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Training di assertività per pazienti affetti da Bulimia Nervosa

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Training di assertività per pazienti affetti da Bulimia Nervosa

Autrici: Chiara Mazzoni; Marta Ghisi (Università di Padova); Romana Schumann (Centro Gruber Bologna)

 

Abstract

Obiettivo: Difficoltà nelle relazione interpersonali, insicurezza sociale e bassa autostima sono aspetti essenziali nel trattamento dei pazienti affetti da Bulimia Nervosa (BN). Questo studio ha valutato l’efficacia di un percorso terapeutico strutturato, come il Training di Assertività (ATP) nell’aumentare e velocizzare il trattamento interdisciplinare per pazienti affetti da BN. Metodo: un gruppo clinico sperimentale (GSbn) e un gruppo clinico di controllo (GCbn) composti ciascuno da 24 pazienti femmine affette da Bulimia Nervosa (DSM IV R) che presentavano bassi livelli di autostima e alti livelli di insicurezza sociale, hanno seguito una comune fase di assessment di 8 sedute: 4 colloqui con uno psicoterapeuta e 4 colloqui con un medico nutrizionista. Successivamente entrambi i gruppi hanno seguito un ciclo interdisciplinare di 12 sedute di Riabilitazione Psico-Nutrizionale (RPN) che avvenivano parallelamente a 12 sedute di psicoterapia Cognitivo e Cognitivo-Comportamentale. In seguito il gruppo sperimentale ha continuato la Riabilitazione Psico-Nutrizionale a cui è stata affiancato un training di assertività di 20 incontri, mentre il gruppo di controllo, per lo stesso periodo di tempo, ha continuato le sedute di RPN e terapia Cognitivo-Comportamentale poiché si trovava in lista d’attesa per l’ATP. Entrambi i gruppi clinici sono stati confrontati con un secondo gruppo di controllo (GCs) composto da 64 soggetti sani che è servito come valore di riferimento. Risultati: Sono emersi significativi miglioramenti nel gruppo sperimentale nei livelli di autostima, insicurezza sociale, benessere psicologico come per i sintomi che caratterizzano il disturbo alimentare. Discussione: Risultati preliminari supportano l’inserimento di un training di assertività nel trattamento di pazienti BN con alti livelli di insicurezza sociale e bassi livelli di autostima.

Abstract in inglese

Objective: Impairment in interpersonal relationships and social insecurity, as well as low self-esteem are issues to treat in Bulimia Nervosa (BN). This study evaluated the effectiveness of a therapeutic structured group treatment like the Assertiveness Training Program (ATP) in the increase and speed up in outpatient interdisciplinary treatment for BN. Method: The sample of this research consists of two clinical groups: an experimental group (GSbn) consisting of 24 outpatient females with Bulimia Nervosa (DSM IV R) with low self-esteem and social insecurity, that followed a 20 week structured Assertiveness Training Program (ATP) after an initial treatment of 4 CBT + 4 Psychonutritional Rehabilitation (PNR) assessment sessions and 12 CBT + 12 RPN individual interdisciplinary treatment sessions. The second clinical group was the control group (GCbn) consisting of 24 females with BN had the same initial treatment and continued with 20 CBT + 20 PNR individual treatment sessions, being on the waiting list for the ATP. Both clinical groups were compared with a second control group of 64 healthy subjects (GCs) which served as reference value. Results: Significant change emerged on the experimental group’s measures of the social insecurity dimensions, low self-esteem and psychological wellbeing as well as in the eating pathology symptoms. Discussion:  Preliminary results support the inclusion of a structured Assertiveness Training Program in the treatment plan especially in BN with high levels of social insecurity and marked low self-esteem.

ALLEGATO 1ALLEGATO 2ALLEGATO 3

KEYWORDS: Training, assertività, Bulimia Nervosa, insicurezza sociale, autostima.

 

PREMIO STATE OF MIND 2014

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Psicoterapia inefficace: l’esperienza soggettiva dei pazienti

FLASH NEWS

I ricercatori, sulla base delle risposte dei pazienti, sostengono che il possibile errore dei terapisti che hanno lavorato con il gruppo dei pazienti non migliorati potrebbe essere quella di aver aderito troppo rigidamente alla tecnica psicoanalitica tradizionale.

La psicoterapia funziona per la maggior parte delle persone, ma c’è un gruppo di pazienti per i quali potrebbe essere inefficace, o peggio ancora dannosa. Un nuovo studio sostiene di essere il primo a indagare sistematicamente ciò che rappresenta l’esperienza della terapia per i pazienti che non mostrano un miglioramento dopo la terapia, o che addirittura mostrano un peggioramento.

Andrzej Werbart ei suoi colleghi hanno condotto delle interviste rivolte a 20 pazienti che non hanno mostrato miglioramenti o che hanno subìto un peggioramento a seguito di un trattamento di psicoterapia psicoanalitica individuale o di gruppo presso l’ex Istituto di Psicoterapia di Stoccolma (appartenenti ad un gruppo più ampio di 134 pazienti). All’inizio del trattamento i pazienti avevano un’età media di 22 anni, e 17 di loro erano di sesso femminile. I pazienti presentavano disturbi dell’umore, problemi di relazione e disturbi della personalità. Le interviste si sono svolte alla fine del ciclo di terapia, e poi di nuovo un anno mezzo più tardi.

I ricercatori trascrissero le interviste e trovarono una chiave di lettura condivisa tra i pazienti: la sensazione che qualcosa di importante si avvicinava spesso, ma era una sensazione non condivisibile col terapeuta. Alcuni, invece, riferivano di avere una visione generale positiva dei terapeuti ma li consideravano poco impegnati.

Un problema ricorrente tra i pazienti era provare sentimenti di incertezza circa gli obiettivi della terapia e le modalità per raggiungere gli stessi.

I ricercatori, sulla base delle risposte dei pazienti, sostengono che il possibile errore dei terapisti che hanno lavorato con il gruppo dei pazienti non migliorati potrebbe essere quella di aver aderito troppo rigidamente alla tecnica psicoanalitica tradizionale (aver sostenuto momenti di silenzio prolungati orientando il focus della terapia su esperienze infantili nella vita familiare).

In seguito i terapeuti, invitati dai ricercatori a riflettere su una terapia più giusta per questo tipo di pazienti, hanno riconosciuto l’utilità di una terapia più direttiva, più orientata allo scopo e all’azione. Da ricerche precedenti emerse invece che pazienti insoddisfatti della  terapia cognitivo-comportamentale sostenevano di preferire una tecnica terapeutica più focalizzata sulla riflessione e comprensione.

Gli autori hanno riscontrato poi una difficoltà da parte dei terapeuti di riconoscere il momento in cui la terapia non risulta essere efficace. Per rimediare a questo inconveniente, propongono di utilizzare interviste che possano indagare il gradimento del paziente verso la terapia in corso ed eventualmente aprire discussioni utili per garantire l’efficacia della terapia.

Al contrario di quanto avvenuto nel gruppo di pazienti che hanno mostrato un miglioramento immediato grazie alla psicoterapia, un aspetto positivo che ha coinvolto i pazienti che non sono migliorati è che nella fase tra la fine della terapia e il follow-up si ha una diminuzione dei sintomi.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La felicità: cos’è e come funziona – Infografica – Psicologia

La psicologia della felicità:

Fonte: Happily

La Scienza della Felicità - Infografica - FONTE: Happily.it 

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La psicoterapia per il disturbo evitante di personalità

Disturbo Evitante di Personalità -
Disturbo Evitante di Personalità

Il disturbo evitante di personalità richiede trattamento psicoterapeutico specifico dal momento che è un disturbo diffuso, con compromissione significativa del funzionamento sintomatico e associato a sintomi psicologici rilevanti. Una comprensione accurata del disturbo evitante di personalità deve includere i problemi di questi pazienti nella consapevolezza, accettazione e regolazione delle emozioni. Questi pazienti sono alessitimici e tendono ad evitare o sopprimere le proprie emozioni. In alternativa si disregolano, sorgente possibile dell’associazione con abuso di sostanze e alcool.

 

Psicoterapia per il disturbo evitante di personalità

Riguardo alla psicoterapia, la realtà è che gli studi empiricamente a supporto sono pochi. Non c’è evidenza di superiorità di alcun approccio sull’altro (e.g. CBT o psicodinamica), vista anche la carenza delle ricerche di efficacia.

Il paziente con disturbo evitante di personalità ha prima bisogno di capire cosa lo fa soffrire, quali schemi interpersonali lo portano a stare male e ad evitare le situazioni. Poi in un clima di costante e attenta regolazione della relazione terapeutica possono provare ad esporsi. Di solito l’esposizione non ha successo a breve termine e aumenta il dolore psicologico (il che è normale), però grazie all’esposizione aumenta la consapevolezza dei problemi e il clinico può usare la conoscenza in seduta per favorire operazioni di distanza critica. Quando i pazienti hanno acquisito maggiore consapevolezza di essere guidati da schemi interpersonali maladattivi che non sono necessariamente veri possono trovare più semplice esporsi a situazioni sociali temute.

Ritengo discutibile il beneficio del training assertivo, almeno in fase precoce. Per esempio in uno studio di Alden del 1989 la parte dello skills training non contribuiva all’efficacia della terapia. La terapia di gruppo in fase iniziale di trattamento può essere impegnativa e non di particolare efficacia, traduco dalla review di Matusievicz e colleghi.

[blockquote style=”1″]non ci sono dati che supportino l’efficacia della CBT breve di gruppo nel ridurre sintomi del disturbo evitante, ansia, depressione e comportamenti sintomatici come pure il funzionamento sociale complessivo. Benché la ristrutturazione cognitiva e gli skills training siano associati con miglioramenti in terapia, questi non sembrano migliorare l’outcome dell’esposizione graduale… molti pazienti continuano a mostrare problemi significativi dopo la CBT di gruppo… trattamenti di più lunga durata potrebbero essere necessari per cambiare pattern cognitivi e comportamentali di lunga durata…[/blockquote]

 

Aggiungo che la terapia di gruppo è particolarmente difficile per pazienti che hanno difficoltà a decodificare gli stati mentali propri e altrui, e al contrario di quanto suggerito in questo articolo non c’è ragione per considerarla un trattamento di prima scelta. Sull’uso dei farmaci nei disturbi di personalità a parte il borderline non c’è letteratura conclusiva, quindi non c’è motivo di raccomandare gli ansiolitici come trattamento di prima scelta e l’uso degli antidepressivi dovrebbe essere accuratamente valutato.

Studi interessanti vengono dallo Ullevaal project a Oslo e lì si è visto che pazienti con scarse capacità di mentalizzazione potevano rispondere meglio al trattamento ambulatoriale che a quello intensivo di gruppo, probabilmente perché per loro il gruppo poteva essere troppo difficile (Arnevik et al., 2009; Gullestad et al., 2012; 2013).

 

Per chi volesse una lettura accurata di cosa si sa dell’efficacia del disturbo evitante in terapia suggerisco:

  • Alden, L. (1989). Short-Term Structured Treatment of Avoidant Personality Disorder. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 57(6), 756-764.
  • Arnevik, E., Wilberg, T., Urnes, O., Johansen, M., Monsen, J. and Karterud, S. 2009. Psychotherapy for personality disorders: Short term day hospital psychotherapy versus outpatient individual therapy – A randomized controlled study. European Psychiatry, 24: 71–78.
  • Bartak, A., Spreeuwenberg, M. D., Andrea, H., Holleman, L., Rijnierse, P., Rossum, B. V… Emmelkamp, P. M. G. (2010). Effectiveness of Different Modalities of Psychotherapeutic Treatment for Patients with Cluster C Personality Disorders: Results of a Large Prospective Multicentre Study. Psychotherapy and Psychosomatics, 79, 20-30.
  • Emmelkamp, P. M. G., Benner, A., Kuipers, A., Feiertag, G. A., Koster, H. C. & van Apeldoorn, F. J. (2006). Comparison of brief dynamic and cognitive-behavioural therapies in avoidant personality disorder. The British Journal of Psychiatry, 189, 60-64.
  • Gullestad, F.S. , Wilberg , T. , Klungsøyr , O. , Johansen , M.S. , Urnes , Ø. , & Karterud , S. (2012). Is treatment in a day hospital step-down program superior to outpatient individual psychotherapy for patients with personality disorders? 36 months follow-up of a randomized clinical trial comparing different treatment modalities . Psychotherapy Research , 22, 426-441.
  • Gullestad, F.S., Johansen , M.S. , Høglend, P., Karterud, S. & Wilberg, T. (2013). Mentalization as a moderator of treatment effects: Findings from a randomized clinical trial for personality disorders. Psychotherapy Research.Muran, J. C., Safran, J. D., Waller Samstag, L. & Winston, A. (2005). Evaluating an Alliance-Focused Treatment for Personality Disorders. Psychotherapy: Theory, Research, Practice, Training, 42(4), 532-545.
  • Matusiewicz, A. K., Hopwood, C. J., Banducci, A. N., & Lejuez, C. W. (2010). The Effectiveness of Cognitive Behavioral Therapy for Personality Disorders. The Psychiatric Clinics of North America, 33(3), 657–685. doi:10.1016/j.psc.2010.04.007
  • Svartberg, M., Stiles, T. & Seltzer, M. H. (2004). Randomized, Controlled Trial of the Effectiveness of Short-Term Dynamic Psychotherapy and Cognitive Therapy for Cluster C Personality Disorders. American Journal of Psychiatry, 161(5), 810-817.

 

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Guida interpretativa del MCMI, Millon Clinical Multiaxial Inventory. Recensione

 

La semplicità d’uso, la ridotta numerosità di item e del tempo di somministrazione, il basso rischio di simulazione e la migliore efficacia nel favorire l’inquadramento diagnostico rispetto all’Asse II del DSM, sono alcuni dei vantaggi che incoraggiano il suo utilizzo.

Guida Interpretativa del MCMI (Millon Clinical Multiaxial Inventory) scritto da James Choca ed Eric Van Denburg rappresenta il primo contributo volto a esplorare in modo dettagliato e accorto il questionario di personalità costruito da Theodore Millon nel 1977. Il volume s’introduce nel panorama testistico come un valido aiuto per i professionisti operanti nel campo della salute mentale interessati a conoscere e sondare le potenzialità di questo inventario di personalità.

Una rassegna particolareggiata di ricerche illustra qualità e limiti del MCMI attraverso dieci capitoli, informando il lettore delle fasi che hanno condotto dalla costruzione e standardizzazione e revisione, fino al suo utilizzo per l’interpretazione della personalità e della psicopatologia.

Gli autori colgono nel segno l’obiettivo di facilitare la comprensione della misurazione della personalità presentando uno strumento snello e di semplice utilizzo e con una teoria sottostante particolarmente utile per la diagnosi psicologica. Una visione teorica che concepisce alla base della personalità tre polarità: piacere/dolore, attività/passività, sé/altro che danno vita ad un insieme di convinzioni su di sé e sul mondo, modi di pensare, di sentire e di comportarsi tipici dell’uomo. Le variazioni patologiche sono qui descritte come il frutto di stili di coping non adattivi della personalità che impediscono il superamento della natura conflittuale dei rapporti tra individuo e ambiente.

La raccolta di dati clinici rilevanti è stata sempre oggetto di riflessione di molti studiosi, si pensi che le prime descrizioni di personalità possono essere fatte risalire ad Ippocrate, sin da allora probabilmente le peculiari qualità dei disturbi mentali e la necessità di un’interpretazione diagnostica obiettiva hanno ostacolato questa operazione rendendola ancora più difficoltosa per i disturbi di personalità. Nel maremagnum di tutte le misurazioni esistenti, un passo in avanti fu compiuto da Theodore Millon e i suoi collaboratori attraverso la costruzione di uno strumento olistico che è in grado di includere in un solo questionario tutti i disturbi di personalità del Diagnostic and Statistical  Manual of Mental Disorder (DSM).

La prima edizione del questionario fu rivista in modo da essere correlata al manuale diagnostico più utilizzato al mondo. Nello specifico la seconda revisione ha avuto lo scopo di adeguare lo strumento ai criteri elaborati per il DSM IV e per la misurazione della personalità depressiva e del disturbo da stress post-traumatico. Tutte le versioni del test offrono la possibilità di una misurazione coerente dei tratti di personalità e dell’eventuale presenza di psicopatologia.

È doveroso ricordare che l’inventario fu costruito per essere usato con pazienti psichiatrici. Infatti, Millon non raccomanda il suo utilizzo con individui che non siano pazienti con psicopatologie. Il test utilizza punteggi base rate ancorati alla prevalenza di attributi nella popolazione psichiatrica. Questi punteggi forniscono informazioni sulla probabilità che un dato soggetto sia simile al gruppo di pazienti psichiatrici che si pensa abbiano un particolare tratto o attributo. Tuttavia, James Choca ed Eric Van Denburg indicano la possibilità di utilizzare il MCMI anche con pazienti non psichiatrici purché sia fatto con cautela.

Il Millon Clinical Multiaxial Inventory è un questionario di autovalutazione composto da 175 item dicotomici vero/falso che attraverso ventiquattro scale cliniche fornisce una misura di stili di personalità, dei disturbi gravi di personalità e delle sindromi cliniche. L’ultimo gruppo di scale è quello delle sindromi cliniche gravi che sono rispettivamente: la scala di disturbo del pensiero, della depressione maggiore, la scala del disturbo delirante. Inoltre il MCMI è provvisto anche di una scala di validità e di indici modificatori, ossia l’indice di Apertura, l’indice di Desiderabilità e l’indice di Svalutazione. Dal punto di vista psicometrico i coefficienti alfa di coerenza interna sembrano accettabili andando da .66 per la Scala Compulsiva a .90 per la Scala di Depressione Maggiore e l’attendibilità è elevata.

La struttura del testo suddivisa in due parti accoglie nella prima la descrizione dello strumento nelle sue qualità e nella seconda conduce il lettore alla conoscenza della più complessa operazione d’interpretazione. Una vasta sezione è assegnata all’interpreazione dell’Inventario, nella quale sono fornite indicazioni dettagliate di come procedere nell’individuazione del profilo di personalità.

Si precisa di seguire come primo step la verifica della validità e la della difensività del profilo, per poi dedicarsi alla comprensione del livello di funzionamento della personalità. Gli autori rilevano che non necessariamente la presenza di picchi tra le otto scale di personalità vada interpretata come presenza di psicopatologia e che è certamente più semplice riconoscere set di risposte di falsificazione negativa quando molte scale presentano punteggi base rate superiori ad 85.

L’interpretazione dei singoli punteggi semplicistica e carente di molte informazioni è poco consigliabile, se ne raccomanda una per picchi indubbiamente più completa. Si procede prendendo in considerazione nelle prime otto scale di personalità il primo numero che rappresenta il picco più alto al di sopra della linea di taglio del punteggio base rate di 75, il secondo numero che rappresenta il secondo picco e il terzo numero che rappresenta il terzo picco. Generalmente nella codifica del profilo si fa utilizzo dello zero quando si vuole indicare che nessuna scala è sopra la linea di taglio.

Nei capitoli a seguire è discusso l’utilizzo del MCMI per la valutazione della psicopatologia e la difficoltà di quest’operazione quando si tratta di distinguere tra disturbi di personalità e sindromi cliniche dati numerosi elementi in comune. Tuttavia la conoscenza di quali scale si elevano maggiormente nei vari disturbi potrebbe semplificare questa operazione.

Inoltre nel testo si approfondisce la validità concorrente dello strumento ricorrendo ad una vasta esposizione di studi che confrontano le tre versioni del MCMI tra loro e rispetto ad altri inventari di personalità. Un aiuto concreto per la valutazione psicologica proviene dalla presentazione di resoconti di casi clinici che illustrano come è possibile giungere ad una visione olistica del soggetto integrando dati storici, dati ottenuti dal MCMI e misure proiettive e secondo quale schema descrittivo potrebbe essere strutturati.

L’augurio per il futuro che gli autori comunicano è di poter pensare all’utilizzo di misure di valutazione psicologiche non solo per finalità diagnostiche, ma anche per indicazioni di trattamento, qualità rintracciabile nel MCMI. Per concludere il volume dona una descrizione onesta di vantaggi e svantaggi del MCMI, che predispongono il clinico alla verifica attraverso la pratica clinica.

Il ventaglio di qualità attribuite al esso, non può essere trascurato, così come l’interesse rivolto ad esso da parte degli studiosi. La semplicità d’uso, la ridotta numerosità di item e del tempo di somministrazione, il basso rischio di simulazione e la migliore efficacia nel favorire l’inquadramento diagnostico rispetto all’Asse II del DSM, sono alcuni dei vantaggi che incoraggiano il suo utilizzo.

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BIBLIOGRAFIA:

Disturbi Alimentari: è possibile considerarli disturbi da dipendenza da cibo?

Questi risultati preliminari aprono la strada alla possibilità di considerare la bulimia, così come il BED, disturbi da dipendenza da cibo e trattarli quindi alla stregua delle dipendenze da altri tipi di sostanze.

Ormai di Disturbi Alimentari si parla spesso: nelle riviste specializzate, a scuola, nei programmi di prevenzione, nell’ambiente della moda, nei libri di testo; si tratta di una categoria che raccoglie un’ampia gamma di problematiche, che vanno dall’eccessiva restrizione alimentare ai comportamenti impulsivi ad uno stile di vita particolarmente selettivo. Sappiamo anche che le situazioni problematiche in questo senso stanno espandendo la loro portata, passando da definirsi come disturbi a insorgenza prevalentemente nell’adolescenza e prima età adulta a una diffusione sempre maggiore anche nell’età più matura.

Sicuramente quello che accomuna questi differenti quadri clinici (Anoressia, Bulimia, ecc.) è un rapporto problematico con il cibo e con il proprio corpo. D’altra parte, si tratta di modalità molto differenti di declinare questo rapporto infelice: non è difficile notare le diverse caratteristiche di personalità che sottostanno a un comportamento molto regolato e ossessivo (tipico per esempio delle pazienti anoressiche) piuttosto che a un pattern ambivalente di impulsività e tentativi di compensazione (tipico delle pazienti bulimiche).

Negli ultimi anni la letteratura scientifica sull’argomento ha proposto un inquadramento differente dei Disturbi Alimentari, avvicinando alcuni di questi alla diagnosi di dipendenza da sostanze. In particolare, il Binge Eating Disorder (BED), che prevede la presenza di episodi di abbuffate in assenza di comportamenti finalizzati a eliminare le calorie ingerite, è stato ampiamente concettualizzato come dipendenza dal cibo e da particolari ingredienti, come lo zucchero (Gearhardt, Davis, Kuschner & Brownell, 2011). Inoltre, l’osservazione delle immagini di risonanza magnetica delle persone con BED ha mostrato un’alterazione nel sistema della dopamina, simile a quanto si osserva nelle risonanze magnetiche delle persone con una dipendenza da sostanze (Hadad & Knackstedt, 2014).

Recentemente, un gruppo di autori tedeschi e austriaci ha esplorato meglio la componente di dipendenza all’interno della Bulimia Nervosa, intervistando i soggetti secondo i criteri definiti dal DSM-IV per la dipendenza da sostanze, declinati in modo da indagare il cibo al posto della sostanza. Nello specifico, questi criteri includono (1) essere incapaci di controllare l’abbuffata, (2) trascurare le relazioni sociali o il lavoro a causa delle abbuffate, (3) sintomi di astinenza, (4) impiegare molto tempo per procurarsi il cibo, abbuffarsi o riprendersi dagli effetti dell’abbuffata, (5) continuare a mangiare nonostante le conseguenze negative, (6) consumare una maggior quantità di cibo di quella che si vorrebbe consumare.

Gli autori hanno testato sulla base di questi criteri un campione di pazienti bulimiche, un gruppo di persone non bulimiche ma con una storia di bulimia passata e un gruppo di persone non bulimiche e che non avevano mai ricevuto la diagnosi in passato. I risultati hanno mostrato che, considerando i criteri per la dipendenza da sostanze adattati rispetto alla “sostanza cibo”, tutte le persone testate che soddisfacevano la diagnosi di bulimia risultavano anche dipendenti dal cibo, mentre questa dipendenza non caratterizzava nessuna delle persone senza diagnosi;

inoltre, il 30% delle persone con un passato di bulimia ma senza diagnosi attuale soddisfaceva i criteri per la dipendenza da cibo. Aggiungere questo ultimo campione ha permesso di evidenziare come la dipendenza dal cibo non sia trasversale alla bulimia, ma possa essere vista come un modo diverso di concettualizzare lo stesso disturbo.

In questo senso, questi risultati preliminari aprono la strada alla possibilità di considerare la bulimia, così come il BED, disturbi da dipendenza da cibo e trattarli quindi alla stregua delle dipendenze da altri tipi di sostanze.

 

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BIBLIOGRAFIA:

L’ABC delle mie emozioni: programma di alfabetizzazione socio-affettiva secondo il modello REBT (2014) – Recensione

Open School Milano

Suddiviso in 2 volumi rispettivamente rivolti a bambini tra i 4 e i 7 anni e tra gli 8 e i 13 anni, l’ABC delle mie emozioni si propone come un testo psico-educativo semplice e adeguato all’ età dei bambini ai quali si rivolge, accompagnato da molteplici rappresentazioni visive, disegni ed esercizi rivolti a se stessi.

Tuttavia, il libro potrebbe essere utilizzato anche dai genitori come guida per conoscere, comprendere ed educare meglio i propri figli o dagli insegnanti che potrebbero applicare tale protocollo all’interno delle classi al fine di promuovere una maggiore comprensione e regolazione emotiva negli alunni.

Nella filosofia antica e fino all’epoca di Darwin, le emozioni erano considerate opposte alla razionalità umana ed espressione di una incapacità di controllare se stessi e la propria mente e si riteneva che ci fosse una divinità negativa come Le Furie, Pan o Dioniso che si impossessava dell’anima nei momenti in cui le emozioni emergevano in modo incontrollabile. Con “L’espressione delle emozioni nell’ uomo e negli animali” di Darwin (1872) si fa strada l’idea che le emozioni siano un meccanismo adattivo per la sopravvivenza della specie: le emozioni, infatti, influenzano il proprio comportamento e consentono di comunicare agli altri il proprio stato emotivo e questo ha degli effetti benefici sia sul soggetto che sull’ ambiente.

Secondo le scienze psicologiche, attualmente è ormai opinione condivisa che le emozioni siano una componente essenziale per l’individuo e garante della sua sopravvivenza psico-fisica: ad esempio l’ansia ci avverte della presenza di un pericolo e ci mobilita per affrontarlo, la rabbia ci comunica che abbiamo subito un’ingiustizia, la tristezza che abbiamo perso qualcosa che per noi era assolutamente importante, ecc. Insomma, le emozioni svolgono diverse funzioni e, nello specifico, ci consentono di reagire alle avversità, di fronteggiare le frustrazioni, di relazionarci in maniera positiva ed equilibrata con gli altri e il mondo. Vi sono, tuttavia, delle circostanze in cui diventa fondamentale regolare e gestire tali emozioni: questo accade nel momento in cui esse risultano troppo intense e durature, generando malessere emotivo e influenzando negativamente il proprio comportamento.

Le emozioni emergono precocemente nella vita di ciascun individuo e secondo Ekman e Friesen già nelle prime settimane di vita è possibile riscontrare la presenza di 6 emozioni primarie innate e universali: la gioia, la tristezza, la rabbia, la paura, il disgusto, la sorpresa. Nel corso dello sviluppo, le emozioni cambiano a causa sia della maturazione biologica sia dei processi di socializzazione primaria e secondaria ed emergono delle nuove emozioni: ad esempio, la colpa, la vergogna e l’orgoglio compaiono verso il secondo e terzo anno di vita. Col tempo, le emozioni cominceranno ad essere attivate in situazioni differenti e saranno regolate con comportamenti sempre più accettati socialmente.

La competenza emotiva di un bambino, ossia la capacità di riconoscere e gestire le proprie emozioni e di riconoscere e rispondere in maniera appropriata alle emozioni altrui, varia a seconda dell’età del bambino e del contesto sociale in cui vive: ad esempio, è stato dimostrato che parlare in famiglia delle emozioni sia proprie che altrui (Dunn, Brown, 1994) permette ai bambini di affrontare meglio le proprie emozioni, di comprendere le emozioni altrui, di condividere le esperienze emotive con gli altri e di relazionarsi in maniera più appropriata con gli altri. Inoltre, durante l’età prescolare, come ci riporta Piaget, nel bambino si sviluppa la cosiddetta “teoria della mente” che consente allo stesso di attribuire all’altro intenzioni, desideri, pensieri ed emozioni che possono essere differenti dai propri; il bambino riesce, dunque, ad assumere una prospettiva diversa dalla propria.

Spiegare ai bambini cosa sono le emozioni, denominarle e insegnare loro delle strategie di gestione delle stesse non sempre risulta un compito semplice per genitori ed insegnanti, in quanto richiede una buona conoscenza dell’argomento ma anche l’utilizzo di un linguaggio semplificato che possa essere compreso adeguatamente dai bambini. L’obiettivo di questo libro è proprio quello di accompagnare passo passo bambini, genitori ed insegnanti nell’esplorazione del mondo delle emozioni.

In un primo momento è fondamentale imparare a riconoscere le emozioni che si provano, attribuire loro il giusto nome e saper definire la loro intensità su un termometro che va da 0 a 100; col supporto di immagini, favole e giochi questa attività può risultare divertente e coinvolgente. Ai bambini più grandi si può insegnare anche che talvolta il corpo può comunicarci l’emozione che stiamo provando e con alcuni esercizi di auto-osservazione e di meditazione si può imparare a prestare attenzione e a riconoscere le sensazioni del proprio corpo.

Successivamente si consigliano ai bambini delle strategie secondo il modello REBT per poter gestire in maniera ottimale le proprie emozioni, tollerare le frustrazioni, stabilire delle relazioni positive con gli altri: dunque, si consiglia di prestare attenzione ad una situazione in cui è emersa un’emozione molto forte e disturbante o quando è stata vissuta una frustrazione, esplicitare i pensieri che sono comparsi nella propria mente in quella circostanza, riconoscere che essi non ci hanno fatto stare bene e non sono stati utili e cercare un pensiero alternativo e più funzionale che ci aiuti a stare meglio e a tollerare quella frustrazione.

Come anticipato, il modello teorico al quale si fa riferimento nella definizione di questo protocollo è quello della REBT (Rational Emotive Behavior Therapy) di Albert Ellis, il quale sostiene che alla base dei disturbi emotivi ci sarebbero dei pensieri irrazionali e disfunzionali che potrebbero essere racchiusi in 3 categorie:

1) doverizzazioni rigide rispetto a come si deve essere e devono essere fatte le cose;

2) alcune situazioni sono reputate terribili e intollerabili;

3) valore personale legato ad un solo ambito ristretto e se si fallisce in quell’ambito, tutta la propria esistenza è considerata un fallimento.

Dunque, le caratteristiche dei pensieri irrazionali sarebbero le seguenti: distorcono la realtà, sono pensieri esagerati e assolutistici, non consentono di raggiungere i propri scopi e portano a reazioni emotive troppo intense e durature.

 

Per esplorare i pensieri e le emozioni, Ellis propone il metodo dell’ABC che consiste nell’individuare la A, ossia una situazione problematica, la B che consiste nei pensieri emersi in quella situazione e la C che corrisponde alle emozioni provate e ai comportamenti messi in atto in risposta. Con questa tecnica, si evince il rapporto esistente tra i pensieri e le emozioni; sono appunto i pensieri a generare le emozioni e, dunque, modificando i pensieri, si modificano le emozioni.

Un altro concetto della terapia cognitiva riportato nel testo è quello relativo ai cosiddetti “virus mentali”; si tratta di bias cognitivi che spesso vengono attivati in maniera automatica ma ai quali è importante prestare attenzione  e riconoscere nel proprio dialogo interiore. I virus mentali presenti nei bambini sono soprattutto i seguenti: pretendere ed esigere (ossia pensare che le cose debbano necessariamente essere fatte in quel modo o che gli altri debbano comportarsi secondo delle regole rigide che noi ci siamo dati); dare interpretazioni sbagliate (ossia fornire delle spiegazioni scorrette su qualcosa che è successo ad esempio attribuendo a se stessi la colpa per qualcosa senza che ce ne sia alcun fondamento oppure ritenendo che l’altro si sia comportato male nei nostri confronti proprio per farci un torto), svalutare (cioè giudicare qualcuno in modo completamente negativo perché ha fatto qualcosa di sbagliato o di sgradevole), ingigantire (ossia ingrandire gli aspetti negativi di quello che succede o che potrebbe succedere) e generalizzare (cioè utilizzare espressioni estreme e generali come mai, sempre, nessuno o tutti, senza essere capaci di circostanziare gli avvenimenti).

Una volta riconosciuti i pensieri irrazionali e i virus mentali presenti nel bambino, si procede assieme al bambino alla trasformazione di tali pensieri, cercandone altri più funzionali e adattivi: ad esempio le doverizzazioni potrebbero essere sostituite con preferenze (invece di pensare “Devo fare sempre tutto bene”, posso pensare “Vorrei fare tutto bene, ma se così non fosse non sarebbe così terribile”); il pensiero catastrofico con pensieri che ridimensionano l’evento in maniera più realistica, l’intollerabilità di certe situazioni con pensieri che riconoscono la spiacevolezza di quell’evento ma lo reputano tollerabile, la svalutazione di sé o degli altri con una maggiore accettazione incondizionata propria e altrui (invece di pensare “Sono uno stupido, sbaglio sempre tutto!”, posso pensare “In quella situazione effettivamente ho commesso un errore, ma tutti possono sbagliare e io resto un bambino che vale”).

Concludendo, gli obiettivi che questo testo si propone di conseguire consistono nel favorire una maggiore accettazione di sé e degli altri, aumentare la tolleranza alla frustrazione, saper riconoscere e denominare le proprie emozioni, saper individuare i propri pensieri irrazionali e virus mentali e il legame esistente tra pensieri ed emozioni, sostituire i pensieri irrazionali con altri più costruttivi.

Lavorando quotidianamente in qualità di educatrice a contatto con bambini e pre-adolescenti con problematiche familiari e personali spesso di natura psicologica, emotiva e relazionale, leggendo il titolo del libro e la breve presentazione, mi è subito nata la curiosità di leggerlo con lo scopo eventualmente di sperimentare tali tecniche con i bambini con cui lavoro. Dopo aver completato la lettura, mi sono resa conto che tale protocollo poteva essere efficace e adeguato soprattutto con due bambine dell’età di 12 anni, che presentano delle difficoltà principalmente nella gestione dell’ansia e della rabbia; per cui ho dedicato gli incontri successivi dell’ intervento alla lettura e discussione di questo volume come guida strutturata e progressiva per favorire nelle minori una maggiore capacità di riconoscimento e di gestione di tali emozioni.

I disegni, gli esercizi di respirazione e di meditazione e le favole raccontate sono stati molto utili per favorire la comprensione di alcuni concetti che potrebbero inizialmente apparire complicati per i bambini e nello stesso tempo hanno aumentato l’interesse e il coinvolgimento delle bambine. Ne consiglio, dunque, l’utilizzo a tutti coloro che svolgono il ruolo di insegnanti o educatori, in quanto è possibile ottenere risultati terapeutici divertendosi.   

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Di Pietro, M. (2014). L’ABC delle mie emozioni. Erickson: Trento.
  • Ellis, A. (1989). Ragione ed emozione in psicoterapia. Astrolabio: Roma.
  • Canestrari, R., Godino, A. (2007). La psicologia scientifica. Cluebeconomia: Bologna.
  • Schaffer, H.R. (2005). Psicologia dello sviluppo. Raffaello Cortina Editore: Milano. 

Il disgusto verso di sé come trigger emotivo nell’autolesionismo

FLASH NEWS

Per autolesionismo si intende la tendenza a mettere in atto, in modo intenzionale e ripetitivo, comportamenti che hanno lo scopo di provocare un danno al proprio corpo, procurandosi per esempio tagli, bruciature, lividi o escoriazioni.

L’obiettivo non è quello di uccidersi, bensì di trovare sollievo da una stato di sofferenza emotiva. Ad oggi si stima che siano tra il 7 e il 38% gli adolescenti che hanno compiuto almeno un atto di autolesionismo, ma si tratta di un fenomeno in crescita.

Sulla base di queste premesse, è facile comprendere perché sempre più sono le ricerche volte ad indagare questo tipo di comportamenti ed i pensieri e i sentimenti ad essi sottesi. Negli ultimi anni è stato così possibile identificare alcuni importanti fattori di rischio, tra i quali depressione ed esperienze di abuso sessuale.

Tuttavia, Noelle Smith, PhD presso il Dipartimento di Psicologia della Southern Methodist, ed alcuni suoi colleghi dell’Università di Dallas si sono chiesti se l’influenza esercitata da questi fattori sulla messa in atto di comportamenti autolesionistici non sia in realtà da mettere in relazione a sentimenti di disgusto vissuti verso se stessi, che potrebbero costituire un trigger emotivo nella genesi di questi comportamenti e svolgere un importante ruolo di mediatori rispetto ad esperienze di depressione e abuso.

Lo studio ha coinvolto un campione di oltre cinquecento studenti, non ancora laureati, ai quali è stato chiesto di rispondere ad una serie di domande che valutavano la messa in atto di comportamenti autolesionistici non suicidari, la presenza di esperienze di depressione ed abuso fisico e sessuale, la propensione a reagire in modo ansioso e la tendenza a provare sentimenti di disgusto verso se stessi.

I risultati ottenuti hanno messo in evidenza come coloro che riportavano di aver sperimentato con una maggiore frequenza sentimenti di disgusto verso di sé andavano incontro con maggiore probabilità alla messa in atto di comportamenti autolesionistici.

In modo particolare è emerso come, nel confronto con le passate esperienze in cui questi soggetti riferivano di essersi procurati delle ferite autoinflitte, gli episodi più recenti risultavano essere associati in modo statisticamente significativo con sintomi di tipo depressivo mentre erano associati solo parzialmente ad esperienze di abuso sessuale. Il fatto, inoltre, che i sintomi depressivi fossero risultati associati a comportamenti autolesionistici solo quando veniva considerata la presenza di sentimenti di disgusto verso di sé avvalorava ulteriormente il ruolo di mediazione ipotizzato in merito a tale fattore.

Molte sono ancora le questioni aperte e su cui far luce, non è infatti chiara quale sia la direzione della relazione esistente tra la messa in atto di comportamenti autolesionistici e i sentimenti di disgusto verso se stessi. Da un lato il ricorso a tali comportamenti potrebbe placare i sentimenti negativi vissuti verso di sé, dall’altro la messa in atto di questi comportamenti potrebbe essere alla base dell’insorgere di ulteriori sentimenti di vergogna rispetto alle proprie azioni.

In ogni caso, attraverso questo studio è stato possibile guardare per la prima volta alla dimensione emotiva all’origine dei comportamenti autolesionistici che porta ad interpretare i sentimenti di disgusto verso di sé come un possibile fattore precipitante, e che pertanto dovrebbero essere adeguatamente tenuti in considerazione nel corso del trattamento di queste problematiche.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Le pillole della felicità. Dal Miltown al Prozac, di David Herzberg (2014) – Recensione

L’intento di base dell’autore è quello di fare comprendere la complessità del fenomeno psicofarmacologico, che esce dai confini dei laboratori, degli ambulatori e delle cliniche psichiatriche, coinvolgendo aspetti commerciali, sociali e addirittura politici.

Questo volume, scritto da uno storico della medicina e che ha la prefazione di Paolo Migone, racconta la nascita e lo sviluppo degli psicofarmaci, partire dagli anni 50, con un occhio di riguardo agli aspetti sociali del fenomeno.

Nella prima parte del libro viene analizzata la grande diffusione tra gli anni Cinquanta e Settanta di farmaci ansiolitici come il Miltown (meprobamato) e il Valium (i cosiddetti farmaci blockbuster) e la loro conseguente decadenza causata dai problemi della dipendenza. Nella seconda parte si parla degli inibitori selettivi del reuptake della serotonina (SSRI) e in particolare del celeberrimo Prozac, che negli anni Ottanta portò una ventata di fiducia nella psichiatria biologica, con un modello di individuo rampante e produttivo, molto funzionale a quel periodo.

Fanno riflettere a questo riguardo le pubblicità degli psicofarmaci riportate nel libro, che hanno quasi sempre come protagoniste donne bianche e sorridenti del ceto medio, principale obiettivo di mercato e che consumavano psicofarmaci in misura doppia rispetto agli uomini. Mentre tra i maschi lo psicofarmaco poteva mettere in discussione un’immagine di virilità, le casalinghe americane sono state tra le principali consumatrici di ansiolitici, proprio per tollerare la frustrazione della vita domestica e questo causò forti campagne di critica da parte dei movimenti femministi, che sostenevano che la risposta al disagio doveva comprendere il cambiamento del ruolo sociale femminile e non poteva essere l’assunzione di pillole.

L’analisi storica del libro contiene un parallelismo interessante tra diffusione degli psicofarmaci e delle droghe d’abuso. All’inizio l’ansia era considerata un segno di complessità psicologica e di intelligenza, che colpiva i ceti più alti della società, in particolare i colletti bianchi e che quindi legittimava un uso molto disinvolto degli psicofarmaci. Questo si contrapponeva al crescente fenomeno della diffusione delle droghe illegali, che interessava invece soprattutto le categorie sociali più disagiate. I due fenomeni trovarono un punto d’incontro quando gli ansiolitici come il Valium vennero inclusi nella lista delle sostanze d’abuso dalla Food and Drug Administration.

L’intento di base dell’autore è quello di fare comprendere la complessità del fenomeno psicofarmacologico, che esce dai confini dei laboratori, degli ambulatori e delle cliniche psichiatriche, coinvolgendo aspetti commerciali, sociali e addirittura politici (interessante l’aneddoto del coming out sulla dipendenza da ansiolitici da parte di Betty Ford, moglie del presidente degli Stati Uniti).

L’immissione sul mercato di una nuova molecola pare avere una sorta di schema ripetitivo, che non si ritrova con i farmaci non psichiatrici, che prevede una fortissima aspettativa iniziale (quasi miracolosa) a cui segue un progressivo ridimensionamento della sostanza, fino ad arrivare alla demonizzazione con tanto di crociata popolare. D’altra parte, al giorno d’oggi è davvero difficile trovare qualcuno che per esperienza diretta o indiretta non abbia una sua opinione personale sulle pillole della felicità…

 

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BIBLIOGRAFIA:

Her di Spike Jonze (2013): la solitudine nell’era dei social network

L’elemento persistente è la solitudine. Theodor è solo. Una enorme lacuna emotiva che ad un tratto viene riempita dal sistema operativo.

Her è un film del 2013 scritto e diretto da Spike Jonze. Un sottile dramma si sviluppa per tutta la durata del film, la solitudine e ciò, che in un futuro non troppo prossimo potrebbe accadere all’uomo, alla socialità, alla tecnologia. Girato in una metropoli non altrimenti specificata, con un godibile utilizzo di alternanza di piani temporali, e di un impercettibile e presente filtro “sierra “ instagrammiano, la trama del film lancia degli importanti spunti di riflessione sociali e psicologici.

Theodor è un ragazzo tra i trenta e i quarant’anni, in procinto di divorziare. Il suo lavoro è scrivere lettere su commissione per altre persone (già lui quindi raffigura un ponte tra persona e tecnologia, già la sua figura è tra quello che c’è di più intimo nell’uomo, i sentimenti e l’esternazione di questi, e ciò che si sostituisce a noi e per nostra scelta, per ottimizzare i tempi, per sopperire a volte scarse capacità). La tecnologia utilizzata non lascia perplessi e non ci dà un’immagine troppo futuristica, è una tecnologia che comprendiamo, è l’evoluzione perfetta di ciò che abbiamo oggi.

Il sistema operativo che acquista è un software, OS1, e che in seguito prenderà il nome Samantha, dotato di una simil coscienza che sembra sviluppare anche emozioni e che si interfaccia con lui attraverso una voce femminile, decisa all’inizio dal protagonista, supporta e organizza in modo ottimale la vita dell’uomo: mail, appuntamenti, ricerca ristoranti, suggerisce musica, porta notizie. Supporta e scandisce ordine nella vita in maniera veloce, ottimale e personalizzata. Perfetto. Concepibile! Basti pensare già ad alcuni sistemi operativi presenti sui cellulari di oggi. Il rapporto stretto tra uomo e software evolve in una relazione mentale e non, che poi termina per la semplice necessità evolutiva di cui Samantha ha bisogno a cui poi seguirà finalmente anche un evoluzione emotiva di Theodor, sottolineata nell’ultimissima scena.

L’elemento persistente è come detto, la solitudine. Theodor è solo, attraverso dei flashback si evidenziano momenti con la ex moglie, momenti felici a cui lui rimane ancorato (ecco spiegata la sua riluttanza al firmare le carte per il divorzio). Una enorme lacuna emotiva che, ad un tratto viene riempita dal sistema operativo.

La drammaticità richiamata sta nella convinzione del protagonista di poterla colmare davvero attraverso Samantha, tanto che ad un certo punto del film si convince a firmare il divorzio. Comincia così questo suo nuovo frammento di vita, ed ecco scene di risate, viaggi, quotidianità spensierata in cui comunque lui è solo e con solo nel suo taschino il sistema operativo che crede di amare. Nel momento in cui Samantha decide di “lasciarlo” per seguire la sua evoluzione, Theodore si guarda intorno, nella scena un via vai di persone, tutte sole, che camminano quasi in modo automatico, non si guardano intorno, prese solo dalla conversazione con i loro rispettivi sistemi operativi. Theodor comprende.

Il film è un affresco al futuro e crea perplessità se non per la drammatica veridicità che trapela. La fine del film ci porta a non banali spunti di riflessione.  Per persone della mia generazione, cresciute quando avere il telefono cellulare era solo un telefono cellulare ed i mezzi di comunicazione di oggi, la tecnologia è senz’altro vista come un ottimo supporto all’organizzazione e alla gestione del tempo (importante indicatore per la psicologia della salute sulla gestione dello stress e dell’ansia disturbi propri dei paesi più industrializzati). Sappiamo utilizzarla al meglio, ma non ci facciamo troppo coinvolgere da questa, non ci fidiamo troppo di lei, lasciamo che faccia parte di noi, che ci aiuti, ma sappiamo anche di poterla dominare.

L’interrogativo a mio avviso più grande è come si svilupperanno i rapporti umani e la socialità nelle generazioni future che crescono già, se vogliamo dire così, forniti dei vantaggi/svantaggi legati a questa. Per il principio di selezione naturale, l’umanità andrà incontro all’acquisizione di nuove abilità legate alla stretta relazione uomo-macchina? Si perderanno le abilità acquisite per far spazio alle nuove? La qualità delle competenze dell’uomo andranno scomparendo da informazioni acquisite da siti più o meno competenti?

Con la conquista dei nuovi approcci interpersonali sudata nella seconda metà del novecento siamo arrivati all’affermazione delle nostre personali capacità, all’espressione creativa, all’emancipazione ad una socialità proattiva ma già oggi, con l’avvento dei social network, stiamo cambiando rotta? Il messaggio contro la telefonata! Uno schermo contro l’uscita con gli amici? 

Sono certa che l’educazione al bambino, la trasmissione dei valori e l’esempio, che è la primaria fonte di acquisizione per la formazione della personalità ci permetterà di prendere tempo e godere dei benefici delle scoperte e delle nuove tecnologie ancora rimanendo padroni assoluti di quegli istinti primordiali che fanno dell’uomo, uomo e del gruppo sociale, quel pilastro per la formazione delle identità future. Spike Jonze, personalità stravolgente e intuitiva e che nelle sue pellicole porta sempre importati spunti di riflessione, ha ottenuto un meritatissimo oscar per la sceneggiatura di questa pellicola e ha portato di un tassello in avanti il cinema statunitense.

 

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Economia comportamentale: le decisioni irrazionali sono determinate da fattori biologici?

Non sempre si può dire che l’uomo sia un animale assolutamente razionale, e l’evidenza della sua fallacia ci viene data soprattutto dall’ambito di studi riguardante la Psicologia e il Marketing. In particolare è grazie alla nascita dell’Economia comportamentale che sono stati messi in luce tutti gli errori e le scelte irrazionali che gli uomini compiono nel prendere decisioni a carattere economico.

Inizialmente queste scelte irrazionali sono state spiegate in base a fattori sociali e culturali, passando poi alle spiegazioni di carattere anatomico degli studi di Neuromarketing.

In un recente studio invece, un’equipe di ricercatori, analizzando il comportamento di alcuni primati di fronte a una scelta di natura economica, ha cercato di comprendere se alla base di questi comportamenti irrazionali vi fosse l’influenza di fattori biologici. Per scoprire i risultati dello studio vi proponiamo la lettura dell’articolo originale.

 

In una società, all’interno della quale gli agenti economici sono abituati, sino dalla giovane età, ad interagire sul mercato, è intuitivo identificare in tale esposizione la fonte primaria dei meccanismi irrazionali riscontrati nelle attività decisionali. Ed in parte ciò può costituire una valida spiegazione. Tuttavia, secondo quanto emerso dalle più recenti ricerche, l’origine di tali distorsioni sembrerebbe affondare le proprie radici nella composizione biologica stessa dell’essere umano.

 

ABSTRACT:

Humans exhibit framing effects when making choices, appraising decisions involving losses differently from those involving gains. To directly test for the evolutionary origin of this bias, we examined decision-making in humans’ closest living relatives: bonobos (Pan paniscus) and chimpanzees (Pan troglodytes). We presented the largest sample of non-humans to date (n = 40) with a simple task requiring minimal experience. Apes made choices between a ‘framed’ option that provided preferred food, and an alternative option that provided a constant amount of intermediately preferred food. In the gain condition, apes experienced a positive ‘gain’ event in which the framed option was initially presented as one piece of food but sometimes was augmented to two. In the loss condition, apes experienced a negative ‘loss’ event in which they initially saw two pieces but sometimes received only one. Both conditions provided equal pay-offs, but apes chose the framed option more often in the positive ‘gain’ frame. Moreover, male apes were more susceptible to framing than were females. These results suggest that some human economic biases are shared through common descent with other apes and highlight the importance of comparative work in understanding the origins of individual differences in human choice.

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Esistono svariati esempi circa le distorsioni irrazionali degli individui impegnati nel prendere decisioni di carattere economico: qual è l’influenza del fattore biologico in tale fenomeno? (…)

Tratto da: Smartweek

 

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Somatoparafrenia – Definizione Psicopedia

LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Psicopedia - Immagine: © 2011-2012 State of Mind. Riproduzione riservata

Gerstmann indentifica la somatoparafrenia come una forma di asomatognosia in cui si ritrova la presenza di credenze deliranti verso la parte del corpo controlaterale alla lesione cerebrale.

Nel 1942, dopo che Babinski coniò il termine anosognosia, Gerstmann individuò tre disturbi indiretti dello schema corporeo, caratterizzati da un’esperienza anomala esplicitata attraverso il comportamento o il linguaggio verso una funzione o una parte del proprio corpo. Solitamente ognuna di queste tre condizioni si presenta insieme a un deficit di consapevolezza per l’emiplegia, per l’emianestesia o in uno stato di neglect, soprattutto verso la parte sinistra del corpo, quindi in corso di danno o lesione all’emisfero destro.

Uno di questi tre fenomeni è la somatoparafrenia (σώμα = corpo, παρα = dietro and φρήν = mente) che lo stesso Gerstmann indentifica come una forma di asomatognosia in cui si ritrova la presenza di credenze deliranti verso la parte del corpo controlaterale alla lesione cerebrale. Quindi in una condizione negativa in cui la persona esperisce l’assenza di un arto, si ha anche la produzione di sintomi positivi come le credenze deliranti. Nonostante tale connotazione, la somatoparafrenia non è un disturbo psichiatrico e non si presenta in comorbilità con altri disturbi di questo tipo.

Il vissuto del paziente è di non-appartenenza per cui non riconosce l’arto come proprio ma lo attribuisce a un parente, al medico o a qualcun altro. Di fronte ai tentativi di razionalizzare l’esperienza da parte di chi gli sta intorno, il paziente risponde spesso con un atteggiamento confabulatorio e di giustificazione delle sue credenze deliranti.

La somatoparafrenia non è semplicemente la conseguenza di un deficit senso-motorio ma un fallimento nella capacità di creare un collegamento tra l’esperienza senso-motoria primaria e il sé; per tale motivo è annoverabile tra i deficit specifici del senso di appartenenza del corpo.

Nei pazienti somatoparafrenici sono spesso riscontrabili diminuite capacità attenzionali, un’alterata rappresentazione del corpo e deficit propriocettivi. Secondo alcuni autori (Vallar & Ronchi, 2009) essa emergerebbe da un deficit di integrazione multisensoriale e della rappresentazione spaziale del corpo.

Un’altra ipotesi molto affascinante riguarda la dissociazione tra la percezione corporea in prima persona e in terza persona testata sperimentalmente tramite uno specchio (Fotopoulou et al., 2011). In un interessante studio i pazienti somatoparafrenici attribuivano l’arto plegico sinistro a qualcun altro nella condizione di osservazione diretta, ma il senso di ownership dello stesso arto incrementava in maniera statisticamente significativa nella condizione di osservazione allo specchio.

Quindi in base al tipo di visione (in prima persona o in terza) l’attribuzione dell’arto a se stessi o ad altri può variare. La condizione di visione in terza persona non abolisce però la somatoparafrenia, a dimostrazione del fatto che il senso di ownership rimane dominato da un’alterata rappresentazione corporea in prima persona che non può essere integrata con altri segnali. Tuttavia tali risultati suggeriscono la presenza di network neuronali (probabilmente comprendenti le aree perisilviane) deputati all’integrazione di diverse rappresentazioni coporee.

Diversi sono gli studi che hanno tentato di identificare le basi neuroanatomiche della somatoparafrenia. Molti di questi presentano campioni non molto ampi e paragonano pazienti con somatoparafrenia, con anosognosia e con neglect senza anosognosia; bisogna tener conto che le differenze tra le diversi situazioni sono molto sfumate. In due studi effettuati a 20 anni di distanza l’uno dall’altro, Feinberg (1990; 2010) identifica danni alle strutture temporo-parientali in modo trasversale alle condizioni di neglect, anosognosia e somatoparafrenia, mentre nei pazienti somatoparafrenici una lesione più estesa al lobo frontale mediale destro e alle strutture orbito-frontali.

Quindi, mentre lesioni nelle aree temporo-parietali, presumibilmente legate al neglect, sembrano essere critiche per l’insorgere della manifestazione anosognosica e somatoparafrenica, sarebbero le aree più di tipo frontale a essere determinanti per la sola somatoparafrenia. Più recentemente (Gandola et al., 2012; Romano et al., 2014) nei pazienti somatoparafrenici sono stati riscontrati non solo danni in aree corticali ma anche alla sostanza bianca nell’area della corona radiata, alla sostanza grigia sottocorticale (talamo, gangli della base, amigdala, ippocampo) e alla parte posteriore della capsula interna, tutto localizzato nell’emisfero destro.

La somatoparafrenia è un sintomo acuto e non cronico; può durare ore, settimane ma talvolta anche anni. Grazie a tecniche come la stimolazione calorica vestibolare si può ottenere una remissione, seppur temporanea, della sintomatologia (Ronchi et al., 2013).

Questi dati fanno pensare al fatto che la somatoparafrenia possa non essere solo l’esito di un danno anatomico ma un deficit funzionale transitorio che può scomparire con un’adeguata stimolazione delle componenti associate alla rappresentazione corporea. Pertanto emerge la necessità di approcciarsi alla sindrome in maniera olistica (Feinberg et al., 2014) considerando componenti cognitive, neuroanatomiche, psicologiche e non di meno motivazionali (diversi sono infatti gli studi che vedono nella confabulazione una modalità per gestire le situazioni spiacevoli creando false credenze che rendano maggiormente accettabile la realtà).

 

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TUTTE LE DEFINIZIONI DI PSICOPEDIA

Confidare in Dio rende più imprudenti?

FLASH NEWS

Uno studio pubblicato su Psychological Science prova a spiegare come la presenza di continui riferimenti a Dio possa influenzare le scelte individuali e come coloro che credono nella provvidenza divina siano più disposti a prendere rischi perché fiduciosi in un Dio che li proteggerà da eventuali conseguenze negative.

La fede è un buon alleato per superare situazioni difficili: avere fiducia che Qualcuno abbia dei piani per tutti dà significato agli eventi e aiuta ad avere maggiori speranze e un pensiero più positivo per il futuro. Ma se tutta questa fiducia rendesse anche meno cauti?

È quanto sostiene uno studio pubblicato su Psychological Science che prova a spiegare come la presenza di continui riferimenti a Dio possa influenzare le scelte individuali e che coloro che credono nella provvidenza divina siano più disposti a prendere rischi perché sono fiduciosi del fatto che Dio li proteggerà da eventuali conseguenze negative.

Sembrerebbe un’idea contraria a quanto dimostrato da molti studi che documentano come la religione e la partecipazione attiva alle sue attività siano invece associate a una diminuzione dei comportamenti a rischio come l’abuso di sostanze o il gioco d’azzardo, tuttavia Kupor e colleghi fanno notare che i rischi esaminati negli studi precedenti avevano tutti una componente morale negativa. I ricercatori hanno ipotizzato che l’effetto potesse essere diverso senza questa connotazione morale.

Per testare questa ipotesi hanno coinvolto circa 900 soggetti in una serie di sondaggi online il cui compito principale era fare delle scelte o prendere delle decisioni, ad una parte di questi partecipanti veniva inoltre fatto riferimento a Dio tramite giochi di parole o letture di brevi paragrafi sul tema prima di iniziare il sondaggio.

I risultati mostrano che i partecipanti a cui era stato sollecitato il pensiero di Dio prima di effettuare la propria scelta erano più disposti a scegliere l’opzione più rischiosa (95.5%) rispetto ai partecipanti a cui non era stato menzionato Dio (84,3%).

Inoltre quando veniva fatto esplicito riferimento alla divinità i partecipanti percepivano meno pericolo in diversi comportamenti rischiosi e nel momento di una eventuale perdita rivolgevano i sentimenti negativi verso Dio, a conferma delle aspettative di protezione e il disappunto rispetto all’esito considerato a quel punto colpa Sua.

Ovviamente questo effetto non è universale, nelle culture in cui Dio non è una forza protettiva le persone non risentiranno della stessa influenza, ma è anche vero che sono milioni le persone nel mondo che tendono a vedere Dio come una fonte di protezione e sicurezza, motivo per cui la serie di studi condotti usando diverse misurazioni del rischio e diversi tipi di sollecitazioni, mostrano che questo genere di riferimenti modulano la percezione e il coinvolgimento degli individui nell’assumersi rischi non-morali.

 

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La dipendenza da sostanze spiegata in un video

La dipendenza da sostanze, o tossicodipendenza viene descritta in questo efficace cortometraggio di animazione Nudget (2014) dello Studio Filmbilder

Il protagonista del breve video è un Kiwi (non il frutto, ma un tipo di uccello inadatto al volo tipico della Nuova Zelanda) che cammina lungo la linea dell’orizzonte. Trova un “nudget” (termine inglese per dire pepita,  o le famigerate crocchette di pollo fritto) per la strada e, incuriosito, lo assaggia.

L’effetto è esaltante, il kiwi letteralmente spicca il volo (e qui si spiega probabilmente la scelta di usare come protagonista un animale che normalmente non vola) e si pasce nel piacere dell’esperienza della sostanza.

Quel che accade dopo è spietatamente realistico: l’atterraggio da indolore che era la prima volta, diventa sempre più traumatico, il momento di intenso piacere tende  poco a poco a diminuire fino a scomparire del tutto. Il mondo circostante diventa via via più buio, tetro e triste. Le condizioni e l’aspetto del kiwi peggiorano a vista d’occhio, le sue energie vanno scomparendo, concentrandosi unicamente sulla ricerca del nugget (vedi: CRAVING). Il piacere e la sorpresa del primo originale incontro con la sostanza sono ormai scomparsi.

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Disturbo Evitante di Personalità: sintomi, cura e terapia da seguire

Timore delle critiche, paura della disapprovazione e dell’esclusione e, soprattutto, la radicata convinzione di valere poco. Se tutto questo suona familiare è probabile che ci si trovi di fronte ad un disturbo evitante di personalità (DEP), che spinge chi ne soffre a rinunciare ad una vita sociale per paura di risultare inadeguato.

 

Cos’è il disturbo evitante di personalità

Il disturbo evitante di personalità è un disturbo della personalità che si manifesta solitamente all’inizio dell’età adulta. Coloro che ne soffrono vorrebbero instaurare buoni rapporti con altre persone, avere un gruppo di amici con cui uscire la sera e un partner con il quale condividere i propri interessi, ma la paura di non risultare adeguati è tanto forte e la prospettiva di un rifiuto talmente dolorosa che preferiscono isolarsi ed evitare il confronto con gli altri, soprattutto se il rapporto implicherebbe un certo coinvolgimento emotivo. Se da un lato così facendo il soggetto si sente al sicuro, dall’altro questa condizione di solitudine è vissuta con tristezza, mitigata magari da attività e hobby che non prevedano un contatto con altre persone, come ad esempio la musica, la lettura e le collezioni di vario tipo.

Sintomi del disturbo evitante di personalità

Una spiccata timidezza, un atteggiamento particolarmente riservato o la tendenza ad essere apprensivi non sono ovviamente indice di uno stato patologico. I sintomi del disturbo evitante di personalità tracciano un quadro più complesso, che prende in considerazione molti elementi. Alcuni dei sintomi principali sono un forte senso di inadeguatezza, un’estrema timidezza, la tendenza all’isolamento sociale, l’ipersensibilità alle critiche e una bassa autostima.

Chi soffre di questo disturbo tende quindi a non instaurare nuove relazioni sociali all’infuori di quelle consuete con i familiari e gli amici più stretti, pensando di non essere attraente e di non avere argomenti interessanti da condividere con altre persone; spesso rinuncia anche alla possibilità di fare carriera per evitare il confronto con gli altri. Lo stile di vita di chi soffre di disturbo evitante di personalità tende ad essere monotono e solitario, condizione che è vissuta con tristezza o fastidio: quando però il soggetto cerca di cambiare questa situazione si scontra con la sua paura di un giudizio negativo e del rifiuto.

Le cause del disturbo evitante di personalità

Le cause di questo disturbo non sono definite in maniera chiara e univoca, spesso si tratta della combinazione di più fattori sociali e biologici. Spesso chi è affetto da disturbo evitante di personalità ha avuto genitori rigidi ed esigenti oppure esageratamente protettivi, storie di abuso fisico oppure esperienze negative con i coetanei durante l’infanzia.

Disturbo evitante di personalità, come guarire

Superare il disturbo evitante di personalità è possibile. Ci sono infatti diversi tipi di trattamento, sia farmacologico che psicoterapeutico, spesso associati a strategie comportamentali.

La terapia per il disturbo evitante di personalità

Nella cura del disturbo evitante di personalità ha un posto molto importante la psicoterapia, effettuata sia a livello individuale che di gruppo con lo scopo di aiutare il paziente a controllare l’imbarazzo all’interno delle situazioni sociali e ad affrontare quindi con meno timore le relazioni con altre persone. In particolar modo, la terapia di gruppo per il disturbo evitante di personalità può aiutare chi soffre di questo disturbo a riconoscere in modo corretto l’atteggiamento degli altri nei propri confronti e a capire che la critica non è  l’unica reazione possibile da parte del prossimo; aiuta inoltre a superare l’ansia di rapportarsi con gruppi di persone. Queste sedute possono essere associate a strategie comportamentali e a training assertivi per migliorare le abilità sociali e l’autostima dei pazienti.

La cura farmacologica per il disturbo evitante di personalità

Tra i rimedi per il disturbo evitante di personalità ci sono anche i farmaci, che possono venire utilizzati in alcune fasi per tenere sotto controllo sintomi come, ad esempio, ansia e depressione. Tra i farmaci per il disturbo evitante di personalità i più comunemente usati sono quindi gli ansiolitici, che permettono al paziente di affrontare le situazioni che è solito evitare, gli antidepressivi e i betabloccanti, che riescono ad agire su alcune manifestazioni dell’ansia come rossore, sudorazione e tremore.

 

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Gli sviluppi della psicoterapia cognitiva: tra scopi, credenze, disposizioni e processi cognitivi

Francesco Mancini

 

A mio avviso, il vero vulnus dell’approccio cognitivista in generale, e dei filoni di ricerca citati da Ruggiero, è proprio la mancanza di attenzione al concetto motivazionale di scopo. Questo limite è paradossale perché chiunque faccia psicoterapia attribuisce ai pazienti scopi, valori, intenzioni, aspettative, desideri, timori, speranze.

L’articolo di G.M. Ruggiero, apparso su State of Mind, offre l’occasione per chiarire alcuni punti di interesse generale. 

Il primo l’affronterò partendo dalla tesi che Ruggiero mi attribuisce:

In parole semplici, il paziente soffre di un disturbo d’ansia perché ritiene –sbagliando- che ci sia un’elevata probabilità che qualcosa di pericoloso possa accadere, che questi pericoli implichino gravi danni e che infine la capacità personale di fronteggiare questi pericoli sia bassa” e che “i pazienti … sono degli idioti che prendono fischi per fiaschi e vedono pericoli inesistenti.

Non ho mai scritto cose del genere perché i dati della ricerca suggeriscono qualcosa di diverso (Mancini e Gangemi, 2002). Realismo e credenze sbagliate non coincidono rispettivamente con sanità mentale e con psicopatologia. Infatti, alcune illusioni, ad es. quelle ottimistiche di Taylor (1999), caratterizzano la sanità mentale e il realismo è del tutto compatibile con la psicopatologia, come nel caso del realismo depressivo, o, sempre ad esempio, i pazienti ossessivi possono essere più realistici dei non pazienti nel rilevare la sporcizia (Mancini, 2005; Romano e Mancini, 2012).

Correttezza logica e errori logici non corrispondono a sanità mentale e psicopatologia. I due unici premi Nobel dati a psicologi (Simon e Kahneman), sono stati per studi che hanno mostrato come la mente umana sana e normale ricorra continuamente a euristiche, cioè a processi di pensiero che si discostano sistematicamente dalla logica. Non solo, diverse ricerche hanno dimostrato come persone con disturbi d’ansia, disturbo ossessivo e disturbo dell’umore, commettono meno errori logici dei non pazienti, a condizione che il ragionamento riguardi temi connessi con i loro sintomi. (vedi ad es. Johnson Laird, Mancini and Gangemi, 2006; Mancini e Gangemi, 2006; Mancini, Gangemi e Johnson Laird, 2007)

Ma il punto che più mi preme di illuminare con chiarezza è un altro. La posizione di Ruggiero mette completamente da parte il ruolo degli scopi nei processi psicologici e psicopatologici, infatti, il suo titolo fa riferimento a processi cognitivi e credenze. Il concetto di scopo, come del resto qualunque altro concetto motivazionale, non è nemmeno considerato. A mio avviso, il vero vulnus dell’approccio cognitivista in generale, e dei filoni di ricerca citati da Ruggiero, è proprio la mancanza di attenzione al concetto motivazionale di scopo (vedi Paglieri et al., 2012).

Questo limite è paradossale perché chiunque faccia psicoterapia attribuisce ai pazienti scopi, valori, intenzioni, aspettative, desideri, timori, speranze. 

Il concetto di scopo è cruciale per la spiegazione della sofferenza psicopatologica mentre processi e credenze non sono sufficienti.

Questo limite, a mio avviso, è presente in larga parte degli studi sui deficit cognitivi o metacognitivi, nei quali si sottovaluta che i processi cognitivi e metacognitivi sono orientati dagli scopi dell’individuo, e dunque quello che appare come un deficit può dipendere da un uso dei processi cognitivi al servizio degli scopi dell’individuo.

Un filone ben noto in psicologia cognitiva, (vedi i numerosi lavori di Cosmides, Tooby, Trope e Liberman), dimostra che i processi cognitivi sono, come il comportamento, al servizio degli scopi dell’individuo e sono orientati in modo da minimizzare il rischio di errori costosi, con evidenti vantaggi evoluzionistici. Ad esempio, chi ha paura di commettere un errore colpevole tende a orientare i processi cognitivi, sia il decision making (Mancini and Gangemi, 2003; Gangemi and Mancini, 2007) sia il ragionamento in modo prudenziale che implica la conferma dell’ipotesi più temuta, anche quando, inizialmente, non era quella più credibile per il paziente (Mancini and Gangemi, 2002a, 2002b, 2004, 2006). Questo ultimo aspetto è importante perché suggerisce che nel mantenimento e aggravamento dei disturbi psicopatologici intervenga non tanto il confirmation bias, come sostenuto dal cognitivismo standard, cioè la tendenza a confermare le assunzioni più credibili, e dunque un fattore strettamente cognitivo, ma, piuttosto, l’intenzione di prevenire la compromissione dei propri scopi, cioè un fattore motivazionale. Per una rassegna in ambito clinico si veda Harvey et al., (2004).

Non penso, dunque, che i pazienti … sono degli idioti che prendono fischi per fiaschi e vedono pericoli inesistenti, penso piuttosto che le persone con disturbi d’ansia percepiscano come catastrofica, cioè inaccettabile e insopportabile, la compromissione di alcuni scopi, ad es. la perdita della coscienza nel disturbo d’attacchi di panico, una brutta figura nei pazienti con fobia sociale, una colpa o una contaminazione nel disturbo ossessivo, e che i processi cognitivi con i quali elaborano le informazioni rilevanti per i loro timori, siano orientati in un modo che minimizza il rischio temuto ma che, allo stesso tempo, mantiene ed aggrava le credenze di pericolo. Se soffro di fobia sociale cioè attribuisco un valore molto negativo, alla possibilità di essere giudicato male, farò particolare attenzione a segnali di disapprovazione, e interpreterò segnali ambigui come espressione di giudizio negativo, in questo modo eviterò illusioni positive che potrebbero di rendermi ancora più ridicolo, ma, al contempo, dal mio punto di vista, avrò molte conferme della fondatezza dei miei timori.

Riconoscere il ruolo degli scopi e dunque degli investimenti protettivi dei pazienti, implica l’opportunità di indirizzare l’intervento psicoterapeutico verso una maggiore accettazione dei rischi di compromissione dei propri scopi (Mancini e Gragnani, 2005; Cosentino et al., 2012; Mancini e Perdighe, 2012; l’intero vol 9, N 2, Dicembre 2012 di Cognitivismo Clinico)

Infatti, l’accettazione di un rischio implica un minore investimento protettivo e ciò modifica i processi cognitivi in un modo che può facilitare il cambiamento delle rappresentazioni di pericolo. Ad esempio se si accetta il rischio di essere rifiutati dagli altri, si percepiscono meno segnali di rifiuto.

Un secondo punto di Ruggiero merita delle considerazioni.

In formulazioni più sofisticate, l’ansia dipende dalla convinzione di non riuscire a sopportare l’incertezza, la semplice possibilità del pericolo, anche se bassa.

A me pare che il concetto di intolleranza alla incertezza non sia per nulla più sofisticato ma sia criticabile per diverse ragioni, alcune specifiche, altre generali. E comunque il ricorso a tale concetto disposizionale, come in generale a tutti i concetti disposizionali, implica il rischio di un regresso piuttosto che un progresso nella spiegazione dei disturbi psicopatologici.

Vediamo le critiche specifiche. Innanzitutto il concetto di intolleranza alla incertezza (IU) è vago e vi sono major conceptual problems with the construct of IU (Starcevic e Berle, 2006). Carlton (2012) riferisce almeno sette definizioni del costrutto IU. Ma tutte hanno a che vedere con la percezione di minacce, dunque implicitamente con il concetto di scopo, e non con l’intolleranza alla incertezza strettamente cognitiva, cioè intesa come bisogno di chiusura cognitiva (Kruglansky, passim).

Infatti autorità in questo campo (Birrell J. et al., 2011; Carlton, 2012) ritengono che l’intolleranza all’incertezza sia a dispositional fear of the unknown e con questo si intende la tendenza a immaginare minacce dove non si sa cosa potrebbe succedere, cioè a riempire le aree di ignoranza con possibilità di pericolo. Se si accetta questa definizione, allora è piuttosto chiaro che l’intolleranza alla incertezza sia, in ultima analisi, una strategia cognitiva difensiva tesa a prevenire la compromissione dei propri scopi.

Un altro problema affligge il concetto di IU. Si tratta davvero di una disposizione generale che entra in gioco indipendentemente da ciò che è importante per l’individuo? Intendo dire: chi ha un’alta IU tende a vedere qualunque genere di minaccia di fronte a qualunque tipo di ignoto, o, al contrario, tende a vedere minacce a specifici scopi solo se si trova di fronte all’ignoto in domini rilevanti per lui?

La prima possibilità non è molto credibile. Non è plausibile che, ad esempio, un paziente ossessivo immagini qualche minaccia se è incerto circa le probabilità della vittoria della Roma nel derby con la Lazio, se per lui il calcio è un argomento del tutto indifferente con nessuna implicazione per i suoi scopi e valori. In una ricerca abbiamo riscontrato che soggetti subclinicamente ossessivi non avevano alcuna intolleranza alla incertezza, intesa in senso puramente cognitivo, cioè come intolleranza per domande senza risposta il cui era neutro (Mancini et al., 2002).

Più in generale la ricerca sulla IU, come quella su altri costrutti disposizionali, è affetta da una serie di limiti.

Innanzitutto i concetti disposizionali sono descrittivi e consentono, al più, previsioni ma non spiegazioni. Ad esempio, il concetto disposizionale di avaro può descrivere il comportamento abituale di una persona quando si tratta di spendere soldi e può consentire la previsione di un rifiuto se gli si chiede un prestito, ma non spiega il comportamento, cioè non dice le ragioni per cui è avaro. Dire che Tizio spende malvolentieri perché è avaro è come dire che l’oppio fa dormire perché ha la vis dormitiva, non è una spiegazione ma una tautologia.

Le stesse considerazioni valgono se si afferma che un paziente è affetto da un disturbo d’ansia perché ha una dispositional fear of the unknown. Con questo non voglio negare che studiare le disposizioni possa essere utile a una miglior descrizione dei disturbi psicopatologici o anche a prevedere la probabilità di certi comportamenti piuttosto che di altri, ma spiegare è cosa diversa. Quindi mi permetto di contestare l’affermazione di Ruggero che l’intolleranza all’incertezza sia una sofistica spiegazione dell’ansia nei disturbi psicopatologici. L’IU, come del resto i tanti altri costrutti disposizionali che affollano il nostro campo, non è una spiegazione.

Ma ci sono altre perplessità sulle ricerche analoghe a quelle sulla intolleranza all’incertezza, cioè sui costrutti disposizionali. Si tratta il più delle volte di ricerche con questionari che, non solo hanno tutti i limiti dei self report, e questo è un limite di tutta la nostra ricerca anche di quella nelle neuroscienze (McNally, 2000), ma articolano in domande dei concetti che sono quasi sempre molto mal definiti, oppure che, come l’IU, si prestano a numerose definizioni diverse fra loro.

Per giunta la pretesa di risolvere le ambiguità concettuali con l’analisi fattoriale, spesso, è illusoria e complica ancor più le cose; ci si trova una miriade di fattori con etichette verbali che non si capisce neanche bene a cosa si riferiscano e quale sia il quadro concettuale in cui assumono un senso. Secondo alcuni autorevoli ricercatori (Davey et al., 2013) uno dei difetti principali nella ricerca psicologica, soprattutto clinica, è il ricorso a concetti vaghi, approssimativi, semmai utili per la pratica terapeutica, prodotti dalle intuizioni di un clinico e che mal si applicano alla popolazione generale o con disturbi diversi.

Vorrei dedicare qualche rigo ad alcuni problemi connessi con il concetto di deficit.

Per affrontare la questione suggerisco di immaginare una persona con difficoltà a spiegare e prevedere accuratamente comportamenti e reazioni emotive degli altri. Possiamo spiegare le sue difficoltà con un deficit di rappresentazione della mente altrui? A mio avviso si rischia la tautologia, analoga ad es. a: perché quel bambino ha difficoltà a leggere e a scrivere? Perché ha una difficoltà di lettura e scrittura, e, soprattutto, si rischia di trascurare tante altre possibilità.

Innanzitutto la difficoltà metacognitiva potrebbe essere conseguente ai suoi investimenti protettivi, ad esempio un paranoico può apparire povero della capacità di comprendere gli altri, perché attribuisce solo e sistematicamente intenzioni ostili, anche laddove non vi è alcun ragionevole segnale di ciò. Non è peregrino supporre che la sua difficoltà sia dovuta a un investimento protettivo.

In secondo luogo la difficoltà a spiegare e prevedere accuratamente comportamenti e reazioni emotive degli altri, può essere dovuta a un sostanziale disinteresse per gli altri o addirittura alla rappresentazione degli altri come prede, come sembra accadere negli psicopatici. La difficoltà quindi può essere conseguenza non di un deficit, ma a specifici contenuti mentali, in particolare a come si connotano gli altri e a quali scopi si ritengono minacciati nel rapporto con gli altri. Se si pensa a un deficit rimangono tante possibilità, ci può essere un deficit di attenzione, ad es. ADHD, per cui la persona è talmente distraibile che fa fatica a investire tempo e risorse mentali per spiegare e prevedere comportamenti e reazioni emotive degli altri in modo sufficientemente adeguato. Oppure la difficoltà nasce da un livello intellettivo troppo basso.

Oppure può dipendere da esperienze troppo limitate di rapporto con altri, ad esempio un adolescente isolato socialmente può avere difficoltà nella rappresentazione adeguata della mente degli altri. Infine, certamente, come sembra accadere nelle persone affette da disturbi dello spettro autistico, ci può essere una difficoltà dovuta, basicamente, a un danno neurale che compromette la Teoria della Mente del paziente. Dunque le possibilità sono tante. Chi tenta di spiegare la psicopatologia ricorrendo al concetto di deficit, dovrebbe chiarire quale di queste possibilità, o altre che a me sfuggono, è in gioco e, possibilmente, fornirne le prove. Almeno dovrebbe discriminare se si tratta di un defict di performance o di competenze.

Una questione del tutto diversa è se un deficit sia rimediabile e, nel caso, come. Si tratta di una questione pratica che in parte potrebbe prescindere dalla natura del deficit.

Da decenni, i deficit intellettivi e i deficit specifici di apprendimento sono oggetto di interventi riabilitativi di tipo psicologico e qualunque riabilitatore sa come anche in questi casi la parte emotiva e motivazionale, cioè il contenuto della mente, sia fondamentale.

Premesso che non sempre sembrano del tutto chiare le differenze tra metacognizione, mentalizzazione, coscienza, consapevolezza e metavalutazione (vedi Seminario SPC, 2013), vorrei soffermarmi su un punto sollevato da Ruggiero.

Così l’ossessivo non deve la sua condizione a pensieri di responsabilità e colpa, ma a funzioni mentali gestite in maniera improduttiva. Nel caso di Wells, l’attenzione. È il controllo attentivo sulle situazioni che genera l’ossessività dubbiosa, mentre la valutazione di responsabilità nascerebbe a posteriori.

Dunque l’attenzione è gestita, ma da cosa è gestita? Da contenuti metacognitivi, dice Ruggiero, e quali sono? Nel caso dei pazienti ossessivi molti dati sperimentali suggeriscono che sia lo scopo di prevenire disattenzioni che potrebbero avere conseguenze negative delle quali il paziente si sentirebbe colpevole (Mancini, D’Olimpio e Cieri, 2004; Mancini and Barcaccia, 2014; D’Olimpio and Mancini, 2014; Mancini and Gangemi 2004; Mancini and Gangemi, 2011).

Non so se vi sono altrettanti dati sperimentali a favore del fatto che la responsabilità nascerebbe a posteriori. Ma, tra l’altro, come nascerebbe?

Più in generale, intendo dire che le funzioni cognitive sono orientate dagli scopi dell’individuo ma è anche ovvio che le funzioni cognitive possano essere deficitarie o comunque alterate (vedi ad es l’attenzione nel ADHD), e analogamente si può ritenere per le funzioni metacognitive. Resta che sia per le funzioni sia per le metafunzioni si dovrebbe dire con chiarezza, dati alla mano, se nei vari tipi di pazienti esse sono orientate dagli scopi dell’individuo o se sono realmente deficitarie, e in questo caso, di che tipo di deficit si tratti. Per quanto riguarda i pazienti ossessivi, il confronto tra dati, fa pendere la bilancia a favore di una spiegazione in termini di contenuti mentali (vedi Mancini e Barcaccia, 2014 per un confronto tra teorie del deficit e appraisal theories nel DOC).

 

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BIBLIOGRAFIA: 

  • Carleton, N. (2012). The intolerance of uncertainty construct in the context of anxiety disorders: theoretical and practical perspectives. Expert Rev. Neurother. 12(8), 937–947 (2012)
  • Davey G., Meeten, F., Barnes G. and Dash, S. (2013). Aversive intrusive thoughts as contributors to inflated responsibility, intolerance of uncertainity anf thought – action fusion. Clinical Neuropsychiatry – Supplement – June 
  • Harvey A.G., Watkins, E., Mansell, W., Shafran R.(2004). Cognitive behavioural processes across psychological disorders. Oxford University Press, Oxford.
  • Paglieri, Tummolini, Falcone e Miceli (editors). The goals of cognition: essays in honour of Cristiano Castelfranchi. (2012) edited by. College Pubblications, pp 253-273 – London
  • Starcevic V, Berle D. (2006). Cognitive specificity of anxiety disorders: a review of selected key constructs. Depress. Anxiety 23(2), 51–61
  • Taylor S., (1999). Le illusioni ottimistiche. Giunti. Firenze
  • Seminario organizzato da SPC. La mentalizzazione: dai modelli teorici alla psicopatologia. 13 dicembre 2013, Roma
  • Tutte le ricerche citate e firmate anche da Mancini sono rintracciabili a questo LINK

Alcol, gioco d’azzardo e dipendenza

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (07)

 

 

In psicologia, le dipendenze includono disturbi associati a difficoltà nel controllo dei desideri e del comportamento. Gli aspetti psicologici comuni di questi disturbi sono:

(1) disagio psicologico nella gestione delle esperienze di desiderio intenso (craving),

(2) difficoltà a evitare comportamenti dannosi.

L’oggetto del desiderio è qualcosa di gratificante (almeno nell’immediato). Gli oggetti e i comportamenti possono variare da persona a persona. Possiamo avere un problema con l’uso di sostanze (alcol, nicotina, cannabis, cocaina ecc…), problema di abbuffate e alimentazione incontrollata (cibo), problema con attività (es. gioco d’azzardo, videogiochi, comportamento sessuale, ecc…).

All’inizio prevale il piacere e la percezione di avere controllo, nel tempo si trasforma in una necessità cui la persona non riesce a rinunciare. In questo modo la dipendenza psicologica si instaura gradualmente. Per esempio, inizialmente le persone possono bere un bicchiere di vino o giocare d’azzardo per gusto e piacere. Queste attività se nel breve termine sono piacevoli, nel medio termine generano disagio psicologico. L’alcol rende euforici ma il giorno dopo l’umore è più irritabile.

DIPENDENZE

Il gioco offre adrenalina ma poi genera problemi economici. Lentamente i problemi di salute, di disagio psicologico, economici, conflitti nelle relazioni causati dall’attività o dalla sostanza aumentano.

A quel punto si può instaurare il circuito della dipendenza psicologica: la persona per fuggire dalle preoccupazioni si immerge nuovamente nell’attività che li ha generati (bevo per dimenticare i problemi che mi ha causato l’alcool, gioco per vincere i soldi che il gioco mi ha fatto perdere).

Questo è il circuito in cui la persona può trovarsi intrappolata. Da un punto di vista psicologico, la persona può:

  • non essere consapevole dei danni che si sta procurando oppure
  • esserne consapevole ma non riuscire a controllarsi.

In generale, i problemi del desiderio e del controllo degli impulsi condividono alcune caratteristiche che sono indipendenti dall’oggetto o dall’attività:

  1. forte desiderio verso l’uso di una sostanza o la pratica di un’attività (craving);
  2. dalla percezione che questo desiderio sia incontrollabile;
  3. dalla tendenza ad assumere la sostanza o praticare l’attività nonostante le conseguenze negative che produce,
  4. uso dell’attività o della sostanza per staccare la mente da preoccupazioni o stati di disagio.

Le componenti psicologiche che sostengono questo circolo sono:

Pensiero desiderante: discutere con sé stessi circa le ragioni valide che permettono di concedersi l’attività o l’uso della sostanza. Questa attività arriva a convincere le persone che in quel momento (1) non vi è alternativa, (2) i danni o le ripercussioni sono minime, (3) è possibile riprendere il controllo in un altro momento, (4) si è in pieno diritto a uno svago o a una gratificazione.

Percezione di scarso controllo: rappresenta l’idea di possedere uno scarso controllo del proprio comportamento o che gli impulsi producono l’azione come se esistesse qualcosa dentro di noi più forte di noi.

Giustificazioni: spesso la dipendenza cresce nell’ombra. Le persone la nascondono sotto il tappeto: minimizzano i danni, negano di farne uso, sottolineano di averne pieno controllo, trovano giustificazioni. Queste strategie servono alla coscienza della persona per non entrare in contatto con il dolore psicologico che la realtà impone: vedere quanto sto facendo male a me stesso e agli altri e soprattutto difendersi dall’esperienza del senso di colpa.

 

 

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Lo stigma nei confronti dell’obesità, gli effetti discriminanti sulla percezione degli odori

I risultati mostrano come le sostanze siano percepite con un odore peggiore se associate alle immagini raffiguranti le persone con sovrappeso rispetto a quelle normopeso.

Siamo abituati a misurare il peso attraverso l’ago della bilancia, ma spesso siamo inconsapevoli di quello invisibile dato da una società che stigmatizza i chili in eccesso. La ricerca scientifica ha ampiamente dimostrato come le persone, a causa del proprio peso,  possano essere penalizzate nei domini più importanti della vita come lavoro, istruzione, relazioni interpersonali, tempo libero e cure mediche.

L’obesità è considerata più una colpa che una malattia cronica a causa multifattoriale e questa visione negativa è ben sostenuta da numerosi e diffusi stereotipi che descrivono le persone con sovrappeso come pigre, sciatte, senza forza di volontà, incuranti della propria salute ecc…

STIGMA

Questi atteggiamenti negativi possono manifestarsi in maniera aperta (es. prese in giro, esclusioni sociali, bullismo) o più sottile come dimostrato da un recente lavoro di Incollingo Rodriguez, Tomiyama e Ward apparso sul numero di Febbraio dell’International Journal of Obesity dal titolo “What does weight stigma smell like? Cross-modal influence of visual weight cues on olfaction”.

Nello studio i ricercatori hanno chiesto a dei soggetti di visionare delle immagini che potevano rappresentare persone normopeso, o con sovrappeso, mentre annusavano sostanze che, a loro insaputa, non avevano odore.

I risultati mostrano come le sostanze siano percepite con un odore peggiore se associate alle immagini raffiguranti le persone con sovrappeso rispetto a quelle normopeso.

Questo articolo conferma le conclusioni di uno studio del 2003 di Hebl e Mannix (Hebl, M.R., & Mannix, L.M., 2003) in cui un candidato per un lavoro (di genere maschile) era valutato in modo peggiore se visto vicino a una donna con obesità rispetto a un uomo vicino a una donna normopeso.

OBESITA’

I risultati suggeriscono che lo stigma verso le persone obese può essere indagato indirettamente attraverso le risposte olfattive e confermano ulteriormente la natura pervasiva di quella che è definita come una delle ultime forme di discriminazione socialmente accettata.

Lo studio dello stigma verso l’obesità e chi ne soffre è importante in quanto può influire negativamente sulla qualità di vita della persona che lo subisce o avverte.

Inoltre gli atteggiamenti negativi verso le persone a causa del peso possono presentarsi anche nell’ambiente sanitario ponendo una barriera al trattamento di quella che è a tutti gli effetti una malattia cronica e non una colpa o scelta dell’individuo. L’unica colpa sarebbe non dare peso a questa problematica.

Lo scrittore William McFee ha scritto “Non c’è come un odore per risvegliare le memorie”, speriamo che questo studio contribuisca ulteriormente a risvegliare le coscienze sugli effetti e natura dello stigma basato sul peso.

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BIBLIOGRAFIA:

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