Una buca da cui cerchiamo di uscire scavando: la triade cognitiva di Beck

Il paziente depresso tende a ruminare e a sviluppare convinzioni negative su di sè, il mondo e il futuro favorendo nuovi episodi depressivi - Psicologia

ID Articolo: 106677 - Pubblicato il: 27 febbraio 2015
Una buca da cui cerchiamo di uscire scavando: la triade cognitiva di Beck
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Considerando che l’esistenza, prima o poi, ci espone a delle avversità, diventa centrale un quesito: cosa rende stabile e cronica una visione del mondo che si attiva innanzi alle difficoltà?

Il mondo è un’ entità a noi avversa. Magari è un’affermazione pessimista ed esagerata. Tuttavia difficilmente si può negare che l’esistenza presenti avversità e dolore nel corso di una vita. Esistono molteplici occasioni in cui tali avversità possono farci pensare di essere incapaci, che il destino è ingiusto e che il futuro è oscuro. Questo sistema di convinzioni su noi stessi e sul mondo rappresenta la famosa triade cognitiva di Beck (1976).

Messaggio pubblicitario Più la nostra tendenza a leggere le avversità in questa prospettiva è stabile e rigida, più siamo vulnerabili a fare esperienza di episodi depressivi. Ma considerando che l’esistenza, prima o poi, ci espone ad avversità diventa centrale un quesito: cosa rende stabile e cronica questa visione del mondo che si attiva innanzi alle difficoltà?

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La teoria metacognitiva propone che una visione negativa di sé, del mondo e del futuro non sia appresa come una rappresentazione monolitica nella memoria. D’altronde, persone che vivono episodi di depressione hanno conosciuto e conosceranno dopo momenti di serenità in cui la visione di sé e del mondo è più luminosa.

La teoria metacognitiva ritiene che la responsabilità vada cercata nel modo in cui le persone si approcciano ai problemi, cercando una soluzione attraverso una forma di eccessiva analisi astratta che viene chiamata ruminazione.

Ruminare significa continuare a chiedersi il perché delle cose negative che capitano lungo l’esistenza. Questa attività mentale è sostenuta dalla convinzione che scoprendo il perché delle cose, saremmo più capaci di gestirle, trovare sollievo ed evitarle in futuro. Spesso non si tiene presente il costo di questa strategia analitica: l’umore resta triste, la nostra mente è continuamente carica di contenuti tristi, siamo affatticati dal dispendio energetico che richiede, non abbiamo risorse per lasciarci distrarre da stimoli positivi, spesso non arriviamo a una comprensione definitiva (perché forse una definitiva non sempre esiste).

Insomma, se siamo fermi ad analizzare i perché l’unico dato certo è che siamo fermi. Bloccati a un crocevia doloroso della nostra esistenza rivolti indietro alla strada che abbiamo percorso. Oppure, per citare una famosa metafora, fermi in una buca da cui cerchiamo di uscire scavando. La buca diventa più profonda e più larga e con essa si rafforza l’idea di essere impotenti innanzi a un mondo avverso. Diventa stabile la famosa triade cognitiva.

Messaggio pubblicitario Esistono diverse prove empiriche di questo meccanismo. In una recente ricerca che ha confrontato l’attitudine pessimista (la triade cognitiva) e le convinzioni circa la necessità di analizzare le cause degli eventi e delle sensazioni negative ha mostrato come quest’ultime rappresentano il più forte predittore della sintomatologia depressiva (Ylmaz, Gencoz & Wells, 2014).

In sintesi, credere che analizzare le cause delle avversità sia utile per gestirle favorisce una tendenza analitica che a sua volta (qualora eccessiva e incontrollata) può alimentare sia le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro che la depressione.

 

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