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Algoritmi e psicoterapia contemporanea

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero, pubblicato su Linkiesta il 17/05/2015

 

Parlare di algoritmi in psicoterapia è un invito a nozze. La psicoterapia cognitiva, che io pratico, fonda il suo successo su questo: sulla possibilità di ridurre il processo terapeutico a procedure formalizzate e replicabili. Non più un imprevedibile percorso di scoperta come nella psicoanalisi, ma un rigido addestramento a modificare i propri pensieri seguendo regole definite.

Come è avvenuto questo? E che significato ha per il mondo moderno questa concezione antiromantica della psicoterapia? Ripercorriamo brevemente la storia di questo movimento. La psicoterapia cognitiva non ha un unico padre fondatore, come ha la psicoanalisi in Freud. Ne ha vari. Tra tutti, quello che meglio incarna lo spirito concreto della terapia cognitiva è stato Albert Ellis. Ellis, nato nel 1913 a Pittsburgh negli Stati Uniti, possedette in massimo grado l’attitudine pratica e concentrata sul conseguimento degli obiettivi, nonché la volontà di scovare e descrivere in poche procedure condensate quali siano i modi migliori e le tecniche che permettano di realizzare questi obiettivi: insomma, degli algoritmi.

È una storia che lo stesso Ellis, in “Reason and Emotion in Psychotherapy” (1962), uno dei suoi libri più famosi, ha raccontato. È un racconto interessante, in cui scopriamo che, all’inizio della sua carriera Ellis era uno psicoanalista. La tecnica analitica, però, lo lasciava perplesso. Dover tacere –come spesso richiedeva la tecnica analitica- quando, con poche domande opportunamente piazzate, si potevano chiarire alcuni punti oscuri rendeva Ellis scettico e insoddisfatto.

In crisi, Ellis reagì passando a una tecnica meno ortodossa. Spogliatosi della tonaca monacale della psicoanalisi nel gennaio 1953, denominò il suo nuovo approccio Rational Therapy (RT) e in seguito Rational-Emotive Therapy (RET). Ellis aveva modificato non solo la sua tecnica di lavoro, ma anche la concezione che aveva del funzionamento della mente umana. Era nato un nuovo modello teorico, modello che concettualizzava la mente come un elaboratore di informazioni e l’attività mentale come un insieme di conoscenze. Per il terapeuta cognitivo la mente è, dunque, prima di tutto gestione di informazioni. E quindi trattabile e modificabile attraverso algoritmi che gestiscono l’informazione.

La componente di fatto terapeutica del trattamento diventa l’esplorazione degli errori mentali che tutti noi possiamo fare in stato di perfetta consapevolezza, vere e proprie scempiaggini. La patologia è generata da queste scempiaggini, istruzioni che ci somministriamo e che insieme vanno a comporre il poema della stupidità umana, e che generano disagio e sofferenza.

E qual è la razionalità predicata da Ellis? Essa è una razionalità di tipo economico e utilitaristico, agnostica, strumentale e avaloriale, che non crede di poter definire o fondare un bene sommo a cui indirizzare le proprie idee. Si serve di valori che sono però considerati provvisori e individuali. Unico valore assoluto è il valore negativo e minimale dell’evitamento della sofferenza. Non è un caso che l’azione del terapeuta cognitivo, soprattutto nella forma datagli da Albert Ellis, tenda piuttosto alla critica dei valori che alla loro costruzione.

Per razionalità strumentale e avaloriale (value-free) si intende la sfiducia nella possibilità di definire scopi e credenze con un valore veritiero intrinseco e assoluto, presenti sia nella razionalità umana come nell’ordine naturale delle cose. L’unico scopo condiviso accettabile diventa l’evitamento individuale della sofferenza e il divieto della sofferenza altrui.

Non è difficile trovare nell’utilitarismo il precedente filosofico della visione del mondo proposta dalla terapia cognitiva. La riduzione di ogni superstizione sociale, morale o religiosa, la critica di ogni malessere che non sia riducibile al dolore puramente fisico sono concetti utilitaristici. Per esempio, la critica di Ellis a ciò che egli chiamava la “doverizzazione”, la convinzione irrazionale che certe cose vadano fatte assolutamente in un certo modo, per un senso del dovere e del rispetto della regole che trascendono il calcolo utilitario e si dispongano come valore in sé, e quindi propriamente sacro.

Allo stesso modo, nel pensiero utilitaristico di Bentham ogni idea e convinzione umana è priva di valore intrinseco ed è strumentale al benessere e all’evitamento del dolore. In Bentham, come in Ellis, conferire ad alcune convinzioni un valore assoluto significa disconoscerne la relatività e la pieghevole flessibilità, rendendole indebitamente rigide. Razionale è dunque il pensiero che meglio sa adattare i suoi propri processi valutativi, le credenze (beliefs) ai suoi scopi, e gli scopi alle proprie potenzialità e agli ostacoli posti dalla realtà.

Lo scopo della ragione non è la scoperta e il riconoscimento di una realtà ultima, ma solo l’uso migliore, cioè più conveniente e strumentale, delle proprie idee. La ragione usa se stessa ed è strumento di se stessa, quasi disconoscendo se stessa. La sofferenza dipende da pensieri irrealistici negli scopi o nei processi di pensiero che dovevano portare alla realizzazione degli scopi.

In breve, Albert Ellis fu soprattutto un pragmatico. La sua terapia propone una visione del mondo disincantata e pragmatica, al fondo utilitaristica. Ellis è un erede dell’utilitarismo di Bentham. A differenza di Freud, non coltivò l’ambizione di scavare nelle viscere nascoste della mente, e non sviluppò mai un modello complesso del funzionamento psichico. Il suo razionalismo non aveva nulla di epico. Egli partì da un problema pratico: l’intervento tecnico dello psicoanalista di fronte alla sofferenza mentale era poco efficace. Nella psicoanalisi il trattamento non era inteso come un intervento tecnico di accertamento e rieducazione degli stati psichici, ma come una profonda esperienza di cambiamento, in cui il paziente era portato a diventare cosciente dei suoi stati inaccessibili alla coscienza.

Nulla di tutto ciò in Ellis. Per Ellis la sofferenza non era dovuta a forze inconsce e misteriose, che emergevano alla coscienza dopo lunghi anni di faticoso trattamento condotto secondo regole rigide, in cui il terapeuta non rispondeva mai alle sollecitazioni del paziente su un piano paritario, ma si manteneva (almeno teoricamente) distaccato e distante. Per Ellis la sofferenza era invece dovuta a semplici, banali errori di ragionamento da parte del paziente. Errori definibili facilmente secondo criteri procedurali e trattabili mediante interventi descrivibili in maniera dettagliata. L’intera terapia diventava un algoritmo.

Qualche parola sull’altro dioscuro della psicoterapia cognitiva, Aaron T. Beck. Fiorì negli anni ’60, un decennio dopo Ellis. Come teorico, era più consapevole e ferrato di Ellis, e infatti usò una terminologia scientifica più corretta, preferendo qualificarsi come terapeuta cognitivo piuttosto che “razionale” o “razionalista” (Beck, 1964). “Cognitivo” è un termine più agnostico e avaloriale rispetto ai termini utilizzati da Ellis. “Cognitivo” si limita a connotare l’attività mentale come elaborazione di informazioni, senza enfatizzare una razionalità che inevitabilmente finirebbe per contrapporsi a una irrazionalità difficile da definirsi in termini assoluti.

Piuttosto, Beck preferì definire il benessere psicologico come cognizione “funzionale” e non necessariamente “razionale”. In fondo la razionalità a sua volta un valore assoluto, mentre la funzionalità è una qualificazione relativa e relativista, perché strumentale. Insomma, non conta se un pensiero è razionale o meno, ma quanto funziona producendo benessere o malessere. La razionalità di Beck, insomma, appare fin dall’inizio come più relativista di quella di Ellis. Era un ulteriore passo avanti verso quella mentalità utilitaristica che contribuiva a trasformare le terapie in algoritmi.

Negli anni successivi la terapia cognitiva confermò il suo carattere di terapia direttiva, didattica, più breve e leggera della psicoanalisi, molto meno audace nelle interpretazioni, e facilmente testabile in studi controllati. Per queste ragioni, fu la prima a guadagnarsi lo status di terapia dimostrata scientificamente efficace, in giganteschi studi empirici strutturati sulla falsariga dei grandi studi di efficacia dei farmaci.

Dopo Ellis e Beck la tecnica della terapia cognitiva fu ulteriormente elaborata e differenziata per i singoli disturbi d’ansia. Si svilupparono i cosiddetti protocolli di terapia: procedure dettagliate e formalizzate di psicoterapia per disturbi specifici, da applicare come se si trattasse di farmaci. E come farmaci fu verificata la loro efficacia, sempre significativa.

E così la terapia cognitiva si rivelò in grado di diminuire il grado di sofferenza emotiva di un insieme di disturbi psicologici: la depressione e l’ansia (Beck, Rush, Shaw ed Emery, 1979; Beck ed Emery, 1985), il disturbo di panico (Clark, 1986), la fobia sociale (Clark e Wells, 1995), il disturbo post-traumatico da stress (Elhers e Clark, 2000), i disturbi alimentari (Fairburn, Shafran e Cooper, 1999) e il disturbo ossessivo-compulsivo (Salkovskis, 1985).

Questa visione efficientista e pragmatica, questa concezione per la quale la psicoterapia è riducibile a una serie di procedure formalizzabili, a degli algoritmi, è un bene o un male? Difficile dare una riposta univoca. Il paziente (anzi, il cliente, come non a caso si preferisce dire in terapia cognitiva) che può usufruire di un trattamento definito e mirato a un determinato disturbo ne trae massimo beneficio. Per chi cerca un orizzonte di senso, invece, tutto questo non è bene. La razionalità procedurale e algoritmica è una razionalità utilitaristica, strumentale e –soprattutto- avaloriale.

In questa definizione di razionalità troviamo alcuni principi dello spirito moderno: la negazione di ogni razionalità assoluta e la valorizzazione di una razionalità individuale e strumentale. Non esiste un sommo bene, ma solo scopi individuali. E non esistono mezzi da considerarsi assolutamente razionali, ma solo ipotesi plausibili sui quali mezzi siano più idonei per ottenere quanto desiderato, ipotesi costruite in base a quel che si sa e a quanto si è appreso nel proprio ambiente culturale.

 

Leggi anche: INTRODUZIONE ALLA PSICOTERAPIA

 

Disconnect (2012): oggi che siamo sempre connessi ci sentiamo più soli che mai – Cinema & Psicologia

Diretto dal documentarista Henry Alex Rubin, “Disconnect” è un film drammatico con sfumature thriller, la cui visione è suggerita a tutti per lo sguardo attento e critico che offre rispetto ad una tematica tanto attuale quanto discussa, l’invasione della tecnologia virtuale all’ interno della vita reale.

Partendo da fatti di cronaca interpretati dai protagonisti delle cinque storie raccontate, la pellicola descrive le distorsioni del “mondo cyber”, un mondo invisibile che silenziosamente scorre sotterraneo e insospettabile nei meandri della quotidianità. Le vicende si sviluppano e si intrecciano accomunate da un profondo senso di solitudine, smarrimento ed incomunicabilità che ha l’illusione di appagarsi abbuffandosi di web.

C’è la storia di un padre vedovo, investigatore privato, che scopre gli atti di cyberbullismo compiuti dal figlio e da un suo amico ai danni di un coetaneo che frequenta la stessa scuola; quella della famiglia di Ben, l’adolescente vittima, il cui padre, un avvocato di successo, trascura gli affetti per la carriera salvo accorgersene quando la situazione è ormai compromessa. E ancora, la vicenda di una giovane coppia in crisi, derubata non solo della serenità dopo la perdita del loro primogenito neonato, ma anche del conto in banca con i risparmi di una vita, causa clonazione della loro carta di credito. C’è, infine, l’avventura della giornalista Nina che, alla ricerca di un reportage esclusivo che le possa garantire un maggior riconoscimento professionale, si addentra nell’ esplorazione dell’ universo del cybersesso riuscendo a conoscere e intervistare un ragazzo che sbarca il lunario con delle chat erotiche per adulti.

Tutto avviene davanti ad un pc, tramite privilegiato con l’ignoto, capace di attrarre magneticamente la solitudine dei personaggi che, nel riflesso dello schermo, sembrano cercare quell’ attenzione mancata verso i loro difficili vissuti emotivi.

I finali delle singole storie, forse prevedibili, lasciano un amaro in bocca che si esaurisce lentamente insieme alla suspance del film quasi ad accompagnare i protagonisti nei loro percorsi oltre la pellicola.

Un compendio dei più frequenti crimini informatici che intende evidenziare le subdole trappole della rete e le loro potenziali conseguenze negative in un’ottica preventiva. Una sceneggiatura che invita alla “disconnessione” per dare maggiore spazio alla riflessione, all’ ascolto e al dialogo off-line.

TRAILER:

 

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I colloqui motivazionali: il primo passo per smettere di sfumare

FLASH NEWS

Un nuovo studio pubblicato su Behaviour Research and Therapy evidenzia l’importanza dei colloqui motivazionali come passo fondamentale per favorire il cambiamento comportamentale e smettere di fumare.

53 fumatori con l’abitudine di fumare almeno 10 sigarette al giorno per almeno un anno e senza intenzione di smettere di fumare hanno partecipato alla ricerca.

I ricercatori hanno valutato gli effetti su questo campione di soggetti di un colloquio motivazionale della durata 20 minuti. Nel corso del colloquio si generavano discrepanze tra il comportamento attuale (l’abitudine al fumo) e gli obiettivi futuri a medio-lungo termine dell’individuo. Questo tipo di colloquio motivazionale, è stato confrontato con un gruppo di controllo e con un altro tipo di intervento di carattere non motivazionale. In seguito sono state misurate le reazioni dei soggetti a una serie di immagini spiacevoli riguardanti il tabacco.

Dai dati emerge che mentre prima dell’intervento motivazionale i fumatori reagivano alle immagini riguardanti il fumo in modo non differente rispetto a immagini piacevoli (immagini erotiche), a seguito dei colloqui presentavano emozioni a valenza negativa, similmente alla visualizzazione di immagini violente.

Dunque i colloqui motivazionali sembrano modificare, almeno a brevissimo termine, la risposta emotiva dei fumatori a stimoli associati al tabacco, da piacevole a disgustosa.

Certamente uno degli ostacoli principali al trattamento del tabagismo, come di altre dipendenze, risiede nelle fasi motivazionali iniziali: quindi la progettazione di specifici e dettagliati interventi motivazionali testati come efficaci evidence-based non deve essere sottovalutata, prima ancora delle fasi inoltrate di vero e proprio trattamento per il cambiamento dell’abitudine al fumo.

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Psicologia della bellezza: quanto conta esser belli nella nostra vita

Feliciana Pace

L’impatto che la bellezza fisica ha sulla nostra vita è molto potente: basti pensare alla relazione della bellezza con il benessere, con il successo scolastico o lavorativo. Queste ragioni spingono molte persone a spendere numerose energie e anche denaro per la ricerca di un aspetto fisico più gradevole.

Nonostante vi siano numerosi proverbi che sembrano compensare i difetti con delle qualità: nella botte piccola c’è il vino buono, l’abito non fa il monaco, non è tutto oro quello che luccica, ci sono altrettanti esempi che invece mantengono saldi gli stereotipi legati alla bellezza. La celebre frase la bellezza salverà il mondo, denota un ruolo della bellezza non estetico ma morale.

Non è cosa strana, visto che alla bellezza vengono associate anche altre doti; questo viene definito effetto alone della bellezza. Ad esempio, nell’antichità classica, gli artisti avevano il compito di riprodurre statue di personaggi come imperatori, condottieri, non in maniera fedele, ma idealizzata e con lo scopo di creare corpi non solo attraenti, ma esaltando anche altre doti e virtù.

È interessante notare come ciò sia evidente anche nel linguaggio quotidiano: si parla di ‘bella’ e ‘buona azione’ in maniera indifferente; anche gli aggettivi ‘piccolo’ e ‘piccolezza’ o ‘basso’ e ‘bassezza’ si riferiscono, oltre che al fisico, anche ad esempio, ad una persona con scarse qualità morali e il contrario, invece, per ‘grande’ e ‘grandezza’. Così lo stesso per ‘scherzo pesante’ associato a ‘brutto scherzo’ o ‘finezza’ utilizzato non solo come aggettivo per indicare una persona bella, ma anche in altri contesti come ‘oro fino’, ‘piatto raffinato’, ‘intelligenza fine’.

Nelle donne, rispetto agli uomini, il giudizio sulla propria bellezza appare molto severo. Questo inizia soprattutto con l’adolescenza e nello specifico quando si comincia ad avere come termine di paragone le bambole, come le moderne Winx o la Barbie che ha fatto storia, ma nello stesso tempo è stata oggetto di critica in quanto incarna un modello di bellezza non realistico.

Ad esempio, numerosi studi (Ricci, Fedeli, 2004) suggeriscono che il corpo di una donna risulta attraente se caratterizzato da giuste proporzioni tra seno e vita e vita e fianchi. L’esaltazione della vita molto stretta rispetto ai fianchi larghi risale al passato, quando le donne erano costrette ad entrare in bustini strettissimi e ad indossare gonne molto ampie sui fianchi.

Non è possibile negare l’importanza della bellezza esteriore soprattutto se si pensa al ruolo che ha per la scelta del partner e al fatto che risulta determinante durante una prima impressione, andando quindi ad influire sui rapporti interpersonali.

L’impatto che la bellezza fisica ha sulla nostra vita è molto potente. Questo lo si può riscontrare già in età precoce. Un neonato giudicato attraente, avrà più attenzioni e sarà considerato maggiormente gestibile dai genitori (Costa, Corazza, 2006); anche a scuola, i bei bambini riusciranno ad intrattenere un maggior numero di relazioni, andando ad incrementare il giudizio positivo su loro stessi (Costa, Corazza, 2006). Anche le insegnanti tenderanno a privilegiare i bambini più attraenti e avranno un giudizio positivo su di loro rispetto al rendimento scolastico (Costa, Corazza, 2006).

Non è un mistero il fatto che la bellezza rappresenti un buon predittore anche per il successo lavorativo. Sappiamo tutti ormai, dell’importanza dell’aspetto fisico ad un colloquio di lavoro e non solo: la bellezza è un indicatore importante anche durante l’intera carriera lavorativa.

Un’espressione che si sente spesso dire è ‘faccia da delinquente’: la cosa curiosa è che i lineamenti del volto possono o meno ispirare fiducia e quindi far nascere dei pregiudizi (Costa, Corazza, 2006). E non è una novità se consideriamo come la bellezza, il fascino, rappresentino delle potenti armi anche in ambito politico. Un esempio fu il dibattito televisivo per la presidenza degli Stati Uniti tra Kennedy e Nixon. Il primo parve molto più curato e sicuro di sé del secondo e questo ebbe delle conseguenze: in un sondaggio, emerse che coloro che avevano assistito al dibattito in televisione preferirono Kennedy, mentre chi lo aveva ascoltato alla radio propendeva per Nixon. Ovviamente in tutti questi casi il rischio è quello di far prevalere l’apparenza al programma politico o alla reale preparazione di un individuo.

Per tutte queste ragioni, la relazione della bellezza con il benessere, con il successo scolastico o lavorativo spinge molte persone a spendere numerose energie e anche denaro per la ricerca di un aspetto fisico più gradevole ricorrendo alla cosmetica, alle diete, all’esercizio fisico e alla chirurgia estetica.

Il rischio maggiore poi, è che a causa di criteri sia estrinseci che intrinseci, veniamo indotti a sacrificare la nostra unicità e autenticità restando ossessionati dalla ricerca di una bellezza che non esiste.

Solitamente la percezione che abbiamo di noi stessi rispetto all’aspetto esteriore non combacia con quella che gli altri hanno di noi. Spesso, nel dare un giudizio, sia su noi stessi che sugli altri, soprattutto quando non ne siamo certi, ci rifacciamo al punto di vista socialmente condiviso secondo la teoria del confronto sociale (Costa, Corazza, 2006). Questo è quello che accade anche per l’aspetto fisico, visto che ci atteniamo anche inconsapevolmente a degli standard a cui tutti aderiscono.

 

 

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Crescere è più facile grazie ai consigli di mamma, papà… e dei ricercatori in psicologia

Quanto è difficile crescere!  E chissà quanto vani sono stati i tentativi di genitori e nonni che, dall’alto della loro saggezza, ci hanno dato consigli, ammonimenti e rassicurazioni per affrontare al meglio gli anni a venire.

Quanto è difficile crescere! E questo è ancor più vero se ricordiamo o, per i più fortunati, se viviamo quel delicato passaggio dall’ adolescenza all’età adulta: si viene proiettati in un mondo che sembra più grande di noi e ci si sente impreparati, spesso inetti, a tutti i cambiamenti che ci aspettano.

Chissà quanto vani sono stati i tentativi di genitori e nonni che, dall’alto della loro saggezza, ci hanno dato consigli, ammonimenti e rassicurazioni per affrontare al meglio gli anni a venire. Spesso ne abbiamo fatto certamente tesoro, altre volte invece ci risuonavano come semplici frasi di circostanza dette per rassicurarci sul futuro. Avremmo creduto di più ai loro consigli se fossero stati supportati da prove empiriche?

L’autrice dell’ articolo che vi consigliamo, professoressa di Psicologia, espone tre preziose informazioni da tenere a mente prima di crescere, quasi al pari di una mamma rassicurante. Al contrario di questa, però, conferma la fondatezza di tali informazioni grazie all’aiuto di studi e ricerche in psicologia. Con questi dati a favore come non crederle?

Di certo i giovani troveranno utili questi tre insegnamenti ma anche chi è un po’ più avanti con l’età dovrebbe leggerli perché, si sa, non è mai troppo tardi per imparare a crescere!

 

With peak graduation season just behind us, we’ve all had the chance to hear and learn from commencement speeches — without even needing to attend a graduation. They’re often full of useful advice for the future as seniors move on from high school and college. But what about the stuff you wish you’d been told long before graduation? Here are just three of the many things I wish I’d known in high school, accumulated at various points along the way to becoming a professor of psychology.

Tre cose da conoscere prima di crescereConsigliato dalla Redazione

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Vi sono tre preziose informazioni da tenere a mente prima di crescere, ce lo confermano gli studi e le ricerche in psicologia. (…)

Tratto da: NPR.org

 

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Combattiamo per la nostra privacy… ma prima condividiamolo su facebook!

Nessuno di noi vivrebbe con porte e finestre aperte 24 ore su 24, eppure perchè non sappiamo proprio rinunciare a pubblicare le foto delle nostre ultime vacanze al mare o della serata al pub con gli amici?

 

Facebook, Twitter, Instagram e altro ancora: in un mondo governato dai social network possiamo ancora parlare di privacy? Quest’ultima rappresenta un diritto fondamentale e assolutamente importante per ogni singolo cittadino, nessuno di noi vivrebbe con porte e finestre aperte 24 ore su 24, eppure perchè non sappiamo proprio rinunciare a condividere i nostri dati o a pubblicare le foto delle ultime vacanze al mare o della serata al pub con gli amici?

Tale situazione è alquanto paradossale, e questo viene confermato anche da uno studio del 2012 condotto in Germania: gli individui che tendono a condividere più informazioni personali sui social, sono gli stessi che esigono una privacy maggiore. La prima autrice dello studio, Sabine Trepte, spiega questa contraddizione alla luce di una insoddisfazione dei partecipanti dovuta al non essere ricambiati in modo giusto dagli altri per tutte le informazioni e tutto ciò che invece loro offrono di se stessi.

Altri esperti forniscono ulteriori spiegazioni: Anita L. Allen, per esempio, spiega questo fenomeno come un tentativo, da parte di chi condivide troppe informazioni, di diventare la nuova Kardashian e farne una fonte di guadagno.

Ma non è tutto, vi sono anche dei costi psicologici dovuti alla condivisione di informazioni: secondo alcuni studi, la sola percezione di essere osservati sembrerebbe essere associata a sentimenti di bassa autostima, depressione e ansia. Se osservati da un supervisore sul lavoro o dagli amici di Facebook, le persone sono inclini a conformarsi e dimostrare meno creatività, le loro performances ne risentono e mostrano maggiore impulsività e livelli più alti di ormoni dello stress.

Si può considerare un grande passo avanti il fatto di parlare di privacy non solo in termini legali ma anche in termini psicologici con l’effetto di concentrare l’ attenzione delle persone anche sui costi psichici dovuti a un’eccessiva e a volte avventata condivisione delle proprie informazioni.

L’argomento è molto interessante e ricco di spunti di riflessione, vi rimandiamo dunque alla lettura articolo originale.

 

Imagine a world suddenly devoid of doors. None in your home, on dressing rooms, on the entrance to the local pub or even on restroom stalls at concert halls. The controlling authorities say if you aren’t doing anything wrong, then you shouldn’t mind.

 

Combattiamo per la nostra privacy… ma prima condividiamolo su facebook! Consigliato dalla Redazione

Combattiamo per la nostra privacy... ma prima condividiamolo su facebook! - Immagine: 70612704
In un mondo governato dai social network possiamo ancora parlare di privacy? Perché ci è così difficile non pubblicare informazioni personali? Gli esperti si interrogano. (…)

Tratto da: New York Times

 

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Anoressia: sarà presentata a breve la proposta di legge per il TSO in caso di rifiuto delle cure

La Redazione di State of Mind segnala questo articolo pubblicato su La Repubblica:

 

I Disturbi del Comportamento Alimentare e in particolare l’anoressia nervosa, rappresentano oggi una fonte di allarme sociale data la loro sempre più crescente diffusione.

L’anoressia nervosa spesso presenta un quadro psichico caratterizzato da un confronto compulsivo con le altre persone, un forte bisogno di controllo, odio per se stesse/i, ritiro sociale, umore depresso, ecc. fino ad arrivare a volte anche a comportamenti autolesivi.

Tra le tante conseguenze fisiche dannose c’è un rallentamento del tempo di digestione, del battito cardiaco, della pressione sanguigna e della temperatura e spesso l’ assenza del ciclo mestruale.

E’ dunque evidente la gravità di tale disturbo: chi soffre di Anoressia Nervosa ha una mortalità tra le 5 e le 10 volte maggiore dei loro coetanei. Sembrerebbe dunque necessario intervenire tempestivamente con un trattamento psichico, nutrizionale e psicologico.

La deputata del PD Sara Moretto ha avanzato, a riguardo, una proposta di legge per il TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) per i casi di gravi disturbi del comportamento alimentare. Tale proposta sarà presentata domani, 21 maggio 2015, alla Camera dei deputati, alle 14,30.

A detta della Moretto, infatti, c’è un buco normativo nel nostro sistema sanitario per la gestione di casi di bulimia e anoressia nervosa: pur essendo disturbi psichiatrici, non c’è una norma che obbliga i pazienti maggiorenni ad accettare la nutrizione obbligatoria, se questi la rifiutano. La deputata propone un trattamento fornito dal Servizio Sanitario Nazionale, nelle strutture pubbliche di tutta Italia, gestito da una équipe multi professionale includente psichiatri, esperti in nutrizione clinica e pediatri.

 

La proposta – spiega Moretto – nasce dalla constatazione che molte persone affette da disturbi del comportamento alimentare rifiutano, stabilmente o periodicamente, i trattamenti sanitari. In modo particolare c’è spesso un rifiuto dei trattamenti nutrizionali anche quando hanno caratteristiche di cure salva vita o, comunque, in condizioni di grave malnutrizione.

 

Leggi il commento del Dott. Riccardo Dalle Grave, medico, psicoterapeuta ed esperto di Disturbi del Comportamento Alimentare.

 

Anoressia, proposta di legge per combatterla: “Nutrizione obbligatoria se la vita è a rischio”Consigliato dalla Redazione

L’iniziativa della deputata del Pd Moretto. Tso nei casi più gravi. E una task-force di specialisti in strutture pubbliche a costo zero (…)

Tratto da: La Repubblica

 

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I bambini imparano quello che vivono, di Dorothy Law Nolte – Poesia –

L’autrice ha successivamente trasformato la poesia in un’opera letteraria, diventata ormai un classico, nella quale ha analizzato e commentato ogni verso attraverso esempi e aneddoti.

Scrittrice, pedagogista e consulente familiare, Dorothy Nolte è nata in California nel 1924. Fin dall’adolescenza è spinta verso l’interesse per il delicato tema del rapporto genitori-figli e fonda un centro come volontaria per le famiglie in difficoltà. Negli anni ‘50 inizia una collaborazione con la rivista settimanale The Torrance Herald, dove si occupa di una rubrica di consulenza familiare. E’ lì che pubblica la poesia, diventata famosa in tutto il mondo, intitolata “I bambini imparano quello che vivono”, della quale riporto il testo tradotto in italiano:

Se i bambini vengono criticati,
imparano a condannare.
Se vivono nell’ostilità,
imparano ad aggredire.
Se vivono nella derisione,
imparano la timidezza.
Se vivono nella vergogna,
imparano a sentirsi colpevoli.
Se vivono nella tolleranza,
imparano a essere pazienti.
Se vivono nell’incoraggiamento,
imparano ad avere fiducia.
Se vivono nella lealtà,
imparano la giustizia.
Se vivono nella disponibilità,
imparano ad avere fede.
Se vivono nell’approvazione,
imparano ad accettare.
Se vivono nell’accettazione,
imparano a trovare amore nel mondo.

All’insaputa dell’autrice, la poesia fu tradotta in più di 35 lingue e venne considerata anonima fino a quando, nel 2001, riuscì a ottenere i diritti d’autore.

Con l’aiuto della psicoterapeuta Rachel Harris, l’autrice ha successivamente trasformato la poesia in un’opera letteraria, diventata ormai un classico, nella quale ha analizzato e commentato ogni verso attraverso esempi e aneddoti. Il libro, scritto con un linguaggio chiaro e divulgativo, è rivolto sia ai genitori che agli educatori. L’obiettivo dell’autrice è stato quello di diffondere il messaggio che i bambini imparano e vengono influenzati non tanto dagli insegnamenti verbali, quanto dal comportamento che mettono in atto le figure di riferimento, sia genitoriali che educative.

 

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Feliciana Pace

Accanto ad una richiesta di un intervento estetico, è possibile che si celino dei disturbi di carattere psicopatologico. Recenti studi (Persichetti, Russo, Tambone, 2012) segnalano la presenza, in reparti di dermatologia e di chirurgia estetica, di una percentuale dal 5% al 33% di persone che presentano un disturbo di dismorfismo corporeo.

Questo è un dato molto importante in quanto fa riflettere sulla necessità di effettuare un’accurata valutazione psicologico-psichiatrica per evitare di intervenire chirurgicamente su persone che non saranno mai soddisfatte della loro forma fisica.

Il termine dismorfofobia deriva dal greco e vuol dire cattiva forma. Fu utilizzato per la prima volta da Morselli nell’800 (Benvenuti, 2007) per indicare un vissuto soggettivo di deformità o di difetto fisico di una parte del corpo che lo pone al centro dell’attenzione degli altri, nonostante oggettivamente il corpo si presenti assolutamente nella norma. È possibile che il difetto sia presente, ma comunque viene vissuto in maniera esasperata e non congruente con il difetto stesso. Jaspers (Benvenuti, 2007) considera la possibilità che il disturbo possa prendere la forma di un’idea prevalente, ossessiva o addirittura delirante. Il soggetto trascorre la maggior parte del suo tempo nella valutazione di questa anomalia e ciò lo induce ad una evidente forma di disagio in ambito oltre che personale, anche sociale. In questo caso il corpo smette di essere muto e si carica di un significato di inadeguatezza fisica ed esistenziale.

Questo è il caso di una celebre opera pirandelliana dove nel protagonista, prende forma un’esperienza dismorfofobica:

già mi figurai che tutti, […] dovessero accorgersi di quei difetti corporali e altro non notare in me. […] Per gli altri che guardano da fuori, le mie idee, i miei sentimenti hanno un naso. Il mio naso. […] Mi vidi. Ero io là, aggrondato, carico del mio stesso pensiero, con un viso molto disgustato […].

L’aspetto interessante è che pare che ogni epoca sviluppi la propria forma di patologia e se pensiamo a patologie legate al corpo oggi, non si può non far riferimento ai disturbi del comportamento alimentare.

I pazienti con DCA, spesso donne, possono presentare anoressia nervosa o bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata. L’anoressia nervosa, porta le adolescenti, ad avere una costante paura di acquisire peso e a non avere la consapevolezza del proprio corpo, vissuto sempre in maniera inadeguata e visto sempre in sovrappeso, anche quando si è oggettivamente sottopeso. In realtà un soggetto che presenta queste problematiche è alla costante ricerca di sé: il corpo rappresenta solo l’oggetto e il luogo più facile per fare ciò e per controllare le emozioni. Le anoressiche non riescono a definire se stesse a partire dalle loro emozioni e sensazioni: hanno bisogno di rapportarsi con misurazioni oggettive come il peso e la taglia (Stanghellini, Ambrosini, 2010). Sentono il loro corpo a pezzi e per questo, il corpo, non rappresenta per loro una base sicura per la costruzione della propria identità (Stanghellini, Ambrosini, 2010).

La personalità di queste pazienti è caratterizzata da bassa autostima, impulsività e perfezionismo patologico. Pur essendo una patologia dal carattere multifattoriale, gli aspetti psicologici e culturali ne rappresentano i fattori di rischio. Attualmente il valore del cibo è cambiato, non rappresenta più un segno di benessere e salute e l’immagine corporea prevalente è quella di donne magre che riscuotono successo, popolarità e ricchezza. A differenza di altri disturbi, si tratta di un problema presente nei paesi industrializzati, a dimostrazione di come l’aspetto culturale occupi un ruolo importante nella vulnerabilità allo sviluppo della patologia (Bordo, 1997).

Susan Bordo (Bordo, 1997) nella sua analisi culturale, riferisce l’oppressione di queste donne causata dalla tirannia della snellezza. L’anoressica non accetta il proprio corpo, non lo alimenta, lo distrugge gradualmente. Si potrebbe fare riferimento a una crisi della presenza (Martinotti, 2010). Il cibo non ha più valenza vitale ma finisce per assumere un significato in grado di deformare il corpo (Martinotti, 2010). Mangiare secondo le proprie regole, diventa un modo per esercitare un controllo su loro stesse.

E’ stata valutata anche una correlazione tra disturbo dismorfofobico e disturbi di personalità. I più comuni erano narcisistico, borderline, evitante, paranoico, schizotipico (Bellino et all., 2006).

Prendiamo in considerazione il disturbo narcisistico. Il termine narcisismo risuona spesso nella presentazione della personalità di coloro che prediligono l’apparenza e l’amore per se stessi. La personalità narcisistica può essere associata a delle costanti della cultura contemporanea: il terrore della vecchiaia e della morte, l’alterazione del senso del tempo, la paura della competizione (Lash, 1981). I soggetti con un disturbo di personalità narcisistica possono apparire superbi, arroganti e manifestano un senso di superiorità. In realtà questi soggetti celano un sentimento di inadeguatezza, si sentono indifesi, spesso hanno una sensazione di vuoto interiore e hanno il timore che gli altri possano vederli in questo modo (Munno, 2008).

In un’epoca di rapidi cambiamenti in cui l’impressione che abbiamo sugli altri conta più della nostra sincerità e integrità, l’immagine prende il posto della sostanza e la persona, intesa come parte di sé che si mostra al mondo, diventa più importante della nostra autenticità. La persona narcisista ha un costante bisogno di oggetti sé, cioè di persone che gli manifestano sostegno, ammirazione, approvazione, riempiendo quindi, il vuoto interiore e consentendo l’incremento della loro autostima.

Tutte queste manifestazioni psicopatologiche hanno in comune il bisogno da parte degli individui, di riconoscersi nello sguardo degli altri. Vitangelo Moscarda (Pirandello, 2012) ebbe bisogno dell’intervento della moglie per riflettere sulla sua identità, le anoressiche, secondo un’ottica fenomenologica, sembrano mettersi a fuoco attraverso lo sguardo degli altri e la persona narcisista ha il timore del giudizio degli altri, ma ha bisogno degli altri per colmare il suo senso di inadeguatezza. Lo sguardo degli altri può renderci soggetto o in caso contrario reificarci, come sostiene Sartre (Persichetti, Russo, Tambone, 2012).

 

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La dissonanza cognitiva – Introduzione alla Psicologia nr. 15

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA (14)

 

 

In cosa consiste la dissonanza cognitiva? In cognizioni o pensieri antitetici e per questo in contrasto tra loro al punto, in casi più estremi, da creare disagio alla persona.

 

A esempio: ‘Non sopporto chi lancia oggetti quando si arrabbia‘ ma ‘A volte mi capita di lanciare oggetti se sono arrabbiato’. Come è possibile osservare si tratta di due assunzioni ‘dissonanti’ tra loro, che non portano ad avere una visione della circostanza univoca, ma derivante da due posizioni in contrapposizione tra loro.

La dissonanza cognitiva provoca una inversione di rotta che determina una sorta di tensione, simile a quella che si prova in situazioni stressanti, e emozioni negative. A esempio una persona che esprime un giudizio morale sui profughi e poi per diverse necessità è costretta ad andare contro questa posizione, per ovvi motivi proverà un forte disagio psichico e comportamentale. L’intensità del disagio provato sarà direttamente proporzionale all’importanza data alla cosa e al numero degli elementi che si trovano in contraddizione. La ricerca psicologica si è dedicata soprattutto agli effetti o alle conseguenze di questa condizione.

Festinger (1957) noto studioso della dissonanza cognitiva ha individuato tre modalità per ridurre l’incongruità psicologica:

  1. cambiare un pensiero per renderlo più coerente con l’altro: se una persona spende troppo denaro e pensa allo stesso tempo di doverne accumulare, dovrebbe cambiare uno dei due comportamento o in un senso o nell’altro.
  2. aumentare le evidenze a favore del comportamento incoerente: di fronte all’evidenza che il bere troppo fa male, chi approfitta di questo comportamento tenderà a difenderlo anche facendo uso di massime, come: ‘il vino fa buon sangue‘.
  3. diminuire la dissonanza: fare in modo che le posizioni assunte siano meno discordanti; una persona che ha il colesterolo molto alto dovrebbe non ingerire cibi grassi, ma questa cosa diventerebbe insopportabile al punto da pensare che è meglio una vita felice che una piena di sacrifici e rinunce.

Inoltre, Festinger, ha evidenziato i processi per uscire della dissonanza cognitiva:

  • Situazione 1, compiacenza indotta o forzata: Se un comportamento porta a conseguenze negative allora il cambiamento di questo comportamento avviene liberamente.
  • Situazione 2, giustificazione dello sforzo: Più un cambiamento costa in termini emotivi, minore è la probabilità di metterlo in dubbio e quindi di cambiare.
  • Situazione 3, giustificazione insufficiente: I soggetti gravemente minacciati ridurranno la loro volontà in misura minore rispetto a coloro che ricevono solo una leggera ammonizione.
  • Situazione 4, dissonanza post-decisionale: giungere a conclusioni contrastanti tra loro, lo scopo è favorire la decisione presa.
  • Situazione 5, dissonanza derivata dalla disconferma di una credenza importante: si tende a rinforzare le decisioni prese e disconfermarle se è necessario. Questo però si verifica solo a certe condizioni:
    • a) se la credenza originaria è molto forte,
    • b) se ci si espone pubblicamente,
    • c) se si ha la disconferma di un evento
    • d) se non vi è un sostegno sociale a favore del cambiamento.

La dissonanza cognitiva è molto utilizzata per studiare le modalità secondo cui avviene un cambiamento di opinione o di atteggiamento.

L’ipotesi di partenza è: cambiando i pensieri, cambiano le opinioni? o creando un dubbio sulla valutazione, la situazione di incongruità si risolverà verso uno dei due atteggiamenti che ne derivano?

Chiaramente, la risposta è sì, perché cambiando gli assunti le conseguenze si modificano, ma non sempre. L’esito dipende in ogni caso dal comportamento messo in atto che non per forza corrisponde all’estinzione del comportamento stesso.

Per esempio, una dissonanza sul non fumare può risolversi in diversi modi:

  1. Non fumo perché mi provocherà il cancro;
  2. Continuo a fumare, non esiste una relazione di causa e effetto tra fumo e cancro;
  3. Fumo la pipa perché è meno pericoloso.

Per concludere, la dissonanza cognitiva pare sia efficace nel cambiamento di un atteggiamento quando:

  • la persona compie un atto non contrario al proprio atteggiamento;
  • un’azione indotta da una ricompensa o punizione è percepita come una libera scelta;
  • il riconoscimento sociale ottenuto dal cambiamento di atteggiamento porta a esiti positivi;
  • diminuendo le informazioni incoerenti, gli assunti appaiono molto in dissonanza cognitiva e quindi modificabili;
  • il cambiamento investe la componente cognitiva, emotiva e relazionale;
  • il cambiamento ottenuto produce progressivi successi

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Un documentario sulla dissonanza cognitiva in un gruppo di estremisti

FLASH NEWS

Per dissonanza cognitiva si intende uno stato spiacevole causato dalla consapevolezza dell’incoerenza esistente tra credenze o atteggiamenti discrepanti (Smith & Mackie, 1998). La dissonanza cognitiva si produce spesso quando il comportamento o un evento entra in conflitto con un atteggiamento pre-esistente.

I neuroscienziati del King’s College di Londra e la regista Sheila Marshall uniscono i loro sforzi in un innovativo documentario divulgativo intitolato “Right Between Your Ears” per far capire cosa succede nella nostra mente quando siamo fermamente convinti di avere ragione, anche nel momento in cui ci stiamo sbagliando di grosso.

Per dissonanza cognitiva si intende uno stato spiacevole causato dalla consapevolezza dell’incoerenza esistente tra credenze o atteggiamenti discrepanti (Smith & Mackie, 1998).

La dissonanza cognitiva si produce spesso quando il comportamento o un evento entra in conflitto con un atteggiamento pre-esistente. Se l’incoerenza provoca disagio, la motivazione a ridurre gli effetti spiacevoli dell’incoerenza può portare a una modificazione degli atteggiamenti. Ma non sempre questo accade.

Partendo proprio dal costrutto di dissonanza cognitiva e dal classico esperimento di Festinger (1959), i ricercatori hanno trascorso ben sei settimane negli Stati Uniti vivendo quotidianamente insieme a un gruppo di fondamentalisti credenti alle profezie riguardanti fine del mondo (in inglese definiti ‘end-time believers’) e osservandoli da un punto di vista psicologico-cognitivo in tre fasi fondamentali: prima, durante e dopo il fallimento delle loro credenze profetiche.

Nel documentario si alternano stralci di riprese e colloqui con gli “end-time believers” e interviste con scienziati e accademici esperti di cognizione e neuroscienze.

Il mondo della psicologia ha molto da dire riguardo la rigidità delle nostre convinzioni e la gestione delle informazioni dissonanti rispetto a quel che crediamo; il documentario rappresenta un buon esempio di divulgazione delle scienze psicologiche.
Il DVD sarà disponibile a partire dal prossimo 21 maggio.

 

Right Between Your Ears (2015) TRAILER 

 

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BIBLIOGRAFIA:

Muhammara: il cibo della seduzione e della conoscenza reciproca

La muhammara è una crema originaria di Aleppo, una delle più antiche e meravigliose città siriane. Le ricette variano ma si può farla sia con i peperoni cotti che crudi. Diventano diverse, con i peperoni cotti il colore è più spento e il sapore più morbido, con i peperoni crudi tutto si fa più frizzante e disomogeneo. Dipende veramente dall’umore del momento.

 

Ecco, la muhammara è per me nel ricordo (perché ormai sono anziana) il cibo tipico della seduzione e della conoscenza reciproca, quel tempo sospeso in cui tutto può accadere e anche se nulla accade, il racconto delle autobiografie di ciascuno, poetiche e romanzate, la sospensione e la curiosità rendono la vita intensa e degna di essere vissuta.

Perché? Per una serie di motivi i più vari:

Non è troppo grassa.

Non ho dovuto uccidere animali (neanche animali con poco cervello come le ostriche) e così non devo far soffrire nessuno se ho voglia di stare bene.

Il sapore è forte ma senza ingredienti che lasciano in bocca odori che imbarazzino il bacio.

Le noci energetiche, ci danno forza e fiducia.

I tipi diversi di peperone (antiossidanti, vitamina C, la medicina Ayurvedica lo consiglia contro l’ulcera e in generale viene considerato benefico per tutti i problemi di transito intestinale).

infine il succo di melograno ha proprietà antitumorali e antiossidanti ed è (secondo la medicina naturale) un antidepressivo (su questo non giuro però).

La crema, spalmata sul pane bruscato, è poco impegnativa, e chiede tempo nella consumazione mentre si chiacchiera, e ci si conosce, aiuta il corpo e la mente a parlare, aiuta il cuore a raccontarsi. infrange confini, demolisce rigidità, favorisce l’empatia.

 

Ingredienti:

1 cucchiaio di peperoncino rosso forte (si trova ormai ovunque)

1 cucchiaino di cumino polverizzato

un terzo di tazza di noci tostate

2 o 3 cucchiai di mollica di pane integrale

2 o 3 cucchiai di olio e ancora da mettere sopra a crema finita

2 cucchiai di sciroppo di melograno (fondamentale, lo trovate a Roma da Castroni e a Milano nei negozi etnici)

3 cucchiai di pasta di pomodoro concentrata

2 o 3 peperoni (grigliati o arrostiti)

acqua tiepida fino a una tazza dipende dalla consistenza

sale

 

Semplicemente unite gli ingredienti. e frullate non troppo fine, alla fine a ornare, olio e fogliette di menta o basilico.

questa è la mia ricetta di riferiment: Muhammara recipe

 

 

TASTE OF MIND: La rubrica della mente in cucina

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L’Italia che gioca d’azzardo: percorso diagnostico per l’assessment e la valutazione psicologica del disturbo da gioco d’azzardo – PARTE 2

Gianna Passalacqua

LEGGI LA PARTE 1

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il gioco d’azzardo patologico come una forma morbosa chiaramente identificata, che in assenza di misure idonee di informazione e prevenzione, può rappresentare, a causa della sua diffusione, un’autentica malattia sociale.

Riassunto

La febbre del gioco considerata per anni un semplice vizio è, in realtà, una vera e propria malattia, tanto da essere stata recentemente inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il gioco d’azzardo patologico come una forma morbosa chiaramente identificata, che in assenza di misure idonee di informazione e prevenzione, può rappresentare, a causa della sua diffusione, un’autentica malattia sociale. Il GAP è comunque una patologia prevenibile, curabile e guaribile, che necessita di diagnosi precoce, cure specialistiche e adeguati supporti psicologici e sociali. L’articolo si propone l’obiettivo di descrivere un percorso diagnostico per l’assessment e la valutazione psicologica del disturbo da gioco d’azzardo.

Key Word: Gambling, Gioco d’Azzardo Patologico (GAP), Strumenti diagnostici, DSM-5.

Introduzione

In un periodo di grande disoccupazione, crisi finanziaria, mutui pluriennali, chi non vorrebbe coronare il grande sogno di vincere una casa? Sisal lancia il nuovo gioco Vinci Casa. Si inizia a sognare da svegli pagando semplicemente 5 euro! E poi… basta indovinare magicamente 5 numeri su 40, la probabilità di vincere al gioco Vinci Casa è di 1 su 658.008, è davvero un sogno! (Zinzi, 2015). Ma la vincita tanto bramata non arriva mai, e se arriva, non placa il desiderio di giocare e ri-giocare nuovamente (Laini, 2015)

Slot machine, video lottery, gratta e vinci, poker online e lotterie istantanee, sono centinaia le forme di gioco d’azzardo legalizzate in Italia. A disposizione di ogni cittadino italiano ci sono più slot machine che posti letto in ospedale.

Un dato allarmante, che negli ultimi anni ha contribuito all’impennata del numero di persone cadute nel vortice del gioco d’azzardo (Nardinocchi, 2014). Comincia così la testimonianza di Antonio, giocatore di azzardo patologico che ha perso tutti i suoi averi, alle slot e videolottery (Viscardi, 2013):

A volte ci parlavo con le slot, vedi a che livello ero arrivato 

Il gioco d’azzardo rientra nella categoria dei giochi di alea: esso si sostanzia nello scommettere denaro o altri beni di valore su un evento ad esito incerto, in cui il caso, in grado variabile determina tale esito (Leone, 2009; Filippi e Breveglieri, 2010).

Caratteristica peculiare di questo tipo di gioco è dunque il fatto che l’abilità del giocatore è ininfluente nella determinazione del risultato del gioco; poichè egli non cerca di vincere su di un avversario, bensì sul caso. Benchè la maggior parte dei giocatori d’azzardo descrivano la loro attività come una piacevole forma di passatempo o come un’innocente distrazione dalla routine quotidiana, senza alcuna conseguenza sfavorevole, alcuni di essi arrivano a sviluppare forme patologiche di gioco, che provocano gravi conseguenze sul piano individuale, familiare, lavorativo e sociale.

 

Strumenti di screening e di valutazione del GAP

Il Disturbo da Gioco d’Azzardo è una patologia prevenibile, curabile e guaribile, che necessita di diagnosi precoce, cure specialistiche e adeguati supporti psicologici e sociali.

L’aspetto diagnostico riveste una particolare importanza in questa patologia, non solo per gli aspetti primari, cioè quelli relativi al gioco d’azzardo e al suo indice di gravità, ma anche per gli aspetti correlati, quali possibili patologie psichiatriche coesistenti, eventuale uso o abuso di sostanze stupefacenti e alcooliche, e per i correlati sociali e finanziari che spesso esistono in queste situazioni (Serpelloni, 2013). L’articolo, nello specifico si propone l’obbiettivo di descrivere un percorso diagnostico per l’assessment e la valutazione psicologica del GAP.

I criteri diagnostici del DSM-5 per il Gap rappresentano il punto di riferimento standard per la diagnosi. Il processo diagnostico prevede che si debbano prenderete in considerazione una serie di aree di valutazione avvalendosi di strumenti standardizzati per l’inquadramento diagnostico, la stadiazione in gioco problematico o patologico e per la valutazione della gravità (Serpelloni, 2013).

Prima area: valutazione del comportamento di gioco e dell’indice di gravità

La prima questione da porsi quando un persona si rivolge ad un professionista in cerca di aiuto per un problema di gioco patologico è quella di stabilire se tale problema effettivamente sussista oppure no, e quale sia il livello di gravità della situazione in cui la persona si trova (Capitanucci e Carlevaro, 2004). La prima area da indagare riguarda, dunque, la valutazione del comportamento di gioco e del suo indice di gravità. A tal fine il clinico può avvalersi di strumenti standardizzati come: il South Oaks Gambling Screen (SOGS) (Lesieur e Blume, 1987) e il KFG (Kurzfragebogen zum Gluckspielverhalten, nella traduzione italiana a cura di Tazio Carlevaro: Questionario Breve sul Comportamento di Gioco d’Azzardo) (Petry e Baulig, 1996; Capitanucci e Carlevaro, 2004).

L’iter iniziale di valutazione prevede la somministrazione del SOGS che è lo strumento più conosciuto e usato per lo screening generale dei Disturbi da Gioco d’Azzardo. È un questionario di autovalutazione che si compone di 20 domande alle quali rispondere in forma affermativa o negativa. Esso permette di evidenziare velocemente la probabile presenza di problemi di gioco e fornisce informazioni su molteplici aspetti quali, per esempio, il tipo di gioco privilegiato dal soggetto, frequenza di attività di gioco, difficoltà a giocare in modo controllato, etc. Un punteggio di 5 o più al SOGS è significativo per porre la diagnosi di GAP (Savron et al, 2001). Tuttavia numerosi studi (Ladoucer et al, 2000) hanno dimostrato che questo strumento tende a sovrastimare il numero di giocatori patologici, pertanto non si dovrebbe stabilire alcuna diagnosi utilizzando solo il SOGS: ad esso andrebbe associato almeno un secondo strumento come il KFG.

IL KFG è una scala di valutazione clinica che individua chi soffre di un Disturbo di Gioco Patologico che necessita di una presa in carico. Si tratta di una scala Likert di 20 domande in cui ogni item può avere valori che vanno da 0 (non mi rispecchio) a 3 (mi ci rispecchio del tutto). Sommando i punteggi grezzi delle 20 domande si ottengono punteggi individuali da 0 a 60. Un punteggio che si colloca tra 16-25 indica gioco patologico iniziale, un punteggio che si colloca tra 26-45 indica gioco patologico medio, un punteggio che si colloca tra 46-60 indica gioco patologico grave.

Seconda area: Disturbo da Gioco d’Azzardo e Comorbilità

La seconda area di valutazione è finalizzata ad approfondire in modo accurato la presenza di eventuali patologie comorbili, che renderebbero necessaria l’implementazione di trattamenti specifici, ancora prima di iniziare la presa in carico per la problematica del gioco patologico. La letteratura internazionale segnala anche una elevata comorbidità psichiatrica nei giocatori patologici: il GAP presenta alti livelli di comorbidità con i Disturbi dell’Umore (Depressione) (Kim et al., 2006; Poirier-Arbour et al., 2012; Thomsen K.R. et al, 2009) con i Disturbi D’Ansia, Disturbo Borderline ed il Disturbo Antisociale di Personalità (Lorains et al., 2011; Slutske et al., 2001; Pietrzak e Petry, 2005). Il clinico, al fine di ottenere una panoramica relativa alla presenza delle psicopatologie più importanti (da accertare eventualmente in modo più approfondito con strumenti ad hoc) può avvalersi della SCL-90R (Symptom Checklist-90-R) (Derogatis, 2011). Si tratta di una check-list composta da 90 items su disturbi eventualmente provati nel corso dell’ultima settimana: il paziente deve fornire una valutazione utilizzando una scala graduata che va da 0 (per niente) a 4 (moltissimo). Le dieci dimensioni sintomatologiche individuate sono: Somatizzazione, Ossessione-Compulsione, Sensibilità Interpersonale, Depressione, Ansia, Ostilità, Ansia Fobica, Ideazione Paranoide, Pscicoticismo e Disturbi del Sonno.

La comorbilità tra GAP e disturbo da uso di sostanze risulta la più studiata in letteratura (Hodgins et al, 2005; Moreyra et al., 2010) è noto, infatti, come la probabilità di trovare persone con problemi di Gioco d’Azzardo Patologico tra i dipendenti da sostanze stupefacenti sia più alta che nel resto della popolazione, così come è maggiore la probabilità di trovare, tra i giocatori patologici, persone che abusano o hanno abusato di sostanze, in particolare di alcool (Maccallum et al., 2002; Toneatto et al., 2002; Brunelle et al., 2003). Il clinico, per valutare, oltre alla dipendenza da gioco d’azzardo, la concomitante dipendenza da sostanze psicoattive può avvalersi dell’Addiction Severity Index (Lesieur e Blume, 1992). L’ASI è un’intervista semi-strutturata di ricerca clinica concepita per fornire informazioni che riguardano aspetti della vita del paziente, che possono contribuire a tracciare un profilo di gravità in sette settori, di cui quello relativo alle dipendenze è sdoppiato in relazione all’uso di alcol e di sostanze psicotrope. Lesieur e Blume(1992) hanno predisposto, in aggiunta al quadro della dipendenze da sostanze, domande specifiche sul gioco d’azzardo. Viene chiesto al paziente di stabilire per quanto tempo si è dedicato regolarmente nella vita e negli ultimi 30 giorni ad alcune tipologie di giochi d’azzardo. In seguito gli viene chiesto di specificare se la dipendenza da gioco si presenta da sola, o in associazione con la dipendenza da alcool, sostanze psicotrope o con entrambe.

Terza area: motivazione al cambiamento

Nel GAP si evidenziano le stesse difficoltà che caratterizzano il trattamento di tutti i soggetti portatori di dipendenza: non vi sono reali possibilità di cura senza una piena consapevolezza del problema da parte del paziente e una conseguente motivazione al cambiamento. In questo senso è fondamentale, per il clinico, valutare le motivazioni e le aspettative del paziente al fine di verificarne la possibilità di coinvolgersi in una terapia, a partire dall’intensità della sua domanda, concordando obbiettivi realistici da raggiungere. Per approfondire l’aspetto della motivazione al cambiamento ci si può avvalere del MAC/G (Hodgins, 2004). Usato largamente nell’ambito delle altre dipendenze, tale questionario è stato adattato alla dipendenza da gioco d’azzardo da Hodgins(2004). E’ un questionario somministrato dall’operatore al paziente, formato da 24 items che esprimono opinioni diverse sul comportamento di gioco d’azzardo. Il paziente deve esprimere il suo grado di accordo. Il MAC misura: lo stadio di cambiamento, la disponibilità al cambiamento, la frattura interiore e il livello di autoefficacia del soggetto.

Ladoucer (2004), per approfondire l’aspetto della motivazione al cambiamento, propone di avvalersi di due strumenti diagnostici. Il primo strumento proposto è il Questionario Motivazione a Smettere di Giocare: rappresenta una sorta di contratto steso con il paziente, mira a raccogliere l’adesione alla cura e a sondare le aspettative che egli nutre rispetto al cambiamento. Con l’esercizio Aspetti Positivi e Negativi del Gioco si raccolgono vantaggi e svantaggi del gioco d’azzardo, consente al paziente di evidenziare non solo i buoni motivi per smettere di giocare, ma anche tutto quanto d’importante il gioco ha rappresentato nella vita del paziente, che verrà inevitabilmente a mancare se decide di cambiare il suo stile di vita. (Ladoucer, 2004)

Quarta area: distorsioni cognitive, atteggiamenti e credenze

Una caratteristica peculiare della psicologia del giocatore patologico riguarda le distorsioni cognitive o bias cognitivi: comprendono qualunque pensiero del giocatore sui giochi d’azzardo, che va contro i principi della razionalità e della logica. La conoscenza e l’analisi delle distorsioni cognitive del giocatore patologico, assumono un ruolo di fondamentale importanza in quanto rappresentano la base cognitiva su cui il giocatore struttura i comportamenti patologici. Per indagare gli errori cognitivi, le credenze irrazionali e gli atteggiamenti positivamente correlati con il gioco d’azzardo, il clinico può avvalersi del GABS (Gambling Attitudes and Beliefs Survey) (Breen e Zuckerman, 1999). E’ un questionario autosomministrato, composto da 35 affermazioni che affrontano in modo diretto alcune delle aree di comportamento e i percorsi di pensiero tipici del giocatore patologico.

Quinta area: l’impulso a giocare

Il DSM-5 attribuisce al GAP lo status di dipendenza, in quanto il giocatore patologico, sviluppa tolleranza intesa come aumento della frequenza delle puntate e della quantità di denaro speso per ottenere l’eccitazione desiderata; la presenza di sintomi tipici di astinenza quali irritabilità, ansietà, insonnia, sudorazione, tremori e un intenso desiderio come equivalente al “craving” sperimentato dai tossicodipendenti. 

La CRAVING SCALE, di uso diffusissimo in Italia, può dare conto in modo analogico dell’impulso a giocare, proprio come nella sua forma originale dà conto dell’intensità dell’impulso a consumare sostanze stupefacenti, in relazione alle quali è stata stesa.

Conclusioni

Anche in Italia, il Disturbo da Gioco d’Azzardo sta assumendo sempre più le caratteristiche di una vera e propria malattia sociale con costi insostenibili per milioni di cittadini. Il concetto di pericolosità insito nel gioco, non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale, ciò provoca una sottostima del reale pericolo che rappresenta nella sua forma patologica.

A ciò si aggiunga la considerazione del fatto che fino ad oggi l’intervento statale in questo ambito è stato caratterizzato da una ambiguità di fondo: se da una parte, gli organi di governo si sono dimostrati sensibili ad una politica contraria al gioco, soprattutto se legale, dall’altra continuano a sostenere la legalizzazione della pratica, introducendo nuove opportunità di gioco.

Uno degli effetti dell’attuale fase di estrema legalizzazione del gioco d’azzardo è l’aumento del numero dei giocatori, che non sono posti nella condizione di cogliere la potenziale pericolosità dei prodotti offerti. I potenziali utenti sono sommersi da messaggi colorati ed invitanti, che ricordano esplicitamente ed ininterrottamente che è sempre possibile svoltare nella vita, passando da una condizione di stenti ad una agiata senza troppi pensieri. Il denaro facile, un modo di cambiare il proprio destino, il brivido del gioco, sono queste le immagini lanciate dagli spot di gratta e vinci, poker on-line, lotto, superenalotto, etc. Nell’illusione di guadagno e nell’eccesso si smarrisce la consapevolezza della certezza della perdita. In questo periodo di crisi economica e depressione, quando il PIL e lo Spread perdono punti, il mercato del gioco d’azzardo fiorisce come un sogno atteso.

La pubblicità è l’anima del commercio e vende sogni a chi ha già poche speranze (D’Andrea, 2015).

LEGGI LA PARTE 1

 

Ringraziamenti.

Si ringrazia il Dott. Corrado Amedeo Presti per la collaborazione nella stesura e la ricerca bibliografica. Inoltre si ringrazia la Dott.ssa Mariagrazia Occhipinti.

 

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Videogiochi e dislessia: verso un trattamento divertente!

Corinne Oppedisano

I genitori che osteggiano con gran fatica l’uso dei videogiochi da parte dei figli potranno rilassarsi e smettere di combattere. I videogames aiutano i bambini dislessici a leggere più velocemente, più di quanto riesca a fare un anno di lettura.

Questo è quanto rivela uno studio dell’ università di Padova e dell’Irccs E. Medea, pubblicato sulla rivista Current Biology, secondo il quale 12 ore di gioco sono in grado di migliorare la velocità di lettura in bambini con diagnosi di dislessia.

 L’ipotesi eziopatogenetica di partenza individua il deficit percettivo, quale meccanismo primariamente responsabile delle difficoltà di lettura. In particolare, il difetto risiederebbe nella via visiva Magnocellulare, implicata nel processing degli stimoli in movimento, a basso contrasto di target e a bassa frequenza spaziale. Rimane da spiegare come, nello specifico, questo deficit concorra a determinare le difficoltà di lettura. Per rispondere bisogna considerare che la via Magnocellulare ha ampie connessioni con la corteccia parietale posteriore che è coinvolta in tre funzioni implicate nel processo di lettura, quali attenzione visiva spaziale, regolazione dei movimenti oculari e visione periferica.

In particolare, secondo Stein & Welsh (1997), i dislessici hanno prestazioni deficitarie in compiti che necessitano di soppressione saccadica, cioè di quel meccanismo percettivo che durante i movimenti oculari, inibendo la precedente fissazione, consente di avere una percezione stabile.

Diversi test psicofisici, negli ultimi 20 anni, hanno mostrato una differenza significativa fra dislessici e normo-lettori, in compiti che coinvolgevano selettivamente la via Magnocellulare.

Queste evidenze hanno spinto i ricercatori a progettare training riabilitativi per i disturbi specifici della lettura che prescindessero dal trattamento dei deficit fonologici associati alla dislessia, prevedendo che una riabilitazione delle funzioni della via Magnocellulare potessero riabilitare anche le cadute di natura fonologica.

Partendo da queste evidenze, il team guidato da Andrea Facoetti, neuropsicologo dell’università di Padova, ha selezionato 20 bambini dislessici, bilanciati per QI, capacità fonologiche e livello di lettura, i quali sono stati suddivisi in due gruppi: il primo ha giocato 80 minuti al giorno, per 9 giorni, ad un actiongame, mentre il secondo ha usato per lo stesso tempo un gioco non action.

I ragazzi appartenenti al primo gruppo hanno registrato un significativo incremento nella velocità di lettura, che non andava a discapito dell’accuratezza. Solo i giochi di azione si sono rivelati utili alla riabilitazione del deficit attentivo collegato alla dislessia.

Gli actiongames sono caratterizzati, infatti, dalla rapida presentazione di stimoli visivi anche nella periferia del campo visivo, che devono essere processati velocemente e che richiedono di coordinare la percezione con una risposta motoria. Il follow-up, a 2 mesi, ha registrato il mantenimento dei progressi nella velocità di lettura. Rimane da spiegare in che modo, nello specifico, i giochi di azione abbiano consentito la generalizzazione dei miglioramenti anche a stimoli di tipo linguistico. Giocare ai videogiochi di azione ha allenato i bambini a concentrarsi su uno stimolo specifico e ad ignorare i distrattori. Questo ha consentito una maggiore efficienza nel processing delle informazioni rilevanti di una parola e ha permesso di ridurre l’interferenza laterale di cui i bambini dislessici soffrono.

 Questo studio è importante, non solo perché conferma l’implicazione del deficit attentivo nell’insorgenza della dislessia, ma anche perché apre nuove prospettive dal punto di vista della riabilitazione e della prevenzione. Spesso, infatti, il training riabilitativo proposto dai professionisti del settore risulta noioso e frustrante per i bambini che sono costantemente costretti a scontrarsi con il proprio deficit, per questo la percentuale di drop-out rimane molto alta. In secondo luogo il fatto che il focus dell’intervento stia nel training di abilità non linguistiche suggerisce nuovi percorsi di prevenzione rivolti a soggetti in età pre-scolare.

Oggi più che mai sembra vicina la possibilità di proporre ai bambini dislessici un trattamento, finalmente, anche divertente.

 

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Esperienza, ricordo e decisione futura: uno studio empirico

Questo articolo ha partecipato al Premio State of Mind 2014 Sezione Junior

Esperienza, ricordo e decisione futura: uno studio empirico 

Autrice: Veronica Cascone (Università degli Studi di Trieste)

 

Abstract

In riferimento al modello elaborato da Wirtz, Kruger, Scollon & Diener (2003), secondo il quale si ipotizza l’esistenza di un legame tra aspettative, esperienza, ricordo dell’esperienza e decisione di ripetere l’esperienza, dimostrando che le aspettative influenzano direttamente il ricordo che, a sua volta, determinerà la decisione futura, lo studio qui presentato si prefigge due obiettivi principali: il primo obiettivo è quello di comprendere, anche sulla base degli studi citati (Klareen, Hodges & Wilson, 1994; Gilbert & Wilson, 2003; Wirtz et al., 2003;), se si presenti la catena di legami che parte dalle aspettative, passa per l’esperienza e per il ricordo e raggiunge la decisione sul futuro, oppure se ci sia un legame diretto tra l’esperienza e la decisione sul futuro (o tra le aspettative e la decisione sul futuro), indipendentemente dall’influenza delle variabili intermedie. In particolare, cercheremo di capire se sia effettivamente il ricordo a influenzare la decisione ( nel nostro caso, la scelta di continuare l’esperienza vissuta). In secondo luogo, abbiamo voluto verificare in quale grado le relazioni ottenute in letteratura possano dipendere dall’applicazione di un solo metodo di misura dei costrutti indagati (common method bias), oppure se siano relazioni che si osservano indipendentemente dal metodo e dallo strumento utilizzato per misurare le aspettative, l’esperienza e il ricordo. Nel primo capitolo della tesi, viene fornita una panoramica generale della letteratura sull’argomento; in particolare sono trattate le ricerche di Kahneman, Friedrickson, Schreiber & Redelmeier (1993) e di Wilson e Gilbert (2003), sul ruolo della previsione affettiva e della valutazione retrospettiva nelle decisioni sul futuro. Il secondo capitolo si concentra sulla letteratura che ha costituito la base per la nostra ricerca e sui modelli teorici elaborati da Klareen, Hodges & Wilson (1994) e da Wirtz et al. (2003), dedicando particolare attenzione agli studi che si sono occupati della funzione del ricordo nella scelta per il futuro. Il terzo capitolo presenta l’esperimento realizzato. Il quarto capitolo descrive le analisi effettuate, i risultati ottenuti e le conclusioni che se si possono trarre in riferimento alle ipotesi di partenza. L’esperimento: ad un gruppo di studenti della facoltà di scienze della Formazione e Psicologia dell’ Università degli studi di Trieste di età media 23 anni abbiamo proposto la visione di un breve filmato della durata di circa 30 minuti tratto dal film “Caramel” di Nadine Labaki del 2007. Il disegno sperimentale era un disegno between-subjects. I partecipanti sono stati assegnati casualmente a due gruppi (metodo tradizionale vs. metodo variato). Per quanto riguarda il gruppo ‘metodo tradizionale’, la valutazione delle aspettative, dell’esperienza e del ricordo dell’esperienza avvenivano utilizzando lo stesso questionario, con il solo cambiamento del tempo del verbo impiegato per formulare le domande. Questo gruppo riproduceva dunque quanto fatto nei precedenti studi di Wirtz et al. (2003). Per quanto riguarda il gruppo ‘metodo variato’, si utilizzavano invece metodi (e strumenti) diversi per rilevare la valutazione delle aspettative (il consueto questionario), dell’esperienza (una procedura di monitoraggio continuo on-line), del ricordo (la valutazione delle scene ricordate; cfr. Geers et al.,1999). Lo studio è stato svolto in due sessioni. I risultati dimostrano che la valutazione retrospettiva condotta tramite la valutazione della piacevolezza delle scene ricordate non è predittiva delle intenzioni se l’effetto delle altre variabili (aspettative, valutazione on-line) viene tenuto sotto controllo. Nella condizione di controllo (metodo tradizionale), invece, la valutazione retrospettiva è predittiva delle intenzioni, anche se si tiene sotto controllo il potenziale effetto del metodo comune. Inoltre, solo nella condizione sperimentale l’esperienza immediata è predittiva delle intenzioni. L’esistenza della catena di relazioni che parte dalle aspettative e giunge alle intenzioni sul futuro dipende dunque dal modo in cui viene misurato il ricordo. Se il ricordo è misurato tramite la valutazione delle scene ricordate, allora esso non è predittivo delle intenzioni future. In questo caso, la catena si interrompe. Se, invece, il ricordo è misurato tramite una valutazione retrospettiva più generale, che prescinde dalle singole scene, allora esso è predittivo rispetto alle intenzioni future (e la catena delle relazioni non si interrompe). Riguardo al common method bias, i risultati evidenziano che le relazioni individuate nella condizione di controllo sono abbastanza robuste rispetto a questo bias. Altro risultato interessante evidenzia che le aspettative sembrano influire sulle intenzioni indipendentemente dalla condizione sperimentale e che il giudizio retrospettivo globale sull’esperienza passata sembra essere il miglior predittore delle intenzioni in entrambe le condizioni sperimentali. E’ quindi possibile ipotizzare che questo giudizio, forse formulato già durante la visione del film (cfr. Hastie & Park, 1986), possa essere utilizzato come base per l’espressione delle intenzioni comportamentali insieme alle aspettative.

 

English abstract

This study builds on the model of Wirtz, Kruger, Scollon & Diener (2003), which hypotizes a link between expectations, experience, memory and desire to repeat the experience and demonstrates that expectations influence memory directly, and memory influences future decisions to repeat the experience; and its aims are: – To understand if there is a link expectations-experience-memory-future decision, or if there will be a direct experience-decisions link (or also an expectations-decisions link) which is independent of intermediate variables; and to understand if memory influences decision, or not.  – To verify if the relationships we founded in literature depended on the common method bias, or if they still exist independently of the method and the instrument they used to evaluate expectations, experienceandmemory.  The first chapter is a review of the literature on this topic, which focuses above all on Kahneman, Friedrickson, Schreiber & Redelmeier (1993) and Wilson & Gilbert’s studies ( 2003 ) on the role of the affective forecast and retrospective evaluations on the future decisions.  The second chapter concerns the literature which our research takes as a basis and the studies of Klareen, Hodges & Wilson (1994) and Wirtz et al. (2003), particular attention is paid to the studies which deals with the role of memory on future decision.  The third chapter presents our experiment.  The fourth chapter describes the analysis we did, its results, and the conclusions we can draw from our initial hypothesis.  Experiment: A group of students from “Scienze della formazione primaria” and Psychology of University of Trieste, with an average age of 23 years, saw a short movie (30’ minutes), an except snippet from the movie “Caramel”, by Nadine Labaki (2007). The experimental design was between-subjects. Participants has been casually divided into two groups ( Tradizionale method vs. Variato method). In the “Tradizionale method” group, relevations of expectations, experience and memory took place with the same questionnaire, we just changed the verbal time of questions. This group reproduced the study of Wirtz et al. (2003). In the “Variato method” group we used different methods for the relevations of expectations (the same questionnaire), experience ( monitoring on-line the experience), and memory (evaluations of remembered scenes; cfr Geers et al. 1999). The study has been occurred in two sessions.  Results demonstrate that retrospective evaluations, which subjects made together with the evaluations of remembered scenes’ pleasantness is not predictive of the intentions when the effect of other variables (expectations, online evaluations) is under control. In the “Tradizionale method” condition (as control condition), instead, the retrospective evaluation is predictive of intentions even though the common method bias effect is under control. Only in the experimental condition (Variato method) the experience is predictive of intentions. The existence of the link originates from expectations and attains future intentions depends on the method used for measuring memory. When memory is measured with the evaluations of scenes it is no predictive about future intentions. In this case the link is broken. When the memory is measured with a general retrospective evaluation, neglecting single scenes, it is predictive of future intentions and the link of relations continues. Regarding to common method bias, the results demonstrate that relations in the control condition are strong about this bias. We can also find that the expectations influence intentions independently of experimental condition, and that the retrospective general judgment on the past experience is the best predictor of future intentions in both conditions.  We can hypotize that this judgment, they possibly made by the time of the vision of the movie, (cfr. Hastie & Park, 1986), may be used as basis to express the behavioural intentions and the expectations.

 

 

 

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Decontestualizzare la sfera emotiva dal ricordo: una strategia di regolazione emotiva

Disattenzione a 7 anni & peggiori performance scolastiche a 16 anni

FLASH NEWS

Secondo una nuova ricerca inglese i bambini che presentano un aumento dei livelli di disattenzione all’età di sette anni sono a rischio di peggiori performance nelle scuole superiori.

A tale esito si è giunti a seguito di uno studio longitudinale che ha coinvolto più di 11.000 bambini e pubblicato su Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry.

All’età di sette anni dei soggetti – circa sedici anni fa- genitori e insegnanti completarono questionari self-report per la valutazione di diversi aspetti comportamentali, tra cui disattenzione, impulsività, iperattività. In seguito, all’età di sedici anni dei soggetti sono stati considerati i risultati scolastici dei soggetti analizzando le performance nell’esame finale delle scuole superiori (in Inghilterra chiamato GCSE).

Dopo aver tenuto conto nell’analisi di fattori tra i quali il quoziente intellettivo, il livello di istruzione dei genitori, i ricercatori hanno riscontrato una correlazione lineare statisticamente significativa tra un aumento dei sintomi di disattenzione all’età di sette anni e la riduzione delle votazioni al GCSE all’età di sedici anni.

La correlazione lineare sta a indicare che non è necessario raggiungere punteggi cut-off relativamente al disturbo dell’attenzione e dell’iperattività, ma anche punteggi sottosoglia di incremento della distraibilità e della disattenzione possono influenzare le performance scolastiche.

Dunque i risultati presentano implicazioni in termini di strategie di prevenzione per identificare e intervenire nella riduzione dei sintomi legati alla distraibilità e disattenzione.

 

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Nuove frontiere nella cura del trauma – 4° Corso Internazionale, Venezia, 1-3 Maggio 2015

Anche quest’anno i temi clinici hanno riguardato principalmente la cura e il trattamento di Disturbi Dissociativi, con particolare attenzione ai fattori prognostici e alla comorbilità di questi con molte altre sindromi e disturbi di personalità.

Di ritorno dal corso ci si sente come ogni anno ricchi di riflessioni, professionali e umane, e parte di un movimento dalle radici profonde che sta tentando la sua “piccola rivoluzione” nel panorama culturale attuale legato al trauma. Su questo tema persistono infatti ancora oggi e in tutto il mondo sentimenti molto ambivalenti, tra rifiuto, conflitto, morbosità, ma anche innegabile curiosità, fascinazione e interesse. Negli ultimi anni il trauma sta tornando indubbiamente al centro della scena clinica e dei protocolli di cura, ma la strada della sua accettazione e centralità appare ancora lunga e complessa.

Anche quest’anno i temi clinici hanno riguardato principalmente la cura e il trattamento di Disturbi Dissociativi, con particolare attenzione ai fattori prognostici e alla comorbilità di questi con molte altre sindromi e disturbi di personalità.

La cornice teorica è sempre quella della Dissociazione Strutturale, ormai discussa e raccontata in molti contributi precedenti sul tema, e Khaty Steele, una delle teoriche di questo modello, ci ha guidato nel profondo della sua applicazione clinica.

Un aspetto importante che segue la fase diagnostica, molto ben approfondita durante la passata edizione con Suzette Boon, è proprio la definizione della prognosi e degli elementi da valutare per concordare obiettivi possibili di un trattamento e prevederne gli esiti. L’incapacità di realizzare alcuni aspetti di sé resta una caratteristica principale negli esiti clinici di situazioni traumatiche, insieme alla presenza di una discontinuità nella coscienza di sé e della propria storia. Tutto questo si traduce in sintomi di “non-realizzazione” che possono riguardare aspetti cognitivi, affettivi, comportamentali e corporei, che trovano diverse manifestazioni all’interno della terapia e che vanno tutte indagate e affrontate sin dalle primissime fasi.

I primi aspetti prognostici sono legati a capacità metacognitive di base del paziente: capacità di condividere pensieri e sentimenti propri, tollerare e regolare emozioni, poter riflettere sui propri stati interni e buona motivazione al cambiamento. Nella capacità di riconoscere e tollerare emozioni è molto importante per una buona prognosi la capacità di godere pienamente di emozioni ed esperienze positive, spesso compromessa in storie di traumatizzazione precoce e/o ripetuta nel tempo. Altri aspetti prognostici specifici legati all’esperienza interna di “frammentazione” e non-integrazione sono: la presenza o meno di compassione e affetto verso alcune parti di sé (parti aggressive, parti bambine, parti vittime, parti felici), l’investimento della persona nel tentare di tenere queste parti divise, perché percepite come pericolose, disgustose, da proteggere, da evitare o da eliminare, e ancora la compatibilità o meno di alcuni obiettivi terapeutici rispetto alle esigenze delle diverse parti.

Nell’approfondire questi aspetti il principio fondamentale da tenere sempre vivo nel lavoro è che le parti funzionano come un sistema complesso, in cui ognuna ha un ruolo determinante e specifico nel mantenimento dello status quo interno: prima di lavorare con le parti è necessario dunque non solo scoprire la loro esistenza, ma soprattutto individuare il perché della loro permanenza nel sistema. Una struttura dissociativa è un sistema rigido e finalizzato a mantenere a suo modo un equilibrio interno sufficiente a sopravvivere, dunque ogni cambiamento può essere percepito come molto pericoloso, intollerabile, inutile.

Ultimi ma non meno importanti fattori prognostici sono infine le previsioni negative legate alla possibilità di un cambiamento attraverso la terapia. Resta indispensabile anche su questo aspetto un lavoro di condivisione profonda che muova sempre all’interno della Finestra di Tolleranza Emotiva del paziente e della sua capacità di sperimentare cosa funziona e cosa non funziona all’interno del suo sistema. Lavorare con le parti all’interno di questa cornice teorica spesso non vuol dire lavorare subito sul trauma, ma vuol dire – come per molti altri modelli di trattamento – occuparsi innanzitutto delle condizioni correlate (ES: attacchi di panico, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, somatizzazioni,…) comprendendone l’esordio, i fattori scatenanti e i trigger attuali che le riattivano.

In presenza di un disturbo dissociativo di media o grave entità si possono trattare i sintomi in comorbilità con tutti i trattamenti di prima linea che attualmente esistono in letteratura (CBT, DBT, Psicoeducazione), tranne i programmi comportamentali di esposizione diretta, che potrebbero invece peggiorare la sintomatologia dissociativa. Pur non lavorando direttamente sul trauma è utile tuttavia anche in queste prime fasi di lavoro sui sintomi attuali, iniziare ad indagare il sistema interno e verificare se alcuni dei sintomi in comorbilità siano una manifestazione esterna di una struttura interna. Un esempio concreto: un comportamento compulsivo (controllare sempre che tutte le porte abbiano fatto due giri di chiave) di un paziente adulto con DOC e una storia di abuso, potrebbe essere riconducibile alla riattualizzazione di un comportamento legato al trauma vissuto nel passato (evitare che qualcuno entri nella sua stanza di notte e che abusi di lui), che era funzionale allora, ma che perde di senso nel presente, restando solo sintomo, cioè un comportamento inadeguato e non più funzionale.

In questo caso lavorare sul trauma può essere efficace nell’eliminare la necessità di quel comportamento, mentre una esposizione progressiva allo stimolo temuto può alimentare sentimenti di terrore e impotenza della parte traumatizzata e peggiorare i sintomi dissociativi. Diverso sarebbe lavorare su un disturbo ossessivo-compulsivo che non presenti questa storia traumatica e questa eziologia del sintomo.

In conclusione secondo Khaty Steele i principi del trattamento su pazienti dissociativi dovrebbero essere:
– utilizzare il livello di funzionamento nella vita quotidiana come indicatore del progresso;
– chiarificare sempre quello che il paziente vuole dire, verificando il significato interno delle sue parole;
– fissare confini saldi e mantenerli dentro una cornice chiara a noi e al paziente;
– restare focalizzati sul processo in corso;
– non allearsi solo o troppo con alcune parti a scapito di altre;
– non assecondare i bisogni disfunzionali di accudimento delle parti bambine che chiedono dipendenza;
– riparare ai propri errori se ci si scopre in un comportamento difensivo;
– lavorare CON le resistenze del paziente e non contro di esse;
– fare attenzione alla trance-condivisa, che può portare terapeuta e paziente in stati di non-realizzazione comuni.

La Steele ci ricorda con grande umiltà che non ci sono terapie e soluzioni perfette, ma che per lavorare sull’integrazione in psicoterapia bisogna restare presenti e consapevoli del processo in corso, capaci di viverlo ed osservarlo contemporaneamente, capaci di restare aperti a tutto quello che succede senza giudizio, né urgenza di cambiamento.
Non esiste una strada, la strada si fa camminando!

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Convegno Nuove Frontiere nella Cura del Trauma 2015 

Conoscere la teoria per andare oltre. Questo il messaggio più forte che ci invia Kathy Steele.

Da teorica della Dissociazione Strutturale, la Steele ci chiede quest’anno un lavoro diverso dal solito: tornare dal modello teorico alla nostra esperienza emotiva dentro la terapia, condividere con lei la cornice per poi dimenticarla e porci davvero in ascolto di quello che succede. Il rischio di rimanere troppo affezionati ad un modello e di ricondurre a questo la complessità dell’essere umano è troppo alto e valutare questo rischio resta l’aspetto centrale di tutto il suo intervento nelle tre giornate. La tendenza di noi clinici a differenziare e caratterizzare troppo le “parti” del paziente, dando loro un nome (ANP, EP, Stati dell’Io, Personalità), una gerarchia, un ruolo nel funzionamento mentale, può farci perdere l’essenza stessa del nostro lavoro: mantenere una buona sintonizzazione affettiva con l’intera persona.

Questo processo secondo la Steele non solo rischia di essere inefficace, ma se usato in modo estremo e rigido può alimentare la divisione, o se preferite la “dissociazione”, tra le diverse parti e far dimenticare l’obiettivo ultimo e più importante di questa eccellente concettualizzazione: conoscere le parti per favorire una migliore integrazione tra quelle in conflitto.

Kathy Steele insomma ci ricorda che il Modello della Dissociazione Strutturale è un buon modello teorico per descrivere alcuni aspetti del funzionamento della mente, soprattutto in pazienti con storie traumatiche complesse in cui le difficoltà di integrazione producono gravi alterazioni nella costruzione di un senso del sé coeso e integrato, ma ci ricorda a chiarissime lettere che il suo stesso modello – come tutti gli altri – può costituire un grande ostacolo alle possibilità di accedere all’esperienza umana di chi abbiamo di fronte.

E’ con ammirevole senso di responsabilità e umiltà che Kathy ci ricorda di restare critici verso le proprie conoscenze, di avere il coraggio di osservare il processo terapeutico in corso senza pre-giudizio e di cercare possibili soluzioni all’interno – e non all’esterno! – di questo processo.
Alle parole di Kathy Steele l’essenza dei suoi insegnamenti.

 

CM: Quello che ho trovato molto interessante quest’anno è stato il monito di tornare alle origini del ruolo del terapeuta e di non fermarci all’apprendimento delle tecniche, dei protocolli e delle teorie. In un mondo in cui si cerca sempre più l’evidence based, la validità scientifica e la ripetibilità dei risultati più efficaci, le chiedo di raccontarci, perché dal suo punto di vista è così importante andare oltre la teoria?

KS: Bene, avrei un paio di riflessioni su questo. Una è che la teoria è molto importante, ma penso che dovrebbe restare uno sfondo, una sorta di “aria che respiriamo”. Non la si vede, non la si sente, ma dà continuamente vita a quello che si fa. Ma allo stesso tempo la teoria ha dei limiti, inclusa la mia stessa teoria, e questo limite viene alla luce tutte le volte in cui ci troviamo ad osservare qualunque fenomeno. Penso che gli esseri umani siano così complessi e diversi tra loro, che nessuna teoria, nessuna tecnica e nessun approccio possa essere sufficiente a spiegare l’intera condizione umana. Perciò credo che curiosità, compassione, interesse e apertura autentica all’esperienza dell’altro, siano innanzitutto parte dell’essere umano. Il nostro lavoro non è molto diverso da quello che facciamo là fuori nel “mondo reale”, ma lo facciamo solo con più intensità. Una seconda considerazione è che più faccio il mio lavoro – e sono ormai 30 anni di esperienza – più mi rendo conto che quando ascolto profondamente l’altro riesco a trovare risposte sempre nuove, che sono diverse per ogni persona e non adatte a nessun altro. Perciò le tecniche terapeutiche sono valide e utili per una sorta di “categorie di base” di problemi, mentre le risposte nuove possono essere più efficaci e utili da integrare per ognuno in modo differente dagli altri. La maggior parte dei nostri problemi di salute hanno a che fare con problemi legati alla nostra stessa condizione di esseri umani e nessun modello da solo può bastare a mettere tutto a posto. Il mio pensiero è che ci sia un nostro sé profondamente umano, incapsulato dentro il nostro sé terapeuta, e che sia soprattutto questo il più importante fattore di cura.

CM: Durante il lavoro di role playing di questi giorni, ho notato l’utilizzo della “curiosità” come una vera e propria tecnica, efficace soprattutto per uscire da situazioni cliniche complesse o in presenza di conflitti tra parti. E’ così?

KS: Si, ma non è solo curiosità. E’ soprattutto la curiosità unita alla collaborazione. L’obiettivo che mi guida è che io in quel momento di difficoltà voglio davvero sapere cosa il paziente sta sperimentando e pensando all’interno, per poterci poi lavorare insieme fuori. Il mio lavoro non è quello di risolvere i problemi, quello che succede nella mente del paziente deve diventare un nostro problema da risolvere insieme. E se davvero mi capita di non sapere in che direzione andare o al paziente capita di non sapere che strada prendere, avremo bisogno di parlare di questo e restare aperti e curiosi nel cercare cos’altro nella sua esperienza o nella mia esperienza ci possa dare un aiuto per andare avanti alla prossima mano e al prossimo passo. Devo dire a onor del vero che non sono sempre curiosa! Qualche volta mi metto sulla difensiva e questo è normale per noi terapeuti perché è lì che ci porta il controtransfert. Ma il punto è accorgersi di questo, riconoscerlo ed essere capaci di tornare indietro a porsi di nuovo in una condizione di apertura e curiosità, per poi tornare a farlo ancora e ancora, tutte le volte che questo succede. Qualche volta è frustrante, ma è necessario osservarsi e riconoscere se stessi in questa altalena.
Credo che il modo migliore di usare tecniche e modelli sia soprattutto di restare aperti ai nostri errori, alla possibilità che i nostri tentativi non sempre funzionano e non solo perché non siamo buoni terapeuti, ma perché la condizione umana è troppo grande da comprendere. Perciò la terapia per me è soprattutto una serie di piccoli esperimenti condivisi tra me e i miei pazienti. Dobbiamo conoscere molte tecniche e molti strumenti di lavoro da poter utilizzare e proporre, ma non possiamo dimenticare che il processo che risulta è sempre una sorpresa! “Non c’è nessuna strada, la strada si crea camminando” e questa frase è una grande metafora dell’integrazione.

 

CM: Poiché il trauma ha ricevuto una crescente attenzione negli ultimi anni, guadagnando uno spazio importante anche nel nuovo DSM-5, mi piacerebbe chiederle come e se è cambiato il suo modo di fare diagnosi oggi?

KS: Personalmente non è cambiato molto, perché i criteri per i disturbi dissociativi sono rimasti praticamente invariati e ovviamente sono felice che siano rimasti lì dov’erano, subito dopo il PTSD. Riguardo al PTSD l’aspetto interessante e critico a mio avviso è che non sia stato inserito in questa edizione il PTSD Complesso tra le diagnosi, anche se posso comprendere alcune obiezioni fatte a tal proposito. Tuttavia penso sia importante l’aver almeno inserito un sottotipo Dissociativo di PTSD, anche se non sono completamente d’accordo con i criteri scelti. Credo che il DSM sia un modo per categorizzare e capire alcuni tipi di disturbi, che ha i suoi vantaggi e svantaggi – così come l’ICD-11. L’idea del DSM sarebbe quella di non rispondere a delle singole teorie, di essere ateorico, ma credo che l’idea sia buona, nel male!

CM: Cosa vede nel futuro? Quale sarà il suo ruolo in Europa nel portare l’attenzione del mondo scientifico sulla centralità del trauma nella diagnosi e nei protocolli di cura?

KS: Qualche giorno mi sento ottimista, qualche altro più pessimista. Nella mia vita professionale ho visto l’interesse per il trauma andare e venire. In alcuni momenti è stato più accettato, in altri meno, a volte si è stati troppo focalizzati sulle memorie traumatiche, a volte troppo poco e francamente non so cosa succederà nei prossimi anni. Al momento quello in cui ci impegneremo e che mi piacerebbe vedere sono training specifici in tutte le università e nei corsi di specializzazione post-laurea. Mi piacerebbe trovare fondi per offrire a queste persone un trattamento a lungo termine di cui avrebbero bisogno, perché sono pazienti che se trattati adeguatamente possono stare davvero molto meglio e non solo mentalmente, ma anche fisicamente. Tuttavia è difficile e ci sono molti interessi in ballo. Alcune nazioni fanno meglio di altre, ma purtroppo ovunque occuparsi di questo tipo di problemi non è una grande priorità. Questo non è giusto, ma la nostra società funziona così. Vedo però che la rete italiana sul trauma cresce ogni anno sempre di più, che lavorare in questo ambito sta attirando e incuriosendo molte persone e soprattutto giovani che sono interessati a percorsi più mirati e rapidi. Tutto questo è molto positivo e credo che potrete ancora crescere molto!

LEGGI IL REPORT DEL CONVEGNO

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