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Vincere le sfide quotidiane: la costruzione cognitiva dell’autostima

Keywords: Autostima, Inferenze cognitive, Distorsioni cognitive, Autoefficacia.

Abstract

L’autostima è un paradigma che può essere costruito giorno dopo giorno attraverso strategie cognitive. Da questa costruzione può dipendere il modo con cui l’individuo affronta la quotidianità, ossia se riveste il ruolo di vincitore o sconfitto di fronte alle mille incombenze o ostacoli che la vita presenta.

L’autostima

Secondo le classiche teorizzazioni di James (1890) l’autostima dipende dal rapporto che esiste fra il sé reale, ovvero quello che la persona pensa di sé, e il sé ideale, ossia come la persona vorrebbe essere.
La suddetta concezione, prevalentemente intraindividuale, non tiene conto delle variabili ambientali, cioè di quei fattori interindividuali che possono implementare o far decrescere l’autostima. Secondo Bracken (1993) gli individui traggono le informazioni sul loro valore dalla percezione degli altri. Questa conoscenza che l’alterità ha del soggetto, mediante un processo di retroazione, è influenzata dall’idea che il singolo ha di sé.
Per la Horney (1971) l’immagine e, quindi, l’impressione che l’uomo ha di sé dipendono dalla relazione che si è creata fra lui e le figure che lo hanno accudito. In altre parole, sono queste interazioni affettive, che si strutturano nel corso dei primi anni di vita, che determinano il volersi bene o l’odiarsi, viste come emozioni alla base dell’autostima o della disistima che l’individuo sviluppa nei propri confronti.

Le distorsioni cognitive

Ogni persona ha bisogno, sovente, di sapere quanto vale in termini globali, di stabilire, cioè, il proprio valore di merito e questo avviene analizzando e qualificando le esperienze vissute. Talvolta queste autoanalisi sono disturbate dalle distorsioni cognitive, ovvero da pensieri che inficiano la considerazione di sé.
Sacco e Beck (1985) indicano una serie di distorsioni cognitive, che sono:
le inferenze cognitive, attraverso le quali gli individui maturano delle idee arbitrarie su se stessi senza l’avallo di dati reali e obiettivi;
le astrazioni selettive, per mezzo delle quali un piccolo particolare negativo viene estrapolato, divenendo emblematico e rappresentativo del proprio modo di essere;
le sovrageneralizzazioni, per cui si è portati a generalizzare partendo, per esempio, da un singolo tratto di personalità che contraddistingue un individuo o da un singolo episodio esperienziale che lo ha visto protagonista;
la massimizzazione, che consente di implementare gli effetti negativi di una singola azione svolta;
la minimizzazione, la quale permette di rimpicciolire la portata positiva di qualche evento;
la personalizzazione, che autorizza a sentirsi colpevole per qualche evento negativo accaduto;
il pensiero dicotomico, che non ammette sfumature nell’ambito delle assunzioni di responsabilità, riconducendo l’analisi ai costrutti del tutto e niente.

Le strategie per incrementare l’autostima

Per accrescere la percezione positiva di sé esistono diverse strategie, come Toro (2010) specifica, quali:
l’incremento della tecnica del problem solving;
l’implementazione del dialogo interno (self – talk) positivo;
la ristrutturazione dello stile attribuzionale;
l’ampliamento dell’autocontrollo;
la modificazione degli standard cognitivi;
il potenziamento delle abilità comunicative.

L’autostima spesso è in funzione delle capacità che si hanno di risolvere i problemi. Solitamente la risoluzione delle difficoltà richiede una procedura suddivisa in fasi consequenziali, che sono:
la consapevolezza di avere un problema;
l’analisi di tale criticità nella sua interezza;
l’individuare un obiettivo che si vuol raggiungere, attraverso la risoluzione della problematica;
il focalizzare le differenti soluzioni per eliminare la difficoltà;
l’immaginare gli effetti pratici di ogni possibile soluzione;
il reperire la tattica ottimale che consente di dirimere il problema, attraverso il minore spreco di energie (Toro, op. cit., pag. 34).

L’autostima può essere incrementata attraverso il dialogo positivo con se stessi, utilizzando la propria voce interiore. In altre parole, se noi per primi inviamo dei messaggi positivi alla nostra mente, è molto probabile che le autopercezioni possano migliorare (Toro, op. cit., pag. 35).
Un notevole contributo all’implementazione dell’autostima è fornito dallo stile attribuzionale. In pratica, se siamo obiettivi possiamo riconoscere che frequentemente la causa di certi avvenimenti o situazioni che ci accadono e che inficiano la percezione di sé non dipende solo da noi, ma prevalentemente da alcuni eventi oggettivi sfavorevoli (Toro, op. cit., pag. 35).
Un’altra maniera per incrementare l’autostima è la ristrutturazione cognitiva della percezione della realtà, utilizzando delle chiavi di lettura positive. In altri termini, l’abituarsi a leggere il positivo in quello che accade o si vive. In questo modo si incrementa il controllo dei pensieri, polarizzandoli verso la positività (Toro, op. cit., pag. 36).
Spesso il modificare gli standard cognitivi che si hanno su di sé aiuta ad ampliare l’autostima. Infatti, laddove ci sono delle aspettative estremamente elevate, si corre il rischio di non essere all’altezza delle proprie attese e quindi di ipotecare negativamente le autopercezioni (Toro, op. cit., pag. 36).
Infine, il possedere delle buone abilità comunicazionali, che consentono di stare bene con gli altri, incrementa la propria autostima (Toro, op. cit., pag. 37).

L’autoefficacia

Connessa all’autostima è la sensazione di possedere il controllo della propria vita e degli avvenimenti che accadono. In sostanza, più questa percezione è strutturata e più si consolida l’autostima (Weiner, 1986).
Importantissimo, inoltre, nella percezione dell’autostima è il senso di autoefficacia. Con tale costrutto, come messo in evidenza da Bandura (2000), si intende la fiducia nelle proprie capacità di escogitare delle strategie che consentono di affrontare nel modo ottimale qualsiasi evenienza. Il concetto di autoefficacia viene implementato:
dall’esito brillante di precedenti situazioni problematiche affrontate;
dalle esperienze vicarie, ovvero dall’aver visto altri fronteggiare contesti situazionali difficoltosi e di esserne usciti vittoriosi;
dalle autopersuasioni positive;
dallo stato di benessere derivante dall’aver superato prove particolarmente impegnative;
dalla capacità di immaginarsi vincenti in esperienze gravose (Toro, op. cit., pag 47 – 48).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Bandura, A. (2000), Autoefficacia. Teoria e Applicazioni (G.L. Iacono e R. Mazzeo trad.). Trento: Erickson.
  • Bracken, B. A. (1993), T.M.A. – Test di valutazione dell’autostima (R. Mazzeo trad.). Trento: Erickson.
  • Horney, K. (1971), I nostri conflitti interni (F. Sambalino trad.). Firenze: Martinelli.
  • James, W. (1890), Principle of psychology. New York: Holt, Rinehart & Winston.
  • Sacco, W. P. & Beck, A. T. (1985), Cognitive therapy for depression in E. Beckham & W. R. Leber (eds), Handbook of depression. Homewood (IL): Dorsey Press.
  • Toro, A. (2010), Studio su variabili psicologiche in un campione di atleti impegnati in differenti attività sportive non agonistiche. Tesi di Dottorato, A.A. 2009/10, Università di Catania, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Dottorato di Ricerca in Scienze Motorie, XXII Ciclo.
    http://archivia.unict.it/bitstream/10761/148/1/Tesi%20Dottorato%20Agata%20Toro.pdf.
  • Weiner, B. (1986), An attributional theory of motivation and emotion. New York: Springer – Verlag.  DOWNLOAD

Il ruolo delle immagini mediatiche del corpo nell’insorgenza dei disturbi alimentari negli adolescenti

Corinne Oppedisano

 

Gli adolescenti, a causa della familiarità con i mezzi multimediali, sono sovraesposti alle immagini mediatiche del corpo, il più delle volte irrealistiche.

Negli ultimi decenni ci si è chiesto se la presentazione di modelli estetici irrealistici possa costituire un ostacolo alla formazione dell’identità corporea negli adolescenti.  Se da una parte le adolescenti sembrano essere consapevoli  del fatto che nei media la percentuale di corpi filiformi non rappresenta la realtà (Fougts e Buggraf, 2000), dall’altra parte molte adolescenti tendono a ritenere l’ideale di magrezza normativo, reputando che la quantità di corpi mediatici magrissimi sia un riflesso della realtà (Lopez-Guimera et al., 2010).

Per spiegare l’influenza che le immagini mediatiche hanno sull’immagine corporea ricorriamo alla teoria dell’Oggettivazione (Fredrickson e Roberts, 1997). Vi è oggettivazione quando un individuo viene pensato come oggetto e dunque viene deumanizzato, divenendo merce e strumento. 

L’oggettivazione dei corpi proposta dai media porta ad una “frammentazione strumentale nella percezione sociale, una divisione della persona in parti che servono scopi e funzioni specifiche dell’osservatore” (Gruenfeld, Ine-si, Magee e Galinsky, 2008).

Le fasce più giovani sono particolarmente vulnerabili alle immagini mediatiche oggettivizzanti. In particolare, gli adolescenti sono impegnati in un delicato processo di costruzione della propria identità di genere, in cui il corpo gioca un ruolo importante. La percezione del proprio corpo è strettamente legata all’autostima. Sono infatti proprio le ragazze con una bassa autostima ad essere più colpite dal fenomeno dell’oggettivazione (Tolman et al., 2006).

Secondo Nolen-Hoeksema e Girgus, le ragazze sono più esposte al rischio di sviluppare disturbi psicologici a causa delle loro caratteristiche di personalità che le distinguono dai ragazzi quali un maggior orientamento sociale, una minore strumentalità e una minore aggressività. Per queste caratteristiche, le ragazze esposte a modelli estetici perfezionistici imparano che il corpo non è il loro e che il criterio di valutazione del loro valore è l’aspetto estetico (Volpato, 2011).  L’interiorizzazione della prospettiva dell’altro porta a conseguenze anche sul piano delle prestazioni cognitive e fisiche, incidendo sui risultati scolastici e l’affermazione professionale.

I ragazzi sono particolarmente vulnerabili all’esposizione a questo tipo di immagini, non solo a motivo della particolare fase evolutiva che stanno attraversando, ma anche a causa della quantità di televisione con cui sono a contatto fin da giovanissimi. Molte ricerche hanno provato il legame fra esposizione ai media, preoccupazioni per il proprio aspetto e disordini alimentari (Grabe et al, 2008). Anche la frequenza di fruizione di riviste di moda è correlata coi disturbi alimentari e la diminuzione dell’esposizione alle riviste ed ai programmi televisivi riduce il rischio di disturbo alimentare.

Uno studio che mostra l’importanza dei media nella costruzione dell’immagine del corpo degli adolescenti è quello condotto da Becker (2004) alle isole Fiji. La ricercatrice ha trovato che i disturbi alimentari e le preoccupazioni per il proprio aspetto fisico hanno fatto la loro comparsa con l’avvento della televisione.

Sono bastati tre anni per cambiare gli standard della cultura tradizionale che prediligeva fisici morbidi e fondava l’identità dei suoi attori sociali sul ruolo che essi svolgevano all’interno della comunità e della famiglia. Bisogna sottolineare però che per queste ragazze l’esigenza di rimodellare il proprio corpo aveva come fine quello di massimizzare le opportunità sociali ed economiche. Risulta dunque prematuro affermare che la relazione fra l’avvento dei media e l’aumento dei disturbi alimentari rifletta esattamente il legame che vige fra questi due fattori nella società occidentale.

Un altro aspetto fondamentale riguarda il ruolo dei social network sulla costruzione della propria immagine corporea. Un recente studio (Meier, 2013) ha indagato la relazione fra le attività delle ragazze sui social network e l’immagine corporea. I risultati della ricerca hanno rivelato che una elevata esposizione a contenuti relativi all’aspetto estetico è positivamente correlata con un incremento dei disturbi dell’immagine corporea fra le ragazze, e l’associazione è particolarmente forte nel caso di Facebook. In particolare, non era l’uso del social network in sé a predire l’insoddisfazione corporea, il desiderio di essere più magre e l’internalizzazione dell’ideale mediatico, ma specificamente il tempo trascorso guardando e postando foto su internet.

È importante esplorare le variabili che mediano l’effetto dell’esposizione alle immagini mediatiche. Bisogna considerare, non solo il ruolo che hanno le caratteristiche di personalità individuali, ma anche l’influenza del gruppo dei pari. I pari, infatti, hanno un ruolo importante in questa fase evolutiva e possono contribuire a indebolire o rinforzare gli effetti negativi dei media sull’immagine corporea. Per rilevare gli effetti di mediazione dei pari Veldhuis, Konijn e Seidell (2013) hanno indagato il ruolo dei commenti dei coetanei durante la visione di immagini di modelle molto magre sulla soddisfazione corporea e la vergogna relativa al proprio corpo.

I risultati mostrano che, quando le immagini erano accompagnate da commenti che indicavano queste modelle come leggermente sottopeso, l’insoddisfazione corporea e la vergogna per il proprio corpo era maggiore rispetto alla condizione in cui le immagini erano accompagnate da commenti che identificavano queste modelle come fortemente sottopeso.

Ciò significa che quando un membro del gruppo dei pari identifica una modella visibilmente sottopeso come leggermente sottopeso, suggerisce che il modello corporeo rappresentato è raggiungibile. Il commento dei pari ha il potere di creare una idealizzazione del corpo che lo rende lo standard estetico a cui ispirarsi. In base a questo si può concludere che l’ “iconoclastia” del corpo mediatico non è l’unica via per prevenire insoddisfazione corporea e disturbi alimentari. A questo fine sono altresì efficaci gli interventi educativi che forniscono ai ragazzi gli strumenti critici per giudicare correttamente i modelli a cui sono esposti. 

 

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La donna che visse due volte tra paura morale e senso di colpa

Questo suo portare in scena il senso di colpa sembra avere origine nella sua infanzia, come confesserà a Truffaut: “Probabilmente è stato durante il periodo passato dai Gesuiti che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, come di essere associato a tutto ciò che è male” (Truffaut, 1981; p.23).  Cerca quindi come di espiare una colpa innata attraverso i suoi personaggi?

Un pò per diletto e per propria passione, sto rispolverando o addirittura scoprendo vecchissimi film che hanno gettato le basi e le idee per molte delle opere che ci vengono offerte oggi. Tra questi quelli con la firma Hitchcock. La sua filmografia dovrebbe essere revisionata per i diversi e intrigati spunti psicologici. “ La donna che visse due volte”, “Vertigo”, mi ha fatto pensare molto, nello specifico a due cose fondamentali: la prima non strettamente psicologica a (come già notato con il ciclo di Antoine Doinel di Truffaut ed il richiamo a questo di Boyhood di Richard Linklater) il parallelismo tra la trama e gli aspetti conseguenziali dell’inganno giocato tra questo ed il film del 2013 “La miglior offerta” di Tornatore e come opere come queste siano continuamente fonte di stimolo per gli artisti attuali; secondo, più specificatamente psicologico, al complesso di colpa e non solo, e come questo sia ricorrente nei capolavori del regista.

Durante un inseguimento sui tetti di San Francisco, il detective Scotty Ferguson scivola e si aggrappa a una grondaia. Per salvarlo, un suo collega precipita e muore. In seguito a quest’evento, Ferguson – vittima delle sopraggiunte crisi di acrofobia – lascia la polizia. Viene quindi contattato da un suo vecchio compagno di università, Gavin Elster, che gli chiede di seguire la moglie Madeleine vittima a suo dire di dissociazione psichica.

La donna infatti assume gli atteggiamenti  di una sua antenata, Carlotta Valdes, e il timore dell’uomo è quello che essa possa emularne la fine suicida. Scotty accetta di aiutarlo e comincia a seguirla. Durante un pedinamento la salva da un annegamento (la donna si getta nella baia della città) e per via del momento intimo che vivono, la conosce e se ne innamora.

Cerca disperatamente di aiutarla e spiegarle che le sue visioni sono reali e cerca di condurla nei luoghi che lei crede solo di aver sognato. Tra questi luoghi c’è anche la Missione spagnola, la conduce lì, le dice di non aver sognato la missione,  cerca di convincerla del fatto che ci era semplicemente già stata -la ragazza non gli crede, prima di un bacio turbinoso gli confessa che in qualunque modo finisca avrebbe voluto amarlo e poi scappa sulla torre campanaria del villaggio, lui prova a inseguirla sulle scale, ma per via della vertigine non riesce nel suo intento e la vede precipitare.

Dopo la morte di Madeleine, Scotty è gettato nello sconforto. Il forte senso di colpa per non essere riuscito a superare la sua fobia e non aver salvato l’amata lo getta in un mutismo malinconico, tanto da dover essere poi ricoverato in una clinica psichiatrica, la bellissima scena che ne chiarifica il meccanismo psicologico si trova nel sogno che fa Scotty, girato magistralmente e che sembra portarci nel turbinio angosciato della mente del protagonista, nel suo inconscio, nella sua non rassegnazione.

Non può elaborare questo lutto se non con la sua diretta responsabilità. Riuscirà a metabolizzare il fatto, ma ne rimarrà succube tanto che una volta uscito dalla clinica, andrà in giro perseguendo continuamente i luoghi che le ricordano la donna, cercandola irrazionalmente tra la folla.

Un giorno però, fatalmente vede una giovane, Judy Barthon, identica a Madeleine. La segue, la corteggia, ma smaschera le sue motivazioni. E’ attratto da lei ma solo perché ha il suo viso, l’amerà solo se accetterà di trasformarsi nella defunta donna amata. Lei dapprima è titubante, non vuole. Di lì a poco si scoprirà però che Judy è realmente Madeleine e che a quanto pare interpretò su commissione la moglie del vecchio amico, che aveva pianificato il tutto per sbarazzarsi della moglie e prenderne l’eredità. Lei ama Scotty e quindi lo asseconda. La trasformazione va avanti, lei stà al gioco, ma per un errore sciocco ( lei indosserà un suo gioiello che poteva appartenere solo a Madeline) lui scopre l’inganno. In preda alla rabbia, la  conduce sul luogo del delitto, vuole capire come i fatti si siano svolti, vince il senso di vertigine e giunge con fino in cima al campanile. La tensione è molta ma con un colpo di scena inaspettato, per l’ombra di una suora che compare davanti a loro, Judy/Madeleine si getta nel vuoto, morendo.

Il ruolo di Judy, in questa seconda parte del film sebbene anch’esso intriso di sensi di colpa è più legato ad un disturbo da dipendenza affettiva.

All’inizio asseconda l’imbroglio di Gavin Elster perché ne è innamorata. Poi asseconda la malata e illusoria voglia di Scotty di trasformarla (ritrasformarla in Madeleine) accettandone la perversione, sempre per amore .

Nei due protagonisti sono esplicitati due schemi di rappresentazione della malattia mentale che il famoso regista riportava spesso nei suoi film. Ho scoperto recentemente leggendo l’articolo “La rappresentazione della malattia mentale nelle opere cinematografiche di Alfred Hitchcock” di Giannini A.M., Cordellieri P.- Dipartimento di Psicologia, “Sapienza” Università di Roma, che questo schema in un modo o nell’altro è spessisimo presente nelle opere del regista. In “Vertigo” come detto a mio parere sono presenti entrambi.

La prima è di solito costruita cosi:

– Trauma

– Senso di colpa

– Manifestazione del disturbo

– Abreazione

– Attribuibile al personaggio di James Stewart

La seconda :

– Dipendenza affettiva

– Manifestazione del disturbo con condotta criminale

– La malattia non si risolve e il responsabile è consegnato alla giustizia

– Del tutto attribuibile a Jude/Madeleine

Questo suo portare in scena il senso di colpa sembra avere origine nella sua infanzia, come confesserà a Truffaut “Probabilmente è stato durante il periodo passato dai Gesuiti che il sentimento della paura si è sviluppato con forza dentro di me. Paura morale, come di essere associato a tutto ciò che è male” (Truffaut, 1981; p.23).  Cerca quindi come di espiare una colpa innata attraverso i suoi personaggi?

E’ comunque talmente coinvolgente che si vede, essere parte della sua personalità e come per ogni artista geniale che si rispetti, la sua grandiosità non si può solo che ricercare nella sua essenza, nell’invischiamento personale, nel semplice fatto del creare qualcosa di assolutamente suo.

 

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Psicosi e fattori di rischio cardiometabolici: una forte relazione

Irene Rossi

FLASH NEWS

Livelli molto alti di fattori di rischio cardiometabolici, in particolar modo obesità addominale, sono stati riscontrati in persone affette da psicosi, grazie ad una ricerca condotta come parte di un più ampio studio controllato e randomizzato per la promozione della salute in pazienti psicotici (IMPaCT RCT). 

Lo studio ha coinvolto i team di cinque centri di sanità mentale del sistema sanitario nazionale inglese, collocati in diversi centri urbani e rurali dell’Inghilterra, raccogliendo dati di un campione composto da 450 persone affette da psicosi, con età compresa tra 18 e 65 anni.

Dallo studio è emerso che quasi la metà del campione era affetto da obesità (48%), caratterizzata da un indice di massa corporea (BMI) maggiore di 30. In particolar modo quasi tutte le donne (95%) e molti degli uomini (73%) avevano la circonferenza del tronco, misurata all’altezza della vita, superiore a quella indicata dalla Federazione Internazionale del Diabete (IDF) come soglia per la diagnosi di obesità addominale (central obesity). L’obesità addominale si riferisce ad una condizione caratterizzata da eccesso di massa grassa attorno alla zona dello stomaco e dell’addome, tale da costituire un fattore di rischio significativo per la salute della persona.

La maggior parte dei partecipanti testati (57%) soddisfacevano anche il criterio individuato dall’IDF per le sindromi metaboliche, ovvero un gruppo di anomalie biochimiche e fisiologiche associate allo sviluppo di disturbi cardiaci, ictus e diabete mellito di tipo 2. Nello specifico un quinto del campione soddisfaceva già i criteri per il diabete e il 30% era a rischio per il suo sviluppo nel futuro.

La ricerca, pubblicata sul giornale Psychological Medicine, ha inoltre posto l‘accento su due condotte dannose che si associavano e sommavano significativamente ai rischi cardiometabolici: il 62% del campione fumava e l’88% non faceva attività fisica con costanza.

Nonostante numerosi studi precedenti avessero già sottolineato come i pazienti affetti da psicosi abbiano un’aspettativa di vita di 10-25 anni inferiore alla media, dovuta a fattori di rischio cardiovascolare, tale studio ha registrato alcuni dei valori di rischio cardiometabolico più alti di quelli mai individuati a livello mondiale. Dunque in Inghilterra la prevalenza di tali fattori di rischio in soggetti con psicosi è ancora maggiore di quanto osservato a livello internazionale.

Questi dati rinforzano la necessità di porre attenzione alla valutazione e la gestione dei rischi cardiometabolici e del peso nei percorsi di cura delle persone affette da psicosi, ponendo l’accento sulla necessità di attività fisica e di percorsi che aiutino ad abbandonare il vizio del fumo per le persone affette da malattie mentali, facendo in modo di intervenire sin dalle primissime fasi della malattia con un’azione di tipo preventivo.

Ulteriore elemento aggiuntivo del presente studio rispetto ai dati già noti, consiste nel fatto che non è stata trovata alcuna differenza significativa tra persone che assumevano psicofarmaci di diversa tipologia, slegando quindi l’aumento di peso e i rischi cardiovascolari dall’assunzione della terapia farmacologica, elemento centrale per poter impostare percorsi di cura integrati.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Il confronto tra dominio e cooperazione – VIDEO

Lo spirito collaborativo è fondamentale per il raggiungimento di obiettivi, non necessariamente comuni.

Due buffi e panciuti animali, un alce e un orso, si incontrano a metà di un ponte molto stretto e quindi non percorribile da entrambi. I due personaggi reagiscono con prepotenza, nella speranza di accaparrarsi con orgoglio il passaggio. Si sbeffeggiano, si urtano, ma alla fine nessuno riuscirà ad avere la meglio. L’arrivo di due piccoli animaletti dispettosi porrà fine al loro litigio, in un abbraccio comune che li accompagna in una fine infausta.

Questo esilarante video di animazione, nella sua semplicità mostra quanto lo spirito collaborativo sia fondamentale per il raggiungimento di uno scopo, non necessariamente comune. I piccoli animali capiscono in fretta che la loro cooperazione può permettere a entrambi il passaggio sul ponte, pur andando in direzioni opposte.

Un video educativo e divertente rivolto sia ai bambini che agli adulti, utilizzabile in diversi ambiti: nelle scuole, per sensibilizzare gli alunni al sostegno reciproco, o in contesti lavorativi, nei quali la cooperazione diventa un tratto decisivo per il raggiungimento di scopi sia aziendali che individuali.

 

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Avrò fatto la cosa giusta? Non chiedetelo ai vostri amici!

Quando ci sentiamo insicuri, una delle prime reazioni che si tende a mettere in atto è il confidarsi con un amico o con il proprio partner e, alle loro prime parole di conforto, ci sentiamo subito capiti e accettati…ma sarà davvero così? 

Le insicurezze fanno parte dell’essere umano: dal non sentirsi in grado di svolgere un compito al non vedersi come la persona giusta per quel ragazzo che tanto ci piace, il dubbio sul nostro essere all’altezza delle situazioni è sicuramente spesso dietro l’angolo. Ovviamente il pensiero di sentirsi inadeguati non genera emozioni positive e ci ritroviamo frequentemante a fare i conti con tristezza, vergogna e senso di colpa.

Una delle prime reazioni che si tende a mettere in atto è il confidarsi con un amico o con il proprio partner e, alle loro prime parole di conforto, ci sentiamo subito capiti e accettati…ma sarà davvero così?

Secondo una ricerca condotta nel 2008 da Edward Lemay e Margaret Clark della Yale University, il confidare le proprie insicurezze a un caro amico o a un partner non farebbe altro che influire negativamente non solo su chi si confida ma anche sull’intera relazione.

Il modello che i ricercatori tentano di supportare empiricamente è più o meno il seguente: sento di aver fatto un’enorme gaffe davanti al ragazzo che mi piace e decido di confidarmi con la mia migliore amica, la quale mi conforta con frasi e gesti rassicuranti.

La stessa situazione si ripete altre volte fino al punto in cui comincio a domandarmi: e se adesso anche la mia amica pensa che io sia una persona insicura con un disperato bisogno di approvazione? (primo pensiero disfunzionale); Se fosse così, allora non è sincera quando mi dice quelle parole tanto carine e rassicuranti, le dice solo per farmi sentire meno inetta (altro pensiero disfunzionale); dunque, mostrandomi così indifesa con la mia amica non ho fatto altro che confermare quanto già temevo, che sono una persona insicura (ennesimo pensiero disfunzionale). Se ne ricava che, in questo turbinio di pensieri disfunzionali, non sono solo i poveri insicuri a rimetterci: anche la figura del confidente è vista come poco affidabile in quanto ci sta dicendo solo delle ovvietà.

Pensare di disconfermare tale modello non sembra cosa facile: gli autori hanno effettuato ben sei studi (di cui uno anche longitudinale su vere coppie di amici o partner), ognuno dei quali sembra confermare una parte del circolo vizioso di cui sopra!

Tuttavia non è il caso di allarmarsi: delle soluzioni a tutto questo ci sono e sono riportate nell’articolo consigliato. Nel frattempo, se leggere queste poche righe vi ha reso meno sicuri, be’… non riferitelo assolutamente ai vostri cari!

 

One seemingly obvious solution might be to reveal your insecurities to someone you’re close to — such as a friend or a romantic partner — so that this person could help you to feel better. However, recent research has revealed a way that this approach can sometimes fail to work, and can even backfire.

 

Avrò fatto la cosa giusta? Non chiedetelo ai vostri amici!Consigliato dalla Redazione

Avrò fatto la cosa giusta? Non chiedetelo ai vostri amici! - Immagine: 59541789
Secondo una ricerca condotta nel 2008, il confidare le proprie insicurezze a un caro amico o a un partner non farebbe altro che influire negativamente non solo su chi si confida ma anche sull’intera relazione. (…)

Tratto da: Science of Us

 

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Stereotipi e pregiudizi – Introduzione alla Psicologia nr. 16

Sigmund Freud University - Milano - LOGO  INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA Nr. 16

 

 

Uno stereotipo è una scorciatoia mentale usata per incasellare persone o cose in determinate categorie stabilite. Sono delle valutazione rigide, inflessibili, che si riferiscono a concetti mai appresi in maniera diretta, ma mediati dal senso comune.

 

Il termine stereotipo, nacque in ambito tipografico molto tempo fa, e indicava gli stampi di cartapesta usati per le lettere. La caratteristica che li rendeva unici era di poterli utilizzare più volte perché molto rigidi e resistenti.

Lippmann (1992), per primo introdusse questo concetto nelle scienze sociali asserendo che il processo di conoscenza non è diretto, ma mediato da immagini mentali costruite in relazione a come ognuno di noi recepisce e percepisce la realtà.

Gli stereotipi, dunque, sono delle particolari rappresentazioni mentali, o idee sulla realtà, che se dovessero essere condivise da grandi masse in determinati gruppi sociali, prenderebbero il nome di stereotipi sociali.

Gli stereotipi, dunque, sono molto simili a degli schemi mentali e per questo sono considerati affini alle euristiche.

Uno stereotipo, quindi, è una scorciatoia mentale usata per incasellare persone o cose in determinate categorie stabilite. Sono, grossomodo, delle valutazione rigide, inflessibili, che si riferiscono a concetti mai appresi in maniera diretta, ma mediati dal senso comune.

Permettono di attribuire, senza nessuna distinzione o critica, delle caratteristiche a un’intera categoria di persone, non curanti delle possibili differenze che potrebbero, invece, essere rilevate. Per questo, gli stereotipi sono spesso delle valutazioni o giudizi grossolani non del tutto corretti. Si tratta di idee difficilmente criticabili (rigidità degli stereotipi), in quanto ancorate alla provenienza culturale o alla personalità.

Insomma, lo stereotipo non è nient’altro che un giudizio che si forma su una determinata cultura o classe sociale. Questo giudizio può diventare pregiudizio quando non deriva da una conoscenza diretta, ma appresa. Il più delle volte si tratta di valutazioni spicce legate sempre a giudizio negativo non sottoponibile alla critica.

Non si tratta di un concetto errato, sbagliato, ma di un pregiudizio vero e proprio. Un pensiero, dunque, diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze.

Il pregiudizio su alcune categorie di persone, spesso, induce a modificare il proprio comportamento sulla base a queste credenze. Si creano, così, condizioni tali per cui le ipotesi effettuate sula base di pregiudizi ineluttabilmente si manifestano e la conseguenza è andare a confermare gli stereotipi.

Quindi, se si è convinti che i milanesi sono delle persone costumate allora, anche l’atteggiamento che si assume nel momento in cui si ha a che fare con uno di loro sarà molto controllato. L’altro che recepisce questo modo un po’ affrettato di interloquire tenderà ad essere ancora più accorto nei comportamenti messi in atto e così facendo chiaramente si rinforzerà il pregiudizio sui milanesi.

È possibile eliminare i pregiudizi? Non è qualcosa di immediato, perché i pregiudizi hanno delle basi molto solide confermate da credenze fortuitamente verificatesi.

Solo una grossa forza di volontà e intenzione di entrare realmente in contatto con l’altro potrebbe portare, alla lunga, a mettere in discussione queste forme di rigidità di pensiero.

 

RUBRICA: INTRODUZIONE ALLA PSICOLOGIA

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Un excursus storico sul rapporto dell’Italia con la guerra

Articolo di Giovanni Maria Ruggiero pubblicato su Linkiesta del 24/05/2015

 

In Italia, naturalmente, l’argomento è totalmente tabù. Esperienze positive poche. Sappiamo bene che nel Risorgimento non ce l’avremmo fatta senza Napoleone III e i francesi e l’innegabile valore di testimonianza della Resistenza non nasconde che militarmente non ce l’avremmo fatta senza gli anglo-americani.

L’Italia e la guerra? Bel tema e bel problema. Anche perché il direttore rifiuta programmaticamente di darmi chiarimenti. Come un direttore d’orchestra jazz, pensa che il bello stia nel dare il minimo di istruzioni agli umili orchestrali. Alla mia richiesta: Italia in guerra con chi? Con se stessa o con gli altri? Mi risponde che già questa domanda è un bell’inizio. Sta bene, accetto l’imbeccata. È vero. L’Italia ha un problema con la guerra, sia che la faccia agli altri che a se stessa.

Tuttavia, chi ormai non ha un problema con la guerra? L’ultima generazione che si sia sognata di avere una visione eroica della guerra furono i giovani che si slanciarono nella fornace della prima guerra mondiale. Poi venne Ypres e la guerra di trincea. La gioventù tedesca entusiasta di precipitare in battaglia assaggiò il Kindermord bei Langemarck, la strage degli innocenti di Langemarck: quattro corpi d’armata tedeschi costituiti di giovani volontari si lanciarono alla carica per tre giorni e per tre giorni furono falciati a mucchi dalle mitragliatrici. Erano tutti volontari e molti studenti, interi battaglioni composti da compagni di classe di poco più che vent’anni, con la testa piena di romanticismo e ardore eroico e patriottico. Il trauma penetrò nella coscienza collettiva e dissolse l’aura romantica della guerra.

La guerra non piace a nessuno, non solo agli Italiani. Conta il trauma della guerra moderna, con il suo inaudito gettito di sangue e distruzione, ma non facciamoci illusioni. Conta anche il più egoistico fatto che i paesi europei sono tutti usciti con le ossa rotte dalle guerre del ‘900. Quando scrivo paesi europei escludo il Regno Unito. Nei paesi anglo-sassoni le cose potrebbero essere parzialmente diverse. Basta sostare in un qualunque aeroporto e gironzolare nelle librerie dei gate per notare il ricco scaffale dei libri di storia militare dei vari paesi di lingua inglese.

L’esito felice e (diciamolo) giusto della seconda guerra mondiale ha ridato un po’ di onore alla guerra in quei paesi, producendo un’abbondante letteratura, accademica e divulgativa. La crescente tendenza poi della cultura di lingua inglese alla leggibilità, alla suspence e al coinvolgimento emotivo rende questi libri particolarmente attraenti. La complessiva positività delle figure storiche, a cominciare da Churchill, facilita le cose. Infine Hitler, il cattivone perfetto, rende il tutto definitivamente appetibile.

Le cose si complicano di nuovo con le guerre successive. I regimi comunisti –malgrado Stalin e i Gulag- non furono mai del tutto il cattivo perfetto. Il loro idealismo li protegge e le limitazioni alla libertà di quei paesi non hanno mai assunto l’aura luciferina dei nazisti, con buona pace della grandezza di Solgenizin. Anzi, tutte le ingiustizie dei paesi comunisti (raccapriccianti, a leggere sul serio Arcipelago Gulag) fanno sempre la figura di un pasticcio di una banda di incompetenti trovatisi al potere. Nulla di confrontabile con l’assassina efficienza dei nazisti.

Andando avanti sempre peggio: le rivolte coloniali, il Vietnam, Cuba, insomma cattivi sempre meno antipatici, sempre più simpatici, etnici e tropicali. E poi tutto il cinema dalla parte degli indiani pellerossa contribuiva a insinuare dubbi perfino negli innocenti ragazzoni americani. Infine la crisi finale con l’inestricabile pasticcio medio-orientale in cui ormai tutti sono e non sono tutto e niente. Tutti buoni e tutti cattivi, nessuno simpatico e nessuno nemmeno irreparabilmente odioso come un nazista: arabi e israeliani, musulmani e non musulmani, americani e non americani.

Un grande regista come Clint Eastwood riesce ancora a trovare accenti omerici e pensosi, ma la guerra è ormai un argomento di conversazione out. Il che vuol dire che è anche un argomento out nella nostra coscienza. Forse è stato così da sempre; forse anche tra i greci antichi se la cantava Omero bene, altrimenti parliamo d’altro.

Insomma forse, molto forse, nei paesi anglo-sassoni alcune esperienze positive ed eroiche in qualche modo rendono l’argomento guerra ancora affrontabile. O forse no, sono tutte balle che ci raccontiamo: l’anno scorso ero al congresso psicologico americano e finii a cena con i soliti colleghi italo-americani che, per nostalgia etnica, sono meno difensivi con me e –mi pare- non mi considerano uno straniero con il quale non parlare troppo male del loro paese. Il discorso finì sul Vietnam e fu una cosa penosa, diventò una cena a base di t-bone e senso di colpa. Dopo un po’ tornammo a parlare dei loro nonni italiani.

In Italia, naturalmente, l’argomento è totalmente tabù. Esperienze positive poche. Sappiamo bene che nel Risorgimento non ce l’avremmo fatta senza Napoleone III e i francesi e l’innegabile valore di testimonianza della Resistenza non nasconde che militarmente non ce l’avremmo fatta senza gli anglo-americani (senza contare il dettaglio che avevamo iniziato dall’altra parte).

Rimarrebbe la prima guerra mondiale, evento militare in cui in fondo siamo andati benino. Il problema è che la prima guerra mondiale è stata per tutti i paesi europei un suicidio, un irrazionale storico, un buco nero che, lungi dall’entrare nell’immaginario, lo distrugge ed è incapace di creare coscienza comune. Ogni comune italiano (e credo anche europeo: ne ho visti in Francia e in Germania) ha il suo monumento ai caduti, ed è anch’esso un buco nero di pietra bianca nella piazzetta del paese. Sta lì, a ricordare l’inutile strage alla quale nessuno voleva partecipare e che si portò via tanti uomini mai tornati, i cui nomi se ne stanno scolpiti lì, a raccontare tristi storie che nessuno ricorda più.

A Gravedona sul lago di Como ho visto scolpito sul monumento un nome incredibile: “Troppo Tardi”. Proprio così: questo caduto, quest’uomo si chiamava Troppo Tardi. Questo giovane italiano morto chissà dove, chissà se sul Piave o sulle Alpi, era evidentemente nato inaspettatamente da genitori in età avanzata che, spiritosamente, lo avevano chiamato Troppo Tardi. Forse una coppia di eccentrici un po’ anarchici come se ne trovavano in Romagna. Poi Troppo Tardi era morto presto, a poco più di vent’anni.

Di mio nonno che aveva il mio stesso nome e che partecipò a quella guerra non so nulla se non che fu chiamato diciassettenne al fronte sul Piave a fermare gli austriaci dopo Caporetto. So anche un’altra cosa: che decenni dopo, negli anni ’50, dopo averne passate tante come soldato e poi carabiniere, avrebbe voluto raccontare qualcosa di quegli anni ai suoi figli: mio padre e i suoi due fratelli e miei zii.

E loro niente, appena accennava a parlarne lo zittivano. Come faccio a saperlo? Me lo raccontò mio padre, pentendosene. Pentendosi di non aver voluto mai ascoltare i racconti di quel vecchio che aveva combattuto nelle trincee sul Piave. Come dicevo la Grande Guerra è un buco nero che non genera memoria ma la fa sparire. Chissà quante storie voleva raccontare mio nonno a mio padre, storie tristi e terribili, ma forse anche allegre.

Come magari di un commilitone lombardo che, pensa un po’, si chiamava Troppo Tardi, proprio così! Divertente, no? Può darsi, ma poi che succedeva? Avrebbe potuto chiedere mio padre. Niente, poi Troppo Tardi è morto. Forse mio padre sapeva che le storie del nonno finivano così. Chiaro che poi non aveva voglia di starlo a sentire.

Un unico ricordo di guerra è sopravvissuto alla strage della memoria. Una licenza di pochi giorni, un viaggio lunghissimo in treno dal fronte fino a Sessa Aurunca, luogo di origine della famiglia Ruggiero. E trenta chilometri a piedi dalla stazione di Capua fino a casa sua percorsi da mio nonno nella notte della campagna. Spero per lui che la licenza non fosse nel periodo invernale e che quindi quel soldato meno che ventenne percorse quei trenta chilometri nel tepore della notte estiva, nel silenzio della campagna e finalmente lontano dai colpi di cannone che probabilmente lo rintronavano al fronte.

Lasciamo da parte la guerra agli altri, che non sappiamo fare (ed è meglio così, lasciamo da parte questa abilità che è tutta satanica), e passiamo alla guerra a noi stessi. Campo nel quel si dice siamo bravi. Almeno questa è la vulgata. Si sa: l’Italia dei liberi comuni, i guelfi e i ghibellini, l’eterna discordia, l’incapacità di fare squadra, la difficoltà a fare sistema. Sappiamo, solite cose. E sicuramente in parte è vero. O forse no.

Una mia piccola convinzione me la sono fatta, in questi anni in cui ho collaborato con vari gruppi stranieri. Non ho visto tutta questa spontanea capacità di comprendersi e capirsi. Ho visto, questo sì, una volontà di organizzarsi. E quando? Ebbene, dopo una guerra dura, senza quartiere e senza prigionieri. Sto parlando di guerre tra gruppi scientifici, sia chiaro. Niente sangue. Dicevo, ho visto una volontà di organizzarsi dopo guerre spietate con un gruppo scientifico vincitore che stabiliva un paradigma indiscusso. Di qui poi la cosiddetta volontà di collaborare e così via.

In Italia, per ragioni storiche o anche perché è andata semplicemente così (che poi questo significa il parolone “ragioni storiche”: è così perché è andata così; e tanti saluti alle inesistenti cause esplicative) il vincitore unico spesso manca. Il paese è policentrico, ingombro di ostacoli geografici e culturali. I guelfi e i ghibellini ci sono perché nessuno infine prevalse, non per un’atavica tendenza alla divisione. Altrove non ci sono perché qualcuno vinse definitivamente la guerra tra potentati e stabilì il governo unitario: i Tudor o i Borbone o quel che volete.

Da noi il conflitto non è sfociato in un esito chiaro. Conta anche il terrore che il vincitore unico sia poi per sempre, che sclerotizzi la sua vittoria blindandola, come poi è effettivamente accaduto nel ventennio fascista. Ci si accontenta di compromessi al ribasso, il cui svantaggio è la carenza di regole comuni, di capacità di fare squadra. E poi si sopravvaluta la politica come mezzo per affrontare tutti i problemi e, ancora peggio, e si sopravvaluta l’appartenenza politica come mezzo per capire e giudicare le persone.

Almeno finora è stato così. Anche questa parziale verità, però, rischia di diventare luogo comune. Più che tra loro, gli italiani hanno l’abitudine di fare la guerra a se stessi. Ogni italiano é arrabbiato forse soprattutto con se stesso e con le sue insoddisfazioni. Cerchiamo nella politica un compenso alle nostre insoddisfazioni e quando non troviamo questo compenso rischiamo di andare in guerra, contro gli altri ma ancor di più contro noi stessi.

 

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L’adolescente e il suo psicoanalista: i nuovi apporti della Psicoanalisi dell’adolescenza – Recensione

Il testo ben evidenzia come gli adolescenti rappresentino la cartina di tornasole di un’epoca. La fragilità narcisistica, la rabbia e lo spaesamento che caratterizzano “i giovani di oggi” sono figli di un contesto che ha pian piano smantellato i propri garanti sociali (Stato, Chiesa, Partito) e modificato i propri riti di passaggio, con il rischio anche di annullare la distanza tra le generazioni.

L’Adolescenza per lungo periodo è stata considerata – per citare Anna Freud – “la Cenerentola della Psicoanalisi”. Nè bambini nè ancora adulti, gli adolescenti rappresentano una categoria a se stante e che forse sfugge alle regole di ogni qualsivoglia catalogazione. Recentemente, però, gli studi e i gruppi di ricerca si sono sempre più concentrati su questa fase specifica della vita, caratterizzata – come lo stesso R. Cahn sottolinea – da mutamenti e scombussolamenti che entrano nella stanza d’analisi e che quindi necessariamente mettono in gioco anche il terapeuta. Forse proprio perché gli adolescenti chiamano all’azione e spesso faticano a sostare in una condizione sospesa di attesa, sono “illustri sconosciuti” per buona parte dei terapeuti.

Le condizioni di disagio che nascono in adolescenza rischiano di cristallizzarsi in forme di pensiero o di comportamento patologiche, ma è anche vero – data la grande elasticità dell’apparato psichico in quel periodo di vita – che possono facilmente riorganizzarsi riscattando del tutto le sorti della persona. Adolescenza come seconda nascita è ormai un concetto piuttosto noto, ed è proprio su questo assioma che prende il via il libro curato da Cahn, ormai da decenni impegnato nel lavoro con gli adolescenti.

Lo psicoanalista sottolinea come nel rapporto di cura che si instaura con l’adolescente si debba e si possa essere garanti sì di un Setting, ma flessibile e adattabile il più possibile alla capacità riflessiva e comunicativa del ragazzo, pena la perdita del legame e la conseguente interruzione del percorso.

Il libro, scritto in modo chiaro e conciso, fornisce molte vignette cliniche puntuali che aiutano a “tradurre” la teoria in pratica. Il libro rappresenta anche a mio avviso un po’ lo stato dell’arte attuale sulla ricerca/cura in adolescenza. Non a caso, infatti, sono citati più volte e collegati tra loro autori italiani (Senise, Novelletto, solo per citarne alcuni) che hanno contribuito allo sviluppo della ricerca e del pensiero sulla clinica in adolescenza.

Ciò che accomuna la ricerca e la clinica sia italiana che francese (di cui Cahn può essere considerato uno dei maggiori esponenti) in adolescenza è la considerazione dell’esistenza di un processo specifico, con meccanismi a sè stanti, che necessariamente impongono un cambio nell’impostazione della cura e del percorso psicologico.

Essendo l’Adolescenza quella fase della vita in cui sono primari e prioritari i cambiamenti, ma forse sarebbe meglio dire gli sconvolgimenti, sia fisici (l’ingresso della pubertà, la nascita di spinte sessuali), sia mentali (la nascita del pensiero del futuro, la ricerca di una propria etica), sia sociali (l’uscita dallo status di bambini e la ricerca di una propria posizione nel mondo anche in contrapposizione con gli adulti di riferimento), come terapeuti ci viene richiesto di essere altrettanto mutevoli ma al contempo fermi in una posizione di adulto accogliente.

Il testo ben evidenzia come gli adolescenti rappresentano la cartina di tornasole di un’epoca. La fragilità narcisistica, la rabbia e lo spaesamento che caratterizzano “i giovani di oggi” sono figli di un contesto che ha pian piano smantellato i propri garanti sociali (Stato, Chiesa, Partito) e modificato i propri riti di passaggio, con il rischio anche di annullare la distanza tra le generazioni.

Cahn riflette e ci porta a riflettere sul ruolo terapeutico e genitoriale, che non devono essere confusi, ma che a volte siamo chiamati a difendere. Nelle vignette cliniche proposte viene evidenziato come il terapeuta debba rappresentare un adulto sufficientemente buono e saldo, presente ma contemporaneamente capace di farsi da parte quando necessario. L’adolescente, infatti, ha bisogno di incontrare qualcuno che dia voce alla sua sofferenza, che la accolga e la ascolti, senza necessariamente dare ad essa un’etichetta o un nome.

Potrebbe sembrare paradossale tale affermazione: fornire ad una persona alla ricerca di domande “solo” ascolto e non risposte. Si deve però sottolineare che ciò che serve al giovane non è un terapeuta muto e distante, l’analista-caricatura che “uccide” con il proprio silenzio, bensì un terapeuta umano, comunicativo e raggiungibile, che agisca come un adulto e che si assuma anche la responsabilità di prendere tempo, di far comprendere che su un’emozione, un dolore, una situazione si può anche sostare senza necessariamente agire.

Introdurre un pensiero, insomma. Una modalità relazionale nuova e che si adatta al canale comunicativo dell’adolescente che non sempre è in grado di distinguere l’extrapsichico dall’intrapsichico, e quindi a volte è puntato sul registro del fare più che del pensare.

Altro concetto chiave del testo e della teorizzazione di Cahn è il concetto di Soggettivazione, il compito più grande nel quale è impegnato l’adolescente. Farsi soggetto, costruire la propria identità potremmo dire, arredare una casa – per usare una metafora – in cui alle pareti rimangono appese fotografie del passato. Non avrebbe senso, nè sarebbe possibile, radere al suolo e costruire ex novo; il geometra adolescente va alla ricerca di un’armonia, è il terapeuta potrebbe aiutarlo in questo.

È importante sottolineare, infatti, che spesso la sofferenza dell’adolescente è rappresentato da un’incagliarsi del processo di soggettivazione, che comporta anche il coraggio e la possibilità di assumersi il rischio dei propri desideri, in un conflitto dialettico con le figure di riferimento, capendo che il confronto può essere costruttivo e liberatorio e non necessariamente annullante o distruttivo. Imprescindibile, ovviamente, il ruolo delle figure adulte che la persona incontra lungo il cammino. Ma niente è irreparabile e l’incontro con un terapeuta che agisce da adulto, occupandosi anche di “cose concrete” se necessario, può rappresentare una finestra su una modalità di essere e vivere differente e nuova.

Quello che infatti sembra emergere spesso nella seduta con l’adolescente, è il suo bisogno di “essere con”, di non sentirsi abbandonato, ma soprattutto di sentirsi capito. Imprescindibile per un ragazzo in consultazione o terapia è sentire la fiducia del terapeuta, la convinzione di non spaventarlo con pensieri o emozioni non capite è troppo forti.

Terapeutica, infatti, sembra essere la consapevolezza che il terapeuta reggerà agli scossoni, ammettendo anche la propria umanità. A tal proposito il libro fornisce anche spunti di riflessione sul mutamento del ruolo dello psicoanalista negli anni (da muta sfinge onnipotente a compartecipe attivo della seduta) fornendo così una interessante panoramica storica.

Per concludere, di questo testo ben scritto ma sicuramente specifico e tecnico e pertanto seppur chiaro poco adatto ai “non addetti ai lavori”, portiamo a casa il messaggio che per lavorare bene con un adolescente è opportuno non aver paura di ammettere di esserlo (o non esserlo) stati.

 

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Costruire l’adolescenza. Tra immedesimazione e bisogni (2014) – Recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

Catatonia nella sindrome di Down

Vanessa Schmiedt

FLASH NEWS

La catatonia è una sindrome neuropsichiatrica che si presenta tipicamente a livello motorio e risponde ad un trattamento con benzodiazepine e terapia elettroconvulsiva (ECT).

La sindrome di Down (DS) è il più comune disturbo genetico negli Stati Uniti ed è causato dalla trisomia del cromosoma 21 che può essere una conseguenza della non disgiunzione dei cromosomi o, meno spesso, della traslocazione.

Molti soggetti con DS sembrano subire una regressione nel comportamento, nell’umore, nelle attività quotidiane, nelle capacità motorie e intellettuali durante l’adolescenza o da adulti. Spesso sono stati considerati responsabili di questa regressione la depressione, l’esordio precoce del morbo di Alzheimer, o semplicemente l’evoluzione della stessa sindrome di Down. I medici sono generalmente inconsapevoli che la vera responsabile di questa regressione potrebbe essere la catatonia, la quale infatti può causare questi sintomi.

Questa inconsapevolezza può essere causata dal fatto che storicamente la catatonia è stata diagnosticata solo all’interno della diagnosi di schizofrenia. Solamente con la pubblicazione del DSM-5 si è dato spazio alla diagnosi di “catatonia aspecifica” che risulta essere utile quando non c’è una diagnosi neuropsichiatrica o medica sottostante. Purtroppo, il DSM-5 non è riuscito a sottolineare che la condizione può verificarsi in tutto l’arco di età, anche in bambini e adolescenti.

La catatonia è una sindrome neuropsichiatrica che si presenta tipicamente a livello motorio e risponde ad un trattamento con benzodiazepine e terapia elettroconvulsiva (ECT).

I sintomi principali sono cambiamenti nell’attività motoria (riduzione o meno spesso aumento dell’attività), movimenti inusuali (stereotipie, boccacce, congelamento, tic motori o vocali…), cambiamenti nel discorso, riduzione dell’appetito, declino delle attività giornaliere, incontinenza, negatività e deficit nell’area cognitiva. Le manifestazioni iniziali sono la disregolazione dell’umore, del sonno e la comparsa di preoccupazioni di tipo ossessivo, psicotico o quasi psicotico.

A differenza della demenza che mostra un progressivo e irreversibile declino della memoria, del funzionamento intellettuale e della personalità, i pazienti DS con catatonia rispondono al trattamento e se trattati in modo appropriato possono anche ritrovare il funzionamento iniziale.
Il dipartimento di Psichiatria nell’Università del Michigan ha condotto uno studio per valutare la presenza di catatonia in 4 adolescenti con sindrome di Down in fase di regressione.

Anche se erano presenti sintomi in molteplici domini è stata fatta una diagnosi di catatonia in base alla predominanza di sintomi a livello motorio; inoltre in tutti i ragazzi il trattamento per la depressione non ha ottenuto risultati positivi.
Infatti in 3 dei 4 ragazzi gli antidepressivi hanno fallito nell’ottenere un responso positivo e il quarto ragazzo ha addirittura subito un deterioramento.
I pazienti sono stati dunque curati con il trattamento anti-catatonico ovvero utilizzando benzodiazepine e terapia elettroconvulsiva con risultati positivi in tutti i ragazzi permettendo loro di recuperare il funzionamento di base.

Si sospetta dunque che la catatonia sia una causa comune del deterioramento negli adolescenti e nei giovani adulti con DS. Allertare i medici sulla presenza di catatonia nei DS è fondamentale per fornire una diagnosi e un trattamento adeguato e per l’identificazione della frequenza e del corso di questo disturbo.

 

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Uno sguardo verso l’alto di Marco Calamai – Recensione

 

BIBLIOGRAFIA:

Birdman e la crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo (2014) – Cinema & Psicologia

 

La sequenza continua ci rende partecipi di quell’ansia che non può essere narrata altrimenti. Entriamo così noi stessi a far parte di un ciclo continuo di umori ed eventi, sottolineati tra l’altro da una efficace colonna sonora.

Birdman, vincitore quest’anno di 4 premi Oscar (miglior film, miglior regia, migliore sceneggiatura originale e miglior fotografia). Di tutti, credo che quello per la regia identifichi al meglio le ragioni della grandezza espressiva dell’opera. Girato come se fosse un unico piano di sequenza, lo scopo di tale coraggiosa scelta è sì quello di rendere meglio l’idea del teatro, in cui è ambientato il film, ma anche un altro molto importante che riguarda il tema psicologico dell’opera.

La sequenza continua ci rende infatti partecipi di quell’ansia che non può essere narrata altrimenti. Entriamo così noi stessi a far parte di un ciclo continuo di umori ed eventi, sottolineati tra l’altro da una efficace colonna sonora. Sicché ci rendiamo conto che è la vita stessa ad essere così e dunque che Birdman è una rappresentazione di essa. Di quella continua e frenetica esistenza che mai si ferma e mai ci attende, di quella spinta interna che mai si arresta e mai ci dà tregua; mai un solo attimo per riflettere su chi siamo e dove stiamo andando.

Così, come nel film, l’ansia sale perché siamo sempre spinti in avanti senza poterci fermare a vivere il presente. Guardando il film assistiamo dunque ad un’opera, in parte simbolica, in parte introspettiva. Vediamo da un lato infatti una rappresentazione della crisi esistenziale dell’uomo contemporaneo, appunto in quella corsa continua, spinta dal desiderio di innalzarsi a chissà quale meta, che mai si raggiunge e mai ci soddisfa; ma vediamo anche il dramma di un uomo in particolare, il protagonista, preso dai suoi sensi di colpa che sfociano in dissociazioni allucinatorie man mano che la trama va avanti e man mano che la meta sembra avvicinarsi.

Vincitore di quattro premi Oscar, voglio dire tutti ben meritati, Alejandro González Iñárritu (l’autore) non è estraneo ai temi dell’esistenzialismo, che anzi lo hanno guidato in tutte le sue opere. Nato in una famiglia inizialmente benestante, ma cresciuto durante un tracollo finanziario della stessa, il regista messicano passò l’adolescenza lavorando da mozzo ad ingrassar motori su una nave mercantile. Prima del suo inizio artistico, questa sua esperienza, che lo ispirò successivamente allo studio dei classici dell’esistenzialismo, si può certamente identificare come la genesi della sua visione registica, del suo modo espressivo così crudo, realista, così vero.

E c’è molto di se stesso in questo film, molta della sua voglia di essere, molto delle sue paure, molta della sua critica al mondo di Hollywood, ma soprattutto c’è molta riflessione sull’attuale condizione dell’esistenza umana, dei nostri limiti e delle nostre ambizioni che alla fine ritornano ad una sola importante richiesta che tutti infondo abbiamo nel cuore: quella di esser visti, di essere apprezzati, di essere amati.

TRAILER:

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Birdman: l’imprevedibile virtù dell’ignoranza (2014) – Cinema & Psicologia

Disconnect (2012): oggi che siamo sempre connessi ci sentiamo più soli che mai – Cinema & Psicologia

Sei una persona generosa? E’ tutta questione di dopamina

Cosa succede a livello neuronale che ci motiva alla generosità e all’offrire qualcosa di nostro agli altri? Un nuovo studio mette ora in luce il ruolo della dopamina nella percezione della iniquità nella distribuzione delle risorse tra individui. 

Chissà…qualcuno di noi potrebbe essere tra quelle persone che hanno sempre detto di no sia da piccoli, alla classica richiesta del compagno di banco Mi dai un pezzo della tua merenda?, che da grandi, alle pressioni di sorelle o fratelli che volevano i nostri cd o le nostre maglie. E in risposta a questo rifiuto gli altri potrebbero averci additato come avidi o ingordi… nessun problema, ora ci si può giustificare grazie ai livelli di dopamina rilasciati dal nostro cervello!

Gli esseri umani, data la scarsa prestanza fisica rispetto alle altre specie viventi, nel corso della loro evoluzione, hanno dovuto fare affidamento ai sentimenti di generosità per consentire un’equa distribuzione delle risorse intra-specie in modo da garantire la sopravvivenza dei propri simili.

Ma cosa succede a livello neuronale che ci motiva alla generosità e all’offrire qualcosa di nostro ad altri? 

Un nuovo studio mette ora in luce il ruolo della dopamina nella percezione della iniquità nella distribuzione delle risorse tra individui: i soggetti dello studio sono stati sottoposti dapprima a un questionario che indagava la sensibilità di ciascun individuo ai temi della disuguaglianza e tolleranza, successivamente sono stati formati due gruppi di soggetti. Ai partecipanti del primo gruppo è stata somministrata una dose di tolcapone (una sostanza che favorisce l’aumento del rilascio di dopamina nel cervello), ai partecipanti del secondo gruppo è stata somministrata una sostanza placebo. I soggetti di entrambi i gruppi hanno poi giocato a una versione modificata di Dictator Game, in cui è stato chiesto loro di scegliere quanti gettoni conservare e quanti invece distribuirne a un partner di gioco anonimo.

Quale ruolo avrà la dopamina in tutto ciò? Favorirà i comportamenti generosi o, al contrario, tenderà ad inibirli? Per scoprirne di più leggete l’articolo consigliato.

 

A research team led by Ignacio Saez of UC Berkeley had study participants play various versions of the Dictator Game — more or less: Here, take these 100 tokens worth a little money and decide how many you want to keep versus how many you want to give to an anonymous partner…

Quanto sei generoso? E’ tutta una questione di dopaminaConsigliato dalla Redazione

Sei una persona generosa? E' tutta questione di dopamina- Immagine: 55679394
Cosa succede a livello neuronale che ci motiva alla generosità e all’offrire qualcosa di nostro ad altri? Un nuovo studio mette ora in luce il ruolo della dopamina nella percezione della iniquità nella divisione delle risorse. (…)

Tratto da: Science of Us

 

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Obesità: il peso dello stigma fa aumentare di peso

Elena Sirotti, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi

 

Le persone sovrappeso o obese sono una delle categorie sociali più colpite da discriminazioni, pregiudizi e stereotipi. I pregiudizi negativi derivano dal fatto che comunemente si crede che il comportamento alimentare (e il conseguente peso della persona) sia totalmente sotto il nostro controllo e che, di conseguenza, se si è grassi è colpa della persona stessa.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità (2011), l’obesità colpisce circa il 10% degli italiani adulti, e circa il 12% dei bambini. Il problema non è naturalmente solo italiano: l’obesità sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria pandemia a livello mondiale (OMS, 2007). L’obesità è un fattore di rischio per serie patologie croniche come malattie cardiovascolari, diabete di tipo II e anche alcuni tumori. Le conseguenze di questa malattia non sono solo mediche ma anche psicologiche e sociali (Tomasetto e Privato, 2013).

Le persone sovrappeso o obese sono una delle categorie sociali più colpite da discriminazioni, pregiudizi e stereotipi. Nella cultura occidentale, infatti, è mentalità comune considerare queste persone come pigre, deboli, senza forza di volontà, poco intelligenti e senza disciplina o controllo, queste convinzioni sono già insite nei bambini dai 6 anni (Wadden e Stunkand, 1985).

I pregiudizi negativi derivano dal fatto che comunemente si crede che il comportamento alimentare (e il conseguente peso della persona) sia totalmente sotto il nostro controllo e che, di conseguenza, se si è grassi è colpa della persona stessa. Purtroppo l’aumento di peso non dipende solo dalla nostra volontà ma anche da fattori genetici, sociali e psicologici.

Le discriminazioni e le critiche per il proprio peso possono condurre a diversi esiti negativi per la salute psico-fisica, per le relazioni interpersonali e affettive e per la condizione socio-economica. In particolare possono portare gravi conseguenze nel benessere psicologico come ansia, depressione, ritiro sociale, bassa autostima e nei casi più gravi suicidio.

Il pregiudizio sul peso si può presentare sotto diverse forme e sfaccettature:

  • derisione o presa in giro verbale (soprannomi negativi, appellativi insultanti o denigratorie),
  • bullismo fisico, psicologico o sul web,
  • vittimizzazione relazionale o isolamento sociale (le persone sovrappeso evitate, escluse o ignorate, Brownell et all. 2005).

Questi pregiudizi sono talmente radicati nella società che favoriscono l’internalizzazione di un modello di corpo eccessivamente magro (Tomasetto e Privato, 2013).

Questo può portare, specialmente durante l’adolescenza, avere una scarsa accuratezza nella valutazione del proprio peso. Molti adolescenti normopeso, per esempio, hanno l’errata percezione di sentirsi sovrappeso (Quick,et all, 2014). Le ricerche in questo ambito hanno sottolineato che questo errore di valutazione è legato a insoddisfazione per le forme corporee, stress psicologico e disturbi alimentari.

Inoltre gli individui che si percepiscono più grossi rispetto alla realtà riportano di seguire ricorrentemente diete e comportamenti estremi per perdere peso come uso di pillole, lassativi o vomito e forti restrizioni alimentari (Eichen, Conner, Daly & Fauber, 2012). Altre ricerche evidenziano come gli adolescenti che si credono in sovrappeso fanno più attività sportiva rispetto ai coetanei, ma allo stesso tempo passano più ore davanti ad uno schermo e sono più inclini ad abbuffarsi.

I dati mostrano quindi che un’errata percezione corporea è associata all’aumento della probabilità di diventare obesi. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta sembra il momento cruciale di questo processo.

Una recente ricerca longitudinale (Sutin e Terracciano, 2015) ha studiato come, durante il periodo tra l’adolescenza e la prima età adulta, la dispercezione corporea sia un fattore di rischio molto importante nello sviluppo dell’obesità.

Lo studio è stato effettuato su 6523 ragazzi di entrambi i sessi di età media di 16 anni. I soggetti sono stati sottoposti alle misurazioni di peso e altezza in modo da ottenere i loro indici di massa corporea, e ad alcune semplici domande su come si sentivano rispetto al loro peso. Gli stessi soggetti sono stati poi ricontattati all’età di 28 anni. È emerso che i ragazzi che si sentivano grassi, nonostante un indice di massa corporea nella norma, dimostravano il 40% di rischio in più di diventare obesi rispetto ai coetanei che avevano una rappresentazione di sé più realistica. Si sottolinea che questa tendenza è stata riscontrata in entrambi i sessi e che sembra, al contrario dell’idea comune, che i ragazzi siano molto più a rischio delle coetanee.

Secondo gli autori ci sono due meccanismi che possono spiegare questi risultati. Il primo è legato alla stigmatizzazione sociale, infatti, le persone che sono state etichettate come grasse nell’infanzia tendono a attuare comportamenti che aumentano le probabilità di diventare obesi, come diete molto restrittive, uso di lassativi, digiuni prolungati (Hunger e Tomiyama, 2014). Il secondo meccanismo è invece legato all’auto-stigmatizzazione e alle ridotte abilità di auto-regolazione e di controllo sui propri comportamenti che queste persone presentano.

Crescendo questi ragazzi interiorizzano i pregiudizi legati al peso e diventano più ansiosi e depressi, questi stati emotivi rendono più difficile intraprendere uno stile di vita salutare, esacerbando la volontà di controllare la propria alimentazione e facilitando l’attuazione di diete ferree per dimagrire che vengono regolarmente infrante aumentando le percezione di poco controllo sull’alimentazione e emozioni negative come tristezza e ansia. Così si entra in un circolo vizioso che è difficile bloccare. Inoltre queste persone pensandosi già grasse fanno più fatica a rendersi conto di quando e quanto ingrassino realmente.

I significativi aumenti di peso possono essere duramente commentati da amici e familiari e pongono ancor maggior attenzione sui comportamenti alimentari della persona sovrappeso (Puhl, Moss-Racusion, Schwartz & Brownell, 2008).

A parità di sovrappeso le esperienze di stigmatizzazione e di discriminazione percepita riducono il benessere psicologico, incrementano il rischio di patologie organiche correlate all’obesità e riducono la probabilità di adottare comportamenti alimentari corretti e un livello di esercizio fisico adeguato.

Lo studio di Sutin e collaboratori fa parte di un recente, seppur molto produttivo e interessante, filone di ricerche. Infatti è stato riscontrato che adolescenti normopeso si percepiscono più grassi rispetto all’indice di massa corporeo reale (Quick et al., 2014) e sembra che la dispercezione corporea sia legata al rischio di insoddisfazione per il proprio corpo, stress psicologico e disturbi alimentari.

In un’altra recente ricerca effettuata (Isomaa, Isomaa, Marttunen, Kaltiala-Heino & Biorkvist, 2011), che ha utilizzato questionari e interviste su un gruppo di 595 adolescenti di 15 anni (283 femmine e 312 maschi), è emerso che il 29% delle ragazze e il 14% dei ragazzi percepivano in modo errato se stessi e il proprio peso. L’errata percezione del peso nelle ragazze era correlata a sintomi depressivi, ansia sociale, disturbi alimentari e bassa autostima; mentre i ragazzi sperimentano più ansia sociale al follow-up rispetto ai loro omologhi con una corretta percezione corporea.

Altre conferme in questa direzione arrivano dall’Olanda. Infatti Ter Bogt e collaboratori (2006), su un campione di 7556 ragazzi delle scuola primarie e secondarie, hanno indagato la correlazione tra l’indice reale di massa corporea, la percezione soggettiva del peso e indicatori di disagio sociale valutati con lo Youth Self-Report di Achenbach che valuta otto tipi di comportamenti problematici. I risultati mostrano che i ragazzi (maschi e femmine) che non hanno una corretta percezione del loro peso riportano maggiori problemi comportamentali legati all’ansia, all’ansia sociale e alla depressione.

L’aumento della popolazione in sovrappeso, l’importanza sociale della magrezza, la diffusione endemica di pregiudizi e stereotipi e i gravi danni che questi possono causare devono quindi porre l’attenzione di educatori, professori, genitori, medici e istituzioni, ovvero tutte le persone che hanno a che fare con bambini e adolescenti, su questo importante tema.

Le percezioni del proprio corpo e delle proprie misure devono essere prese sul serio per tutti gli adolescenti, l’attenzione va posta non soltanto su chi è effettivamente in sovrappeso, ma anche su chi ha una cattiva percezione del proprio corpo, pur rientrando nella norma. Inoltre, da parte degli adulti, sono fondamentali delicatezza e cautela verso gli adolescenti quando si affrontano questioni legate al grasso corporeo, non solo quando si tratta di ragazze.

Anche se Sutin e altri ricercatori sono stati in grado di determinare come le dispercezioni degli adolescenti sono associate ad un aumentato rischio di obesità, una maggiore conoscenza dei processi psicologici che contribuiscono all’obesità potrà migliorare gli sforzi di prevenzione per aiutare gli adolescenti a mantenere un peso sano durante la crescita verso l’età adulta.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Sull’intimità, lontano dal frastuono dell’amore (2014) di François Jullien

Sull’intimità è il titolo di un interessate saggio di François Jullien, che tratta appunto del significato della vicinanza emotiva che porta due persone a definirsi intimi. L’autore ci mostra che essere intimi non significa per forza conoscere i fatti; non significa farsi spazio nella vita dell’altro, ma fare spazio all’altro nella propria vita, facendo un passo indietro piuttosto che un passo avanti.

Il libro è direttamente indirizzato alla figura femminile a partire dalla dedica che recita A colei che vi si riconosce, e prosegue delineando uno scenario di esodo dalla Francia della Seconda Guerra Mondiale (traendo le immagini dal libro di Georges Simenon, Il treno) in cui i protagonisti, sconosciuti fino al momento della partenza del treno, possono costruire un’intimità nel poco tempo che li accomuna, utilizzando un dentro segreto dove rifugiarsi contro un Esterno in disfacimento.

Intimità quindi intesa come spazio che può unire due persone non per forza esperte l’uno dell’altra, né conoscenti di lunga data: intimità piuttosto come spazio mentale dove ognuno è pronto a accogliere l’altro, dove i due possono insieme trovare un’alternativa a un contesto esterno in questo caso ostile e disperato.

In modo simbolico, estremizzando quello che può accadere a tutti noi nella quotidianità, i due protagonisti del romanzo decidono tacitamente di costruire questo spazio alternativo e privato senza utilizzare parole, ma solo attraverso gli sguardi, dispensando la loro intimità, appunto, dalle chiacchiere.

Ecco allora come l’autore ci mostra che essere intimi non significa per forza conoscere i fatti; non significa farsi spazio nella vita dell’altro, ma fare spazio all’altro nella propria vita, facendo un passo indietro piuttosto che un passo avanti. Spesso, secondo l’autore, c’è un vizio di forma che ci porta a concepire l’intimità come la capacità di due persone di mettersi una di fronte all’altra: secondo lui, al contrario, la vera intimità sta nel mettersi dalla stessa parte di fronte al Fuori del mondo e della vita errante […] fianco a fianco a sentire, a guardare. In questo senso, l’intimità si configura come l’alternativa alle relazioni con il mondo convenzionale, come cioè quella relazione in cui annullando la distanza tra di loro, possono rimettere a distanza il mondo.

Intimità però vuole dire anche condivisione di uno spazio comune costruito dalle due persone, che non sarebbe stato possibile senza l’intenzione di entrambi, e che adesso sottostà a regole nuove e idiosincratiche di quello spazio interiore.

Jullien procede dunque con uno studio dell’etimologia della parola intimità, e del suo senso nelle diverse lingue antiche, per arrivare al significato religioso dell’intimità e a come questa sia apparsa con significati diversi nei diversi culti. Coerentemente con il sottotitolo del libro (lontano dal frastuono dell’amore), l’autore prosegue con un’analisi approfondita di cosa significhi l’intimità nelle relazioni di coppia, spesso ridotte (dal punto di vista di Jullien) alla parola amore.

Come dicevamo, l’intimità viene perseguita per sottrazione: in questo senso, togliere uno scopo alla relazione e eliminare un obiettivo che interessa la controparte è necessario perché la relazione diventi intima:

ciò che rende possibile l’intimità […] è che non ci siano più mire né progetti sull’Altro; in altri termini, che non si voglia né ci si attenda nulla da lui; che si liberi la relazione da qualsiasi finalità e interesse.

Ecco allora che il concetto stesso di intimità si svincola dalle relazioni amorose, per caratterizzare anche quelle relazioni di amicizia in cui, appunto, non ci si muove nel rapporto con una precisa finalità o con un obiettivo che interessa l’altro, ma avendo il rapporto stesso come unico interesse.

Uno degli aspetti più interessanti e innovativi che permea tutto il saggio di Jullien è la revisione del concetto di intimità, che non è concepita per nulla come qualcosa di delicato e di fragile:

non è sdolcinata, dolciastra, placida, ma la cosa più esigente. Mentre ce la si presenta spesso e volentieri come una comodità dei sentimenti, un ritiro lontano dalle aggressioni del mondo esterno, la messa al riparo dai suoi colpi e dalle sue violenze […], l’intimità è in sé sconvolgente.

In questo senso, un rapporto intimo non è visto come qualcosa da tutelare per la sua fragilità, ma piuttosto come qualcosa di strabiliante, che permette un ribaltamento della prospettiva e che spiazza i protagonisti del rapporto. Ma quand’è che un rapporto diventa intimo? Per rispondere a questa domanda l’autore chiama in causa Stendhal, che nell’Amore scrive l’intimità non è tanto la felicità perfetta, quanto l’ultimo passo per raggiungerla: questo passo scandisce inevitabilmente un prima e un dopo, che cambia in modo irreversibile l’identità stessa delle parti coinvolte.

Sull’intimità è un saggio interessante dove le tematiche filosofiche (campo privilegiato da Jullien) fanno spazio, se applicate alle relazioni che tutti noi ci troviamo a vivere, a considerazioni anche molto pratiche e argute su quello che significa stare vicino all’altro e costruire con lui uno spazio che non sia un rifugio da un mondo difficile (come siamo portati a credere per quanto riguarda le relazioni di coppia), ma piuttosto un varco che emerge in modo spontaneo ma netto in cui sia possibile guardare insieme in una direzione sospendendo il giudizio sull’altro e mantenendo il rapporto stesso come unico obiettivo della relazione.

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Jullien, F. (2014). Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’amore. Raffello Cortina: Milano.
  • Simenon, J. (2008). Il treno. Adelphi: Milano.
  • Stendhal (1980). L’amore. Mondadori: Milano.

Transessualità, omosessualità e bisessualità: possibili fattori di rischio per patologie legate all’alimentazione

FLASH NEWS

La ricerca in questione si è posta l’obiettivo di testare l’associazione tra l’identità di genere, l’orientamento sessuale e la diagnosi di patologie alimentari così come la presenza di comportamenti compensatori, come l’uso di pillole dietetiche, lassativi o vomito autoindotto.

Ad oggi la maggior parte degli studi sulla patologia alimentare si è concentrata su soggetti che possono essere definiti “cisessuali”, cioè persone che sul piano biologico, personale e sociale si trovano a loro agio con il genere che è stato loro assegnato alla nascita. Quindi pochissime ricerche hanno confrontato i dati sui tassi di prevalenza dei disturbi alimentari nei cisessuali e nei transessuali e nessuno studio ha preso in esame persone che, pur riconoscendo la concordanza tra la loro identità di genere ed il corrispettivo ruolo e comportamento, si dichiarano bisessuali o incerti sul loro orientamento sessuale. Ciò a fronte dell’evidenza che, ad esempio, per le persone transessuali è più frequente provare una maggiore insoddisfazione per il proprio corpo, aspetto che, come diversi studi hanno rilevato, può aumentare il rischio di disturbi alimentari.

Quindi la ricerca in questione si è posta l’obiettivo di testare l’associazione tra l’identità di genere, l’orientamento sessuale e la diagnosi di patologie alimentari così come la presenza di comportamenti compensatori, come l’uso di pillole dietetiche, lassativi o vomito autoindotto.

A questo scopo sono stati considerati quasi 290 studenti reclutati da 223 università americane di cui, attraverso un’ intervista, si è indagato il genere, l’orientamento sessuale, se nell’ultimo anno hanno ricevuto dei trattamenti professionali per diagnosi di anoressia o bulimia e se negli ultimi trenta giorni hanno fatto ricorso a pillole dietetiche, vomito autoindotto o lassativi (sono state poi considerate anche altre variabili come l’etnia, l’uso di tabacco, le esperienze di binge drinking, il livello di stress, l’attività sportiva ed il prendere parte a comunità sociali).

Relativamente all’identità di genere e all’orientamento sessuale le interviste hanno permesso di suddividere i partecipanti in quattro categorie: transessuali, cisessuali che si dichiarano omosessuali o bisessuali, eterosessuali e insicuri sul proprio orientamento.

I risultati hanno mostrato che i tassi maggiori di patologie alimentari sono riscontrabili tra gli studenti transessuali e in quelli cisessuali che si dichiarano omosessuali o bisessuali, ciò è vero in particolare per i maschi; inoltre gli studenti transessuali presentano anche un numero più elevato di comportamenti compensatori, così come accade per le femmine che dicono di essere insicure del proprio orientamento sessuale, aspetto che le distingue dalle femmine eterosessuali. Infine i maschi eterosessuali sono quelli che mostrano un numero minore di disturbi alimentari e di comportamenti compensatori.

Questi risultati possono trovare diverse spiegazioni. Ad esempio le persone transessuali potrebbero cercare di perdere peso per rendere meno evidenti i caratteri sessuali secondari, oppure nel caso specifico delle donne transessuali i comportamenti tipici delle patologie alimentari possono essere funzionali ad aumentare l’ attrattività e la magrezza tipiche femminili.

Inoltre gli individui che hanno deciso di modificare il loro genere vivono dei livelli più elevati di stress a causa della discriminazione e dello stigma sociali, stress che è comune anche tra le persone omosessuali, bisessuali o incerte del loro orientamento sessuale. Una terza possibilità riguarda il fatto che i transessuali rispetto ai cisessuali presentano più probabilmente delle forme di psicopatologia e ciò li rende inclini a ricercare più spesso dei trattamenti professionali; quest’ultimi vengono anche richiesti per l’implementazione delle terapie funzionali al cambiamento di genere.

Nonostante i limiti che caratterizzano la presente ricerca, come ad esempio il fatto che considera solamente le diagnosi di anoressia e bulimia, la difficoltà di generalizzare i risultati dato che è stata condotta su studenti universitari o i confini non così netti tra disturbi alimentari, identità di genere ed orientamento sessuale, essa ha contribuito a mettere in evidenza l’importanza e la necessità di un intervento precoce su questa popolazione a rischio.

 

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BIBLIOGRAFIA:

Quando addormentarsi a scuola è una malattia: Piperita Patty e la Narcolessia – Peanuts Nr.5

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA Nr. 5

Piperita Patty è nota tra i personaggi dei Peanuts per le difficoltà scolastiche, infatti è spesso ritratta per i suoi problemi di attenzione, difficoltà di lettura, scrittura e improvvisi attacchi di sonno.

Piperita Patty & Narcolessia - PeanutsCome spesso accade anche nella realtà scolastica, Piperita Patty è vista come una bambina pigra, svogliata e poco motivata, tutti aspetti che giustificherebbero lo scarso apprendimento e il livello mediocre delle sue prestazioni.

Questa situazione è frequente ed è figlia della difficoltà a riconoscere in modo tempestivo i primi sintomi della narcolessia. Si tratta di una malattia rara, di origine neurologica e difficilmente diagnosticabile. In Italia sono stimate circa 25000 persone affette dalla patologia, delle quali solo 2000 hanno una diagnosi accertata, e tra queste pochissimi sono bambini e adolescenti.

Come riporta l’Associazione Italiana Narcolettici e Ipersonni (AIN), la diagnosi viene fatta in media dopo 7 anni dalla comparsa dei sintomi e in questo lasso di tempo le diagnosi erronee più frequenti sono l’epilessia, disturbi dell’apprendimento o altri disturbi del sonno. Quando la presa in carico è nulla, gli adolescenti vengono invece scambiati per abusatori di sostanze o amanti delle “ore piccole”, mentre gli adulti per persone inaffidabili e incostanti sul lavoro.

Le conseguenze sul piano psicologico di una mancata comprensione del problema sono notevoli perché minano la qualità della vita dei soggetti in tutte le aree, da quella scolastica a quella relazionale e lavorativa. Infatti, i sintomi caratteristici della narcolessia spesso si accompagnano vissuti di inadeguatezza e frustrazione, ansia, depressione e senso di colpa e di fallimento.

 

La diagnosi di Narcolessia

Secondo il manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali quinta edizione (DSM 5), i criteri che soddisfano la diagnosi di narcolessia sono:

A) Periodi ricorrenti di irrefrenabile bisogno di dormire, di attacchi di sonno o di sonnellini che si verificano nello stesso giorno. Questi devono essersi verificati almeno tre volte la settimana negli ultimi tre mesi.

B) La presenza di almeno uno dei seguenti:

  1. Episodi di cataplessia, definiti come in a) o in b), che si verificano almeno qualche volta al mese:
    a) Negli individui con malattia di lunga durata, brevi episodi di perdita bilaterale improvvisa del tono muscolare con conservato livello di coscienza, precipitati da una risata o da uno scherzo.
    b) Nei bambini o negli individui entro 6 mesi dall’esordio del disturbo, smorfie spontanee o episodi di apertura della mascella con protrusione linguale o ipotonia globale, senza evidenti stimoli emozionali.
  2. Carenza di ipocretina in assenza di danno cerebrale acuto, infiammazione o infezione.
  3. Polisonnografia del sonno notturno che mostra una latenza del sonno REM minore o uguale a 15 minuti.

L’ambiente scolastico è il contesto in cui il narcolettico incontra le prime gravi difficoltà e dove è messo a dura prova.

La Narcolessia colpisce le persone in modo diverso e con diversi gradi di intensità: c’è chi ha più attacchi di sonno improvvisi e repentini, chi ha più cataplessie, chi ha più allucinazioni in fase di addormentamento (allucinazioni ipnagogiche) o di risveglio (allucinazioni ipnopompiche). Quindi non esiste una terapia univoca, ma diversi approcci a seconda dei casi specifici.

Al fine di sensibilizzare la scuola nel riconoscimento tempestivo dei sintomi, l’Associazione Italiana Narcolessia insieme all’Associazione Francese hanno messo a punto una brochure che aiuta a comprendere le difficoltà scolastiche dell’alunno, con l’obiettivo di formulare un piano personalizzato di scolarizzazione. I soggetti narcolettici infatti possono migliorare i propri livelli di apprendimento e la propria qualità di vita attraverso delle strategie comportamentali efficaci, come fare piccoli intervalli di sonno durante il giorno, e attraverso una terapia farmacologica adeguata.

Per approfondimenti sul tema, e visionare i questionari di auto-somministrazione, visitare il sito www.narcolessia.it

 

 

 

RIFERIMENTI UTILI:

  • Bruni O, Novelli L, Verrillo E (2007). I disturbi del sonno nella prima e seconda infanzia: valutazione e diagnosi. In “Psicosomatica in età evolutiva” a cura di Rita Cerutti e Vincenzo Guidetti. Il Pensiero Scientifico Editore
  • American Psychiatric Association (2014). Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione. Raffaello Cortina Editore pp 433-439

PEANUTS, ALLEATI NELLA VITA E NELLA PSICOTERAPIA_- ARCHIVIO RUBRICA

Burnout: un modello teorico per capire il ruolo delle risorse psicologiche personali

Qualsiasi impiegato modello torna a casa un po’ (o tanto) stressato dal lavoro, capita a volte però che vi siano lavoratori che presentano livelli di stress e disagio psicologico di gran lunga superiori rispetto alla media.

Da molto tempo ormai è conosciuto in Psicologia, e non solo, il fenomeno del Burn-out: il termine, la cui traduzione è Bruciato, descrive una sindrome dovuta a un processo stressogeno che colpisce le persone in ambito lavorativo, causando una perdita della motivazione e del raggiungimento degli obiettivi nelle proprie mansioni. Si presenta come un lento logoramento psichico ma anche fisico dovuto alla mancanza di energie utili per affrontare e scaricare lo stress accumulato.

Il burnout è stata definita una Sindrome complessa, a componente prevalentemente psichica, che si instaura come risposta a una condizione di stress lavorativo prolungato (Tomei, Tomao e Sancini, 2003) .

Un modello influente nella letteratura sul burnout è il modello Job Demands–Resources (JD–R) che identifica due componenti principali del luogo di lavoro nel manifestarsi del burnout: le richieste lavorative (aspetti del lavoro che richiedono costi fisici e psicologici) e le risorse lavorative (che comprendono aspetti fisici, psicologici o sociali del posto di lavoro che aiutano le persone a realizzare i loro compiti). L’interazione tra queste due componenti può influenzare i livelli di stress.

In questo modello però poco spazio viene dato alle risorse psicologiche personali, per es. l’autostima, e come queste possono entrare in relazione alle due componenti del modello JD-R.

In un articolo pubblicato su European Journal of Work and Organizational Psychology, gli autori (Fernet et al.), sulla base di un’analisi dei dati condotta su 356 lavoratori, hanno integrato il ruolo delle risorse psicologiche nel burnout, attingendo inoltre ad aspetti della teoria dell’autodeterminazione (SDT).

Per saperne di più, vi rimandiamo alla lettura dell’articolo consigliato.

 

The authors used occupational data from 356 school board employees and found that the three SDT-based psychological resources mediated the impact of job demands (role overload and ambiguity) and job resources (job control and social support) on aspects of burnout. Adding psychological resources to the model helped explain how certain job demands and resources differently predict specific aspects of burnout.

 

Burn out: un nuovo modello teorico per capire il ruolo delle risorse psicologiche personaliConsigliato dalla Redazione

Burn out: un nuovo modello teorico per capire il ruolo delle risorse psicologiche personali - Immagine: 48218874
In un articolo pubblicato su European Journal of Work and Organizational Psychology, gli autori, sulla base di un’analisi dei dati condotta su 356 lavoratori, hanno integrato il ruolo delle risorse psicologiche nel precedente modello teorico del burnout. (…)

 

Per continuare la lettura sarete reindirizzati all’articolo originale … Continua  >>

 


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Psicopatologia e psicoterapia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Melania Marini

 

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità (DOCP) si caratterizza (DSM-5) in base ad alcuni specifici tratti di personalità: preoccupazione per i dettagli, perfezionismo, eccessiva devozione per lavoro e produttività, estrema coscienziosità, difficoltà a delegare compiti, difficoltà a gettare oggetti inutili, avarizia, testardaggine e rigidità.

Questo disturbo è associato ad una difficoltà nel funzionamento psicosociale e ad una ridotta qualità della vita.

Gli individui con questo disturbo mostrano un moderato livello di difficoltà nel funzionamento della personalità che si manifesta nelle seguenti aree: identità, intimità, empatia, capacità di autodirezione. Oltre un rigido perfezionismo, possono essere presenti due o più dei seguenti tratti psicopatologici di personalità: perseveranza, affettività ristretta, evitamento dell’intimità.

Gli individui con DOCP si sentono continuamente obbligati a raggiungere obiettivi e faticano a dedicarsi a momenti di piacere e rilassamento. Controllano gli altri e se gli altri sfuggono al controllo diventano ostili e possono avere esplosioni occasionali di rabbia sia a casa che al lavoro.

Il DOCP nella popolazione psichiatrica è il terzo disturbo di personalità più comune (Zimmerman, Rothschild, Chemlinski, 2005; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000). Co-occorre con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) (De Reus, Emmelkkamp, 2012; Cain, Ansell, Simpson, Pinto, 2015) ma i due disturbi non si sovrappongono, per esempio il DOCP è ego-sintonico al contrario del DOC e nel primo possono essere assenti ossessioni e compulsioni (Pinto, Eisen, 2011). Il DOCP co-occorre con disturbi d’ansia (Grant, Mooney, Kushner, 2012; Grant, Hasin, Stinson, Dawson, Chou, Ruan, et al., 2005) 23%, disturbi affettivi 24%, dipendenza da sostanze 25%, disturbi alimentari 13% (Halmi, Tozzi, Thornton, Crow, Fichter, Kaplan, 2005), depressione unipolare 14% (Schiavone, Dorz, Conforti, Scarso, Borgherini, 2004). In base a molti studi (Stuart, Pfohl, Battaglia, Bellodi, Growe, Cadoret, 1998; Rossi, Marinangeli, Butti, Kalyvoka, Petruzzi, 2000; Hummelen, Wilberg, Pedersen, Karterud, 2008) co-occorre frequentemente con i Disturbi Schizotipico e Paranoide di Personalità.

Riguardo al funzionamento interpersonale di individui con DOCP, Cain e colleghi (2015) hanno esaminato un campione di 25 individui con DOCP, un campione di 25 individui con DOCP in co-morbilità con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) ed uno di controllo di 25 soggetti. I soggetti con DOCP hanno evidenziato elevate difficoltà interpersonali in merito alla ostilità-dominanza ed un’alta estroversione. I soggetti con DOCP e DOC hanno mostrato maggiori tendenze alla sottomissione e maggiore introversione. Individui con DOCP, con e senza DOC, hanno riportato una minore abilità nel tenere in considerazione il punto di vista altrui in modo empatico.

Sempre considerando il dominio delle relazioni interpersonali, la qualità dell’attaccamento è compromessa nel DOCP. Emerge che spesso non si è formato un attaccamento sicuro e i pazienti hanno ricevuto poche cure ed un eccesso di protezione durante l’infanzia con un successivo fallimento nello sviluppo emotivo ed empatico (Nordhal, Stiles, 1997; Perry, Bond, Roy, 2007).

È altresì importante (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013) tenere in considerazione anche circostanze relativamente recenti che possano comunque aver contribuito alla cristallizzazione di uno schema patogeno. Lo schema interpersonale patogeno è una struttura procedurale intrapsichica consolidatasi nel tempo attraverso le esperienze, una rappresentazione soggettiva del destino a cui andranno incontro i nostri desideri nel corso delle relazioni con gli altri.

Un soggetto con DOCP può avere il desiderio di autonomia ed esplorazione ma immagina che se mostra spontaneamente le sue emozioni e propensioni, l’altro si mostrerà critico, aggressivo, punitivo ed impositivo; in risposta, il soggetto prova paura e soggezione e controlla emozioni (inibizione emotiva) e comportamento, rinuncia all’esplorazione bloccando i piani spontanei autogenerati e si conforma alle aspettative dell’altro, sperimentando un senso di costrizione unitamente ad un senso di inefficacia personale, al quale segue un’ipertrofia della rilevanza delle regole (tratto ossessivo); può anche immaginare di mostrare le sue emozioni e propensioni, ma prevede che l’altro rimarrà deluso e soffrirà; in risposta, la persona prova colpa e perde convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati. Si crea così un circuito di mantenimento dei problemi interpersonali.

È interessante sottolineare come sia possibile rintracciare nel soggetto più schemi interpersonali e come, all’interno di uno stesso schema, possano coesistere più motivazioni, ad esempio la persona desidera essere accettata, considerata degna perseguendo mete autonome, ma si rappresenta l’altro deluso, giudicante, rabbioso, che invia un messaggio del tipo “Ti accetto soltanto se ti conformi alle regole, ai valori di cui io mi faccio portavoce”; in risposta, la persona può decidere di scegliere trasgredendo i valori, le regole, le norme sociali di cui l’altro si fa rappresentante sentendosi in colpa e indegno innanzi alla reazione negativa dell’altro.

Le strategie che il soggetto sviluppa nel tempo per adattarsi all’aspettativa su come l’altro tratterà i suoi desideri elicitano, a loro volta, nell’altro delle risposte emotive e comportamentali che spesso, inconsapevolmente, confermano le credenze negative iniziali della persona, generando, in tal modo, un ciclo interpersonale patogeno che contribuisce a mantenere il disturbo. Si pensi, ad esempio, alla tendenza comune nel DOCP a sovraccaricarsi di impegni, di compiti, con grande difficoltà a delegare o a chiedere aiuto. A quel punto, non vedendosi aiutato (non avendolo chiesto) il paziente percepisce l’altro come disattento, senza la volontà di fornirgli aiuto.

L’altro da parte sua, non ascoltando le richieste d’aiuto, e anzi fronteggiando l’autosufficienza obbligata del paziente con personalità ossessivo-compulsiva, preferisce tenersi a distanza sentendo il proprio aiuto inutile e i propri interventi come inadeguati e criticabili. Il paziente però in alcuni momenti, sovraccarico dal lavoro e irritabile per la fatica, scoppia rabbiosamente alla vista dell’altro che non lo supporta e protesta per il supporto che, immoralmente, gli è stato negato. L’altro a questo punto si sente facilmente criticato ingiustamente e reagisce alle accuse in modi che diminuiscono la sua disponibilità a dare l’aiuto stesso. 

Coerentemente con le informazioni raccolte dall’esperienza clinica, è possibile delineare nel Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità una serie di schemi interpersonali che muovono da motivazioni diverse:

– motivazione dominante: attaccamento. In questo caso lo schema porterà la persona verso il desiderio di essere vista, amata, apprezzata, ma si rappresenta l’altro come freddo, rifiutante, disattento. In risposta si attiva il sistema del rango sociale: queste persone sperano che verranno amate se il loro valore sarà considerato adeguato dalle figure di riferimento. A quel punto quindi si impegnano, si organizzano, pianificano, cercano di farsi trovare sempre preparate, di dare il massimo, di essere impeccabili, perfette, e aderenti alle regole;

– motivazione: autostima. La persona desidera essere capace, adeguata, ma si rappresenta l’altro come critico, invalidante; in risposta, la persona prova rabbia, si sente triste, fallimentare e sviluppa il tratto ossessivo come strategia volta a sopperire al senso di inefficacia personale. Ne conseguono stati di sovraccarico, di affaticamento fisico e psichico che spesso si esprimono attraverso una serie di sintomi psicosomatici piuttosto rilevanti a cui si abbinano preoccupazioni ipocondriache e che includono, ad esempio, gastrite, sindrome del colon irritabile, dolori addominali e intercostali;

– motivazione: autonomia/esplorazione: le azioni e le scelte della vita quotidiana non sono associate alla sensazione di essere internamente generate. I soggetti con DOCP, infatti, sono guidati, perlopiù, dai loro standard elevati e inflessibili di etica e performance, ma hanno difficoltà a riconoscere che hanno desideri, intenzioni, scopi che nascono dalle loro più intime inclinazioni e a lasciarsene guidare senza giudicarsi. Ne consegue un’inibizione del sistema esploratorio e una carenza di agency. Una possibile origine storica, dedotta dai racconti di molti pazienti con DOCP è che quando provavano ad esplorare e a perseguire piani autonomi, abbiano dovuto confrontarsi con figure genitoriali invalidanti, facilmente deluse,  critiche o aspramente punitive. In risposta, hanno provato paura, hanno perso convinzione nel desiderio, rinunciando all’esplorazione e bloccando i piani spontanei autogenerati.

I pazienti con DOCP, inoltre, a causa della difficoltà a stabilire priorità tra i propri compiti, spesso si sentono come bloccati, sospesi, ritenendo che il tempo non sia mai sufficiente e l’impegno profuso mai abbastanza e come conseguenza faticano a rispettare le scadenze.

Dal punto di vista emotivo, i soggetti con DOCP sono convinti che le proprie sensazioni e le proprie emozioni debbano essere sempre controllate, fondamentalmente perché considerate come intrinsecamente sbagliate, un segno di debolezza morale.

L’idea di sperimentare qualcosa che ritengono indegno li espone, nella loro mente al rischio di biasimo, accuse e alla fine, abbandono da parte degli altri o punizione. Nel complesso quindi tentano di controllare i loro affetti e appaiono, rigidi, formali e difficilmente si lasciano andare, tanto da essere definiti “freddi” e  “poco espansivi”.

L’esperienza soggettiva di tali pazienti è caratterizzata da senso di colpa all’idea di avere agito irresponsabilmente e avere quindi arrecato danno a sé e/o agli altri; senso di inefficacia, ansia, paura di essere criticati e/o puniti per eventuali errori commessi. Spesso provano rabbia verso se stessi quando non rispettano gli standard o verso gli altri quando non si comportano con il dovuto zelo. La loro rabbia non è esplosiva, è più trattenuta, controllata, affiora nel viso e nel tono di voce più ancora che nel linguaggio. Il dovere guida la loro vita e quando affiorano desideri di giocare e rilassarsi, da un lato si criticano e si sentono in colpa, dall’altro si sentono costretti e tendono a ribellarsi a chi impone dall’esterno i doveri.

La comprensione dei propri pensieri, di quelli degli altri e delle proprie emozioni oscilla, nella stessa persona, al variare della qualità delle relazioni. Ricordiamo che nei pazienti con disturbi di personalità la metacognizione dipende in larga parte dal contesto emotivo e dalla qualità della relazione (Dimaggio et al., 2013).

La metacognizione è la capacità di un individuo di sintetizzare vari aspetti della conoscenza mentale in un quadro complessivo che permetta di dare significato alle nostre azioni; si riferisce all’insieme di abilità che permette all’individuo di:

– identificare e attribuire, a sé e agli altri, stati mentali,

– pensare, riflettere e ragionare sugli stati mentali propri (autoriflessività) e pensare, riflettere e ragionare sugli stati mentali altrui (comprensione della mente altrui). L’autoriflessività comprende la capacità di identificare i propri pensieri e le proprie emozioni (monitoraggio), la capacità di assumere una distanza critica dalle proprie convinzioni e di comprendere che i nostri desideri hanno un impatto limitato sulla realtà (differenziazione) e l’abilità di mantenere una visione unitaria di sé, indipendentemente dal fluire e alternarsi nella coscienza di stati mentali diversi o contraddittori, e indipendentemente dalla variabilità dei nostri comportamenti in contesti differenti (integrazione), 

– utilizzare le conoscenze e le riflessioni sugli stati mentali propri e altrui per prendere decisioni, risolvere problemi o conflitti psicologici e interpersonali e padroneggiare la sofferenza soggettiva (mastery) (Semerari et al., 2003).

Nei pazienti con disturbi di personalità, mancando l’abilità necessaria ad identificare e a riflettere sugli stati mentali, vi è una marcata difficoltà a formare delle strategie di problem-solving basate sulle informazioni mentali: negoziano i loro desideri ed i loro scopi attraverso la relazione con colleghi, amici, parenti o ne fanno fronte con notevole stress (Carcione et al., 2010; Dimaggio & Lysaker, 2011).

In generale, nei pazienti con disturbi di personalità la metacognizione è disfunzionale e vi sono difficoltà nell’autoriflessività, per esempio nella consapevolezza emotiva, nell’abilità di distinguere tra fantasia e realtà e nell’integrazione di molte, e spesso contraddittorie, rappresentazioni di sé e degli altri; nella comprensione della mente altrui, per esempio il formarsi delle idee su cosa l’altro pensa e prova anche attraverso il comportamento non-verbale; nella capacità di mastery, ossia l’abilità di utilizzare le conoscenze mentalistiche per formare delle strategie adattive ed efficaci per far fronte allo stress e risolvere problematiche sociali. Le persone con disturbi di personalità anticipano mentalmente le reazioni negative degli altri, hanno un’attenzione selettiva ai segnali di giudizio e di rifiuto e costruiscono dei cicli negativi in cui le reazioni degli altri confermano le loro aspettative negative (Safran & Muran, 2000).

In uno studio di Semerari e colleghi (2014) che ha analizzato la correlazione tra specifiche difficoltà metacognitive e specifici stili di personalità, le difficoltà metacognitive possono essere considerate un fattore patogenetico comune per i disturbi di personalità.

Pazienti con DOCP correlavano con gli stili di personalità rigido e che aderisce inflessibilmente alle regole. Lo stile rigido correlava con problemi metacognitivi nelle aree di differenziazione e integrazione, ma in modo inverso rispetto alle attese, ovvero una maggiore presenza di queste caratteristiche era legata a migliore metacognizione.

Secondo Baron-Cohen (2006), un modo per esplorare le funzioni interpersonali è attraverso il meccanismo di sistematizzazione e la capacità di empatia. La sistematizzazione permette al cervello di predire che un evento X occorrerà con una probabilità P. Dal momento che il cuore della patologia del DOCP include il perfezionismo e le sue associazioni con la rigidità e l’aggressività che portano alle difficoltà di interazione con gli altri (Hemmelen, Wilberg, Pederen, Sigmund, 2008) e alla difficoltà di predizione degli eventi: gli individui con DOCP dovrebbero presentare un’alta sistematizzazione ed una bassa empatia.

In effetti Aycicegi-dinn, Dinn, Caldwell-Harris (2009) hanno osservato che vi è un decremento nell’attività del sistema di empatizzazione, sistema che abilita alla comprensione della motivazione intenzionale relativa al comportamento umano, e un incremento nel meccanismo di sistematizzazione, sistema che abilita alla comprensione delle cause e degli eventi non intenzionali. Sembra quindi che siano necessari studi più approfonditi per comprendere se esistono difficoltà metacognitive nei pazienti con DOCP e quali esse siano, anche se lo studio sulla ridotta empatia suggerisce che esista un problema nel comprendere gli altri e risuonare con loro.

 

La psicoterapia del Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità

Le implicazioni cliniche, di tutti questi studi, sono molto interessanti poiché è possibile lavorare, a livello terapeutico, incrementando la capacità di tenere conto del punto di vista altrui e aumentare la capacità di rispondere agli stati emotivi in modo fluido ed appropriato (Dimaggio et al., 2011).

Molti studi (Ekselius, von Knorring, 1998; Ng, 2005; Strauss, Hayes, Johnson, Newman, Brown, Barber, 2006) hanno osservato l’efficacia di una Terapia Cognitiva che riduce considerevolmente la gravità dei sintomi del disturbo di personalità, l’ansia e la depressione. La Terapia Cognitiva-Comportamentale riduce la sintomatologia ansiosa, aumenta l’estroversione, l’assertività e la stabilità emotiva (Enero, Soler, Ramos, Cardona, Guillamat, Valles, 2013).

La Terapia Interpersonale ha successi nella riduzione della sintomatologia depressiva (Barber, Muenz, 1996). In ogni modo, un’alleanza terapeutica buona tra paziente e terapeuta, la gravità degli stati ansiosi così come anche la variabilità dell’autostima, costituiscono fattori predittivi importantissimi dell’efficacia del trattamento del DOCP.

La Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI; Dimaggio, Montano, Popolo e Salvatore, 2013) è stata manualizzata negli ultimi anni per trattare vari disturbi di personalità incluso il DOCP. La TMI pone costantemente l’attenzione sulla relazione terapeutica al fine di lavorare in una atmosfera estremamente cooperativa con le minime rotture nell’alleanza, sull’assunto fondamentale che tutto ciò dovrebbe aiutare il paziente ad utilizzare pienamente i propri schemi metacognitivi. Con il progressivo aumento della metacognizione, è più facile per il paziente ed il terapeuta avere una comprensione reciproca delle proprie menti e lavorare insieme per raggiungere gli obiettivi condivisi.

Se una persona ha difficoltà nella comprensione delle proprie emozioni è poco utile aiutarla immediatamente a comprendere gli schemi relazionali internalizzati nella vita di tutti i giorni e nelle relazioni sociali, è invece molto importante indagare le variazioni di arousal che sono emotivamente correlate e che poi sfociano negli stati somatici. La consapevolezza di come e perché il paziente pensa, prova ed agisce è fondamentale per la promozione del cambiamento di pensiero e dei pattern comportamentali sviluppando così una diversa prospettiva di pensiero, di emozione e di azione.

I miglioramenti nella metacognizione sembrano essere segni che portano ad un buon esito terapeutico (Dimaggio, Procacci, et al., 2007; Lysaker, et al., 2010). Quando in terapia emergono le emozioni, ma i loro antecedenti sono opachi al narratore è impossibile per il terapeuta interrompere il processo cognitivo-emotivo disfunzionale perché le credenze non sono chiare: le rappresentazioni disturbate di sé e degli altri lasciano le persone con disturbi di personalità senza un punto di vista alternativo. La TMI cerca inizialmente di rendere i pazienti dei propri schemi ricorrenti di significato ed aiutarli ad adottare nuove prospettive mentre cercano di accedere ai desideri. Il terapeuta, insieme con il paziente, cerca di comprendere come vedere da una diversa angolazione le diverse rappresentazioni disfunzionali di sé e dell’altro ed utilizza la conoscenza metacognitiva per far fronte alla sofferenza e per trovare nuove strade percorribili nella vita quotidiana.

I soggetti con DOCP, a causa della difficoltà a scaricare le proprie tensioni interne e della tendenza a reprimere le proprie emozioni, spesso cercano una terapia a causa di disturbi di natura psicofisiologica, come, ad esempio, attacchi d’ansia, impotenza sessuale, senso di stanchezza e sovraccarico. Per il trattamento del DOCP esistono vari approcci che prendono in considerazione aspetti diversi del disturbo. La Terapia Metacognitiva Interpersonale inizia di solito dal trattare i sintomi che portano i pazienti in terapia (ansia, attacchi di panico, depressione, somatizzazioni). Durante il trattamento dei sintomi il terapeuta inizia a raccogliere episodi narrativi dettagliati che illustrano come si svolgono le relazioni con gli altri, in modo da aiutare i pazienti a riconoscere le sfumature della propria esperienza soggettiva nel contesto dell’interazione sociale.

Questi pazienti hanno spesso uno stile narrativo intellettualizzante, teorizzante, il che rende difficile accedere alla loro esperienza soggettiva e alle loro emozioni. Il terapeuta quindi li invita a raccontare episodi narrativi, che li vedono relazionarsi con gli altri, demarcati nello spazio e nel tempo, e grazie a questi racconti esplorare insieme cosa il paziente abbia provato e pensato in quel momento e per quali motivi, e a dare i nomi alle emozioni in un contesto in cui queste sono accettate, riconosciute valide, non giudicate, parte inevitabile dell’esperienza degli esseri umani. Il terapeuta, pertanto, starà attento a che il paziente si senta “visto” in seduta; e si sintonizzerà con il mondo interno del paziente; coglierà nella struttura del racconto di questi eventuali cambiamenti delle espressioni facciali, del tono della voce e ricostruirà insieme a lui lo stato emotivo sperimentato in quel momento; normalizzerà e validerà i vissuti emotivi del paziente, giovandosi di un uso accurato dello svelamento.

Una volta raccolta una base di episodi che permettano a paziente e terapeuta di ricostruire la mappa del mondo interno del paziente, si tenta insieme di promuovere il cambiamento. I terapeuti che utilizzano la TMI sono attenti a qualsiasi segno di povera alleanza e devono essere veloci nel riparare o prevenire rotture nell’alleanza stessa; essi adottano una validazione costante e sono pronti ad analizzare qualsiasi segnale relazionale negativo mentre indagano sul loro contributo alla creazione di qualsiasi problema.

Tra gli obiettivi della TMI per il DOCP, molti dei quali coerenti con i principi della Terapia Cognitiva-Comportamentale, ci sono quelli di riconoscere come gli standard perseguiti siano solo tentativi di guadagnare l’accettazione da parte degli altri a condizione di essere perfetti, e lentamente sperimentare la possibilità che queste siano solo idee.

I pazienti sono guidati nello scoprire che è come se continuassero senza fine a cercare quasi ovunque l’approvazione delle loro figure genitoriali, e che esiste una via diversa, in cui possono pensare di essere accettati anche se sono imperfetti e commettono errori.

Allo stesso tempo i pazienti vengono guidati progressivamente ad esplorare stati di benessere, rilassamento, gioco e a capire come questo sia stato finora impedito dai sensi di colpa che li vessano. Identificare l’importanza del senso di colpa e aiutare i pazienti a metterlo da parte, non lasciarsene guidare è un altro elemento centrale della terapia. Il terapeuta presterà grande attenzione ad ogni segnale spontaneo, o guidato dalla conversazione terapeutica, in cui il paziente sia rilassato, provi benessere senza criticarsi e lo aiuterà a prestare attenzione a questo stato, sostandoci il più possibile durante la seduta.

Quando il paziente avrà colto come tale stato sia benefico e possa essere perseguito a buon diritto, lo si inviterà a ricercarlo nella vita quotidiana e a sperimentarlo. Durante gli esperimenti il paziente verrà facilmente preso da sensi di colpa e autoaccuse e questi verranno nuovamente ripresi in seduta e li si riconoscerà come non più segno di verità (sono indegno) ma di un riemergere degli schemi (penso di essere indegno ma mi rendo conto che è un mio schema: posso rilassarmi). L’obiettivo complessivo è aumentare l’espressione emotiva e utilizzare le proprie inclinazioni e desideri come sistema di scelta, dismettendo progressivamente il costante ricorso agli imperativi morali.

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BIBLIOGRAFIA:

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