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Due tipi di estroversione: affiliative extraversion e agentic extraversion

L’introversione e l’estroversione sono delle caratteristiche psicologiche ampiamente studiate dai ricercatori, sia per il fascino che queste hanno sul pubblico di non esperti, sia per le innumerevoli sfaccettature che possono presentare. Proprio in ragione di questo ultimo punto non potremmo mai dirci completamente a conoscenza di questi tratti psicologici.

Nel caso dell’introversione e della timidezza grandi passi avanti sono stati fatti nella ricerca ad opera di illustri esperti in materia, primo tra tutti il Prof. Carducci dell’Indiana University Southeast (articolo 1, articolo 2), dell’estroversione potremmo dire lo stesso ma quali nuovi aspetti si possono ancora scoprire a riguardo?

Un nuovo studio, per esempio, ci parla ora di due tipi di estroversione: agentic extraversion e affiliative extraversion. Il primo tipo di estroversione è legato alla ricompensa: si diventa un leader in vista di un obiettivo, il secondo tipo di estroversione è più legato invece al bisogno di sentire la vicinanza degli altri. Curiosi di saperne di più? Leggete pure l’articolo consigliato!

 

In a new study in Cognitive, Affective, & Behavioral Neuroscience, Erica Grodin and Tara White of Brown University provide what they say is the first evidence of a neurological footprint that can help explain the two different types of extroversion. By giving a group of 83 healthy volunteers personality assessments and putting them through an MRI machine, the researchers were able to correlate each type of extroversion with greater volume in certain regions of the brain.

Due tipi di estroversione: affiliative extraversion e agentic extraversionConsigliato dalla Redazione

Due tipi di estroversione: affiliative extraversion e agentic extraversion - Immagine: 48747426
L’estroversione si può dividere, secondo una nuova ricerca, in due tipi: affiliative extraversion e agentic extraversion. (…)

Tratto da: Science of Us

 

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Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (2014) – Cinema & Psicologia

Birdman (2014) di Alejandro González Iñárritu.

La caduta nell’abisso di un’identità che non vuole morire – resa con altalenante efficacia da un Sé altro che si esprime col tono sepolcrale di una coscienza annichilita – è un percorso che dovrebbe uscire dallo schermo e travolgere il pubblico insieme al senso di fallimento, all’utopia del poter essere qualcosa che non si è mai stati per non dover odiare ciò che si è inseguito nell’interesse dei propri limiti.

Esistono tre categorie di film premiati con l’Oscar: le scelte sacrosante, le scelte inspiegabili se non con la logica del soldo al botteghino, e le scelte che si possono accogliere ma anche discutere. Birdman di A. G. Iñárritu appartiene alla terza classe. Il film attrae, non c’è dubbio; la trama invita ad andare al cinema già alla prima fugace lettura. Le aspettative crescono con l’approssimarsi dei titoli di testa e proprio l’introduzione sulle parole di Carver prepara lo spettatore per l’inizio del viaggio.

Michael Keaton interpreta un attore della sua stessa età, forse riflesso nella sua stessa carriera, incastrato senza rimedio nella parte dell’uomo uccello (Birdman) recitata vent’anni prima con esagerate ovazioni di pubblico, molto meno di critica. Il denaro, la celebrità, la vita molle e lussureggiante fra Hollywood e Malibù, nella dicotomia americana tra la California teatro del fatuo mestiere di star e Nel York Mecca del vero mestiere di attore. West Coast e East Coast, sole e pioggia, flash dei red carpet e fuliggine ombrosa delle scene di Broadway: queste e altre fantasie percorrono l’immaginario mentre l’uomo uccello si dibatte nella sua nuova avventura, riadatta a teatro un testo di Carver per dimostrare che anche lui, anche l’idolo che tutti in America riconoscono per le piume che indossa, è in grado di sbarcare nella Grande Mela che non fa sconti agli orfani del talento.

Birdman si dipana così, raccontando la genesi di uno spettacolo che nasce fra incidenti grotteschi, litigi furiosi di un cast di attori superlativi nella funzione esterna, cinematografica e altrettanto intensi in quella interna faticosamente negoziata fra solitudini, vagabondaggi esistenziali e occasioni perdute, davanti alla sentenza teatrale.

Una sola eccezione, parziale ma decisiva vista la centralità del ruolo: Michael Keaton non fugge dalla propria essenza di attore discreto ma non eccelso, donando solo un po’ di sé, solo un po’ di noi all’uomo uccello. Rimane a metà e non solo nel personaggio – lui sì legittimamente sospeso fra il desiderio di volare per sempre, libero dall’ira frustrante di un destino incompiuto e il tormento di scoprirsi reale, vecchio, inutile – bensì nella capacità di rendere penetrante, violento, torturante questo dilemma.

La disperazione che uno sfogo repentino di sua figlia rende sanguigna, crudele, con poche battute piene di uno sguardo smarrito che chi incrocia quegli occhi non può in alcun modo levigare, rimane per Birdman un’emozione poco trasformante.

La caduta nell’abisso di un’identità che non vuole morire – resa con altalenante efficacia da un Sé altro che si esprime col tono sepolcrale di una coscienza annichilita – è un percorso che dovrebbe uscire dallo schermo e travolgere il pubblico insieme al senso di fallimento, all’utopia del poter essere qualcosa che non si è mai stati per non dover odiare ciò che si è inseguito nell’interesse dei propri limiti.

Birdman manca di questa potenza, muove senza scuotere. Colpisce senza distruggere la certezza che si tratti pur sempre di un film. Un ottimo film che genera ammirazione per la precisione degli spunti, la pulizia con cui si sviluppa, senza però indurci un’angoscia reale per un tema al quale nessun essere umano può sfuggire.

Chi siamo di fronte alla consapevolezza delle nostre ambizioni fallite? Come reagiamo davanti a un raccomandato che riceve più elogi di noi? La coscienza sepolcrale del Birdman vorrebbe riportarlo al suo nido segretamente rabbioso, umiliato da invidie inconfessabili, mentre lo sguardo con cui si chiude l’opera sembra andare oltre, giungere all’abbraccio col Sé autentico. In quel cielo si affollano interrogativi rotondi, poi curvi, poi quasi incomprensibili, che il film in parte solleva e in parte nutre. Il sapore ai titoli di coda è un agrodolce che si può ugualmente gustare.

 

TRAILER DI BIRDMAN (2014):

Attività ludico – motorie e sviluppo delle competenze cognitive nell’età evolutiva

L’attività fisica migliora i processi cognitivi degli alunni di scuola primaria, in quanto implementa le funzioni esecutive, il cui ottimale funzionamento è alla base del successo nell’apprendimento.

 

Abstract

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Berna sembra confermare la validità dell’educazione motoria nell’età evolutiva. Secondo questa ricerca l’attività fisica migliora i processi cognitivi degli alunni di scuola primaria, in quanto implementa le funzioni esecutive, il cui ottimale funzionamento è alla base del successo nell’apprendimento.

Keywords: età evolutiva, funzioni esecutive, inibizione, attività motoria, psicologia dell’educazione.

 In uno studio (Jäger et al., 2014), effettuato dai ricercatori del Dipartimento di Psicologia e dell’Istituto di Scienze Sportive dell’Università di Berna (Svizzera), si è indagato l’effetto che una buona attività fisica produce sulle performance cognitive dei bambini di scuola primaria, nella fascia di età compresa fra sei ed otto anni.

Per compiere tale studio sono stati utilizzati 104 bambini, divisi in due gruppi, ovvero il gruppo sperimentale, costituito da 51 minori, e il gruppo di controllo, formato da 53 bimbi. Il gruppo sperimentale è stato sottoposto ad un’intensa attività motoria, della durata di venti minuti, che ha incluso anche compiti cognitivi relativi alle funzioni esecutive. Inoltre, nei bambini del gruppo sperimentale è stato prelevato un campione di saliva per misurare il livello di cortisolo, prima dell’attività motoria, subito dopo e a distanza di quaranta minuti.

Nello specifico, lo studio si è posto l’obiettivo di verificare se l’attività motoria modifica le funzioni esecutive dei bambini e se tali modificazioni sono in rapporto alle variazioni della concentrazione di cortisolo, prodotte dall’attività stessa.

Le funzioni esecutive possono essere definite come procedure cognitive che hanno lo scopo di pianificare ed organizzare i comportamenti e le emozioni di un individuo, allorquando si confronta con nuove realtà contestuali, particolarmente difficoltose, che richiedono la mobilizzazione di strategie adattative (Owen, 1997). Nel bambino le funzioni esecutive compaiono dal primo anno di vita e proseguono la loro strutturazione e implementazione nel corso dello sviluppo, fin oltre l’adolescenza. Queste abilità cognitive determinano le variazioni nell’adattamento sociale e nelle performance legate agli apprendimenti scolastici.

Le funzioni esecutive, secondo il modello elaborato da Miyake et al. (2000), sono costituite da tre capacità, utilizzate nelle strategie di problem solving. Esse sono:

  • l’inibizione o controllo inibitorio;
  • la memoria di lavoro;
  • la flessibilità di risposta cognitiva.

L’inibizione è rappresentata dall’abilità che consente di non far interferire, nel compito che si svolge, impulsi e informazioni non pertinenti, che potrebbero esercitare il ruolo di distrattori (Miyake et al., 2000).

La memoria di lavoro è quella competenza che permette di conservare il ricordo, per un breve lasso di tempo, di tutte quelle nuove informazioni utili allo svolgimento di un’attività (Miyake et al., op. cit.).

La flessibilità di risposta cognitiva è la capacità di variare i propri modi di pensare e di agire per adattarsi ai cambiamenti richiesti dall’ambiente o dalla natura del compito che si esegue (Miyake et. al., op. cit.).

 Già uno studio di Diamond (2012) ha dimostrato, a proposito dell’attività motoria, che nei bambini le funzioni esecutive possono essere implementate dalla pratica sportiva delle arti marziali. L’incremento di tali funzioni ha come conseguenza lo sviluppo delle capacità di attenzione selettiva e di ragionamento, responsabile di un miglioramento degli apprendimenti scolastici.

I risultati della ricerca di Jäger e collaboratori. (op. cit.) hanno appurato che un’intensa attività fisica, nell’ambito della quale sono contenuti dei giochi cognitivi, conduce ad un’implementazione del controllo inibitorio.

Probabilmente alla base di tale incremento ci potrebbe essere l’aumento del cortisolo, derivante proprio dall’attività fisica. Infatti il cortisolo, modulando la produzione di alcuni neurotrasmettitori, sembra intervenire su alcuni processi cognitivi, come la percezione, l’attenzione selettiva e la memoria (Erickson et al., 2003; Lupien et al., 2005).

Sempre secondo la ricerca citata (Jäger et al., op. cit.) l’attività fisica ha, invece, un effetto più modesto sulle altre funzioni esecutive, ovvero sulla memoria di lavoro e sulla flessibilità di risposta cognitiva.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Jäger, K., Schmidt, M., Conzelmann, A. & Roebers, C., M. (2014). Cognitive and physiological effects of an acute physical activity intervention in elementary school children. Frontiers in Psychology, 5, 1 – 11, doi: 10.3389/fpsyg.2014.01473.
  • Owen, A., M. (1997). The functional organization of working memory processes within human lateral frontal cortex: the contribution of functional neuroimaging. European Journal of Neuroscience, 9, 1329 – 1339.
  • Miyake, A., Friedman, N., P., Emerson, M., J., Witzki, A., H., Howerter, A. & Wagner, T., D. (2000). The unity and diversity of executive function and their contributions to complex “frontal lobe” tasks: a latent variable analysis. Cognitive Psychology, 41, 49 – 100, doi: 10.1006/cogp. 1999.0734. DOWNLOAD
  • Diamond, A. (2012). Activities and programs that improve children’s executive functions. Current Directions in Psychological Science, 21, 335 – 341, doi: 10.1177/0963721412453722.
  • Erickson, K., Drevets, W. & Schulkin, J. (2003). Glucocorticoid regulation of diverse cognitive functions in normal and pathological emotional states. Neuroscience Biobehavioral Review, 27, 233 – 246, doi: 10.1016/S0149 – 7634(03)00033-2. DOWNLOAD
  • Lupien, S., J., Fiocco, A., Wan, N., Maheu, F., Lord, C., Schramek, T. & al. (2005). Stress hormones and human memory function across the lifespan. Psychoneuroendocrinology, 30, 225 – 242, doi: 10.1016/j.psyneuen.2004.08.003.

Ortoressia: quando mangiare sano fa ammalare

Ortoressia deriva dal greco Orthos (giusto) e Orexis (appetito) e indica l’ossessione psicologica per il mangiare sano. Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano.

 

Incidenza dell’ ortoressia in Italia

Secondo i dati diffusi dal Ministero Italiano della Salute per i disturbi alimentari, le persone affette da ortoressia sarebbero 300 mila in Italia (a fronte di tre milioni di pazienti con disturbi alimentari), con una prevalenza maggiore tra gli uomini piuttosto che tra le donne (11.3% vs 3.9%) (Donini e coll. 2004).

 La maggior diffusione nel sesso maschile può spiegarsi con il proliferare di stereotipi culturali legati alla forma fisica maschile, e trova un interessante parallelismo nella corrispondente diffusione della vigoressia, o preoccupazione cronica di non avere un corpo sufficientemente muscoloso, prevalente tra i maschi.

Le caratteristiche dell’ ortoressia

Secondo Steven Bratman, il primo, nel 1997, a coniare il termine, tra i comportamenti tipici presenti nel disturbo, vi sono: lo spendere più di tre ore al giorno a pensare al cibo, selezionandolo più per i benefici sulla salute che per il gusto, il sentirsi in colpa qualora non si segua la dieta abituale, il sentirsi padroni di se stessi solo se si mangia nel modo ritenuto corretto. Tutti fattori che permettono di collocare l’ Ortoressia nella categoria delle nuove dipendenze a carattere ossessivo-compulsivo e distinguerla da altre patologie, in cui la fissazione è relativa alla qualità, più che alla quantità del cibo ingerito, come nell’Anoressia o della Bulimia.

L’ Ortoressia presenta i seguenti caratteri distintivi:

  • Ruminazione ossessiva sul cibo. La persona può trascorrere più di 3-4 ore al giorno a pensare a quali cibi scegliere, a come prepararli e consumarli, pretendendo solo ciò che fa stare bene, che può non corrispondere a ciò che piace realmente. Vengono solitamente messi in atto comportamenti ossessivi riguardanti la selezione, la ricerca, la preparazione ed il consumo degli alimenti, suddivisibili in varie fasi:
    • Pianificazione dei pasti con diversi giorni di anticipo, al fine di evitare i cibi ritenuti dannosi (contenenti pesticidi residui o ingredienti geneticamente modificati, oppure ricchi di zucchero o sale);
    • Impiego di una grande quantità di tempo nella ricerca e nell’acquisto degli alimenti a scapito di altre attività, fino a coltivare in prima persona verdure e ortaggi
    • Preparazione del cibo secondo procedure particolari ritenute esenti da rischi per la salute (cottura particolare, utilizzo di un certo tipo di stoviglie)
  • Insoddisfazione affettiva e isolamento sociale causati dalla persistente preoccupazione legata al mantenimento di tali rigide regole alimentari autoimposte (Brytek-Matera, 2012).

Una deviazione anche solo minima da esse provoca una serie di conseguenze emotive a cascata, quali colpa, rabbia e umore depresso, fino a somatizzazioni di disturbi fisici (indigestioni, nausea, vomito). A loro volta, i sensi colpa portano all’ulteriore irrigidimento delle regole alimentari, in un circolo vizioso, segnato da ansia sempre più crescente. Viceversa, dopo aver rispettato le regole alimentari, si provano generalmente sentimenti di soddisfazione e accresciuta autostima, collegati a un senso di controllo sulla propria vita.

 

Conseguenze dell’ ortoressia su vita sociale e benessere

L’isolamento sociale è spesso l’esito di una scelta di vita che non può essere condivisa da chi non ha le stesse abitudini, il che giustifica l’evitamento dei momenti di socialità, spesso basati sulla condivisione di cibo, come un semplice aperitivo o una pausa caffè (durante i quali limitarsi eventualmente a consumare quasi esclusivamente acqua).

Con il passare del tempo, diventa impossibile andare al ristorante o accettare un invito a cena; l’attenzione alla qualità del cibo prevale sui valori morali e sulle relazioni sociali, lavorative e affettive, minando il funzionamento globale e il benessere dell’individuo (Brytek-Matera, 2012).

Il paradosso dell’ Ortoressia risiede nel fatto che gli stessi comportamenti alimentari che si adottano per controllare la propria vita nella direzione del benessere arrivano a controllare il soggetto stesso, con l’illusione che tutta la salute dipenda dal cibo, mentre viene precluso quel benessere che apportano sane relazioni sociali fondate sulla condivisione delle differenze.

Chi soffre di ortoressia è infatti controllato da un vero e proprio fanatismo alimentare, un complesso di superiorità basato sul cibo che lo porta a disprezzare chi non mangia sano, fino a trovarlo poco intelligente, e poco degno di essere frequentato.

Si tratta di un fanatismo pericoloso che fonda le sue radici su una conoscenza superficiale e semplicistica delle stesse corrette regole alimentari seguite con tanta scrupolosità.

Il giudizio su cosa sia giusto mangiare o meno, infatti, si basa più che altro su un sentito dire, al punto che manca del tutto la capacità di distanziamento emotivo dai problemi, fino a vivere con problematica e solidaristica partecipazione disastri incombenti a livello planetario (consumare carni contaminate dal morbo di mucca pazza, o vegetali esposti a radiazioni).

Come sostengono Bratman e Knight (2000),

una persona che riempie le giornate mangiando tofu e biscotti a base di quinoa può sentirsi altrettanto pia di chi ha dedicato tutta la vita ad aiutare i senza tetto.

A complicare il quadro si aggiunge spesso l’evitamento attivo di un confronto con i veri esperti, al punto da denigrare teorie di eminenti medici e studiosi del campo, alla luce delle proprie personali teorie.

Oltre che sul benessere emotivo e sociale, le conseguenze dell’ Ortoressia si fanno evidenti sul benessere del corpo: squilibri elettrolitici, avitaminosi, osteoporosi, atrofie muscolari, tutti problemi che possono richiedere talvolta interventi di ospedalizzazione o configurarsi come condizioni irreversibili.

 L’ossessione nei confronti del cibo non di rado si associa anche ad altre forme maniacali come l’ossessione per l’esercizio fisico, per la pulizia, per massaggi e cure estetiche e spesso anche alla fobia dei farmaci. Non è di raro infatti che dietro l’ Ortoressia si nasconda la fobia delle malattie, delle contaminazioni e dell’invecchiamento, da cui scatta la mania di voler rendere il corpo resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo, proprio attraverso un’alimentazione impeccabile.

 

Cura dell’ ortoressia

Curare l’ ortoressia non è un’impresa semplice: alla luce della ferma convinzione di agire in modo corretto, le persone che soffrono di ortoressia sono estremamente sicure delle loro convinzioni, che diventano veri e propri ideali di purezza interiore. Poiché si sentono superiori a chi non ha un simile autocontrollo, di norma rifiutano di riconoscere il loro problema e di conseguenza impegnarsi attivamente nel trattamento.

Un trattamento efficace deve essere graduale e procedere, da un lato, attraverso un lavoro sulle emozioni (in particolare, sulle paure di contaminazione e di malattia che mantengono l’ossessione) e, dall’altro, una reintroduzione dei componenti alimentari eliminati, puntando anche su eventuali malesseri fisici che possono essere causati dalla dieta squilibrata.

E’ necessario che chi soffre di ortoressia si riappropri di una corretta percezione del proprio corpo, affinché questo non venga privato di nessun principio nutrizionale, soprattutto quelli contenuti in dolci e grassi (può essere utile sottolineare l’importanza della tradizionale piramide degli alimenti per l’equilibrio alimentare).

Riguardo la tipologia di trattamento, esistono evidenze scientifiche di esiti positivi con l’utilizzo di trattamenti combinati di psicoterapia cognitivo-comportamentale e farmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) (Bryteck-Matera, 2012).

In generale, il trattamento dell’ ortoressia dovrebbe avvalersi di un’équipe multidisciplinare composta da psicoterapeuti, medici e dietisti, attraverso un’azione integrata tra il paziente e la famiglia.

 

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Ortoressia nervosa: quando mangiare bene non fa più bene.

Gruppi e identità: il senso di appartenenza migliora l’autostima e il senso di efficacia individuale

FLASH NEWS

Ogni individuo costruisce la propria identità su una serie di fattori diversi ma quando l’identità personale è costruita soprattutto nei termini dell’appartenenza ad un gruppo si è più preparati a far fronte alle difficoltà, si resiste e reagisce meglio agli svantaggi e agli ostacoli che la vita può far incontrare.

Se la psicologia sociale ha già mostrato la forza con cui l’identificazione con il gruppo riduce l’influenza di una svalutazione sociale, Mouna Bakouri nell’articolo pubblicato sul British Journal of Social Psychology conferma che la connessione con il gruppo ha un effetto “tampone” che attutisce l’impatto stressante degli eventi rafforzando le capacità di coping degli individui e, aggiunge, che il legame di appartenenza non è esclusivamente quello basato sull’identità collettiva (ad esempio etnica) ma può trovare le sue radici anche nell’identità relazionale basata sui rapporti con famiglia e amici.

Tramite l’uso di questionari somministrati a 365 Svizzeri di età compresa tra i 15 e i 30 anni, l’autrice ha raccolto dati circa le preoccupazioni finanziarie degli stessi, le barriere sociali percepite, la professione e i progetti ma anche i livelli di autostima, l’efficacia percepita e il criterio di definizione dell’identità che è stato successivamente codificato per distinguere tra soggetti con un sé basato sui legami e soggetti con un sé definito più su base individuale.

I risultati hanno mostrato che percepire difficoltà e ostacoli strutturali ha un impatto negativo sull’autostima,indipendentemente dallo status professionale, dalla nazionalità o dal livello di problemi economici.

Tuttavia ci sono state delle differenze nelle reazioni: la prima ipotesi era che i partecipanti provenienti da gruppi sociali svantaggiati percepissero maggiori ostacoli e questo si è rivelato particolarmente vero per le persone con problemi finanziari, disoccupati e stranieri. Seconda ipotesi era che la definizione di sé incidesse sul modo di affrontare queste stesse difficoltà ed effettivamente a fronte dei medesimi ostacoli l’autostima di coloro che si erano definiti sulla base di legami significativi ne usciva meno danneggiata, e un’autostima più protetta è connessa a credenze di efficacia personale più positive.

IDENTITA’ SOCIALE

Dunque, indipendentemente dalla natura del legame, chi si era definito sulla base di un’appartenenza sociale era più resiliente anche di fronte a limiti strutturali esterni.

Ogni individuo costruisce la propria identità su una serie di fattori diversi ma quando l’identità personale è costruita soprattutto nei termini dell’appartenenza ad un gruppo si è più preparati a far fronte alle difficoltà, si resiste e reagisce meglio agli svantaggi e agli ostacoli che la vita può far incontrare.

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BIBLIOGRAFIA:

Praticare Mindfulness può migliorare la qualità del sonno

FLASH NEWS

Questo studio dimostra che praticare Mindfulness potrebbe assumere un ruolo importante per prevenire e risolvere i problemi del sonno e per evitare che si presentino conseguenze nella vita di tutti i giorni.

ARTICOLI SU: SONNO

Secondo uno studio pubblicato dal JAMA Internal Medicine, le pratiche di Mindfulness migliorano la qualità del sonno in adulti più anziani. Nello specifico lo studio ha coinvolto in un trial clinico un gruppo di adulti anziani con moderati disturbi del sonno comparando l’efficacia della meditazione con un programma più strutturato, focalizzato sul cambiamento delle abitudini e della routine di persone che riferiscono una qualità del sonno precaria.

Il 50% degli individui che hanno all’incirca 55 anni di età presenta disturbi del sonno, un problema medico generale e della salute pubblica che riguarda gran parte della popolazione nazionale. La letteratura in merito ci segnala una stretta associazione tra i disturbi moderati del sonno in adulti più anziani e alti livelli di stanchezza, disturbi dell’umore, sintomi di depressione e ridotta qualità della vita.

DISTURBI DEL SONNO

Attraverso uno studio clinico randomizzato (RCT), David Black e i suoi collaboratori hanno reclutato 49 individui (con età media di 66 anni) a Los Angeles . Lo studio includeva 24 individui che prendevano parte ad un percorso di pratiche di consapevolezza standardizzate mindful (MAPs) e 25 individui che partecipavano un intervento di educazione all’ igiene del sonno (SHE). Le differenze tra i due gruppi erano misurate usando il Pittsburgh Sleep Quality Index (PSQI), e un questionario self-report sui disturbi del sonno. 

I partecipanti al gruppo MAP hanno mostrato dopo l’intervento un miglioramento rispetto al gruppo SHE per quanto riguarda le misure secondarie di insonnia quali sintomi di depressione, stanchezza fisica e fatica. Al contrario non sono emerse differenze tra i due gruppi per quanto riguarda i livelli di ansia, stress, o segnali antinfiammatori, indici che sono diminuiti nel tempo in entrambi i gruppi.

Questo studio dimostra che praticare Mindfulness potrebbe assumere un ruolo importante per prevenire e risolvere i problemi del sonno e per evitare che si presentino conseguenze nella vita di tutti i giorni.

MINDFULNESS

Adam Spira, dottore di ricerca della Bloomberg School of Public Health in Baltimore, soddisfatto dei risultati ottenuti dalla ricerca di Black e colleghi, sostiene la necessità di incentivare l’utilizzo di trattamenti di comunità come la meditazione, sia per migliorare la condizione di coloro che soffrono di insonnia, sia per prevenire l’eventuale comparsa dell’associazione tra il raggiungimento dell’età adulta e la comparsa di insonnia.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La psicologia dei Vigili del Fuoco: affrontare le catastrofi senza esserne traumatizzati

L’esposizione ripetuta a eventi catastrofici potrebbe avere ripercussioni psicologiche anche molto gravi in chi è costretto, per lavoro, ad affrontare determinate situazioni, primi tra tutti i Vigili del Fuoco. Tuttavia, in alcuni studi, è stato visto come alcuni Vigili del Fuoco, nonostante l’esposizione continua a terribili esperienze, non riportino alcun sintomo di Disturbo da Stress Post-Traumatico.

Come si spiega questo?  Secondo un team di psicologi, per capire questo fenomeno, dovremmo rimettere in discussione una vecchia ipotesi sulla regolazione delle emozioni, secondo la quale ridare significato alle esperienze negative sia una strategia di coping adattiva, mentre distrarsi dalla situazione sia una strategia disfunzionale.

COPING REAPPRAISAL

I ricercatori ipotizzano che la migliore arma per non incorrere nei sintomi del Disturbo da Stress Post Traumatico sia ponderare bene in quale situazione negativa distrarsi e su quale invece concentrarsi per trovare un nuovo significato. Tale ipotesi è stata così testata su un campione costituito da settanta Vigili del Fuoco. 

 

 

The scientists call this regulatory choice flexibility, and they tested its role as a moderator in a study of actual firefighters. Their premise is that it’s adaptive to engage and make sense of low-intensity situations but preferable to distract oneself from the worst traumatic incidents. They predicted that firefighters who know and do this are less likely to develop PTSD over time, while those who lack this strategy are more susceptible to the disorder. Here’s how they tested the idea.

La psicologia dei Vigili del Fuoco: affrontare le catastrofi senza esserne traumatizzatiConsigliato dalla Redazione

Contrariamente a quanto si possa pensare gli studi non hanno ancora confermato una correlazione tra il tempo di esposizione a un’esperienza traumatica e lo sviluppo del PTSD. (…)

 

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Quando il sesso non è più un piacere: il dolore pelvico femminile

 

Tra le disfunzioni sessuali (disturbi del desiderio, dell’eccitazione e dell’orgasmo) i disturbi da dolore cioè dispareunia, vaginismo e vulvodinia sono problematiche molto frequenti e hanno importanti ripercussioni sulla qualità della vita delle donne.

DISFUNZIONE SESSUALE FEMMINILE

Tra le varie dimensioni dell’esistenza umana, la sessualità costituisce un’area estremamente carica di emozioni, affetti, sentimenti e comprende aspetti biologici, culturali, relazionali e psicologici.

 Per quanto riguarda la sessualità femminile, fino alla fine degli anni Novanta, la ricerca si è occupata solo in minima parte delle disfunzioni sessuali. Come sottolinea Bartlik (1999) gli ostacoli che si sono frapposti alla ricerca in questo ambito affondano le radici nei pregiudizi e nei timori nei confronti della sessualità, in particolare femminile, di cui era permeata la nostra cultura.

Tra le disfunzioni sessuali (disturbi del desiderio, dell’eccitazione e dell’orgasmo) i disturbi da dolore cioè dispareunia, vaginismo e vulvodinia sono problematiche molto frequenti e hanno importanti ripercussioni sulla qualità della vita delle donne.

Il dolore è più di un semplice sintomo fisico. Il dolore, infatti, è influenzato dalle emozioni, dalle condizioni ambientali e sociali e da fattori psicologici.

Il dolore ha un ruolo importante nel percorso evolutivo femminile. La maturità psicobiologica della donna avviene, infatti, attraverso una serie di esperienze dolorose come il menarca e il parto. Le donne, inoltre, comunicano molto attraverso il corpo e tendono spesso a fare precipitare a livello somatico i propri conflitti emotivi (Puliatti, 2010). Ne deriva, dunque, che le donne frequentemente sono portate ad usare il dolore come segnale e mezzo per sentirsi riconosciute (Coglitore, 1997).

Sindromi dolorose di varia natura come cefalea, dolori lombari etc. sono, infatti, più frequenti nelle donne che negli uomini. Le donne, avendo dunque un legame più stretto con la propria fisicità, parlano prevalentemente un linguaggio corporeo e tendono più facilmente a far precipitare i conflitti emotivi a livello somatico. Il sintomo doloroso diventa dunque un grido del corpo (Puliatti, 2004). I genitali e le pelvi diventano luogo elettivo d’espressione degli affetti in quanto simboli di femminilità, vitalità ed erotismo.

Il dolore cronico è un’esperienza complessa influenzata da una molteplicità di stimoli anche non dolorifici. Tale esperienza cambia il modo in cui una persona processa le informazioni, non solo quelle legate al dolore. Il dolore porta ad una focalizzazione eccessiva di qualsiasi segnale corporeo, producendo una attribuzione dolorosa ad una maggior quantità di stimoli.

L’incremento di stimoli nocivi, che dalla periferia raggiungono il sistema nervoso centrale, può con il tempo provocare modificazioni neuroplastiche e causare cambiamenti nella memoria e nell’apprendimento. Il comportamento da dolore è influenzato da convinzioni, aspettative personali sulle conseguenze di un evento e sulla capacità di far fronte ad esso ed è inoltre mantenuto e modellato da rinforzi come l’attenzione e la comprensione degli altri.

Il ruolo della famiglia è un fattore molto importante nell’influenzare l’esperienza del dolore. La risposta che i genitori danno alla malattia del bambino sembra associarsi ad un futuro comportamento somatizzante.

Se la figura di riferimento, infatti, fornisce attenzione selettiva di fronte alle lamentele fisiche ignorando i bisogni emozionali, il bambino può sviluppare un modello dell’altro come accudente solo nei casi di sofferenza fisica. Questo tipo di risposta può rinforzare il comportamento da malato durante l’infanzia e trasformarsi, in età adulta, in una sintomatologia dolorosa (Puliatti, 2010).

DISTURBI SESSUALI FEMMINILI

Il dolore può diventare una forma di somatizzazione quando la persona tende a comunicare il proprio mondo emotivo a livello somatico. Quando l’espressione somatica diventa l’unica modalità di espressione di un conflitto, oppure quando non si trova una risoluzione fisiologica in un tempo adeguato allora la somatizzazione diventa patologica (Puliatti, 2010).

 Per quanto riguarda il ciclo di risposta sessuale femminile il dolore è la più potente causa di blocco riflesso dell’eccitazione. La donna può sentirsi eccitata ma, se all’inizio della penetrazione prova dolore, il ciclo della risposta sessuale può bloccarsi. L’eccitazione svanisce, la lubrificazione diminuisce e si genera tensione muscolare. L’atto sessuale è pertanto percepito come doloroso.

Il dolore sessuale e l’ansia anticipatoria innescano un circolo vizioso che, con il tempo, frena il desiderio e blocca il ciclo della risposta sessuale. Le pazienti, che affermano di provare dolore da molto tempo sostengono, infatti, di provare anche scarso desiderio e difficoltà di eccitazione (Graziottin, 2005). Il dolore provato dalla donna può avere inoltre effetti paralizzanti anche sul partner che spesso presenta disturbi di eiaculazione precoce, problemi di erezione e calo del desiderio.

Curare il dolore sessuale richiede competenza clinica ma anche umanità, empatia, dolcezza e ascolto attento in quanto gli organi genitali sono spesso il luogo in cui conflitti sessuali, relazionali o eventi traumatici trovano un modo per esprimersi.

La complessità del quadro sintomatologico dei disturbi da dolore sessuale prevede dunque una chiave di lettura che distingua le componenti strettamente psicologiche da quelle organiche. In tal senso diventa fondamentale un approccio integrato e multidisciplinare all’interno del quali i vari professionisti operino congiuntamente per la globale presa in carico della paziente. La prospettiva futura del trattamento prevede dunque un approccio interdisciplinare con integrazione di diversi approcci teorici e strumenti clinici differenti per individuare piani di intervento che si adattino alle esigenze reali della paziente (Simonelli, 2006).

 

LEGGI ANCHE:

Sesso – Sessualità

BIBLIOGRAFIA:

  • Bartilik, B. (1999). Recent developments in the evaluation and treatment of sexual disorders in women. Psychiatric Annals, 29, 19- 21.
  • Coglitore, M. T. (1997). Il dolore nell’esperienza femminile, in Di Benedetto P., Graziottin A., Piacere e dolore, Atti del 6° Meeting della Sezione di riabilitazione perineale della Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitazione, Edizioni Goliardiche, Trieste.
  • Graziottin, A. (2005), Il dolore segreto. Le cause e le terapie del dolore sessuale femminile durante i rapporti sessuali, Arnoldo Mondadori Editore S.P.A., Milano.
  • Puliatti M. (2004), L’approccio psicologico in patologia vulvare, CIC, Roma.
  • Puliatti M. (2010), Psicosomatica del dolore pelvico cronico femminile, Società Editrice Universo, Roma.
  • Simonelli C. (a cura di) (2006), L’approccio integrato in sessuologia clinica, Franco Angeli, Milano. ACQUISTA

La depressione e i pensieri negativi e pessimisti circa se stessi e il proprio futuro

Sigmund Freud University - Milano - LOGO INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA (06)

 

 

La Depressione è un Disturbo dell’Umore. Generalmente chi ne soffre prova frequenti e intensi stati di insoddisfazione e tristezza e tende a non provare piacere nelle comuni attività quotidiane. Le persone che soffrono di depressione vivono in una condizione di costante malumore e con pensieri negativi e pessimisti circa se stessi e il proprio futuro.

Spesso la depressione nasce dalla difficoltà di accettare una perdita o il non raggiungimento di un proprio scopo (che viene vissuto come un fallimento insuperabile). Si tratta per esempio di tutte le forme depressive che nascono da lutti personali piuttosto che dalla perdita del lavoro o dalla rottura di un’importante relazione affettiva.

 

SINTOMI DELLA DEPRESSIONE

La sintomatologia tipicamente è più intensa al mattino e migliora nel corso della giornata, ma vi sono delle eccezioni. La depressione può manifestarsi con diversi livelli di gravità. Si può soffrire di depressione in modo acuto (con fasi depressive molto intense ed improvvise) oppure soffrirne in modo cronico e continuo, anche se in forma leggera, con alcuni improvvisi momenti di peggioramento.

Le componenti psicologiche principali che caratterizzano e mantengono la depressione sono:

  • Ruminazione mentale (autoanalisi): la tendenza ad analizzare continuamente il proprio malessere (mancanza di energia, umore triste) e i propri problemi (perdite o fallimenti) cercando di capire cause e conseguenze (perchè mi è capitato? Perchè sto così male? Cosa ho fatto per meritarlo? Dove ho sbagliato?) con il risultato di prolungare lo stato depressivo.
  • Ritiro: indica la riduzione del contatto sociale, delle attività quotidiane o l’evitamento di compiti ed è motivato dall’idea di non essere capace o di non provare alcun piacere, che ha come risultato passività e ulteriore demotivazione.
  • Autovalutazione negativa (autocritica eccessiva): la tendenza a valutarsi negativamente come incapace, sfortunato, indegno di amore, difettoso, a fronte di errori e mancanze che appartengono alla vita di tutti i giorni.
  • Negativismo: mantenere l’attenzione costantemente puntata su ciò che manca per essere felici o soddisfatti di se stessi e della propria vita.

 

DEPRESSIONE E DISTURBI DELL’UMORE

INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA
Fotolia_41734006 Che cos'è la psicoterapia cognitivo-comportamentale
Che cos’è la terapia cognitivo-comportamentale?
La psicoterapia cognitivo-comportamentale spiega il disagio emotivo attraverso una complessa relazione di pensieri, emozioni e comportamenti.
Come funziona la Psicoterapia Cognitiva - Immagine: 72599220
Come funziona la Psicoterapia Cognitiva?
La psicoterapia cognitivo-comportamentale è un percorso che vuole ridurre la sofferenza emotiva, aiutare a vivere meglio e a raggiungere i propri scopi.
Non curabilità: significato dell'espressione nell'ambito della salute mentale
Che cos’è la psicoterapia?
Si tratta di un percorso di trattamento dei disturbi psicologici che prevede degli incontri con uno psicoterapeuta per aiutare il paziente a vivere meglio.
Fotolia_51943780 Disturbo Narcisista di Personalità
Il Disturbo Narcisistico di Personalità
Disturbo Narcisistico di Personalità caratterizzato da atteggiamento di autoesaltazione e autoaffermazione, distacco emotivo, risposte rabbiose di rivalsa
Disturbo di Personalità Borderline: disregolazione emotiva, discontrollo degli impulsi e instabilità
Il disturbo Borderline di Personalità: disregolazione emotiva, discontrollo degli impulsi e instabilità
E' un disturbo caratterizzato da disregolazione emotiva, discontrollo degli impulsi e instabilità relazionale, dell'umore e dell'immagine di sè.
Alcol, gioco d'azzardo e dipendenza - Immagine: 67632798
Alcol, gioco d’azzardo e dipendenza
Le dipendenze includono disturbi associati a difficoltà nel controllo dei desideri e del comportamento che provoca forte disagio soggettivo - Psicoterapia
La depressione e i pensieri negativi e pessimisti su di sè e il mondo
La depressione e i pensieri negativi e pessimisti circa se stessi e il proprio futuro
La Depressione è un Disturbo dell’Umore caratterizzato da tristezza, mancanza di piacere nelle comuni attività quotidiane e pensieri negativi e pessimisti.
Ipocondria - vignetta
L’ipocondria, l’ansia per la propria salute
L’attenzione nell ipocondria è completamente focalizzata a scannerizzare le proprie sensazioni corporee o segni fisici e a produrre dubbi sulla loro origine
attacco di panico - Immagine: 76495275
Attacco di panico: che cos’è e come funziona?
L’Attacco di Panico è un periodo di paura o disagio intensi in assenza di vero pericolo e accompagnati da sintomi cognitivi o somatici - Psicoterapia
Disturbo ossessivo-compulsivo
Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo – Introduzione alla Psicoterapia
Il DOC è un disturbo d’ansia caratterizzato dalla presenza di ossessioni e compulsioni, anche se in alcuni casi le compulsioni possono non essere presenti.
fobia sociale - Immagine: 68979136
La Fobia sociale – Introduzione alla Psicoterapia
Riguarda la paura intensa di trovarsi in una situazione sociale o di eseguire prestazioni da cui possa derivare un giudizio altrui negativo - Psicoterapia
Ansia generalizzata Rimuginio - Immagine: 48824129
Ansia generalizzata & Rimuginio – Introduzione alla Psicoterapia
Il rimuginio, forma di pensiero ripetitivo negativo, è un elemento centrale del disturbo da ansia generalizzato su cui è utile lavorare in terapia

 

Per una biografia della fame – Psicologia & Teatro

Maria Francesca Sarnelli

 

Per una Biografia della Fame

Spettacolo teatrale presso Teatro della Cooperativa a Milano(2-8 marzo 2015) con protagonista Annagaia Marchioro e regia di Alessia Gennari

 

Lo spettacolo che va in scena al teatro della cooperativa è breve, ma intenso, grazie alla bravura della protagonista.

Il testo, in cui si alternano note drammatiche con toni ironici, liberamente ispirato al’omonimo romanzo di Amelie Nothomb, è un monologo in cui la protagonista racconta della propria infanzia e adolescenza attraverso la chiave di lettura del cibo e della fame: croce e delizia della vita della ragazza.

RUBRICA: PSICOLOGIA A TEATRO

L’infanzia è narrata come il periodo della spensieratezza, in cui la protagonista, sostenuta dall’amore e dalle cure della nonna, è felice, senza pensieri ed è libera di poter mangiare le leccornìe che in casa sua le sono vietate dalla madre.

Non manca nella rappresentazione il quadro della famiglia che spesso si ritrova nelle persone con disordini del comportamento alimentare: la madre della protagonista è fredda, ipercritica, vieta che si consumino dolci in casa e per fare questo li nasconde nei posti più impensabili. Alla richiesta della protagonista-bambina di essere amata, la madre le risponde che l’amore va meritato ed è proprio in quel momento, dopo quella risposta inattesa, che la bambina sembra perdere la spensieratezza della propria età per iniziare il lungo cammino del doversi meritare l’amore e la stima altrui.

ARGOMENTO CORRELATO: DISTURBI ALIMENTARI

Con la morte della nonna, l’unica figura che la accudiva con amore, l’unico ambito di serenità e sicurezza rimane il cibo. Ben presto però, questa passione si tramuta in odio perché il cibo diventa ben presto motivo di esposizioni a critiche continue della madre e del prossimo per le proprie rotondità, per cui la protagonista appena adolescente decide, a malincuore ma con fermezza, di mettere in atto il piano che da tempo stava progettando: rinunciare al cibo, l’unico piacere rimasto, per poter conservare una buona immagine di sé e per essere accettata dagli altri.

 

La lotta estrema con il cibo, ormai nemico, è durata due mesi, ma la protagonista alla fine ha vinto ed è riuscita a fare a meno del cibo; si dice orgogliosa ed euforica di questo successo perché è riuscita si a dominare le proprie emozioni e ciò che la circonda (il tema del controllo è il tema cardine per l’anoressia nervosa).

ARTICOLO CONSIGLIATO: La madre-drago delle pazienti anoressiche

Ben presto però la spirale dell’anoressia la avvolge, la assale, portandola a pesare a soli 15 anni 32 kg e l’euforia iniziale scompare, lasciando spazio al vuoto emotivo ed affettivo, alla costante fatica di trascinare un corpo privo di energia e al totale dominio delle trappole della mente sulle necessità fisiologiche del corpo.

La fortuna per la protagonista è che il proprio corpo una notte si ribella: la protagonista cede alla fame, il corpo, che vuole disperatamente mangiare, prende un temporaneo sopravvento e la porta ad abbuffarsi, mentre la propria mente assiste inerme a questa disfatta.

Questo atto di ribellione del proprio corpo sarà un grido di allarme che verrà colto dai genitori e che costituirà il primo passo verso un lungo percorso di guarigione.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Biografia della Fame di Amelie Nothomb, 146 pag., Edizioni Voland (Amazzoni)

Salute e malattia: uomini e donne a confronto

FLASH NEWS

Per gli uomini è più una questione di numeri: più sono i sintomi maggiore è la preoccupazione, per le donne invece è la personalità a fare la differenza sulla gestione della malattia ma la reazione non cambia al cambiare dei sintomi.

Uno dei tanti luoghi comuni a proposito delle differenze tra uomini e donne riguarda come si affronta la malattia. Nonostante ormai persino le pubblicità ironizzino sulle esagerate reazioni maschili ai più banali sintomi influenzali, viene comunque da chiedersi se sia davvero così.

Una recente ricerca dimostra che effettivamente sia il genere che la personalità influenzano il modo in cui si affronta la malattia.

Robert Rosenman e i suoi colleghi della Washington State University hanno infatti condotto uno studio longitudinale che ha coinvolto 2859 persone del Regno Unito in cui, tra altre cose, hanno registrato dati circa le loro malattie fisiche e mentali, la personalità dei partecipanti, la loro felicità e il livello di soddisfazione della propria vita.

Secondo quanto raccolto per gli uomini è più una questione di numeri: più sono i sintomi maggiore è la preoccupazione, per le donne invece è la personalità a fare la differenza sulla gestione della malattia ma la reazione non cambia al cambiare dei sintomi.

Non è tutto sembrerebbe che mentre per gli uomini non sussista alcuna correlazione tra personalità e malattia, per il gentil sesso ci siano due tipi distinti di personalità che sembrano essere meno colpite dalle malattie mentali rispetto a tutti gli altri: il primo tipo è caratterizzato da alti livelli di amabilità, il secondo da bassi livelli di coscienziosità.

Le donne appartenenti alla prima categoria hanno più probabilità di avere una migliore rete sociale e quindi di ricevere maggior supporto per far fronte a eventuali malattie e dunque riprendersi prima e meglio e subirne meno le conseguenze, nel secondo caso invece l’autore sostiene che esperendo con più frequenza la sensazione di non avere il controllo di ciò che accade non risentono eccessivamente dell’impatto di una malattia mentale.

GENDER STUDIES

In ogni caso dover affrontare una malattia, specie se mentale, è sempre una sfida e ogni individuo deve far ricorso alle proprie risorse per gestire al meglio il decorso e le eventuali conseguenze.

 

ARTICOLO CONSIGLIATO:

Ambiente e benessere. L’educazione ambientale come educazione alla salute

 

BIBLIOGRAFIA:

 

Effetto McCollough: un gioco di linee che altera la percezione dei colori

Si tratta di un esperimento che circola anche nel web, e si basa sulla percezione dei colori: se si fissano delle righe, orizzontali e verticali, per un certo lasso di tempo si altererà la visione dei colori, in alcuni casi fino a tre mesi (se i nostri occhi le guardano per almeno 15 minuti).

 

[blockquote style=”1″]The McCollough effect is a phenomenon of human visual perception in which colorless gratings appear colored contingent on the orientation of the gratings. It is an aftereffect requiring a period of induction to produce it. For example, if someone alternately looks at a red horizontal grating and a green vertical grating for a few minutes, a black-and-white horizontal grating will then look greenish and a black-and-white vertical grating will then look pinkish. The effect is remarkable for often lasting an hour or more, and in some cases after prolonged exposure to the grids, the effect can last up to three and a half months. The effect was discovered by American psychologist Celeste McCollough in 1965. (Wikipedia)[/blockquote]

VIDEO (In inglese)

Immagini che fanno impazzire il cervelloConsigliato dalla Redazione

È l’effetto McCollough, un “gioco” che altera la percezione dei colori (in certi casi anche a lungo) (…)

Tratto da: Linkiesta.it

 

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Arteterapia: teoria e prassi di un nuovo approccio psicoterapeutico integrato – parte II
Parte II: Nella prassi dell'arteterapia (ART) si alternano a ‘sedute monotematiche’ ‘sedute a tema libero’: nelle prime il ‘soggetto tematico’ viene proposto dal terapeuta, con l’approvazione del gruppo; nelle sedute a tema libero il ‘soggetto’ è scelto liberamente dai componenti del gruppo.

Ascoltare la voce della propria mamma aiuta lo sviluppo cerebrale nei bambini nati prematuri

I primi suoni sentiti da ognuno di noi sono senza dubbio il battito cardiaco e la voce di nostra madre. In passato è stato notato come il feto abbia notevoli vantaggi dall’esposizione a questi due suoni. Tali effetti positivi si hanno soprattutto nelle regioni cerebrali associate all’ascolto e al linguaggio.

I bambini nati prematuri, invece, non avendo modo di passare nel grembo materno le ultime settimane di vita intrauterina, importanti per un completo sviluppo, spesso presentano problemi proprio nelle aree cerebrali coinvolte nell’ascolto e nel linguaggio.
E’ per questo motivo che in un recente studio, i ricercatori hanno esposto dei bambini nati prematuri al suono del battito cardiaco e della voce della loro mamma, ricreando per loro un ambiente simile a quello uterino… i risultati sono sorprendenti.

 

To test whether the sounds a fetus would hear in utero can have a positive effect on preemies, [the researchers] asked the parents of 40 such babies at Brigham and Women’s Hospital in Boston for their participation in a monthlong experiment. The researchers asked mothers of half the infants to sing and read “Twinkle, Twinkle, Little Star” and Goodnight Moon in a recording studio and record their heartbeats through a stethoscope connected to a microphone.
The scientist … piped [the sound] for 45-minute sessions totaling 3 hours per day into 21 infants’ incubators, while the other infants received standard care. After 30 days, they compared ultrasound images of the brains of both groups.

L’ascolto della voce materna aiuta lo sviluppo cerebrale nei bambini nati prematuriConsigliato dalla Redazione

Un nuovo studio mette in luce l’importanza dell’ascolto della voce materna nello sviluppo cerebrale dei bambini nati prematuri. (…)

Tratto da: Science of Us

 

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Che cosa sono le fobie? – Introduzione alla Psicologia Nr. 05

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (05)

 

 

Le fobie sono paure sproporzionate rispetto a qualcosa che non rappresenta un reale pericolo, ma la persona percepisce questo stato d’ansia come non controllabile, anche mettendo in atto strategie comportamentali o rimuginii utili per fronteggiare la situazione.

 

La fobia, dunque, è una paura, intensa, persistente e duratura, provata per una specifica cosa. Ma come è possibile riconoscerla? Si tratta di una manifestazione emotiva sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia. Chi soffre di fobie, infatti, è sopraffatto dal terrore di entrare in contatto con ciò che teme: un ragno o una lucertola, etc.

 

Sintomi delle Fobie

I sintomi fisiologici provati da chi soffre di fobie sono: tachicardia, vertigini, disturbi gastrici e urinari, nausea, diarrea, senso di soffocamento, rossore, sudorazione eccessiva, tremito e spossatezza. Ovviamente, tali manifestazioni patologiche si attuano solo alla vista della cosa temuta o al pensiero di poterla vedere.

 

Fobie & Evitamento

I fobici, sono sostanzialmente degli ansiosi e come tali funzionano, nel senso che tendono a evitare le situazioni associate alla paura, ma alla lunga questo meccanismo diventa una vera e propria trappola. Infatti, l’evitamento non fa altro che andare a conferma la pericolosità della situazione evitata e prepara all’evitamento successivo. Si crea, così un circolo vizioso, che da una parte porta a essere sfiduciati nelle proprie capacità e dall’altra compromette le relazioni sociali, perché pur di evitare la cosa temuta si è pronti a rinunciare a una serata tra amici. Ad esempio chi ha la fobia degli aghi e delle siringhe può rinunciare ai controlli medici; chi ha paura dei piccioni non attraversa le piazze, chi teme i cani, eviterà tutte le situazioni in cui saranno presenti, e così via.

 

Principali tipi di Fobie

Esistono le fobie generalizzate, come l’agorafobia, paura degli spazi aperti, e la fobia sociale, paura di esporsi in pubblico, e le fobie specifiche, generalmente gestite evitando gli stimoli temuti, che posso essere:

  • Tipo situazionale. Nei casi in cui la paura è provocata da una situazione specifica, come trasporti pubblici, tunnel, ponti, ascensori, volare, guidare, oppure luoghi chiusi (claustrofobia o agorafobia).
  • Tipo animali. Fobia dei ragni (aracnofobia), fobia degli uccelli o fobia dei piccioni (ornitofobia), fobia degli insetti, fobia dei cani (cinofobia), fobia dei gatti (ailurofobia), fobia dei topi, ecc..
  • Tipo ambiente naturale. Fobia dei temporali (brontofobia), fobia delle altezze (acrofobia), fobia del buio (scotofobia), fobia dell’acqua (idrofobia), ecc..
  • Tipo sangue-iniezioni-ferite. Fobia del sangue (emofobia), fobia degli aghi, fobia delle siringhe, ecc.. In generale, se la paura viene provocata dalla vista di sangue o di una ferita o dal ricevere un’iniezione o altre procedure mediche invasive.
  • Altro tipo. In questo caso la paura è scatenata da altri stimoli come: il timore di situazioni che potrebbero portare a contrarre una malattia ecc. Esiste una particolare forma di fobia che riguarda il proprio corpo o parti di esso che la persona percepisce come sproporzionate, inguardabili, orribili rispetto a come realmente si mostrano (dismorfofobia).

Le fobie non celano nessun significato simbolico inconscio e la paura è semplicemente legata a esperienze di apprendimento errato involontario nei confronti di qualcosa. In questo caso, l’organismo associa automaticamente la pericolosità a un oggetto o situazione oggettivamente non pericolosa.

Questa associazione avviene per condizionamento classico, ovvero la relazione tra pensiero e oggetto si crea grazie alla prima esposizione spaventante che si è verificata ed è mantenuta nel tempo a causa dell’evitamento messo in atto per non provare quella terribile emozione di forte ansia che ne consegue.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

Solitudine e Depressione sono legate al binge watching

Un recente studio, condotto da ricercatori dell’Università del Texas a Austin, ha scoperto che più le persone soffrono di solitudine e depressione e più è probabile che si rendano protagonisti di episodi di binge watching.

Gli studiosi hanno condotto una indagine su 316 individui tra i 18 e i 29 anni di età, chiedendo loro:

  • quanto spesso guardassero la televisione;
  • quanto spesso si sentissero soli, depressi;
  • quanto fossero incapaci di darsi delle regole (deficit di autoregolazione);
  • quanto spesso fossero coinvolti in binge watching.

Il gruppo di ricerca ha rilevato dal sondaggio che le persone depresse e in solitudine erano quelle che mostravano un frequente comportamento binge watching per cercare di allontanare i sentimenti negativi;

lo stesso atteggiamento è stato evidenziato anche in individui che presentavano deficit di autoregolazione, in quanto si dichiaravano incapaci di spegnere il televisore anche quando erano consapevoli del fatto che avevano altri impegni.

Fattori psicologici come la solitudine, la depressione e la mancanza di autocontrollo (impulsività) sono già conosciuti come importanti indicatori per un comportamento binge watching.
Persone che denotano tale comportamento di dipendenza dimenticano temporaneamente la realtà e vengono a trovarsi in situazioni che li trascinano facilmente nella depressione e nella solitudine; inoltre la mancanza di autocontrollo influenza i loro comportamenti di dipendenza innescando un circolo vizioso.

“Anche se alcune persone sostengono che il binge watching è una dipendenza innocua, i risultati del nostro studio dimostrano che non è proprio così”.
Inoltre “affaticamento, obesità e altri problemi di salute possono essere legati a questo e ciò è motivo di preoccupazione. Quando poi il binge watching diventa dilagante gli individui possono iniziare a trascurare il loro lavoro, a compromettere le relazioni sociali riducendo la possibilità di condurre uno stile di vita sana” spiega Yoon Sung Hi.

TELEVISIONE E TV SERIES

Fino ad oggi sull’argomento sono state svolte poche ricerche empiriche, in quanto si tratta di un comportamento relativamente recente.
Gli studiosi presenteranno i loro risultati alla 65° Conferenza annuale dell’Associazione Comunicazione Internazionale di San Juan, Puerto Rico nel maggio 2015.

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Metacognizione e deterioramento del funzionamento sociale nella depressione

BIBLIOGRAFIA

  • Sung, Y. H., Kang, E. Y., Lee, W. N. (2015). A Bad Habit for Your Health? An Exploration of Psychological Factors for Binge – Watching Behavior. International Communication Association. January 29, 2015.

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) – Report dal corso di Firenze, 21-22 Febbraio 2015

Report:

Corso base di Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) – I Parte

Firenze, 21-22 Febbraio 2015

 

GUARDA L’EVENTO

La TMI punta ad incentivare la narrazione di episodi autobiografici in modo tale che il paziente, bypassando il livello semantico, acceda alla memoria episodica facilitando l’accesso alle emozioni legate all’episodio narrato.

Contenuti o processi? Questo sembra essere uno dei dilemmi principali attorno a cui si sta focalizzando il dibattito all’interno della psicoterapia cognitiva, che negli ultimi anni ha visto prendere sempre più piede le cosiddette terapie di terza ondata che privilegiano gli interventi sui processi anziché sui contenuti. All’interno di questo filone si pone la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI), modello volto al trattamento dei disturbi di personalità elaborato da Giancarlo Dimaggio, Raffaele Popolo e Giampaolo Salvatore. 

In un’ottica di continuo aggiornamento della propria offerta formativa, la Scuola Cognitiva Firenze ha organizzato il Corso di TMI Base (21-22 febbraio e 7-8 marzo) e il Corso di TMI Avanzato (23-24 maggio e 6-7 giugno) e noi di State of Mind siamo qui per raccontarvi se valga o meno la pena frequentare il corso (e la risposta è sì).

Quando in terapia lavoriamo sui contenuti (es. sulle credenze disfunzionali causa di disturbi emotivi), per poter avere una rappresentazione onesta della problematica del paziente dobbiamo evidentemente partire da ciò che il paziente ci racconta. È però esperienza comune trovare pazienti che hanno difficoltà nella narrazione, che faticano ad accedere ai propri stati interni o alla catena causale tra pensieri ed emozioni, e questa difficoltà nell’utilizzo delle funzioni metacognitive rende arduo l’utilizzo di strumenti standard CBT, come per esempio l’ABC, e di conseguenza la formulazione del caso.

Ciò accade in particolar modo, ma non solo, con pazienti con disturbo di personalità, caratterizzati da uno stile narrativo intellettualizzato, cioè che rimanda a concetti esterni, generali (es. “Perché è così!!” oppure “Tutte le persone sono…”), che non permette l’accesso agli stati interni. La TMI punta pertanto ad incentivare la narrazione di episodi autobiografici in modo tale che il paziente, bypassando il livello semantico, acceda alla memoria episodica facilitando l’accesso alle emozioni legate all’episodio narrato.

Una buona narrazione permetterà così al terapeuta di ricostruire quelli che sono gli schemi interpersonali disfunzionali del paziente, che saranno poi il bersaglio della promozione del cambiamento. Una buona memoria autobiografica, infatti, includerà informazioni da cui si potranno inferire lo scopo che spinge il paziente ad agire (che è legato alla rappresentazione che ha di sé), cosa ha fatto o pensato di fare per realizzare tale scopo, come gli altri hanno risposto e come lui ha reagito alle loro risposte. La TMI offre pertanto validi strumenti per lavorare sull’incremento delle funzioni metacognitive dei pazienti tramite la promozione della narrazione episodica.

Come suggerito dal nome stesso, nella TMI oltre alla componente metacognitiva è centrale la componente relazionale. Poiché le capacità metacognitive sono oscillanti, contesto-dipendenti e risentono della relazione, acquista un ruolo importante la gestione della terapia in chiave relazionale. La relazione terapeutica diventa fonte di informazione, strumento di cura e oggetto di cura attraverso la regolazione dei cicli interpersonali che emergono in seduta (cioè di ciò che accade nella realtà nell’interazione con l’altro) e la disconferma degli schemi disfunzionali del paziente.

Buona parte della formazione si focalizza pertanto sull’imparare a prestare attenzione a ciò che accade in seduta alla relazione terapeutica, per identificare eventuali marker di rottura della relazione (es. aumento delle reazioni difensive, assenza di cambiamenti degli stati emotivi a seguito degli interventi) e porvi rimedio.

Nella prima parte del corso Raffaele Popolo ha illustrato con estrema chiarezza la fase di Stage Setting del modello TMI, in cui si ricostruisce l’esperienza interna del paziente attraverso la memoria autobiografica, e la gestione della relazione terapeutica. Durante le lezioni sono stati presentati casi clinici, trascrizioni e registrazioni audio di spezzoni di sedute che sono stati commentati evidenziando di volta in volta i diversi tipi di interventi messi in atto dal terapeuta, fornendo un’idea chiara del lavoro che un terapeuta TMI svolge in seduta.

L’impressione avuta seguendo la prima parte del corso è che la TMI possa essere vista anche come una struttura per un trattamento integrato utilizzabile non solo con pazienti affetti da disturbo di personalità; un albero decisionale su cui impiantare altri interventi/tecniche a seconda del caso (ovviamente mantenendo sempre la consapevolezza della ratio che sta dietro tali interventi), e quindi un modello da conoscere in quanto potrebbe tornare utile in più occasioni nella propria pratica clinica.

Vedremo se durante la seconda parte del corso, in cui Giancarlo Dimaggio presenterà la fase relativa alla promozione del cambiamento, le nostre impressioni verranno confermate. Ci riaggiorniamo settimana prossima!

 

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Progetto Scientific 23: cosa spinge a diventare ricercatori?

FLASH NEWS

Che farò da grande? Per invogliare e motivare le giovani leve al mondo della scienza nel Regno Unito una scienziata cognitiva della University College London ha creato un sito tutto dedicato alla vita di uomini e donne di scienza.

The Scientific 23 è il nome del progetto in cui sono state poste ben 23 domande a un gruppo di scienziati afferenti alle più svariate discipline: domande relative ai dettagli del loro lavoro, ai loro background e da chi o da che cosa sono stati ispirati e spinti a intraprendere una carriera nel mondo della ricerca. Tra gli intervistati vi sono non solo psicologi, ma anche fisici, professori di arte e letteratura, e persino giornalisti.

E gli studenti delle scuole superiori sono il target del progetto, ma anche ne diventano protagonisti: le 23 domande vengono poste proprio da giovani ragazzi a ciascun ricercatore.

Ma perché proprio 23? Scelta poco scientifica, quasi più scaramantica: perché l’uomo ha ventitrè cromosomi, e perché se mettete in una stanza 23 persone insieme avrete il 50% delle possibilità che due di loro siano nate nello stesso giorno (il paradosso del compleanno – birthday paradox)! Vale la pena tenere monitorato il sito: ogni mese, per tutto il 2015, verranno pubblicate 23 nuove risposte!

 

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Sviluppi della terapia cognitiva: tra processi e credenze

Da alcuni anni la psicoterapia cognitiva sta ripensando le sue basi teoriche e cliniche. Qual è la natura della sofferenza emotiva e quali sono le migliori strategie per affrontarla? 

Francesco Mancini aveva rilanciato la discussione alla fine del 2014, durante l’incontro di Assisi dedicato al disturbo ossessivo compulsivo (link) e patrocinato dalla società europea delle psicoterapie cognitive e comportamentali (EABCT, European Association of Behavioural and Cognitive Therapies). In quel luogo Mancini aveva ribadito la sua visione, che favorisce il ruolo degli scopi e delle rappresentazioni mentali, ovvero di quel che si pensa, dei contenuti mentali e della loro congruità con la realtà e funzionalità.

 In parole semplici, il paziente soffre di un disturbo d’ansia perché ritiene –sbagliando- che ci sia un’elevata probabilità che qualcosa di pericoloso possa accadere, che questi pericoli implichino gravi danni e che infine la capacità personale di fronteggiare questi pericoli sia bassa.

In formulazioni più sofisticate, l’ansia dipende dalla convinzione di non riuscire a sopportare l’incertezza, la semplice possibilità del pericolo, anche se bassa. Questa seconda formulazione consente di concepire in maniera meno semplicistica i pazienti, che non sono degli idioti che prendono fischi per fiaschi e vedono pericoli inesistenti, ma sarebbero meno attrezzati a sopportare lo stress quotidiano dei mille piccoli pericoli e disagi che costellano l’esistenza.

Insomma, l’ansioso non sbaglia nel valutare la realtà esterna ma l’intensità dei suoi stati emotivi e la sua capacità di regolarli.

Questa formulazione apre il varco ai cosiddetti sviluppi metacognitivi (che concepiscono l’attività mentale soprattutto come auto-regolativa) e funzionalistici, che danno maggiore importanza alle funzioni mentali piuttosto che ai contenuti cognitivi.

Mancini respinge questa ipotesi. La sua diffidenza sembra nascere dal timore che questi nuovi sviluppi concepiscano la sofferenza mentale come frutto di deficit, guasti di funzioni mentali. Se fosse così, il timore di Mancini sarebbe giustificato. Una simile concezione sembra suggerire trattamenti di tipo non psicoterapeutico: se qualcosa si è rotto, va aggiustato soprattutto attraverso interventi riabilititivi e forse perfino intervenendo materialmente sul supporto neurologico della funzione attraverso i farmaci. Così scrive Mancini (link):

Questo secondo approccio è in risonanza con un più generale trend della psichiatria verso una interpretazione neurologica delle cause dei disturbi mentali. Infatti e ad esempio, la tesi che il DOC dipenda da un deficit di inibizione, o di altre funzioni esecutive, o della memoria, si concilia con l’idea che il DOC sia una malattia neurologica molto di più della tesi che il DOC dipenda dallo scopo assoluto di prevenire una colpa.

Ci si chiede: è vero che una visione funzionalista della sofferenza implica interventi inevitabilmente non psicologici? Non proprio. I principali orientamenti metacognitivi, come la MCT (MetaCognitive Therapy) di Adrian Wells, la MBT (Mentalization Based Therapy) di Peter Fonagy e la TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale) di Dimaggio, Popolo e Salvatore propongono trattamenti psicologici e non neurologici.

Le funzioni possono essere ripristinate sia attraverso una discussione esplicita nello stile tradizionale (sia pure però focalizzata sui contenuti metacognitivi e non cognitivi), sia attraverso un lavoro di educazione, apprendimento e addestramento che ricostruisce le funzioni ingolfate perché trascurate, ma non guaste e perdute per sempre. Più che di deficit, si tratta di un’atrofia reversibile da scarso uso.

Effettivamente MBT e TMI parlano di deficit delle funzioni metacognitive, deficit che sarebbe maturato nella deprivazioni emotiva legata a un attaccamento non ottimale e che suggerisce un intervento compensativo di tipo relazionale, un intervento che va a compensare il deficit relazionale.

 Anche in questo caso però, se deficit è, è un deficit funzionale e reversibile e non strutturale, e difatti è compensabile. Non basta. Nel modello di Wells il deficit è del tutto espulso dal modello, cosi che l’intervento è solo di promozione della consapevolezza metacognitiva e di riaddestramento attentivo a esercitare questa consapevolezza metacognitiva distaccata, consapevolezza necessaria a far sì che il riaddestramento attentivo non si riduca a essere un coping difensivo.

In conclusione, bene fa Mancini a combattere le derive neurologiste e anti-psicologiste della psicoterapia. Meno bene quando confonde approcci neuroscientifici e funzionalistici.

Questi ultimi non sono niente affatto riducibili alle neuroscienze, anzi. Certo, nel modello funzionalista le credenze diventano meri esiti, importanti come prodotti della mente ma privi di effetti interni. Così l’ossessivo non deve la sua condizione a pensieri di responsabilità e colpa, ma a funzioni mentali gestite in maniera improduttiva. Nel caso di Wells, l’attenzione. È il controllo attentivo sulle situazioni che genera l’ossessività dubbiosa, mentre la valutazione di responsabilità nascerebbe a posteriori.

La conseguenza terapeutica è che diventa primario addestrare il paziente a mollare il controllo attentivo ed è secondario confutare il grado di responsabilità.

E i contenuti? Ci sono, e quelli decisivi sono i contenuti metacognitivi. Ovvero i pensieri che ci convincono che sia conveniente mantenere fissa l’attenzione su un certo dubbio, come l’uscio che sia chiuso o aperto.

 

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BIBLIOGRAFIA:

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