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Fonosimbolismo, tra testi e musica: anche le parole “suonano”

Il fonosimbolismo è un fenomeno per il quale senso e suono di una parola si confondono concorrendo a conferirle un significato

Di Annalisa Balestrieri

Pubblicato il 13 Nov. 2023

Musica e parole

Quando diciamo che una canzone ci piace (o che non ci piace) generalmente la pensiamo nel suo insieme. Quello che l’ascolto suscita in noi è un’emozione in risposta a uno stimolo. Musica e parole si fondono nell’ascolto come elementi che, seppur distinti, concorrono a creare un unico risultato. Ma la nostra esperienza culturale ci porta anche a considerare musica e parole come elementi distinti, che si mescolano e contribuiscono a creare il prodotto finale. 

I testi permettono di potenziare l’effetto che viene generato dall’ascolto della musica facendoci passare da un’emozione a qualcosa di più dettagliato, esplicitando in modo più netto i pensieri, le credenze e lo stato d’animo che l’artista vuole trasmetterci.

Il suono delle parole

Quando ascoltiamo una canzone siamo attratti dalla musica ma anche dalle parole che la accompagnano. A volte il loro significato ci aiuta a immedesimarci nel messaggio che l’autore voleva trasmetterci, ma altre volte è la musicalità stessa insita nelle parole ad attirarci e coinvolgerci. Questo perché non si tratta solo di codici convenzionali ma di qualcosa che riesce ad evocare il significato di ciò che rappresenta attraverso il suono.

Anche le parole hanno un suono: il fonosimbolismo

Un aspetto affascinante della musica in generale e delle canzoni in particolare è che se la musica è una parte del tutto, lo stesso vale per le parole. Il modo in cui queste vengono presentate e raggiungono l’ascoltatore fa parte dell’insieme che ne determina il risultato.

Pensando alla musica ci viene in mente l’utilizzo delle scale, una successione di note, toni e intervalli, che evocano stati emotivi più felici o più malinconici. Ma questi stati emotivi non dipendono solo dalla musica. Ascoltando una canzone in una lingua che non conosciamo apprezzeremo i testi in quanto suoni e non per il loro significato, in questo caso la musicalità delle parole influenza la percezione del testo. Grazie all’uso sapiente di tonalità, melodia, armonia, timbro e ampiezza, l’autore riesce a conferire un significato anche a testi che non siamo in grado di comprendere.

Vi è mai capitato di sentirvi attratti da una canzone cantata in qualche lingua straniera e di ritrovavi a canticchiarla riproducendone i suoni, anche senza conoscere il senso delle parole? Si tratta di un procedimento chiamato fonosimbolismo, o simbolismo fonetico, un fenomeno per il quale senso e suono di una parola si confondono concorrendo a conferirle un significato.

Una spiegazione di fonosimbolismo

Una spiegazione esauriente del fonosimbolismo può essere questa:

In linguistica, il fonosimbolismo indica la capacità dei suoni del linguaggio (i foni) di interagire mediante le loro qualità acustiche e articolatorie con il significato dei termini che veicolano. Per esempio, se si considera una gradazione semantica come percuotere, battere, strofinare, sfiorare si constata che l’affievolirsi della sensazione tattile rappresentata è accompagnato da una riduzione del numero delle consonanti occlusive [p, k, t, b], articolatoriamente e acusticamente più forti, e da un aumento delle consonanti costrittive [s, f, r, n], articolatoriamente e acusticamente più deboli (da Wikipedia).

In altre parole, il fonosimbolismo avviene quando la struttura fonetica della parola le conferisce un determinato valore semantico che non è mediato dalla grammatica. A simboleggiare il significato di una parola non sarebbe quindi, in questo caso, il modo in cui viene scritta, bensì il suo suono.

Per chiarire questo concetto possiamo utilizzare degli esperimenti curiosi.

Il primo risale a quasi cento anni fa. Era il 1929 quando il linguista Edward Sapier chiese a un gruppo di individui di lingua inglese di associare due termini di fantasia, “mil” e “mal”, a due tavoli, uno più grande e uno più piccolo. Circa l’80% dei partecipanti associò il tavolo più piccolo alla parola “mil” e il più grande a “mal” dimostrando di aver collegato la dimensione dell’oggetto al suono della parola.

È risultato che quando la frequenza acustica diventa più bassa, le vocali risultano più “grandi” e più “scure”.

Un altro esperimento è stato condotto una ventina di anni dopo, nel 1947, dallo psicologo Wolfgang Köhler, in questo caso ai partecipanti vennero mostrare due figure: una spigolosa e una dalle forme arrotondate.

Proviamo anche noi a partecipare all’esperimento!

Guardiamo le due figure:

Ora supponiamo che anche a noi vengano date due parole prive di significato, queste: “takete” e “maluma”, e che ci venga chiesto di associarle alle due forme che stiamo osservando.

Ora vediamo i risultati ottenuti da Köhler e verifichiamo se corrispondono alla nostra scelta.

I partecipanti all’esperimento associarono per la maggior parte “takete” alla forma appuntita e “maluma” a quella arrotondata, confermando l’ipotesi che le consonanti sorde e quelle sonore suggeriscono al cervello delle immagini di un certo tipo.

Questo stesso esperimento è stato riproposto anni dopo, nel 2001, con due gruppi di partecipanti, ottenendo un’ulteriore conferma. Questa volta le parole usate sono state “kiki” e “bouba” e l’abbinamento della prima parola alla figura spigolosa e della seconda a quella arrotondata ha raggiunto una percentuale altissima: tra il 95 e il 98%.

A questi risultati è stato dato il nome di effetto bouba/kiki.

Fonosimbolismo: suoni e associazioni

Altri esperimenti hanno messo in risalto come anche a nomi propri vengono associati tratti caratteriali in funzione del loro suono: nomi “rotondi”, come Molly, hanno fatto pensare a una personalità più accomodante, mentre nomi “acuti”, come Kate, sono stati associati a una personalità più determinata.

Queste ricerche hanno fatto pensare che anche nell’evoluzione del linguaggio, agli oggetti non sia stato dato un nome in modo casuale, ma tenendo conto di queste caratteristiche dei suoni. Ad esempio, le forme più arrotondate (bouba) possono essere collegate alla forma arrotondata che assume la bocca per pronunciarle, mentre per quelle più spigolose (kiki) la bocca assume una forma più tesa e angolare. Inoltre le vocali lunghe suggeriscono oggetti lunghi e viceversa.

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