Intelligenza artificiale e supporto emotivo: il paradosso del prompt
Sempre più persone hanno iniziato ad aprirsi intimamente con l’Intelligenza Artificiale, affidando i propri dubbi esistenziali, le crisi relazionali e, non di rado, il proprio dolore emotivo. L’accessibilità immediata e la percezione di un ascolto privo di giudizio spingono molti a cercare conforto in questo strumento. Ma cosa succede realmente quando chiediamo a un software di lenire la nostra sofferenza?
Un aspetto spesso ignorato dal grande pubblico è che l’Intelligenza Artificiale fornisce risposte di qualità strettamente proporzionale alla capacità dell’utente di costruire i cosiddetti “prompt”, ovvero le istruzioni di input che le impartiamo.
Per capirci, immaginate di aver appena strofinato la lampada di Aladino e di avere di fronte il Genio. Siete dispersi nel deserto, state morendo di sete e gli gridate: “Voglio dell’acqua!“. Il Genio, obbediente, vi teletrasporta immediatamente nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico.
Vi ha accontentato? Tecnicamente sì. Vi ha salvato? No, state affogando. Il Genio, esattamente come l’AI, possiede un grande potere, ma è del tutto privo del nostro “buon senso” umano: esegue alla lettera ciò che dite, non ciò che sperate o sottointendete. Un bravo “prompter”, invece, è colui che sa dire: “Voglio un bicchiere da 200ml di acqua potabile, dolce, a temperatura ambiente, posizionato proprio qui nella mia mano destra“.
Questo genera un primo ostacolo , che potremmo definire “il paradosso del prompt“. L’inganno risiede nell’interfaccia, rassicurante e banale come la chat del nostro telefono. Questo crea nella maggior parte delle persone la percezione di saper già dominare la tecnologia. È come sedersi davanti a una scacchiera conoscendo solo il movimento base dei pezzi. Pensiamo di saper giocare a scacchi, ma in realtà stiamo solo spostando pedine a caso sperando di fare scacco matto. Padroneggiare l’AI richiede la capacità di prevedere l’algoritmo. Ecco perché l’AI si rivela uno strumento generalmente utile nelle mani dei professionisti, abituati per formazione a strutturare il pensiero e le variabili prima di porre una domanda. Si tratta di un ostacolo notevole: quante persone possiedono questa competenza?
Chi non sa formulare un prompt potrebbe fare la fine del disperso nell’oceano, incolpando la macchina di avergli dato una risposta inutile o, peggio ancora, non rendersene conto.
Ora proviamo a fare un gioco, un esperimento mentale. Da questo momento in poi, ipotizzeremo sempre lo scenario più ottimistico, per esplorare fino a che punto questa tecnologia possa davvero spingersi ed esserci utile.
Primo scoglio superato: ammettiamo che tu sia un prompter esperto
Emerge, tuttavia, subito un secondo problema. Per formulare un prompt utile, è necessario prima concettualizzare il proprio problema clinico, ma davanti allo schermo si è completamente soli.
Dunque, sei tu a scrivere il prompt. A questo punto, cosa puoi fare? Puoi concettualizzare la richiesta esclusivamente sulla base di quello che tu sei riuscito al momento a capire della situazione e del tuo livello di consapevolezza. Nella pratica, questo significa che potresti formulare un prompt tecnicamente perfetto, scrivendo: “Agisci come un esperto di relazioni. Analizza questa mia lite di coppia, trova le fallacie logiche nel discorso del mio partner e dammi tre strategie per fargli rispettare i miei confini”. Eppure, all’AI mancheranno i dati fondamentali: non saprà del tono emotivo con cui hai pronunciato quelle parole, né del tuo respiro corto, o di quel senso di abbandono che ha innescato la lite, semplicemente perché tu per primo, in quel momento, non ne avevi alcuna consapevolezza.
Cosa significa questo? Significa che, pur essendo degli ottimi prompter, ci troviamo di fronte al vero primo scoglio insormontabile: la persona non potrà mai costruire un prompt clinicamente completo e valido, perché è, molto probabilmente, priva di una lettura oggettiva della propria psiche (Nisbett & Wilson, 1977). Ogni input che fornirà proverrà da ciò che crede e che riesce a vedere di sé in quell’istante.
Immaginate di esservi persi di notte in una foresta. Avete in mano il navigatore satellitare più avanzato al mondo (l’AI) e siete abilissimi a programmarlo. Sappiamo, però, che siamo i peggiori cartografi di noi stessi. La nostra visione non è completa o è compromessa. Così, spinti dall’angoscia del momento, diciamo al navigatore: “Portami via da qui, vai a nord“. La macchina, priva di consapevolezza di dove ti trovi, ubbidisce alla lettera e calcola il tragitto più veloce. Peccato che a nord ci sia un burrone. Abbiamo formulato la richiesta perfetta per la destinazione sbagliata. A differenza di uno psicologo, che prima di farci muovere ci aiuta a capire dove ci troviamo e perché ci siamo persi, l’AI non si fa domande: asseconda la nostra cecità parziale.
La logica clinica ci insegna che quando una persona vive un disagio, è altamente improbabile che goda di una lettura chiara e totale del proprio funzionamento. In psicoterapia questo limite non sussiste, poiché è il clinico che, potendo interagire attivamente, guida il paziente a scoprire i propri “angoli ciechi”, stimolando riflessioni, nuove prospettive e informazioni.
Ma abbiamo promesso, per comprendere le reali potenzialità dello strumento, di mantenere uno sguardo ottimista. Continuiamo su questa strada.
Qualcuno potrebbe obiettare: “Perché non addestrare l’AI a indagare attivamente, facendo le veci del terapeuta?”.
Teoricamente è immaginabile, ma richiederebbe la creazione di un’AI “psicologica” capace di applicare veri e propri protocolli clinici di indagine. A livello teorico e normativo, un simile strumento diagnostico e terapeutico autonomo sconfina nell’illegalità (Fiske, Henningsen, & Buyx, 2019).
Per fare un parallelismo: sarebbe come recarsi in ospedale e trovare un robot che si sostituisce in toto al medico, eseguendo l’esame obiettivo, palpando l’addome e formulando diagnosi. Oggi la legge e i quadri etici non lo consentono, infatti le normative europee classificano i software diagnostici e le AI in ambito sanitario come “dispositivi medici” e “sistemi ad alto rischio”, vietando categoricamente l’uso in totale autonomia senza una rigorosa certificazione e supervisione umana (Unione Europea, 2017, 2024).
Come aggirare l’ostacolo nel nostro esperimento mentale? Ipotizziamo l’esistenza di un utente esperto, un pensatore che si muove con agilità tra architetture digitali e forum specializzati, il quale decida di costruire in locale un’AI autonoma strutturata per questo scopo. Assume un team di sviluppatori e, dopo mesi di lavoro e decine di migliaia di euro investiti, la sua AI privata è pronta all’uso.
L’utente avvia il sistema. L’AI simula perfettamente un clinico: pone domande mirate, memorizza la storia di vita, costruisce ipotesi di formulazione del caso e le verifica, in un assessment dinamico sempre più preciso.
Funzionerebbe, ora?
Purtroppo no. Il motivo risiede nel fatto che la comunicazione umana è fatta di verbale e non verbale. Quest’ultimo emerge solo nell’interazione incarnata: osservare come la persona reagisce fisicamente, le micro-espressioni facciali, la prossemica, le posture di chiusura o apertura (Ramseyer & Tschacher, 2011).
La nostra sofisticata AI costruirebbe le sue ipotesi esclusivamente su ciò che l’utente dice, includendo menzogne (consce o inconsce) e verità distorte che il soggetto crede reali, omettendo informazioni di cui non è pienamente consapevole, come ad esempio le risonanze somatiche ed emotive.
Pensate alla costruzione di un grattacielo: se le fondamenta vengono gettate fuori asse anche di un solo, impercettibile centimetro, ai primi piani l’errore risulterà del tutto invisibile. Ma arrivati in cima, quel minuscolo difetto strutturale condannerà l’edificio a crollare. L’AI, non potendo osservare i nostri tremori o ascoltare i nostri silenzi, agisce esattamente così. Prende le nostre omissioni iniziali per assolute verità e ci costruisce sopra un’architettura di consigli logicamente impeccabile, ma così fragile da infrangersi al primo vero urto con la realtà.
Questo ci riporta a un principio clinico precedente: la persona che soffre è, per definizione, un “narratore inaffidabile”, poiché in parte cieco al proprio mondo interno. Sebbene di fronte abbia un agente AI perfetto nell’elaborazione e capace di fare domande, questo sistema viene nutrito con dati parziali o fuorvianti.
Ma, fedeli al nostro patto iniziale, ignoriamo l’utopia in cui ci stiamo addentrando e scegliamo ancora una volta lo scenario ottimista.
Come superare questo nuovo limite? Avremmo bisogno di costruire un robot umanoide dotato di videocamere e sensori biometrici sofisticati, in grado di codificare il linguaggio del corpo in tempo reale.
Il nostro smanettone riuscirebbe in questa impresa? Forse sì, qualora fosse l’erede di un impero petrolifero e decidesse che sia più conveniente investire milioni di euro in robotica avanzata piuttosto che pagare qualche centinaio di euro per una psicoterapia. Essendo inguaribili ottimisti, diamo per assodato che questa persona esista.
Il miliardario assume centinaia di ricercatori specializzati in Affective Computing e analisi comportamentale. Riesce così a integrare un’AI locale, dotata di protocolli clinici validati scientificamente, capace di stabilire un contratto terapeutico e interrogare attivamente l’utente, unendola alla capacità di estrarre dati dal non verbale. Il robot riconosce le incongruenze, individua le emozioni e soppesa il grado di certezza o dubbio del paziente.
Siamo di fronte a un miracolo scientifico.
Cosa accadrebbe a questo punto? Cosa riuscirebbe a fare questo robot umanoide psicologo?
Fornire una risposta netta ora è difficile. Questo “terapeuta sintetico” potrebbe aiutare il soggetto? Forse sì, forse no. Tuttavia, la ricerca scientifica attuale ci suggerisce che tutto questo potrebbe non bastare.
Perché? Perché quando incontriamo un terapeuta e sviluppiamo l’alleanza terapeutica, è la relazione stessa a farsi, in buona parte, strumento di cura (Norcross & Lambert, 2011; Cuijpers, Reijnders, & Huibers, 2019).
Per comprendere questa dinamica, provate a ripensare a qualche momento della vostra vita dove vi siete innamorati di una persona: specialmente nel primo periodo, il rapporto funzionava molto bene, eravate sintonizzati con l’altro e avrete probabilmente esperito una riduzione generale dello stress o dei sintomi. Sentivate che quella relazione, pur non avendo finalità cliniche o psicologiche, vi faceva stare profondamente bene, svolgendo una funzione quasi curativa.
Per dare una visione di insieme possiamo dire che la terapia è una forma d’arte completa quando unisce tre dimensioni fondamentali (Wampold & Imel, 2015): sa decodificare il comportamento implicito inconscio e affettivo (Koole & Tschacher, 2016), sa analizzare il contenuto verbale conscio (Castonguay & Beutler, 2006) e sa co-costruire un’ottima alleanza terapeutica (Norcross & Wampold, 2018). L’integrazione di questi tre elementi favorisce esperienze relazionali trasformative, in grado di riscrivere in alcune parti la personalità e curare “ferite profonde”, altrimenti inaccessibili. La persona fa esperienza di un sé nuovo, prova emozioni mai provate riscrivendo le parti dell’esperienza dolorosa passata, rinforzando le parti sane del sé.
Eccoci giunti all’ultimo muro, quello davvero invalicabile. Con tutti i capitali del mondo, non è possibile replicare in uno scenario artificiale un essere umano con il cervello di un robot.
Il robot umanoide del nostro miliardario si ferma inevitabilmente qui: è in grado di padroneggiare solo 2 dei 3 pilastri fondamentali della cura. Bastano? Forse sì, forse no, ma la clinica ci dice che, al momento, l’ottimo terapeuta in carne ed ossa resta nettamente superiore all’Intelligenza Artificiale. La vera difficoltà, nel mondo reale, rimane trovare il professionista adatto a noi che possieda tutti questi 3 pilastri.
Proviamo ora a rispondere alla domanda posta all’inizio. Può l’AI aiutare le persone in difficoltà psicologica?
Ipotizzando che una persona sviluppi una buona capacità di prompting, la risposta è sì. Ma, c’è un ma.
L’AI commerciale attuale, se interrogata con ottimi prompt, può offrire spunti di riflessione o strategie di coping per attenuare un sintomo nel qui ed ora, ma è priva di tutti e tre i requisiti fondamentali della psicoterapia.
Certo, anche uno psicologo non in sintonia con noi potrebbe mancare in alcuni di questi aspetti. Ma ora abbiamo imparato una cosa nuova: sappiamo quali sono gli elementi che delineano un ottimo terapeuta (il famoso “3 su 3”), e siamo consapevoli che, ogni volta che viene a mancare uno di questi pilastri, il rischio che la terapia fallisca aumenta (Lambert, 1992).
La finalità dell’utilizzo dell’AI dovrebbe restare circoscritto alla gestione del dolore immediato e, successivamente, chiedere come trovare un buon terapeuta, facendosi aiutare nel capire come riconoscere il professionista adatto a sé che possieda i tre pilastri citati.
Così l’AI potrebbe diventare un alleato che aumenta la probabilità di stare meglio, guidando nel trovare il terapeuta adatto e aiutando a capire come riconoscerlo.