Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD) nell’età evolutiva: le strategie psicopedagogiche

Le strategie terapeutiche possono essere attuate lavorando individualmente con il bambino, operando con la famiglia e occupandosi del contesto scolastico

ID Articolo: 103403 - Pubblicato il: 22 ottobre 2014
Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività (ADHD) nell’età evolutiva: le strategie psicopedagogiche
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Le strategie terapeutiche possono essere attuate su tre fronti, cioè lavorando individualmente con il bambino, operando con la famiglia, attraverso delle strategie di parent education e di parent training, occupandosi del contesto scolastico (insegnanti e bambini con sviluppo tipico) con il fine di ottimizzarlo. 

 

Abstract

Il Disturbo da Deficit dell’Attenzione con Iperattività è una patologia dell’età evolutiva. Essa ha un effetto particolarmente dirompente, connotando negativamente il rapporto che il bambino ha con se stesso, il suo contesto familiare, la sua esperienza scolastica. Frequentemente gli insegnanti non hanno gli strumenti operativi opportuni per fronteggiare tale criticità, che incide profondamente sulla quotidianità scolastica.

 

Disattenzione, impulsività e iperattività

Il disturbo da deficit di attenzione con iperattività si manifesta attraverso una sintomatologia che è rapportabile a tre parametri:

• l’attenzione;

• l’impulsività;

• l’iperattività.

L’attenzione può essere scissa in due componenti, ovvero l’attenzione automatica, che solitamente obbedisce a meccanismi inconsapevoli, e l’attenzione controllata, che è quella utilizzata allorquando si vuole dirigere il proprio focus attentivo verso un compito specifico.

Nel minore affetto da ADHD, come Chiarenza, Bianchi e Marzocchi (2002) avvertono, l’attenzione controllata è deficitaria. In pratica, il bambino non è in grado di dirigere e fermare la sua attenzione su di un compito specifico, soprattutto quando esso appare particolarmente elaborato e richiede un intervallo temporale protratto di applicazione. Inoltre, connessa all’attenzione, è la capacità di programmare e organizzare il lavoro, che, nel minore affetto da tale patologia, risulta notevolmente compromessa.

Relativamente all’impulsività, si assiste a comportamenti che denotano uno scarso controllo, ovvero un agire senza pensare. A questo riguardo Barkley, citato in Chiarenza, Bianchi e Marzocchi (op. cit., pag. 2), ascrive tale impulsività ad un’alterazione dei meccanismi cognitivi che presiedono al controllo del comportamento.

Riguardo all’iperattività, diverse ricerche hanno dimostrato che i minori affetti da ADHD presentano un notevole incremento dei movimenti del proprio corpo, rispetto ai bambini che non soffrono di tale patologia. Questa ipercinesi si osserva anche durante il riposo notturno.

  Messaggio pubblicitario La comorbidità del disturbo da deficit di attenzione con iperattività

Accanto al disturbo specifico dell’attenzione, spesso, i bambini presentano, in comorbidità, un disturbo del comportamento, che si estrinseca in due quadri clinici specifici, ovvero il disturbo della condotta e il disturbo oppositivo – provocatorio.

In un numero elevato di casi si palesa anche un disturbo dell’apprendimento, che si concretizza prevalentemente in difficoltà relative all’ambito della lettura (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 3). Molto frequenti sono altresì i disturbi relazionali. In pratica, a causa dell’aggressività che i bambini evidenziano, i rapporti con l’alterità appaiono compromessi. Il minore, infatti, non è in grado di esercitare le abilità sociali, che fanno nascere le amicizie fra coetanei.

Le strategie terapeutiche – Il trattamento individuale

Le strategie terapeutiche possono essere attuate su tre fronti, cioè lavorando individualmente con il bambino, operando con la famiglia, attraverso delle strategie di parent education e di parent training, occupandosi del contesto scolastico (insegnanti e bambini con sviluppo tipico) con il fine di ottimizzarlo.

Il lavoro individuale con il bambino rientra in un intervento terapeutico di tipo cognitivo comportamentale. Nello specifico, gli obiettivi, che tale terapia si pone, sono quelli di insegnare al minore le tecniche di autocontrollo per la gestione dell’impulsività e le procedure cognitive utili ad affrontare i problemi che si presentano.

Riguardo alla prima finalità, al bambino si fanno apprendere le metodiche per controllare l’impulsività, attraverso il riconoscimento delle proprie emozioni e lo sviluppo di comportamenti alternativi di espressione della emotività.

Relativamente al secondo scopo, si utilizza una procedura di risoluzione dei problemi che passa attraverso i seguenti momenti:

• identificazione di un problema;

• generazione di alternative;

• scelta, realizzazione e valutazione di una soluzione” (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 5).

Il trattamento familiare

L’intervento sui genitori del bambino affetto da ADHD si avvale di due strategie. Nel parent education si forniscono tutte le informazioni necessarie affinché i genitori siano completamente edotti e consapevoli della patologia del proprio figlio. Nel parent training si lavora con la coppia genitoriale per ristrutturare la percezione dei comportamenti del minore. In altre parole, si interviene sul sistema delle attribuzioni e sulle aspettative che i genitori del piccolo hanno. Sovente queste attribuzioni sono negative: infatti, i genitori ascrivono a valenze negative la maggior parte delle condotte manifestate dal bambino.

Questa percezione alimenta un vissuto depressivo, che mina il benessere dell’intero nucleo familiare. Il programma di parent training comprende anche l’apprendimento di procedure comportamentali finalizzate al controllo delle condotte distoniche. “Ai genitori viene insegnato a dare chiare istruzioni, a rinforzare positivamente i comportamenti accettabili, a ignorare alcuni comportamenti problematici e a utilizzare in modo efficace le punizioni” (Chiarenza, Bianchi e Marzocchi, op. cit., pag. 8).

Gli interventi psicopedagogici

Il contesto scolastico è il luogo nel quale si estrinsecano in maniera macroscopica le problematiche del ragazzo. Avere fra i propri alunni o fra i compagni di classe un bambino affetto da ADHD mette a dura prova la pazienza degli insegnanti e degli altri alunni. Frequentemente i docenti non conoscono fino in fondo la fenomenologia sintomatologica del disturbo e vivono talune manifestazioni come un attacco alla loro persona e alla loro autorità. Questo suggerisce che la prima strategia da utilizzare con loro è proprio quella di curare la conoscenza della patologia, in maniera da prepararli ad affrontare le peculiarità dell’ADHD.

Messaggio pubblicitario In secondo luogo bisogna intervenire sulla loro resilienza, ovvero renderli emotivamente meno vulnerabili nell’interazione con il bambino affetto da disturbo dell’attenzione con iperattività.

Molte volte i docenti, laddove il minore manifesta anche disturbi del comportamento con condotte antisociali, vivono uno stato di ansia continua, legata al timore che il piccolo possa arrecare danni fisici ai suoi compagni. Questa preoccupazione alimenta una sensazione di precarietà e di frustrazione, per cui l’insegnate si sente in balìa delle circostanze ambientali, non in grado di esercitare il controllo della situazione problematica e dell’intero gruppo classe. 

L’intervento psicopedagogico rivolto al bambino affetto da ADHD nel contesto scolastico deve orientarsi su due fronti, ovvero lavorare con gli insegnanti, in modo che possano impadronirsi di alcune strategie comportamentali che hanno l’obiettivo di controllare il comportamento del piccolo. Contemporaneamente è necessario operare con i compagni di classe, promuovendo tutti quelli atteggiamenti inclusivi, che possano veicolare dinamiche interattive positive, per mezzo delle quali il bambino possa sentirsi accettato e capito dai coetanei.

Il minore affetto da patologia dell’attenzione con iperattività ha delle caratteristiche che devono essere conosciute dai docenti al fine di ottimizzare l’intervento didattico. Per esempio, egli solitamente è più tranquillo nella prima parte della giornata scolastica, mentre verso la fine delle lezioni si esacerbano i suoi comportamenti problematici. Di questo bisogna tenerne conto nello strutturare la cronologia della giornata. Nella prima parte è bene proporre delle attività che richiedano dei compiti attentivi maggiori, riservando ad attività meno impegnative, più improntate alla dimensione ludica, il tempo rimanente. 

Altro accorgimento è quello di scomporre i nuovi apprendimenti in microunità didattiche, che siano a misura dei tempi attentivi del piccolo, in maniera che egli possa sentirsi motivato ad apprendere, ritenendo il compito apprenditivo alla sua portata.

In ogni classe si creano delle dinamiche affettive fra i vari alunni, fatte di simpatia, comunanza di intenti, sintonia di bisogni. Questo avviene anche nei contesti dove è inserito un minore affetto da ADHD. Ai fini del miglioramento delle interazioni sociali all’interno della classe, si deve utilizzare il coetaneo con il quale il minore ha maggiore affinità come tutor e come mediatore nel rapporto con gli altri alunni.

Tutti gli insegnanti, che fanno parte di una classe in cui è presente un minore affetto da tale patologia, dovrebbero avere lo stesso modo di operare, soprattutto per quel che riguarda il controllo della disciplina. A questo riguardo è opportuno che l’intero team dei docenti si faccia carico di osservare alcune semplici regole relative al controllo dei comportamenti, che devono essere applicate da ognuno in qualunque circostanza. In pratica, il gruppo dei docenti deve concordare quali comportamenti, anche se distonici, possono essere tollerati, e quali, invece, devono essere puniti, avendo cura di uniformare gli interventi punitivi, servendosi dei paradigmi della token economy.

Altra procedura da osservare è quella di creare una successione subitanea fra comportamento scorretto ed eventuale punizione. Infatti, più aumenta l’intervallo temporale fra stimolo (comportamento problematico) e risposta (punizione) e più si perde l’incisività sulla condotta distonica.

Al bambino problematico deve essere spiegato con sufficiente chiarezza quello che può fare e quello che invece non è permesso. Le regole devono essere semplici, capibili ed in numero esiguo. È necessario che esse siano continuamente ripetute, in modo che possano divenire bagaglio interiore del ragazzo. Inoltre, egli deve sapere a che cosa va incontro nel momento in cui trasgredisce qualcuno dei precetti concordati. Ogni volta che il minore manifesta dei comportamenti sintonici, essi devono essere sottolineati e lodati, in maniera che possano diventare elementi per la costruzione dell’autostima.

Con il bambino affetto da ADHD deve esserci da parte degli insegnanti un’interazione sistematica, ossia si deve coinvolgerlo il più possibile e questo coinvolgimento, che serve a sollecitare i suoi processi attentivi, deve essere fatto verbalmente, chiamando, frequentemente, il ragazzo per nome.

Spesso è utile servirsi dei cosiddetti “antistress”: sono oggetti che il bambino può utilizzare per scaricare la tensione. Essi permettono al minore di canalizzare la sua iperattività, consentendogli di stare seduto più a lungo. Questi elementi possono essere, come La Prova (2013) fa notare, dei braccialetti da far andare su e giù per il braccio, degli elastici da tendere, un portachiavi con moschettone da far ruotare. È opportuno far fare al bambino degli esercizi motori, mentre è seduto, che permettono di scaricare la tensione, come il sollevarsi con le mani dalla sedia per un tempo stabilito o premere le mani una contro l’altra per 10 secondi (La Prova, op. cit., pag. 7, 8, 9).

 

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BIBLIOGRAFIA:

  • Chiarenza, A. G., Bianchi, E. e Marzocchi, G. M. (2002). Linee guida del trattamento cognitivo comportamentale dei disturbi da deficit dell’attenzione con iperattività (ADHD). Linee guida della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza. DOWNLOAD
  • La Prova, A. (2013). ADHD e compiti a casa: manuale pratico di sopravvivenza. Roma: Edizioni FORePSI. DOWNLOAD
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