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Pazzia o delinquenza: cosa si nasconde dietro a un crimine?

La cronaca riporta sempre più spesso casi di efferati omicidi. Di fronte a tutto questo una domanda sorge spontanea: si tratta di pazzia o di delinquenza?

ID Articolo: 101231 - Pubblicato il: 07 luglio 2014
Pazzia o delinquenza: cosa si nasconde dietro a un crimine?
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Di fronte a crimini orribili, viene spontaneo chiedersi se i loro autori siano matti o semplici delinquenti. In realtà si tratta di due dimensioni distinte (pazzia e delinquenza) e la congiunzione tra i due termini non deve essere una “o” esclusiva ma una “e”, intendendo che trattasi di due insiemi diversi con alcune sovrapposizioni.

Probabilmente è l’effetto dell’onda lunga del seminario del prof. Stone sui serial killer organizzato un paio di mesi fa a Milano da Studi cognitivi, ma mi sembra (attenzione selettiva?) che in questi giorni la cronaca offra molti spunti al tema, sempre aperto, del rapporto tra malvagità e malattia mentale.

Il signore che uccide la moglie dopo averci fatto l’amore (a cosa sarà stato utile poi la diffusione di questo particolare?) sgozza i due figli di 2 e 5 anni e poi va al pub a condividere con gli amici le emozioni per l’esordio mondiale degli azzurri. Confesserà di essersi invaghito non ricambiato di una collega di lavoro. L’arresto del presunto seviziatore e omicida di Yara. La scarcerazione della madre di Cogne che anni fa si macchiò del delitto per il quale in italiano non esiste neppure il nome l’omicidio del figlio.

Per fortuna a rendere meno pesante la riflessione su questi temi ci ha pensato il bel Renè. Renato Vallanzasca mitico bandito della Milano degli anni 70, cui è stato dedicato un bellissimo film con Kim Rossi Stuart. Vallanzasca in permesso premio dai 4 ergastoli che sta scontando si è fatto arrestare per un furto di mutande ad un supermarket. Viene da pensare che la libertà faccia ad alcuni davvero paura e torna in mente l’altro caso del mitico bandito Graziano Mesina. Anche Grazianeddu graziato dopo 40 anni effettivamente scontati in galera (un record assoluto per l’Italia cattolica sempre pronta al perdono) è tornato subito dietro le sbarre. Ma questo è un altro tema.

Le domande che i non addetti ai lavori rivolgono a noi operatori della salute mentale durante le cene di quest’inizio d’estate propongono sempre il medesimo quesito: sono matti o semplicemente deliquenti? vanno curati o puniti?

Il problema ha implicazioni anche giuridiche molto rilevanti. Infatti a fronte di una diagnosi psichiatrica, soprattutto se grave, scatta la presunzione di non imputabilità (la famosa incapacità di intendere e di volere). Considerato poi che una diagnosi di disturbo di personalità non si nega a nessuno, il rischio di un assoluzione complessiva del genere umano e di tutte le nefandezze di cui è capace, è evidente. Temo un ecumenico tana libera tutti che riconoscendoci strumenti inconsapevoli del nostro patrimonio genetico impegnato nella dura battaglia per la sopravvivenza ci privi ad un tempo della libertà e della responsabilità.

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L’unico sul banco degli imputati resterebbe Dio o il suo facente funzione, l’impietoso ambiente selettivo che costringe a non guardare tanto per il sottile pur di cavarsela e riprodursi copiosamente. Dunque: matti o delinquenti? La presunta imprevedibilità del matto lo ha fatto per secoli percepire come pericoloso per sé e per gli altri (definizione ancora presente nella legislazione di quasi tutti i paesi, fuorchè l’italia!!, per giustificare trattamenti coatti a suo carico) e dunque destinatario di provvedimenti allo stesso tempo di cura e custodia.

La psichiatria, dispiace ammetterlo, ha sempre avuto questa doppia vocazione sebbene dalla seconda metà del secolo scorso abbia iniziato a vergognarsi e rinnegare l’aspetto custodialistico asilare (castigamatti) agevolata in questo dal proliferare degli psicofarmaci.

Se nell’immaginario collettivo il folle è cattivo e pericoloso, gli operatori della salute mentale hanno enfatizzato, per contrasto, la polarità opposta. E’ visto come una vittima della famiglia e della società. Come cantava De Andrè ne “La città vecchia”:

Se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo

Tornando alla domanda iniziale che si pone di fronte a crimini orribili, se i loro autori siano matti o semplici delinquenti ce la si può, in prima battuta, cavare sostenendo che si tratta di due dimensioni distinte e che la congiunzione tra i due termini non debba essere una o esclusiva ma una e intendendo che trattasi di due insiemi diversi con alcune sovrapposizioni. In altre parole, si può essere completamente matti e assolutamente non delinquenti (anzi questa è, per nostra fortuna, la norma) e, di contro, totalmente delinquenti senza nessuna traccia di follia (anche questa è la norma se si pensa alle varie mafie diffuse nel mondo).

Messaggio pubblicitario Anzi se si è troppo matti non si riesce ad essere dei buoni delinquenti perchè il disagio mentale grave danneggia l’adattamento, anche criminale, all’ambiente sociale e lavorativo, quale che sia il lavoro in questione. Poi ovviamente esistono tutti i diversi livelli di sovrapposizione tra le due dimensioni. Credo ci sia lo stesso rapporto che sussiste tra follia e creatività artistica. Non si implicano necessariamente, talvolta la follia la danneggia, talaltra la esalta. Probabilmente è spesso una questione di dosaggio (la posologia).

In parte una soluzione al dilemma la si trova già nel nostro codice penale.

Infatti la perizia di fronte a tali reati non chiede se il soggetto sia folle o delinquente, non si vuole valutare l’autore nella sua complessità ma il gesto criminale. Si tratta di stabilire se l’atto fosse, nel momento in cui è stato compiuto, un vero e proprio sintomo o comunque una conseguenza diretta ed inevitabile dei sintomi. Ad esempio uno schizofrenico può non essere imputabile per aver mangiato il cuore della madre se erano le voci ad ordinarglielo e finire in carcere per un furto al supermercato non potendo rispondere al poliziotto che lo ha fermato come il bel Renè, nella migliore tradizione italiana celebrata dai film di Alberto Sordi lei non sa chi sono io!

La difficoltà nel mettere a fuoco il problema sta nel fatto che non sono ben definiti proprio i termini che si vogliono confrontare. Ad esempio delinquenza è sinonimo di cattiveria? A mio avviso no. Il delinquente è una forma estrema di egoista per cui in nome del proprio interesse non guarda in faccia a nessuno, che siano leggi o vissuti degli altri che considera come meri strumenti al suo servizio (come non vedere in questo i tratti del disturbo antisociale e narcisistico di personalità). Il cattivo invece ha come scopo il danneggiamento e la sofferenza dell’altro senza ricavarne altro vantaggio (ma non potrebbe ciò essere considerato un disturbo sadico di personalità?).

Per l’altro termine non stiamo meglio. Dopo oltre trent’anni di lavoro nel campo della salute mentale mi riesce impervio tentare una definizione sintetica e unitaria di follia che colga un minimo comune denominatore nelle molteplici malattie mentali se non, forse, proprio una sofferenza estrema e personalissima a stare nel mondo che ai più appare inspiegabile non sussistendone, per il buon senso comune, motivi sufficienti. Tornando al nostro quesito da cena estiva ritengo che il problema vada mantenuto distinto nei due versanti.

La legge deve sanzionare tutti i comportamenti contrari ad essa quale che ne sia la causa e la pena, ha sempre un doppio scopo di deterrenza e di recupero. Non dunque manicomi criminali separati dalle carceri, ma carceri o soluzioni alternative alla detenzione che abbiano lo scopo di recuperare il reo alla vita di comunità. Gli operatori della salute mentale coltivano invece la curiosità ed il compito di spiegare i singoli comportamenti individuali, dai più normali a quelli bizzarri o efferati partendo da una analisi minuziosa del soggetto, della sua storia e del suo apparato di scopi e credenze. Le teorie generali sono anche, molto spesso, terribilmente generiche. Chi di noi non ha provato imbarazzo per l’appartenenza alla categoria dinnanzi a esternazioni di fronte a telecamere e microfoni di esimi colleghi che semplificano la complessità delle determinanti del comportamento umano avvalendosi di luoghi comuni che sarebbero parsi tali anche a mio nonno nato prima de L’interpretazione dei sogni? Non si tema di restare in silenzio di fronte al mistero. Soltanto una autopsia dello specifico gesto dopo un approfondimento con il suo autore, teso a ricostruirne la personalità può condurci ad una comprensione che deve rimanere ad esso circoscritta.

Se c’è qualcosa di generalizzabile sono forse alcuni meccanismi di mantenimento. Credo, infatti, che nel tentare di spiegare il comportamento di criminali seriali, vadano distinti due ambiti: quello della genesi da quello del mantenimento.

Nel primo ci si chiede perchè il soggetto sia arrivato per la prima volta a compiere un crimine orrendo. Qui si intrecciano come sempre cause genetiche, di apprendimento e ambientali accidentali. Nel secondo ci si interroga sul perchè il soggetto torni a commettere reati analoghi. Nella ripetizione credo non vada sottovalutato il ruolo dell’addiction alla scarica adrenalinica che un comportamento estremo comporta. Insomma un conto è perchè iniziano, altro perchè continuano. Non vale forse la stessa cosa per l’uso di sostanze?

In conclusione mi sembra che se ogni deviazione del comportamento dalla norma statistica o ideale è considerata effetto di una patologia che limita la libertà e dunque la responsabilità individuale, tutti saremo sempre assolti perchè non abbiamo fatto altro che ciò che il nostro patrimonio genetico nell’incontro con l’ambiente ci ha consentito di fare. Non potendo rispondere del genotipo e rispondendo in solido con tutta l’umanità dell’ambiente in cui viviamo non si può che essere compassionevoli verso qualsiasi fenotipo e cantare con Shell dei Rokes Ma che colpa abbiamo noi?

E’ evidente che il tema potrebbe essere interessante e anche che necessita di strumenti filosofici che mi sono estranei.

 

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