensioni legate allo sviluppo psicologico del bambino. Inoltre, non è emersa alcuna relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e le abilità cognitive dei figli anche se “finora nessun lavoro ha confrontato la realizzazione a lungo termine dei bambini nell’istruzione, nell’occupazione, nel reddito e in altri ambiti della vita” (Stacey e Biblarz, 2001, p. 171).
Altre ricerche hanno trovato che i figli cresciuti con genitori omosessuali presentano le stesse caratteristiche di bambini di età analoga cresciuti con genitori eterosessuali per ciò che concerne lo stile genitoriale, l’equilibrio emozionale e l’orientamento sessuale dei figli (Allen e Burrel, 1996), e che non esistono particolari differenze nell’attitudine materna né per quanto riguarda l’acquisizione del concetto di Sé (Mucklow e Phelan, 1979).
Tuttavia, “le poche differenze significative effettivamente trovate tendono a favorire i figli di madri lesbiche” (Stacey e Biblarz, 2001, p. 172): la review presa in esame suggerisce che in media le madri (madri lesbiche, madri eterosessuali e co-madri) tendono a un maggiore investimento nella cura dei figli rispetto ai padri, e che siano più adatte alle attività di cura cruciali per il loro sviluppo cognitivo, emotivo e sociale (Furstenberg e Cherlin, 1991; Simons et al., 1996). Secondo Stacey e Biblarz, questi risultati riflettono qualcosa di più di un semplice “effetto di genere”, poiché l’orientamento sessuale è la “variabile esogena” chiave per la quale genitori di sesso diverso o uguale si uniscono e costituiscono nuclei familiari.
La discussione dei risultati degli studi sintetizzati dalla ricerca portano Stacey e Biblarz a considerare come gli stessi risultati possano essere influenzati da aspetti e fattori che non sono direttamente inerenti all’orientamento sessuale.
In definitiva, la maggior parte delle differenze evidenziate dalle ricerche, quando non favorisce i genitori omosessuali, è un effetto secondario del pregiudizio sociale oppure rappresenta una di quelle differenze che le società democratiche dovrebbero rispettare e proteggere. Stacey e Biblarz propongono infatti di considerare l’omofobia e le discriminazioni i soli motivi per cui l’orientamento sessuale dei genitori può avere influenza sui figli.
Barbagli, M., e Colombo A., (2007). Omosessuali moderni. Gay e lesbiche in Italia. Bologna: Il Mulino.
Blumstein, P., Schwartz, P. (1983). American Couple: Money, Work, Sex. New York: Morrow.
Borghi, L. (2006). Tramanti non per caso: divergenze e affinità tra lesbo-queer e terzo femminismo. In T. Bertilotti, C. Galasso, A. Gissi e F. Lagorio (a cura di), Altri femminismi. Corpi culture lavoro. Roma: Manifesto Libri
Bottino, M., e Danna D., (2005). La Gaia Famiglia. Che cos’è l’omogenitorialità. Trieste: Asterios.
Carrington, C. (1999). No Place Like Home: Relationship and Family Life among Lesbians and Gay Men. Chicago: University of Chicago Press.
Costantini, G. (2010). L’omosessualità e il desiderio dell’omogenitorialità: dalla coppia omosessuale ai bisogni del bambino. Tesi di laurea non pubblicata, Facoltà di Psicologia – Università degli Studi dell’Aquila, L’Aquila, Italia.
Furstenberg, F.F. Jr, e Cherlin, A. (1991). Divided Families. Cambridge: Harvard University Press.
Green, R. J., Bettinger, M., e Zacks, E. (1996). Are Lesbian Couples Fused and Gay Male Couples Disengaged? Questioning Gender Straightjackets. In J. Laird, R. J. Green (a cura di.), Lesbians and Gay in Couples and Families: Handbook for Therapists (pp 185-230). San Francisco: Jossey-Bass.
Kurdek, L.A. (2004). Gay Men and Lesbians: The Family Context. In M. Coleman e L. Ganong (a cura di), Handbook of contemporary families: considering the past, contemplating the future (pp.96-115). Thousand Oaks: Sage.
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