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Facebook in lutto: mediatizzazione della morte e pagine RIP come santuari virtuali

FLASH NEWS

I siti RIP sono legittimi santuari virtuali che consentono a più persone (tra loro estranee), di identificarsi nel provare il dolore del lutto, proprio come deporre fiori sulla scena di una morte tragica.

Subito dopo la morte di qualcuno è sempre più frequente vedere il susseguirsi di messaggi pubblici di dolore di massa su Facebook. L’articolo pubblicato sulla rivista New Review of Hypermedia and Multimedia indaga la portata mediatica della morte e la sua relazione con la pubblica espressione del dolore attraverso il crescente utilizzo dei media.

La società contemporanea è lontana dall’idea di morte: poche persone muoiono in casa e gli ospedali e le cappelle funerarie ne affrontano le conseguenze, i rituali funebri sono privati, molti dei quali non sono socialmente supportati fuori dai confini di casa. Recentemente, la pubblica espressione del dolore quotidiano per la morte di qualcuno diventa dominio pubblico da un punto di vista mediatico, grazie alla massiccia presenza di fiction, film, notizie di cronaca  che costantemente ci raccontano notizie diverse su questo tema.

Molte persone considerano i memoriali online come canali destinati ai “turisti del dolore”,  ma è giusto considerare la mediatizzazione della morte come un canale per soddisfare la  curiosità di occasionali utenti?

Klastrup afferma che le pagine RIP forniscono uno spazio comune per condividere il dolore e sentirsi più uniti di fronte alla morte. I siti RIP sono legittimi santuari virtuali che consentono a più persone (tra loro estranee), di identificarsi nel provare il dolore del lutto, proprio come deporre fiori sulla scena di una morte tragica. L’autrice ha osservato diverse pagine RIP in cui si omaggiano i malcapitati al punto di diventare delle “celebrità” post mortem.

Si è visto che maggiore era la copertura mediatica maggiori erano i messaggi inviati soprattutto da parte di persone estranee al defunto.

E’ emerso che molte persone tendevano a indirizzare i propri messaggi direttamente alle persone scomparse, probabilmente questo rappresenta un tentativo di mantenere in vita la persona e la memoria. Una mancanza di spirito collettivo si osservava in individui che lasciavano messaggi di dubbia simpatia come lasciare una candela o un fiore senza poi tornare a visitare la pagina.

Le pagine RIP hanno cambiato la velocità, la portata e la forma di vivere il lutto. I mezzi di informazione aumentano la consapevolezza del singolo individuo stimolando l’espressione del dolore pubblico e l’empatia.

Abbiamo bisogno di più studi che approfondiscano la relazione tra i media e le piattaforme sociali digitali, e bisognerebbe infine indagare il ruolo che entrambi i tipi di media svolgono come mediatori o come creatori di un nuovo modo di intendere il lutto.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Prevenzione dei suicidi su Facebook, un nuovo servizio

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Klastrup, L. (2014). “I didn’t know her, but…”: parasocial mourning of mediated deaths on Facebook RIP pages. New Review of Hypermedia and Multimedia. DOWNLOAD

Un apologo scientifico sull’integrazione in psicoterapia

La psicoterapia è una scienza promettente e in crescita. Però ha dei punti deboli, dei nodi da sciogliere. Uno di questi è la moltiplicazione dei paradigmi. La situazione attuale della psicoterapia scientifica vede un gran numero di paradigmi in lizza e una certa difficoltà nello stabilire un linguaggio comune.

L’aspirazione di molti è che la mano ordinatrice di un Newton un giorno sorga, intervenga e ponga fine al disordine. Forse è un’aspirazione ingenua. L’unificazione newtoniana della fisica è a sua volta finita ed è stata sostituita, per quel che posso capire, da un paradigma –quello quantistico- meno cristallino e più sfilacciato.

Però è anche vero che la psicoterapia scientifica parla davvero troppi linguaggi. In attesa che appaia il nostro Newton, spesso s’invoca l’integrazione, che è cosa misteriosa e difficile da definire. L’integrazione è sempre qualcosa che rischia di essere meno di quel che promette. Essa proclama di non limitarsi a mettere insieme il meglio, ma di integrarlo, appunto, in una nuova sintesi che non è mera somma delle parti. Insomma, l’integrazione sarebbe qualcosa di più dell’ecclettismo. Sta bene. Però questo di più non si sa mai bene cosa sia. L’integrazione sembra l’araba fenice: che ci sia, ognuno lo dice, dove sia, nessuno lo sa.

Attenzione. I problemi con l’integrazione non finiscono qui. C’è di peggio. Non è fatto detto che un modello integrato che si riveli davvero clinicamente vantaggioso sia poi davvero scientificamente “vero” (e scusate le virgolette, ormai il relativismo mi fa vergognare di usare questo aggettivo: vero). A tal proposito racconterò un evento della storia della scienza che può essere anche una sorta di apologo scientifico sui limiti dell’integrazione. Un apologo sulla sorte di un esempio storico di modello integrato che sulla carta era pieno di vantaggi, ma che poi al fondo era irrimediabilmente non “vero”.

Tycho Brahe (1546-1601) fu un grande astronomo, uno scienziato della grandezza di Copernico, Keplero e Galilei. Era un danese meticoloso e preciso, e partecipò -insieme a Copernico, Keplero e Galilei- alla costruzione del nuovo modello cosmologico eliocentrico che sostituì quello di Tolomeo. In realtà è un po’ ingenuo pensare che le svolte scientifiche avvengano grazie a un unico genio. Poi si semplifica parlando di Newton perché, insomma, non si può fare una lista infinita di nomi ogni volta. E poi perché il racconto del genio solitario funziona.

Però Tycho non è ricordato con gli altri tre geni. Perché? Forse perché tre erano già tanti, e se poi diventano quattro dove va a finire il genio solitario? C’è però anche un’altra ragione che sembra spiegare l’esclusione di Tycho dal supergruppo dei tre. E la ragione è che, nel dibattito tra tolemaici e copernicani Tycho, invece di schierarsi con chiarezza, se ne uscì fuori con un “modello integrato”. E così si giocò la gloria scientifica. Copernico, Keplero e Galilei li conoscono tutti. Tycho Brahe chi diamine sarebbe?

E com’era questo modello integrato di Tycho? Ora ve lo racconto, però siate cauti nel giudicare crudelmente Tycho che -vi avverto- sta per fare la figura dell’imbecille, scusate il termine. Vedrete che poi le cose non sono semplici come sembrano.

Come sappiamo i modelli dell’universo in gara erano il tolemaico, la terra al centro, e il copernicano, il sole al centro. In questa lotta Tycho Brahe propone il suo modello “integrato”, in cui la terra rimane al centro, il sole gira intorno alla terra e i pianeti, infine, girano intorno al sole. Che ve ne pare? Suona come una cazzata? Scusate il termine, ma ci sta bene.

L’idea di Tycho si presta bene, troppo bene, a diventare un apologo contro l’ossessione per l’integrazione. Diciamolo: c’è qualcosa di comico, forse addirittura di grottesco in questo cosmo immaginato da Tycho in cui il sole gira intorno alla terra e i pianeti intorno al sole. Sembra l’idea di un folle o, peggio, di uno stupido che voleva a forza metter pace tra copernicani e tolemaici e fare tutti contenti. Forse Tycho ha davvero rischiato di passare alla storia non come un astronomo ma come un proverbio, accanto a “salvare capra e cavoli” e “volere la botte piena e la moglie ubriaca” e così via. Poteva diventare famoso nei secoli con un detto tipo “voler fare il Tycho Brahe”. Per questo il modello di Tycho mi era sembrato ottimo per sbeffeggiare i modelli integrati e penso che l’idea funzioni ancora: e quindi ribadisco che la scienza non si propone di integrare un bel niente, ma di far vincere il modello vero. Con tanti saluti al relativismo e allo scetticismo.

Detto questo, non è finita qui. La storia ha anche un altro significato, in cui Tycho Brahe ci fa una figura migliore. Tycho non era uno scienziato fallito dalle idee bislacche e affetto da una strana ossessione irenica (che significa “irenica”? oggi si preferirebbe dire “buonista”; ma “irenica” –ammettetelo- è tutta un’altra cosa) di riconciliare copernicani e tolemaici. In realtà era un grande scienziato che dava risposte scientifiche a problemi reali. Il suo modello, va detto, era una risposta a un buco scientifico a quell’epoca ancora aperto nel modello copernicano.

E già, le cose non sono state così lineari come crediamo. Crediamo di conoscere la storia: la scienza che s’impone contro l’oscurantismo. Bastava mettere l’occhio nel telescopio e si vedeva che il sole era fermo e tutto girava intorno. Copernico, Keplero e Galilei diedero un’occhiatina e videro la verità, mentre le forze oscure impedivano tutto questo.

Non è così semplice. Fosse così, Copernico, Keplero e Galilei sarebbero poco più di un trio di oculisti che inventano un rivoluzionario paio di occhiali in un garage della California, mentre le multinazionali dell’ottica cercano di bloccarli. In realtà se uno guarda dentro un telescopio non vede mica il Sole fermo e i pianeti che vorticosamente girano intorno, come nel disegnino del nostro libro di scuola. Vede l’immenso spazio vuoto e dei corpi sospesi che si muovono un po’ tutti abbastanza impercettibilmente e in maniera abbastanza caotica e misteriosa. E il sole a sua volta non sta mica fermo al centro dell’universo, ricordiamolo: il sole al centro del cosmo nella visione eliocentrica di Copernico e anche un po’ di Galileo è a sua volta una semplificazione. L’universo non ha un centro.

Non basta dare un’occhiatina. È vero che Galilei ci andò vicino a fare singole osservazioni importanti che fossero a favore del moto dei pianeti intorno al sole: alcune quasi decisive. Come le fasi di Venere e Mercurio. Quasi decisive, ma non conclusive. Inoltre osservazioni del Galilei erano abbastanza inconcludenti (le macchie solari) e alcune proprio irrilevanti (le maree!).

Il nocciolo scientifico non era l’osservazione unica che spiega tutto e che i cattivi tolemaici favevano finta di non vedere. Si tratta di fare delle osservazioni, centinaia e migliaia di osservazioni, in base alle quali si costruiscono modelli matematici che permettono di descrivere e prevedere i movimenti dei corpi celesti. E gli astronomi tolemaici non erano degli sciagurati ignoranti, ma avevano il loro modello che prevedeva i movimenti celesti avendo come punto di riferimento la terra.

A farla breve, Copernico e gli altri produssero un modello matematico in cui era chiaro che, utilizzando il sole e non la terra come punto di riferimento fisso, tutto diventava più semplice e pratico. Se piazzi la terra al centro, perno immobile del modello cosmologico, le traiettorie dei pianeti sono contorte, dei ghirigori spiraliformi e oscillanti (cosiddetti “epicicli”), ed è difficile trovare delle equazioni che permettano di calcolare le posizioni su orbite così barocche; se invece ci metti il sole, le traiettorie dei pianeti sono semplici, delle ellissi, e sono descrivibili con equazioni molto più immediate (merito di Keplero, il più scienziato di tutti). Con un semplice calcolo sai dove sta un pianeta alla talora del tal giorno.

E allora perché Tycho Brahe se ne esce col suo modello? Cosa gli salta in mente? Perché a loro volta le equazioni di Keplero che descrivono le orbite ellittiche non erano una prova conclusiva del sistema eliocentrico. Sono un ottimo argomento a favore, ma non sono conclusive. Potrebbe darsi che fossero “vere” le orbite tolemaiche e geocentriche, per quanto contorte. Questo lo diceva anche lo stesso Keplero, scienziato rigorosissimo. Da notare che Copernico aveva sbagliato anche lui immaginando che le orbite dei pianeti fossero circolari e non ellittiche. E già questo fa capire come tutto fosse più complicato di quel che sembra: Copernico ha l’idea giusta dell’eliocentrismo ma sbaglia le orbite; roba sufficiente a negargli la pubblicazione nel sistema moderno dei referee. All’epoca questo fu uno degli aspetti che impedirono un’affermazione immediata del sistema Copernicano, e ci volle Keplero per uscirne fuori.

Torniamo a Tycho. Tycho produsse il suo modello perché il nuovo modello eliocentrico poneva problemi scientifici a sua volta, problemi cui non si riusciva a dare risposta. C’era una questione in particolare, la questione della mancanza dell’effetto di parallasse (espressione incomprensibile, me ne rendo conto e mi scuso di questi paroloni; sappiate che anch’io li uso alla cieca e infatti non ho idea di cosa diamine sia il parallasse), questione che dava dei gran grattacapi ai copernicani. Qui andiamo sul tecnico spinto, e la mia culturaccia alla wikipedia ormai non basta più. In breve, i tolemaici obiettavano che se la terra fosse stata in movimento anche le stelle avrebbero dovuto cambiare posizione, cosa che non si osserva. Questa osservazione in termini tecnici si chiama mancanza dell’effetto di parallasse, e sarebbe stata risolta secoli dopo in base a nuovi modelli fisici (in particolare grazie a Newton) e a più potenti attrezzature di osservazione astronomica.

Ora il modello di Tycho, malgrado la sua stranezza, aveva gli stessi vantaggi di semplicità del modello copernicano/kepleriano. E già, perché i pianeti girando intorno al sole seguono le semplici orbite alla Keplero; quanto al sole che gira intorno alla terra, in questo caso cambia il punto di osservazione ma l’orbita rimane semplice. Con un vantaggio però rispetto a Copernico: il modello di Tycho, grazie a questo trucco della terra ancora immobile dava una spiegazione elegante della mancanza dell’effetto di parallasse.

Che ne dite? Ora Tycho ci fa meno la figura del demente? Insomma a favore di Copernico c’erano tante buone osservazioni ma mai conclusive. E poi c’erano delle prove contro, o comunque dei buchi, delle incongruenze. Che Tycho spiegava, mantenendo i vantaggi del sistema copernicano. Quale migliore esemplificazione di una buona integrazione? Il meglio di tutto.

Buona integrazione, insomma; però irrimediabilmente non vera. Le prove conclusive a favore del sistema eliocentrico (o meglio dello spazio infinito senza centri) sarebbero state fornite solo dal modello di Newton. Non occorre andare chissà dove, basta consultare wikipedia, per scoprire, pensa un po’, che la prova decisiva del movimento terrestre è del 1851 (quasi trecento anni dopo) grazie al fisico francese Jean Bernard Léon Foucault con il suo famoso pendolo: il pendolo di Foucalt.

In conclusione, la storia di Tycho Brahe ci dice due cose. Prima di tutto che l’integrazione può essere una formula facile e vuota, perfino quando offre vantaggi come faceva il modello di Brahe. Però ci dice anche che il bisogno di integrare ha un suo significato: esso è presente quando nessun modello, perfino quello che è in vantaggio e che si sente che è quello giusto non ha ancora prodotto la prova decisiva, quella che davvero chiude il dibattito. Per ora.

Il Disturbo Borderline di Personalità raccontato in un video

Il seguente video di animazione presenta in chiave umoristica e irriverente le caratteristiche del disturbo borderline di personalità.

Con l’accompagnamento musicale del brano Maple Leaf Rag di Scott Joplin’s, la personalità borderline è rappresentata da un piccolo animale nero di specie indefinita che mima le vicissitudini esperienziali ed emotive tipiche di chi soffre del disturbo, raccontate sullo sfondo da frasi che descrivono ciò che sta accadendo: difficoltà ad avere relazioni stabili, sentimenti cronici di vuoto, timore dell’abbandono, comportamenti impulsivi e disregolazione emotiva.

L’originalità del video risiede nel fatto che, pur mostrando i sintomi in una cornice ironica, riesce a non cadere nella superficialità.

Trasmette infatti indicazioni utili per i meno esperti del settore, come il riferimento al DSM per la classificazione nosografica e i criteri diagnostici, le possibili comorbilità con altri quadri psichiatrici e l’importanza del trattamento psicoterapeutico per la cura del disturbo borderline di personalità.

 

Di seguito la traduzione in Italiano del video: 

0:04 – Cos’è il Disturbo Borderline di Personalità?
0:06 – Un disordine prolungato del funzionamento della personalità caratterizzato da intensità e variabilità dell’umore
0:14 – Venendo a mancare l’accettazione di aree grigie, le personalità borderline tendono a etichettare ciò che li circonda in nero o bianco 
0:20 – Imbecille, Molestatore di bambini, Noiosa, Carina, Grasso
0:25 – Imbecille, Molestatore di bambini, Noiosa, Ragazza Facile, Grasso
0:27 – Potrebbero preferire star lontani da stimolazioni provenienti dall’esterno
0:38 – Cercheranno di evitare stimolazioni positive per prevenire qualche possibile abbandono o delusione
0:49 – Generalmente vedono il mondo come pericoloso
0:58 – Proveranno frequentemente rabbia e ansia incontrollabili
1:05 – Mentre la maggior parte della gente è capace di sentire simultaneamente emozioni tra loro contrastanti, la personalità borderline riesce a posizionarsi solo su un versante emotivo alla volta.
1:26 – Sebbene sia meno conosciuto della Schizofrenia o del Disturbo Bipolare, il disturbo borderline di personalità è più comune e colpisce il 2 percento della popolazione adulta.
1:31 – Maggiormente le giovani donne
1:35 – Potrebbero mostrare impulsività in aree che sono potenzialmente dannose per la persona
1:40 – Il loro mondo è diviso in angeli o mostri

1:49 – Piangono spesso
1:54 – Raramente al momento opportuno
2:00 – La personalità borderline troverà difficile provare soddisfazione o gioia per più di brevi periodi di tempo
2:15 – La personalità borderline potrebbe mostrare scarse capacità di gestire una relazione a lungo termine
3:01 – Classificato in passato come una sottocategoria della schizofrenia, oggi il BPD è considerato un disturbo di personalità relativamente stabile
3:11 – Una diagnosi del disturbo borderline di personalità da DSM richiede alcuni punti
3:13 – Almeno 5 dei 9 criteri nella lista devono essere presenti per una significativa quantità di tempo
3:18 – Ci sono perciò 256 differenti combinazioni di sintomi che possono emergere in una diagnosi
3:23 – 1.Disperati tentativi per evitare un abbandono (*non sono inclusi tentativi di suicidio o comportamenti autolesivi previsti dal criterio 5)
3:26 – 2.Un quadro di relazioni interpersonali instabili
3:26 – 3.Instabile immagine di sé o percezione di sé
3:28 – 4.Impulsività in aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (*di nuovo, non sono inclusi tentativi di suicidio o comportamenti autolesivi previsti dal criterio 5)
3:32 – 5.Ricorrente comportamento suicidario
3:35 – 6.Instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o ansia, che di solito durano poche ore e solo raramente per più di pochi giorni)
3:36 – 7.Sentimenti cronici di vuoto
4:14 – Possono essere bravi con i bambini
4:18 – O bravi artisti
4:20 – E possono essere molto gentili
4:26 – Il trattamento prevede psicoterapia e farmaci che possono migliorare i sintomi.

 

LEGGI ANCHE:

I Disturbi di Personalità

 

Affrontare le avversità: come allenarsi per diventare più resilienti?

Quante volte, di fronte ai problemi, ci è capitato di dire Non ce la farò mai! e quante volte, invece, ci siamo rialzati e abbiamo superato tali ostacoli? Possiamo davvero trovare la forza necessaria per far fronte alle avversità?

A tal proposito in psicologia si parla di resilienza. Una delle definizioni di resilienza più utilizzate in letteratura è quella di Rutter che la descrive come the ability to bounce back or cope successfully despite substantial adversity (la capacità di riprendersi “rimbalzare” o far fronte con successo alle avversità).

COPING

La resilienza indica dunque proprio quel processo dinamico attraverso cui un individuo riesce ad adattarsi nonostante rischi e avversità. Questo processo va incontro a cambiamenti nel tempo e può essere rafforzato da fattori protettivi individuali e/o ambientali.

Troviamo dunque i nostri fattori di protezione e non lasciamoci sopraffare dallo stress… alleniamoci a diventare più resilienti!

 

La buona notizia è che non si tratta di una dote eccezionale ma – dicono gli autori – è una caratteristica della personalità piuttosto diffusa: c’entrano senso di identità, fiducia in se stessi, forti convinzioni, capacità di avere relazioni, di creare nuovi legami con altre persone e di solidarizzare, di condividere, di restare aperti, di coltivare l’ottimismo e di immaginare… 

Gente tosta – Annamaria Testa Consigliato dalla Redazione

Affrontare le avversità come allenarsi per diventare più resilienti - Immagine: 66062543
La capacità di reagire ai traumi e agli errori non è una dote eccezionale, e si può allenare. Con un po’ di umorismo, autenticità e voglia di €™imparare e di reinventarsi. (…)

Tratto da: Internazionale

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Le emozioni complesse: la Vergogna – Introduzione alla Psicologia Nr. 06

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (06)

 

 

Definita l’ emozione dell’autoconsapevolezza, la vergogna si presenta come un senso sgradevole di nudità, di trasparenza. Quando si prova vergogna si ha la percezione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui.

 

La vergogna è la prima emozione secondaria di cui ci occuperemo. Si tratta di una emozione complessa, più strutturata rispetto alle altre, ed è correlata alla percezione che si ha di se stessi. Per tali ragioni è stata definita l’ emozione dell’autoconsapevolezza. La vergogna si presenta come un senso sgradevole di nudità, di trasparenza. Quando si prova vergogna si ha la percezione di essere stati scoperti e di conseguenza si vorrebbe diventare invisibili, sparendo per sempre dagli sguardi altrui.

Perché ci vergogniamo? Ci vergogniamo per qualcosa che si è commesso o per quello che si è, per quello che si ha o non si ha, per i propri pensieri, le proprie emozioni, il proprio corpo, ecc.

La vergogna è un’emozione che riguarda il passato, il presente e il futuro. In ogni caso, è un’emozione di forte intensità che determina dolore anche molto profondo.

Quando si prova questa emozione, il pensiero è quello di sentirsi inferiori, profondamente giudicati e diversi da come si vorrebbe essere.

Inoltre, se presente una bassa stima di se stessi, la vergogna provoca un definitivo crollo della propria persona e per questo diventa una vera e propria minaccia all’identità personale.

La persona che si vergogna si percepisce confusa, disorientata e dedita alla fuga da una situazione ormai diventata scomoda, perché piena di persone giudicanti . Quindi, il disagio che ne consegue è molto intenso e crea anche un blocco nella comunicazione.

In situazioni di vergogna il primo comportamento attuabile è distogliere lo sguardo dall’altro, poi si ripiega la postura, si volta il viso, che in genere potrebbe arrossire, ci si nasconde poiché la tendenza è di voler diventare invisibile. Tutti questi atteggiamenti confermano di non essere riusciti a raggiungere determinati standard di prestazione, o anche norme e valori, ritenuti indispensabili per avere una buona considerazione di se stessi.

Alla vergogna si reagisce in un duplice modo: arrabbiandosi o isolandosi. L’emozione, dunque, che ne deriva dipenderà dal tipo di carattere della persona e dalla cultura di provenienza da cui derivano determinate regole o norme.

Alcuni al cospetto della vergogna tendono a far finta di nulla o provano imbarazzo,altri, invece, affrontano la situazione fornendo supporto alla persona in difficoltà, rassicurandola, mentre altri ancora reagiscono con lo scherno o il riso.

Si possono distinguere molti tipi di vergogna:

  • del fare, in cui l’oggetto è l’agito e per questo è molto meno invasiva;
  • dell’essere, molto più profonda e dolorosa, riguarda l’essenza della persona, la sua identità;
  • da svelamento o smascheramento, in cui la persona si trova ad affrontare una situazione contro la sua volontà.
  • per le lodi, che si assume non siano meritate o a causa di qualche senso di colpa.
  • ricorsiva, legata al circolo vizioso della vergogna stessa, quando ci si vergogna di vergognarsi;
  • transitiva, quando per colpa del proprio comportamento si genera vergogna in un’altra persona
  • transpersonale, quando ci si vergogna della propria famiglia, istituzione, nazione, o nel gruppo nel quale ci si identifica;
  • contagiosa, quando ci si vergogna di fronte all’improvviso vergognarsi di qualcuno.

La vergogna, però, non va confusa con il pudore che nasce dalla volontà di non volersi mostrare allo sguardo altrui. È una forma di protezione psicologica atta a difendere lo spazio peripersonale, verso il quale non necessariamente si provano sensi di inadeguatezza.

Chi ha pudore non sempre ha vergogna nel mostrarsi, ma semplicemente è una persona che non ama mostrarsi, esibirsi davanti ad altri.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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L’Errore fondamentale di attribuzione

Comunemente capita di formulare delle valutazioni generali su comportamenti e gesti osservati in assenza di dati oggettivi. In questo modo possono essere elaborati dei modelli generali di funzionamento, stereotipi o pregiudizi, che aiutano a spiegare la realtà. Il più delle volte nell’effettuare questo processo si compiono degli errori di ragionamento, ovvero generalizzazione di un comportamento non oggettivamente riscontrabile, che inducono a conclusioni non veritiere. Questo processo è chiamato errore fondamentale di attribuzione.

Realizzato in collaborazione con la Sigmund Freud University, Università di Psicologia a Milano

L’errore fondamentale di attribuzione, noto in psicologia sociale anche come “errore di corrispondenza“,  rappresenta la tendenza sistematica ad attribuire la causa di un comportamento, di un altro individuo, tendenzialmente alla sua personalità o al modo di essere (attribuzione disposizionale), sottostimando l’influenza che l’ambiente o il contesto potrebbe avere nel determinare tale comportamento (attribuzione situazionale).

Quindi, l’errore fondamentale di attribuzione consiste nel far corrispondere in maniera sistematica le cause di un comportamento umano alle caratteristiche personologiche del singolo individuo piuttosto che alle condizioni esterne. Per questo, se osserviamo una persona agire in un determinato modo siamo portati a pensare che quel gesto attuato sia frutto del suo temperamento o carattere, dei suoi pregi o dei suoi difetti.

Chiaramente, le circostanze esterne giocano sempre un ruolo attivo nell’influenzare le azioni e i comportamenti comunemente utilizzati. L’attribuzione della causa di un fenomeno dipende sempre dal punto di vista che si assume nell’osservare quel determinato fenomeno.  Quindi, se il giudizio è espresso da chi agisce l’azione, allora si pone l’attenzione sul pubblico e sulle condizioni esterne, se invece è una persona esterna che formula un giudizio allora si traggono conclusioni basandosi sulla persona senza considerare il contesto.

Tendenzialmente, le attribuzioni interne o disposizionali, sono volte a mantenere alta l’autostima in caso di successo personale, al contrario se si ottenesse un insuccesso si attribuirebbe la causa alla situazione.

Ad esempio, se Maria osserva Michele cadere dalla bici, lo considera non capace di guidarla (attribuzione disposizionale). Se invece fosse lei stessa, Maria, ad andare in bici e cadere tenderà ad attribuire la causa dell’accaduto alla bici che non funziona adeguatamente o alla strada che è troppo dissestata (attribuzione situazionale).

 

L’Attribuzione causale secondo Fritz Heider

Fritz Heider per primo studiò i processi di attribuzione.  Egli partì dalla psicologia del senso comune o psicologia ingenua, per individuare i principi, utilizzati per rappresentare l’ambiente sociale, che guidano le azioni. Secondo la psicologia del senso comune l’uomo è in grado di padroneggiare la realtà compiendo delle previsioni sulle situazioni. Per questo ogni individuo può riprodurre comportamenti specifici, in determinate condizioni, dotandoli di una certa stabilità. I comportamenti stabili regolano la messa in atto delle azioni e dei rapporti con gli altri. Il riuscire a raggiungere la stabilità, dunque, induce alla ricerca delle cause di quanto si verifica intorno a noi compiendo delle attribuzioni di causalità.

L’attribuzione causale consiste nell’individuare le spiegazioni del proprio o dell’altrui comportamento, da cui inferire e generalizzare le cause che sono alla base di specifiche azioni.

Per comprendere le ragioni di un determinato comportamento bisogna, in primis, individuare qual è la natura della causalità distinguendo fra cause personali o interne – come la motivazione o l’abilità- e cause ambientali o esterne – come la difficoltà del compito o la fortuna. Entrambi i tipi di cause possono essere determinati da fattori transitori o permanenti.

Colui che deve individuare la causa di un determinato avvenimento o comportamento effettua una  ricostruzione dello stesso tramite delle deduzioni logiche che partono da premesse per giungere alla constatazione su un fatto (inferenze). L’attribuzione causale è un insieme di schemi e processi cognitivi che gli individui utilizzano per spiegare la causa del comportamento proprio ed altrui.

 

La teoria dell’inferenza corrispondente di Jones e Davis

Secondo Jones e Davis una certa azione messa in atto da un individuo è causata da tratti di personalità (disposizioni) specifici di colui che agisce. Le caratteristiche di personalità sono considerate stabili e durature, quindi conoscerle adeguatamente potrebbe permettere di prevedere il comportamento agito da persone che presentano specifici tratti.

Dunque,  il comportamento messo in atto da una persona è sicuramente influenzato dal carattere e dalla personalità, ma bisogna prestare attenzione anche ad altre variabili intervenienti che potrebbero comprometterne gli esiti: la volontarietà, se è un gesto è spontaneo o imposto; gli effetti non comuni, se ci possono essere delle conseguenze positive o negative rispetto all’azione esercitata; la desiderabilità sociale, se si violano alcune norme sociali; le aspettative non solo di chi produce l’azione ma anche di chi la riceve.

Dopo aver messo in atto un comportamento o azione è possibile, di conseguenza, ricavarne dei modelli di funzionamento generale che regolano e spiegano il comportamento specifico. Questo processo prende il nome di inferenza.

 

Il modello della covariazione di Kelley: ANOVA (Analysis of Variance)

Le inferenze, generalizzazioni di comportamenti, dipendono da fattori come la vicinanza, la contiguità tra causa ed effetto, la percezione della forza delle connessioni causa ed effetto e la loro specificità; queste condizioni portano l’individuo a indicare, in maniera oggettiva, in una azione sia l’agente sia le conseguenze. Secondo Kelley un osservatore trarrebbe delle inferenze, su un determinato comportamento, osservandone la frequenza e la modalità di presentazione dello stesso.

Quindi, nel momento in cui si posseggono informazioni provenienti da più fonti, l’osservatore le analizzerà attraverso il principio della covariazione, verificare come variabili interne e esterne variano insieme. Il numero di volte in cui si verificano le osservazioni consente di stabilire se, e con quale probabilità, le informazioni covariano tra loro.

Kelley riferendosi alla procedura statistica analisi della varianza (ANOVA) formulò l’ipotesi secondo la quale i cambiamenti di una variabile dipendono (l’effetto) dalle modificazioni della variabile indipendenti (condizioni)

Quindi, le informazioni saranno valutate riferendosi a tre dimensioni:

1. distintività: quando si verifica l’effetto tra variabile dipendente e indipendente

2. coerenza nel tempo e nelle modalità: quali sono le caratteristiche dell’effetto tra le due variabili

3. consenso: riproducibilità dell’effetto a parità di condizioni.

 

Bias

Le persone comuni, però, al di là delle teorie citate non utilizzano per trarre conclusioni dei modelli dettagliati e formali, ma giungono rapidamente a conclusioni servendosi di poche informazioni e di scorciatoie mentali. Chiaramente questa modalità porta, inevitabilmente, a compiere degli errori di attribuzione.

Gli errori fondamentali di attribuzione, dunque, o bias sono delle modalità di giudizio distorte in maniera sistematica, che consentono di descrivere le azioni o comportamenti.

Questi bias sono molto utilizzati per spiegare delle dinamiche sociali o di gruppo derivanti da errori di ragionamenti che alla lunga portano alla formulazione di veri e propri pregiudizi o stereotipi.

Quindi, un comportamento negativo di un individuo appartenente al proprio gruppo sociale è, tendenzialmente, attribuito a fattori situazionali. Mentre, i fattori disposizionali sono ritenuti imputabili al comportamento negativo di un membro di un gruppo sociale a cui non si appartiene. Secondo Pettegrew, in questo caso, si parla di errore di attribuzione per eccellenza ed è compiuto dai membri di categorie appartenenti a specifici gruppi sociali.

Così facendo è possibile formulare un vero e proprio pregiudizio o stereotipo, generalizzazione di preconcetti sociali che possono condizionare la percezione della realtà e produrre comportamenti coerenti con le aspettative che si hanno su se stessi e che, a loro volta, influenzeranno i comportamenti sociali. A esempio, le differenze di genere nell’assunzione di ruoli di potere o di rilievo sociale, sono attribuiti principalmente agli uomini, perché si ritengono più abili e capaci rispetto alle donne.

Per capire meglio cosa porta alla formulazione di uno stereotipo è necessario parlare della profezia che si autoavvera: un’aspettativa o profezia, razionale o meno, che può suscitare nel soggetto un comportamento in grado di trasformare la realtà e confermare le attese. A esempio pensare che il proprio compagno/a possa tradire induce a compiere una serie di comportamenti controllanti che faranno sentire l’altro ingabbiato e sicuramente, alla lunga, cercherà fuori dalla relazione qualcosa di più leggero da fare. Per questo, le azioni compiute  per prevenire un comportamento, in alcune situazioni, portano alla manifestazione proprio del comportamento temuto, che induce alla formulazione di un giudizi generali di funzionamento sociale.

Quindi, prima di formulare un giudizio è necessario sempre considerare lo scarto tra osservatore ed attore e utilizzare la logica per evitare di attuare dei preconcetti o scorciatoie mentali che portano a offuscare la mente e confermare teorie fallaci.

 

Sigmund Freud University - Milano - LOGORUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Pronto intervento emozioni. Strategie di mindfulness per affrontare con serenità le difficoltà della vita

Spesso crediamo di non avere gli strumenti per attenuare il dolore delle ferite psicologiche, ma non è così: ognuno di noi può imparare delle tecniche di pronto soccorso emotivo per accelerare la guarigione e prevenire le ricadute nel futuro.

Se ci affligge un piccolo dolore fisico quasi sempre sappiamo come cercare rimedio: un cerotto per un graffio, un disinfettante per una piccola ferita, una pomata per una botta, riposo e qualche medicina per una leggera influenza… Quando invece la sofferenza è emotiva non siamo così abituati a riconoscerla e a cercare di attivare le nostre conoscenze per porvi rimedio, rischiando così che la piccola sofferenza non curata diventi una grande ferita e influisca notevolmente sul nostro benessere.

Il motivo per cui spesso facciamo poco o niente per curare le ferite psicologiche della vita quotidiana è che non abbiamo gli strumenti, o meglio crediamo di non avere gli strumenti per attenuare il dolore di queste ferite, ma non è così: ognuno di noi può imparare delle tecniche di pronto soccorso emotivo per accelerare la guarigione e prevenire le ricadute nel futuro.

RUBRICA: TRIBOLAZIONI

Il libro di Guy Winch psicologo statunitense, è un sunto di rimedi caserecci che una persona che si ritrova in un momento di sofferenza psicologica può imparare ad utilizzare per cercare di curare le piccole ferite psicologiche della vita quotidiana.

La metafora con il dolore fisico continua in tutto il libro: il dolore inflitto dal rifiuto è paragonato ai tagli e ai graffi che si possono subire nella vita quotidiana, la solitudine non è altro che la debolezza dei muscoli relazionali che necessitano di un allenamento specifico, le perdite e traumi ci indeboliscono perchè sono come delle ossa rotte che ci impediscono di camminare bene; e ancora il senso di colpa è come un virus che avvelena il nostro sistema psicologico, la ruminazione è un modo fastidioso e continuo di stuzzicare le crosticine, l’insuccesso è un raffreddore che se non curato si può trasformare in una polmonite e infine la bassa autostima è un sistema immunitario debole che ci rende facilmente attaccabili da ogni malattia.

Il libro affronta dunque i più frequenti dolori emotivi che ci possono capitare nella vita quotidiana offrendoci un kit di strumenti utili per curarli. I rimedi che l’autore suggerisce per contrastare queste sofferenze sono tratti dalla sua esperienza clinica e, come dimostrano le numerose ricerche sperimentali citate, supportati da evidenze scientifiche.

L’autore propone per ogni tipologia di sofferenza un’analisi per riconoscerne le cause, le conseguenze e le caratteristiche; la cura proposta sono esercizi spiegati in modo chiaro e dettagliato, sotto forma di diari o di tecniche comportamentali e ispirati ai principi della mindfulness di autoconsapevolezza e riflessione sui propri stati mentali.

MINDFULNESS

Nel corso del libro vengono riportate le storie dei pazienti del terapeuta e di come essi hanno utilizzato queste strategie operative, con esempi di come hanno svolto e poi risolto la loro situazione di sofferenza.

Se questi rimedi non dovessero bastare, o se persistono determinate circostanze che il manuale riporta, il paziente viene sempre invitato a rivolgersi a un professionista per chiedere un aiuto.

Questo libro rappresenta un kit di pronto soccorso emotivo da tenere a portata di mano e consultare all’occorrenza, e può aiutare a conoscere meglio il mondo della sofferenza e delle emozioni attraverso un percorso e una lettura che ci guida nella conoscenza di noi stessi.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Bambini ed Emozioni: 5 consigli utili per i genitori

BIBLIOGRAFIA: 

Winch, G. (2014). Pronto intervento emozioni. Strategie di mindfulness per affrontare con serenità le difficoltà della vita. Centro Studi Erickson. ACQUISTA

Attaccamento e inibizione durante l’infanzia: gli effetti a lungo termine sull’ansia

Laura Stefanoni

FLASH NEWS

Sulla base dei risultati ottenuti, è stato possibile confermare l’esistenza di un effetto derivante da una persistente tendenza a mettere in atto comportamenti inibitori sulla genesi di disturbi d’ansia in adolescenza, ma allo stesso tempo è emerso che tale effetto sia in realtà mediato dallo stile di attaccamento sviluppato dal soggetto durante l’infanzia.

Nel corso degli ultimi anni, diversi studi hanno messo in evidenza come una tendenza all’inibizione comportamentale durante l’infanzia costituisca un importante fattore di rischio per l’internalizzazione dei propri problemi. Molti bambini che di fronte a situazioni, oggetti o persone nuove e sconosciute tendono a reagire con paura o ritirandosi, infatti, sembra che continuino a mostrare questo tipo di comportamenti anche quando crescono, in risposta alle nuove esperienze che si trovano ad affrontare. Per questi bambini è risultato maggiore anche il rischio di sviluppare disturbi d’ansia durante l’adolescenza.

ATTACCAMENTO

Da un recente studio condotto da alcuni ricercatori della University of Maryland in collaborazione con il National Institute of Mental Health e la University of Waterloo, è emerso come il persistere di una tendenza all’inibizione comportamentale sia associato alla genesi di disturbi d’ansia sociale, in adolescenza, in particolare nei soggetti che durante l’infanzia avevano sviluppato una relazione di attaccamento insicuro con i propri genitori.

La ricerca ha coinvolto un campione di 165 soggetti, tutti di razza caucasica ed appartenenti ad una classe sociale medio-alta. Ciascun soggetto è stato selezionato sulla base delle modalità di risposta alle novità osservate all’età di quattro mesi, inoltre, a quattordici mesi, è stato sottoposto ad una valutazione del proprio stile di attaccamento attraverso il paradigma sperimentale della Strange Situation, che include una serie di episodi di separazione e riunione con la propria figura di accudimento primaria.

La tendenza all’inibizione comportamentale e al ritiro sociale durante l’infanzia è stata misurata ripetutamente nel corso dello studio (a 14, 24, 48 e 84 mesi), attraverso la creazione di situazioni sperimentali nelle quali i bambini venivano posti di fronte a condizioni nuove o all’incontro di soggetti loro pari ma sconosciuti, e tramite questionari compilati dai genitori in riferimento a circostanze simili che i bambini potevano aver sperimentato nella loro vita quotidiana.

ANSIA SOCIALE & FOBIA SOCIALE

A distanza di diversi anni, quando i soggetti avevano un’età compresa tra i 14 e i 17 anni, è stato poi chiesto loro e ai propri genitori di rispondere ad un questionario che valutava lo stato d’ansia adolescenziale. Coloro che hanno affermato di sentirsi più nervosi nel partecipare a feste dove avrebbero incontrato persone sconosciute o nel fare qualcosa di fronte ad un pubblico, come leggere, parlare o praticare sport, sono stati associati a punteggi più alti di ansia sociale rispetto a chi affermava di aver sperimentato in misura minore questi sentimenti.

BEHAVIORAL INIBITION AND CHILD ANXIETY (RUBRICA)

Sulla base dei risultati ottenuti, è stato quindi possibile innanzitutto confermare l’esistenza di un effetto derivante da una persistente tendenza a mettere in atto comportamenti inibitori sulla genesi di disturbi d’ansia in adolescenza, ma allo stesso tempo è emerso che tale effetto sia in realtà mediato dallo stile di attaccamento sviluppato dal soggetto durante l’infanzia.

In modo particolare ciò è risultato vero in quei soggetti classificati come insicuri alla Strange Situation e che tendevano a reagire con rabbia e non erano capaci di calmarsi al momento del ricongiungimento con i propri genitori. Tale relazione si è rivelata essere statisticamente significativa solo nei soggetti di sesso maschile.

L’identificazione di questi fattori potrebbe permettere secondo Erin Lewis-Morrarty, ricercatrice presso la University of Maryland, di intervenire in maniera precoce nel trattamento di soggetti a rischio, prima che emergano problemi clinicamente significativi.

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Social behaviour, separation anxiety and adult psychopathology – SOPSI 2014

BIBLIOGRAFIA:

Psicoanalisi e vecchi merletti – di Paolo Moderato

Un Articolo del Prof. Paolo Moderato pubblicato su Huffington Post il giorno 9 Marzo 2015

 

La signora P.B. ha scritto a Sky Italia una lettera molto precisa in cui – oltre a complimentarsi per la qualità delle trasmissioni di fiction (e lamentarsi per la non altrettanto eccelsa programmazione cinematografica) – pone una questione molto importanze di traduzione. Come tutti sanno, noi italiani, insieme a francesi e spagnoli, siamo gli unici paesi europei dove film, telefilm e cartoni animati sono doppiati integralmente (e aggiungiamo in modo perfetto), anziché sottotitolati lasciando i dialoghi originali.

Questa è anche una delle ragioni per cui siamo tra i peggiori conoscitori/parlatori di lingue straniere, inglese in particolare, e contemporaneamente tra i maggiori inquinatori della nostra lingua con termini inglesi inutili (oltretutto pronunciati in modo volgarmente improprio e ridicolo). Atteggiamento molto provinciale, se paragonato alla difesa dell’integrità linguistica che avviene in altri paesi, tra cui anche quelli appena citati. Annamaria Testa, su questi stessi temi, ha appena lanciato una meritoria campagna e approfitto per sostenerla da queste pagine.

Ma torniamo alle puntualizzazioni della nostra signora P.B., che scrive: “nella fiction NCIS stagione 11 ep.13, il medico Mallard dice ‘si è curato da solo invece di rivolgersi ad uno psicanalista’ traducendo l’espressione inglese “professional help”. Lo stesso errore ricorre nella serie NCIS Los Angeles, stagione 5 episodio 12, dove “terapy session” viene tradotta con “psicanalisi”. È un errore di traduzione fuorviante e pericoloso e lo dico con cognizione di causa: questi errori sono causati dall’ignoranza diffusa e dallo stigma per cui invece di dire “psichiatra” diciamo “psicanalista” (neanche psicologo!), pertanto è un doppio errore. La parola “psicoanalista” è vecchia, usata solo in Italia in questo suo significato erroneamente onnicomprensivo.

I tipi di terapie possibili sono tante: potrei fare un elenco di molte voci tra le quali una è la psicanalisi, quindi l’uso che ne state facendo è sbagliato!

Il tema della confusione semantica delle professioni psico è un tema caldo. Quindi, mentre ringrazio la signora P.B. per avermi concesso di pubblicare stralci della sua lettera, mi complimento con la sua sensibilità culturale (è una professionista, ma non in questo campo). Il tema, infatti, è stato messo sul tappeto proprio recentemente da due colleghi Ruggero, e Dimaggio e ripreso sulla stampa nazionale.

Psicoanalisi e vecchi merlettiConsigliato dalla Redazione

Da qualunque punto la si guardi, sembra che la situazione della clinica psicoanalitica sia molto critica, almeno negli Stati Uniti (ma non solo): per Italia, l’onda è stata lunga ma alla fine è arrivata pure da noi. Stante questa situaz… (…)

 

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Stress: conoscerlo per fronteggiarlo

Annamaria Quercia 

“La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si possa pensare, noi non dobbiamo e non possiamo evitare lo stress, ma possiamo andargli incontro in modo efficace traendone vantaggio, imparando di più dai suoi meccanismi, e adattando a esso la nostra filosofia dell’esistenza”. (Selye, 1973)

Lo stress definito da Hans Selye, che per primo introdusse tale concetto in medicina, come una reazione aspecifica dell’organismo nei confronti di uno o più agenti stressanti di varia natura. Lo stress non è altro che la prima sollecitazione che l’organismo subisce quando vi è un cambiamento nell’equilibrio tra organismo e ambiente e si verifica quando le esigenze di un individuo superano quelle delle risorse e delle capacità di farvi fronte. Però non sempre lo stress viene a connotarsi come un fattore negativo e tanto meno come patogeno e precursore di malattia.

Al contrario, lo stress è una necessità fondamentale dell’essere biologico per il suo adattamento.

La completa libertà dallo stress è la morte. Contrariamente a quanto si possa pensare, noi non dobbiamo e non possiamo evitare lo stress, ma possiamo andargli incontro in modo efficace traendone vantaggio, imparando di più dai suoi meccanismi, e adattando a esso la nostra filosofia dell’esistenza“. (Selye, 1973). 

Lo stress positivo è definito:

Eustress (eu: buono, bello) inteso come uno stress fisiologico diverso e positivo, indispensabile alla vita che si manifesta sotto forma di stimolazioni ambientali costruttive ed interessanti che genera in noi il desiderio di superare una sfida e raggiungere un obiettivo, e ha le seguenti caratteristiche:

– Motiva e focalizza l’energia

– E’ a breve termine

– Fa parte delle nostre capacità di coping

– E’ stimolante

– Migliora le prestazioni

 

Eventi positivi che potrebbero causare l’eustress sono:

• Una promozione al lavoro

• Iniziare un nuovo lavoro

• Matrimonio

 

Mentre lo stress negativo definito distress (dis: cattivo, morboso) inteso come quello che ci provoca maggiori difficoltà come conflitti emotivi, ansie, presenta le seguenti caratteristiche:

– Provoca ansia o preoccupazione

– Può essere breve o a lungo termine

– Sembra spiacevole

– Riduce le prestazioni

– Può causare problemi psicologici e fisici

 

Molteplici fattori potrebbero causare lo stress come:

– La morte di un coniuge

– Perdita di persone care

– Ricovero (se stessi o un membro della famiglia)

– Infortunio o malattia

– Il conflitto nelle relazioni interpersonali

– Disoccupazione

I fattori di stress non sempre sono limitati a situazioni in cui una situazione esterna sta creando un problema, anche sentimenti ed eventi interni possono causare stress negativo. Esempi sono: la paura di volare, la preoccupazione di eventi futuri ecc. Viviamo in un’epoca stressante, chi non si è mai definito o non si definisca stressato?

Molti tendono a sottovalutare lo stress o non sanno riconoscerlo e quindi possiedono poche risorse per minimizzare i suoi effetti negativi.
Quindi impariamo a conoscerlo meglio per riuscire meglio a gestirlo. Ognuno di noi risponde agli eventi stressanti in modo diverso, questo perché ogni persona fa esperienze diverse e fa proprie delle strategie interpretative e di pensiero diverse. Inoltre un ruolo fondamentale nell’interpretazione degli eventi, sia interni che esterni, spetta all’apprendimento. Noi impariamo a comportarci in un certo modo di fronte a certi stimoli e questi meccanismi di apprendimento agiscono in modo automatico, al di fuori della nostra consapevolezza.

Le nostre stesse valutazioni personali degli eventi e delle cose subiscono l’effetto dell’apprendimento e una volta consolidatesi funzionano in modo relativamente autonomo. La valutazione cognitiva che il soggetto fa dello stimolo e delle sue capacità di affrontarlo, nonché le strategie di adattamento (coping) messe in atto per reagire alla situazione stressante, sono essenziali nel determinare il grado di stress sofferto.

E’ ormai ampiamente accertato che, nell’uomo, la risposta all’agente stressante è mediata da fattori che sono collegati fondamentalmente ai processi cognitivi e all’emotività, quindi complessivamente alla personalità del soggetto. 

Non è facile stabilire una tipologia di personalità che abbia maggiore probabilità di sviluppare una patologia psichica o organica in seguito a una serie di eventi stressanti ripetuti o protratti nel tempo. Fattori di vulnerabilità allo stress oltre al genere, alla personalità, alla valutazione cognitiva sono l’età, il supporto sociale, eventuali patologie psichiatriche. Con l’aumentare dell’età, l’individuo, assume un maggiore senso di controllo.

Numerosi studi hanno dimostrato che una prolungata esposizione allo stress potrebbe avere un impatto negativo sulla nostra salute. La ricerca psicosomatica ha dimostrato le possibili conseguenze associate allo stress come l’insorgere di malattie somatiche come: allergie, artrite reumatoide, asma, cefalea (tensiva, emicrania), colite (colon irritabile, colite ulcerosa), disturbi dermatologici, disturbi gastrointestinali, disturbi cardiovascolari.

Altre conseguenze dello stress potrebbero provocare reazioni emotive (irritabilità, ansia, disturbi del sonno, depressione, ipocondria), reazioni cognitive (difficoltà di concentrazione, perdita della memoria, scarsa propensione all’apprendimento, reazioni comportamentali (alcol o tabacco).

E’ opportuno precisare che il rapporto tra stress e malattia non deve essere inteso in senso di stretta causalità, piuttosto in senso statistico-probabilistico; l’evento stressante modifica la reattività dell’organismo, rendendo più probabile in termini statistici l’insorgenza della malattia. 

Sono stati individuati vari fattori di rischio di sviluppo della malattia somatica, tra cui la suscettibilità genetica, la tendenza a reagire allo stress con rabbia, risentimento, frustrazione, ansia o depressione. Lo stress diventa fattore di rischio di malattia quanto più assume caratteri di cronicità e quindi un evento stressante diventa fattore di rischio per l’insorgenza di malattia quanto più è etologicamente innaturale, intenso e sommato ad altri, non riparabile con l’azione diretta né con comportamenti indiretti, non elaborato dall’attività fantasmatica, sintonico con esperienze precedenti e accompagnato da sentimenti negativi (Castrogiovanni e Invernizzi, 1994).

Secondo un recente studio canadese una dose giornaliera d vitamina D potrebbe migliorare la risposta cardiaca allo stress. I risultati dello studio indicano che la vitamina D è in grado di migliorare la funzionalità del sistema nervoso autonomo in risposta a forti fattori di stress. Di fronte a una situazione di stress, la variabilità della frequenza cardiaca riesce a ristabilirsi prontamente su modalità ottimali se i livelli di vitamina D sono adeguati. 

Con questo studio emerge l’importanza di un’integrazione di vitamina D ai fini di rendere il cuore più reattivo nei confronti dello stress. L’importante effetto protettivo della vitamina D nei confronti del sistema cardio-circolatorio è stato oggetto di diversi studi nel corso degli anni. Uno dei più recenti, pubblicato sull’International Journal of Cardiology, proverebbe che un’integrazione di vitamina D potrebbe ridurre la risposta da stress.

I risultati dello studio indicano che la vitamina D è in grado di migliorare la funzionalità del sistema nervoso autonomo in risposta a forti fattori di stress. Di fronte a una situazione di stress, la variabilità della frequenza cardiaca riesce a ristabilirsi prontamente su modalità ottimali se i livelli di vitamina D sono adeguati. Con questo studio emerge l’importanza di un’integrazione di vitamina D ai fini di rendere il cuore più reattivo nei confronti dello stress.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Biondi M., Pancheri P. Fattori psichici che influenzano condizioni mediche. In Cassano GB. Et al., Trattato italiano di Psichiatria
  • Castrogiovanni P., Invernizzi G. (1994). Stress psicosociale e malattia. In Cassano GB., Manuale di Psichiatria, UTET, Torino
  • Mills, H., Reiss, N., & Dombeck, M. (2008). Self-Efficacy and the Perception of Control in Stress Reduction, Consultato online il 23/02/2015
  • Selye H. (1950). Stress. Einaudi,Torino

Quegli oggetti che ci soffocano fino a morire: il disturbo da accumulo compulsivo

Un articolo di Sara Gandolfi pubblicato sul Corriere della Sera del 6 Marzo 2015 sul Disturbo da Accumulo Compulsivo.

Quegli oggetti che ci soffocano sino a morire. Il disturbo da accumulo compulsivo può devastare le nostre vite. I primi sintomi compaiono nell’adolescenza

 

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La manipolazione delle immagini mentali nella Sclerosi Multipla

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

La manipolazione delle immagini mentali nella Sclerosi Multipla

Autrice: Costabile Teresa 

Abstract 

Background: Le immagini mentali costituiscono una rappresentazione della realtà, oggetti, scene od altro che si realizzano in assenza di stimoli percettivi esterni ad esse correlate. Tra queste immagini figura anche un particolare tipo definito immagine motoria, definito come uno stato dinamico durante il quale il soggetto simula mentalmente una data azione (Jeannerod & Decety, 1995). Le immagini motorie si stanno rivelando uno strumento sempre più  utile all’interno della neuroriabilitazione. Tuttavia, l’abilità nel manipolarle è compromessa in misura diversa all’interno delle diverse patologie neurologiche. Obiettivo: Il principale obiettivo è stato indagare l’abilità di pazienti con Sclerosi Multipla Recidivante – Remittente di manipolare le immagini mentali, incluse quelle motorie. Metodi: Venti pazienti e venti soggetti di controllo sani appaiati per età, sesso e scolarizzazione sono stati sottoposti ad un rapido screening cognitivo, ad un questionario sull’immaginazione motoria (Hall et al., 1997) e ad un compito computerizzato di rotazione di lettere, di corpi stilizzati e mani. Per i pazienti affetti da SM sono stati inoltre rilevati indici quali grado di disabilità (EDSS), impatto della fatica (MFIS), qualità del sonno (PSQI) e presenza di sintomi depressivi (BDI). Risultati: Dai risultati emerge una differenza significativa nei tempi di reazione esibiti dai due gruppi in relazione al compito di rotazione delle mani, ma non al compito della rotazione delle lettere. Inoltre emerge come la presenza di vincoli biomeccanici influenzi la performance in entrambi i gruppi, soprattutto in merito al compito della rotazione delle mani e dei corpi stilizzati. Conclusioni: Questi risultati confermano i deficit dei pazienti a carico della velocità delle elaborazioni delle informazioni. Quando vengono considerate poi le immagini motorie tali difficoltà divengono ancora più evidenti, anche se ulteriori studi dovrebbero indagare la relazione tra la manipolazione delle immagini mentali, incluse le motorie, ed i deficit cognitivi e motori dei pazienti con SM, nonchè le potenzialità delle immagini motorie stesse Parole chiave: sclerosi multipla, immagini mentali, immagini motorie, rotazione mentale, riabilitazione neurocognitiva.

English Abstract 

Background: A mental image is the representation in a person’s mind of the physical world outside of that person. Among these kind of mental images, there are the motor one. Motor imagery (MI) can be defined as “a dynamic state during which a subject mentally simulates a given action (Jeannerod & Decety, 1995) and was recently shown to be a promising tool in neurorehabilitation. However the ability to perform MI, however, may be impaired in some patients with neurological dysfunction. Objective: The objective was to assess the global Mental Imagery ability in patients with multiple sclerosis (MS). Methods: Twenty patients with MS and twenty age-sex and years of school healthy controls underwent cognitive screening, Movement Imagery Questionnaire and also performed a computer-based test to assess their Mental Imagery ability. EDSS, Fatigue, Sleep quality and Depression were also investigated in the patients group. Results: The average temporal organization of MI significantly differed between MS patients and controls, especially for the hand rotation task. Moreover, both groups show greater reaction times for the motor tasks, probably due to the biomechanics constraints. Conclusion: These findings confirm the impairment of the speed information processing in patients with MS. Moreover, these deficits become more clear when patients manipulate motor imagery. Further studies should be done to investigate the relation between motor and cognitive deficit and the ability to manipulate the Mental Images. Plus, considering the application of MI practice in MS patients’ rehabilitation. Key words: multiple sclerosis, mental imagery, motor imagery, mental rotation, neurocognitive rehabilitation.

 

 

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Pizza, cioccolato e patatine fritte: i cibi altamente trattati che creano dipendenza

FLASH NEWS

Un recente studio condotto presso l’Università del Michigan conferma ciò che abbiamo sempre sospettato: i cibi altamente trattati a livello industriale sono anche quelli che causano maggiore dipendenza tra i consumatori.

Perchè cibi come la pizza, il cioccolato e le patatine fritte ci piacciono tanto? C’è un trucco e se c’è, qual è? Per quale ragione questi alimenti, ritenuti peraltro dannosi per il nostro organismo, fanno tanto impazzire il nostro palato? Quante volte abbiamo sentito le signore affermare sospiranti: “Perché i cibi più buoni sono anche quelli che fanno più ingrassare?”.

ALIMENTAZIONE

Un recente studio condotto presso l’Università del Michigan conferma ciò che abbiamo sempre sospettato: i cibi altamente trattati a livello industriale sono anche quelli che causano maggiore dipendenza tra i consumatori. Si tratta della prima ricerca che indaga a livello specifico quali cibi causano dipendenza, tematica che assume una certa rilevanza sia tra gli studiosi che tra i consumatori, soprattutto alla luce di una crescente diffusione dei problemi di obesità.

Studi precedenti effettuati sugli animali hanno dimostrato che cibi altamente trattati, sarebbe a dire cibi con grassi aggiunti, così come cibi contenenti carboidrati raffinati (farina bianca o zucchero, per esempio), possono indurre comportamenti di vera e propria dipendenza. Studi clinici hanno dimostrato che alcuni individui soddisfano i criteri per dipendenza da sostanze quando la sostanza in questione è il cibo.

DIPENDENZE

[blockquote style=”1″]Nonostante fosse ben noto che i cibi eccessivamente grassi siano i preferiti e i più apprezzati da gran parte delle persone, non si sapeva che questi potessero provocare reazioni di dipendenza negli esseri umani, né quali cibi specifici possano provocare tali risposte[/blockquote]

dice Ashley Gearhardt, assistente docente della facoltà di Psicologia presso l’Università del Michigan. I cibi non lavorati, senza grassi aggiunti o carboidrati raffinati, quali ad esempio il riso integrale o il salmone, non sembrano provocare reazioni di dipendenza nei soggetti.

Individui con sintomi di dipendenza da cibo o con indici di massa corporea molto elevati riportano seri problemi ad evitare cibi industriali e molto grassi, suggerendo che alcune persone possano essere particolarmente sensibili alle funzioni di ricompensa di tali alimenti.

[blockquote style=”1″]Se le proprietà di alcuni cibi sono associate a comportamenti di dipendenza, questo potrebbe avere un serio impatto negativo su quanto apprendono bambini e ragazzi nel campo dell’alimentazione, come dimostrato dalla politiche di marketing e pubblicitarie adottate dalle grandi aziende, che fanno leva proprio sulla funzione di ricompensa di questi alimenti che, di fatto, sono quasi tossici[/blockquote]

afferma Schulte, autrice dello studio e dottoranda presso l’Università del Michigan.

Nicole Avena, assistente docente presso la School Medicine di Mount Sinai, a New York, e coautrice dello studio presentato, spiega l’importanza di tali scoperte:

Questo è il primo passo verso la comprensione di quali cibi causino dipendenza e dei fattori precisi coinvolti in questo meccanismo. Tutto ciò potrebbe essere di grande aiuto nel trattamento dell’obesità. Non si tratta infatti semplicemente di diminuire o sospendere il consumo di certi cibi, quanto piuttosto di valutare l’opportunità di adottare metodi simili a quelli utilizzati per smettere di fumare, bere, o assumere sostanze”.

Studi futuri dovrebbero anche indagare se i cibi che causano dipendenza possano modificare certi meccanismi cerebrali o certi comportamenti, come avviene nel caso dell’assunzione di sostanze stupefacenti.

 

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Food Addiction: una nuova forma di dipendenza? Risposte comportamentali e correlati neuronali

 

BIBLIOGRAFIA:

Nasce il progetto di psicologia sostenibile "Psicologi per Milano" per chi versa in difficoltà economiche

Il Progetto “Psicologi per Milano” nasce dalla collaborazione tra il Comune di Milano e l’Ordine degli Psicologi della Lombardia, con lo scopo di agevolare coloro che, pur necessitando di un supporto psicologico o psicoterapico, versano in situazioni di disagio economico tale da non potersi rivolgere ad un professionista privato, mentre i tempi di attesa nelle strutture pubbliche sono spesso troppo lunghi; in questo modo, essi possono usufruire di servizi di psicologia a tariffe agevolate. 

 

Si riporta il comunicato Stampa del Comune di Milano:

Il progetto “Psicologi per Milano”, o della cosiddetta “psicologia sostenibile”, nasce dalla collaborazione tra il Comune di Milano e l’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

Nella consapevolezza che la salute mentale dei cittadini non può essere messa in secondo piano dalla crisi, è stato stipulato un protocollo d’intesa tra le due istituzioni affinché i cittadini milanesi che necessitano o desiderano essere seguiti da uno psicologo, ma che al contempo si trovano in una situazione di disagio economico, possano usufruire di servizi di psicologia a tariffe agevolate, senza limiti di tempo né di numero di colloqui, ma in base ai bisogni della persona e delle famiglie.

Hanno diritto ad accedere a queste facilitazioni solo le persone segnalate e inviate dai Servizi Sociali della nostra città, dopo avere valutato e concordato con l’interessato l’opportunità della scelta e la modalità di accesso.

L’elenco degli enti convenzionati con il Comune, però, rimane disponibile a tutti sul sito www.psicologipermilano.it: ogni cittadino, se lo desidera e pensa di averne bisogno, anche se in assenza delle agevolazioni di cui sopra, può quindi cercare il servizio più adatto a sé e/o ai propri familiari utilizzando delle pratiche chiavi di ricerca.

I servizi presenti nell’elenco fanno tutti parte del mondo del privato sociale e sono stati selezionati dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia secondo precisi criteri di qualità e specializzazione, elemento che ne garantisce la massima professionalità e serietà.

 

I cittadini che necessitano di un aiuto psicologico ma che sono in condizione di disagio economico possono accedere direttamente a percorsi gratuiti o a tariffe agevolate, senza limiti di durata nel tempo o di numero di colloqui, attraverso la segnalazione e l’invio da parte dei Servizi Sociali del Comune di Milano, che hanno anche la funzione di orientamento e di informazione sui diversi enti.

Psicologi per Milano. Il soccorso per aiutare la comunità. / Carlotta Longhi | ArcipelagoMilanoConsigliato dalla Redazione

Psicologi per Milano
In Italia, circa un quarto della popolazione adulta presenta ogni anno una criticità psicologica tale da dover richiedere l’aiuto specialistico, ma solo il 10% di essa, generalmente i casi più gravi, approda ai servizi psicologici e psicoterapeutici pubblici. (…)

Tratto da:

 

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Consumer Psychology and E-Commerce Checkouts: l’infografica sulle abitudini dei consumatori online

Un’ infografica dei dati chiamata Consumer Psychology and the eCommerce Checkout (Fonte: Voucher Cloud) nella quale sono state analizzate le differenti interazioni dei consumatori con siti di ecommerce, specialmente nel momento in cui effettuano un acquisto.

Con questa infografica potrai trovare risposte a domande come: Cosa si aspettano i consumatori dal sito? oppure, Cosa li scoraggia dal fare un acquisto?

 

Risultati:

– Dopo aver aspettato 3 secondi, il 57% dei consumatori online abbandona il sito e l’80% di loro non ci ritorna più

– Un consumatore su due ha più fiducia in un prodotto dopo aver visto un video online

– Perchè abbandonano il sito? Addebiti nascosti durante la spesa, necessità di doversi registrare prima dell’acquisto, dettagli della consegna poco chiari, o lunghi processi di acquisto.

– Gli uomini sono più propensi ad abbandonare il loro carrello

– Più dell’80% dei consumatori si sente più al sicuro nel vedere dei marchi di fiducia bene in vista sullo schermo all’interno del negozio online

 

Consumer Psychology and ECommerce Checkouts Infographic

(Fonte: Voucher Cloud)

 

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Humans of New York: quando i social network promuovono l’alfabetizzazione emotiva

Marco Pontalti, Open School Studi Cognitivi

La letteratura scientifica sembra far emergere che l’uso dei social network abbia ricadute sull’ uomo dal punto di vista psicologico, in particolare, nel processo di riconoscimento ed espressione emotiva (di alfabetizzazione emotiva), generando comportamenti che possono essere funzionali o disfunzionali.

Facebook, Instagram, Twitter, Google+ sono solo alcune delle piattaforme social che dal loro avvento ad oggi hanno conquistato in maniera esponenziale il Web, primeggiando sulla rete sia per numero di utenti attivi che per media di ore spese sui social network.

Limitandosi al contesto italiano, per esempio, gli account social attivi sono all’incirca 28 milioni, con un livello di penetrazione  del 46%, dato superiore alla media mondiale del 29%, in linea con quella Europea. Sebbene il numero di account attivi non indichi il numero di utenti unici (un utente potrebbe avere più account), si potrebbe ipotizzare che circa un italiano su due/tre ha almeno un profilo social e lo usa attivamente. Inoltre, dato non meno interessante, è che un italiano, sebbene mediamente navighi circa 6.7 ore su Internet (accedendo sia dal PC che dal mobile), dedica ben 2.5 ore ai soli social media (Della Dora, 2015).

Non è una novità che i social media abbiano cambiato radicalmente l’utilizzo di Internet. Inoltre, come si vedrà più in dettaglio successivamente, la letteratura scientifica sembra far emergere che l’uso dei social network abbia ricadute sull’ uomo dal punto di vista psicologico, in particolare, nel processo di riconoscimento ed espressione emotiva (di alfabetizzazione emotiva), generando comportamenti che possono essere funzionali o disfunzionali (Bernardi & Pennati, 2012; Riva, 2010; Goleman, 2011; Galimberti, 2007).

Riva (2010), per esempio, ha evidenziato come le persone possano offrire supporto ed attività spontaneamante e gratuitamente alla luce del riconoscimento dei bisogni degli individui all’interno della propria Rete. Tuttavia, ha altrettanto sottolineato come un eccessivo uso delle piattaforme social possa favorire il disinteresse emotivo dei soggetti legato ad un loro deficit di lettura delle emozioni altrui.

L’interazione con gli altri genera un’esperienza sociale che consente di comportarsi in un certo modo e di intraprendere delle azioni all’ interno di un contesto di riferimento. Questo perché ognuno di noi si contraddistingue da un’identità sociale, intesa come l’insieme di identificazioni e sentimenti relativi al contesto di appartenenza (Smith & Mackie, 2004), e da una rete sociale di supporto, ossia tutte le persone legate a noi da un certo tipo di relazione. Se l’identità sociale definisce la propria “posizione” all’ interno di una determinata situazione (Riva, 2010; Davies e Harré, 1990), per esempio, essere psicologo nello studio professionale e cestista nella squadra di pallacanestro, la rete sociale distingue i rapporti familiari da quelli amicali.

I social network, con la caratteristica di dare agli interlocutori la libera gestione e personalizzazione di un proprio profilo e con la capacità di rompere le barriere spazio-temporali per interagire con gli altri, permettono di espandere o modificare esponenzialmente sia la propria identità sociale sia la propria rete sociale. Così si può decidere di essere chi si vuole essere e di appartenere a innumerevoli reti sociali, in qualsiasi momento e luogo. Le piattaforme social potrebbero essere intese, in altre parole, «uno spazio sociale ibrido, l’interrealtà, che permette di fare entrare il virtuale nel nostro mondo reale e viceversa, offrendo a tutti noi uno strumento potentissimo per creare e/o modificare la nostra esperienza sociale» (Riva, 2010, p.29).

Pertanto i social network aprono la strada a moltissime opportunità, valicando limiti come probabilmente nessun altro medium è stato in grado di fare. Tuttavia, essendo per definizione dei media, e pertanto degli strumenti di mediazione, essi si interpongono tra gli interlocutori: per quanto l’esperienza sociale possa essere elevata, i social media estrapolano la corporeità del singolo individuo dall’interazione sociale e la sostituiscono con un messaggio composto da un insieme di informazioni frammentate di natura multimediale (Riva 2010). Per esempio, il volto triste di una ragazza potrebbe essere sostituito sul suo profilo Facebook da un link che rimanda ad una canzone straziante su Youtube oppure su quello Instragram da una fotografia che ritrae una giornata di pioggia con una didascalia sottostante “Mi manchi”.

Diventando un post, una foto, un link, una notifica, etc. la mancanza del corpo toglie tutta una serie di informazioni presenti nell’interazione face-to-face. L’attività dei neuroni bimodali motori e percettivi, o neuroni mirrors (Rizzolati & Sinigalia, 2006), mentre si esegue un’azione verso oggetti e mentre si osserva un interlocutore svolgere la medesima azione, giustificherebbe l’importanza di tali informazioni: queste infatti vengono inconsciamente rappresentate o simulate nella mente, come se si stesse compiendo un’azione simile o vivendo la medesima azione. Mentre A osserva che B allunga la mano per prendere una posata, tale azione viene simulata nella mente di A attraverso l’attivazione dei neuroni mirrors, consentendo di vivere la medesima azione di B. Tale rappresentazione permetterebbe ad A, per esempio, di prevenire  ed aiutare B avvicinandogli la posata, e/o di riconoscere che B ha bisogno di essere aiutato.

Appare evidente come la presenza del corpo sia un elemento importante e facilitante nel processo di comprensione delle intenzioni ed emozioni altrui, ossia del processo di alfabetizzazione emotiva. Di contro, quando gli interlocutori sono privati della presenza del corpo e interagiscono assiduamente attraverso un medium, aumenta il rischio di favorire l’«analfabetismo emotivo» (Goleman, 2011).

Un basso livello di conoscenza del lessico emotivo e di lettura delle relazioni sociali, costituisce un buon predittore di comportamenti disfunzionali quali il bullismo, le dipendenze dall’alcol e da sostanze stupefacenti (Goleman, 2011) o la psicopatia (Galimberti, 2007). Potrebbe anche favorire la cyberdipendenza e un insieme di sensazioni di malessere come depressione, ansia, tremori e nausee.

In poche parole, si potrebbe dire che a limitare il processo di alfabetizzazione emotiva sia l’assenza della corporietà degli interlocutori, delle informazioni necessarie per il riconoscimento e l’espressione degli stati mentali ed emotivi. Ciò vuol dire che se si volessero promuovere comportamenti funzionali alla crescita della competenza emotiva sui social network, bisognerebbe predisporre quella dose di informazioni in grado di favorire la lettura efficace delle emozioni altrui.

Brendon Stanton, volente o nolente, sembra essere riuscito nell’ intento. Humans of New York (http://www.humansofnewyork.com), HONY da qui in poi, è il suo blog, nato da un progetto personale di fare un censimento fotografico di New York: camminare per le vie della città, chiedere ai passanti di poterli fotografare, pubblicare le foto categorizzandole per borghi. L’incontro con lo sconosciuto e l’inevitabile scambio di parole, ha portato Brendon a integrare una variante alla sua idea originaria: associare alla fotografia pubblicata, una didascalia che ripercorresse uno stralcio di conversazione con il soggetto della fotografia stessa.

Così HONY è diventato molto più di un censimento fotografico, si è infatti trasformato in un immenso raccoglitore di piccole biografie. La straordinaria abilità di Brandon di entrare in sintonia con lo sconosciuto gli ha dato la possibilità di dar voce ad un pezzo della sua vita. Attivando successivamente le pagine su Facebook e su Instagram, grazie alla loro caratteristica social, la sua storia prende vita e sembra fondersi col collettivo: i fans e i followers la vedono, la leggono, la commentano, la condividono, ma soprattutto sembrano esperirla come se fosse propria, riconoscendo i suoi pensieri e vivendo le sue emozioni. Tra le righe dei commenti si possono trovare parole di supporto per storie tristi, di approvazione per quelle di successo, di stupore per quelle bizzarre e via discorrendo.

Brandon ha sì permesso di presentare lo sconosciuto per come davvero è, «unico ed inimitabile» (Girolami, 2014), ma lo ha anche reso presente e “corporeo”, dotato di mente propria ed emozioni. Ha infatti consentito di fondere la sua storia con le proprie esperienze, perché per quanto essa sia singolare, si troveranno in essa sensazioni, azioni e pensieri che sono vicini alle proprie storie di vita. In questo modo lo sconosciuto non è poi così tanto lontano e diverso da ciascuno di noi: non si è soli ad aver esperito determinate esperienze, c’è anche lui.

HONY insomma rappresenterebbe un ottimo esempio di come la narrazione della propria storia per immagini e parole sui social media abbia consentito di promuovere comportamenti funzionali al processo di riconoscimento e di comprensione delle emozioni altrui, all’alfabetizzazione emotiva appunto.

Oggi la pagina Facebook di HONY conta quasi 12 milioni di “likes”, mentre quella di Instagram più di 2.5 milioni di followers. Ogni fotoritratto raccoglie migliaia e migliaia di commenti di fans e followers. Il suo libro, basato sull’omonimo blog, è restato per più di 28 settimane di fila nella classifica dei bestellers del New York Times. E i numeri sembrano non fermarsi. Brandon è stato nominato dal Time come uno tra i 30 under 30 che saranno in grado di cambiare il mondo (Schweitzer, 2013). Le Nazioni Unite lo hanno recentemente sponsorizzato per documentare la vita di strada di cinque zone di guerra (Kweifio-Okai, 2014). Molti bloggers si sono ispirati al suo sito e la mappa mondiale ci presenta una rete di centinaia di spinoffs. Per esempio, in Italia, c’è Umani a Milano (http://umaniamilano.tumblr.com) che, in maniera non tanto dissimile, ritrae persone incontrate a Milano e stralci di interviste.

Infine, Brandon è stato in grado attraverso le storie altrui di coinvolgere, di far ridere e arrabbiare milioni di persone, ma anche di far commuovere. Alcuni episodi di vita hanno così toccato il cuore degli utenti che li hanno mossi spontaneamente a mettere in atto comportamenti altruistici, tra i quali, il dono.

Il più recente riguarda la storia di Vidal, un tredicenne che vive in una delle zone di New York con il più alto tasso di criminalità, Brownsville. Egli racconta che sta frequentando una scuola, Mott Hall Brigges Accademy, la cui direttrice Lopez gli è fonte di ispirazione.

Così dice di lei: “Quando combiniamo dei guai lei non ci sospende, ma ci convoca nel suo ufficio e ci spiega come la società viene costruita intorno a noi. Ci dice che ogni volta che un ragazzo non va a scuola, una nuova cella viene costruita nelle prigioni”.

Il post ha avuto più di un milione di visualizzazioni e migliaia di condivisioni.

Successivamente, Brandon decide di far visita alla scuola e di incontrare la signora Lopez. Viene a sapere che sta raccogliendo fondi per dare la possibilità ad allievi di visitare l’Università di Harvard. Si unisce alla causa con l’obiettivo di riuscire a raccogliere 100 mila dollari. Nel giro di 4 giorni hanno raccolto più di 700 mila dollari, permettendo agli studenti della scuola di beneficiare di programmi estivi dell’Università di Harvard per i prossimi dieci anni. Inoltre è stato possibile istituire un fondo, “The Scholarship Fund Vidal”, per assegnare una borsa di studio all’ anno per lo studente più meritevole. Il successo della campagna ha sorpreso il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama il quale ha invitato Brandon, la signora Lopez e Vidal alla Casa Bianca il 5 febbraio del 2015 (Schulman, 2015).

 

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BIBLIOGRAFIA:

Terapia Metacognitiva (MCT) – Definizione Psicopedia

La Terapia Metacognitiva (MCT) mira ad aiutare i pazienti a sviluppare nuovi modi di reagire ai pensieri negativi attraverso nuovi modi di controllare l’attenzione e modificando regole metacognitive controproducenti.

La Terapia Metacognitiva (Metacognitive Therapy o MCT) è una forma di psicoterapia di recente sviluppo che ha introdotto un nuovo modo di concettualizzare e trattare i disturbi psicologici. L’approccio MCT è basato su una teoria introdotta da Adrian Wells e Gerald Matthews (1994) ed è stato applicato inizialmente al trattamento del Disturbo d’Ansia Generalizzata (Wells, 1995, 2000). In seguito la Terapia Metacognitiva è stata estesa a tutti i disturbi d’ansia e alla depressione con numerose evidenze sull’efficacia del trattamento che propone (per una sintesi vedi Norman, van Emmerik e Molina, 2014).

La metacognizione è l’aspetto del funzionamento mentale che controlla i processi attentivi e di pensiero. Molte persone hanno dirette esperienze metacognitive, per esempio quando sono incapaci di ricordare il nome di una persona pur sapendo di conoscerlo.

Questo esempio chiarisce come le componenti metacognitive lavorino per informare una persona che un ricordo è immagazzinato da qualche parte nella memoria anche se le persone non sono in grado di ricordarlo.

Molti altri aspetti della metacognizione operano al di fuori della nostra coscienza. Una delle caratteristiche dei disturbi psicologici come ansia e depressione è che il pensiero ripetitivo negativo (nelle forme di rimuginio o ruminazione) viene percepito come difficile da controllare o tendenzialmente produce prospettive distorte della realtà che alimentano stati d’animo negativi.

Questa modalità di funzionamento viene definita Sindrome Cognitivo-Attentiva (Cognitive Attentional Syndrome o CAS). La CAS consiste solitamente in rimuginio, ruminazione, fissazione dell’attenzione su stimoli minacciosi e strategie di coping disfunzionali. La CAS è controllata da credenze e regole metacognitive. 

La Terapia Metacognitiva ha come obiettivo ridurre questo stile di pensiero, vale a dire rimuovere la CAS, e riportarla sotto il controllo cosciente.

La MCT mira ad aiutare i pazienti a sviluppare nuovi modi di reagire ai pensieri negativi attraverso nuovi modi di controllare l’attenzione e modificando regole metacognitive controproducenti.

Protocolli di intervento basati sulla teoria metacognitiva sono stati sviluppati per il trattamento dei disturbi d’ansia e della depressione (Wells, 2008).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Norman, N., van Emmerik, A.A. & Morina, N. (2014). The efficacy of metacognitive therapy for anxiety and depression: a meta-analytic review. Depression & Anxiety, 31(5), 402-411.
  • Wells, A. (1995). Cognitive Therapy of Anxiety Disorders: A practice manual and conceptual guide. Chichester, UK: Wiley. Trad it. Trattamento cognitivo dei disturbi d’ansia. Milano: Mc-Graw-Hill
  • Wells, A. (2000). Emotional Disorders and Metacognition: Innovative Cognitive Therapy. Chichester, UK: Wiley. Trad it. Disturbi Emozionali e Metacognizione. Nuove strategie di psicoterapia cognitiva. Trento: Edizioni Erikson, 2002. ACQUISTA ONLINE
  • Wells, A.(2008). Metacognitive Therapy for Anxiety and Depression. New York: Guilford. Trad it. Terapia Metacognitiva dei Disturbi d’Ansia e della Depressione. Firenze: Eclipsi.
  • Wells, A., & Matthews, G. (1994). Attention and Emotion. A Clinical Perspective. Hove, UK: Erlbaum.

Fame chimica da uso di marijuana: questione di neuroni

FLASH NEWS

Quella che in gergo si chiamerebbe fame chimica, la quale si potrebbe più correttamente definire come un esagerato senso di appetito prodotto dall’uso di marijuana, sembra essere indotta dall’attivazione di un gruppo di neuroni del cervello che, in condizioni normali, è coinvolto nella soppressione della sensazione di fame.

Sorprendente scoperta, effettuata grazie ad un recente studio dei ricercatori della Yale School of Medicine e pubblicata il 18 Febbraio sul giornale Nature.

L’autore Tamas Horvath e i suoi colleghi hanno monitorato il circuito cerebrale che promuove la ricerca di cibo manipolando selettivamente le cellule che mediano l’azione della marijuana sul cervello, tramite l’utilizzo di topi transgenici.

Osservando come i neuroni dedicati alla regolazione dell’appetito reagiscono alla marijuana, siamo in grado di comprendere quale fattore specifico provochi l’incremento di appetito e in che modo un meccanismo che solitamente riduce la sensazione di fame, diventi invece un meccanismo che aumenta questa stessa sensazione

Questo è quanto afferma Horvath, Professore di Neurobiologia, Ostetricia, Ginecologia e Scienze della Riproduzione presso la Jean and David W. Wallace Foundation, direttore dello Yale Program in Cell Signaling and Neurobiology of Metabolism, nonché Presidente della sezione di Medicina Comparata.

Oltre a spiegare il motivo per cui si ha fame anche quando non si dovrebbe, questo studio potrebbe avere altri benefici, come ad esempio aiutare i malati di cancro che tendono a perdere l’appetito.

I ricercatori sanno da tempo che il consumo di marijuana spinge alla ricerca di cibo anche quando, di fatto, il soggetto dovrebbe essere sazio. Si sa anche che l’attivazione del recettore cannabinoide 1 (CBR1) può contribuire alla sovralimentazione. Un gruppo di cellule nervose chiamato pro-opiomelanocortiniche (POMC) sono responsabili della riduzione del senso di appetito quando si è sazi. L’utilizzo di marijuana interferisce nella comunicazione cellulare tra questi due sistemi del cervello (CBR1 e POMC), conducendo in questo modo al comportamento di immotivata ricerca di cibo altrimenti noto come fame chimica. Dice Horvath:

E’ come premere il freno della macchina e accelerare di conseguenza, è come se il sistema di regolazione dell’appetito impazzisse

Lo studioso afferma che è necessario effettuare altre ricerche in questo campo, al fine di approfondire ulteriormente tale tematica e poter descrivere con precisione il meccanismo in questione. Altro obiettivo delle future ricerche dovrebbe essere rivolto, sottolinea il ricercatore, a comprendere se questo stesso meccanismo coinvolto nella regolazione dell’appetito abbia o meno a che vedere con la sensazione di essere fuori tipica dei consumatori di marijuana. 

 

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BIBLIOGRAFIA:

Koch, M., Varela, L.,  Geun Kim, J., Dae Kim, J., Hernández-Nuño, F., Simonds, S. E., Castorena, C. M., Vianna, C. R., Elmquist, J. K., Morozov, Y. M., Rakic, P., Bechmann, I., Cowley, M. A., Szigeti-Buck, K., Dietrich, M. O., Bing Gao, X., Diano, S., Horvath, T. L. (2015) Hypothalamic POMC neurons promote cannabinoid-induced feeding. Nature, doi:10.1038/nature14260.

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