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Droghe, impulsività e dipendenza: cannabis e cocaina a confronto

La cannabis è la droga maggiormente utilizzata nell’Unione Europea, seguita subito dopo dalla cocaina. Sebbene la cannabis indebolisca le funzioni neurocognitive nei consumatori occasionali, questi indebolimenti appaiono meno prominenti nei consumatori abituali, a causa della possibile tolleranza sviluppata.

 È proprio su queste premesse che si basa uno studio abbastanza recente, pubblicato nel 2013, dei ricercatori di Psicologia e Neuropsicologia dell’università di Maastricht in Olanda. L’obiettivo era infatti quello di indagare se gli effetti indebolenti del THC, il principio attivo della cannabis, in consumatori abituali, si fossero presentati in un ampio spettro di funzioni neuropsicologiche oppure selettivamente in specifici aspetti.

Lo studio è stato condotto in Olanda su 61 consumatori regolari sani di cannabis e cocaina, i quali hanno partecipato all’esperimento assumendo sia una dose di cannabis che una di cocaina, sia un placebo, il tutto svoltosi in condizioni controllate di laboratorio. In seguito hanno poi completato un test che li portava a riflettere prima di fare un’azione. Infine i partecipanti allo studio sono stati osservati anche in situazioni nelle quali dovevano compiere un’azione e poi fermarsi.

In questo pacchetto di test le persone impulsive generalmente fanno più errori e hanno tempi più lenti per fermarsi nei compiti, come afferma infatti la responsabile della ricerca Janelle van Wel:

Se la tendenza di una persona ad essere impulsiva aumenta, tenderà a prendere decisioni affrettate, con l’aumento della probabilità di errore da parte sua.

I risultati di questo studio sono decisamente interessanti, sia la cannabis che la cocaina sembrano aumentare la risposta impulsiva, ma in maniera opposta. Sotto l’influenza della cannabis, i soggetti erano più lenti nel rispondere ai compiti e facevano più errori. La somministrazione di cocaina invece causava una risposta più veloce al compito, ma se il partecipante era messo nella condizione di dover controllare il suoi impulsi, faceva comunque più errori.

Come afferma Janelle van Wel, i risultati indicano che i consumatori abituali di cocaina e cannabis si mostrano più impulsivi sotto l’effetto delle due droghe rispetto a quando gli vengono somministrati dei placebo.

Ma qual è quindi il rischio? La stessa vanWell afferma che quest’aumento dell’impulsività dopo l’utilizzo di droga può aumentare la probabilità di sviluppare una dipendenza, con evidenti implicazioni e conseguenze per il soggetto utilizzatore.

 

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BIBLIOGRAFIA:

 

L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello (1985) di Oliver Sacks – Recensione

Francesca Rigobello

Parlare delle malattie è un intrattenimento da Mille e una notte: in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Oliver Sacks professore di Neurologia alla Albert Einstein College of Medicine di New York, racconta le sue esperienze cliniche affrontando la malattia mentale sotto l’aspetto umano più profondo.

Nella prefazione l’autore si descrive:

Mi sento infatti medico e naturalista al tempo stesso; mi interessano in pari misura le malattie e le persone; e forse sono anche insieme, benché in modo insoddisfacente, un teorico e un drammaturgo, sono attratto dall’aspetto romanzesco non meno che da quello scientifico, e li vedo continuamente entrambi nella condizione umana, non ultima in quella che è la condizione umana per eccellenza, la malattia: gli animali si ammalano, ma solo l’uomo cade radicalmente in preda alla malattia. 

 Nelle 24 storie di cui si compone l’opera, viene posta l’attenzione sulla realtà del paziente, non solo in quanto sofferente, bensì come individuo in lotta per conservare la propria identità. L’autore riflette in maniera intima e alle volte ironica e surreale l’aspetto più profondo della malattia, creando situazioni paradossali.

Il saggio è diviso in quattro sezioni: Perdite, Eccessi, Trasporti e Il mondo dei semplici, le cui storie sono accostate a particolari sindromi e disfunzioni quali sindrome di Tourette, di Korsakov, di Conard, atassie, agnosie, afasie, amnesie.

La prima storia, che dà il titolo al libro, racconta del dottor P., musicista affetto da prosopagnosia, ovvero l’ incapacità di dare significato visivo alle cose, confondendo la testa di sua moglie per il suo cappello. Qui viene a crearsi una situazione quasi comica, il dottor P, ignaro del suo problema, conduce le sue attività quotidiane canticchiando…

Penso che la musica avesse preso per lui il posto dell’immagine. Invece di un’immagine corporea aveva una musica corporea: ecco perché era in grado di muoversi e agire con tanta disinvoltura, ma si bloccava completamente, confuso, se s’interrompeva la musica interiore.

Così anche in Ray dai mille tic, si descrive il caso particolare di un ragazzo di ventiquattro anni affetto dalla sindrome di tourette i cui tic, movimenti incontrollati, e le improvvise esclamazioni, avevano reso la sua vita molto difficile. La terapia indicata dal Dottor Sacks aveva previsto l’utilizzo dell’aloperidolo, portando il paziente ad un notevole miglioramento ma imponendolo a dei ritmi troppo ponderati, privandolo di energia ed entusiasmo, di esuberanza e di gioia. Così Ray decise, insieme al medico, di sospendere l’utilizzo del medicinale durante il fine settimana per potersi sfogare:

Voi normali che nel vostro cervello avete sempre i trasmettitori giusti al posto giusto, e al momento giusto, avete sempre a disposizione tutti i sentimenti tutti gli stili: gravità, esaltazione, tutto quello che il momento richiede. Noi tourettici no: siamo costretti all’esaltazione della nostra sindrome e costretti alla serietà quando prendiamo l’aloperidolo. Voi siete liberi, avete un equilibrio naturale: noi dobbiamo cavarcela come meglio possiamo con un equilibrio artificiale.

 Molto intensa è la storia della disincarnata, Christina una donna colpita da un’ infiammazione alle radici dei nervi cranici e spinali perde completamente la propriocezione ovvero la capacità di percepire e riconoscere la posizione del proprio corpo nello spazio. La donna mantenne la capacità di muoversi attraverso la vista; osservandosi infatti riusciva a compiere piccoli spostamenti goffi:

Questa propriocezione è come se fosse gli occhi del corpo, il mondo in cui il corpo vede se stesso. E se scompare, come è successo a me, è come se il corpo fosse cieco. Il mio corpo non può ‘vedere’ se stesso se ha perso i suoi occhi , giusto? Così tocca a me guardarlo, essere i suoi occhi. Giusto?

L’utilizzo del linguaggio scientifico accompagna il lettore alla scoperta delle malattie nuerologiche e dei comportamenti che ne derivano, stimolando la curiosità del lettore e allo stesso tempo mantenendo scorrevole la lettura.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Comprendere i figli con disturbi alimentari: grande successo al primo incontro Fuori-Expo dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia

Il primo evento pubblico del cartellone psicologico Fuori-EXPO ‘Comprendere i figli con disturbi alimentari’, organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha aperto la stagione culturale 2015 OPL-Alimentare la mente.

comprendere i figli con disturbi alimentari

Il ciclo di eventi in programma quest’anno verterà sui contributi della psicologia verso ciò che nutre e ciò che danneggia la mente e, più in generale, il contributo della psicologia verso alcuni aspetti rilevanti per il benessere della società. Un buon numero tra professionisti e cittadini hanno quindi avuto la possibilità, in questa prima serata, di ascoltare due relatori di caratura internazionale rispetto al dramma contemporaneo dei disturbi alimentari e ai relativi interventi professionali. 

Milano, 11 maggio 2015 – Un incontro interessante e ricco di spunti quello organizzato dall’Ordine degli Psicologi della Lombardia nell’ambito del cartellone ‘OPL – Fuori Expo’, realizzato lo scorso 8 maggio presso la Sala Falck Fondazione Ambrosianeum a Milano. Protagonista la patologia del comportamento alimentare, di cui si è discusso nel panel denominato “Comprendere i figli con disturbi alimentari”.

Di primissimo livello i relatori messi in campo: l’apertura è stata affidata a Gianluca Lo Coco, Professore Associato presso l’Università di Palermo, che ha presentato una panoramica sul problema analizzando l’aspetto clinico e generale, mettendo in evidenza i cambiamenti diagnostici nell’analisi dei disturbi alimentari con la nuova edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-V). Lo Coco ha sottolineato come oggi le manifestazioni sintomatiche delle ‘spie alimentari’ siano sempre più diffuse e più difficili da classificare in maniera oggettiva.

comprendere i figli con disturbi alimentari

Altro ospite di caratura internazionale è stata la Prof.ssa Janet Treasure, specializzata nella ricerca e nel trattamento dei disturbi alimentari, Direttore dell’Eating Disorder Unit e Prof.ssa di Psichiatria presso l’Institute of Psychiatry del King’s College di Londra. Il suo intervento ha mostrato come un intervento di supporto con i genitori dei pazienti, in base al modello del New Maudsley di Londra, possa ottenere dei risultati clinici significativi sia nella riduzione della sintomatologia del paziente sia nel benessere psicologico del familiare stesso, divenendo quest’ultimo capace di gestire lo stress della patologia del figlio in maniera più adattiva. Al termine delle relazioni si è aperto un dibattito nel pubblico circa l’efficacia di tali interventi e la possibilità di un loro utilizzo diffuso anche nella realtà sanitaria italiana.

[blockquote style=”1″]Divulgare, far conoscere una ‘buona psicologia è l’obiettivo dichiarato di questo ciclo di incontri. La società spinge sempre più persone a ricercare contenuti e informazioni del mondo psicologico, purtroppo però, questo bisogno non incontra sempre professionisti e contenuti qualificati. L’impegno centrale della comunità lombarda degli psicologi per questo 2015 sarà proprio quello di mostrare il grande valore scientifico e culturale del proprio contributo. L’incontro dell’8 maggio, primo di molti, ha fatto focus verso un problema drammatico e in continua espansione sul quale era necessario sensibilizzare e avviare un processo virtuoso in grado di mettere in contatto la cittadinanza con i migliori esperti in materia[/blockquote] ha dichiarato Riccardo Bettiga Presidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.

comprendere i figli con disturbi alimentari

Per tutte le informazioni sulle attività dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia e sui prossimi incontri www.opl.it

Prossimo appuntamento il 28 maggio alle 20,00 presso la Sala Falck Fondazione Ambrosianeum a Milano: Massimo Cirri, psicologo e conduttore radiofonico e Gianrico Carofiglio, noto scrittore e magistrato, parleranno della creazione del ‘racconto’ nell’ambito della relazione terapeutica.

Ordine degli Psicologi della Lombardia
Corso Buenos Aires 75 – 20124 Milano
tel. 02/67071596 – fax 02/67071597
[email protected] – www.opl.it
C.F. 97134770151

UFFICIO STAMPA
Laboratorio Comunicazione Srl
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Solitudine & livello di fame: quale relazione? – Psicologia

Daniela Sonzogni

FLASH NEWS

Recenti studi suggeriscono che la disregolazione dell’appetito fornisce una potenziale via attraverso la quale la solitudine o altre forme di disconnessione sociale influenzano la salute.

Sono state esaminate le relazioni tra solitudine e livelli di grelina postprandiale e la fame testando se tali collegamenti differivano per le persone con più alto o basso indice di massa corporea (BMI).

La solitudine è stata testata tramite questionario mentre la grelina è stata campionata sia prima che dopo il pasto. La fame autoriferita è stata misurata prima e immediatamente dopo il pasto e poi dopo 2, 4 e 7 ore più tardi. Le donne più sole avevano più alto livello di grelina postprandiale e la fame aumentava rispetto alle donne meno sole e solo tra i partecipanti con un indice di massa corporea più basso.
La solitudine, la grelina postprandiale e la fame non erano legate tra i partecipanti con un più alto indice di massa corporea.
Gli effetti sono stati coerenti in entrambi i pasti.

I dati suggeriscono che la grelina ( importante ormone della regolamentazione dell’appetito) e la fame possono collegarsi alla solitudine, ad un aumento di peso e ad un corrispondente effetto negativo sulla salute tra le persone non obese. Il desiderio e la necessità di relazioni strette probabilmente deriva dall’ importanza della vita di gruppo per la sopravvivenza dell’uomo nel suo passato evolutivo. Poiché la necessità di connessione sociale è fondamentale per la natura umana, il mancato sviluppo di questa esigenza dovrebbe avere un effetto mentale negativo e conseguenze sulla salute fisica.

Una questione chiave è quello di determinare quali meccanismi sono alla guida di questi effetti negativi sulla salute. Uno studio recente ha dimostrato che le donne non obese che hanno sperimentato fattori di stress interpersonali avevano maggiori livelli di grelina rispetto a chi aveva sperimentato un numero minore di agenti stressanti interpersonali.

L’attuale ricerca dimostra che i livelli di grelina ampliano la fame autoriportata, inoltre i dati suggeriscono che le diverse forme di disconnessione sociale ( come fattori di stress interpersonali o solitudine) hanno condiviso le caratteristiche che influenzano i livelli di grelina e di fame. Queste forme di distacco sociale minano il bisogno fondamentale di appartenenza degli essere umani e può essere il nucleo sottostante questi effetti.

Un’ ipotesi del motivo per cui la solitudine influenzi i livelli di grelina e di fame sta nel fatto che la sensazione di fame in risposta allo stress interpersonale sia socialmente adattivo. La necessità di connessione sociale è fondamentale per l’uomo e di conseguenza sentirsi isolati socialmente dovrebbe motivare le persone a legarsi con gli altri e ripristinare il senso di appartenenza.

Inoltre mangiare era un’attività altamente sociale in tutta l’evoluzione umana, di conseguenza le persone possono sentirsi più affamate quando si sentono socialmente distaccate perché hanno implicitamente o esplicitamente imparato che mangiare li aiuta a rimanere in contatto con gli altri e fornisce loro una possibilità di connessione sociale. Questo discorso viene meno tra le persone obese forse perché l’obesità mette le persone a rischio per la stigmatizzazione sociale e depressione.

Questi dati, in sintesi, suggeriscono che la grelina, un ormone che regola l’appetito e la fame può collegare lo stress interpersonale all’aumento di peso e al suo corrispondente effetto negativo sulla salute tra le persone non obese.

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BIBLIOGRAFIA:

Disturbo di dismorfismo corporeo (2015) di Scarinci e Lorenzini

Una rapida ricognizione tra le librerie presenti online permette di capire rapidamente che non esistono in italiano manuali sul disturbo di dismorfismo corporeo. Il volume di Scarinci e Lorenzini copre dunque una lacuna importante. Il disturbo in oggetto è esplorato nei dettagli e al tempo stesso è trattato con concisa semplicità, un bel segno di rispetto nei confronti del lettore.

Scarinci Lorenzini - DISMORFISMO CORPOREO - COPERTINAIl volume inizia con un’analisi dello sviluppo del disturbo nell’adolescenza, età di grandi cambiamenti e crisi che può essere vissuta con disagio proprio per quanto riguarda la valutazione del corpo e può portare a idee del tutto distorte e patologiche. Gli autori applicano il modello dello stile cognitivo al disturbo di dismorfismo corporeo. Esso appare come una generale difficoltà a fare i conti con una discrepanza tra i propri scopi, aspettative, bisogni e i desideri e la realtà sia interiore sia esterna. Questa discrepanza viene espressa in un aspetto molto concreto: come si pensa sia il proprio corpo e come si vorrebbe che fosse. Tale discrepanza può essere così forte da far percepire al soggetto imperfezioni e mal- formazioni inesistenti.

Dopo aver definito e spiegato il disturbo, gli autori proseguono illustrando il processo di assessment, e passano in esame gli strumenti di valutazione più utilizzati, per poi proporre una terapia cognitivo comportamentale, qui illustrata attraverso schede a uso del terapeuta e numerosi casi clinici.

Al centro dell’intervento viene posta la rielaborazione cognitiva delle di- storsioni, la critica degli errori più gravi di valutazione del proprio corpo, accanto a un processo di accettazione del sé che costituisce il vero problema sottostante all’espressione sintomatologica.

I due autori danno molto rilievo agli interventi di ristrutturazione cogni- tiva e alla ricostruzione e rilettura della storia di vita, intesa come sequenza di esperienze dolorose in cui si apprende a evitare, a controllare e a iper compensare patologicamente stati mentali ritenuti insopportabili. Nel caso del dismorfismo, il luogo mentale insopportabile è l’immagine di un sé imperfetto, che viene metaforicamente espresso come malformazione corporea. La consapevolezza che l’immagine corporea non rappresenta l’unica qualità che definisce l’identità e l’accettazione dell’identità stessa costituiscono il passo decisivo della terapia. Scarinci e Lorenzini offrono numerosi strumenti al terapeuta per accompagnare i pazienti lungo questo difficile percorso.

 Giovanni Maria Ruggiero

 

 

INTRODUZIONE

Il dottor Carlo Biagioli, giovane psichiatra, inizia a lavorare nel servizio pubblico. Siamo negli anni Ottanta, il cammino verso la terra promessa da Basaglia è appena iniziato. Come per gli ebrei provati dall’esodo, c’è il rischio di rimpian- gere il periodo della schiavitù in Egitto. Per non cedere ai momenti di fatica e di sconforto e rendere i nuovi arrivati consapevoli di quale fosse l’inferno da cui si cercava di scappare, il primario faceva visitare loro il manicomio di Siena dove aveva lavorato. Il giro dei reparti dedicati a famosi psichiatri del passato era una consuetudine (la fama dello psichiatra cui era dedicato il reparto era direttamente proporzionale alla gravità dei pazienti che conteneva, e il verbo «contenere» non è utilizzato a caso).

Personaggi bizzarri, comportamenti stranissimi attirano l’attenzione e l’inte- resse di un giovane entusiasta, convinto che riuscirà a spiegare tutto e tutto guarirà. Biagioli nell’attraversare corridoi lunghi e tenebrosi resta sorpreso nel vedere tra i pazienti «pericolosi» un ragazzetto di una ventina d’anni. Sembrava un collegiale, curato nel vestire, educato nel comportamento, assorto in pensieri filosofici o forse in preghiere. Nulla faceva sospettare violenza, pericolosità e neppure follia.

«Perché sta qui? E come mai non è stato ancora dimesso», pensò tra sé il giovane psichiatra e chiese al primario il motivo della sua presenza in quel reparto. Si sentì rispondere che Marcellino era tra i pazienti più gravi. In quel momento in realtà non stava pregando. Osservava il suo mignolo destro e lo confrontava con il sinistro perché era certo che fosse storto. Si era fissato così da quando la fidanzatina lo aveva lasciato. Secondo il primario erano state tentate tutte le cure e non c’era nulla da fare. Prima o poi Marcellino si sarebbe ucciso. Questa sì che suonava come una follia alle orecchie del giovane psichiatra.

Tre anni dopo, durante un soggiorno sul lago di Bolsena, mentre gli altri — pazienti, operatori e bagnanti — stavano chiassosi sulla riva, Marcellino si incamminò deciso verso il largo, camminando senza nuotare. Il corpo fu ritrovato tre giorni dopo a Capodimonte, l’antico borgo che si protende verso il lago.

Sono passati alcuni decenni, il dottor Biagioli è ormai in pensione, ma il disturbo di dismorfismo corporeo sovente conduce ancora al suicidio e la sua diffusione e gravità sono tutt’oggi sottovalutate.

I pazienti chiedono aiuto a specialisti diversi da coloro che si occupano di salute mentale e i casi trattati, non sempre con successo, non sono numerosi.

Anche la letteratura internazionale, che solo negli ultimi anni è cresciuta, non fornisce indicazioni univoche sull’eziologia e il trattamento.

A conferma di questi dati, di recente, Wilhelm, Phillips e Steketee (2013) hanno pubblicato un interessante e pregevole manuale di trattamento, dove vengono evidenziate le criticità che si incontrano con questi pazienti, segnalate, peraltro, da molti altri autori (Mian e Gerbino, 2009).

Il retroterra teorico e clinico dell’approccio utilizzato per analizzare le di- namiche psicopatologiche è quello cognitivo comportamentale. L’importanza dei contributi forniti sia dal modello standard, sia dagli ultimi sviluppi di terza generazione ha ricadute significative nell’approccio clinico e nell’intervento terapeu- tico, anche se va sottolineato il limite di una mancanza di adeguate e sistematiche verifiche empiriche per il disturbo di dismorfismo corporeo in grado di raccogliere e unificare le osservazioni cliniche.

Ci auguriamo, pertanto, che i contenuti di questo lavoro suscitino vivaci reazioni, anche critiche, e interesse, così che il faticoso cammino della scienza, che procede per ipotesi e confutazioni, possa essere avviato per formulare se non altro alcune linee guida per l’intervento, basate su studi clinici randomizzati.

La prima parte del volume è dedicata al momento esistenziale, con partico- lare riferimento all’adolescenza, periodo in cui è più frequente lo scompenso, e alla cultura dell’apparire, che è terreno fertile per lo sviluppo del disturbo. Ampi sono i riferimenti alla letteratura internazionale e alla ricerca. Vengono analizzati inoltre gli ingredienti cognitivi ed emotivi che caratterizzano il disturbo e com- promettono il funzionamento sociale, lavorativo e di altre aree importanti della vita dei soggetti che intrattengono il disturbo.

Il problema diagnostico assume un ruolo di particolare rilievo, dal momento che si tratta di un disturbo situato al crocevia nosografico tra i disturbi somatoformi, i disturbi alimentari, le ossessioni e il delirio. Il disturbo di dismorfismo corporeo prende qualcosa da ciascuno di essi e lo ricombina in una forma assolutamente caratteristica. Pertanto, la diagnosi differenziale, il decorso e la comorbidità sono considerati con particolare attenzione.

La valutazione del disturbo è l’argomento della seconda parte del volume, che presenta, oltre a una panoramica degli strumenti più diffusi e utilizzati, al- cune nostre proposte originali. L’assessment rappresenta una fase fondamentale in ogni trattamento, per capire il funzionamento del paziente, la dinamica dello scompenso, i fattori di mantenimento della patologia e per costruire una buona alleanza terapeutica. In modo particolare, l’assessment assume notevole rilevanza proprio nel trattamento del paziente con BDD (body dysmorphic disorder), che arriva spesso in terapia senza una grande motivazione e senza consapevolezza di malattia.

Viene poi preso in considerazione l’intervento psicoterapeutico, definito in termini strategici e con ampi riferimenti alle tecniche da utilizzare. Questa parte contiene anche degli strumenti, concepiti ad uso del terapeuta, destinati al supporto sia del paziente sia dei suoi familiari.

Infine, un ultimo capitolo riporta alcuni casi clinici in cui emerge lo sforzo, spesso solo parzialmente efficace, di lenire il dolore e la sofferenza di persone ec- cessivamente preoccupate da difetti nell’aspetto fisico, che vengono percepiti come orribili e che procurano disagio e menomazioni nel loro funzionamento sociale e lavorativo. A volte gli altri cercano di attribuire a questi difetti il significato di piccole anomalie, ma così facendo non comprendono fino in fondo l’importanza che invece rivestono per chi vede queste piccole anomalie come il segno di una drammatica deformità.

 

ARTICOLI E RISORSE SUL DISMORFISMO CORPOREO / DISMORFOFOBIA

PROFILO DI ANTONIO SCARINCI

PROFILO DI ROBERTO LORENZINI

Come NON smettere di fare sesso – Video –

All’inizio di una relazione il desiderio sessuale è alle stelle. La voglia di conoscere e possedere l’altro ci porta alla continua ricerca del suo corpo, ogni gesto è vissuto con intensità e totale appagamento dei sensi e della mente. Perché, a un certo punto del rapporto, la magia è destinata a svanire?

Ce lo racconta in questo video Alain De Botton, saggista e imprenditore culturale, spiegandoci i dettagli delle fasi di una relazione di coppia, i desideri inespressi e le trappole auto-ingannevoli che minano il desiderio sessuale.

Che cosa ci spinge, ci chiede l’autore, a varcare i confini dell’altro mettendo fine alla nostra e altrui indipendenza? Perché ci costringiamo a perdere i sostegni della nostra autonomia?

Limitare la libertà dell’altro crea l’illusione di diminuire le possibilità di perderlo, ma questa strategia ha un costo molto alto che si paga nella camera da letto. Come fare dunque per tornare all’eccitazione dei primi tempi, senza dover arrivare al doloroso processo della separazione?

SOTTO AL VIDEO TROVATE LA RISPOSTA (traduzione della voce narrante):

Perché perdiamo interesse per il sesso?

Lo sanno tutti che all’inizio succede di continuo. E che poi, man mano che la relazione va avanti, non più. Diciamo che è perché siamo troppo indaffarati o stanchi, o solo che non siamo “dell’umore”. Ma perché questo importante umore sparisce? Per capire l’eccitazione dobbiamo tornare ai primi tempi, quando eravamo profondamente “dell’umore” quasi ogni ora.

La cosa eccitante era la nostra possibilità di toccare, stringere, accarezzare, in breve, di possedere una persona che non era completamente raggiungibile, una persona che era indipendente e libera di allontanarsi da noi e che tuttavia decideva miracolosamente di non farlo. Per dirla con un’equazione: Erotismo = possesso + libertà.

L’elettrizzante desiderio di varcare i confini del corpo di un’altra persona deriva dall’attiva e incantata meraviglia del fatto che lei ci ha autorizzati a esserle così vicini e, in qualche angolo della nostra mente non del tutto cosciente, dalla preoccupazione che potrebbe non farlo per sempre.

Purtroppo, desiderare qualcuno significa quasi sempre voler ridurre la sua capacità di sopravvivere senza di noi: nel modo più carino, cerchiamo incessantemente di erodere la libertà della persona che amiamo.

E così, gradualmente, uccidiamo proprio lo spirito di indipendenza che ha sostenuto il nostro desiderio fin dall’inizio. C’è un’altra cosa che logora l’impulso sessuale: la paura. Per quanto possa sembrare strano, chiedere a una persona di fare sesso con noi di solito porta con sé un elemento di rischio.

L’altra persona potrebbe dire no o persino, al limite: “Questo non lo farei mai!”. Il sesso è una richiesta e, per fare una richiesta, dobbiamo sentirci ragionevolmente sicuri rispetto a un rifiuto. All’inizio proviamo quella sicurezza perché, anche se non conosciamo così bene il nostro amante, siamo indipendenti. Abbiamo le nostre routine, le nostre alternative e la nostra autonomia. Se non funzionasse, potremmo andare via.

Per amore, gettiamo i sostegni della nostra vita indipendente, ci intrecciamo all’altro, non ci rimane più molto che possa essere considerato esattamente nostro. Inoltre, abbiamo continuamente delle richieste da fare all’altro: vogliamo che compri il divano che ci piace, vogliamo davvero tanto non andare a trovare i suoi genitori a Natale. Dipendiamo dal suo reddito quando ci rimettiamo a studiare per prendere un nuovo titolo di studio. In queste circostanze, un’ulteriore richiesta potrebbe sembrare eccessiva, per questo non parliamo davvero di quello che vorremmo fare con la maschera o con gli stivali che arrivano alla coscia.

Non abbiamo più voglia di perdere la faccia di fronte a un partner con cui negoziamo ogni giorno. Sembra più facile lasciare le cose come stanno.

Stranamente, c’è una cosa pressoché garantita per rianimare il sesso: una lite furiosa, con una reale possibilità di separazione.

Le peggiori litigate hanno la curiosa abitudine di concludersi in camera da letto, perché riportano alla luce due aspetti la cui apparente assenza ha gravemente minato il sesso: primo, l’idea che in teoria potreste allontanarvi entrambi; secondo, l’idea che entrambi potreste, anche se non è detto che sarebbe facile, sopravvivere l’uno indipendentemente dall’altra. Potreste, se voleste davvero, ricostruire il vostro castello, recuperare il vostro destino e salutare l’esistenza come anima indipendente.

Il buon sesso ha bisogno di tutto questo, si fonda su un senso di libertà e di ottimistica fiducia in se stessi, due cose che possono diventare molto scarse con il passare del tempo.

Per tornare all’eccitazione dei primi tempi, dobbiamo imparare le migliori lezioni del separasi, senza dover passare attraverso il tristissimo e doloroso processo di una vera separazione.

 

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Schema di sé, confronto sociale e prestazioni cognitive: i paradigmi sociali del processo di insegnamento – apprendimento

L’insegnamento e l’apprendimento sono influenzati dalle variabili sociali che si creano fra docente e discente. Affinché ogni alunno possa apprendere nella maniera ottimale, non deve sentire minacciato lo schema di sé dall’alta competenza dell’insegnante.

Abstract

L’insegnamento e l’apprendimento sono influenzati dalle variabili sociali che si creano fra docente e discente. Affinché ogni alunno possa apprendere nella maniera ottimale, non deve sentire minacciato lo schema di sé dall’alta competenza dell’insegnante. È compito, quindi, di chi insegna far sentire il discente portatore di una ricchezza culturale, derivante dai precedenti apprendimenti, dai processi biografici e dalle esperienze di vita.

Keywords: psicologia sociale, insegnamento, apprendimento, psicologia dell’educazione

La dinamica insegnamento – apprendimento

Nell’ambito della dinamica insegnamento – apprendimento esistono una serie di variabili psico-sociali che possono influenzare entrambi i processi, come sottolineato da Monteil e Huguet (2002), citati in Carugati (2011, pag. 44).

Importante a questo riguardo è lo schema di sé che ciascun alunno costruisce nel corso della propria storia sociale. Tale percezione è alimentata anche dalle esperienze scolastiche che il bambino compie nell’ambito della sua scolarizzazione (Carugati, op. cit., pag. 44). Paradigmatico, in questo campo, è il confronto sociale che il minore effettua, paragonando se stesso agli altri scolari della classe che frequenta (Carugati, op. cit., pag. 47).

La valutazione

Un posto di rilievo nella vita quotidiana dei contesti scolastici lo occupa la valutazione che ogni scolaro riceve per le sue prestazioni. Questo giudizio è una variabile sociale che concorre alla costruzione dello schema di sé. In altri termini, il voto che ciascun alunno riceve assume significato non in rapporto al suo valore assoluto, ma in funzione di un relativismo sociale endemico alla classe. In pratica, avere la sufficienza in un ambiente dove tutti gli altri sono stati valutati con giudizi ottimi ha un significato sociale particolare per il soggetto, che trascende la votazione in sé.

L’autovalutazione

Il confronto sociale è alla base di un processo caratteristico di ogni persona che è l’autovalutazione, come messo in evidenza da Festinger (1954) a partire dalla metà del secolo scorso. Secondo lo psicologo sociale, citato in Carugati (op. cit., pag. 50), l’autovalutazione è un bisogno fondamentale dell’essere umano che ha la finalità di agevolare l’adattamento all’ambiente, dirigendo le azioni dell’individuo. Il confronto sociale, alla base dell’autovalutazione, avviene con persone che si sentono vicine a sé per estrazione sociale, storia personale, ma che raggiungono delle prestazioni migliori. Una ricerca fatta agli inizi del ventunesimo secolo (Huguet, Dumas, Monteil e Genestoux, 2001) in una scuola media francese dimostra che gli alunni tendono a confrontarsi …con compagni dello stesso livello sociale, ma con dei voti leggermente superiori ai propri… (Carugati, op. cit., pag. 51).

L’influenza sociale dell’insegnante

Nell’ambito delle dinamiche sociali, che si creano negli ambienti scolastici, il binomio insegnamento – apprendimento è anche frutto dell’influenza sociale che l’insegnante (fonte d’influenza) esercita sull’alunno (bersaglio) (Carugati, op. cit., pag. 52).

Affinché tale processo sia il più proficuo possibile, il bersaglio non deve sentire minacciato lo schema di sé e questo avviene nella misura in cui percepisce come non pericolosa per la sua autostima l’alta competenza della fonte d’influenza. Infatti, come sostiene Carugati ( op. cit., pag. 53)

una minaccia per il sé del bersaglio fa sì che il suo funzionamento cognitivo sia focalizzato sul confronto sociale, lasciando poche risorse socio-cognitive per la comprensione e l’elaborazione del compito…In altre parole, se due partner non riescono a riconoscere la reciproca complementarietà e si focalizzano sulla minaccia che per ciascuno rappresenta la competenza dell’altro, producono un rendimento cognitivo inferiore al potenziale di ciascuno, malgrado la loro competenza individuale…

L’alunno come portatore di una ricchezza individuale

Alla luce di queste considerazioni, il docente deve far sentire l’alunno portatore di una sua competenza individuale, frutto dei suoi apprendimenti, dei processi biografici e delle esperienze di vita. In pratica, latore di una perizia che si adatta in maniera complementare a quella dell’insegnante e che insieme ad essa concorre a formare un’unità globale. Questa sintesi è frutto di un processo cooperativo che lascia ad entrambi una certa libertà d’azione, che diventa la base della cultura dell’impegno. Con il termine di impegno si intendono …le condizioni in cui la realizzazione di una condotta può essere imputata soltanto a colui che la mette in atto… (Carugati, op. cit., pag. 59).

 

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Attività ludico – motorie e sviluppo delle competenze cognitive nell’età evolutiva

 

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Quoziente di empatia e di sistematizzazione: uno studio casistico tra gli studenti di Medicina e Psicologia

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Quoziente di empatia e di sistematizzazione: uno studio casistico tra gli studenti di Medicina e Psicologia

Autrice: Ariane Bevacqua (Università degli Studi di Messina)

Abstract

Lo psicologo Simon Baron-Cohen nel suo famoso best-seller “Questione di cervello. La differenza essenziale tra uomini e donne”(2004) intende dimostrare attraverso un’analisi ben documentata, che il cervello femminile è programmato per l’empatia mentre il cervello maschile è programmato per la comprensione ed elaborazione di sistemi. L’autore ci tiene a specificare che queste differenze sono comunque differenze medie perchè può benissimo esistere una donna più votata alla sistematizzazione rispetto a moltissimi uomini come può esistere un uomo più empatico di moltissime donne. In pratica possiamo aspettarci da una donna che sia molto empatica e poco sistematica ma per esserne certi dobbiamo comunque verificare le sue attitudini.(Baron-Cohen,2004). Il test per la valutazione del quoziente di empatia e di sistematizzazione, è stato costruito come strumento per testare la teoria E-S ( Empatizzazione-Sistematizzazione) ( Baron-Cohen et al., 2003; Baron-Cohen & Wheelwright, 2004). È un questionario self-report, costituito da 120 item ( 60 inerenti all’empatia e 60 inerenti alla sistematizzazione) riguardanti esempi che possono verificarsi nella vita quotidiana e che richiedono lo sviluppo di queste abilità. Al soggetto viene richiesto di rispondere a ciascuna affermazione indicando la sua preferenza tra quattro alternative di risposta ( V, aV, aF, F). L’empatia è la capacità di percepire e riconoscere i pensieri e le emozioni degli altri e di reagire con sentimenti e comportamenti adeguati. È caratterizzata da una componente affettiva ( reazione affettiva nei confronti dello stato psichico ed emozionale delle persone con le quali si interagisce), una componente cognitiva ( comprendere e predire reazioni e azioni), una componente mista ( cognitività e affettività interagiscono). Baron-Cohen descrisse tre tipi cerebrali: 1. Il tipo femminile o empatizzante; 2. Il tipo maschile o sistematizzante 3. Il tipo bilanciato. I risultati di queste osservazioni, hanno portato  l’autore a pensare che esistano nel cervello “empatie tipo”, più comuni tra le donne, e “sistemi tipo”, più diffusi tra gli uomini. Ma naturalmente le differenze non stanno tutte qui. Tutto ciò  può scaturire soprattutto da cause biologiche, più che culturali, e dimostra come ogni tipo di cervello contribuisca in vari modi a formare ciò che noi intendiamo per intelligenza. Sicuramente non tutti gli uomini hanno un cervello tipicamente maschile, così come non tutte le donne ne possiedono uno tipicamente femminile. Esistono donne che hanno migliore capacità di sistematizzazione e sono eccellenti scienziati, ingegneri, architetti, avvocati, e uomini più empatici che si dimostrano ottimi psicologi, insegnanti, terapeuti, esperti in risorse umane. Certo un organo cerebrale assolutamente equilibrato sembra essere molto raro perché alcune ipotesi sostengono che più si diventa sistematici, meno si è empatici e viceversa. Baron-Cohen afferma che le donne nella popolazione generale, in media hanno una più forte unità di empatia, e maschi nella popolazione generale, in media hanno una  più forte unità per sistematizzare. Le persone con le condizioni dello spettro autistico hanno una bassa empatia ma hanno un quoziente di sistematizzazione superiore. Secondo Baron-Cohen (2004), l’empatia è l’unità di individuare emozioni e pensieri di un’altra persona e di rispondere ad esse con un emozione del caso. L’empatia permette di sintonizzarsi in maniera naturale e spontanea con qualsiasi pensiero e sentimento altrui. Essere empatici non significa reagire a un numero limitato di emozioni, come il dolore o la tristezza; significa leggere il clima emotivo che si stabilisce tra le persone, mettersi facilmente nei panni degli altri, essere così sensibili da comprendere a fondo il loro stato d’animo e interagire con loro senza ferirli né offenderli. Il soggetto empatico capisce subito se nel suo interlocutore si è verificato un cambiamento di umore, quale potrebbe esserne la causa e che cosa servirebbe a rasserenarlo o incupirlo ulteriormente. Egli reagisce al mutato stato d’animo dell’altro in maniera intuitiva, mostrando sollecitudine, comprensione, solidarietà, incoraggiamento o qualunque sentimento sia adatto alla circostanza. La sistematizzazione è  la tendenza ad analizzare, vagliare ed elaborare sistemi. “Chi sistematizza capisce in maniera intuitiva il funzionamento delle cose e deduce le regole fondamentali di un sistema per poter comprendere e predire il suo comportamento o per inventarne uno nuovo”. Come l’empatia è in grado di gestire le centinaia di emozioni umane, la sistematizzazione può gestire un numero enorme di sistemi ma sicuramente, è inadeguata a comprendere il mutare dei sentimenti. Il quoziente empatico (QE) ci permette di rilevare come le persone si sentono, la cura e  la sensibilità nei confronti degli altri, mentre il quoziente di sistematizzazione come funzionano le cose o quali sono le regole di base sotto il controllo di un sistema. Per alcuni individui, l’empatia è più forte della sistematizzazione ( cervello di tipo E  o cervello femminile), per altri la sistematizzazione è più forte dell’empatia ( cervello di tipo S o cervello maschile) mentre per altri individui entrambi i quozienti sono bilanciati ( cervello bilanciato o cervello di tipo B). Secondo le teorie dell’autore, un’interazione di fattori biologici e culturali spiegherebbe perché le persone di sesso femminile sono in media più empatiche dei maschi e viceversa. Differenze psicologiche tra i sessi possono essere rilevate attraverso la verifica delle regioni cerebrali che presiedono all’empatia e alla sistematizzazione. Tra le regioni che costituirebbero il cervello sociale vi è l’amigdala ( lesioni a quest’area conducono una perdita dell’empatia), la corteccia orbito-frontale e quella mediale frontale, soprattutto nell’emisfero sinistro, il solco temporale superiore. Quando cerchiamo di entrare nella mente di qualcuno per intuire le sue intenzioni e il suo stato d’animo, si illuminano, cioè presentano un maggior flusso sanguigno le connessioni che vanno dal solco temporale superiore all’amigdala. Altra struttura encefalica importante è il corpo calloso in quanto da alcune indagini risulta che nelle donne la sua sezione posteriore sia più ampia. Il presente lavoro intende valutare il Quoziente di Empatia e di Sistematizzazione descritto da Baron-Cohen, in un campione di studenti universitari di Psicologia e di Medicina dell’università di Messina, con l’obiettivo di valutare queste dimensioni dal punto di vista descrittivo e correlazionale.

English abstract

Psychologist Simon Baron-Cohen in his famous best-seller “A matter of the brain. The essential difference between men and women “(2004) will demonstrate through an analysis of well-documented that the female brain is programmed for empathy, while the male brain is programmed to the understanding and development of systems. The author is at pains to specify that these differences are, however, mean differences may well exist because a woman devoted to systematization than many men as there may be a more empathetic man of many women. In practice we can expect from a woman who is very empathetic and unsystematic but to be sure we still have to test his abilities. (Baron-Cohen, 2004). The test for the assessment of empathy and systemizing quotient, was built as a tool to test the theory ES (Empatizzazione-Systematic) (Baron-Cohen et al., 2003, Baron-Cohen & Wheelwright, 2004). It is a self-report questionnaire consisting of 120 items (60 and 60 relating to empathy inherent in the systematization) on examples that can occur in everyday life and which require the development of these skills. The subject is asked to respond to each statement by indicating his preference among four possible answers (V, aV, aF, F). Empathy is the ability to perceive and recognize the thoughts and emotions of others and to respond with feelings and behaviors. It is characterized by an affective component (affective reaction against the mental and emotional state of the people with whom you are interacting), a cognitive component (understand and predict reactions and actions), a component of mixed (cognition and emotions interact). Baron-Cohen described three types brain: 1 The type or female empatizzante; 2 The type male or systematizing 3 The balanced type. The results of these observations have led the author to think that there are in the brain “empathy type”, the most common among women, and “type systems”, the most popular among men. But of course the differences are not all here. All this can result mainly from a biological, rather than cultural, and shows how each type of brain contributes in various ways to form what we mean by intelligence. Certainly not all men have a typically male brain, just as not all women own one typically female. There are women who have better ability to systematize and are excellent scientists, engineers, architects, attorneys, and more empathetic men who show excellent psychologists, teachers, therapists, experts in human resources. Certainly a very balanced cerebral organ seems to be very rare because some hypotheses argue that you become more systematic, less is empathetic and vice versa. Baron-Cohen says that women in the general population on average have a stronger drive to empathize, and males in the general population on average have a stronger drive to systemize. People with autism spectrum conditions have low empathy but have a higher quotient of systematization. According to Baron-Cohen (2004), empathy is the drive to identify another person’s emotions and thoughts, and to respond to them with an appropriate emotion. Empathy allows you to tune in a natural and spontaneous with whatever thoughts and feelings of others. Being empathetic does not mean to respond to a limited number of emotions such as grief or sadness; means reading the emotional climate that is established between people, easy to get in the shoes of others, be sensitive enough to fully understand their state of mind and interact with them without offending them or hurt them. The subject of empathy in his interlocutor understands immediately if there is a change in mood, which may be the cause and what would serve to cheer him or incupirlo further. He reacts to the changing mood of the other in an intuitive manner by showing concern, understanding, solidarity, encouragement or whatever feelings is suitable for your circumstances. The systematization is the tendency to analyze, examine and process systems. “Who systematizes understand intuitively how things work and figure out the basic rules of a system in order to understand and predict its behavior or to invent a new one.” How empathy is able to handle hundreds of human emotions, the systematization can handle a huge number of systems but surely, is inadequate to understand the changing feelings. The empathy quotient (EQ) allows us to detect how people feel, care and sensitivity towards others, while the quotient of systematization how things work or what are the basic rules under the control of a system. For some individuals, empathy is stronger than the systematization (brain type E or female brain), for others the systematization is stronger than empathy (the brain of type S or male brain), while for other individuals both ratios are balanced (brain or balanced brain type B). According to the theories of the author, an interaction of biological and cultural factors explain why female persons are on average more empathic than males and vice versa. Psychological differences between the sexes can be detected by testing the brain regions that govern empathy and systematization. Among the regions that constitute the social brain is the amygdala (lesions in this area lead to a loss of empathy), the orbitofrontal cortex and the medial frontal, especially in the left hemisphere, the superior temporal sulcus. When we try to get into the mind of someone to guess his intentions and his mood, light, ie, have an increased blood flow connections ranging from the superior temporal sulcus to the amygdala. Another important brain structure is the corpus callosum as from some surveys show that women in its rear section is larger. The present work intends to evaluate the Empathy Quotient and Systematization described by Baron-Cohen, in a sample of university students of Psychology and Medicine. With the aim to assess these dimensions in terms of descriptive and correlational.

 

Napoli in treatment #NIT la Psico Fiction: un’intera città in Psicoterapia

Pietro Crescenzo

Napoli è la prima Città al mondo ad andare in psicoterapia con Napoli in Treatment, inedito format di video-comunicazione, ideato da Roberta De Martino.

Ebbene sì, attenzione cari colleghi psicologi e psicoterapeuti che prima o poi potrebbe bussare alla porta del vostro studio un’intera Città. E’ quello che accade al dottor Cimone, protagonista di Napoli in treatment, nuovo format ideato dalla psicologa psicoterapeuta e giornalista Roberta De Martino, promosso dall’associazione di promozione sociale Le Leggi del Mondo e finanziato dalla Fondazione Banco di Napoli.

La psico-fiction, scritta dalla stessa De Martino, insieme alla psicologa e psicoterapeuta Annalisa Cocozza, va in onda sui canali televisivi di Videometrò news network (in onda nelle metropolitane, cumane e funicolari di Napoli) e sul sito internet www.napolintreatment.it e le relative pagine fb e twitter, create ad hoc per il progetto.

D'Errico e Borruto Pierfrancesco Napoli in Treatment

Nelle venti puntate, che andranno in onda in quattro flash di un minuto circa ciascuno, si “vedrà” la signora Partenope (interpretata dall’attrice Rosaria De Cicco) arrivare affannata nello studio dello psicologo psicoterapeuta Antonio Cimone (interpretato da Francesco Mastandrea) in preda a mille ansie e lamentele. Toccherà al saggio Cimone allargare lo sguardo della sua paziente mostrandole, attraverso una psicoterapia di gruppo, accanto alle sue tante problematiche (affrontate con le metafore dei sintomi) legate all’emergenza rifiuti, l’inquinamento, la precarietà, i trasporti ecc., le tantissime risorse che, già attive in Città, si stanno occupando della risoluzione dei suoi disagi.

L’obiettivo, ambizioso, di questo progetto è di costituire un nuovo modo di fare comunicazione che, seguendo i principi dell’approccio sistemico-relazionale, provi a dare rilevanza non solo all’out-put del processo informativo ma anche e soprattutto al feed-back: una comunicazione circolare che cura le relazioni creando connessioni. La “struttura che connette” (Bateson, 1977) fa da sfondo e da organizzatore del processo psicologico di Napoli in Treatment, che si pone come raccordo e link tra realtà differenti e, spesso, mal comunicanti.

Coniugando psicologia, giornalismo e arte il giovane staff di NIT –variegato e multidisciplinare –si propone di ampliare e rafforzare le reti dei sistemi di convivenza, supportando e collegando le realtà virtuose del territorio napoletano e aiutando la difficile “paziente” a guardare da diversi punti di vista problemi vecchi e nuovi.

Francesco Mastandrea alias Cimone sul set

Il processo psicologico che è alle fondamenta di Napoli in Treatment ha visto il coinvolgimento di diversi noti professionisti psicologi e psicoterapeuti tra cui il direttore del Corso di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica e professore alla Sapienza, Renzo Carli (supervisore esterno al progetto), il presidente dell’Ordine degli Psicologi della Campania, Antonella Bozzaotra e il didatta e direttore della sede di Napoli dell’ IIPR (Istituto Italiano di Psicoterapia Relazionale), Giovanni Madonna che hanno monitorato la creazione del format fin dai suoi primi passi supervisionando la costruzione del copione della dottoressa De Martino e della dottoressa Cocozza, entrambe psicoterapeute e allieve didatte dell’I.I.P.R.

La psico-fiction, girata dai talentuosi fratelli Angelo e Pierfrancesco Borruto (BBros Production), sta avendo già un ottimo successo di pubblico. Ad incuriosirsi non solo gli “addetti ai lavori” ma tanti cittadini napoletani e non solo che sembrano essere attratti da questo nuovo modo di prendersi cura dei sistemi di convivenza con ironia e il coinvolgimento della cittadinanza tutta. Partenope, come capita spesso a ognuno di noi, oscilla costantemente tra un’immagine di sé come “bellissima cartolina” o di “bruttissima spazzatura”.

Toccherà al dottor Cimone, secondo il modello teorico dell’ecologia della mente, tenere affianco immagini tanto frammentate in nome di una più salutare immagine integra.

[blockquote style=”1″]Napoli non va in psicoterapia perché è una Città più bisognosa delle altre ma perché Città autentica e forse maggiormente disposta a mettersi in discussione non negando le proprie criticità[/blockquote] sottolinea la dottoressa De Martino. Sarà forse proprio per questo che il cast di NIT, costituito anche dalla psicologa Serena Ripa e dalla dottoressa in storia e filosofia Stefania Cangiano, è riuscito a confrontarsi con più di 25 “pazienti” (cittadini, associazioni e rappresentanti delle Istituzioni) per riflettere con loro su come migliorare le proprie pratiche di lavoro per il benessere della Città. NIT mira a promuovere il “senso di appartenenza” (Carli R., 2003) come memoria della propria identità e come fattore indispensabile dalla cura, come motore della cultura locale per promuovere convivenza.

Mastandrea(Cimone) e P. Borruto

Napoli in treatment è una vera e propria rivoluzione d’amore che ha mobilitato tante energie e talenti gratuitamente per il solo benessere di Partenope. Tra di essi vanno menzionati il web designer Josè Compagnone, il grafico Carlo Manna, il segretario di produzione Davide D’Errico dell’associazione Addà Passà ‘a nuttata e le giornaliste Adele Brunetti e Caterina Piscitelli.

[blockquote style=”1″]Il messaggio che Napoli in Treatment vuole inviare ai napoletani, ma anche a chi napoletano non è, è di reimparare a desiderare, assieme, in una relazione che si allontani dall’invidia individualista e chiusa in se stessa[/blockquote] spiega saggiamente il professor Renzo Carli. Penso che il messaggio di Napoli in Treatment aiuti a pensare emozioni, aiuti a desiderare. Desiderio, nel suo etimo, vale de-sidera, in altri termini “togliere lo sguardo dalle stelle”, o se si vuole dall’onnipotenza, per accettare il limite della nostra dimensione reale. Ma a ben vedere, desiderare, nella sua accettazione del limite, significa un allontanamento dalla falsità perversa che segna la nostra cultura attuale. Significa recuperare utopia e follia. 

 

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La riformulazione verbale del significato del trauma: un intervento efficace per i pazienti con Disturbo Post Traumatico da Stress

Alessia Galucci

FLASH NEWS

I risultati hanno dimostrato che i soggetti che durante la sessione sperimentale hanno sviluppato una risposta condizionata di paura più forte riportano un numero maggiore di pensieri intrusivi e uno stato più elevato di distress.

Molte persone nel corso della loro vita sperimentano eventi traumatici, come la morte violenta di un amico o di una persona cara o l’essere coinvolti in gravi incidenti stradali. Alcune di esse non riportano delle particolari conseguenze psicologiche, altre sviluppano dei sintomi da stress post traumatico, mentre il 9% mostra un vero e proprio disturbo post traumatico da stress (PTSD) che si caratterizza soprattutto per il rivivere frequentemente ed in modo intrusivo l’evento traumatico e per la percezione di un aumentato stato di ansia ed angoscia.

Il fatto che le persone con disturbo post traumatico da stress, in seguito all’esposizione al trauma, manifestino una maggiore reattività non solo agli stimoli connessi all’evento negativo vissuto ma anche a stimoli neutri può essere in parte spiegato dalla teoria del condizionamento della paura.

Quest’ultimo è un meccanismo di apprendimento fortemente adattivo e consiste nel fatto che uno stimolo neutro (stimolo condizionato) diviene capace di evocare uno stato di paura (risposta condizionata) dopo che è stato ripetutamente associato ad uno stimolo avverso (stimolo incondizionato).

In particolare non è tanto lo stimolo neutro, che poi diventa condizionato, che determina la risposta condizionata, quanto piuttosto la valutazione dello stimolo incondizionato. Per questo l’idea è che trasformando la rappresentazione dello stimolo avverso sia possibile modulare la forza della risposta condizionata.

Quindi la presente ricerca in primo luogo ha tentato di verificare se differenze individuali nel meccanismo di condizionamento della paura possano influenzare la comparsa dei sintomi del disturbo post traumatico da stress; in secondo luogo ha confrontato l’efficacia degli effetti di due tecniche che normalmente vengono utilizzate durante la finestra di consolidamento del ricordo traumatico in pazienti con PTSD, l’esposizione alla memoria del trauma e la riformulazione verbale del significato dell’evento negativo vissuto. Ciò è particolarmente importante in quanto, benché gli interventi più efficaci nei casi di PTSD si basino su tecniche verbali, nessuna ricerca finora le ha usate per alterare la memoria del trauma.

Lo studio ha coinvolto 115 soggetti sani i quali, dopo una prima fase di screening, sono stati sottoposti ad un meccanismo di condizionamento della paura, infatti venivano mostrati loro sei spezzoni di film paurosi ed angoscianti, preceduti da delle brevi narrazioni (stimolo incondizionato) ripetutamente associati a stimoli neutri (stimolo condizionato) come immagini di cerchi e quadrati.

La risposta condizionata veniva misurata attraverso l’alterazione della conduttanza cutanea. Successivamente, i soggetti venivano casualmente abbinati a tre diversi gruppi sperimentali, il primo in cui veniva applicata la tecnica dell’esposizione per cui i partecipanti rivedevano i sei spezzoni di film, il secondo in cui si faceva ricorso alla tecnica della riformulazione verbale per cui ai soggetti venivano ripresentati gli stessi film ma le narrazioni iniziali fornivano delle informazioni aggiuntive su cosa accade ai protagonisti ed infine il terzo, cioè il gruppo di controllo, in cui i soggetti vedevano filmati con contenuti neutri.

Al termine della sessione sperimentale ai partecipanti veniva chiesto di tenere un diario per una settimana in cui annotare i pensieri intrusivi e l’esperienza di angoscia ad essi connessa.

I risultati hanno dimostrato che i soggetti che durante la sessione sperimentale hanno sviluppato una risposta condizionata di paura più forte riportano un numero maggiore di pensieri intrusivi e uno stato più elevato di distress.

Ciò è in linea con l’idea che le differenze individuali nel meccanismo di condizionamento possano spiegare perché alcune persone, in seguito ad un evento traumatico, manifestano sintomi tipici del PTSD ed altri no e la gravità degli stessi.

Inoltre l’alterazione maggiore della conduttanza cutanea è stata osservata nel caso dei soggetti che facevano parte del gruppo in cui veniva applicata la tecnica della riformulazione verbale; l’aumento dell’arousal permetteva ai partecipanti di spostare l’attenzione sulle informazioni verbali aggiuntive contenute nelle narrazioni e ciò dava loro la possibilità di modificare la valutazione negativa dei contenuti dei film e quindi la memoria del trauma.

Questi soggetti riportavano di conseguenza un numero minore di pensieri intrusivi e di sintomi simili a quelli del PTSD.
I risultati della ricerca sono in linea con le ipotesi sperimentali e mettono in luce come le tecniche verbali possano rappresentare un valido e non invasivo strumento di intervento con i pazienti affetti da PTSD. Tuttavia si sottolinea la necessità di altri studi dati i diversi limiti che caratterizzano quello in questione.

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Triglie alle arance nella Sicilia dei pugili – Taste of Mind Nr.02

TASTE OF MIND: La rubrica della mente in cucina Nr. 02

Triglie marmellata d’arance e ….

 

Davide Enia - Così in terra. COPERTINAHo trovato grazie a una amica, Cristiana, un libro, che altrimenti non avrei letto e che ho trovato bellissimo, di Davide Enia, Così in terra. Scaricato su Kindle, letto di corsa con commozione, ammirata della scrittura siciliana della storia, una storia orgogliosamente “non di mafia”, ma di povera gente che nel corso delle generazioni sa diventare grande.

Tre generazioni di pugili inseguono il successo in nazionale pesi medi, in una Sicilia amara, ma non senza speranza, non priva di vitalità.

Un vero romanzo di formazione, i protagonisti si muovono, cambiano, si evolvono, le storie non sono scontate e il finale è inaspettato. Il protagonista Davidu’ tiene il filo principale della storia con forza, consapevolezza e insieme ingenuità. E’ impulsivo e saggio. Un ragazzo guarito.

Il motivo per cui oggi vi parlo di questo libro è che nel bel mezzo del racconto, in modo generoso e inaspettato, l’autore ci regala una chicca, una ricetta di pesce che ho provato e che mi ha lasciato incantata.

Il pesce fa bene, (proteine nobili, grassi polinsaturi, omega3) e non solo al corpo ma anche allo spirito. E il fatto che prevenga l’osteoporosi ci aiuta a invecchiare bene. Invecchiare bene è soprattutto accettare di invecchiare cogliendo nel tempo che passa tutte le occasioni di pensiero saggio che ci occorre per vivere questa fase della vita in pace.

Poi personalmente non esagero neanche con il pesce perchè è animale vivo e tutte le volte che si può sostituire con legumi facciamo un piccolo dono al pianeta. Ma di legumi parleremo un’altra volta. Ora torniamo alla Sicilia. Nella ricetta il pesce sono le triglie, ma vanno bene anche i filetti di cernia, o qualsiasi pesce non enorme ma dalla carne dolce e buona, proverei le mustine o lo scorfano.

 

 

Gli ingredienti sono pochissimi:

  • il pesce
  • la marmellata di aranci
  • la mollica di pane
  • pistacchi e mandorle tritate

 

Le triglie si spalmano bene di marmellata di arancio, (direi senza esagerare, altrimenti troppi zuccheri), si impana con mollica di pane, trito di pistacchi e mandorle (piene di proteine, vitamine A e E, sali minerali come manganese e fosforo, e grassi benefici monoinsaturi), Si aggiunge poco sale e poco pepe. Si inforna e si cuoce. Il giusto.

Punto, Ricetta perfetta.

Sia dal punto di vista del sapore (dolce amaro l’arancio, poco salato il pesce, grasso e morbido l’impasto di frutta secca e mollica) che dei nutrienti. Basta una verdura lieve e il pasto non ha bisogno d’altro.

Forse il punto forte della ricetta è proprio questo alternarsi di sapori diversi, questa scelta di non divenire mai un sapore unico e ben amalgamato, ma il saper conservare un certo stridore, una disarmonia di fondo, che rende il tutto degno di essere provato.

Più mangio siciliano e più penso che questa cucina sia coraggiosa fino alla sventatezza per la sua capacità di mettere insieme sapori acidi e dolci, amari e salati, calmi e irruenti. Perché sa muoversi con sapienza nel disordine dei sapori creando una musica che ci stupisce.

Si, la Sicilia sa rischiare. In cucina almeno.

 

CONSIGLI PER L’USO:

Questa ricetta è consigliabile se siete annoiati, se accusate la monotonia o se sentite che il vostro pensiero ha voglia di volare più libero…

 

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La terapia cognitivo comportamentale per il perfezionismo clinico Report dal Workshop di Firenze

Il 7 e 8 maggio l’Istituto di psicologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale (Ipsico) ha organizzato a Firenze un workshop sulla terapia cognitivo-comportamentale (CBT) del Perfezionismo Clinico, condotto dalla Prof.ssa Roz Shafran, autorità mondiale in campo scientifico, Professor of Translational Psychology at Univesity College London and founder of the Charlie Waller Institute of Evidence-Based Psychological Treatment.

“La Tirannia dei dovrei…”. Con questa espressione Horney già negli anni ’50 del ‘900 descriveva un costrutto come quello del Perfezionismo, che è divenuto oggi, all’ interno della psicoterapia cognitiva, uno dei terreni di confronto e dibattito più accesi da parte di clinici e ricercatori di tutto il mondo.

Allettato dall’idea di poter venire a contatto con una grande esponente della CBT anglosassone, mi reco a questo corso di formazione specialistico. La partecipazione a questo evento ha fornito all’uditorio la possibilità di assaporare un prezioso spaccato di internazionalità: una lente di osservazione e un modello di lavoro con il paziente che è spesso lontano dallo stile del terapeuta cognitivista italiano.

La docente ha mostrato gli aspetti teorici del suo costrutto di perfezionismo e le implicazioni cliniche sul trattamento. Il perfezionismo infatti invade trasversalmente molti quadri clinici quali ad esempio i Disturbi d’ansia, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC), i Disturbi Alimentari, la Depressione ecc.

Shafran accenna inizialmente al dibattito scientifico in corso sul perfezionismo chiedendosi: [blockquote style=”1″]Cosa è il veramente il perfezionismo?[/blockquote] Nella sua risposta, l’autrice, a partire dal funzionamento cognitivo del DOC, definisce il suo modello di perfezionismo clinico come di tipo non multidimensionale, ma più “lineare”, come [blockquote style=”1″]la dipendenza eccessiva dalle autovalutazioni, dalle aspettative molto esigenti che sono autoimposte, in più di un campo, pur nella loro persistenza delle conseguenze spiacevoli[/blockquote] e sottolinea, differenziandosi da altri modelli psicologici e ribadendo con la sua aderente alla CBT, che il perfezionismo non è un tratto di personalità (“non tutti gli ambiti infatti sono invasi….esistono aree libere”).

Entrando più nel dettaglio, a partire dall’idea di “autostima eccessivamente centrata sul risultato”, a seguito della quale i soggetti definirebbero i loro alti standard da perseguire (“Devo e Dovrei…”), partirebbe un modello a due vie: da una parte il caso del fallimento degli obiettivi autoimpostisi (“Mai abbastanza”, Egan & Wad, 2012) con conseguenti emozioni sgradevoli e la messa in atto di comportamenti di contrapposizione (es. comportamenti di controllo nel DOC), evitamento oppure procrastinazione. Dall’altra parte è previsto un percorso più flessibile e adattivo, in cui esiste la possibilità di modifica e ridefinizione degli standard perseguiti dal soggetto.

La Shafran definisce pertanto la differenza tra perfezionismo “sano” e perfezionismo clinico prendendo come modello di funzionamento non patologico quello dell’atleta, un individuo capace – in caso di insuccesso – di ridefinire gli obiettivi e modificare i propri scopi. Diversamente, nel perfezionismo patologico, il fallimento degli alti e rigidi standard, sommato alle tipiche distorsioni cognitive (“biases”) e associato ad una valutazione non corretta della prestazione porterebbe l’individuo all’ autosvalutazione di sé e di conseguenza ad autorinforzare gli aspetti di autocritica.

Il protocollo illustrato da Roz Shafran è breve (6-10 sedute previste nel Sistema Sanitario Inglese) e caratterizzato dalla somma di interventi ben definiti: l’assessment e il monitoraggio dei comportamenti perfezionistici, la formulazione del caso, la psicoeducazione e gli esperimenti comportamentali finalizzati alla disputa delle credenze disfunzionali. Infine, nel processo terapeutico che affronta il perfezionismo clinico, l’autrice sottolinea l’importanza della relazione terapeutica e del rischio di droup-out, consigliando di rassicurare il soggetto che l’obiettivo della terapia non sarà quello di abbassare i suoi standard, bensì di partire dalle aree libere da questo “meccanismo perverso”.

Dal workshop quindi emergono, come linee guida di intervento, la necessità di fornire un trattamento limitato nel tempo, evidence-based e pertanto molto focalizzato sull’ obiettivo. La docente ha saputo fornire molti esempi clinici, con la visione di sedute in cui la terapeuta indagava le “regole di vita” del paziente proponendo interventi di distanziamento e ristrutturazione. Da queste due intense giornate di lavoro teorico, clinico ed esperienziale emergono pertanto come elementi cardine della CBT del perfezionismo, l’importanza sia della rigorosità nella formulazione del caso, sia dell’utilizzo di un modello teorico e di intervento che venga applicato con empatia, così da non perdere il contatto clinico con il paziente e con il suo mondo interno.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Guarisci te stesso (2015) di Saki Santorelli – Recensione

Iacopo Camozzo Caneve

Arriva finalmente in Italia, dopo una lunga gestazione (ne dà conto l’autore nell’introduzione raccontando di una vicenda iniziata nel 2005 e conclusasi, dopo alterne vicende, nella stampa del libro in questione) la traduzione di un libro di Saki Santorelli, uno dei padri fondatori della mindfulness così come la conosciamo noi tutti oggi in occidente.

Il libro , sin dalle prime pagine, si presenta con una forza poetica e una capacità espressiva che raramente capita di trovare tra le letture specialistiche, e “Guarisci te stesso” è anche, ma non solo, una lettura specialistica. Anche, ma non solo, proprio per coerenza con il messaggio di fondo dell’intero, bellissimo libro: che dentro ogni guaritore ci sia un ferito, e che dentro ogni ferito ci sia un’ interezza che si può contattare, come un sempre accessibile Guaritore interno.

Seguendo il filo teso da questo antico mito -nella figura di Chirone, appunto, il “guaritore ferito”- Santorelli ci conduce in un emozionante viaggio nel rapporto di cura -così come egli lo vive nella sua pluriennale esperienza di istruttore di mindfulness-, un rapporto caratterizzato dal duplice e speculare riconoscimento, da parte di entrambi i membri della copia, della reciproca appartenenza alle “categorie” di guaritore e di ferito, pur nel rispetto dei diversi ruoli e delle diverse “competenze” (si direbbe in ambienti più strettamente terapeutici).

Nei suoi racconti di incontri lungo percorsi di mindfulness vediamo, concretamente, come la possibilità di aprirsi al momento presente, la consapevolezza, possa essere il balsamo, lo spazio che ci permette di accogliere dentro di noi il nostro essere feriti senza venirne lacerati, senza che questo si trasformi nella sensazione di essere divisi, separati dentro noi stessi o, peggio, separati dalla persona di cui ci stiamo prendendo cura.

Dunque, è proprio nell’ incontro tipicamente umano tra chi offre e chi riceve cura, e nella possibilità del reciproco riconoscimento della comune appartenenza alle due “categorie” che, dice Santorelli, possono nascere gli incontri più autentici e più squisitamente curativi.

Non solo un libro sulla mindfulness, non un libro di psicoterapia, ma un libro che in ogni pagina spinge a riflettere -in particolare chi per caso o per sventura psicoterapeuta lo è- sul significato della relazione di aiuto e soprattutto sulla possibilità di mettere in moto risorse interne che l’altro, i nostri pazienti, possono avere ma che forse spesso rimangono latenti proprio per il disconoscimento della duplice natura del nostro essere guaritori, ma anche feriti, e del poter essere guaritori di se stessi dei nostri pazienti.

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Mindfulness per principianti di Jon Kabat-Zinn – Recensione

BIBLIOGRAFIA:

  • Santorelli, S. (2015). Guarisci te stesso. Raffaello Cortina Editore

DSM-5, L’essenziale. Guida ai nuovi criteri diagnostici, di L.W. Reichenberg

Non è certo una lettura appassionante, ma viste le dimensioni e i contenuti schematici mi pare un buon libro da tenere sulla scrivania e consultare agilmente al bisogno.

Sono passati quasi due anni dalla pubblicazione da parte della American Psychiatric Association del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 5a edizione (DSM-5), il testo diagnostico di riferimento della psichiatria americana. Come previsto, anche questa edizione ha destato importanti polemiche nella comunità scientifica e non, in quanto il testo mantiene sostanzialmente un’impostazione categoriale e, rispetto al precedente, allarga le maglie della psicopatologia includendo anche condizioni fisiologiche come il lutto (in pratica si può parlare di depressione anche solo due mesi dopo la perdita di una persona cara).

Vengono anche  proposte nuove diagnosi come il disturbo da accumulo, il disturbo da binge eating e la sindrome psicotica attenuata nel bambino, mentre altre sindromi hanno cambiato categoria (ad esempio il gioco d’azzardo patologico è finito nelle dipendenze, il disturbo da dismorfismo corporeo nei disturbi ossessivo compulsivi).

Il libro in questione, scritto da un counselor americano, è una sorta di Bignami del DSM-5, che in modo abbastanza schematico si propone di: informare i lettori sui cambiamenti rispetto alla versione precedente del manuale (DSM-IV), fornire criteri e raccomandazioni per il trattamento dei nuovi disturbi introdotti e fornire quando possibile la lista dei codici della più europea International Classification of Diseases (ICD-9 e ICD-10). Quest’ultima caratteristica rende il testo piuttosto utile nella pratica clinica istituzionale dove è spesso necessario inserire tali codici nelle cartelle cliniche o in altri documenti, magari dopo la comparazione con la diagnosi da DSM.

Non è certo una lettura appassionante, ma viste le dimensioni e i contenuti schematici mi pare un buon libro da tenere sulla scrivania e consultare agilmente al bisogno.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Reichenberg, L.W. (2015). DSM-5. L’essenziale. Guida ai nuovi criteri diagnostici, Raffaello Cortina Editore

La Doppia Diagnosi: ad ogni disturbo le sue sostanze

Giada Costantini, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Le ricerche esistenti sul rapporto causale tra disturbi psichiatrici e disturbi derivanti da sostanze stupefacenti sottolineano come i sintomi dei disturbi mentali e dei problemi legati alla tossicodipendenza interagiscono l’uno con l’altro e si influenzano vicendevolmente.

La comorbilità, o doppia diagnosi, è definita dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come la coesistenza nel medesimo individuo di un disturbo dovuto al consumo di sostanze psicoattive e di un altro disturbo psichiatrico.

Le ricerche esistenti sul rapporto causale tra disturbi psichiatrici e disturbi derivanti da sostanze stupefacenti sottolineano come i sintomi dei disturbi mentali e dei problemi legati alla tossicodipendenza interagiscono l’uno con l’altro e si influenzano vicendevolmente: in alcune ricerche emerge che i disturbi psichiatrici e della personalità di solito si manifestano prima dei disturbi derivanti dall’uso di sostanze, accentuando la suscettibilità individuale a tali problemi (Kessler et al., 2001; Bakken, Landheim, e Vaglum, 2003); tuttavia, i disturbi psichiatrici possono essere anche aggravati dal consumo di sostanze stupefacenti (ad esempio in McIntosh, e Ritson, 2001) oppure possono manifestarsi in parallelo.

In linea generale, la relazione che lega tossicodipendenza e disturbo psichiatrico può essere di vario tipo.

In un primo caso, la tossicodipendenza può essere conseguenza di una problematica psichiatrica (autoterapia). In questo senso molti pazienti tentano di curare il loro disturbo mentale da soli e l’uso della sostanza subentra in un secondo momento. In una seconda condizione le sostanze possono precedere, causare o slatentizzare una sintomatologia psichiatrica indotta da un’intossicazione, da una crisi d’astinenza o dagli effetti persistenti del consumo prolungato della sostanza. L’intensità e la durata dei sintomi psichici sono determinate dal tipo di sostanza usata, dalla sua quantità e dalla durata del consumo. Infine, il disturbo mentale e la tossicodipendenza possono essere paralleli e la causalità del tutto indipendente; in genere poi interagiscono aggravandosi a vicenda.

Per quanto riguarda i disturbi dell’umore, sono il tipo di disturbo psichiatrico più spesso in comorbidità con i DUS (disturbo da uso di sostanze): la depressione può indurre abuso di sostanze come tentativo di automedicazione, o può a sua volta causare depressione, disforia, ansia e la così detta sindrome amotivazionale; il disturbo bipolare è presente soprattutto con quadri clinici caratterizzati da tratti più marcatamente ansiosi e da spiccata impulsività. Le evidenze della letteratura indicano che circa 2 pazienti bipolari su 3 (60-65%) incontreranno una sostanza durante il proprio decorso clinico (Clerici et al., 2006).

Anche i disturbi d’ansia hanno una buona comorbilità con l’uso di sostanze: come dimostrato in diversi studi (Ogborne et al., 2000; Gandhi et al., 2003; Tournier et al., 2003) i pazienti che presentano un disturbo d’ansia tendono ad assumere principalmente sostanze ad azione sedativa con giustificazioni auto-terapiche improprie.

In letteratura è riportata una stretta relazione tra DAP (disturbo da attacchi di panico) e uso/ abuso di cannabis con aumento, rispetto alla popolazione generale, sia del numero degli attacchi di panico che della durata della malattia.

Tale relazione viene spesso sottostimata e misconosciuta dagli assuntori che attribuiscono erroneamente proprietà ansiolitiche ai cannabinoidi (Zvolensky, Cougle, Johnson, Bonn-Miller, e Bernstein, 2010).

La relazione di tipo causale che unisce il disturbo d’ansia generalizzata e la fobia sociale con il DUS appare essere biunivoca e può essere immaginata come un circuito chiuso: l’ansia spinge alla sperimentazione delle sostanze e si ripresenta, essa stessa, come sintomo caratteristico delle fasi astinenziali, divenendo così il principale fattore di mantenimento del comportamento d’abuso, potenziando anche la sintomatologia ansiosa che si voleva medicare (Buckner, Heimberg, Ecker, e Vinci, 2013).

La presenza del disturbo ossessivo compulsivo (DOC) non è certo infrequente nei nostri pazienti, poiché i meccanismi di base, comuni sia ai comportamenti di dipendenza da sostanze che alle patologie dello spettro impulsivo/compulsivo, si sovrappongono. Infatti il DOC, il discontrollo degli impulsi (ICD) e il DUS convergono a vari livelli: fenomenologico, neurochimico, neurocognitivo, a livello dei neurocircuiti cerebrali e della comorbidità. I comportamenti DUS e ICD correlati dovuti ad un aumento della compulsività, chiamano in causa i circuiti dello striato dorsale. Si ritiene quindi che, con la progressione e la cronicizzazione dei disturbi, gli uni prendano le caratteristiche degli altri, aggravandosi a vicenda e rendendo più difficili i trattamenti (Fontenelle, Oostermeijer, Harrison, Pantelis, e Yucel, 2011).

Tuttavia, a complicare la cura dei pazienti con sintomi ansiosi sono i trattamenti farmacologici con benzodiazepine, delle quali i pazienti tendono rapidamente a fare un uso improprio, a volte associando altre sostanze psicoattive ad azione sinergica. Anche in questo caso le sospensioni delle terapie amplificano l’ansia rendendo ancora di più il paziente vulnerabile a ricadere nelle assunzioni.

Tra i pazienti dei servizi psichiatrici con molta frequenza si rileva la presenza di casi di comorbilità DUS e disturbi schizofrenici (Asher, e Gask, 2010). Tra i pazienti psichiatrici le sostanze maggiormente utilizzate sono l’alcol ed i cannabinoidi (Garofano, Barretta, Falco, e Auriemma, 2014).

L’alcol, inducendo una disinibizione comportamentale e quindi facilitando la perdita del controllo degli impulsi, porta al peggioramento del quadro clinico. L’utilizzo viene sostenuto da un desiderio di automedicazione soprattutto per alleviare ansia, tensione, depressione (Evren, e Evren B, 2003). L’associazione tra disturbi psicotici e derivati della cannabis è ormai ben supportata da numerosi studi epidemiologici e neurofisiologici: l’uso dei cannabinoidi è un fattore di rischio per lo sviluppo di psicosi ed un elemento aggravante della sintomatologia psicotica già in atto. Anche in questo caso vi è il tentativo improprio di risolvere l’ipoforia e l’apatia che accompagnano la sintomatologia negativa correlata alla condizione psicotica in atto (Zammit et al., 2008).

Le stesse motivazioni autoterapiche si riscontrano nella scelta dell’uso di sostanze psicostimolanti, come la cocaina e le amfetamine, probabilmente compensatoria rispetto ad una condizione di ipodopaminergia presente a livello del sistema mesocorticale, che sembra essere fondamentale nella patogenesi della schizofrenia. L’abuso compulsivo viene così giustificato dalla necessità di mantenere un normale tono dopaminergico. Tuttavia, al sollievo iniziale della sintomatologia negativa, segue il potenziamento dell’espressione psicopatologica legata ai sintomi positivi, con alterazioni comportamentali fortemente disadattivi (De Quadro, Carpenter, e Tandor, 2000).

Anche alcune sostanze psicostimolanti ed allucinogene possono indurre quadri psicopatologici indistinguibili da episodi psicotici acuti: le psicosi acute indotte da sostanze stupefacenti caratterizzano in particolare i consumatori di cocaina, anfetamine ed allucinogeni, le quali, di solito, si attenuano relativamente in fretta una volta sospeso l’uso.

L’uso cronico di cocaina è in grado di generare una sindrome paranoidea di gravità variabile, a volte difficilmente differenziabile da forme schizofreniche paranoidi primarie. Di pari gravità sono le psicosi croniche indotte dagli allucinogeni (LSD e Fenciclidina, PCP) i cui sintomi, caratterizzati da comportamenti bizzarri e a volte violenti, possono perdurare per mesi o ricomparire anche ad un anno dalla sospensione. Altre sindromi psichiatriche possono essere indotte dall’uso di ecstasy (MDMA) come la psicosi paranoidea, il disturbo schizoaffettivo e il disturbo ossessivo compulsivo. Inoltre i poliabusatori hanno un maggiore rischio di disturbi psichiatrici legati all’assunzione di ogni singola sostanza.

All’espressione di sintomi di natura psicopatologica concorrono diversi altri fattori come la personalità premorbosa, la presenza di una patologia psichiatrica sottosoglia, la predisposizione genetico-biologica e la storia familiare, i fattori socioambientali, nonché le spinte motivazionali (Paparelli, Di Forti, Morrison, e Murray, 2011).

Può essere però molto difficile operare una distinzione tra i sintomi che sono dovuti all’intossicazione da stupefacenti ed episodi psicotici non indotti dall’uso di sostanze.

Altri studi hanno dimostrato un’alta prevalenza di DUS nei Disturbi di Personalità (Van Den Bosch, Verheul, e Van Den, 2001).  Siever e Kenneth (cit in Guareschi Cazzullo, Lenti, Musetti, e Musetti, 1995) definiscono la personalità come

costituita da quella distinta e persistente costellazione di comportamenti o tratti che caratterizzano il funzionamento sociale-relazionale ed occupazionale. Quando questi tratti o comportamenti o strategie sono maladattativi ciò costituisce un disturbo di personalità.

Da questa definizione si potrebbe intendere l’uso delle sostanze come una strategia di fronteggiamento: è costante il rilievo, nella raccolta accurata della storia dei nostri pazienti, di un uso di droghe a scopo adattativo.

Alcune ricerche si sono soffermate sulla relazione tra il disturbo borderline di personalità e il DUS: alcune impostazioni teoriche hanno sottolineato come l’utilizzo di sostanze serva a far fronte a un vuoto incolmabile che questi pazienti portano con sé (Correale, Alonzi, Carnevali, Di Giuseppe, e Giacchetti, 2001), altre come l’utilizzo di sostanze serve per placare un caos nelle emozioni e nella condotta divenuto ormai insopportabile (Linehan, 1993 (a), 1993 (b); Liotti, 2001).

 Altri studi hanno accertato la forte correlazione tra il DUS e il disturbo antisociale di personalità. Tra le caratteristiche psicopatologiche nucleari del disturbo antisociale vi sono l’impulsività, l’irritabilità, l’aggressività. Un crescente numero di valutazioni retrospettive e di studi prospettici suggeriscono che la comparsa dei sintomi della personalità antisociale o della iperattività con deficit di attenzione (ADHD) avvenga in età antecedente all’inizio dell’impiego di sostanze (Luthar, Anton, Merikangas, e Rounsaville, 1992; Klein, e Manuzza, 1991) e potrebbe esse una fattore predisponente allo sviluppo del DUS. Infatti, alcune dimensioni psicopatologiche della personalità antisociale sono condivise dai soggetti abusatori di sostanze e determinano l’adozione di pattern comportamentali simili, quali l’avventatezza, l’irresponsabilità nelle azioni e nelle relazioni, l’incapacità di apprendere dall’esperienza, la tendenza ad ingannare, mentire, aggredire (Vassileva, Gonzalez, Bechara, e Martin, 2006). A questo si aggiunge anche la condivisione di altri fattori di rischio come il basso livello socioculturale, la storia familiare, spesso caratterizzata da abbandoni e abusi, e la provenienza, prevalentemente da aree urbane impoverite (Westermeyer, e Thuras, 2005).

 

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BIBLIOGRAFIA:

Raccontare il vero dal falso: i consumatori di cannabis mostrano un aumento della suscettibilità ai ricordi

Daniela Sonzogni

FLASH NEWS

I risultati mostrano che i consumarti di cannabis avevano un numero maggiore di falsi ricordi, come osservato in alcune popolazioni psichiatriche/neurologiche e in persone anziane. Piuttosto che un’alterazione tra le strutture di memoria, i risultati mostrano una compromissione più diffusa che porta ad una ridotta capacità di affrontare il recupero e le richieste di monitoraggio necessarie a distinguere tra eventi illusori e reali.

La cannabis è la droga più utilizzata in tutto il mondo dopo l’alcool e il tabacco anche se le implicazioni per la salute correlate all’utilizzo di cannabis a lungo termine sono ancora una questione non specificata. L’uso regolare di cannabis è stato associato a conseguenze negative sulla salute inclusi disturbi psichiatrici e neuro-cognitivi.

Uno studio recente ha coinvolto più di mille persone dimostrando che l’uso cronico di cannabis è associato a un declino cognitivo, con maggiore deterioramento in quegli individui che presentano un uso persistente. Tra i vari domini cognitivi studiati, la memoria è una di quelle più frequentemente identificate come colpita negativamente dall’effetto di cannabis. Precedenti studi sull’impatto neurocognitivo del consumo di cannabis hanno individuato un deficit di memoria dichiarativa e di lavoro che tende a normalizzarsi con l’astinenza.

Un aspetto rimasto inesplorato della funzione cognitiva dei consumatori cronici di cannabis è la capacità di distinguere tra ricordi veritieri e illusori, un aspetto cruciale del monitoraggio della realtà che si realizza con un’adeguata funzione di memoria e controllo cognitivo.

Utilizzando la risonanza magnetica funzionale è stato dimostrato come i consumatori abituali, anche in astinenza di cannabis per mesi, mostrano una maggiore suscettibilità alle false memorie non riuscendo a considerare come nuovi degli stimoli che per certe caratteristiche richiamano quelli studiati. Questi risultati mostrano quindi una lunga e duratura compromissione dei meccanismi cognitivi e di memoria coinvolti nel monitoraggio della realtà.

Oltre a un peggioramento delle prestazioni, i consumatori di cannabis mostrano una ridotta attivazione delle aree associate ai processi di memoria all’interno del lobo temporale mediale e laterale (MLT) e nelle regioni cerebrali frontali e parietali coinvolte nell’attenzione e nel monitoraggio della performance. Lo studio ha mostrato anche alterazioni nell’ippocampo che in particolare diminuisce di volume associato alla quantità di cannabis utilizzata e può persistere anche dopo un’astinenza di 6 mesi.

In particolare nello studio effettuato i partecipanti hanno studiato una lista di parole che sono state successivamente presentate insieme a una lista nuova di parole semanticamente indipendenti e una lista di parole correlate semanticamente. Quest’ultima lista induce l’illusione di una falsa memoria in cui i partecipanti sostengono erroneamente che il nuovo stimolo è stato precedentemente studiato.

La corretta individuazione degli stimoli semanticamente correlati è più impegnativo a livello cognitivo rispetto alle parole semanticamente indipendenti. I primi sono principalmente legati ad una maggiore attivazione del lobo temporale mediale (MLT), parietale e regioni cerebrali frontali.

L’analisi dei dati comportamentali ottenuti in fase studio non ha rilevato differenze tra i gruppi per quanto riguarda il loro grado di attenzione, nel numero di parole studiate riconosciute correttamente e nel numero di parole nuove respinte correttamente. Tuttavia i consumatori di cannabis mostravano significativamente maggiori falsi ricordi.

I risultati mostrano che i consumarti di cannabis avevano un numero maggiore di falsi ricordi, come osservato in alcune popolazioni psichiatriche/neurologiche e in persone anziane. Piuttosto che un’alterazione tra le strutture di memoria, i risultati mostrano una compromissione più diffusa che porta ad una ridotta capacità di affrontare il recupero e le richieste di monitoraggio necessarie a distinguere tra eventi illusori e reali. Questa persistente incapacità di raccontare il vero dal falso può avere implicazioni mediche e legali. Evitare distorsioni di memoria può infatti essere estremamente rilevante in alcuni contesti come in un aula o in un esame forense o in un contesto più generale in cui questa capacità ci fornisce un adeguato senso di realtà che guida il comportamento futuro basato sulle esperienze passate.

 

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La nostra ipotesi sul tradimento – Tracce del tradimento Nr. 08:

La somministrazione d’inutili sofferenze non è mai gratuita. Non fare i conti con i propri reali progetti, indipendentemente dalle sensazioni temporanee di grandiosità o potere, rende sempre poveri e i sogni di cambiamento rischiano di naufragare in una inutile conflittualità di coppia.

La tesi che sosteniamo è che il cercatore di tracce ha prevalentemente un problema personale mentre il lasciatore di tracce, il seminatore, ha spesso scopi che riguardano la relazione, il partner, anche se non sempre egli o lei è consapevole di questo. Questi scopi relazionali sono facilmente inferibili da chi indaga. Quindi chi lascia tracce parla al partner, e lo fa nei casi in cui desidera che queste tracce vengano in qualche modo intercettate. Mentre chi cerca tracce è in una fase difficile della propria vita personale e di coppia ed è solo, isolato psicologicamente dentro la sua ossessione con comportamenti intrusivi che violano gli spazi privati dell’altro.

Spesso chi lascia lo fa senza analizzare a fondo le conseguenze del suo atto, e chi cerca lo fa per un ossessione ma senza una reale valutazione dei comportamenti da adottare qualora  trovasse le tracce che teme di trovare. Qual è allora l’utilità possibile di questi nostri articoli sul tradimento? Un invito alla riflessione per tutti i cercatori e lasciatori di tracce all’approfondimento delle implicazioni dei propri comportamenti invadenti o distratti. E le conseguenze che è necessario o preferibile trarre. Un aiuto per sapersela cavare con onore e con capacità di buon navigante tra i misteri e le complessità della propria vita affettiva.

Questi articoli potrebbero essere letti come un aiuto alla consapevolezza delle motivazioni reali di chi tradisce e lascia tracce e di chi cerca le tracce del tradimento. Potrebbe essere interessante per il cercatore sapere che l’altro ha tradito realmente e trarne le conseguenze oppure rendersi conto che l’altro non ha tradito e rendersi conto di quanto c’è di personale e privato nella rabbia o nel dolore del cercare tracce, così da rendersi conto che non è cercando tracce che si risolve il problema.

Forse il cercatore di tracce può imparare a interrogarsi sulla propria ossessività, sulla difficoltà a lasciare passare i propri pensieri negativi che invece abitano il palcoscenico mentale in modo ripetitivo e senza alternative, così come può essere interessante rendersi conto di quanto la costante sospettosità verso l’altro parli della propria solitudine, della sfiducia, della solitudine interiore. Per il lasciatore, potrebbe essere utile individuare i propri desideri e le proprie insoddisfazioni dentro la relazione in modo maggiormente consapevole e potrebbe essere utile capire bene come intervenire su una relazione che sta stretta o che si vorrebbe più frizzante o che si è deciso di chiudere. La somministrazione d’inutili sofferenze non è mai gratuita. Non fare i conti con i propri reali progetti, indipendentemente dalle sensazioni temporanee di grandiosità o potere, rende sempre poveri e i sogni di cambiamento rischiano di naufragare in una inutile conflittualità di coppia. Concludiamo la premessa con due esempi interessanti e utili a portare avanti  il nostro discorso.
 

Una seminatrice e un cercatore testardo: La ragazza in questione è stata scoperta dal convivente a intrattenere un dialogo amoroso con un ragazzo usando un indirizzo di posta elettronica di cui lui non era a conoscenza. La ragazza si era dimostrata negli ultimi mesi sempre meno disposta ad abbracciarlo e a fare l’amore con lui, per il resto era normalmente gentile anche se un poco distratta come presa da pensieri a lui non conosciuti. Il ragazzo aveva tentato di forzare la posta elettronica in vari modi ma non era riuscito a entrare fino a quando una volta preso il portafoglio di lei mentre lei dormiva aveva trovato un nome di uomo scritto in un bigliettino dentro la patente. Aveva molto faticato a trovare qual era l’indirizzo di posta a cui applicare la password ma alla fine con Yahoo ci era riuscito, nome di lei, password ed era entrato. Nella posta di lei aveva trovato un mondo sconosciuto di relazioni e soprattutto un ragazzo che aveva riposto ingenuamente ad alcune sue lettere e aveva riattraversato con lui le tappe e i progetti di una nuova relazione che stava per sostituirsi alla sua.

Questo caso ormai abbastanza comune è interessante, perché nel mondo complesso dell’informatica e d’internet, spesso le password si nascondono in modo convenzionale e assolutamente non innovativo. E ci si fa scoprire.

Il cercatore ossessionato e la ragazza fedele: quando lei usciva lui passava tutto il tempo a rovistare tra le sue cose, borse, cassetti, tasche degli abiti, e non trovava nulla di sospetto ma non demordeva dalla sua ossessione che gli consentiva di sentirsi capace e in dominio della situazione, non trovando nulla sospettava in lei fini doti di nasconditrice sempre più malevole. Sempre più spesso analizzava centimetro dopo centimetro le cose di lei, e non trovava nulla, il suo umore peggiorava e diventava sempre più sgarbato non avendo nulla da rimproverarle ma non essendo affatto contento di come andavano le cose. Il fatto che non trovasse nulla non veniva interpretato come una prova di fedeltà ma come la conferma della furbizia e malevolenza di lei.

 

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DBT per Binge eating e bulimia: – Intervista alla Dott.ssa Debra L. Safer

Durante il convegno Dialectical Behavior Therapy (DBT) per il trattamento dei Disturbi dell’Alimentazione, tenutosi a Firenze lo scorso Aprile, la Dott.ssa Safer ha accettato di rilasciarci un’intervista in cui vengono approfondite alcune tematiche presenti nel suo libro Binge eating e bulimia: Trattamento dialettico-comportamentale.

Mara Soliani (MS): La prima domanda è la seguente: nel suo libro ‘Dialectical Behaviour Theory for Binge eating and bulimia’ del 2009 si precisa che tale trattamento ha un limitato supporto dal punto di vista della ricerca scientifica, ad oggi qual è lo stato dell’arte su questo versante?

 Debra L. Safer (DLS): Io non ho fatto nessun’altra ricerca dall’ultima pubblicata, altri ricercatori hanno svolto ricerche sulla DBT che hanno confermato l’efficacia della stessa ma non le ho seguite io e quindi mi viene da dire che da allora non ci sia un aumento dell’evidenza che la DBT sia efficace. Abbiamo fatto uno studio in cui partendo dallo stesso manuale ne è stato creato un altro come manuale di auto-aiuto, questo comprende gli stessi moduli del manuale dbt per binge eating e bulimia ma la messa in atto è totalmente gestita dal paziente che ha inoltre il supporto di 6 telefonate da 20 minuti ciascuna da dividersi in 13 settimane. I pazienti sono stati testati all’ingresso e dopo le 13 settimane di trattamento, è emerso un tasso di astinenza dall’abbuffata pari al 40% e questo è a parer mio già un buon risultato, sempre gli stessi pazienti testati a 6 mesi di distanza hanno mostrato un tasso di astinenza dall’abbuffata pari al 30%, quindi c’è stato un lieve peggioramento, tuttavia in generale hanno riportato un miglioramento nella qualità di vita. Mentre per quanto riguarda il gruppo di controllo l’astinenza dalle condotte di binge si aggira attorno allo 0% per tutta la durata dello studio.

MS: Nel capitolo del suo libro in cui si orienta il paziente al minduful eating c’è un piccolo paragrafo relativo al craving per il cibo e alla riduzione di questo, potrebbe dirmi qualcosa di più sulle possibili tecniche per affrontare il craving?

(DLS): Dunque credo che quello che noi facciamo sia di continuare a parlare del craving come un’urgenza. Più se ne parla più questo si incrementa, meno se ne parla più questo diminuisce, nonostante questo il craving continua ad essere comunque presente e attivo nella sua funzione ossia quella di cercare la ricompensa. Ma non facciamo nulla di più nello specifico.

MS: Qual è la sua opinione in merito al nuovo filone di ricerche che vede il binge eating disorder come una possibile dipendenza?

(DLS): Ok questa è un’ottima domanda. Mi lasci pensare, io credo che a livello del nucleo accumbens, coinvolto nel circuito della ricompensa, succeda qualcosa di simile nel binge-eater come nella persona che ha una dipendenza da sostanze stupefacenti. Credo tuttavia che in alcuni casi il motivo per cui il cibo è così gratificante è perché è proibito, perché i pazienti non se lo concedono. Quindi credo sia difficile capire che in DBT questo non è visto come una dipendenza ma come una regolazione emotiva, ogni cibo va bene perché la sua funzione è quella di regolare le emozioni. Ho inoltre notato che ci sono pazienti che credono che una volta mangiata una certa quantità di cibo non hanno più controllo e non importa quale sia la loro emozione, devono evitarla. E’ per questo che io credo bisogna insegnare loro la regolazione emotiva. Spesso i pazienti pensano: Posso avere altro cibo o posso evitarlo? Io non credo che ci sia un senso nel continuare a pensarla in questo modo, perché fondamentale è credere nella teoria cui si fa riferimento quindi se tu perdi il controllo e continui a mangiare questo non ti aiuterà. Se diciamo loro: Il problema non è che tu sei dipendente ma che non ti consenti di provare le emozioni, il cibo non è il problema. Tuttavia se un paziente arriva da me e crede che il suo problema sia la dipendenza da cibo io non lo combatto, gli dico che se vuole mangiare zuccheri può farlo, credo che approcciarsi alla nostra teoria sia già un metodo per capitolare, per arrendersi.

MS: Nel suo manuale sono presenti i presenti i moduli volti all’incremento di abilità nucleari e di mindfullness, di regolazione emotiva e di tolleranza alla sofferenza mentale, se facciamo un paragone con il manuale DBT della Dot.ssa Linehan non è presente il modulo relativo all’incremento dell’efficacia interpersonale, potrebbe spiegarci il perché di questa decisione?

(DLS): Non lo uso a scopo di ricerca ma lo userei nella pratica clinica. Nella ricerca da noi condotta non è stato inserito perché non c’era tempo a sufficienza per insegnare le tecniche di efficacia interpersonale ed eravamo preoccupati che l’efficacia potesse essere simile se comparata alla terapia interpersonale. Per questo non è stato inserito, solo ed esclusivamente a scopo di ricerca.

MS: Dopo sei anni dalla pubblicazione del manuale è cambiato qualcosa nella sua esperienza clinica? Ci può raccontare in cosa consiste il cambiamento?

(DLS): Credo che quello che sia cambiato è che mi sono focalizzata sempre più nell’avere un’espressione emotiva nelle sedute, io credo che in gruppo sia difficile fare questo e io ho seguito principalmente gruppi. Negli studi relativi alla bulimia la mia esperienza clinica era principalmente relativa ai gruppi e non è stata incoraggiata l’espressione emotiva perché c’era il rischio che potesse essere fuori controllo ed inoltre nei gruppi il tempo è ridotto a due ore e le cose da affrontare sono molte; ma adesso, non usando più questo metodo solo a scopo di ricerca, ma anche con i pazienti nella pratica clinica ho provato ad incoraggiare l’espressione emotiva nella relazione con me.

Ho implementato le mie conoscenze circa la Teoria dell’attaccamento e l’importanza che il paziente venga ammirato e validato nell’espressione delle sue emozioni perché nessuno l’ha mai fatto prima.

Inizialmente io mi limitavo all’applicazione delle skills adesso lascio che accada qualcosa in più in seduta, e quello che accade credo sia sintonizzazione, cerco veramente di essere li con loro perché l’esperienza di provare un‘emozione con un’altra persona di cui ti fidi versus il provare ad affrontarle da soli sia speventante inizialmente. Per quanto io continui a dare e a lavorare sulle skills credo che sia molto meglio fare esperienza con me in seduta e credo che questo sia quello che è cambiato da quando io lavoro. L’altra cosa che forse è accaduta è relativa al fatto che ho usato le stesse skills usate per i Binge Eaters e i Purging anche per coloro che sono emotional eaters non necessariamente binge eaters ma ho fatto fatica ad usarle con persone come loro a cui non serve un criterio diagnostico. Ho lavorato anche con soggetti obesi che hanno fatto un intervento di chirurgia bariatrica per perdere peso, pratica assai diffusa negli stati uniti e considerata il trattamento ufficiale per l’obesità. Nonostante questo, dopo l’intervento, quasi il 20-30% dei pazienti riprende peso, così ho provato ad usare la DBT con questi pazienti anche se loro non possono abbuffare perché il loro stomaco non lo consente, tuttavia ciò che ho riscontrato e che loro esagerano nel mangiare sulla base di un emozione, così ho provato ad adattare lo stesso trattamento modificandolo leggermente perché i pazienti sono diversi.

Binge eating e bulimia Trattamento dialettico-comportamentale - Intervista alla Dott.ssa Debra L. Safer (2)

MS: In base alla sue esperienza ci può dire quali sono i pazienti resistenti al suo trattamento?

(DLS): Io credo ci siano diversi tipi di binge eaters. Credo che per quelli che vengono da me e che per tutta la loro vita e per tutti i loro bisogni emotivi sono ricorsi solo al cibo e non hanno altro, beh credo sia inutile insegnare a loro delle skills perché quello di cui hanno bisogno nella loro vita è avere degli amici, dei soldi, magari sono persone che non hanno un lavoro e magari hanno anche una personalità complessa e quindi faticano a relazionarsi, e per loro il cibo è davvero l’unica soluzione; è come se loro non potessero avere nutrimento in altri modi e vorrebbero fermarsi, ma non hanno altro e penso che l’unico modo in cui potrebbero fermare le abbuffate è alla condizione che io sia li con loro ogni minuto ma non è possibile che succeda. E penso che loro vorrebbero proseguire con la terapia ma non farebbero necessariamente dei progressi e in merito a questo non sono sicura sul da farsi. Penso che a volte il problema sia anche quello di non avere soldi, io penso che il fatto di non avere un lavoro influisca sulla mancanza del senso di mastery e quello che loro cercano è l’abbuffata ed difficile portare loro a dire smetto, perché non hanno altre persone, non hanno figli non hanno nessuno e io non saprei cosa fare per loro perché io non sarei sufficiente.

Altri pazienti con cui ho difficoltà sono coloro che non credono al modello quindi non credono che il problema dipenda dal modo in cui sperimentano le emozioni.

Qualche volta questi pazienti nel momento in cui iniziano il trattamento iniziano anche a vedere il collegamento fra cibo ed emozioni. E’ come se loro non sono consapevoli delle loro emozioni e quindi c’è bisogno di tempo prima di affrontare il cambiamento. Magari iniziano a dire: Oh il fatto non è semplicemente che ero in casa da solo, è che qualcosa stava iniziando a cambiare in me. Io credo che certi pazienti, specialmente quelli che vivono a casa con i genitori, abbuffano quando sono soli, ed è quella la loro opportunità, inizialmente molti di loro non credono che sia qualcosa che accade dentro di loro a portarli ad abbuffare ma lo fanno solo perché sono soli. Questa sarebbe l’opportunità che non vogliono vedere o non possono vedere, il fatto che c’è qualcosa che sta cambiando in quel momento. Qualche volta lo vedo anche negli uomini i quali spesso dicono che il loro problema è che mangiano troppo, e quando in prima seduta il problema che mi riportano è questo, quello che faccio non è DBT. Loro magari sono persone che in casa hanno troppo cibo, sono mangiatori esterni, vedono il cibo dopo di ché lo vogliono, quindi il nostro lavoro inizialmente consiste nel mettere via il cibo.

Non per forza devo fare delle skills relative all’emozione se pensano che questo non sia il problema. Negli Stati Uniti esiste un libro che si chiama Mindless Eating dove si insegna al paziente a mangiare su piccoli piatti, si insegna loro a mettere via il cibo, a mangiare in una sola portata, ecco con loro iniziamo così, con le piccole cose che riescono a fare, così che l’ambiente in cui vivono non li faccia cadere in tentazione perché credo che loro si dicano che il problema sia che cibo è li, possono anche sentirsi benissimo ma il cibo è li e quindi devono mangiarlo.

MS: I gruppi DBT standard sono generalmente eterogenei, per esempio pazienti autolesionisti e pazienti con dipendenza da sostanze vengono inclusi nello stesso gruppo, come avviene invece nella sua esperienza clinica?

 (DLS): Questo non è quello che succede nella mia esperienza clinica, non abbiamo pazienti autolesionisti e pazienti con dipendenza da sostanza nello stesso gruppo con pazienti che hanno un disturbo alimentare. I pazienti con disturbo alimentare sono separati e questo perché il mio programma era rivolto solo ed esclusivamente a loro. I pazienti che presentano altre problematiche come quelle che mi ha detto prima vengono inviati direttamente nella clinica in cui viene applicato il modello DBT standard, il motivo principale è che nel nostro centro non c’è terapia individuale ma solo di gruppo, mentre nella clinica in cui applicano la DBT standard c’è sia la terapia di gruppo che quella individuale e quindi possono avere più aiuto.

MS: Se lei ha dei pazienti con disturbo alimentare in comorbidità con un disturbo di asse due in quale gruppo lo include? Nel DBT standard o nel gruppo DBT per i disturbi alimentari?

(DLS): Li includo nel gruppo DBT standard, ci sono ricerche condotte su pazienti che hanno entrambe le problematiche con i quali si è provato ad applicare il metodo spiegato nel mio manuale e questo non ha funzionato perché se è presente il target dell’autolesionismo, il target del cibo non è sufficientemente importante se paragonato con l’altro.

Se noi prendiamo come target la qualità di vita non c’è nessuna minaccia alla vita nei pazienti che mostrano solo un disturbo alimentare.

Generalmente nel trattamento di questi pazienti viene come primo step quello di interrompere i comportamenti di autolesionismo, ma non essendoci nei nostri pazienti questo aspetto il nostro primo step è quello di interrompere le abbuffate perché questa è l’unica minaccia alla terapia. Spesso le persone che mostrano una comorbidità con disturbi di asse due mostrano anche un collegamento con l’autolesionismo mentre nei binge eaters non sempre c’è questo collegamento. Quindi come prima cosa ci sono da affrontare i target che rappresentano una minaccia alla vita, dopo di che, affrontati quelli, si lavora sulla qualità di vita.

 

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Dialectical Behavior Therapy (DBT) per il trattamento dei Disturbi dell’Alimentazione, Firenze, 17-19 Aprile 2015 – Report del workshop, II Parte 

BIBLIOGRAFIA:

 

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