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L’Italia che gioca d’azzardo: uno sguardo all’epidemiologia e alle caratteristiche cliniche del disturbo da gioco d’azzardo. Parte 1

Gianna Passalacqua

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il gioco d’azzardo patologico come una forma morbosa chiaramente identificata, che in assenza di misure idonee di informazione e prevenzione, può rappresentare, a causa della sua diffusione, un’autentica malattia sociale.

Riassunto

La febbre del gioco considerata per anni un semplice vizio è, in realtà, una vera e propria malattia, tanto da essere stata recentemente inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il gioco d’azzardo patologico come una forma morbosa chiaramente identificata, che in assenza di misure idonee di informazione e prevenzione, può rappresentare, a causa della sua diffusione, un’autentica malattia sociale. Il GAP è comunque una patologia prevenibile, curabile e guaribile, che necessita di diagnosi precoce, cure specialistiche e adeguati supporti psicologici e sociali. 

Abstract

The fever of the game for years considered a simple habit is in fact a real illness so that it was recently listed in the Essential Levels of Care (LEA). The World Health Organization recognizes the pathological gambling as a morbid form clearly identified, that in the absence of appropriate measures of information and prevention, may be, because of its diffusion, authentic social disease. The GAP, it is still a disease preventable, treatable and curable, which requires early diagnosis, specialized care and appropriate psychological and social support. The article aims to describe a diagnostic pathway for the assessment and evaluation of psychological disorder gambling.

Key Word: Gambling, Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), DSM-5.

 

PARTE 1

Introduzione

In un periodo di grande disoccupazione, crisi finanziaria, mutui pluriennali, chi non vorrebbe coronare il grande sogno di vincere una casa? Sisal lancia il nuovo gioco Vinci Casa. Si inizia a sognare da svegli pagando semplicemente 5 euro! E poi… basta indovinare magicamente 5 numeri su 40, la probabilità di vincere al gioco Vinci Casa è di 1 su 658.008, è davvero un sogno! (Zinzi, 2015). Ma la vincita tanto bramata non arriva mai, e se arriva, non placa il desiderio di giocare e ri-giocare nuovamente (Laini, 2015)

Slot machine, video lottery, gratta e vinci, poker online e lotterie istantanee, sono centinaia le forme di gioco d’azzardo legalizzate in Italia. A disposizione di ogni cittadino italiano ci sono più slot machine che posti letto in ospedale.

Un dato allarmante, che negli ultimi anni ha contribuito all’impennata del numero di persone cadute nel vortice del gioco d’azzardo (Nardinocchi, 2014). Comincia così la testimonianza di Antonio, giocatore di azzardo patologico che ha perso tutti i suoi averi, alle slot e videolottery (Viscardi, 2013):

A volte ci parlavo con le slot, vedi a che livello ero arrivato 

Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea: esso si sostanzia nello scommettere denaro o altri beni di valore su un evento ad esito incerto, in cui il caso, in grado variabile determina tale esito (Leone, 2009; Filippi e Breveglieri, 2010).

Caratteristica peculiare di questo tipo di gioco è dunque il fatto che l’abilità del giocatore è ininfluente nella determinazione del risultato del gioco; poichè egli non cerca di vincere su di un avversario, bensì sul caso. Benchè la maggior parte dei giocatori d’azzardo descrivano la loro attività come una piacevole forma di passatempo o come un’innocente distrazione dalla routine quotidiana, senza alcuna conseguenza sfavorevole, alcuni di essi arrivano a sviluppare forme patologiche di gioco, che provocano gravi conseguenze sul piano individuale, familiare, lavorativo e sociale.

Epidemiologia del Gioco d’Azzardo Patologico

Il mercato del gioco d’azzardo è un settore in costante evoluzione ed espansione, tanto che la quantità e l’offerta risultano sempre più ampie e diversificate.

I nuovi giochi d’azzardo (videopoker, slot-machine, bingo, giochi online) definiscono un nuovo modo di giocare: solitario, decontestualizzato, globalizzato, con regole semplici e universalmente valide e pertanto ad alta soglia di accesso (Croce, 2001). Inoltre, si rivolgono a un pubblico generalmente lontano dai luoghi culto dell’azzardo: adolescenti, casalinghe, pensionati, bambini e interi nuclei familiari, che popolano le sale gioco infestate da slot-machine e videopoker o le affollate sale da bingo.

La preoccupazione principale è che tutto ciò possa creare nuove e pericolose forme di dipendenza (Lavanco e Varveri, 2005). La dimensione del fenomeno gioco d’azzardo in Italia è difficilmente stimabile, in quanto ad oggi non esistono studi accreditati, esaustivi e validamente rappresentativi del fenomeno (Serpelloni, 2013).

Secondo il Ministero della Salute in Italia il 54% della popolazione sarebbero giocatori d’azzardo. La stima dei giocatori problematici varierebbe dall’1,3 % al 3,8 % della popolazione generale, mentre la stima dei giocatori d’azzardo patologici varierebbe dallo 0,5 % al 2,2 % (Serpelloni e Rimondo, 2012).

Gioco d’Azzardo Patologico (GAP): caratteristiche cliniche e inquadramento nosografico

La febbre del gioco, considerata per anni un semplice vizio, è in realtà una vera e propria malattia (Zanda, 2002), tanto da essere stata recentemente inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) (Ministero della Salute, 2013; Arrigone e Marino, 2014). Non più, quindi, peccatori destinati alla dannazione eterna o, nella migliore delle ipotesi alle sofferenze espiatorie del purgatorio, né criminali destinati ai tribunali o alle carceri ma malati, pazienti inseriti nei tortuosi circuiti dell’assistenza sanitaria (Pini, 2012). Il gioco d’azzardo patologico viene definito dall’ American Psychiatric Association (APA) come un comportamento persistente, ricorrente, e maladattivo di gioco, che compromette le attività personali, familiari o lavorative (APA, 1994). Recentemente la diagnosi di gioco d’azzardo patologico è andata incontro a sostanziali cambiamenti (Petry et al., 2013). Negli ultimi anni si è discusso, infatti, riguardo alla sua esatta collocazione e se, tale disturbo, debba essere effettivamente considerato un Disturbo del Controllo degli Impulsi, così come veniva classificato nel DSM-IV (Canuzzi, 2012).

Nella primavera del 2013, è stata pubblicata la V edizione del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, DSM-5, che ha apportato dei sostanziali cambiamenti per la comprensione e la concettualizzazione del GAP (APA, 2014).

Classificazione

Rispetto al precedente DSM-IV il cambiamento più rilevante riguarda la classificazione diagnostica: il DSM-5 colloca il Disturbo da Gioco d’Azzardo Patologico (Gambling Disorders) nella categoria della Dipendenza, in una apposita sottocategoria Disturbo non Correlato all’Uso di Sostanze. Lo spostamento del Disturbo da Gioco d’Azzardo è l’espressione di un importante cambiamento diagnostico che evidenzia le analogie, confermate dalle evidenze scientifiche, tra il gambling e le dipendenze chimiche (Brunori et al., 2013). Nello specifico, i motivi che hanno indotto gli esperti ad includere il disturbo da gioco d’azzardo all’interno della categoria della dipendenza dipendono oltre che dall’efficacia di alcuni trattamenti in entrambi i disturbi (Upfold, 2009), anche dall’elevata percentuale di comorbilità riscontrata tra di essi (Hodgins et al., 2005; Moreyra et al., 2010) e dalle simili manifestazioni e categorizzazioni di alcuni sintomi (Petry et al., 2013). Il GAP e i disturbi da uso di sostanze condividono, infatti, molte caratteristiche, tanto che i criteri utilizzati per diagnosticarli sono del tutto simili: entrambi presentano tolleranza, craving ed astinenza, oltre ad un rilevante impatto sulla vita personale, familiare, sociale, finanziaria e legale del soggetto.

Denominazione

Un’ulteriore modifica apportata dal DSM-5 concerne la denominazione del disturbo. Gli esperti infatti hanno proposto di modificare la nomenclatura da Patological Gambling in Gambling Disorders. Il cambiamento non appare meramente linguistico e va nella stessa direzione dell’evoluzione dei disturbi da uso di sostanze. Il DSM-5, infatti, elimina qualsiasi distinzione tra diagnosi di abuso e dipedenza da sostanze, per unificarle in una sindrome alla quale viene assegnata un gradiente di gravità, sulla base del numero di criteri che sono soddisfatti nello specifico quadro clinico (Bellio, 2013). Gli studiosi, inoltre, sperano che questa nuova denominazione contribuisca a ridurre lo stigma e la condanna morale associata al termine patologico (Petry et al., 2013).

Criteri Diagnostici

Nel DSM-5 i criteri diagnostici per il Disturbo da Gioco d’Azzardo non hanno subito cambiamenti significativi sul piano qualitativo. La Task Force del DSM-5, tuttavia, ha optato per l’eliminazione del criterio degli atti antisociali: ha commesso atti illegali come falsificazione, frode, furto o appropriazione indebita per finanziare il gioco d’azzardo, dal momento che sembra non contribuire molto all’accuratezza e alla precisione diagnostica per l’identificazione della maggior parte dei giocatori patologici (Strong et al., 2007; Toce-Gerstein et al., 2003). Inoltre il DSM-5 classifica il disturbo in lieve (se sono soddisfatti 4-5 criteri), moderato (se sono soddisfatti 6-7 criteri), grave (se sono soddisfatti 8-9 criteri).

 

Anche in Italia, il Disturbo da Gioco d’Azzardo sta assumendo sempre più le caratteristiche di una vera e propria malattia sociale con costi insostenibili per milioni di cittadini. Il concetto di pericolosità insito nel gioco, non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale, ciò provoca una sottostima del reale pericolo che rappresenta nella sua forma patologica.

FINE PRIMA PARTE

LEGGI LA SECONDA PARTE

Ringraziamenti

Si ringrazia il Dott. Corrado Amedeo Presti per la collaborazione nella stesura e la ricerca bibliografica. Inoltre si ringrazia la Dott.ssa Mariagrazia Occhipinti.

 

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Come diventare un malato di mente – Recensione del libro di José L. P. Abreu

José L. P. Abreu è uno psichiatra che, attraverso la pubblicazione del libro Come diventare un malato di mente ha creato un perfetto manuale per chi ha intenzione di intraprendere una carriera da fobico, ossessivo compulsivo, ecc.

José Luis Pio Abreu è uno psichiatra che da oltre 30 anni lavora presso l’ospedale Universitario di Coimbra, in Portogallo. Attraverso la pubblicazione del libro Come diventare un malato di mente ha creato un perfetto manuale per chi ha intenzione di intraprendere una carriera da fobico, ossessivo compulsivo, ecc.

Partendo dalle classificazioni proposte dal DSM IV, l’autore fornisce gli obiettivi da raggiungere per ogni patologia con una serie di consigli pratici, a metà tra rigore medico-scientifico e senso del paradosso, in modo da aderire perfettamente ai criteri diagnostici e diventare dei veri malati mentali.

Dal testo emerge quanto sia semplice e facile fingere una malattia psicologica,  tra tutte le patologie senza dubbio la più simulabile, tanto che l’autore porta a chiedersi se una cosa che riusciamo a inventare tanto semplicemente sia effettivamente una malattia.

Un libro ironico, divertente e provocatorio, che chiarisce al lettore che nell’inquietudine del vivere quotidiano tutti quanti sperimentiamo, in modo ridotto, gli aspetti sintomatici di tutte le sei patologie prese in esame e ci rendiamo conto che la differenza tra salute e patologia è nella quantità, più che nella qualità dei sintomi.

Abreu inoltre aggiunge:

ciò che mi fa più paura dei malati di mente è la loro mancanza di consapevolezza su quello che succede dentro di loro, ciò li porta a perdere la libertà di cambiare: continuano in ogni circostanza a fare sempre le stesse cose.

L’ultimo capitolo, che ha richiesto all’autore un impegno di sei mesi (per quelli precedenti ha lavorato 20 giorni), è dedicato a Come non essere un malato di mente, perché, dopo tutto, prevenire è meglio che curare. Abreu suggerisce delle semplici ricette per rimanere in buona salute, per essere semplicemente persone qualsiasi che accettano le sfide e i paradossi della vita e fanno il possibile in ogni momento per dare quello che possono e per agire insieme con gli altri.

In conclusione lo scrittore suggerisce che

dobbiamo comunque assumerci la completa responsabilità delle nostre azioni, sono in ogni caso d’accordo che tutto questo è molto complicato, poco gratificante e difficile da mettere in pratica. Di facile, c’è solo diventare un malato di mente.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Psiconcologia: affrontare la malattia oncologica

 Martina Lattanzi – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto Del Tronto

I sentimenti suscitati sono molto intensi, come un senso di irrealtà, diniego, incredulità, disorientamento, rabbia. In seguito diverse domande invadono la mente del paziente: “Perché è successo proprio a me?”, “Cosa mi accadrà adesso?”, “Sarò in grado di affrontare la malattia?”.

Il modo di reagire al proprio stato di salute o di malattia, così come lo sviluppo, il decorso e la prognosi stessa della malattia oncologica sono influenzati dall’interazione di diversi fattori: di tipo biologico, psicologico e sociale. Ogni paziente vive e affronta la malattia in modo soggettivo e unico: si attiva un processo di adattamento alla nuova condizione fisica, che comporta una trasformazione radicale nella vita del paziente.

La comunicazione della malattia tumorale rappresenta uno degli eventi più stressanti che alcune persone si trovano a dover affrontare nel corso della loro vita, un cambiamento non solo fisico ma anche mentale: cambia il modo di percepire e sentire il proprio corpo, cambia la percezione che si ha del mondo, cambiano le relazioni sociali e interpersonali. Si tratta di una fase molto delicata e difficile sia per il paziente che per i suoi familiari: di fronte alla parola “cancro” la primissima reazione è avvertire un senso di confusione, sbandamento, un vero e proprio shock. Il cancro è una parola che evoca emozioni angoscianti, rimanda a uno scenario altamente catastrofico nell’immaginario collettivo, ad una “condanna a morte”.

I sentimenti suscitati sono molto intensi, come un senso di irrealtà, diniego, incredulità, disorientamento, rabbia. In seguito diverse domande invadono la mente del paziente: “Perché è successo proprio a me?”, “Cosa mi accadrà adesso?”, “Sarò in grado di affrontare la malattia?”.

Il modo di gestire la “crisi emotiva” generata dalla diagnosi medica, l’atteggiamento di fronte all’evento spesso traumatico influenzerà il tipo di adattamento psicosociale alla malattia. L’atteggiamento e lo stile di coping utilizzato andranno ad influenzare non solo la qualità di vita successiva alla diagnosi, ma anche la compliance ai trattamenti medici e il decorso biologico della malattia (Putton et al., 2011).

Vi sono infatti comportamenti più adattivi e altri meno adattivi nell’affrontare la propria condizione di salute.
Pilowsky (1978) parla di “comportamento abnorme di malattia” sottolineando come la percezione, la valutazione e di conseguenza i comportamenti attuati in relazione al proprio stato di salute possano essere inappropriati e maladattivi, nonostante ci sia stata da parte del medico una adeguata spiegazione sulla natura della malattia, e sia stato definito un adeguato percorso di cure, basandosi sugli aspetti biologici, psicologici, sociali e culturali. Il comportamento abnorme di malattia include sia condizioni caratterizzate da una affermazione della malattia, ad esempio l’ipocondria o i sintomi di conversione (Pilowsky, 1990), sia la minimizzazione o negazione dei sintomi (Pilowsky, 1978).

Il coping rappresenta una modalità cognitivo-comportamentale con il quale un individuo affronta un evento stressante e le sue conseguenze emozionali. La capacità di far fronte ad una crisi esistenziale dipende da diversi fattori: dal tipo di patologia (sintomi e decorso), dal livello di adattamento precedente alle situazioni di malattia, dal significato della minaccia esistenziale, da fattori culturali e religiosi, dall’assetto psicologico e dalla personalità, dall’istruzione e da eventuali disturbi psichiatrici presenti (Putton et al., 2011).

Tra i pazienti oncologici sono state rilevate diverse strategie di coping nell’affrontare lo stress legato alla malattia neoplastica. Le principali strategie individuate da Burgess (1988) sono:

Hopelessness/helplessness, caratterizzato da elevati livelli di ansia e di depressione, dall’incapacità di mettere in atto strategie cognitive finalizzate all’accettazione della diagnosi, dalla convinzione di un controllo esterno sulla malattia;

– Spirito combattivo, contraddistinto da moderati livelli di ansia e di depressione, da numerose risposte comportamentali attraverso le quali il paziente cerca di reagire positivamente e costruttivamente alla situazione, dalla convinzione di un controllo interno sulla malattia;

– Accettazione stoica, con bassi livelli di ansia e depressione, attitudine fatalistica, dalla convinzione di un controllo esterno della malattia;

– Negazione/evitamento, in cui appaiono del tutto assenti sia le manifestazioni ansioso-depressive, sia le strategie cognitive, nella convinzione da parte del paziente di un controllo sia interno che esterno della malattia.

La percezione del controllo che si ha sulla malattia o più in generale sugli eventi di vita stressanti è un fattore importante nel determinare lo “stile di coping” messo in atto e ha una grande influenza sulla salute e sul decorso della malattia. Le persone possono sentire di avere un controllo interno o esterno sugli eventi:

– I soggetti con un locus of control interno sentono di poter esercitare un controllo sugli eventi, credono in se stessi e in ciò che si prefiggono. Nei confronti delle malattie reagiscono in termini risolutivi e in prima persona, sono propositivi e collaborano con l’equipe medica. Sembra essere un fattore protettivo per la salute in generale e elemento positivo per il decorso della malattia.

– I soggetti con locus of control esterno reagiscono in modo passivo agli eventi, non si sentono responsabili né sentono di avere un controllo su quanto gli accade, tendono a dare la colpa agli altri. Questo atteggiamento sembra essere un fattore di rischio per la salute in generale e anche per il decorso delle malattie.

La percezione del controllo di un evento, insieme alla desiderabilità, sono quindi fattori fondamentali nella valutazione cognitiva di uno stressor: più gli eventi sono percepiti come indesiderabili e incontrollabili maggiore sarà la probabilità di percepire quell’evento come stressante e maggiori saranno le probabilità di ripercussioni negative sulla salute (Grandi et al., 2011).

Tra le strategie di coping maggiormente utilizzate dai pazienti oncologici nell’affrontare l’impatto emotivo della malattia, la negazione/evitamento si riscontra in modo rilevante proprio durante la fase diagnostica della malattia e risulta associata a bassi livelli di stress emozionale (Watson et al., 1984). La negazione di malattia è stata definita come un meccanismo di difesa che permette di prendere le distanze da una realtà minacciosa e preoccupante, “un rifiuto conscio o inconscio di una parte o di tutto il significato di un evento per allontanare la paura, l’ansia o altri affetti spiacevoli” (Hackett et al. 1968). Un paziente può negare la diagnosi, la prognosi o la gravità della malattia, oppure può ignorare o dimenticare quello che il medico gli ha riferito con la diagnosi, oppure rifiutare di aderire al trattamento proposto. Secondo Breznitz (1983) la negazione che si attiva in risposta ad uno stimolo minaccioso per la propria salute determina un certo grado di distorsione della realtà e può riguardare diversi aspetti o parti di essa.

Esistono quindi sette tipi di negazione che si articolano lungo un continuum graduale:

1. La negazione del significato personale della minaccia percepita;

2. la negazione dell’urgenza;

3. la negazione della vulnerabilità o della responsabilità;

4. la negazione delle emozioni correlate;

5. la negazione del significato affettivo;

6. la negazione della presenza di un’informazione minacciosa,

7. la negazione di ogni tipo di informazione.

Quale funzione ha la negazione di malattia sul decorso della patologia oncologica? Un aspetto molto interessante e dibattuto dagli studiosi riguarda il ruolo o la funzione che assume la negazione sul decorso dei disturbi medico-internistici in quanto a seconda della fase di sviluppo della malattia in cui si trova il paziente la negazione può avere un valore positivo o negativo, in relazione al contributo che può dare al miglioramento o al peggioramento della condizione medica. Dagli studi presenti in letteratura emerge come il meccanismo difensivo svolga un ruolo adattivo nelle fasi iniziali della malattia perché protegge il paziente dalla paura, dallo sconforto che si provano di fronte alla diagnosi medica.

In studi condotti su donne con cancro al seno si rileva un’associazione positiva tra la negazione degli effetti della malattia (ovvero tutti i cambiamenti e le conseguenze negative che comporta la malattia oncologica) e livelli inferiori di sofferenza emotiva (Meyerowitz et al., 1983) nonché minori livelli di ansia e disturbi dell’umore (Watson et al., 1984). La negazione quindi attraverso una “distorsione” della realtà, nascondendo a se stessi la presenza del cancro, aiuta a ridurre il senso di sopraffazione (Moyer et al., 1998), di disperazione, di paura, di impotenza che si provano al momento della diagnosi medica, contribuendo a preservare un’immagine positiva di sé e l’autostima (Livneh, 2009).

Se ci soffermiamo a pensare a quante volte ci è capitato nella vita quotidiana di rifiutare, negare una notizia, un’informazione o un evento che non avremmo mai voluto sapere nel tentativo di difenderci dalle emozioni negative e allontanare così dalla nostra coscienza un pensiero doloroso che ci crea sofferenza, possiamo effettivamente comprendere perché la negazione della malattia oncologica ha un effetto positivo sul benessere psicologico del paziente. Ma approfondendo ulteriormente tali studi emerge un altro dato interessante, ovvero la correlazione tra negazione di malattia e maggiore sopravvivenza tra i pazienti oncologici (Greer et al., 1979; Butow et al., 1999).

Nello studio longitudinale di Greer et al. (1990), condotto su donne con carcinoma mammario, ad un follow-up di 5, 10 e 15 anni, la negazione di malattia risulta essere la risposta psicologica che si associa ad una più lunga sopravvivenza e a meno recidive rispetto ad un atteggiamento di accettazione o di mancanza di speranza, che si associano invece ad una prognosi peggiore. Nello studio di Butow et al. (2000) le pazienti che utilizzano la negazione come strategia di difesa hanno un cancro meno aggressivo e meno grave con una minore probabilità di metastasi, sperimentano meno sintomi fisici e una migliore qualità della vita. Il motivo che spiega tale associazione rilevata non è però del tutto chiaro: tra le diverse ipotesi avanzate ve ne è una secondo la quale la negazione potrebbe avere un’influenza positiva in modo indiretto, ovvero negare di avere una malattia tumorale protegge il paziente dall’esperire sentimenti negativi di depressione o demoralizzazione, sentimenti che inficiano negativamente sulla prognosi della malattia (Fava et al., 2007). Di conseguenza le persone saranno anche più inclini ad instaurare relazioni interpersonali, a condividere e ricevere supporto sociale, fattori positivi di protezione non solo per la salute psichica ma anche per l’evoluzione della patologia oncologica (Butow et al. 2000; Brajkovic et al., 2013 ).

Gli studi sopra citati dimostrano quanto sia importante, nell’affrontare un percorso di riabilitazione oncologica, considerare non solo la condizione clinica del paziente ma anche i fattori psicologici, culturali e sociali che influenzano il decorso di un disturbo medico e contribuiscono in modo rilevante a determinarne l’evoluzione. Il modello biopsicosociale di Engel (1977) sottolinea l’importanza di superare la prospettiva strettamente medica e di considerare anche il ruolo degli eventi di vita stressanti, la vulnerabilità individuale alla malattia, il comportamento di malattia, le esperienze di vita, il modo di percepire, valutare e rispondere al proprio stato di salute. Bisogna anche sottolineare che il meccanismo difensivo della negazione in alcuni casi può determinare la messa in atto di comportamenti e atteggiamenti che vanno a peggiorare la condizione di salute: trascurare i sintomi e il loro significato, non rispettare l’aderenza alle terapie mediche, ritardare nel tempo la consultazione medica rendono più sfavorevole la prognosi della malattia oncologica (Wool et al., 1986).

La tempestività della diagnosi di cancro e la compliance (aderenza) al trattamento medico sono determinanti nell’aumentare le probabilità di una risoluzione positiva della malattia oncologica, per questo è necessario assistere psicologicamente il paziente sin dal momento della diagnosi, come già si sta facendo in diversi ospedali italiani dove sono presenti psicologi che affiancano il medico.

La negazione o il diniego potrebbero compromettere l’aderenza del paziente alle prescrizioni mediche, ai farmaci, agli esami di laboratorio, ai controlli clinici e tutto ciò ha un a grande rilevanza clinica: la paura, le pressioni sociali, il senso di responsabilità ma anche la cultura di appartenenza sono tutti fattori che potrebbero essere collegati con la negazione di malattia (Phelan et al., 1992).

Cosa può fare lo psicologo per aiutare il paziente ad affrontare la malattia? La “sindrome psiconeoplastica” (Guarino, 1994) riguarda una serie di dinamiche psicologiche profonde, scaturite dalla diagnosi di cancro, e può presentarsi come una costellazione di sintomi psicopatologici la cui intensità dipende dall’interazione di diversi fattori: la personalità del paziente, le esperienze passate, l’età, le relazioni interpersonali presenti e passate, la presenza di un contesto sociale e familiare supportivo, la gravità e il tipo di tumore stesso. I sintomi psicopatologici maggiormente presenti, come precedentemente visto sono: senso di paura e stress, ansia, depressione, alterazione immagine di sé e del corpo, aggressività, rabbia, ostilità, senso di colpa, di invidia, di ingiustizia e uso massiccio del meccanismo di difesa della negazione e rimozione.

Lo psicologo clinico può fare molto all’interno dell’équipe medica riconoscendo i bisogni del paziente e aiutandolo ad affrontare il grande percorso di cambiamento fisico e psicologico che dovrà inevitabilmente affrontare con la malattia (www.psiconcologia.info). In una prima fase di  sostegno psicologico il paziente viene aiutato a elaborare il trauma conseguente alla diagnosi di tumore e a sostenere il “peso della malattia”:

– contenere l’ansia e le emozioni negative mantenendo un equilibrio psicologico;

– mobilitare meccanismi di difesa adeguati;

– favorire la comunicazione e l’espressione delle emozioni negative.

Il modo migliore di aiutare il paziente ad affrontare e superare lo shock iniziale sarà quello di rispettare i tempi soggettivi di accettazione della diagnosi medica, sostenendo e accogliendo le paure, i timore, i dubbi iniziali del paziente. Ogni persona ha un proprio modo di reagire e affrontare la malattia che deve essere compreso e rispettato lungo tutto il percorso di cura, in quanto l’adattamento alla malattia richiede tempo e risorse personali. Il paziente una volta superata la fase iniziale di disorientamento potrà avviare un percorso di elaborazione/integrazione della malattia nella propria esperienza di vita, fino ad arrivare ad una piena consapevolezza e accettazione della patologia.

In questa fase lo psicologo potrà aiutare il paziente a gestire la malattia, a incoraggiare l’espressione e la comunicazione delle emozioni coinvolgendo anche i familiari, a sviluppare modalità più adattive di affrontare la malattia, a dare un senso a quanto accaduto, a ridare un senso di speranza e ottimismo verso il futuro.

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BIBLIOGRAFIA:

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  • Watson, M., Greer, S., Blake, S., e Shrapnell, K. (1984). Reaction to a diagnosis of breast cancer relationship between denial, delay and rates of psychological morbidity. Cancer, 53, 2008-2012.
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Affidamento congiunto o esclusivo? Conseguenze psicosomatiche nei bambini

Vanessa Schmiedt

FLASH NEWS

La separazione dei genitori e il divorzio sono legati al rischio di problemi psicosomatici per i bambini, ma l’affidamento congiunto sembra essere meno problematico della custodia esclusiva.

Precedenti ricerche hanno suggerito che i bambini con genitori separati fossero più soggetti a problemi emozionali e comportamentali di quelli che abitano invece a casa con entrambi i genitori.

Ricercatori svedesi hanno utilizzato i dati di un sondaggio nazionale di ragazzi svedesi da 12 ai 15 anni nel tentativo di scoprire se la situazione familiare dei bambini fosse correlata con problemi psicosomatici.

Sono stati confrontati bambini che vivevano principalmente con un genitore, bambini che dividevano il loro tempo tra i due genitori in una custodia congiunta e bambini con un nucleo familiare unito.
La prevalenza di problemi psicosomatici è stata valutata per 6 mesi attraverso la Psychosomatic Problems Scale concentrandosi sui sintomi: difficoltà a dormire, mal di stomaco, mal di testa, sensazioni di tensione, tristezza, capogiri e perdita dell’appetito.
Ai ragazzi veniva anche chiesto se riuscivano a parlare facilmente ai propri genitori quando ne avevano bisogno e se avevano abbastanza soldi per fare le stesse cose che facevano i loro amici.

I ragazzi che vivevano con un unico genitore hanno riportato maggiori problemi, in tutte le variabili psicosomatiche. Anche quelli con affidamento congiunto avevano percentuali maggiori rispetto a quelli che vivevano con entrambi i genitori ma con valori inferiori a quelli con affidamento esclusivo.

Partendo dal presupposto che i sintomi psicosomatici siano legati allo stress i risultati dimostrano che il potenziale stress di vivere in due case differenti e quindi di abituarsi a due quartieri diversi e due climi familiari differenti venga controbilanciato da effetti positivi nel mantenere contatti con entrambi i genitori. Anche nelle interviste i bambini hanno dimostrato un certo fastidio e stress dato dalla situazione che si crea in un affidamento congiunto ma hanno dato comunque una maggiore importanza al mantenere dei rapporti stretti con i genitori. Infatti i bambini di questo gruppo erano solo leggermente meno soddisfatti del rapporto con i genitori del gruppo con i genitori non separati.

Considerato che negli ultimi vent’anni le separazioni genitoriali sono sempre più frequenti, è importante valutare le conseguenze di questo fenomeno nei bambini e nei ragazzi. Valutando le risposte dei ragazzi con genitori separati e i loro livelli di sintomi psicosomatici l’affidamento congiunto risulta essere la soluzione migliore.

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La psicologia dei campioni…omaggio!

Passeggiate per un centro commerciale e trovate il promoter di turno che vi propone di prendere un campione dell’ultima crema viso in commercio o un assaggio del formaggio appena tagliato, come reagite?

Le reazioni possono essere diverse: dai più timidi che provano vergogna nell’appropriarsi gratis di qualcosa, ai timorosi di eventuali obblighi d’acquisto che scansano il promoter quasi fosse un appestato di manzoniana memoria, a quelli più spavaldi che riforniscono di campioni omaggio non solo se stessi ma anche il loro amici più timidi di cui sopra.

Ma perchè numerose aziende prevedono, come strategia fondamentale di marketing, la distribuzione di campioni omaggio gratuiti? e cosa succede al cliente che vede offrirsi tali campioni?

Alla luce di uno studio condotto nel 2011 e pubblicato sul British Food Journal, i rivenditori hanno le loro ragioni sia economiche che psicologiche per distribuire prodotti gratuitamente. Sembra che tale pratica abbia non solo effetti sui guadagni, ma anche effetti sulla psicologia sul cliente che si sente più portato a comprare il prodotto, in quanto in debito con chi gliel’ha offerto.

Il risultato? Un aumento vertigionoso delle vendite. Vi invitiamo alla lettura dell’articolo consigliato e, qualora foste tra quei clienti timidi che evitano prontamente gli assaggi gratuiti, non pensateci su e prendete pure l’omaggio…in fin dei conti lo fate anche per il bene dell’economia!

 

People love free, people love food, and thus, people love free food. Retailers, too, have their own reasons to love sampling, from the financial (samples have boosted sales in some cases by as much as 2,000 percent) to the behavioral (they can sway people to habitually buy things that they never used to purchase).

La psicologia dei campioni…omaggio!Consigliato dalla Redazione

La psicologia dei campioni...omaggio! - Immagine: 31429901
Perché le grandi aziende puntano sulla distribuzione di campioni omaggio? Cosa accade a livello psicologico al cliente che riceve il campione? Psicologia e marketing si incontrano. (…)

Tratto da: The Atlantic

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Tradimento e amore romantico – Tracce del tradimento Nr. 09

RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTOIX: Tradimento e amore romantico

 

Proseguiamo la nostra esplorazione della gelosia e del tradimento. Chi tradisce è alla ricerca della passione. Chi cerca tracce di tradimento lo fa per gelosia, per non investire in un partner che lo inganna. E fin qui questa gelosia sembra ragionevole e prudente. La ricerca diventa inspiegabile quando si continua a cercare nonostante non ci siano indizi e nonostante tutte le ricerche diano esito negativo, come se si fosse guidati dalla incrollabile e talvolta delirante certezza che indubitabilmente l’altro non può davvero amare.

 

Carolina aveva ormai cresciuto i suoi due figli con il compagno di sempre, un ragazzo, ormai uomo, che era stato un ottimo amico e compagno di strada, dedito, pur con qualche bizza, come il fatto di volere andare sempre a pesca di lucci la domenica. Affettuoso con i figli, presente, continuava a dirle che le voleva bene e che la trovava ancora carina e attraente. Carolina però in quel momento della vita si sentiva angosciata, storta, insoddisfatta. Le sembrava che le cose si fossero messe in un modo stabile e poco soddisfacente, la carriera nel suo ufficio non procedeva come avrebbe voluto, l’assenza dei figli da casa cominciava a pesare, e gli anni passavano in un modo veloce e troppo uguale. Il capufficio si presentò come un evento fulminante e improvviso, inaspettato e del tutto imprevedibile, era bastato uno sguardo, una sera che si stava fino a tardi a finire un bilancio da chiudere. A Carolina sembrò che la sua vita si rompesse, iniziò a essere ossessionata da quel pensiero quelle immagini di lui che interrompevano continuamente il pacifico flusso delle sue pratiche di vita quotidiane. Le cose della vita che prima la soddisfacevano erano divenute insipide e senza senso. Quando il capufficio si fece avanti le sembrò che potesse avverarsi un sogno di vita diversa, più larga, più allegra. Senza nessuna rete, si gettò in una storia difficile senza proteggere il largo spazio vitale che in venti anni di matrimonio aveva costruito. Le cose andarono come dovevano. Il capufficio era sposato e si impaurì non poco di questa reazione eccessiva a quella che avrebbe voluto confinare in una avventura sessuale con una donna simpatica e capace. All’inizio, questo innamoramento folle lo divertì e lo fece sentire bene ma molto presto di fronte alle richieste di vicinanza di lei, valutò che i rischi erano esagerati e non volendo mettere in crisi il suo matrimonio si tirò indietro dicendole che non la meritava.

Carolina cominciò a perseguitarlo, ad aspettarlo sotto casa, a lasciare tracce di telefonate e di lettere in casa, fino a quando il marito preoccupato e finalmente insospettito la seguì e la mise alle strette. La donna non ebbe la capacità strategica di negare la storia e disperata si rivolse a un terapeuta per capire bene cosa fare della sua vita. Il marito deluso e completamente sfiduciato si trasformò. Cominciò a uscire di casa la sera e in pochi mesi annunciò alla moglie che non aveva più desiderio di rimanere con lei lasciandola e andando a vivere da solo, mentre iniziava una storia con una donna più giovane. Dopo un periodo di disperazione e dopo essere uscita dall’ossessione amorosa che la aveva rapita e confusa, la donna cominciò a rendersi conto in modo realistico delle difficoltà della sua vita, del futuro che vedeva in modo oscuro e senza speranze, ebbe una serie di periodi depressivi che affrontò con coraggio e vogliosa di capire i movimenti affettivi che la avevano condotto in questa situazione. Solo alcuni anni dopo, di nuovo in equilibrio, e ormai quarantacinquenne, trovò vicino un amico vedovo che aveva desiderio di iniziare una nuova vita accanto a lei. In modo tranquillo e affettivo si lasciò andare al sentimento quotidiano di calore e solidarietà che alcuni anni prima aveva abbandonato senza alcuna consapevolezza.

 

L’amore passionale è stato al centro di larga parte della letteratura dai primi greci ai romantici. La sensibilità romantica ha influenzato il nostro modo attuale di intendere l’amore rendendo impossibile l’idea dei matrimoni combinati e non fondati sulla reciproca scelta passionale (che peraltro sembra funzionassero non molto peggio dei nostri liberamente e emotivamente scelti). La letteratura, non solo romantica, è piena di passioni dolorose e ostacolate, da Shakespeare a Goethe, da Tristano e Isotta a Proust .

Della letteratura sulla sofferenza dell’impossibilità di ottenere l’oggetto amato il dongiovannismo rappresenta la parte tecnica, collezionistica, emotivamente consapevole, melanconica e algida. Esso è caratteristico dell’animo maschile, è l’essenza dello stato di inquietudine e insoddisfazione che è alla base della passione amorosa ed è ben descritta nel libro di Citati che del dongiovannismo fa una erudita e attenta disamina:

..non voglio che il mio dongiovanni abbia ad essere un libertino dal sangue acceso eternamente a caccia di femmine. È in lui una Sehnsucht; quella di trovare la donna che sia l’incarnazione totale della femminilità: che gli consenta di godere nell’unica tutte le donne, delle quali gli è vietato singolarmente il possesso. Ma poiché passando dall’una all’altra come ebbro, lo coglie il disgusto. E il disgusto è alla fine, il demonio che se lo porta via…

e ancora…tende già dall’inizio a un assoluto che non coglierà. Egli beve nella stessa coppa del piacere gocce amare, cova voluttuosamente la sua tristezza. Ama la conquista, ma assai più il distacco, sempre invocando una voluttà suprema che non giunge: “si uniscono più dolcemente“ dice una volta ”le labbra già pronte a staccarsi”. E il presentimento della separazione da all’amore il suo fascino…

 

Il don Giovanni nasce in epoche di grandi rigidità morali dove alle donne era prescritta rigidamente la forma e le regole che doveva assumere il sentimento. L’incarnazione in un uomo dell’insoddisfazione può oggi leggersi in modo più vasto e non relegata al solo sesso maschile.

Il problema sembra essere più in generale, non è tanto il perfezionismo e il collezionismo dell’uomo, ma l’impossibilità della passione in una relazione in cui non vi sia una minaccia di abbandono.

GUARDA: Come NON smettere di fare sesso – VIDEO –

Questo è ben raccontato in un bel libro di Cohen, (Bella del Signore) dove una coppia perfetta, una donna e un uomo ideali e perfettamente innamorati, scadono pian piano in una aridità e in uno svuotamento sentimentale ineluttabile e mortifero, che era già nelle premesse della loro vicenda. Qualcosa di estremamente simile celebra magistralmente Gaber nella canzone “Il Dilemma”, dove canta a proposito di una coppia perfetta che vede spegnersi la passione e insinuarsi uno sciocco e banale tradimento

il loro amore moriva come quello di tutti, perché morire e far morire è una antica usanza che suole aver la gente”.

 

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GELOSIASESSO & SESSUALITA’

 RUBRICA TRACCE DEL TRADIMENTO

La mamma è sempre la mamma, ma da sola non può farcela!

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato su Linkiesta del 10/05/2015

Con la teoria dell’attaccamento, che è diventata in breve dominante, la madre diventa il soggetto essenziale e unico. La famiglia a due genitori inizia a vacillare.

La mamma è sempre la mamma. Perfino la psicoanalisi ne ha preso atto, dopo aver privilegiato inizialmente il padre. Il primo modello freudiano, come molti di noi sanno, proponeva che lo sviluppo di una psiche matura e stabile dipendesse da uno scontro di personalità tra i figli che devono conquistare l’autonomia e il padre che deve imporre e trasmettere la Legge morale prima di aprire i cancelli della libertà.

Questo modello è durato fino agli anni ’60, decennio spartiacque. In quegli anni di rivoluzione sociale e culturale, nelle scienze psicologiche il conflitto edipico tra padri e figli fu lentamente sostituito da uno scenario più sentimentale e tranquillo, la cosiddetta relazione di attaccamento tra genitori e figli, in cui l’amore e l’accudimento soprattutto materni prendevano il posto della rivalità con il padre.

Fu Donald Winnicott il principale autore di questa svolta. In seguito John Bowlby diede una conferma empirica al nuovo modello materno-centrico. Non si pensava più che lo sviluppo della psiche e delle sue deviazioni germogliasse da uno scontro tra Edipo e Laio, ma dall’accudimento sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre. Si trattava di un profondo cambiamento culturale. La severa Torah freudiana era stata sostituita dai Vangeli amorevoli di Winnicott e Bowlby, e un gentile culto mariano subentrava alle tragedie arcaiche. E anche il copione psicoterapeutico cambiò. Non si trattava più di riprodurre in seduta le triangolazioni erotiche e conflittuali edipiche, ma di vivere una relazione tra paziente e terapeuta meno tragica e più gentile e cortese, sia pure con le sue puntate drammatiche.

L’inconscio assoluto sembrava svanire, per essere sostituito da un vaporoso stato di semi-coscienza e semi-incoscienza onnicomprensiva. Diventava centrale soprattutto l’affetto trasmesso, il calore e la protezione, la vicinanza sentimentale e continua, l’accudimento sicuro e stabile, assicurato soprattutto dalla madre.

Il ruolo del padre veniva così decostruito con successo mentre la mamma diventava sempre più la mamma, perfino nei severi paesi nordici. Nel 1999 Silverstein e Auerbach pubblicarono un articolo diventato famoso sulla prestigiosa American Psychologist, articolo intitolato “Deconstructing the Essential Father”. Anche Silverstein e Auerbach notavano che il processo di svalutazione del ruolo del padre nel processo di crescita dei bambini era iniziato dagli anni ’60, il decennio decisivo della secolarizzazione di massa in Occidente.

Come ho già scritto, da quel decennio in poi molti teorici della psicoanalisi e della psicologia scientifica avevano messo da parte la centralità del confronto padre-figlio e la terribilità del conflitto edipico e lo avevano sostituito con lo scenario più morbido e adrammatico, più sentimentale e senza scosse della cosiddetta relazione di attaccamento tra madri e figli. Con la teoria dell’attaccamento, che è diventata in breve dominante, la madre diventa il soggetto essenziale e unico. La famiglia a due genitori inizia a vacillare.

Altri dati a favore della centralità della madre provengono dalla teoria evoluzionista darwiniana. Darwin e i suoi seguaci più recenti fino a Richard Dawkins sostengono che mentre il maschio sarebbe evolutivamente spinto a fecondare quante più femmine può (e quindi investe sul numero e non sulla qualità della relazione con una prole amata e protetta per diffondere i propri geni) la femmina invece punta le sue carte su pochi figli e figlie allevate e amate con cura e dedizione, seguite finché non conquistano l’autonomia. Di qui scaturirebbe darwinianamente la potenza dell’amore materno, di qui l’attaccamento profondo, violento e terribile della madre ai figli.

D’altro canto, poiché anche nella scienza sembra spesso valere il detto che ci sono buoni argomenti per ogni conclusione, molti studi finiscono anche per rivalutare la figura del padre. Inoltre, il possibile rischio della linea di pensiero che privilegia la madre è che così si finisca per propagandare una differenza strutturale tra genere maschile e femminile che suggerisca che le donne dovrebbero tornare a badare figli e fornelli. Silverstein e Auerbach hanno notato questo rischio e hanno argomentato quanto possa essere discutibile l’applicazione del darwinismo alla psicologia o alla sociologia.

La tendenza più recente, lo stadio successivo a quello della decostruzione del padre, è infatti la valorizzazione di un neutrale care-giver asessuato. Care-giver: colui che dà accudimento e il cui sesso è indifferente. Anzi, perfino la specie può essere indifferente. Nella teoria dell’attaccamento ci sono delle analogie con le osservazioni sull’ìmprinting di Lorenz, che notava come il cucciolo neonato scelga il genitore care-giver da seguire fedelmente secondo un criterio del tutto slegato da ogni preferenza sessuale o di specie: il primo che vede è adottato come genitore. Così poteva succedere che Lorenz passeggiando fosse seguito da una fila di anatroccoli, di cui era il care-giver.

Questo in teoria. Nella pratica, il care-giver rimane nella stragrande maggioranza dei casi di sesso femminile ed è quindi la madre, la mamma che è sempre la mamma. Alcuni studiosi hanno paventato una sorta di ritorno al branco primitivo, in cui i maschi vivono in gruppo separati dalle donne e dediti ai virili giochi della caccia (e della guerra), e altrettanto separate dai maschi vivono le donne, dedite alla cura dei figli e a una vita sociale più corte e civile. E l’incontro tra i sessi si limitava a stagionali cerimonie riproduttive.

Nella versione moderna, naturalmente e per fortuna, lo scenario è più equilibrato. Anche la donna è sempre più presa dalle gioie dell’affermazione di sé nel lavoro e nella vita autonoma, ha percepito il richiamo dell’indipendenza nella foresta e segue il richiamo di Diana cacciatrice. È anche un’idea basata scientificamente, come spiegano Ryan e Jethà (2010) nel loro libro intitolato Sex at dawn: the prehistoric origins of modern sexuality, ovvero le origini preistoriche della sessualità moderna, libro che racconta come siamo destinati a tornare alla pluralità erotica dei tempi primitivi.

Rimane il fatto che paradossalmente, questa indipendenza spesso lascia sola la madre con i figli e caricare solo la madre del peso della crescita della prole rimane un rischio. Gli adolescenti cresciuti con un solo genitore –per lo più la madre- presentano maggiore tendenza all’abuso alcolico e di droghe, maggiori tendenze suicidarie, più gravi problemi psichiatrici, minori capacità di cooperare e socializzare con gli altri e hanno una propensione nettamente maggiore a subire condanne carcerarie per atti violenti (Berman, 1995; Duncan, Duncan e Hops, 1994).

La risposta –negli Stati Uniti fatta propria anche dal presidente Obama- prevede la valorizzazione di famiglie consapevoli e strutturate. La coppia dei genitori è migliore di un solo genitore (Dazzi e Madeddu, 2009, pag. 215-224). Sono dati che forse hanno colpito particolarmente Obama conoscendo la sua storia personale di ragazzo cresciuto senza padre.

Il che non vuol dire appoggiare solo il modello tradizionale madre/padre, ma anche altre configurazioni di coppie di genitori “same-sex”.

La promozione di forme alternative alla famiglia tradizionale non deve diventare –come talvolta è successo in passato- promozione indiscriminata anche delle famiglie monogenitoriali che in realtà sono spesso configurazioni residuali non scelte e che finiscono per scaricare tutto il peso economico ed emotivo sulla sola madre, come purtroppo accade sempre più spesso nei paesi anglo-sassoni.

Insomma, man mano che la svolta culturale del matrimonio gay viene assorbita si delinea una inedita alleanza neo-conservatrice tra famiglia tradizionale padre/madre e famiglie “same sex”. Ne ha parlato recentemente perfino il New England Journal of Medicine. Insomma, la mamma è sempre la mamma, ma da sola non può farcela.

 

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Attaccamento e psicoanalisi di Morris N. Eagle (2013) – Recensione

BIBLIOGRAFIA:

Ispectrum: un serious game per l’autismo

Si tratta di un serious game che offre al giocatore autistico tre diversi ambienti di lavoro virtuale (un ufficio, un supermercato e un vivaio) in cui sperimentarsi nel ruolo di dipendente, esercitando le sue capacità lavorative e soprattutto comunicative e di relazione sociale.

State of Mind ha già ospitato la descrizione di questo interessante progetto attraverso le parole del dott. Antonio Ascolese, direttamente coinvolto nell’ideazione e nella progettazione del serious game dedicato all’inserimento lavorativo di persone autistiche. Io l’ho voluto provare insieme ad un paio di ragazzi autistici con i quali lavoro da diversi anni ed ecco cosa ne penso.

In Europa il tasso di disoccupazione degli autistici diagnosticati è superiore al 90%, un dato sconcertante se si pensa che buona parte della popolazione autistica ha un quoziente intellettivo nella norma ed eccelle in alcune aree di competenza di notevole importanza nel mondo lavorativo attuale. Credo che la responsabilità di tale scenario sia ancora una volta a carico della popolazione neurotipica che negli anni ha oppresso sotto il peso di richieste sempre meno inclusive e più conformiste tutta la popolazione autistica, ostacolando il sereno sviluppo della sua specificità. Fatta questa doverosa premessa, iSpectrum è una buona idea di partenza.

Per chi non ha letto mai nulla a proposito, si tratta di un serious game che offre al giocatore autistico tre diversi ambienti di lavoro virtuale (un ufficio, un supermercato e un vivaio) in cui sperimentarsi nel ruolo di dipendente, esercitando le sue capacità lavorative e soprattutto comunicative e di relazione sociale.

Trattandosi di una realtà semplificata non c’è da aspettarsi che quanto acquisito attraverso questo canale possa magicamente tradursi in un’abilità capace di manifestarsi con successo nell’imprevedibile mondo delle relazioni sociali. E’ ovvio dunque che questo gioco non è che un utile esercizio all’interno di un programma di allenamento più ampio che deve coinvolgere anche gli altri attori presenti negli ambienti lavorativi.

Se è fuori dubbio l’utilità di migliorare la comprensione di un autistico circa le norme che regolano le relazioni sociali, lo sarebbe anche una maggiore conoscenza da parte dei colleghi delle caratteristiche che accomunano la maggior parte degli autistici, così da poter contribuire a creare un ambiente lavorativo quanto più possibile sereno per tutti. Credo infatti sia importante che un autistico sia in grado di rispettare le gerarchie e darne dimostrazione attraverso l’interazione con un superiore, come insegna il gioco, quanto che quest’ultimo sappia quali caratteristiche deve avere un’istruzione verbale per essere di facile comprensione per l’interlocutore autistico.

Ispectrum è dunque un’idea migliore se effettivamente inserita all’ interno di un programma di inserimento lavorativo che coinvolga attivamente il contesto sociale interessato. Ispectrum potrebbe anche essere un buon inizio per realizzare nuovi strumenti terapeutici nell’ambito della psicoterapia Cognitivo Comportamentale indirizzata agli autistici.

L’insieme delle abilità che descrivono la competenza sociale sono tra le più difficili da apprendere per molti di loro. Autistici famosi, come l’americana Temple Grandin, si descrivono costantemente impegnati nella comprensione delle regole che governano le relazioni sociali, una sfida che si trovano ad affrontare da bambini ma che li accompagna lungo tutto il ciclo di vita, rinnovata dalle sempre nuove richieste dell’ambiente sociale in cui sono inseriti. Si tratta di un insieme di abilità che si possono imparare sui libri ma che si possono padroneggiare solo sperimentandole e iSpectrum è un ambiente protetto in cui esercitarsi, virtualmente, in prima persona.

Proprio la centralità delle difficoltà di interazione sociale nei soggetti autistici suggerisce l’utilità di offrire occasioni di apprendimento simulato dalla tenera età offrendo ambienti virtuali come la scuola, la festa di un amichetto, la gelateria o il parco giochi. In questi contesti il bambino potrebbe esercitarsi in competenze di base come l’attenzione condivisa, il riconoscimento dello stato emotivo e dei pensieri altrui, l’importanza del volume e del tono di voce e le buone maniere.

La realtà virtuale potrebbe affiancare altri strumenti terapeutici ideati per favorire l’acquisizione di queste competenze, come per esempio le Comic Strip Conversations (CSC), venendo a soccorso degli psicoterapeuti che come me sono quotidianamente impegnati ad adattare metodi e strumenti pensati per i neurotipici alla loro clientela autistica.
Mi auguro quindi che l’esperienza iSpectrum evolva in nuove proposte indirizzate a tutte le fasce d’età, offrendo una maggiore personalizzazione dello strumento perchè quando si ha l’ambizione di offrire un prodotto utile all’eterogenea popolazione autistica non si può prescindere dall’individualizzazione.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

I 400 colpi e la devianza minorile – Cinema & Psicologia

I 400 colpi di Truffaut ci parla in qualche modo di devianza, richiamando i concetti della statistica morale e di Durkheim e lanciando un chiaro grido contro l’abbandono ed evidenziando quanto il fattore ambiente possa essere importante nelle azioni devianti minorili.

Per devianza si intende comunemente un comportamento adottato da una persona che entra in conflitto con le norme sociali.

Diverse sono le teorie legate alla spiegazione dei comportamenti devianti:  le teorie eziologiche (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna) che interpretano il comportamento deviante come “il risultato di una decisione razionale dell’individuo volta ad ottenere benefici nel contesto di una valutazione su norme e sanzioni”, le teorie biologiche (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna) che spiegano i comportamenti devianti “attribuendone la responsabilità a caratteristiche fisiche e biologiche”; la teoria del controllo sociale (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna), le teorie della subcultura (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna) e la statistica morale (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna) che spiega invece il comportamento deviante come “determinato da fattori ambientali e sociali che hanno influenza sul soggetto”.

Prima ancora di tutte queste teorie, E. Durkheim (F. P. Williams e M.D. Mc Shane 2002- Devianza e criminalità – Il Mulino Bologna) già nel 1893 sosteneva che:[blockquote style=”1″] “non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo”. [/blockquote]

In altre parole un atto può essere considerato deviante solo in riferimento al contesto socio-culturale e dipende dal contesto che lo sanziona come tale.
Les Quatre Cents Coups di Trouffot ci parla in qualche modo di devianza, richiamando i concetti della statistica morale e di Durkheim e lanciando un chiaro grido contro l’abbandono ed evidenziando quanto il fattore ambiente possa essere importante nelle azioni devianti minorili.

Apri pista del movimento cinematografico della Nouvelle Vouge, “Les Quatre Cents Coups” viene tradotto letteralmente in italiano con il titolo “i 400 colpi”, erroneamente, distorcendone il reale significato che voleva essere inteso come il modo di dire “combinarne di tutti i colori”.

La storia vede protagonista il piccolo Antoine Doinel (Jean-Pierre Leaud) che con una serie di provocazioni è alla ricerca disperata di attenzione e amore.  Gli adulti (maestro, genitori, giudici) manifestano una rigidità che crea l’effetto contrario al buon andamento educativo del giovane. Il film è in qualche modo autobiografico e il personaggio Antoine Doinel (alter ego di Trouffot che ebbe un’ infanzia ostile) sarà interprete anche di altri 4 film che lo vedranno protagonista, in diversi periodi della vita (adolescenza, maturità, età adulta) e in cui affronterà tematiche sempre propriamente legate al suo sviluppo: “[blockquote style=”1″]L’amore a vent’anni, baci rubati, non drammatizziamo…è solo questione di corna e l’amore fugge[/blockquote]”.

Il ciclo Antoine Doinel è stato il primo esperimento unico e d’avanguardia nel cinema (ci ha provato recentemente Richard Linklater con la pellicola da lui scritta e diretta “Boyhood” chiaramente ispirata all’opera del regista francese) e attraverso questo personaggio Trouffot si traspone e parla anche di sé, delle istituzioni, dei rapporti genitori figli, dell’indifferenza, della voglia di affermazione e ricerca della propria identità.

Per devianza abbiamo visto si intende la tendenza a compiere gesti trasgressivi nei confronti dell’autorità e dell’ambiente, è una scelta di comportamento che l’adolescente assume per “andare contro”. E’ l’incapacità ad esprimere in modo sereno i propri conflitti e bisogni ai genitori e che nasce dall’incapacità e non volontà all’ascolto di questi ultimi. Il conflitto è interno ma si manifesta con azioni.

Il comportamento quindi è chiaramente il risultato del contesto in cui vive Antoine, nel film non sorride mai, quando ha il colloquio con la psicologa chiarifica di netto la sua posizione, infatti tutte le giustificazioni che dà sembrano avere un senso, non sono gravi ai suoi occhi e neanche agli occhi di noi spettatori che abbiamo seguito il personaggio e non riusciamo ad attribuirgli colpe, poiché essenzialmente legate alle circostanze. Le istituzioni non aiutano, i genitori sono assenti e oppositivi e quando viene messo in un istituto rieducativo, lo abbandonano definitivamente. Truffaut si insinua contestualizzando il crimine, le gesta del giovane Antoine non sono criminali perché attraverso la narrazione non urtano la coscienza comune anzi, si tende a giustificarle.

Rileggendo le diverse teorie, né scioglie in parte il cruccio, ne dà un’interpretazione pienamente giustificabile, non assoluta ma da non biasimare.
E’ importantissimo quindi sottolineare come l’arte cinematografica quando non strettamente correlata al mero intrattenimento ponga importanti quesiti sociologici, apra questioni di rilevanza, metta in crisi certezze assodate, sensibilizzi e faccia riflettere. Il fatto che Antoine Doinel sia l’alter ego del regista ne giustifica ancor di più l’interpretazione, avendo infatti sulla sua pelle fatto esperienza di un’ infanzia deviata, non si può che accoglierne la narrazione e giustificarne il divenuto capolavoro che non si può non citare nella storia del cinema.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Rabbia & Impulsività: le conseguenze sullo stile di guida e statistiche incidenti

FLASH NEWS

Ricerche passate avevano già suggerito che persone caratterizzate da tendenza all’ impulsività e rabbia di tratto corrono maggiori rischi di avere un atteggiamento aggressivo anche alla guida, rispetto agli individui che non possiedono tali caratteristiche.

Una ricerca più recente conferma i precedenti risultati, contribuendo ad approfondire la tematica della guida pericolosa e offrendo degli spunti per la messa in atto di una campagna di prevenzione che educhi i guidatori più aggressivi ad un comportamento più paziente e prudente. 

Coloro che si arrabbiano di più di fronte a certi imprevisti, quali ad esempio un guidatore particolarmente lento, deviazioni stradali o qualsiasi situazione che comporti un rallentamento del traffico, dovrebbero prendere coscienza delle loro reazioni per imparare a controllarle e gestirle meglio, diminuendo in questo modo il rischio di incidenti stradali.

Un nuovo studio, “Trait predictors of aggression and crash-related behaviors across drivers from the United Kingdom and the Irish Republic”, di Amanda N. Stephens del Accident Research Centre, Monash University, Australia, and Mark J. M. Sullman della Cranfield University, Inghilterra, è stato recentemente pubblicato dalla Society for Risk Analysis.

La ricerca coinvolgeva 268 maschi e 281 femmine inglesi e irlandesi in possesso di patente, con età compresa tra i 18 e i 75 anni, ai quali era richiesto di compilare un questionario online. Esso era basato su sistemi specifici per la misurazione di certi tratti comprendendo, ad esempio, il Driving Anger Expression Inventory e il Road Rage Questionnaire, i quali includono item relativi a certi comportamenti: tendenza a gridare mentre si guida o ad insultare gli altri conducenti, cercare di ferirli, colpire intenzionalmente un altro veicolo o ferire un altro guidatore.

Lo scopo degli autori era quello di verificare una supposta relazione causale tra tratti comportamentali e tendenza a provocare incidenti stradali, e confrontare questo modello con i dati relativi alla popolazione inglese e irlandese. I risultati ottenuti mostrano l’esistenza di una correlazione tra tratti di personalità quali tendenza ad annoiarsi, impulsività, ricerca di sensazione e la propensione ad uno stile di guida piuttosto aggressivo. Questo, a sua volta, contribuirebbe a creare le condizioni per un incidente stradale.

Lo studio, dunque, conferma l’ipotesi iniziale, secondo cui tratti rabbiosi predirebbero uno stile di guida improntato all’aggressività, il quale sarebbe infine alla base di molti incidenti. Tale affermazione si è dimostrata vera sia per i conducenti inglesi che per quelli irlandesi.

Per quanto questo studio confermi ipotesi precedenti, esso contribuisce tuttavia ad approfondire tali tematiche. La più importante novità è quella di un campione proveniente dalla popolazione generale: gli studi passati, infatti, si sono sempre basati su dati provenienti da studenti americani, limitando in questo modo la possibilità di generalizzare i risultati. Inoltre, questa ricerca include per la prima volta cittadini irlandesi.
Sarebbe allora importante, sulla linea di tale scoperte, mettere in atto strategie di prevenzione degli incidenti stradali, programmi che rendano i guidatori più consapevoli delle loro condizioni e che li rendano in grado di gestirle nel migliore dei modi, in un mondo dove guidare è diventato necessario ma vogliamo ancora sentirci sicuri.

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BIBLIOGRAFIA:

EdiTouch: combattere la dislessia a tocchi di dita!

EdiTouch non è solo il nome del primo Tablet in Europa pensato il trattamento dei disturbi dell’apprendimento, EdiTouch nasconde molto di più…

EdiTouch non è solo il nome del primo Tablet in Europa pensato il trattamento dei disturbi dell’apprendimento, EdiTouch nasconde molto di più: nasce dall’idea di un padre, l’ingegnere informatico Marco Iannone che, accortosi delle difficoltà scolastiche del figlio dovute alla sua dislessia, non si è lasciato abbattere ma ha cercato di pensare a uno strumento mirato ad aiutare bambini e ragazzi che presentano disturbi dell’apprendimento.

EdiTouch, che all’aspetto si presenta molto simile a un quaderno cartaceo, contiene numerose applicazioni di facile utilizzo, pensate grazie al contributo di genitori, logopedisti e terapisti esperti in DSA. Tra queste troviamo un e-book reader, una calcolatrice parlante, un’app pensata per la creazione di mappe concettuali e molto altro ancora. Vi sono inoltre diverse versioni del tablet, pensate rispettivamente per la scuola elementare, la scuola media e la scuola superiore.

L’efficacia del Tablet è stata inoltre testata con una sperimentazione all’interno di otto scuole romane. Per questi e per altri motivi, un’attenzione speciale è stata riservata a EdiTouch dall’ultimo Annual Report on innovation in materia di Special Educational Needs network (SENnet).

Per maggiori informazioni vi rimandiamo alla lettura dell’articolo consigliato e al sito internet di EdiTouch.

 

Un dispositivo che, per come concepito, può quindi diventare molto utile anche come strumento integrativo per tutti quei ragazzi con bisogni educativi speciali (BES) o addirittura per i non dislessici. Per questo il progetto va avanti senza sosta (…) con il sogno di avviare la sperimentazione anche all’estero e far conoscere in tutta Europa cosa può fare la buona tecnologia.

 

 

EdiTouch: combattere la dislessia a tocchi di dita!Consigliato dalla Redazione

EdiTouch: combattere la dislessia a tocchi di dita! - Immagine: 53373200
È munito di software pensati per risolvere i Disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) ed è stato sviluppato da un ingegnere informatico. (…)

Tratto da: Repubblica.it

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


Linus, il controllo genitoriale e il senso di colpa – Peanuts Nr. 04

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_RUBRICA  (04)

Il tono comunicativo che la madre di Linus utilizza nella lettera esprime apparentemente calore, protezione e desiderio di cura verso il figlio. Allora perché Linus, invece di sentirsi amato e accudito, si sente in colpa?

Linus e il senso di colpa - Peanuts Nr.04

Analizzando da vicino i vari passaggi, diventa sempre più chiara la strategia persuasiva utilizzata dalla madre, finalizzata, più o meno consapevolmente, a manipolare il comportamento e le scelte del figlio. Se Linus non dovesse seguire i suoi consigli, che cosa succederebbe? Con molta probabilità, lei si mostrerebbe delusa e lui non all’altezza delle aspettative genitoriali.

La manipolazione è quindi a fondo cieco. Qualunque decisione prenda Linus, dovrà rinunciare a qualcosa e non sarà felice: se asseconda la madre abbandonerà la possibilità di scegliere, se non la asseconda perderà la sua approvazione. La critica può essere immediata:

“Come fa un bambino a sapere cosa sia giusto per lui? Sono le madri che si devono occupare del bene dei loro figli!”

Vero. Ma l’errore in cui talvolta si cade è quello di confondere il bene del figlio con i propri desideri, i propri gusti e i propri interessi.

Ad esempio, Linus potrebbe odiare stare al sole, oppure potrebbe essere timido e preferire essere chiamato dalla maestra piuttosto che offrirsi volontario. E’ vero che mangiare le carote fa bene, ma lui potrebbe preferire i pomodori.

La madre pone l’accento non sul gusto personale di Linus, ma sull’idea generalizzata che mangiare le carote sia giusto e necessario per raggiungere buoni risultati, ovvero fornisce le indicazioni come se fossero le uniche oggettivamente plausibili:

“Si fa così perché è giusto”

 

Tamponico - Mammese - Autore dell'immagine: Costanza Prinetti
Madri e manipolazioni

I bambini abituati a questa modalità rischiano di non saper più distinguere il loro punto di vista dalle aspettative altrui e di essere tiranneggiati dal senso di colpa, ovvero da una visione inadeguata e svalutante di sé, che si attiva nel momento in cui non si rispettano gli standard imposti dal contesto familiare.

Il tema del controllo psicologico come strategia genitoriale è stato oggetto di interessanti e recenti studi. E’ una strategia educativa finalizzata a indurre il figlio al raggiungimento di particolari risultati, spesso attraverso modalità intrusive e iperprotettive (Grolnick et al., 2002).

Quando i genitori utilizzano modalità controllanti, vengono meno le caratteristiche supportive in grado di sviluppare il senso di indipendenza nel bambino, che gli permette di esplorare da solo l’ambiente e di prendere decisioni in autonomia (Patrizi et al., 2010).

 

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Abraham J. Twerski. Su con la vita, Charlie Brown! Ed. Oscar Mondadori, 2000.pag.67
  • Patrizi C., Rigante L., De Matteis E., Isola L., Giamundo V. (2010). Caratteristiche genitoriali e stili di parenting associati ai disturbi internalizzanti in età evolutiva. Psichiatria e Psicoterapia, 29, 2, 63-77.
  • Grolnick W.S., Gurland S.T., DeCourcey W., Jacob K. (2002). Antecedents and consequences of mothers’ autonomy support: An experimental investigation. Developmental Psychology, 38, 143-155.

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_- ARCHIVIO RUBRICA

L’ansia e le sue manifestazioni – Introduzione alla psicologia NR. 14

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (14)

 

 

L’ansia è un’emozione preventiva, poiché ci mette in guardia circa i possibili pericoli che potrebbero verificarsi da un momento all’altro. L’ansia, però, è anche una emozione reattiva, perché prepara all’azione aumentando i livelli di performance.

 

Esistono periodi di vita in cui si è assaliti costantemente dalla tensione al punto da terminare le risorse fisiche e cognitive disponibili, note fonti di fronteggiamento di situazioni a forte stress. Quando viviamo queste situazioni siamo costantemente in allerta, quindi siamo in ansia.

L’ansia è un’emozione preventiva, poiché ci mette in guardia circa i possibili pericoli che potrebbero verificarsi da un momento all’altro. Per questo è necessario essere guardinghi di fronte agli eventi ritenuti pericolosi, presunti o reali, che potrebbero palesarsi anche senza nessun preavviso.

L’ansia, però, è anche una emozione reattiva, perché prepara all’azione aumentando i livelli di performance.

Quindi, se l’ansia dura il tempo necessario ad affrontare una prestazione, è funzionale e adattiva e ci aiuta a perseguire al meglio l’obiettivo. Quando, invece, l’ansia perdura, supera una certa soglia e comincia ben prima di effettuare un compito mantenendosi nel tempo, allora diventa problematica o patologica. Succede che l’eccessiva ansia porta a superare il proprio autocontrollo, passando a una situazione altamente disfunzionale, perché si rimugina costantemente.

La sintomatologia con cui l’ansia si manifesta, può essere:

  • Fisica: tachicardia, aritmie, bocca asciutta, nausea, diarrea, stipsi, vampate di calore, vertigini, tensioni muscolari, nodo alla gola, palpitazioni, sudorazione, dispnea, sensazione di soffocamento, tosse, gonfiore addominale, difficoltà di minzione, perdita di desiderio sessuale, astenia, eruzioni, assenza di appetito, affaticamento e macchie cutanee, prurito;
  • Psichica o Cognitiva: disturbi dell’addormentamento, Insonnia, difficoltà di concentrazione, irritabilità, nervosismo, paure di non riuscire a farcela, di morire, di perdere il controllo, apprensione, incapacità a rilassarsi, emicrania, perdita di equilibrio e incoordinazione motoria.

Le persone affette da ansia patologica, invasiva in ogni campo, sono costantemente tese e impaurite, perché si preoccupano anche di un nonnulla e pensano che la catastrofe sia sempre dietro l’angolo.

Per questo evitano impegni relazionali, sociali, lavorativi e sentimentali, fino a rinunciare a vivere.

L’ansia, a questo punto, diventa insostenibile e angosciante limitando gravemente la vita quotidiana.

L’ansia è l’emozione comune a molti disturbi, ognuno dei quali ha caratteristiche sintomatologiche proprie. I principali sono:

  • Disturbo d’attacco di panico
  • Disturbo d’ansia generalizzata
  • Disturbo ossessivo-compulsivo
  • Disturbo di ansia sociale
  • Fobie specifiche
  • Disturbo da stress post-traumatico
  • Disturbi dell’alimentazione

Per concludere, i disturbi d’ansia possono essere curati ottenendo ottimi risultati che si mantengono stabili nel tempo. I trattamenti più diffusi sono la psicoterapia cognitivo-comportamentale coadiuvata, in alcuni casi, dall’assunzione di una terapia farmacologica con ansiolitici e antidepressivi.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Effetti persistenti del trauma: i meccanismi ormonali e molecolari – Report dal Convegno SOPSI

Il trauma è la reazione ad un evento che interrompe la continuità esistenziale, un’esperienza in cui il soggetto avverte una minaccia alla propria vita o alla vita di quelli che lo circondano, senza la possibilità di fronteggiarla.

Ormai è noto che trauma e stress sono due fenomeni distinti. Nella vita quotidiana viviamo molti eventi stressanti, sono parte della nostra esistenza, ad esempio un trasloco o il matrimonio, ma le conseguenze sull’ organismo sono a breve termine, gli effetti dello stimolo stressante (stressor) terminano quando cessa lo stimolo. Diversamente il trauma è la reazione ad un evento che interrompe la continuità esistenziale, un’esperienza in cui il soggetto avverte una minaccia alla propria vita o alla vita di quelli che lo circondano, senza la possibilità di fronteggiarla. Gli effetti del trauma non terminano quando l’esperienza traumatica si conclude e possono durare anche tutta la vita.

La ricerca negli ultimi trent’anni ha cercato di rispondere alla domanda se gli effetti a lungo termine siano una continuazione della risposta o qualcosa di diverso. Dall’esperienza clinica sappiamo che il trauma opera una trasformazione profonda nel superstite, di tipo persistente e perdurante. I paradigmi classici dello stress non sono d’aiuto per spiegare questi processi. Grazie alla biologia molecolare e all’epigenetica ovvero lo studio delle alterazioni genetiche che modificano il funzionamento del gene stesso, abbiamo scoperto che il trauma influenza il DNA, l’espressione genica, la struttura cerebrale, gli ormoni, la cognizione, la personalità, il comportamento e le future risposte allo stress.

E’ solo a partire dagli anni Ottanta che si incomincia a parlare di Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD): un disturbo in cui gli effetti dello stress perdurano in assenza dello stressor. Le conoscenze che si hanno sul trauma fino a quel momento provenivano dalla cura dei reduci del Vietnam. Con l’apertura dell’ambulatorio per il trattamento dei PTSD presso il Mount Sinai Hospital di New York nel 1983, iniziano ad arrivare all’attenzione clinica della dr.ssa Yehuda e della sua equipe, i superstiti dell’Olocausto, ma anche i loro figli, questi ultimi presentavano sintomi riconducibili a un trauma come flashback, incubi, problemi relazionali e la pressione a dover compensare le perdite subite dai genitori. I sintomi, non venivano collegati direttamente, dai soggetti, con l’ Olocausto. Al contrario, riferivano che l’argomento era spesso oggetto di tabù nelle famiglie. Secondo i pazienti l’origine dei loro problemi era attribuibile all’ essere stati allevati da persone “danneggiate”, con problemi mentali.

Gli studi condotti sui superstiti e la loro prole confermano l’esperienza clinica: se è vero che non tutti quelli esposti al trauma sviluppano un PTSD è ormai accertato che gli effetti di un trauma possono essere intergenerazionali. Fino al 1983 la letteratura su ebrei e olocausto non si soffermava sulle conseguenze che l’esperienza aveva sulle generazioni successive, pochi erano gli studi in cui si sottolineava un legame tra l’essere sopravvissuti all’Olocausto e lo sviluppo di un PTSD, dalla letteratura emergeva solo la resilienza di questi superstiti e il successo sociale e lavorativo delle generazioni successive. La professoressa Yehuda ipotizza che, per gli ebrei, condividere quel dolore e i danni psicologici derivanti dall’internamento, avrebbe potuto costituire un’altra vittoria per il nazismo, la cosiddetta “politica della vittimizzazione”. Ma non si può lodare SOLO la resilienza, minimizzando le cicatrici che il trauma lascia.

Da allora sono state condotte diverse ricerche sui figli dei superstiti all’Olocausto. I quesiti a cui hanno cercato di rispondere la professoressa Yehuda e la sua equipe sono diversi: i figli dei superstiti vanno incontro a più disturbi mentali rispetto la popolazione generale? La vulnerabilità ai disturbi psichiatrici è qualcosa che viene trasmesso ai figli biologicamente oppure è il comportamento di questi genitori che ha modificato il genotipo dei figli rendendoli più vulnerabili verso le malattie mentali? Un trauma può portare modificazioni biologiche nel figlio, anche se non sono manifestate nel genitore?

I risultati delle ricerche sembrano confermare che i figli dei sopravvissuti all’Olocausto sono stati influenzati in molti modi dall’esperienza dei genitori.

Da uno studio condotto dalla dr.ssa Yehuda nel 1998 la probabilità di PTSD nei figli dei superstiti risulterebbe tre volte maggiore e presenterebbero una probabilità di sviluppare un disturbo d’ansia maggiore del 50% rispetto alla popolazione generale. In un altro studio condotto in Ohio, su un gruppo di superstiti all’Olocausto, è stata rilevava una prevalenza del 50% di PTSD a 50 anni dall’evento, ma diversamente ai risultati del 1998, i figli di questi sopravvissuti presentavano il disturbo solo se uno dei due genitori aveva la stessa diagnosi, con un tasso di corrispondenza del 100%.

Per cercare di capire se le risposte acute al trauma sono universali o dipendono anche da caratteristiche soggettive, la dr.ssa Yehuda ha studiato i livelli di cortisolo in soggetti con PTSD. Il cortisolo è un ormone glucocorticoide, prodotto dalle ghiandole surrenali ed è coinvolto nel contenimento della risposta allo stress di tipo adrenalinico. Le ricerche hanno effettivamente mostrato una disregolazione in soggetti con PTSD dell’asse ipotalamico, da cui dipende il rilascio di questo ormone. In uno studio del 1998 è emerso che più bassi livelli di cortisolo dopo un trauma correlano con l’esordio del PTSD, perché non essendo contenuto l’arousal dal cortisolo, lo stato di eccitazione del sistema nervoso perdura nel tempo. I livelli di cortisolo nei campione testato sono stati significativamente più bassi, rispetto al campione di controllo (soggetti che avevano subito un trauma, ma non avevano sviluppato il PTSD). Nel 2000 lo stesso studio è stato replicato sui discendenti dei sopravvissuti all’Olocausto: anche questi soggetti mostravano livelli più bassi di cortisolo anche senza PTSD, ma solo nel caso in cui il genitore aveva avuto un PTSD.

I soggetti testati nelle interviste cliniche riferivano di essersi sentiti trascurati durante l’infanzia, un dato che in letteratura risulta essere associato a livelli di cortisolo più bassi. Per stabilire quanto i livelli di cortisolo siano influenzati dall’esposizione all’ambiente (cioè un genitore con disturbo mentale) o siano dovuti ad un’alterazione biologica, la dr.ssa Yehuda ha condotto uno studio dopo la caduta delle Torri Gemelle su un campione di donne incinte. In follow up a 7 mesi dal parto i neonati di madri che avevano sviluppato un PTSD dopo l’11 settembre, avevano più bassi livelli di cortisolo. Ne deriverebbe che secondo questo studio il trauma influenza i figli prima della nascita.

Nel 2015 uno studio prospettico su superstiti dell’Olocausto e sopravvissuti all’11 settembre ha cercato di stabilire se il fenotipo per il PTSD sia trasmesso solo dalla madre o anche dal padre. I risultati mostrerebbero che effettivamente il fenotipo è diverso a seconda che il PTSD lo abbia la madre o il padre.

Le conclusioni a cui i ricercatori sono arrivati è che nello sviluppo di un PTSD abbiano un ruolo preponderante i meccanismi epigenetici, più che quelli genetici, non essendovi differenze a livello cromosomico, ma solo nella programmazione dei glutocorticoidi e che la programmazione epigenetica avvenga già nell’utero. Da ciò, conclude la dr.ssa Yehuda, non si sottintende che la madre abbia tutte le responsabilità, ma che anche il padre influisce nella trasmissione epigenetica, solo in maniera diversa, tramite meccanismi di modellamento durante lo sviluppo del bambino.

Questi studi si sono rivelati essenziali per la comprensione dei meccanismi alla base del trauma, mettendone in luce la natura epigenetica. Riuscire a capire l’interazione tra biologia ed esposizione ambientale potrebbe essere la chiave per definire il trattamento del disturbo in maniera più efficace.
Non possiamo cambiare il nostro DNA, ma possiamo cambiare il modo in cui funziona.

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Burnout: Stress lavorativo cos’è, da cosa è causato e quali conseguenze comporta

OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI

Cosa si intende con la parola “Stress”?
Una completa definizione potrebbe essere la seguente: “Reazione interna a stimoli interni ed esterni che producono un’attivazione fisiologica e uno sforzo emotivo, che mettono in moto risposte cognitive o comportamentali” (Westen, 2002).

Non si tratta di qualcosa di piacevole in quanto lo stress viene dalla persona percepito come qualcosa dalla difficile gestione, che compromette tranquillità ed equilibrio, causando poi una reazione sgradevole.
La cosa potrebbe essere anche abbastanza gestibile se lo stress facesse la sua comparsa in situazioni impreviste o comunque isolate dal quotidiano. Questo perché in tali casi si tratterebbe di fenomeni sporadici, e che stressano raramente. Di contro viene generalmente percepito come un autentico problema se a stressarci fossero le situazioni di routine, quegli eventi che fanno parte della quotidianità, che si è costretti ad affrontare per forza, dai quali diviene difficile sottrarsi.

Una di queste situazioni (di routine, frequenti e necessarie) potrebbe essere il lavoro.
Osservando le statistiche degli ultimi anni emerge che circa un lavoratore su quattro dell’Unione Europea soffre di stress legato all’ attività lavorativa (Eurostats Statistics, 2004).
Questi dati non sono trascurabili, e infatti tale questione è stata considerata meritevole di una regolamentazione negoziale definita a livello europeo e nazionale.

La normativa di riferimento, riguardante la valutazione dei rischi da stress, è il nuovo D. lsg 81 introdotto nell’Aprile 2008, il quale sancisce l’obbligo per il datore di lavoro, a tutela della salute dei lavoratori, di valutare i rischi da stress lavoro – correlato (Deitinger e all, 2009).
Questo però non sempre avviene, o meglio non avviene in misura articolata e soddisfacente, soprattutto nel contesto della nostra nazione (Galli, Mencarelli, 2011).
Ciò è in parte anche dovuto al fatto che, una volta appurato che il personale lavorativo è stressato, si tende spesso a intervenire al fine di risollevarsi dalle tensioni presenti, senza analizzare bene quelle che sono le reali cause che determinano stress. Detto in termini più semplici: non vi è un’adeguata prevenzione.

È inoltre da tener presente che spesso il cosiddetto stress viene concepito come un qualcosa di positivo, uno stimolo insomma. Questo perché lo stesso lavoratore, osservandosi a posteriori dopo aver superato la fase stressante, percepisce lo stress come un elemento importante che gli è in parte servito ad avere la carica giusta per dare il meglio di sé.
Di certo lo stress è fondamentalmente una stimolazione, e in termini di adattamento è funzionale e necessario; è la forza motrice che ci porta all’ azione senza la quale saremmo inermi e passivi (Galli, Mencarelli, 2011).
Ciò che invece è nocivo è lo stress prolungato, il cosiddetto “stress cronico”.
Volendo fare un’accurata analisi è possibile asserire che lo stress è un vero processo, e si articola in fasi (Bonetti, 2011). Tre passaggi, e nello specifico:

Allarme: l’organismo viene stimolato e si attivano dunque una serie di processi psicofisiologici (quali potrebbero essere la tachicardia, l’affanno).
Resistenza: l’organismo, percepiti i campanelli d’allarme, tenta di adattarsi e prova a normalizzare i sintomi fisiologici.
Esaurimento: se lo stimolo stressante persiste, nonostante i tentativi di fronteggiarlo, ne viene fuori uno squilibrio psicofisico, e la naturale capacità di adattamento viene a mancare.

In ambito lavorativo lo stress viene considerato come una difficoltà di adattamento reciproco, tra l’individuo e l’organizzazione, che comporta uno squilibrio tra le richieste organizzative e le risorse personali del soggetto di affrontarle.
Volendo dare una definizione più precisa, lo stress dovuto al lavoro è un insieme di reazioni fisiche ed emotive dannose che si manifesta quando le richieste poste dal lavoro non sono commisurate alle capacità, risorse o esigenze del lavoratore (Minchie, 2002).

Quali potrebbero essere le cause che scatenano tale processo sul luogo del lavoro?
Non vi sono dei veri e propri fattori causali, in quanto ogni situazione va considerata in relazione con le peculiarità personologiche di ogni singolo individuo, poiché ciascuno di noi attribuisce ad ogni evento un significato soggettivo.
Comunque varie ricerche hanno messo in luce una serie di fattori scatenanti (Falco e all, 2010). Questi i principali:
Mole di lavoro eccessiva: se la quantità di lavoro è massiccia, il tempo per svolgere le varie mansioni è di conseguenza insufficiente. Ciò potrebbe causare stato di tensione o compiti svolti in modo sommario.
Incertezza nei ruoli ricoperti: ciò riguarda soprattutto quei casi in cui vi sono più persone a lavorare tra loro. Un’incertezza nei ruoli assunti potrebbe causare un’assenza di punti di riferimento a cui rivolgersi per le varie evenienze. Se gli incarichi non sono ben definiti la situazione lavorativa potrebbe non essere chiara, e l’andamento lavorativo risulterebbe poco lineare. A risentire poi le conseguenze di ciò sarebbe l’efficienza dell’intero gruppo di lavoro.
Pressione da parte dei superiori: spesso in un ambiente lavorativo c’è qualcuno al vertice che assume un certo potere e che non sostiene i propri dipendenti, bensì li critica incrementando stati conflittuali. Le critiche potrebbero essere nocive al lavoratore, in quanto potrebbero condurre a un calo dell’autostima, poiché viene in questo modo sminuito il valore personale.
Conflittualità con i colleghi: ciò incrementa tensioni relazionali sul luogo del lavoro che ostacolano la cooperazione. Senza tralasciare il fatto che i lavoratori potrebbero assentarsi o incrementare assenteismi al fine di evitare litigi.
Ambiente di lavoro inadeguato e poco confortevole: le attrezzature lavorative poco adatte sono scomode e rallentano il lavoro. Tenendo inoltre presente che abbassano il tono dell’umore del personale.
Inadeguatezza del ruolo assunto: magari a rivestire un ruolo di responsabilità è una persona con buone doti organizzative; tuttavia potrebbero però mancargli quelle capacità di leadership. Ciò potrebbe generare nel soggetto interessato inadeguatezza, in quanto egli è costretto ad assumersi responsabilità dalla difficile gestione, a causa di una personalità poco idonea al ruolo rivestito.
Mobilità, trasferimenti: non consentono una stabilità personale e potrebbe venirne fuori una conseguente disorganizzazione extralavorativa, con possibili difficoltà nell’ attuare progetti di vita.
Mobbing: prepotenze, da parte di chi ha in qualche modo “il potere”, verso chi è più debole e non è in grado di difendersi. Una corretta definizione di Mobbing potrebbe essere la seguente: “Forma di terrore psicologico esercitata sul luogo del lavoro, esercitata attraverso comportamenti aggressivi e vessatori ripetuti, da parte di colleghi o superiori” (Bartalucci, 2010). Si tratta di un fenomeno ripetuto nel tempo, verso una medesima vittima.
È opportuno ricordare che i fattori sopra elencati non sono degli elementi causali di per sé, bensì dei fattori di rischio che vanno sempre analizzati in relazione alle peculiarità esistenziali e personali del soggetto.
Inoltre i fattori extralavorativi hanno la loro importanza, in quanto fanno sì che l’individuo trascini con sé, sul luogo del lavoro, le tensioni personali, rendendo i propri compiti carichi di nervosismo e per nulla soddisfacenti.

Si crea dunque un circolo vizioso, nel senso che tale squilibrio stressante che l’individuo avverte sul luogo del lavoro porta con sè delle conseguenze, le quali pesano in primo luogo a livello personale, sull’ individuo stesso, ed in secondo luogo sull’ organizzazione lavorativa.

Quali sono dunque le principali conseguenze generate dallo stress lavorativo?
Molte di esse potrebbero essere di tipo fisico o organico, ad esempio mal di testa, digestione difficile, gastrite, dolori muscolari senza grosso affaticamento fisico.
Inoltre le manifestazioni dello stress, soprattutto se sono prolungate nel tempo, possono determinare nella persona una compromissione delle funzioni emotive, che comprendono delle reazioni d’ansia, depressione, senso di impotenza e di disperazione. E tutto ciò aumenta la propensione del lavoratore a considerare le condizioni lavorative come pericolose per la propria salute (Frascheri, 2009).
Alle conseguenze emotive si affiancano quelle cognitive, ossia la difficoltà di concentrazione e di memoria, le quali tendono sovente a perdurare anche al di fuori dell’ambiente lavorativo. La cosiddetta “stanchezza mentale”, o “sovraccarico cognitivo”.
Senza tralasciare gli effetti comportamentali. Molti lavoratori stressati lamentano di essere facilmente irritabili e aggressivi. Altri si descrivono come “asociali” o con una tendenza a estraniarsi o evitare le situazioni di confronto (Falco e all, 2010).
In alcuni casi vi potrebbe essere il ricorso all’alcol o al tabagismo o una ricerca di conforto nel cibo (Richardson, Rothstein, 2008).

Queste considerazioni fanno riflettere e introducono un concetto già noto: quello del burnout.
È un termine inglese, la cui traduzione letterale è “Bruciato”, e sta ad evidenziare una sindrome derivante da un processo stressogeno che colpisce le persone in ambito lavorativo e porta con sé una perdita della motivazione, ossia un disamoramento verso il proprio lavoro, con conseguente impedimento di vedere il reale obiettivo delle proprie mansioni (Lloyd e all, 2002).
Una definizione corretta e condivisa è la seguente: “Sindrome complessa, a componente prevalentemente psichica, che si instaura come risposta a una condizione di stress lavorativo prolungato” (Tomei, Tomao, Sancini, 2003).

Ad approfondire esaustivamente questo processo è stata la Maslach, la quale ha descritto il burnout come una malattia professionale specifica degli operatori impegnati in professioni di aiuto, ossia infermieri, medici, psicologi, assistenti sociali, ma anche poliziotti, insegnanti e via dicendo. Pare che queste figure professionali siano caratterizzate da una duplice fonte stressante: il proprio stress personale e quello della persona aiutata (Maslach, Leiter, 1997).
Sembrerebbe che questi soggetti si facciano carico dei problemi delle persone con cui si rapportano, e di conseguenza hanno una certa difficoltà nel discernere tra la propria vita e la loro.
Con l’andare avanti degli anni si sono susseguite varie definizioni di burnout: insoddisfazione, nervosismo, senso di svuotamento, perdita di entusiasmo e di impegno personale, sensazione di fallimento e disamoramento verso il proprio lavoro.

Analizzando le cause che potrebbero contribuire all’insorgere della sindrome è stato possibile classificarle in tre categorie (Anchisi, Gambotto, 2009):
Eccesso di aspettative precedente all’entrata nel mondo del lavoro;
Mansione lavorativa frustrante rispetto alle aspettative;
Disorganizzazione lavorativa.

Il burnout è una fonte di stress che rende insostenibile la situazione lavorativa, per un soggetto che si percepisce come sempre più distante dai suoi personali obiettivi iniziali.
Edelwich e Brodsky (cit. in Anchisi, Gambotto, 2009) hanno messo a punto quattro stati progressivi che caratterizzano l’evolversi della sindrome del burnout:
Stadio dell’entusiasmo: gli operatori sono motivati dal proprio lavoro e ne percepiscono di esso soprattutto i lati positivi.
Stadio della stagnazione: inizia a sentirsi il peso dell’impegno lavorativo, vi è un calo dell’entusiasmo con conseguenti sentimenti di noia e preoccupazione. Il proprio lavoro viene percepito come banale, non più entusiasmante.
Stadio della frustrazione: sorge la rabbia per l’eccessiva discrepanza tra le aspettative del lavoratore e la realtà. Vi è una percezione di inutilità e di impotenza.
Stadio dell’apatia: disimpegno emotivo – affettivo verso la propria situazione lavorativa. Il desiderio di aiutare l’altro scompare. Si diventa apatici.
Tutto ciò porterebbe il lavoratore a comportarsi in maniera meccanica, senza il giusto entusiasmo. I compiti vengono visti come un obbligo e portati avanti per necessità.

Le varie ricerche che hanno investigato le cause che conducono un soggetto verso la sindrome del burnout hanno messo in luce numerose variabili (Maslach, Schaufeli, Leiter, 2009) raggruppabili nei tre seguenti insiemi:
Variabili organizzative: ossia ambienti di lavoro sfavorevoli (poco confortevoli), orari inadeguati, retribuzione non soddisfacente, prospettive di lavoro limitate, rapporti poco costruttivi con i colleghi, prestazioni lavorative troppo routinarie.
Variabili socio – culturali: ossia tutti i fattori relativi all’organizzazione sociale collettiva, alla storia politica e culturale, all’ evoluzione dei costumi che risultano essere dannose per i lavoratori. Soprattutto negli ultimi anni si è assistito ad una riduzione delle spese per sanità, assistenza e educazione. Senza dimenticare che, conseguentemente a ciò, molti utenti hanno scarsa fiducia in tali servizi, e ciò pesa gravemente sull’autostima dei lavoratori coinvolti.

Variabili individuali: anche fattori quali età, sesso, titolo di studio, motivazione lavorativa, soddisfazione extralavorativa hanno rilievo sul possibile rischio burnout. Inoltre problemi emotivi non risolti, seppur non legati all’ ambito lavorativo, possono interagire con esso in modo non costruttivo.

Talvolta la sindrome del burnout potrebbe scaturire anche dall’interazione di più variabili correlate tra loro.
Studi recenti hanno sottolineato che non si tratta di un fenomeno circoscritto solo alle professioni di aiuto, bensì può verificarsi in qualsiasi tipo di contesto organizzativo (Lloyd e all, 2002).
Attualmente oggi si sente spesso parlare di Job Burnout, in un’ottica dove il burnout può riguardare effettivamente tutte le professioni, dove le help profession saltano maggiormente all’occhio per via del forte impegno emotivo a cui si trovano sottoposti i lavoratori che esercitano tali professioni.
Quindi il burnout può definirsi l’esito di un processo stressogeno a cui i lavoratori sono sottoposti qualora questi non rispondano in maniera adeguata ai carichi eccessivi di stress che il proprio lavoro li porta ad assumere.

Ma è pur vero che un semplice squilibrio tra richieste organizzative e capacità personali di gestione delle stesse causano stress, il quale a sua volta porta con sé la perdita della soddisfazione lavorativa (Rothmann, 2008).
E un lavoratore insoddisfatto pesa sull’organizzazione, in quanto non opera con lo spirito giusto, ed è principalmente questo “spirito giusto” che consente al sistema lavorativo di funzionare adeguatamente.

Senza dimenticare che è proprio il sentirsi soddisfatti e gratificati del proprio mestiere che garantisce quella spinta in più, che permette all’individuo di impegnarsi perseguendo i propri obiettivi con la giusta motivazione.
Sono queste considerazioni che nell’ultimo periodo hanno stimolato varie ricerche e interventi in materia di stress lavoro – correlato (Galli, Mencarelli, 2011).
Perché lo stress non è una malattia, ma “una situazione prolungata di tensione”, e non è difficile trovarvi un rimedio, se anzitutto non viene sottovalutato e minimizzato.

 

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Burnout e strategie disadattive di gestione dello stress lavoro-correlato

BIBLIOGRAFIA:

  • Anchisi R., Gambotto Dessy M. (2009), “Il Burnout del Personale Sanitario”, Restless Architect of Human Possibiliets sas: Sassari.
  • Bartalucci T. (2010), “Conoscere, comprendere e reagire al fenomeno del mobbing”, Firenze University Press.  DOWNLOAD
  • Bonetti D. (2011), “Lo Stress Lavoro – Correlato: Definizione e Modelli Causali – Review”, G Ital Med Lav Erg; 33: 3, Suppl 2.
  • Deitinger P., Nardella C., Bentivenga R., Ghelli M., Persechino B., Iavicoli S.(2009), “D. Lgs. 81/2008: conferme e novità in tema di stress correlato al lavoro”, G Ital Med Lav Erg; 31: 2, pp 154 – 162.  DOWNLOAD
  • Eurostats Statistics (2004), “Work and Health in the European Union – a Statistical Portrait. Data 1994 – 2000”. Office for the Official publication of the European Community, in Focus 3.  DOWNLOAD
  • Falco A., Dal Corso L., Sarto F., Vianello L., Girardi D., Marcuzzo G., Magosso D., De Carlo N. A., Bartolucci G. B. (2010), “Il ruolo degli indicatori oggetti e intersoggettivi nella valutazione del rischio stress lavoro – correlato: il Metodo di Valutazione per gli Indicatori di Stress”, Italian Journal of Occupational and Environmental Hygiene, n. 1 (3 – 4).
  • Frascheri C. (2009), “Punti fondamentali alla base dell’analisi dello stress lavoro – correlato”, G Ital Med Lav Erg; 31: 3, pp 270 – 276.
  • Galli G., Mencarelli P. (2011), “Valutazione e Gestione dello Stress”, Stampa CSR – Roma.
  • Lloyd C., King R., Lesley C. (2002), “Social Work, Stress and Burnout: a Review”, Journal of Mental Healt, Vol. 22, N. 3, pp. 255 – 265.  DOWNLOAD
  • Maslach C., Leiter M. P. (1997), “The Truth about Buornot”, San Francisco, CA: Jossey – Bass.
  • Maslach C., Schaufeli W. B., Leuter M. P. (2009), “Burnout: 35 years of research and practice”, Career Development International, Vol. 14, No. 3, pp 204 – 220.  DOWNLOAD
  • Minchie S. (2002), “Causes and management of stress at work”, Occupational & Environmental Medicine, N. 59, pp 67 – 72.
  • Rothmann S. (2008), “Job satisfaction, occupational stress, burnout and work engagement as components of work-related wellbeing: empirical research”, SA journal of industrial psicology, Vol. 34, N. 3, pp 11 – 16.
  • Richardson K. M., Rothstein H. R. (2008), “Effect of Occupational Stress Managements Intervention Programs: A Meta – Analysis”, Journal of Occupational Healt Psicology, Vol. 13, N. 1, pp 69 – 93.
  • Tomei C., Tomao G., Sancini A. (2003), “Burn – Out”, Giornate Romane di Medicina del Lavoro “Antonello Spinazzola” Sezione regionale Laziale – Abruzzese della S.I.M.L.I.I. – Scuola di Specializzazione in Medicina del Lavoro – Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.
  • Westen D. (2002), “Psicologia. La storia , i metodi, i meccanismi fisiologici e cognitivi del comportamento”, Volume 1, Bologna: Zanichelli.

Quelle camminate che fanno bene al cervello!

Sabrina Guzzetti

FLASH NEWS

La capacità cardio-respiratoria si presenta come un fattore protettivo rispetto ai processi di invecchiamento cerebrale, oltretutto potenziabile attraverso l’esercizio aerobico, come quello che possiamo fare con una semplice camminata, un’attività facilmente accessibile e gratuita.

È ormai ampiamente documentato che all’avanzare dell’età si verifica una riduzione progressiva del volume della sostanza grigia cerebrale. Solo recentemente, grazie agli ultimi sviluppi nel campo delle neuroimmagini, è stato possibile studiare l’effetto dell’invecchiamento anche sulle fibre di sostanza bianca, che trasmettono le informazioni da una regione all’altra del cervello. Dai risultati ottenuti emerge una chiara riduzione età-correlata anche dell’integrità microstrutturale delle connessioni cerebrali.

Questo progressivo declino neurale, tuttavia, non interessa tutti gli anziani allo stesso modo; alcuni di essi mostrano una maggiore resistenza agli effetti dell’età. Perché? Questa è la domanda che sta canalizzando sempre più l’interesse dei neuroscienziati che si occupano di invecchiamento cognitivo. Uno dei fattori potenzialmente implicati in queste differenze individuali è il cardiorespiratory fitness (CRF), ossia la capacità dell’apparato cardiaco e respiratorio di fornire ossigeno ai vari distretti corporei durante un esercizio sostenuto.

In uno studio recentemente pubblicato sulla rivista Annals of Clinical and Translational Neurology, dei ricercatori statunitensi hanno indagato, in giovani adulti e anziani, la relazione tra CRF e integrità microstrutturale della sostanza bianca, rilevata per mezzo di una tecnica di neuroimmagine chiamata Diffusion Tensor Imaging. Per ottenere un indice quantitativo del CRF, i partecipanti sono stati sottoposti ad un test da sforzo al tapis roulant, durante il quale è stato misurato il consumo massimale di ossigeno (VO2max). Dai risultati ottenuti è emersa una chiara associazione tra CRF e integrità della sostanza bianca, osservata tuttavia soltanto negli anziani e limitatamente alle regioni cerebrali posteriori.

Il CRF pare dunque esercitare un’influenza minima sulla struttura cerebrale del giovano adulto, ma fortemente positiva su quella dell’anziano, le cui funzioni cognitive si trovano tipicamente in una condizione di progressivo declino. In alcune regioni, addirittura, le differenze età-correlate nell’integrità della sostanza bianca sono risultate pressoché del tutto annullate negli anziani con più alti indici di CRF.

Il CRF, tuttavia, non può certo essere considerato una panacea contro l’invecchiamento neurale, in quanto non ha presentato alcuna associazione con l’integrità delle connessioni anteriori, che subiscono solitamente un importante declino all’avanzare dell’età. Il meccanismo che sottostà a questa specificità regionale rimane un mistero, che probabilmente terrà impegnati ancora per lungo tempo i ricercatori. “[blockquote style=”1″]Questo studio, evidenziando l’impatto positivo del CRF sull’integrità neurale, ravviva in ogni caso la possibilità, spesso ipotizzata, che l’attività fisica, specie se di natura aerobica, possa essere in grado di ridurre il rischio di demenza o rallentarne la progressione[/blockquote], conclude Scott M. Hayes, primo autore del lavoro.

La capacità cardio-respiratoria si presenta dunque come un fattore protettivo rispetto ai processi di invecchiamento cerebrale, oltretutto potenziabile attraverso l’esercizio aerobico, come quello che possiamo fare con una semplice camminata, un’attività facilmente accessibile e gratuita. Forse, specie con la bella stagione alle porte, può davvero valere la pena lasciare un po’ più spesso la macchina in garage.

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BIBLIOGRAFIA:

La rivista italiana Psicoterapia cognitiva e comportamentale: cos’è?

Psicoterapia cognitiva e comportamentale nasce nel 1995 dall’ esigenza riscontrata da tempo e da più parti di una rivista scientifica nel panorama italiano che potesse fornire un luogo d’incontro e un punto di riferimento a quanti fossero interessati alla psicoterapia cognitiva e comportamentale.

Scopo della rivista è pubblicare articoli originali che contribuiscano allo sviluppo delle conoscenze teoriche e al progresso della prassi clinica. L’ambito di interesse della rivista si allarga all’intero spettro delle applicazioni e dei principi, delle metodologie e delle tecniche cognitive e comportamentali all’individuo, alla famiglia, al gruppo e alle organizzazioni. In tale ambito di interesse sono incluse le problematiche epistemologiche e metodologiche, le ricerche di base e le ricerche interdisciplinari rilevanti per la psicoterapia, l’intero processo della valutazione clinica (assessment), la medicina comportamentale nelle sue varie ramificazioni e la riabilitazione.

Psicoterapia cognitiva e comportamentale segue alcune linee programmatiche:
– Garantire un alto profilo scientifico e, nel contempo, valorizzare quanto di originale ed innovativo si sta facendo in Italia e all’estero nei vari settori;
– Avvicinare la comunità scientifica italiana alla più ampia comunità internazionale;
– Esprimere effettivamente l’intera gamma di interessi scientifici e culturali presenti nella scena italiana e non identificarsi con l’una o l’altra delle molteplici tendenze presenti al suo interno;
– Garantire efficienza organizzativa, in particolare regolarità della uscita nei vari numeri della rivista e celerità dei tempi di pubblicazione.

La rivista, rispetto alle principali società italiane di terapia cognitiva e comportamentale, si contraddistingue per la massima autonomia e il pieno rispetto della sua collocazione esclusivamente scientifica; Psicoterapia cognitiva e comportamentale non rappresenta pertanto l’organo ufficiale di associazioni, ma l’espressione di tutti coloro che in Italia coltivano la comune area scientifica e professionale.

Relativamente ai contenuti, la rivista pubblica:
– contributi di ricerca;
– brevi sintesi di protocolli di ricerca che vengono trasmessi sia al fine di favorire le collaborazioni e ricerche poliedriche sia al fine di far sapere alla più vasta comunità degli interessati le ricerche in corso;
– articoli rivolti allo sviluppo teorico della nostra disciplina;
– rassegne critiche;
– casi clinici;
– brevi comunicazioni.

Oltre a ciò, Psicoterapia cognitiva e comportamentale tende a stimolare il confronto critico, dando spazio ai dibattiti, e vuole inoltre promuovere l’attenzione per le radici anche remote dell’approccio cognitivo e comportamentale riproponendo, in una apposita sezione denominata “Archivio storico”, la ristampa di lavori di rilievo storico.

Scopo preminente della rivista è diffondere i molteplici aspetti e le diverse ramificazioni della psicoterapia cognitiva e comportamentale italiana; parimenti Psicoterapia cognitiva e comportamentale accoglie occasionalmente rappresentativi contributi internazionali.

Psicoterapia cognitiva e comportamentale è una rivista quadrimestrale; il direttore è il professor Ezio Sanavio, professore ordinario di Psicologia clinica dell’Università degli Studi di Padova e Past President dell’AIAMC.

Ogni articolo sottoposto alla rivista viene indirizzato a due referee indipendenti ed anonimi, sia per filtrare i lavori proposti per la pubblicazione sia per educare alla comunicazione scientifica i più giovani, offrendo loro feedback e consiglio ed aiutandoli ad avvicinarsi agli standard delle riviste internazionali.

Psicoterapia cognitiva e comportamentale è presente in rete; sono disponibili tanto in italiano quanto in inglese gli indici di ogni fascicolo e i sommari degli articoli pubblicati.

La rivista è indicizzata su PsycINFO, EBSCO, EMBASE, Psychological abstracts, PsycSCAN, PsycLIT, ClinPSYC.

 

GLI ABSTRACT DEI CONTENUTI DELL’ULTIMO NUMERO:

PER ACQUISTARE LA RIVISTA: Edizioni Centro Studi Erickson

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Come funziona la psicoterapia cognitiva?

Self Mirroring Therapy per disturbo da attacchi di panico e disturbo ossessivo-compulsivo: due incontri formativi a Genova

Si terranno a Genova, nei mesi di giugno e luglio, i due incontri formativi sull’utilizzo della Self Mirroring Therapy in caso di Disturbi da Attacchi di Panico e in caso di Disturbo Ossessivo Compulsivo.

La Self Mirroring Therapy (SMT) è una nuova metodica che, integrandosi con i vari approcci clinici, ne incrementa l’efficacia terapeutica. Tale metodologia nasce dall’esigenza di integrare nel setting terapeutico le più recenti conoscenze neuro-scientifiche, in particolare quelle sul sistema dei neuroni specchio, con lo scopo di migliorare l’efficacia del trattamento. La SMT utilizza come principale strumento terapeutico la videoregistrazione di se stessi durante alcuni momenti emotivamente  significativi della seduta terapeutica, al fine di incrementare in un modo diverso le capacità metacognitive del soggetto  

Infatti, con la SMT il paziente, osservandosi come se fosse il personaggio di un film, riconosce le proprie emozioni non attraverso le sue capacità autoriflessive (spesso alquanto deficitarie), ma dal di fuori, ossia attraverso l’osservazione diretta della propria espressione emotiva. In questo modo la SMT fa sì che il paziente sfrutti verso se stesso quella capacità innata, mediata principalmente dal  sistema dei neuroni specchio, che normalmente usa per comprendere in modo automatico, intuitivo e inconscio l’emozione altrui. Tale tecnica terapeutica nasce anche a partire da recenti studi di neuroimaging, che dimostrano come il sistema dei neuroni specchio si attivi in misura maggiore proprio quando osserviamo il nostro volto rispetto a quello altrui (Uddin et al 2005, 2007; Kaplan et al 2008; Iacoboni 2008).

Inoltre la visione di sé attraverso il video permette al paziente di evidenziare e rendere esplicite anche a se stesso le discrepanze tra il contenuto verbale e le sue espressioni  emotive, svelando così i propri meccanismi di autoinganno che contribuiscono al mantenimento delle convinzioni disfunzionali correlate ai vari quadri psicopatologici.  

Per il paziente l’effetto terapeutico finale è duplice: da una parte, una sorta di insight sulle convinzioni che ha sviluppato nel tempo su di sé e sugli altri, dall’altra l’attivazione di sentimenti empatici di accudimento, compassione e di perdono verso se stessi; tutto ciò gli consente di entrare più in sintonia e di migliorare il rapporto con quel personaggio che osserva nel video e, quindi, in ultima analisi, di raggiungere in tempi relativamente brevi un maggior livello di benessere psichico.   

Durante il workshop introduttivo i partecipanti sperimenteranno, utilizzando il protocollo della Self Mirroring Therapy, come l’auto osservazione da una posizione esterna faciliti la comprensione empatica delle proprie emozioni. Impareranno inoltre ad applicare la Self Mirroring Therapy per incrementare l’efficacia dei protocolli già esistenti per il trattamento del disturbo da Attacchi di Panico. Al termine di ogni corso sarà rilasciato un attestato di frequenza.

 

1° Incontro:

La self mirroring therapy  applicata al trattamento del

disturbo da attacchi di panico

Genova, sabato 20/6/2015

 

Programma del corso – sabato 20/6/2015:

  • 09.00-10.00: Psicopatologia e psicoterapia del disturbo da attacchi di panico secondo la psicoterapia cognitivo comportamentale
  • 10.00-11.00: La  Self Mirroring Therapy: basi teoriche
  • 11.00-13.00: La Self Mirroring Therapy nella pratica clinica, esercitazioni pratiche
  • 14.00-18.30: La Self Mirroring Therapy applicata al trattamento del disturbo da attacchi di panico: teoria ed applicazioni pratiche su casi clinici

Docenti:

Dott. Piergiuseppe Vinai, medico, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, didatta di Studi Cognitivi di Milano,  socio didatta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, direttore del Self Mirroring Therapy Institute

Dott. Maurizio Speciale, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, docente di Studi Cognitivi di Milano, socio ordinario della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva, responsabile del Self Mirroring Therapy Institute

Dott.ssa Michela Alibrandi, psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, responsabile del Centro Clinico Genovese di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Modalità di iscrizione:

Il costo del corso è di 120€ IVA compresa, da pagare secondo le modalità indicate nella scheda di iscrizione. Per rendere effettiva la propria iscrizione occorre inviare la scheda d’iscrizione e una copia del bonifico di pagamento effettuato alla mail [email protected]

Scarica la brochure informativa con la scheda di iscrizione.

 

2° Incontro:

La self mirroring therapy  applicata al trattamento del

del disturbo ossessivo compulsivo

Genova, sabato 11/7/2015

 

Programma del corso – sabato 11/7/2015

  • 09.00-10.00: Psicopatologia e psicoterapia del disturbo ossessivo compulsivo secondo la psicoterapia cognitivo comportamentale
  • 10.00-11.00: La  Self Mirroring Therapy: basi teoriche
  • 11.00-13.00: La Self Mirroring Therapy nella pratica clinica, esercitazioni pratiche
  • 14.00-18.30: La Self Mirroring Therapy applicata al trattamento del disturbo ossessivo compulsivo: teoria ed applicazioni pratiche su casi clinici

Docenti:

Dott. Piergiuseppe Vinai, medico, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, didatta di Studi Cognitivi di Milano,  socio didatta della SITCC, direttore del Self Mirroring Therapy Institute

Dott. Maurizio Speciale, psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, docente di Studi Cognitivi di Milano, socio ordinario della SITCC, responsabile del Self Mirroring Therapy Institute

Dott.ssa Michela Alibrandi, psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, responsabile del Centro Clinico Genovese di Psicoterapia Cognitivo Comportamentale

Dott.ssa Ursula Catenazzi, psicologa, psicoterapeuta cognitiva e terapeuta EMDR. Co fondatrice del centro Mente e Corpo di Bologna.

Modalità di iscrizione:     

Il costo del corso è di 120€ IVA compresa, da pagare secondo le modalità indicate nella scheda di iscrizione. Per rendere effettiva la propria iscrizione occorre inviare la scheda d’iscrizione e una copia del bonifico di pagamento effettuato alla mail [email protected]

Scarica la brochure informativa con la scheda di iscrizione.

 

 

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