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Report dal Congresso ICED 2015: International Conference on Eating Disorders – Boston, 23-25 Aprile 2015

Communication: Today and Tomorrow è il leitmotiv dell’ultima edizione ICED organizzata dalla Academy of Eating Disorders (AED). Un’attenzione particolare è stata rivolta al ruolo delle nuove tecnologie come strumenti di prevenzione, valutazione e trattamento dei disturbi alimentari ed alla comunicazione, nel senso più ampio del termine.

Il principale obiettivo dell’ICED di quest’anno, infatti, riguarda quello che Glenn Waller (Presidente AED), nel discorso di benvenuto, definisce gap tra ricerca e pratica clinica. In altre parole, l’intento è quello di promuovere un maggior interscambio tra ricercatori e clinici e l’integrazione delle loro diverse competenze, in modo da rendere più proficuo l’intervento sui pazienti con disturbi alimentari. Per questo motivo, all’interno della conferenza, sono stati organizzati anche meeting a piccoli gruppi di ricercatori e clinici, che hanno permesso- nel concreto- di condividere idee, strumenti ed esperienze.

Report dal Congresso ICED 2015 International Conference on Eating Disorders - Boston, 23-25 Aprile 2015_GLENN WALLER

Durante le tre giornate, attraverso discussioni orali, special interest group (SIG), workshop e sessioni poster sono stati affrontati vari temi, suddivisi in sezioni, tra cui: trattamenti di adolescenti e adulti, fattori di rischio e prevenzione , neuroscienze, comorbilità, personalità e cognition.

Per quanto riguarda i trattamenti, all’interno di un SIG, P. Doyle ha presentato un intervento combinato di Family Based Treatment (FBT) e Dialectical Behavior Therapy (DBT).

Doyle parte dall’osservazione che la FBT è un trattamento- in genere- solido ed efficace per gli adolescenti con Disturbi Alimentari, ma si dimostra limitato se applicato a pazienti difficili che mostrano anche disregolazione emotiva grave (trasversale a tutti i tipi di DA), tratti di personalità disfunzionali e comorbilità in Asse I (ansia e disturbi dell’umore, soprattutto). Tali elementi associati al DA vengono considerati come fattori limitanti l’efficacia della FBT, pertanto l’integrazione della DBT è pensata al fine di superare la difficoltà legata al trattamento di adolescenti con questo profilo.

Il programma descritto prevede l’integrazione dei due tipi di trattamenti in termini di modalità (prescrittiva – non prescrittiva) e di strumenti e strategie (skills groups, phone coaching, motivation building, parent training comportamentale ed empowering genitoriale), dove il focus rimane la famiglia. Dimostrando l’efficacia di quest’intervento combinato, Doyle ha proposto tre possibili applicazioni FBT-DBT: sequenza di due diversi trattamenti, combinazione di due trattamenti integrati, DBT come intervento aumentativo della FBT. Infine, ha sottolineato la maggior indicazione di un trattamento di questo tipo per pazienti con Bulimia Nervosa.

Uno studio interessante sul tema della motivazione al trattamento è stato discusso da S. Sarin, che ha analizzato l’effetto predittivo del tipo di motivazione (autonoma vs. controllata) sul cambiamento dei sintomi alimentari, dell’impulsività, dell’ansia e dell’umore in due gruppi di pazienti con Anoressia Nervosa con Restrizioni (AN-R) e Anoressia Nervosa con Abbuffate e Condotte di Eliminazione (AN-B/P), sottoposte ad un trattamento combinato (CBT-DBT-IPT). I risultati ottenuti hanno evidenziato che alti livelli di motivazione autonoma pre-trattamento predicono una riduzione della sintomatologia alimentare, depressiva e dell’impulsività post-trattamento in entrambi i gruppi (il gruppo AN-R mostra- però- cambiamenti più ridotti); alti livelli di motivazione controllata pre-trattamento predicono un incremento della preoccupazione relativa al peso e della sintomatologia alimentare post-trattamento; il tipo di motivazione mostra un maggior impatto per il gruppo AN-B/P rispetto al gruppo AN-R. In generale, la motivazione interna predispone i pazienti ad ottenere maggiori benefici sia nel breve che nel lungo termine, mentre la motivazione controllata predice esiti sfavorevoli. Sarin ha sollecitato studi futuri atti ad individuare l’impatto che i due tipi di motivazione discussi potrebbero esercitare su trattamenti diversi e ricerche su interventi mirati a modificare lo stato motivazionale dei pazienti.

Nell’ambito delle neuroscienze un contributo interessante è stato quello relativo alla plasticità cerebrale.

J. Feusner ha discusso uno studio condotto su pazienti AN con DOC in comorbilità, sottoposte ad un trattamento intensivo CBT rivolto ai sintomi ossessivo-compulsivi. Attraverso l’impiego di tecniche di neuroimaging e i punteggi alla YBOCS, si sono evidenziate co-variazioni post- trattamento tra sinapsi e metabolismo cerebrale, soprattutto nella regione orbito-frontale, e miglioramento della sfera ossessivo-compulsiva. La modularità osservata dimostra la potenzialità di un trattamento di psicoterapia sulle modificazioni cerebrali.

Nell’area relativa alla personalità ed alla cognizione S. Lloyd ha condotto un’analisi della relazione tra perfezionismo e stile cognitivo in adolescenti e adulti con AN.

Mediante l’uso di self- report sulle diverse dimensioni del perfezionismo (MPS) e sullo Stile Cognitivo (Detail and Flexibility Questionnarie) e la somministrazione di test neuropsicologici sul set-shifting e sulla coerenza centrale (WCST e RCFT), è stato accertato che- sia negli adolescenti che negli adulti- è presente un’associazione tra perfezionismo, rigidità cognitiva e attenzione al dettaglio self-report, per contro il perfezionismo non si associa alle prestazioni ai test neuropsicologici. Gli autori hanno rimarcato la valenza di questi risultati nella pratica clinica: gli strumenti self-report sul perfezionismo e sulla rigidità cognitiva possono fornire un importante insight al paziente riguardo l’impatto che questi hanno sulle difficoltà del quotidiano; i deficit rilevati potrebbero essere inclusi nel progetto terapeutico al fine di ottimizzarne gli esiti.

Una delle ricerche sui fattori di rischio si è focalizzata sulla relazione temporale tra i commenti dei pari e lo sviluppo di un disturbo alimentare.

Amaia-Hernàndez ha esposto uno studio longitudinale che ha valutato il valore dei commenti dei coetanei per lo sviluppo di disturbi alimentari nell’arco di 10 anni, su uomini e donne di tre coorti di età. Dai risultati emersi è stato dimostrato che i commenti dei coetanei possiedono un effetto predittivo specificamente per lo sviluppo della Bulimia Nervosa, indipendentemente dal sesso, dall’età e dal BMI alla baseline. Gli autori hanno concluso che il ruolo dell’influenza dei pari, sottoforma di discussione sul peso o sull’alimentazione, è fondamentale per l’esordio di un vero e proprio problema alimentare. Alla luce di questi dati, una riflessione particolare è stata dedicata alla pervasività di questa influenza, dal momento che non sono state rilevate differenze età/sesso-correlate, e da ciò derivano importati implicazioni per la pratica clinica, in primis interventi preventivi volti a ridurre il criticismo tra pari.

All’interno della sezione sulla comorbilità è stato presentato uno studio interessante sulla frequenza del Pica e disturbo da ruminazione in un campione di pazienti DA uomini e donne.

Mediante la somministrazione di strumenti self-report (e non secondo i criteri DSM-V), è emerso che il 2% delle donne soddisfa diagnosi di disturbo da ruminazione e nessun soggetto soddisfa diagnosi di Pica. Ciò confermerebbe che entrambi i disturbi esaminati sono rari. Tuttavia, gli autori di questo lavoro ipotizzano che la scarsa rilevazione del Pica e del disturbo da ruminazione potrebbero rispecchiare un generale basso tasso di questi disturbi, l’effetto dello stigma di questi ultimi o il fatto che questi soggetti non giungono all’attenzione dei clinici e questo ne determinerebbe una sotto-stima.

In merito alle attuali tecnologie come strumenti innovativi per la terapia, una ricerca di T. Melioli ha valutato l’impatto di Instagram, come social media, sull’immagine corporea e sulla preoccupazione relativa al peso ed il rapporto tra questi due variabili.

I parametri esaminati includevano la frequenza d’uso di Instragram, i sintomi alimentari, l’insoddisfazione corporea e la cultura sui social media. I risultati discussi hanno evidenziato che la frequenza d’uso di Instagram è associata all’Impulso alla Magrezza, l’uso quotidiano è associato all’Insoddisfazione Corporea, la cultura sui social media è correlata negativamente con i sintomi bulimici. Inoltre, alti livelli di cultura sui social media moderano la relazione tra frequenza d’uso di Instagram, impulso alla magrezza ed insoddisfazione corporea. Questi risultati suggeriscono che l’uso di Instagram può contribuire all’insoddisfazione dell’immagine corporea ed allo sviluppo di disturbi alimentari. D’altra parte, una buona conoscenza dei social media può fungere da fattore protettivo rispetto a questi effetti, da considerare in un’ottica di prevenzione.

Report dal Congresso ICED 2015 International Conference on Eating Disorders - Boston, 23-25 Aprile 2015_ hall

In chiusura si è tenuta una sessione orale plenaria dal titolo Empirically Based Practise: The Art and Science of Combining Clinical Expertise with Avaible Research, che ha previsto la presentazione di un caso clinico e una successiva discussione sulle proposte di trattamento, tenendo conto delle più recenti evidenze sperimentali in termini di diagnosi e di trattamento.

Un attivo dibattito e uno stimolante confronto tra numerosi esperti ricercatori e clinici hanno fatto da cornice a quest’ultima sessione.

I punti chiave emersi sono: motivazione al trattamento, consapevolezza di malattia, relazione terapeutica. Sembrano questi gli elementi da sottoporre ad un approfondimento mirato da parte dei ricercatori e dei clinici.

 

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I segreti di Osage County (2013) – Cinema & Psicoterapia #35

Antonio Scarinci.
Psicologo Psicoterapeuta. Socio Didatta SITCC

 

 

RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA  #35

I segreti di Osage County (August: Osage County) (2013)

Proposte di visione e lettura (Coratti, Lorenzini, Scarinci, Segre, 2012)

 

Diretto da John Wells, basato sulla pièce teatrale di Tracy Letts Agosto, foto di famiglia, vincitrice del Premio Pulitzer. Interpretato da Julia Roberts, Meryl Streep, Ewan McGregor, Chris Cooper, Julianne Nicholson, Sam Shepard.

Trama

La scomparsa misteriosa del marito di Violet Weston, un’anziana signora della contea di Osage malata di cancro è l’evento che induce Ivy, una delle tre figlie di Violet, a riunire l’intera famiglia. Arrivano Barbara, sorella di Ivy con suo marito Bill e sua figlia Jean, Mattie sorella di Violet con il marito Charles ed infine Caren ultima delle sorelle Weston insieme al compagno Steve. Il mistero della scomparsa ha presto una soluzione: Beverly Weston è morto inspiegabilmente mentre si trovava in barca.

 Dopo i funerali, con tutta la famiglia riunita per il pranzo, presente anche Little Charles, figlio di Mattie e Charles, Violet si scaglia con forti reprimende sui componenti della famiglia, rammentando vecchi accadimenti spiacevoli.

Barbara e Bill sono ormai in rotta, Steve cerca di abusare di Jean, ancora minorenne, Barbara ha una furiosa lite con Caren e con la stessa Jean, Mattie critica e deride suo figlio ritenuto un buono a nulla, e scopre che Little Charles è il figlio di Beverly, quindi fratello e non cugino di Ivy con la quale ha una relazione. Il film si snoda in una escalation che porta Caren a tornare in Florida con Steve, Jean ad abbandonare sua madre e ritornare a casa, con Bill, Little Charles insieme a sua madre e Charles ad andarsene, Ivy, dopo aver appreso la verità sul suo spasimante, a lasciare la casa della madre delusa e intristita.

Violet rimane, infine, sola perché anche Barbara per via di amare rivelazioni riguardo alla morte di Beverly e al testamento della famiglia Weston la lascia.

Motivi d’interesse

Le dinamiche familiari della famiglia Weston ci ricordano che la storia di ogni famiglia è caratterizzata da continue trasformazioni che rendono disfunzionali le modalità abituali con le quali si è sempre cercato di far fronte ai cambiamenti. La capacità dei singoli componenti di fronteggiare la malattia, è il caso di Violet affetta da un cancro, richiede uno sforzo per mobilitare risorse capaci di rendere flessibili e adattivi vecchi schemi. Le situazioni critiche e complesse richiedono piani di vita modulati sulle nuove esigenze che si vengono a creare. In questo caso alla malattia di Violet si aggiunge la morte improvvisa di Beverly che rende ancora più critico il momento.

Alcuni piani esistenziali adattivi dei singoli componenti e dell’intero sistema familiare sembrano perdere di efficacia in un contesto che sta mutando. Quelle modalità d’interazione che si sono trasmesse di generazione in generazione vacillano, le stesse credenze che hanno guidato per tanto tempo i singoli componenti appaiono ormai inadatte.

I cambiamenti alterano l’equilibrio e creano una confusa sofferenza. Vecchi problemi mai affrontati, il non detto, i segreti, i vissuti passati che hanno scavato fossati rancorosi tra i componenti riaffiorano, si risvegliano dal torpore di rimozioni, razionalizzazioni, negazioni e altre difese che hanno tutelato la forma, coprendo emozioni mai espresse, mai regolate, mai gestite.

Ed ecco che all’improvviso emerge un’emotività espressa dirompente. La temperatura emotiva del contesto familiare si alza. Rivela la mancanza d’affetto o viceversa un’attenzione invadente. L’ipercriticismo di Mattie verso Little Charles o di Violet nei confronti di Barbara, l’atteggiamento di ostilità di quasi tutti i membri della famiglia ne rappresentano una parte. L’altra parte è espressa dall’ipercoinvolgimento emotivo e dall’autosacrificio di Ivy, dalla drammatizzazione di Violet e di Caren. Le accuse reciproche, la ricerca di colpe e di responsabilità, le aspettative deluse, la rigidità dei comportamenti che non tengono conto delle esigenze e dei bisogni degli altri, un cinismo esasperato e la caccia spietata al capro espiatorio punteggiano tutta la narrazione.

Ogni emozione, ogni ricordo, ogni dettaglio della vita dei protagonisti, anche quelli taciuti e mantenuti nascosti per tanto tempo è rappresentato in tutta la sua drammaticità. Ognuno ha il suo dolore, il suo segreto, le sue bugie, la sua diffidenza in un contesto familiare disfunzionale in cui gli abusi si perpetuano di generazione in generazione. E tutto si palesa in una comunicazione farcita da insulti verbali anche violenti.

 Indicazioni per l’utilizzo

La storia familiare di ogni individuo è la storia del processo di formazione di rappresentazioni soggettive e familiari insieme.  L’eredità culturale che ci lascia è fatta di scopi e credenze che si modificano attraverso l’elaborazione dei vissuti personali, che si ancorano al passato per dare origine a sintesi nuove. Spesso l’ancoraggio è così forte che è difficile se non impossibile staccarsi da piani di vita pervasivi e inflessibili che in un contesto mutato continuano a riprodursi in modo disfunzionale.

La conoscenza allora del contesto d’apprendimento è utile perché il paziente possa distanziarsene criticamente per navigare lungo rotte più originali e personali, funzionali alle proprie mete.

La co-costruzione di una nuova trama narrativa che ripercorre le tappe di una storia di generazioni, non è un’operazione in cui il terapeuta si pone in una posizione neutrale, ma agisce e attiva un gioco di finzione e il film può in questo senso essere molto utile.  In sostanza, si opera in un contesto evolutivo, dove il soggetto può mantenere il funzionale di ciò che le generazioni passate gli hanno trasmesso e cambiare ciò che è diventato maladattivo.

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RUBRICA CINEMA & PSICOTERAPIA

 

BIBLIOGRAFIA:

I bambini con lieve ritardo mentale potrebbero essere dei testimoni affidabili

Vanessa Smiedt

FLASH NEWS

Un nuovo studio ha dimostrato che i bambini con lieve ritardo mentale descrivono le loro esperienze in modo veritiero tanto quanto i bambini con sviluppo tipico, soprattutto quando vengono intervistati in prossimità all’evento.

I bambini con ritardo mentale hanno un rischio maggiore di subire maltrattamenti. Essi possono essere considerati testimoni validi?

Un nuovo studio ha dimostrato che i bambini con lieve ritardo mentale descrivono le loro esperienze in modo veritiero tanto quanto i bambini con sviluppo tipico, soprattutto quando vengono intervistati in prossimità all’evento. Anche i bambini con più gravi deficit cognitivi possono fornire informazioni valide ma in misura minore a quelli con sviluppo tipico.

Lo studio è stato condotto dai ricercatori dell’ Università di Lancaster in Gran Bretagna. Alla ricerca hanno preso parte 196 bambini di scuole inglesi dai 4 ai 12 anni (dai 7 anni per i bambini con capacità cognitive inferiori). La metà dei bambini sono stati intervistati per la prima volta 6 mesi dopo l’avvenimento di un episodio. I rimanenti sono stati intervistati sia una settimana dopo, sia dopo 6 mesi. I bambini sono stati valutati tramite 4 subtest e la WIPPSI-III e i bambini con ritardo mentale sono stati suddivisi, in base al QI, in ritardo mentale lieve o moderato.

Gli eventi si presentavano in classe e prevedevano attività legate alla salute e alla sicurezza. Le interviste iniziavano con domande molto ampie permettendo una libera rievocazione degli eventi per poi approfondire la rielaborazione attraverso domande specifiche.

Ricerche precedenti hanno suggerito che una precoce intervista, in particolare una che prevede una rielaborazione completa dell’evento, può attivare i ricordi dell’esperienza originale e rafforzare la memoria nel tempo (Pipe, Sutherland, Webster, Jones, La Rooy, 2004; Salmon, Pipe, 2000). Il presente studio dimostra che lo stesso vale per i bambini con ritardo mentale lieve, infatti il gruppo che è stato intervistato in prossimità all’evento e una seconda volta dopo 6 mesi ha riportato più informazioni ed erano più accurati e meno suggestionabili.

I risultati suggeriscono che per tutti i bambini, a prescindere dalle capacità cognitive, la testimonianza oculare richiede una serie di abilità specifiche (ad esempio, reperimento di informazioni durante l’intervista e non suggestionabilità rispetto alle domande). Come per i bambini con sviluppo tipico, si è rilevata una notevole variabilità all’interno dei gruppi di bambini con ritardo mentale indicando che la funzione cognitiva da sola non è sufficiente a spiegare le prestazioni di richiamo.

Possiamo concludere che questi bambini potrebbero essere considerati utili informatori e testimoni e quindi i tribunali dovrebbero prendere più seriamente le prove fornite da bambini con difficoltà cognitive.

È importante però sottolineare la necessità per gli intervistatori di dare la priorità a domande aperte poiché sia i bambini più piccoli con sviluppo tipico che quelli con ritardo mentale erano più sensibili a un interrogatorio con domande specifiche e fuorvianti.

 

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Snoopy e l’insuccesso: riconoscere i propri limiti – Peanuts (03)

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_RUBRICA  (03) 

 

 Il bracchetto Snoopy, dalla mente audace e sognatrice, porta avanti con ammirevole costanza il grande sogno di diventare scrittore, nonostante le continue risposte di rifiuto da parte degli editori. Sebbene la perseveranza sia un ingrediente indispensabile per il raggiungimento di una meta, questa divertente striscia evidenzia una verità indiscutibile, ovvero che non basta credere in un sogno per far sì che si realizzi.

Snoopy riconoscere i propri limiti - PEANUTS Nr. 03

Le correnti culturali che spingono alla ricerca della gratificazione personale nel successo rischiano di ridurre la visione critica rispetto alle proprie capacità, di minimizzare l’importanza dello sforzo in termini di faticoso esercizio e di creare un falso ideale di sé.

E’ invece utile mantenere uno sguardo realistico sulle proprie potenzialità e tarare gli obiettivi rispetto agli strumenti a disposizione, sia personali che ambientali, senza cadere nella trappola del giudizio globale sul proprio valore personale:

se non sono abile come scrittore, non significa che io sia un incapace o un fallito.

Snoopy si protegge inconsapevolmente dalla minacciosa possibilità di vedere infranto il suo sogno, attraverso quello che Fritz Heider chiama Self-Serving Biases (Heider, 1958), detto anche bias al servizio del sé.

E’ una distorsione cognitiva che consiste nella tendenza generalizzata ad attribuire il successo a se stessi e a negare la responsabilità dell’insuccesso o ad attribuirla ad altri. In questo caso, la mente di Snoopy mette in atto un bias di auto-protezione per la gestione dell’insuccesso, finalizzata a evitare la frustrazione e a soddisfare il bisogno di auto-valorizzazione.

Un intervento psico-educativo utile per Snoopy potrebbe essere quello di abbassare le aspettative di successo, rivolgendosi ad esempio a un pubblico più modesto (gli amici o il giornale del paese), seguire dei corsi per imparare le tecniche di base, confrontarsi con altri scrittori e imparare a mantenere un occhio critico costruttivo rispetto ai propri limiti e alle proprie capacità.

 

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Into the woods: brevi riflessioni nel bagliore della luna blu

Katiuscia Morelli

Into the woods ovvero nel bosco, luogo che fa da sfondo all’intreccio di più fiabe in cui i protagonisti, per realizzare i propri desideri ed arrivare ai propri obiettivi, devono appunto attraversare il bosco. Quattro storie nella Storia che rappresenta un’allegoria della vita con gioie, lotte, fughe, imprevisti e momenti di dolore.

 Ma partiamo dall’inizio, dalla fatidica frase I wish (io desidero) che accomuna tutti i personaggi che sognano di cambiare la propria sorte: c’erano una volta un fornaio e sua moglie che non potevano avere bambini; una ragazza orfana ridotta a sguattera dalla propria matrigna e dalle sorellastre; un ragazzo e sua madre la cui unica ricchezza è una mucca che non dà latte; e una bimba con una mantella rossa e tanta fame di dolci, di pane e di conoscenza …

Ne nasce un canto in cui i pensieri vengono esplicitati attraverso le parole, come in una sorta di rito propiziatorio che ricorda la prima Cenerentola disneyana che cantava i sogni son desideri di felicità … tu sogna e spera fermamente, dimentica il presente e il sogno realtà diverrà.

Ebbene ecco sulla scena comparire la possibilità di realizzare quanto agognato sotto le spoglie di una strega diventata brutta in seguito ad un incantesimo. Derubata e disperata si vendica gettando un maleficio sulla famiglia del fornaio ignaro di tutto.

Ma una luna blu che compare solo ogni mille anni può sciogliere il maleficio della strega e quello del fornaio e di sua moglie, conditio sine qua non è che i due coniugi dovranno procurarsi una mucca bianco latte, una mantella rossa, una scarpetta d’oro e capelli biondi entro la mezzanotte del terzo giorno.

D’altronde nulla si ottiene senza sacrificio e dunque ecco che i nostri personaggi entrano nel bosco per cercare tutto ciò di cui hanno bisogno, il loro obiettivo è chiaro così come è chiaro che l’alleanza per un desiderio comune porta più facilmente al compimento dello stesso. A rendere la ricerca ancora più affannosa è la figura della strega, la paura e l’ansia che in giuste dosi diventano attivanti e ci rendono più lucidi.

Ma nel bosco molte cose verranno imparate …

Cappuccetto Rosso capirà a sue spese che le raccomandazioni di un adulto competente sono importanti per non portarci fuori dal sentiero dell’amore per sé stessi e che conoscere è fondamentale per scegliere ma che la responsabilità della scelta invero è solo nostra.

Cenerentola apprenderà dopo una serie di rapporti negativi che nelle relazioni non conta solo lo strenuo corteggiamento di un principe narcisista educato ad essere affascinante, non sincero ad ottenere e non a condividere. Ripartirà da sé stessa e dalla propria identità per avere la possibilità di fidarsi di nuovo, senza per questo affidarsi completamente ad altri e alle caratteristiche che altri hanno voluto affibbiarle, ricercando la forza proprio nella cenere.

Il fornaio e sua moglie impareranno ad apprezzare la complicità di una coppia forse troppo logora da un desiderio non realizzato per fermarsi ad apprezzare ancora l’odore del pane appena sfornato e la dolcezza dei biscotti che chi non ha, anela tanto.

 Ma il bosco offrirà loro la possibilità di incontrare le proprie paure, gli errori dei padri, e soprattutto la rigidità del giudizio morale verso sé stessi e gli altri che spesso porta a punire e punirsi senza cercare un compromesso con il proprio passato, la propria educazione, al fine di costruire un’alternativa.

Anche Il ragazzo costretto a vendere la propria mucca disobbedirà alla raccomandazione della madre, come in una profezia che si auto avvera mostrerà di non essere all’altezza del compito assegnatogli così che quel giudizio espresso dal genitore così tante volte e con così tanta convinzione, risulterà vero. Il riscatto sarà arduo e porterà alla rottura degli antichi schemi, non senza grande dolore. Il perdono, visto come nuovo inizio e come possibilità di incanalare in modo creativo la rabbia chiude gli intrecci cui la strega aveva dato inizio.

La strega, dal suo canto, rappresenta il perturbante, la parte irrazionale, che se non integrata può boicottarci, può togliere e non dare, può tenerci imprigionati in una torre senza porte o farci precipitare in un burrone …

Nell’introduzione a Il femminile nella fiaba, M.L. von Franz scrive che

in origine e sino al diciassettesimo secolo circa soprattutto gli adulti erano interessati alle fiabe. Poi lo sviluppo di una visione razionale della vita e il conseguente rifiuto dell’irrazionale portarono a considerare le fiabe come assurdi racconti di vecchie, adatti soltanto a divertire i bambini…

Di certo into the woods ci porta nella foresta dell’inconscio per riconoscere e conoscere limiti, paure, angosce e desideri da affrontare con occhi di bambino e sguardo di adulto.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Marie Louise von Franz, M. L. (1983). Il femminile nella fiaba. Bollati Boringhieri 
  • Lorenzini R., Sassaroli S. (2000). La mente prigioniera. Raffaello Cortina

 

Shopping compulsivo – Introduzione alla Psicologia Nr. 13

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (13)

 

 

Lo shopping compulsivo diventa compensatorio di qualcosa che manca, non materiale ma emotivo. Quindi, andrebbe a soffocare uno stato emotivo negativo che tendenzialmente ha a che fare con la sfera depressiva e di cui il paziente non è conscio. 

 

Kraepelin la chiamava oniomania, al secolo shopping compulsivo o impulso patologico a comprare. Di cosa si tratta?

Esso consiste nel comprare oltre misura, ma ciò che differenzia questo comportamento dalle normali spese, che tutti comunemente eseguiamo, è la necessità di dover comprare a tutti i costi qualcosa, altrimenti si generano una serie di paure patologiche che portano a uno stato di malessere.

Quindi, la linea che divide lo shopping normale dal compulsivo risiede proprio nella patologia data dell’atto del comprare.

In questo caso, lo shopping diventa compensatorio di qualcosa che manca, non materiale ma emotivo. Quindi, andrebbe a soffocare uno stato emotivo negativo che tendenzialmente ha a che fare con la sfera depressiva e di cui il paziente non è conscio.

Dopo aver acquistato si prova una sorta di piacere, benessere, che presto è sostituito dal doloroso senso di colpa di aver speso gli ennesimi soldi, derivante, a sua volta, dalla mancanza di controllo che porta all’agito compulsivo.

Gli shopper compulsivi sostengono di essere invasi dall’ urgente bisogno da fare propria quella cosa, a questo punto sono letteralmente costretti a passare all’atto perché lo stimolo è percepito come irrefrenabile e intrusivo. Questa spinta incontrollabile all’acquisto, tipica dei compratori compulsivi, è stata definita ‘buying impulse‘, ed una tendenza distruttiva invalidante, generata da un bisogno urgente che preme per essere soddisfatto.

I compratori compulsivi acquistano ripetutamente oggetti per porre fine, temporaneamente, a una mancanza che non sarà mai pienamente soddisfatta poiché non è sostituibile con qualcosa di materiale.

Questo disturbo somiglia per molti versi ad altre forme di dipendenza, per questo sono presenti fenomeni di craving (incapacità di controllare l’impulso che porta al comportamento patologico), di pensiero desiderante (prefigurarsi la soddisfazione proveniente dall’acquisto), di tolleranza (che porta i soggetti ad aumentare progressivamente la quantità di oggetti da comprare), e di astinenza (le crisi a cui si va incontro quando è impossibilitato nell’acquisto).

Lo shopping compulsivo ha gravi ripercussioni sulla vita sociale, lavorativa, familiare e coniugale, oltre alle inevitabili perdite finanziarie e all’importante portata di ansia, che deriva dall’irrefranibile voglia di acquistare, di depressione e di perdita quando si scopre che si è in preda a una perdita di controllo.

Liberarsi dalla dipendenza da shopping è possibile grazie a un percorso terapeutico che aiuti a tenere sotto controllo i comportamenti problematici e li riduca nel tempo, fino a farli scomparire.

 

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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L’anoressia nervosa e il controllo dell’appetito: la fame che non motiva a mangiare

Le persone affette da Anoressia Nervosa, nonostante la fame, sono in grado di ignorare le ricompense connesse con il cibo. 

La maggior parte delle persone, indipendentemente dal loro peso, sono in grado di controllare l’assunzione di cibi grassi ad alto contenuto calorico. Tuttavia, nonostante le migliori intenzioni, quando arriva il momento di prendere una decisione, la vista del cioccolato o di un ottimo dolce diventa troppo eccitante e l’autocontrollo viene meno. Questo comportamento è piuttosto normale in quanto la fame aumenta l’intensità della ricerca di ricompense alimentari. Tuttavia, le persone affette da Anoressia Nervosa, nonostante la fame, sono in grado di ignorare le ricompense connesse con il cibo. 

In un recente studio realizzato da Christina Wierenga, Walter Kaye e colleghi, pubblicato nella nota rivista Biological Psychiatry, vengono messi in luce i meccanismi celebrali che potrebbero giocare un ruolo importante negli alterati pattern alimentari dell’Anoressia.
Gli autori hanno analizzato i comportamenti di reward connessi con la fame e la sazietà in un campione di 23 donne guarite dall’Anoressia Nervosa (campione clinico) e 17 soggetti sani (campione di controllo).

I risultati hanno mostrato come le donne sane, quando hanno fame, mostrano un aumento dell’attività della parte del cervello che le motiva a ricercare la ricompensa, mentre tale attivazione non si osserva nel campione clinico. Quest’ultimo mostra invece una aumentata attivazione del circuito cognitivo di controllo senza riguardo per lo stato metabolico (fame o sazietà).

Quindi ciò che emerge dallo studio è che le donne che hanno sofferto di Anoressia Nervosa mostrano due diversi modelli di cambiamento nel circuito cerebrale che possono contribuire alla loro capacità di sostenere l’ evitamento del cibo.
In primo luogo la fame non aumenta il coinvolgimento dei circuiti di reward e motivazione nel cervello. Questo potrebbe proteggere i pazienti affetti da anoressia dalla fame stessa. In secondo luogo è emersa una aumentata attivazione dei circuiti di “auto-controllo” nel cervello, il che rende le “ex pazienti” più capaci di tollerare lo stimolo a mangiare.

Questo studio quindi supporta la letteratura che concepisce l’Anoressia Nervosa come un disturbo neurobiologicamente mediato: le persone che hanno sofferto di Anoressia Nervosa sono meno sensibili alla ricompensa e alla spinta motivazionale della fame. In altre parole quindi la fame non le motiva a mangiare.
Questi risultati, oltre alla loro valenza nel migliorare la comprensione del funzionamento celebrale nell’anoressia, hanno delle implicazioni importanti anche da un punto di vista terapeutico. Inoltre, poiché questi stessi circuiti e processi sembrano essere impegnati ‘al contrario’ per l’obesità,essi possono essere anche di importante valore nella comprensione di questa patologia alimentare.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il vaccino MPR possibile causa dell’Autismo? Le risposte di uno studio americano

FLASH NEWS

La ricerca ha nuovamente smentito l’idea che ricevere una o due iniezioni possa causare un aumento del rischio di autismo. Tutto ciò dimostra che non esiste nessuna associazione tra il vaccino MPR e l’insorgere di patologie dello spettro autistico e fa si che anche questo studio si ponga in linea con quelli precedenti che hanno riportato dati di questo tipo in altre popolazioni.

Il vaccino MPR è un vaccino trivalente di immunizzazione contro il morbillo, la parotite e la rosolia che normalmente è somministrato in due dosi, la prima tra 12 e  15 mesi e la seconda tra 4 e 5 anni. Nonostante le ricerche degli ultimi 15 anni non abbiamo mai riscontrato una correlazione o un legame causale tra il vaccino MPR e i disturbi dello spettro autistico, è opinione diffusa che l’aver ricevuto iniezioni del vaccino MPR possa significativamente aumentare il rischio di patologie di questo tipo.

A fronte quindi di dati che sottolineano come il tasso di diffusione dei disturbi dello spettro autistico non differisca tra i bambini che hanno ricevuto il vaccino e quelli che non sono stati sottoposti alle iniezioni, l’idea di un nesso tra i due aspetti è ancora sostenuta. Ciò è vero in particolare per i genitori che hanno già figli autistici i quali, in seguito anche all’evidenza che i secondogeniti presentano un rischio genetico maggiore di sviluppare un disturbo dello spettro autistico rispetto alla popolazione generale, tendono a limitare le vaccinazioni per i loro bambini più piccoli.

Lo studio in questione ha considerato 95 727 bambini americani, confrontando quelli che hanno un fratello maggiore affetto da patologie dello spettro autistico con quelli che hanno un fratello maggiore che non presenta il disturbo.

I risultati hanno dimostrato che la maggior parte dei bambini ha un fratello maggiore non affetto (93 798), mentre solo una piccola parte del campione è rappresentato dai bambini che hanno un fratello maggiore con autismo (1 929). La percentuale dei bambini con fratello affetto che a loro volta hanno ricevuto una diagnosi di autismo è maggiore rispetto a quella dei bambini con diagnosi di disturbo dello spettro autistico ma con fratello sano (ciò potrebbe supportare anche il ruolo che i fattori genetici ricoprono nell’etiologia dei disturbi dello spettro autistico). Inoltre, e questo è il dato più significativo, i tassi di iniezione del vaccino MPR, sia alla prima che alla seconda vaccinazione, sono più bassi nel caso dei bambini che hanno un fratello con autismo e maggiori per quelli con fratello non affetto.

La ricerca ha infine smentito anche l’idea che ricevere una o due iniezioni possa causare un aumento del rischio di autismo. Tutto ciò dimostra che non esiste nessuna associazione tra il vaccino MPR e l’insorgere di patologie dello spettro autistico e fa si che anche questo studio si ponga in linea con quelli precedenti che hanno riportato dati di questo tipo in altre popolazioni.

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Disturbi alimentari & difficoltà economiche: quale legame?

Lo studio evidenzia una correlazione tra un’attitudine estrema verso il cibo e il mangiare e difficoltà finanziarie a breve termine per le studentesse femmine, suggerendo l’esistenza di un circolo vizioso.

Affrontare difficoltà economiche durante l’università può aumentare il rischio nelle studentesse di sesso femminile di sviluppare un Disturbo Alimentare, in accordo con una recente ricerca dell’Università di Southampton e Solent NHS Trust.

Al contrario, lo studio mostra che il fatto di avere un’attitudine estrema verso il cibo e il mangiare predice difficoltà finanziarie a breve termine per le studentesse femmine, suggerendo l’esistenza di un circolo vizioso.
In altre parole attitudini negative verso il cibo aumenterebbero il rischio di difficoltà finanziarie nel breve termine, e queste difficoltà potrebbero a loro volta esacerbare le attitudini alimentari negative nel lungo termine.

La ricerca, pubblicata nell’ International Journal of Eating Disorders, ha inoltre analizzato la relazione tra lo status socioeconomico e le attitudini alimentari, mostrando come siano più frequenti le attitudini alimentari negative nelle donne provenienti dalle famiglie meno ricche.
Circa 400 studenti universitari provenienti da diverse facoltà della UK hanno completato una indagine relativa al benessere familiare, recenti difficoltà economiche e attitudini verso il cibo e il magiare, attraverso l’uso dell’ Eating Attitudes Test (EAT). Questo strumento chiedeva ai partecipanti di rispondere a domande quali “mi sento estremamente colpevole dopo che mangio”, “ sono preoccupato dal pensiero di essere più magro” o “ho l’impulso di vomitare dopo che mangio”. Punteggi elevati a questa scala indicavano estreme attitudini alimentari e la potenziale presenza di un disturbo alimentare.

Ogni studente ha completato la ricerca 4 volte, ad intervalli di 3-4 mesi l’una. I principali risultati sono stati i seguenti:
* un elevato livello di difficoltà finanziarie nella prima somministrazione del test era associato con più gravi attitudini verso il cibo e il mangiare nella terza e quarta somministrazione del test;
* una minore ricchezza familiare registrata nella prima somministrazione del test era associata con più elevati punteggi all’EAT nell’ultima somministrazione del test;
* più elevati punteggi all’EAT alla prima somministrazione predicevano un aumento delle difficoltà economiche nella seconda somministrazione.

I risultati indicano quindi l’esistenza di una relazione tra la situazione finanziaria e i disturbi alimentari nelle donne, ma non negli uomini. È possibile infatti che coloro che sono più a rischio di sviluppare un disturbo alimentare percepiscano un minor controllo sugli eventi della loro vita, quali ad esempio la situazione finanziaria, e possano quindi restringere la loro alimentazione al fine di esercitare controllo in altre aree della loro vita. Future ricerche sono però necessarie al fine di approfondire il legame esistente tra disturbi alimentari e status finanziario.

 

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Burnout e insegnamento: come combattere lo stress dell’insegnante

Burnout: definizione e caratteristiche

Con il termine burnout (in inglese bruciato, fuso) si indica una condizione di stress lavorativo protratto e intenso che determina un logorio psicofisico ed emotivo, cui seguono demotivazione, svuotamento interiore, disinteresse e senso di inefficacia per l’attività lavorativa (con riduzione della produttività).

Particolarmente diffusa nelle professioni sanitarie ed educative (infermieri, medici, insegnanti), presenta numeri preoccupanti nel nostro Paese. Una ricerca condotta dal Comune di Milano per i casi di inabilità al lavoro, nel periodo 1992/2001, ha mostrato che, su oltre 3000 persone, le più colpite sono le insegnanti, con una frequenza doppia di patologia psichiatrica rispetto ad altre categorie (Lodolo D’Oria, e coll., 2002).

I tipici sintomi del burnout interessano diversi livelli, da quello cognitivo a quello fisiologico.
Sintomi cognitivo/emotivi. Scoraggiamento, difficoltà di concentrazione, incubi notturni, irritabilità, sensi di colpa e fallimento (sia nella sfera professionale che privata), distacco emotivo (indifferenza verso gli utenti), cinismo, trascuratezza degli affetti e delle relazioni, iperinvestimento sul lavoro, che diventa il centro della propria vita, anche a dispetto dell’esaurimento delle energie. Esempi di distacco psicoemotivo in ambito scolastico riguardano l’adozione di forme d’insegnamento esclusivamente tradizionali, l’applicazione non flessibile della programmazione, l’attribuzione del fallimento scolastico dell’alunno al suo scarso impegno, a modeste capacità intellettive o alla famiglia e al ceto sociale di appartenenza, e l’abbandono di strategie didattiche quali il recupero individualizzato.
Sintomi comportamentali. Assenteismo, mancanza di iniziativa, aggressività verso gli utenti, aumento dei comportamenti di dipendenza (caffè, fumo o farmaci, con il serio pericolo di sviluppare malattie psichiatriche, come depressioni gravi).
Sintomi fisici. Disturbi intestinali (gastrite, stitichezza), senso di debolezza, emicrania, allergie e asma, insonnia, inappetenza. 
Chi soffre di burnout vuole dimostrare le proprie capacità a tutti i costi, ma nutre profonda sfiducia in se stesso, e spesso non si rende conto che il logoramento di cui è vittima gli imporrebbe di riposarsi e pensare al proprio benessere.

 

Fattori di rischio e fattori protettivi nel burnout

Recentemente, l’Inail – Dipartimento di medicina del lavoro – ha pubblicato una scheda su Burnout e insegnamento dove vengono affrontate le tematiche inerenti ai fattori di rischio e alle strategie per contrastare il burnout a scuola.
Fattori di rischio. Tra i fattori predisponenti a carattere individuale troviamo un’eccessiva dedizione al sacrificio, il bisogno di affermazione attraverso il lavoro (a discapito della vita privata), problematiche familiari o relazionali e la scarsa tolleranza dello stress. Esistono molteplici cause di carattere organizzativo, come le condizioni di lavoro (classi numerose, carenza di attrezzature), l’organizzazione scolastica (eccessive pratiche burocratiche, carenza di percorsi di aggiornamento significativi) e le “politiche” scolastiche (limitata possibilità di carriera, retribuzione insoddisfacente, precarietà e mobilità).
Fattori protettivi. All’interno della gamma degli “ammortizzatori” del burnout si possono citare le relazioni familiari solide e che offrono una rete di sostegno emotivo adeguata, il genere (le donne possiedono maggiori risorse emotive) e l’età di servizio (gli anziani hanno più esperienza lavorativa e strumenti per affrontare situazioni stressogene). Altre condizioni favorenti sono il supporto di colleghi e il livello di autoefficacia percepita, attraverso il riconoscimento del proprio lavoro da parte di superiori e utenti.

 

Burnout: Trattamento e strategie didattico-organizzative 

La terapia cognitivo-comportamentale per il burnout

Nell’ ottica cognitivo-comportamentale, i pensieri che assorbono la vittima di burnout ruotano intorno a due convinzioni “l’utente è ingrato, insensibile ai miei sforzi di aiutarlo”, ma anche “sono abbandonato dall’azienda, non riconoscono i miei sforzi, e quindi mi sento inutile”.
Questo atteggiamento mentale determina risposte emotive e comportamentali di aggressività, che si alternano a disperazione e inutilità, “non riesco a raggiungere i miei obiettivi, devo impegnarmi di più”. L’obiettivo del trattamento è cambiare questo modo di pensare per ridurre l’intensità delle emozioni negative (e della conseguente tensione corporea) e creare un clima sereno e produttivo all’interno dell’ambiente lavorativo.

Una pratica ampiamente usata per contrastare gli effetti di pensieri ed emozioni frustranti è la Mindfulness, tecnica meditativa che si fonda sulla presa di coscienza (consapevolezza) delle sensazioni presenti che vengono accettate, senza giudizio, senza valutazioni, nel loro “naturale fluire” (Harris, 2009). Si impara a vivere nel presente, senza colpevolizzarsi per il passato né temendo il futuro, con benefici su molti disturbi emotivi e fisici, tipici del burnout (disturbi del sonno, cefalee, dolori muscolari, ansie, depressioni, paura del fallimento) (Gilbert, 2005).

Per migliorare i rapporti con colleghi, superiori e allievi a scuola, è utile apprendere tecniche di assertività, abilità che serve a contrastare sia la tendenza alla passività “non sono in grado di aiutare nessuno” sia cinismo e aggressività, apprendendo a rispondere a richieste eccessive con chiarezza, calma e salvaguardando il rapporto di fiducia con l’utenza e l’immagine lavorativa.

Fulcro della terapia è la ristrutturazione cognitiva dei pensieri depressivi del tipo “l’alunno non apprende, sono un incompetente” con pensieri più razionali e positivi sul tono dell’umore come “farò del mio meglio con i mezzi a mia disposizione”. La collaborazione con i colleghi è poi fondamentale per sfogare le proprie frustrazioni e preoccupazioni e diminuire il peso delle responsabilità. A questo fine il supporto dato da gruppi di sostegno con altre persone che vivono la stessa condizione di logoramento, e la vicinanza dei familiari, evitano il sovraccarico di ansie e tiene lontani da comportamenti dannosi per sé e gli altri.

Mettere in primo piano i propri bisogni (coltivando hobby e interessi o riprendendo i contatti sociali che si erano persi concentrandosi troppo sul lavoro), servirà a non logorare le energie indispensabili per curare le persone che chiedono a loro volta aiuto.

Ad oggi sul burnout è possibile intervenire con ottimi risultati, ma è necessario rendersi conto che continuare a negare le proprie necessità primarie (riposo, svago, tranquillità) porta solo all’autodistruzione e che si ha urgente bisogno di aiuto per cambiare stile di vita e far riemergere il rispetto per sé, l’ottimismo, la gioia di vivere.
Uscire dal burnout è possibile, quindi, attraverso il controllo sulle proprie priorità di vita, sulle proprie emozioni e l’impegno per la riorganizzazione di un ambiente di lavoro in cui siano chiari ruoli, compiti da svolgere, aspettative realistiche di miglioramento delle difficoltà degli utenti, così da non superare i limiti personali ed esaurire le proprie energie interiori.

 

Prevenzione del burnout: Strategie professionali

Tra le strategie personali/professionali suggerite nel documento INAIL (Petyx, S. e coll., 2012) e che ogni insegnante può adottare troviamo:
– Considerare gli insuccessi lavorativi come momenti transitori e costruttivi.
– Creare una rete sociale all’ interno della scuola per migliorare la comunicazione all’ interno del contesto lavorativo.
– Individuare fonti di soddisfazioni e gratificazioni anche esterne al contesto lavorativo.
– Formulare al dirigente proposte per ottimizzare alcuni aspetti critici a livello organizzativo, insieme ad altri colleghi che sperimentano le stesse difficoltà.

Compiti dell’organizzazione scolastica

Secondo l’art. 6 dell’Accordo Europeo sullo stress lavoro-correlato dell’8 ottobre 2004, spetta al datore di lavoro stabilire misure adeguate per la prevenzione e la riduzione dello stress, e attuarle con la partecipazione dei lavoratori e/o dei loro rappresentanti, lungo tre direzioni:
1. Area gestione e comunicazione. Assicurare ascolto (valorizzare proposte, risorse umane e professionali) e sostegno (incoraggiamento a manifestare il disagio legato a fattori organizzativi, senza colpevolizzare l’insegnante), una maggiore flessibilità nell’applicazione di norme.
2. Area formazione. Stimolare la consapevolezza degli insegnanti rispetto ai motivi scatenanti dello stress, aiutarli a comprenderne le cause (screening dei vari fattori probabili) e il modo in cui affrontarlo (tecniche di gestione dello stress).
3. Informazione e consultazione dei lavoratori. Sottolineare le effettive risorse dell’organizzazione scolastica, coinvolgere i docenti nelle decisioni (gestire le criticità in team).

 

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Milano tra tradizione e innovazione, tra libertà e violenze

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato su Linkiesta del 3/05/2015

 

È tempo di parlare bene di Milano, dopo le violenze di venerdì pomeriggio. È tempo di parlare di una città accogliente e aperta, come raccontò per anni Gaetano Afeltra sul Corriere della Sera con saggia ingenuità, parlando dei suoi sogni di giovane ambizioso proveniente da Amalfi, sogni che a Milano poterono realizzarsi senza dover soffrire l’usuale prezzo dell’emigrante: lo sradicamento, l’esclusione, la solitudine. A Milano, per fortuna, c’è tutta l’Italia e trovi sempre persone con le quali puoi ricreare il meglio della tua regione di provenienza, lasciando alle spalle le ristrettezze della vita di provincia.

Invece di Milano ci lamentiamo sempre, costantemente, crogiolandoci in un’eterna scontentezza, in un eterno e malmostoso rimuginio. Che va bene, la scontentezza è il sale della libertà, quando non sconfina nell’invocazione a buon mercato della violenza. È l’eterno rischio di degenerazione dello spirito critico in spirito autodistruttivo.
È vero: Milano non ti fa innamorare. Non ha il fascino della storia che avvolge Roma, Venezia o Firenze. Precocemente occupata dagli stranieri fin dal ‘500, è rimasta per secoli provincia spagnola e austriaca senza una signoria locale che la ingombrasse di monumenti come Mantova o Ferrara. Questo è stato anche un vantaggio: le ha consentito uno sviluppo moderno con viali e parchi e linee metro che non devono fare i conti con mille rovine del passato. Però i suoi viali non hanno la monumentalità di quelli di Parigi.

Milano non ha nemmeno il fascino metropolitano di New York. Il suo centro storico, stretto nel perimetro circolare delle mura medievali, è piccolo e conserva le proporzioni umane della città comunale, del borgo italiano. E nemmeno questa misura è però sentita un pregio, dato che toglie a Milano la disumanità sradicata della grande metropoli, della giungla urbana.
Oltre le mura medievali si stende la cerchia intermedia che arriva alle mura spagnole zeppa di palazzi umbertini, liberty o in stile “novecento” che non ti abbagliano e che sei portato a sottovalutare, come un po’ tutte le cose di Milano. A me piacciono il novecento della Torre Rasini al 61 di Porta Venezia e il liberty della Casa Galimberti al 3 di via Malpighi. Ma al giorno d’oggi è sufficiente cliccare wikipedia per avere un elenco completo dei palazzi milanesi.

Non sono qui però per lodare l’architettura e la sottovalutata bellezza di Milano, cose di cui poco m’intendo. Posso però scrivere di come l’insoddisfazione verso Milano sia una forma -attenuata, come si conviene a Milano- del disagio della modernità. Disagio a tratti impalpabile, poiché è il disagio della mancanza di senso e di direzione. L’individuo lasciato a se stesso e alla propria libertà può rischiare di scoprire di non saper che farsene, di questa libertà. Liberato da significati e da direzioni un tempo opprimenti, può scoprire che un’esistenza laica e senza sensi prefabbricati da una tradizione può disorientare. Poco consola sapere che in passato tradizione e sacralità hanno servito troppo spesso il male e il delitto. Ancora oggi le civiltà ancora pervase dal senso del sacro non sono affatto un modello ideale, e anzi si macchiano di violazioni dei diritti umani, i più elementari. Ma la pochezza umana non ci consente di non sentire la mancanza dei lati positivi di quegli orizzonti così ricchi di senso.

Uno dei sogni dell’uomo moderno è la liberazione dal fardello dei ceppi sociali, dei limiti, delle convenzioni morali e religiose. Probabilmente questo spinse il giovane Afeltra a lasciare Amalfi negli anni ’30 e tentare la fortuna a Milano. Il problema è che poi iniziamo a sentire la mancanza di questo fardello. Anche dietro la più violenta protesta, come ad esempio quella dei black bloc, c’è una richiesta d’ordine. Si potrebbe dire che ogni rivoluzionario non è altro che un conservatore impaziente, un uomo d’ordine un po’ impulsivo. Per questo, sebbene i ribelli talvolta indulgano a leggere e ammirare Nietzsche, nessuno è disposto a seguirlo fino in fondo. Va bene il sì alla vita, ma la bestia bionda, per fortuna, non tenta nessuno. Si persegue allora un ribellismo moderato e una devastazione ragionevole, qualche auto bruciata e qualche negozio devastato, ma niente dei massacri rivoluzionari della prima metà del novecento.

E nemmeno il delirio giovanile e terroristico della seconda metà del secolo scorso. Tutto oggi sembra ridursi a un periodico incresparsi della superficie borghese, con qualche scontro in piazza a cura dei Black Bloc testimoniato da mille selfie immediatamente diffusi per il mondo su uno degli innumerevoli social network. Il tutto che si alterna a vacanze low cost, magari a Cuba, sognando una seconda vita.

So che rischio di banalizzare tutto. È che manca il pathos della distanza. Vedere queste micro-rivoluzioni sui mille media che oggi abbiamo a disposizione dà questa sensazione che nulla sia davvero serio. Vi è tutta una serie di studi sulla psicologia dei new media che dimostra come l’immediata disponibilità della notizia la banalizzi irrimediabilmente, trasformando il tutto in un gioco apparentemente innocuo. D’altro canto non è affatto detto che il borghese in pantofole che assiste dalle sue finestre ai disordini per le strade sia impaurito dai rivolgimenti sociali. Può anche condividerli e improvvisamente gettare a terra la sua zimarra e scendere sui marciapiedi a manifestare, nella sempre crescente confusione dei ruoli che è anch’essa molto milanese, se pensiamo alle manifestazioni degli anni ’70 del novecento, in cui davvero non si capiva mai chi fossero i borghesi e chi i ribelli. Oppure accentuare il desiderio d’ordine e indossare una camicia nera e recarsi alla milanesissima piazza San Sepolcro dove fu fondato il fascio primigenio: rivoluzione si, ma conservatrice. La psicologia dell’aggressività rimane un campo confuso.

Insomma, nella storia il milanese rimane un eterno scontento che vuole al tempo stesso l’ordine e il casino. Riprendendo la passeggiata interrotta a inizio articolo, dopo la Torre Rasini possiamo imboccare il Corso Venezia già amato da Stendhal (abitò al numero 51, oggi c’è una targa) e incontrare in successione Il Planetario e il Museo Civico di Storia Naturale. Dopo aver ammirato il neo-classico Palazzo Saporiti sormontato dalle statue degli dei olimpici inoltriamoci nei giardini intitolati a Montanelli, un altro eterno scontento, toscano e milanese. Oppure andare al Lorenteggio fino al numero 50 della via Giambellino al bar del Cerrutti Gino. Oggi si chiama bar Masuri ed è gestito da cinesi. Che non sia più il Bar Gino e che sia oggi dai fratelli Hu va benissimo ed è una cosa molto milanese: il passato è passato. E peraltro anche lamentarsi che non si chiami più Bar Gino è una cosa molto milanese. Basta non incendiare le auto. Poi, se proprio si vuole, c’è la salumeria di fianco gestita dal nipote di Gino, Ferdinando Fiamenghi, che tiene esposte coppe vinte a biliardo dagli amici di Gaber. Insomma, tradizione e innovazione.

 

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Tracce del tradimento Nr. 07: Il traditore distratto e il traditore abituale

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO 07

La ricerca di tracce è meno importante sia nei casi in cui immediatamente un errore è scoperto sia nei casi in cui a nessuno viene in mente che un tradimento sarebbe possibile, e così anche le tracce più evidenti non sono viste dal tradito.

In letteratura il problema delle tracce del tradimento è spesso raccontato come una svista, una distrazione.  Questo ovviamente è possibile, è possibile e forse abbastanza frequente che chi lascia tracce lo faccia soltanto perché, non volendo realmente farlo, si sbaglia. Il caso esiste ma è anche ai margini di questa serie di articoli.

Il traditore può essere un tipo che ha fatto le cose maldestramente e di fretta, è un tipo che non ha mai tradito e non sa tenere segreti. Oppure è un traditore abituale fin troppo fiducioso delle sue capacità di nascondere, è un tipo superficiale o disordinato. Oppure il cercatore è minuzioso ed estremamente perfezionista nella ricerca, nulla gli sfugge. Esistono situazioni in cui veramente ci si sbaglia e ci si trova a dover affrontare le conseguenze dei propri errori.

La ricerca di tracce è meno importante sia nei casi in cui immediatamente un errore è scoperto sia nei casi in cui a nessuno viene in mente che un tradimento sarebbe possibile, e così anche le tracce più evidenti non sono viste dal tradito.

Vi sono poi i traditori abituali dove il tradimento è nel patto. Vi sono coppie dove per anni il tradimento reciproco o di uno dei due fa parte del gioco. La coppia è aperta e piena di incontri con persone che vengono amate, usate, con cui ci si diverte spesso in modo esplicito e con leggerezza. Vi è crisi in queste coppie soltanto quando qualcuno infrange in modo arbitrario il patto del tradimento. In questi casi uno dei due partner mette in discussione improvvisamente il vecchio patto che contemplava la coabitazione con molte altre storie parallele e ritenute non importanti.

Accade a un certo punto che il patto vada in crisi, perché uno dei due si sente vecchio e decide la preferenza improvvisa per la tranquillità. Oppure per una conversione o per il mutare dei propri desideri.  O per un’improvvisa paura di essere abbandonato, o per la nascita inaspettata di una gelosia che prima non si conosceva. Oppure perché dopo tanti incontri sessualmente leggeri vi è all’improvviso l’incontro con  una persona di cui ci si innamora e che fa decidere per l’abbandono del vecchio partner di tante navigazioni a vista. Insomma tanti motivi che portano a mettere in discussione l’apertura della coppia come paradigma fondante.

La risposta può essere una ridefinizione del patto se entrambi sono d’accordo nel rimanere insieme o l’abbandono se uno dei due non vuole accettare una coppia monogama dopo tanti anni di abitudini diverse.

Questi casi sono lontani dal focus di questa nostra serie di articoli perché non riguardano le tracce dei tradimenti ma il problema, a volte doloroso, della necessità di cambiare le regole del gioco durante il gioco. La fase di mutamento delle regole è una fase burrascosa, ma non è affatto impossibile che porti alla condivisione con reciproca soddisfazione di regole e scopi condivisi nuovi. Il periodo della messa in discussione del vecchio patto è spesso un periodo molto doloroso e pieno di angoscia per il partner che subisce o non condivide il passaggio al nuovo statuto.

 

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I maggiori esperti di autismo sono i genitori?

Sabrina Guzzetti

FLASH NEWS

Quello che ricercatori e medici non hanno forse fino ad ora tenuto nella dovuta considerazione, tuttavia, è la possibilità di avvalersi di un consulto da parte di una speciale categoria di esperti: i genitori dei bambini.

Le manifestazioni cliniche del disturbo autistico si osservano entro i 3 anni di età, talvolta già a partire dal primo anno di vita, con un’alterazione a livello delle abilità socio-relazionali, della comunicazione e del comportamento. Nello specifico si osserva una generale indifferenza rispetto al contesto relazionale, una marcata difficoltà nel comprendere emozioni e punti di vista altrui e una scarsa iniziativa nei rapporti diretti, anche con i coetanei. I comportamenti emotivo-affettivi nei confronti degli stessi genitori sono tendenzialmente scarsi, per i quali viene sviluppato un attaccamento spesso instabile e frammentario, specie nei primissimi anni di vita.

Le alterazioni delle competenze comunicative si manifestano attraverso la presenza di disturbi molto diversificati tra loro per tipologia e gravità, accumunati quasi sempre da una generale mancanza di intenzionalità comunicativa. Anche il comportamento si mostra alterato, con la presenza di ripetitività, stereotipie, autolesionismo, attività ritualistiche, interessi ristretti, rigidità nelle abitudini, ansia e agitazione. La diagnosi di autismo è prettamente clinica, coadiuvata dall’utilizzo di specifiche scale di valutazione che consentono una valutazione delle tre aree disfunzionali descritte.

Poiché la tempestività della diagnosi è generalmente associata ad una migliore prognosi, la ricerca sull’autismo si è sempre più concentrata sull’identificazione dei sintomi precoci del disturbo, presenti sin dal primo anno di vita del bambino. Quello che ricercatori e medici non hanno forse fino ad ora tenuto nella dovuta considerazione, tuttavia, è la possibilità di avvalersi di un consulto da parte di una speciale categoria di esperti: i genitori dei bambini. Questo è ciò che emerge da uno studio canadese pubblicato lo scorso marzo sul Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, condotto da Lori-Ann Sacrey e Vickie Armstrong, entrambe collaboratrici dell’Autism Research Centre del Glenrose Rehabilitation Hospital.

In questo studio, che ha coinvolto circa 300 famiglie, sono state raccolte le preoccupazioni espresse dai genitori rispetto allo sviluppo dei figli durante i  primi due anni di vita, ed è stata indagata la loro relazione rispetto alla presenza o meno della formalizzazione di una diagnosi di autismo a 3 anni di età. Tali preoccupazioni potevano riguardare vari ambiti, come sonno, dieta, comportamento sensoriale e motorio, comunicazione, abilità sociali e gioco. Sono stati reclutati sia genitori di bambini considerati ad alto rischio di sviluppare autismo (perché aventi un fratello più grande con tale disturbo), sia genitori di bambini a basso di rischio.

I risultati dello studio hanno dimostrato che i genitori di bambini ad alto rischio di autismo, per i quali è poi stata effettivamente formalizzata la diagnosi, presentano già a 12 mesi maggiori preoccupazioni sia rispetto ai genitori di bambini a basso rischio, sia rispetto a genitori di bambini ad alto rischio che però non sviluppano il disturbo. Le preoccupazioni riguardanti il comportamento sensoriale e lo sviluppo motorio si sono mostrati predittori efficaci addirittura a soli 6 mesi di età.

Questo studio mette in luce quanto possa essere importante ascoltare i genitori e prendere in più che seria considerazione le loro preoccupazioni: quando si parla di figli, forse i maggiori esperti sono davvero loro.

 

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BIBLIOGRAFIA:

La torta al cioccolato: cibo per l’animo e la mente

Le quantità di serotonina più elevate si trovano nel cioccolato all’85% di cacao, dove la concentrazione di questa molecola è pari a 2,9 microgrammi per grammo. Le varianti contenenti dal 70 all’85% di cacao sono, invece, ricche di triptofano. In ogni grammo di uno di questi tipi di cioccolato si trovano ben 13,3 microgrammi di questo precursore dell’ormone del buonumore. Perciò chi mangia cioccolato non solo per deliziare il palato, ma anche per aumentare i livelli di serotonina, dovrebbe scegliere del fondente contenente almeno il 70% di cacao.

Gli studi condotti fino ad oggi indicano che l’assunzione quotidiana di 50 grammi di cioccolato fondente per 3 giorni riduce i sintomi dello stress, dell’ansia e della depressione. In generale, il consiglio più diffuso sembra essere quello di non farsene mancare circa 28 grammi al giorno. Attenzione, però: per ottenere i massimi benefici è meglio non accompagnarli con un bicchiere di latte, che ne annullerebbe l’effetto.

Questa una informazione facilmente reperibile nel web, il cioccolato ha un effetto antidepressivo. Bene. Che emozione ho quando assaggio del cioccolato? Il cioccolato mi dà sensazioni completamente diverse da tutti gli altri sapori dolci. A me commuove, fino alle lacrime, non è tristezza, ma commozione amorosa per il sapore.

Questo sapore e questo sentimento mi distraggono dai pensieri tristi portando tutta l’attenzione al corpo, alla realtà presente, il cioccolato è mindful, meditativo. Un momento di profonda e intima meditazione corporale. Altro che attenzione al respiro. Attenzione al cioccolato.

Le torte al cioccolato sono buone. Tanti anni fa a Ginostra, una giovane e bravissima cuoca di origine torinese che aveva sposato un ragazzo siciliano e fondato il ristorante “Il puntazzo” foro di luce e garbo, in quella strana isola sassosa e aspra, aveva per prima portato la sua torta di cioccolata, semplice, in purezza, senza farina, impossibile da dimenticare. In una cucina senza luce, illuminata da candele, cucinava e poi presentava ogni sera una o due torte fatte a mano, che ben si accompagnavano alla malvasia di salina.

Ecco la torta, si diceva che la ricetta fosse di origine francese, io non so, ne ho assaggiate tante di torte al cioccolato, ma la torta di Loredana rimane l’archetipo a cui mi riferisco e va bene anche per i celiaci.

 

Ingredienti:

200 gr di cioccolato all’85%

3 uova dividendo tuorlo da chiare

100 gr di burro

3 cucchiai di zucchero

e basta

 

PREPARAZIONE:

si montano a lungo zucchero e tuorli

si fonde il burro con il cioccolato a bagnomaria

si uniscono i tuorli con il cioccolato e il burro quando il tutto è tiepido

si aggiunge con grazia la chiara montata a neve ferma, si mette

rapidamente in forno a 200 gradi per 20 minuti circa.

 

Se si vuole essere perversi ed estremi si cosparge di cacao amaro quando è pronta.

Se si vuole essere accomodanti si aggiungono lamponi cosparsi di zucchero a velo.

 

TASTE OF MIND: La rubrica della mente in cucina

 

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La Sigmund Freud University apre le iscrizioni ai Corsi di Laurea in Psicologia – Comunicato Stampa

Sigmund Freud Privat Universitat - Sede di Milano - LOGO

 

COMUNICATO STAMPA

100 posti disponibili e 5 borse di studio per i due corsi di Laurea in Psicologia

La Sigmund Freud University apre le iscrizioni

Iniziano i colloqui nella nuovissima sede di Milano dove l’Università viennese
offre lauree in Psicologia riconosciute in Italia

 

Milano, 10 aprile 2015 – Sono aperte le iscrizioni per i corsi di Laurea Triennale e Magistrale in Psicologia nella sede milanese della Sigmund Freud University, che conferisce una laurea riconosciuta in Italia, grazie a un accordo bilaterale fra il nostro Paese e l’Austria, diventato legge di Stato nel 2000 – legge n. 322 del 10 ottobre 2000.

I posti disponibili per ogni corso di laurea sono 50, numero che consente di studiare programmi personalizzati e su misura e di offrire un sistema di tutoraggio individuale, attento alle esigenze e alle attitudini dei singoli. Allineata ai migliori standard europei, l’Università garantisce allo studente, oltre a una solida preparazione teorica, una grande attenzione alla pratica – che copre circa il 40% delle ore di lezione – e un contatto diretto col mondo del lavoro, attraverso esercitazioni ed esperienze pratiche guidate (conduzione dei colloqui, gestione di gruppi…).

Per accedere alla Sigmund Freud University occorre sostenere entro il 30 settembre 2015 un colloquio individuale, che sostituisce il test di ammissione, nell’ottica di valutare l’idoneità del candidato, capirne la motivazione alle discipline psicologiche, la cultura generale e la comprensione della lingua inglese.

Sono previste 5 borse di studio per ognuno dei due corsi di Laurea: una per l’esenzione totale dalla retta base, 2 per l’esenzione dal 50% e 2 per l’esenzione dal 30%; le borse sono rinnovabili negli anni successivi se si superano tutti gli esami dell’anno con una media non inferiore a 27/30.

La graduatoria per il corso di Laurea Triennale è stilata in base al voto del diploma di Maturità conseguito nell’anno di iscrizione e al reddito familiare, mentre quella per il corso di Laurea Magistrale in base al voto del corso di Laurea Triennale e al reddito familiare.

Compreso nella retta annuale è il costo della trasferta e del soggiorno a Vienna, dove si tiene un periodo formativo full-immersion di circa tre settimane a semestre; nel nuovo Campus nello storico parco del Prater, gli studenti italiani, insieme a quelli delle altre sedi europee, colgono così una fondamentale e preziosa opportunità di crescita professionale e personale, seguendo corsi intensivi e prendendo parte a workshop e sessioni di ricerca in gruppi internazionali.  Nel soggiorno a Vienna i corsi sono tenuti in lingua inglese. Per questa ragione, ove necessario, l’Università offre corsi integrativi di lingua inglese.

La Sigmund Freud di Milano: informazioni utili

Due i corsi di laurea in Psicologia proposti:

Suddivisi negli 8 settori scientifico-disciplinari che rappresentano le principali branche della psicologia, la Sigmund Freud University di Milano offre diverse tipologie di corsi:

  • Lezioni Frontali (VO): corsi teorici per cui non è prevista frequenza obbligatoria
  • Esercitazioni Pratiche (UE): corsi pratici e professionalizzanti in piccoli gruppi. La valutazione avviene attraverso un esame pratico
  • Corsi Monografici (PS): approfondimento su una specifica area di interesse professionale, con frequenza obbligatoria. Valutazione attraverso elaborati scritti o esposizioni di una revisione personale del tema
  • Tirocinio: esercitato nelle cliniche di SFU e in strutture convenzionate

L’insegnamento unisce tradizione e modernità, conservando un approccio attento all’individuo e al suo sociale insieme agli sviluppi recenti della ricerca empirica.

La sede milanese della Sigmund Freud University è in un moderno edificio in Ripa di Porta Ticinese 77, nella zona dei Navigli di Milano.

La tassa di iscrizione per la laurea triennale si compone di una retta annua base di 4.850 Euro (2.425/semestre) più un contributo dipendente dal reddito variabile da zero a un massimo di 2.500 Euro (1.250/semestre). Per la Magistrale, la retta annua base è di 5.400 Euro (2.700/ semestre), mentre la quota variabile del reddito è la stessa della triennale.

La Sigmund Freud University di Vienna: un’eccellenza nella ricerca e nella didattica

Nata nel 2005 a Vienna con un programma di sviluppo internazionale, la Sigmund Freud University conta 2000 studenti, anche di diversi paesi europei ed extraeuropei. L’Università è impegnata in importanti progetti di ricerca e ha creato istituti dedicati a specifiche aree delle scienze psicologiche (Institute of Security Research, Institute for Ethical Wealth and Wealth Psychology, Institute for Counseling Sciences, Institute of Health Sciences).

Alle attività didattiche si affiancano interventi clinici che si sviluppano in ambulatori di psicologia per adulti, bambini e migranti, per un totale di circa 2500 utenti in cura: si tratta della più grande clinica ambulatoriale di intervento psicologico e di psicoterapia presente in Austria.

La Sigmund Freud University di Vienna – Università privata dedicata alle scienze psicologiche e istituzione di riferimento per la formazione, la ricerca e l’attività clinica – lo scorso autunno ha scelto di inaugurare una sede anche a Milano, dopo Parigi, Linz, Lubiana e Berlino.

Il nuovo campus, situato nello storico parco del Prater, è stato inaugurato il 24 aprile.

Per maggiori informazioni:

 

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Principi di neuroscienze di Kandel, Schwartz e Jassel (2014) – Recensione

Un libro impegnativo, ma scritto in maniera chiara, che parte dall’ABC per arrivare a spiegare il complesso funzionamento del sistema nervoso e come questo si rifletta sul comportamento.

Quando frequentai il corso di Laurea in Scienze Psicologiche, più di 10 anni fa, uno degli esami più tosti da affrontare fu “Fondamenti anatomo-fisiologici dell’attività psichica”. La strage di voti che il temutissimo scritto a crocette portava con sé era pari solo a quella perpetrata dall’esame di Statistica. Già il titolo del corso era tutto un programma e lasciava presagire che non sarebbe stata una passeggiata seguirlo, anche perché, curiosamente, era l’unico corso annuale. In effetti, l’arcano fu presto svelato: il testo di riferimento era un tomo di 1400 pagine che avremmo dovuto conoscere a menadito! Il libro in questione era la terza edizione de “Principi di Neuroscienze” di Kandel, Schwartz e Jessel (2003), affettuosamente chiamato da tutti, semplicemente, Il Kandel. 

Trovo che debba essere una soddisfazione indescrivibile per un autore scrivere qualcosa di talmente rilevante nel proprio ambito da far sì che la propria opera prenda nel linguaggio comune il proprio nome. Così come al liceo gli studenti non usano il vocabolario di latino per tradurre le versioni, bensì Il Castiglione Mariotti, e chi si prepara all’esame di stato di psicologia si procura Il Moderato-Rovetto (esiste qualcuno che chiama il testo “Psicologo: verso la professione”?), noi studiavamo sul Kandel.

Ho trascorso pomeriggi, serate e nottate col Kandel e a distanza di anni lo ricordo ancora come uno dei libri migliori su cui abbia mai studiato, nonché il testo che mi ha fatto appassionare allo studio del cervello e alle neuroscienze. Sicuramente un libro impegnativo, ma scritto in maniera chiara, che parte dall’ABC per arrivare a spiegare il complesso funzionamento del sistema nervoso e come questo si rifletta sul comportamento. Grazie a Principi di Neuroscienze ho imparato, per esempio, come funziona la trasmissione neuronale, sono rimasta affascinata dai microscopici meccanismi e processi che avvengono a livello cellulare, e letteralmente a bocca aperta di fronte alla complessità del processo di percezione delle immagini. È stato il libro che mi ha accompagnato alla scoperta di come funziona la nostra interazione con il mondo esterno attraverso la percezione e il movimento, il testo che mi ha fatto apprezzare quanto siamo meravigliosamente complessi.

La quarta edizione italiana (sulla quinta edizione inglese) di Principi di Neuroscienze, edito da Casa Editrice Ambrosiana (2014), è ancora più bella della precedente, già dalla copertina. Se è vero che non si giudica un libro dalla cover, è anche vero che l’occhio vuole la sua parte, e l’elegante copertina in cartonato rigido, su cui svetta un colorato neurone, fa la sua figura. Inoltre le pagine, le tavole e le immagini sono a colori e l’attenzione per la grafica è un altro dettaglio che contribuisce ad impreziosire il libro.

Ovviamente quello che conta più di tutto è il contenuto e vi assicuro che non delude le aspettative. Sebbene la struttura del libro sia rimasta tendenzialmente invariata rispetto alla terza edizione, il manuale si è arricchito di contenuti: 1620 pagine, una fitta bibliografia al termine di ciascun capitolo accompagnata da una lista di letture scelte, 6 appendici. Questa nuova edizione italiana, uscita a distanza di 12 anni dalla precedente, racchiude progressi, ricerche e nuove scoperte che sono state fatte in campo neuroscientifico negli ultimi tempi (es. il progetto Genoma).

Il testo è suddiviso in 9 parti ed ogni argomento è approfondito in maniera esauriente:

PARTE I: Uno sguardo generale sul rapporto tra cervello, geni e comportamento
PARTE II: Biologia cellulare e molecolare del neurone
PARTE III: La trasmissione sinaptica
PARTE IV: Le basi nervose dei processi cognitivi
PARTE V: La percezione
PARTE VI: Il movimento
PARTE VII: L’elaborazione inconscia e conscia delle informazioni neurali
PARTE VIII: Lo sviluppo del sistema nervoso e le origini del comportamento
PARTE IX: Il linguaggio, il pensiero, gli affetti e l’apprendimento

Principi di Neuroscienze rimane il testo di riferimento mondiale per chiunque sia interessato alle neuroscienze, un must per chi ha scelto di laurearsi in medicina, scienze psicologiche o scienze biologiche, la Bibbia per chi vuole studiare e approfondire i fondamenti anatomo-fisiologici dell’attività psichica.

Se dovessi concludere questa recensione di testa, in maniera razionale, vi direi che Principi di Neuroscienze è un libro stimolante, ben costruito, un manuale su cui si studia agevolmente tanto è fatto bene, ma la verità è che Principi di Neuroscienze è un libro a cui sono particolarmente affezionata, che mi porto nel cuore da più di 10 anni, e se mi doveste chiedere com’è vi risponderei di pancia semplicemente che Il Kandel è BELLO, è proprio un bellissimo libro, e vale davvero la pena averlo nella propria libreria personale.

 

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Il cervello universale (2013) di Miguel Nicolelis – Neuroscienze & Tecnologia

 

BIBLIOGRAFIA:

Il cinema come lente di ingrandimento sulla società: la Nouvelle Vague e “Fino all’ultimo respiro”

 

Attraverso l’uso della profondità di campo, dei piani-sequenza, di inquadrature lunghissime, silenzi, lunghi dialoghi, il jump cut e non da meno l’utilizzo di camere leggere nasce la Nouvelle Vague che apre il sipario con “I quattrocento colpi” di Truffaut e “Fino all’ ultimo respiro” di Godard che ha come unica esigenza quella di voler fare film esorcizzando il “classico”.

Spesso quando si parla di cinema e psicologia, si tendono ad analizzare le pellicole che trattano di temi legati alle diverse e innumerevoli psicopatologie e deficit che affliggono l’uomo.

Il termine “psicologia” risale però al XV secolo, termine utilizzato dal teologo tedesco Philipp Schwarzed, che intendeva l’insieme delle conoscenze psicologiche, filosofiche, religiose, pedagogiche e letterarie di un essere umano. Su questa base il campo della psicologia è davvero molto ampio, ma in fondo essendo tutto dedicato alla mente umana non potrebbe essere altrimenti.

Il tema psicologia non si concentra solo sui contenuti delle pellicole ma a parer mio anche sul linguaggio cinematografico e la regia utilizzata nel voler esprimere determinati temi. Nella seconda metà del secolo scorso nascono diverse discipline, tutte da un solo grembo, quello appunto della psicologia: la mediazione famigliare, la psicologia di comunità, il counseling tutte pensate per un nuovo adattamento generazionale e sociale. La società cambia e ha l’esigenza di un riesame qualitativo con la prospettiva di un miglior adeguamento. In parallelo, nuove menti artistiche si sentono strette nell’ utilizzare canoni e canali comunicativi standardizzati.

Così quando Andrè Bazin, fonda e dirige la rivista “Quaderni di cinema” 1951, giornale dove scriveranno Truffaut, Godard, Rivette arriva una svolta anche nel campo cinematografico dove il fine ultimo non era altro che quello di utilizzare il mezzo cinema come espressione del reale, di un nuovo modo di pensare, vivere e percepire le cose, che senz’altro trae spunto dal neorealismo, imponendo però un proprio stile che non si rispecchia più nel modo classico di girare film, che non può utilizzare descrittori di una realtà che non esiste più o che per lo meno sta’ cambiando e vuole finalmente essere vista, ufficializzata. 

Si abbandona il classico e attraverso questo nuovo linguaggio cinematografico si mostra una nuova estetica, incongruente nella sua congruenza, che ha la necessità di dire, mostrare, chiarire un nuovo movimento che sta nascendo e che non vuole rimanere nascosto. Così attraverso l’uso della profondità di campo, dei piani-sequenza, di inquadrature lunghissime, silenzi, lunghi dialoghi, il jump cut e non da meno l’utilizzo di camere leggere nasce la Nouvelle Vague che apre il sipario con “I quattrocento colpi” di Truffaut e “Fino all’ultimo respiro” di Godard che ha come unica esigenza quella di voler fare film esorcizzando il “classico”.

“ Fino all’ultimo respiro” come già scritto, apre la pista alla nuovo movimento cinematografico. Goddard, nonostante la trama del film sia abbastanza classica, dona allo spettatore una certa perplessità. Pieno di discussioni esistenziali, apre una riflessione sul cinema, importa la nuova tecnica linguistica e introduce gli antieroi.

Micheal (Jean-Paul Belmondo) seppur assuma un atteggiamento “Bogartiano” (e ad un certo punto lo dichiarerà apertamente davanti un poster dell’attore dicendo “ vorrei essere come te”) tra sigarette a filtro bianco l’accarezzarsi le labbra , è un deliquentello che mentre ruba una macchina per tornare a Parigi è inseguito da un poliziotto. Nella macchina rubata è presente una pistola, così spara al poliziotto e lo uccide. Si dirige da Patricia (Jean Seberg) una studentessa americana con cui si era frequentato e di cui è innamorato. Cerca di convincerla a scappare con lui in Italia. La ragazza non vuole, ha altre aspirazioni e una volta interrogata dalla polizia, denuncia Michael che inseguito, verrà trafitto da una pallottola davanti agli occhi della ragazza.

L’arte cinematografica a volte pone il limite alla parola scritta ed esige di petto di essere vista per poter essere pienamente appresa. Questo è il caso.
La trama è semplice. Cosa c’è di strano? Forse che alla prima scena, che è l’elemento chiave del film e che di solito è posto centralmente nella trama, Micheal si gira verso la camera, verso di noi e dice “Se non amate il mare, se non amate la campagna, se non amate nemmeno la città andate a quel paese!” . Forse la camera non troppo stabile che riprende alcune scene? i lunghissimi dialoghi sulla vita, sull’esistenza, sulle aspettative, su un certo senso di inadeguatezza tra i protagonisti? L’interruzione di linearità nel montaggio che ci ricorda che stiamo vedendo un film? Il lunghissimo piano sequenza nella camminata sugli Champs Élysées, in cui i passanti si girano incuriositi non sapendo di essere entrati nella storia del cinema?

Come da introduzione, il grande occhio che va a posarsi sui cambiamenti della società, dei bisogni, delle percezioni, si poggia sull’ arte in genere e lo evidenzia con tutti i mezzi di cui dispone e così, che si voglia parlare di malati e malattie, di ingiustizie, devianze, criminalità, povertà ecc è bene non solo porre attenzione al contenuto, ma, per allargare le proprie vedute, anche al modo in cui il messaggio viene inviato che se ad una prima occhiata superficiale sembra privo di significato emozionale, psicologico e sociale in realtà, come in questo caso è un movimento cinematografico che entrerà nella storia del cinema e cambierà di molto il modo di vedere le cose e influenzerà i giovani, gli adulti del domani, la società futura.

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Hungry hearts: due cuori e una capanna – Cinema & Psicologia 

Mindfulness e tratti associati: un contributo empirico

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Mindfulness e tratti associati: un contributo empirico

Autore: Robert Brumarescu (Università La Sapienza, Roma)

 

Abstract

Il presente studio si propone come obiettivo cardine quello di esaminare la relazione tra la concettualizzazione multidimensionale della mindfulness nelle attività quotidiane, misurata attraverso il questionario Five Facets e alcuni specifici costrutti quali l’Intelligenza emotiva, l’Alessitimia e la Regolazione emotiva nei 430 soggetti che hanno partecipato alla ricerca. I risultati dimostrano come la mindfulness sia strettamente legata e possa influenzare le competenze emotive.

English abstract

This study wants examine the relationship between the multidimensional conceptualization of mindfulness in daily activities, measured by the questionnaire Five Facets and some specific constructs such as emotional intelligence, the alexithymia and emotional regulation in 430 students that participated in the research. The results show that mindfulness is closely linked and can affect the emotional skills.

Keywords: Mindfulness; Emotional intelligence; Alexithymia; Emotional regulation; Cognitive psychology

 

 

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