Disturbo Borderline di Personalità: la Dialectical Behaviour Therapy – Report dal Workshop di Reggio Calabria

Workshop su Dialectical Behaviour Therapy (DBT) per Disturbo Borderline di Personalità (DBP), tenuto dal Prof. Cesare Maffei e dalla Dr.ssa Donatella Fiore.

ID Articolo: 36839 - Pubblicato il: 18 novembre 2013
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 LEGGI PARTE 2

Workshop - Disturbo borderline di personalità e DBT

Il 15 novembre si è tenuto a Reggio Calabria il Workshop sulla Dialectical Behaviour Therapy (DBT) per il Disturbo Borderline di Personalità (DBP), tenuto dal Prof. Cesare Maffei e dalla dr.ssa Donatella Fiore.

La prima giornata si apre con un’esperienza di mindfulness: occhi chiusi e si comincia con l’osservazione consapevole e la descrizione non giudicante della nostra esperienza. 10 minuti di esercitazione per prepararci ai contenuti della giornata.

Nella prima parte del corso vengono introdotte le tecniche nucleari della DBT e le basi teoriche e scientifiche da cui questa deriva.

La DBT non è propriamente una terapia cognitiva” spiega il Prof. Maffei “Marsha Linehan riconosce che le tecniche utilizzate sono maggiormente di derivazione comportamentista e che di cognitivo c’è solo il 20%”.

Il comportamentismo classico però necessitava di un ri-adattamento per questa popolazione, in quanto eccessivamente focalizzato sul cambiamento del comportamento che invece per i pazienti con DBP è più graduale e avviene solo dopo una fase di accettazione. La DBT quindi ha attinto da tecniche di derivazione diversa, tra cui Psicodinamica, Gestalt, Costruttivismo e da tecniche di terza generazione, come la Mindfulness. Questa è una delle peculiarità e originalità della DBT”.

Le tecniche di cui si compone, mirate al cambiamento da una parte (comportamentismo) e all’accettazione dall’altra (mindfulness) vengono messe in atto secondo una filosofia dialettica, che è alla base di tutta la terapia e che consiste in un atteggiamento flessibile e armonico del terapeuta nei confronti del paziente che oscilla tra due visioni opposte e antitetiche (tesi e antitesi).

Messaggio pubblicitario L’atteggiamento dialettico, che deriva dal Buddismo Zen, è una forma mentis più che una tecnica e si traduce in quello che la Linehan chiama “sintesi”, ovvero l’intervento del terapeuta che ascolta attento la sofferenza dell’altro e fa luce sul problema che genera dolore, costruendo in maniera attiva insieme al paziente una esperienza diversa, non giudicante, flessibile e orientata al cambiamento.

E come si fa un intervento di sintesi?” Dal pubblico.

Si valida innanzitutto l’esperienza emotiva e la sofferenza del paziente che ha un sentimento di impotenza così intenso e doloroso, poi ci si orienta insieme verso il problema che ha generato la sofferenza. Errore sarebbe pensare di dover ridurre il comportamento problematico come se fosse lo scopo della terapia e non il mezzo che ci porta a comprendere meglio il motivo della loro sofferenza”.

Il Prof. Maffei aggiunge infine una sua opinione, che non è parte della DBT, e che riguarda l’assetto valoriale dei pazienti. “Dall’esperienza clinica, e non c’è ricerca su questo, si osserva che spesso la sofferenza dei pazienti risiede nella distanza che c’è tra il loro sistema di valori che da senso alla loro vita e quello che in realtà credono di poter raggiungere e/o hanno raggiunto . Tale distanza rinforza e mantiene nel tempo la loro idea di “indegnità”.

Interessante punto a cui la DBT non ci risponde. Innanzitutto, sarebbe utile definire se per “sistema valoriale” intendiamo l’insieme di pensieri e credenze che la persona struttura nel tempo sulla base delle esperienze e che vanno a costruire l’immagine di sé e il “valore” che ci attribuiamo. Successivamente, occorrerebbe capire come muoversi per ridurre la sofferenza del paziente, se la dialettica può essere sufficiente o necessita dell’integrazione di altre tecniche più mirate ad intervenire sul piano cognitivo.

Insomma, ormai a distanza di 20 anni dalla nascita della DBT possiamo osservarne l’efficacia, da una parte, dimostrata in studi randomizzati e controllati e condotti in diversi setting clinici americani e europei. D’altra parte, si iniziano a notare alcuni limiti della tecnica e le integrazioni di cui potrebbe necessitare.

A questo punto non ci resta che aspettare il 3° congresso internazionale sui Disturbi di Personalità che si terrà il prossimo anno a Roma e in cui sarà prevista una sessione di confronto tra Marsha Linehan e Peter Fonagy, autore del Trattamento basato sulla Mentalizzazione su “cosa funziona e cosa invece abbiamo sbagliato con questi pazienti”, ci anticipano i docenti.

La giornata si conclude in un clima generale di interesse e curiosità, in attesa dello skills training di domani!

 LEGGI PARTE 2

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Workshop Reggio Calabria Novembre 2013

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